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Quel film è un po’ lentino

 

La Lettura” del 21 maggio 2017 (n. 286) pubblica un articolo di Davide Ferrario dal titolo “The end“. “Così è finita la meraviglia del cinema. La tecnologia domestica ha ucciso la magia“. Questo il suo sommario:”Sono passati quasi 50 anni da quando vidi sul grande schermo «2001: Odissea nello spazio». Non capii quasi nulla, ma una cosa mi fu chiara: una potente liturgia. Da allora Vhs, Dvd e device hanno rovinato tutto. Altro che renderci liberi! Ecco un estratto del testo:

Un anno fa ho scoperto che mia figlia ventenne non aveva mai visto 2001. Una sera la convinsi a sedersi con me davanti al 52 pollici al plasma che uso per lavoro e infilai nel lettore il Blue Ray «Special Edition» del film (…) Ci godemmo la sequenza degli umanoidi, poi il valzer della stazione orbitante. Tutto bene; salvo un commento tipo «Lentino, questo film», con cui se ne era uscita la ragazza.” Per poi alzarsi per andare a prendere una Coca:

Si è rifatta viva solo una ventina di minuti più tardi. In mezzo ci aveva messo una conversazione Skype con un’amica; e uno scambio di vedute con sua madre su qualche problema domestico (…) Mentre passavano le grandiose immagini di Kubrick, lei chattava sul computer lì accanto. Come se non bastasse, l’iPad la informava ossessivamente su qualsiasi cosa succedesse nel mondo virtuale a cui è collegato (…) Tutto questo è durato circa tre giorni. Mia figlia ha preso e mollato il film come fa con certe relazioni sentimentali, mettendoci in mezzo sospensioni di una giornata intera. Non sono nemmeno certo che, trovandolo ‘lentino’, ogni tanto non abbia ceduto alla tentazione del fast forward. 

In sostanza Ferrario sostiene che oggi esiste un grosso problema, costituito da “ciò che è successo al cinema a causa dell’evoluzione tecnologica di questi cinquant’anni. Quello che una volta era un rito laico assimilabile a una messa, l’incontro di qualcosa bigger than life, (più grande della vita, dicono gli americani), si è trasformato in puro intrattenimento (…) Colpa dell’interattività. Un termine che negli anni Settanta suonava rivoluzionario e come tale veniva accolto. Con l’interattività – era la teoria – ci saremmo liberati della comunicazione a senso unico (‘Tu parli, io ascolto’) e dell’autoritarismo dell’autore (che i due termini abbiano la stessa etimologia apre ad affascinanti riflessioni”.

Mi permetto di dissentire. E aggiungo che, mio modesto parere, quest’ultima sua frase sull’autoritarismo della comunicazione a senso unico esprime il concetto  più interessante di tutto l’articolo. Peccato che Ferrario lo lasci subito cadere nel vuoto, quasi fosse scritta da qualcun altro. Pare non si accorga che in qualche modo essa fornisce una (possibile) spiegazione perfetta del comprensibile comportamento di sua figlia. Cerco di spiegarmi.

Adoro Proust, ho letto due volte  “Alla ricerca del tempo perduto” (capolavoro non proprio “veloce”) e ho l’assoluta intenzione di rileggerlo almeno un’altra volta; amo Kubrick e diffido istintivamente (con riflesso condizionato tendente all’antipatia) di coloro che ritengono sensato rispondere “Carino, peccato sia un po’ lento” alla richiesta di esprimere un giudizio su un libro, un film o qualsiasi altra opera che magari voi giudicate un capolavoro assoluto. Un po’ come dire della Cappella Sistina “Non male, peccato ci sia un po’ troppo azzurro“.

Queste semplificazioni di giudizio non sono novità determinate oggi dall’evoluzione tecnologica; in realtà esistono da sempre. Premesso questo, aggiungo subito che quando mi hanno costretto a leggere “I promessi sposi” l’ho detestato; mentre invece l’ho adorato una volta terminati gli obblighi scolastici. E che la prima volta che ho visto al cinema “2001: Odissea nello spazio“, (più o meno all’età della figlia di Ferrario) mi sono addormentato profondamente. Spero senza russare.

Avessi avuto l’iPad, che purtroppo non esisteva ancora, forse avrei fatto qualcos’altro e sarei rimasto sveglio. Non amo i fast food, ma se capita li utilizzo, ci porto i miei figli e considero le crociate contro di essi fanatismo allo stato puro. Adoro la lentezza, tuttavia ritengo che le posizioni radical chic di Slow Food possano essere considerate tra i sintomi più singolari di degrado di una certa cultura snob di sinistra. Si vuole davvero sostenere che l’evoluzione tecnologica e l’interattività impediscono di amare Proust, oppure di apprezzare i capolavori cinematografici e artistici in generale? E’ una tesi a mio parere del tutto insostenibile. Qualsiasi “rito laico assimilabile a una messa” può essere apprezzato appieno solo a condizione che assistervi sia una libera scelta del singolo individuo e non piuttosto (come spesso accade) una costrizione determinata da veri o presunti doveri morali, obblighi o sensi del dovere oppure, peggio, costrizioni forzose e ideologiche.

Quello che Ferrario considera una colpa dell’interattività, a mio parere è invece un suo grande merito nonché – soprattutto – una grande possibilità che ci viene offerta. Altra questione è poi discutere se noi siamo oggi davvero in grado di coglierla in modo positivo, questa possibilità. A causa della rapidità dei mutamenti, mi pare anzi che non siamo ancora pronti – dal punto di vista culturale – a superare il citato “autoritarismo dell’autore“. La forte accelerazione cui siamo soggetti ci lascia disorientati. In realtà, troppo spesso ci piace ricevere ordini, “essere comandati”, lasciare che qualcuno decida per noi il palinsesto. L’interattività per qualcuno è un problema pieno di colpe; per altri è una possibilità ed ha solo meriti. A mio parere è una grande problematica opportunità, a patto di dominarla e di non esserne dominati. Come al solito dipende soprattutto da noi, ma nostalgia per la comunicazione a senso unico per favore no.

 

Moralisti e immoralisti

Solo chi è capace di stare da solo è anche capace di comunione e può contribuire davvero a costruire una comunità“, ha scritto Dietrich Bonhoeffer,   teologo luterano tedesco, protagonista della resistenza al nazismo che venne impiccato nel campo di concentramento di Flossenbürg all’alba del 9 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della guerra. Purity significa “Purezza”, ed è il vero nome della protagonista dell’omonimo romanzo di Jonathan Franzen (Einaudi, 2016). La quale protagonista si fa però chiamare “Pip” perché se ne vergogna: “Me ne vergogno tanto che mi tengo sempre stretto il portafogli quando esco con gli amici, perché a volte la gente te lo prende per ridere della foto sulla patente, e sulla patente c’è il mio vero nome.

La capisco perfettamente. Infatti, così come il termine “morale” (e quindi “moralismo” e “moralista”) , anche il concetto di “purezza” – spesso collegato nel sentire comune alla suddetta “morale”, politica o religiosa che sia – può essere intesa in modi diversi, positivi o negativi, spesso addirittura opposti e pericolosamente fanatici o estremisti. “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne, ad esempio, descrive bene come venisse concepita dai “puritani” delle origini nell’America appena colonizzata: “Nella società puritana la libertà dell’individuo coincideva con il bene della comunità, che doveva essere purificata da ogni elemento estraneo, considerato al soldo di Satana. Per questa ragione le autorità imponevano stili di vita improntati a un inflessibile rigore morale. E chi infrangeva gravemente le regole poteva incorrere persino nella pena di morte” (dalle note di copertina Feltrinelli). Talebani occidentali, per intenderci.

Lo scherzo” di Milan Kundera descrive invece cosa può significare tragredire ai rigidi parametri di giudizio delle società cosiddette “collettivistiche” anche quando si tratta di particolari apparentemente insignificanti: “Lo studente Ludvík scrive, per scherzo, una cartolina con tre righe beffarde sull’ottimismo socialista e la spedisce a una sua compagna, una bella ragazza che prende tutto sul serio. Ma questo prendere tutto sul serio è anche «il genio stesso dell’epoca». Cento mani si alzano per condannare quella cartolina. Siamo a Praga, subito dopo il 1948. Ludvík perde ogni diritto, la sua vita è sfigurata per sempre da quel piccolo scherzo ” (dal risvolto di copertina Adelphi). L’ironia non fa davvero parte del bagaglio dei moralisti.

Come scrive Franzen, anche nella Repubblica Democratica Tedesca la perfetta moralità riconosciuta e premiata dallo stato assumeva forme diverse: “Il padre di Andreas era il secondo più giovane membro del partito mai elevato al Comitato centrale, e aveva il lavoro più creativo della Repubblica. Come capo economista di stato, il suo compito era manipolare i dati su larga scala, dimostrare aumenti di produttività dove non ce n’erano, far quadrare un bilancio che ogni anno si allontanava sempre più dalla realtà, correggere i tassi di scambio ufficiali per massimizzare l’impatto delle valute forti  che la Repubblica riusciva a procacciarsi o estorcere, ingigantire gli scarsi successi e trovare scuse ottimistiche per i numerosi fallimenti dell’economia. ” Certo, i regimi e le religioni fanno e hanno fatto anche molto di peggio, giustificando i loro delitti con presunti valori ideali assolti. Eppure.

Eppure a qualche gerarchia di valori dobbiamo pure far riferimento, se è vero – com’è vero – che in Italia e non solo oltre alla crisi economica ce n’è un’altra di tipo etico e culturale. Per il semplice, banale ma fondamentale principio secondo cui altrimenti varrebbe solo la legge del più forte. Proprio come nella giungla. Leggo ad esempio che Flavio Briatore, dopo i sigilli apposti al suo nuovo “Twiga” di Otranto, dichiara che “in Italia non si può lavorare“, di conseguenza gli investitori fuggono in lidi più “felici” (paradisi fiscali, di solito). Nessun cenno al fatto che la Magistratura ha solo verificato come il suo “investimento” consista in un abuso edilizio in quanto effettuato su terreno agricolo. Dettagli, per lui. Ma rispettare le regole è diventato moralismo?

Scrive il direttore del Foglio Cerasa che la sinistra “moralista” ha concimato il terreno sul quale è germogliata l’intolleranza grillina.
Risponde Michele Serra su “Repubblica” di oggi, però, che: “I ragionamenti per blocchi, per tribù, per clan lasciano il tempo che trovano, ognuno risponde in prima persona di quello che dice e scrive (…) Moralisti e immoralisti facciano pulizia nei loro armadi con pari intransigenza: pagliuzze con le pagliuzze, travi con le travi. Poi se ne riparla.
Troppo spesso condividere un’etica, una morale o una presunta “purezza” di un gruppo sociale rappresenta un mezzo per sfuggire la paura, il terrore della solitudine e dei rischi che essa comporta. Come fidarsi di coloro che preferiscono condividere a prescindere la moralità “corrente”, senza mai riflettere criticamente sulle sue basi, sempre riscaldati dalla morbida coperta del rassicurante perbenismo di maggioranza? Semplicemente, si adeguano. Per questo motivo diffido di coloro che sono incapaci di solitudine: il tasso di ipocrita opportunismo è spesso la vera incognita. Nonostante le apparenze, costoro sono incapaci di vera comunione, quindi tanto meno di costituire le solide basi di una vera comunità. Torniamo perciò alla sacrosanta citazione di Bonhoeffer riportata all’inizio. Il quale Bonhoeffer, purtroppo, è stato ucciso da quella comunità che aveva scelto Hitler con elezioni democratiche: la sua. Non è per nulla un dettaglio insignificante.
(Nell’immagine qui sopra: American Gothic – Grant Wood, 1930)

 

A mezzanotte circa

“Round midnight significa intorno alla mezzanotte e fa riferimento ad una celebre composizione di Thelonious Monk. Secondo alcuni indica l’ora magica, in cui in un jazz club notturno si celebra il rito di una musica particolare.” (da Wikipedia)

Round MidnightA mezzanotte circa è anche il titolo di un film del 1986 diretto da Bertrand Tavernier, è ispirato alla vita dei jazzisti Lester Young e Bud Powell e ha come vero protagonista la musica jazz, musica notturna per eccellenza.

La musica jazz ha prodotto moltissimi capolavori della cultura mondiale, per fare un solo esempio Kind of Blue , album realizzato da Miles Davis nel 1959 ed entrato nella storia del jazz, essendo fra i più venduti di sempre. Nel 2003 la celebre rivista musicale Rolling Stone, nella sua classifica sui 500 migliori album di ogni tempo, indicò Kind of Blue al 12º posto. Ma Bologna, a quanto pare, non ama il jazz.

Bologna dovrebbe rinunciare al titolo di Città della Musica Unesco, perchè ormai per i musicisti è impossibile lavorarci, dovremmo andarcene tutti.” La provocazione è di Guglielmo Pagnozzi, famoso sassofonista e clarinettista noto nell’ambiente artistico cittadino, che ieri si è sfogato su Facebook in merito a un provvedimento che per 15 giorni ha limitato i concerti all’interno della Cantina Bentivoglio di via Mascarella, vero proprio tempio bolognese del jazz, obbligata a sospendere i live alle 22. (…) E’ vero, per 15 giorni abbiamo ricevuto un provvedimento restrittivo in seguito a delle rilevazioni scaturite da segnalazioni dei vicini – commenta Serrazanetti (uno dei soci della Cantina) – Adesso siamo tornati alla normalità, con la sospensione a mezzanotte.” (Dal Corriere di Bologna).

L’attività di proposta jazz della Cantina Bentivoglio, che esiste dal 1989, ha avuto il riconoscimento della famosa rivista americana “DownBeat” che dal 2002, ormai per 12 volte, ha inserito la Cantina Bentivoglio nell’elenco dei 100 più importanti jazz club del mondo. Alla Cantina va tutta la mia solidarietà: interrompere un concerto jazz alle 22 è come visitare gli Uffizi nottetempo al buio perché ai frontisti danno fastidio le luci.

Nel video che segue (da YouTube): Thelonious Monk Quartet – Round Midnight, Thelonious Monk(p),  Charlie Rouse(ts),  Larry Gales(b) Ben Riley(ds),  Recorded in Norway 1966 dvd “LIVE in ’66”

Post Scriptum per il vicinato: il titolo del pezzo non è per niente casuale.

Baricco, Cofferati e frate Cipolla

“Robinson” di questa settimana (n° 22) contiene due corposi articoli-saggio, rispettivamente di Alessandro Baricco e Maurizio Ferraris, sul tema della Post-verità, termine che è stato nominato parola dell’anno dagli Oxford Dictionnaries. Per chi ancora non lo sapesse, “Il neologismo post-verità, derivante dall’inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza.” (da Wikipedia).

L’articolo di Baricco si intitola: “Perché questa definizione è infondata“. Inizia così: “Avrei una notizia da dare: questa storia della post-verità è una bufala. Vorrei essere più preciso: sarebbe bello se la smettessimo, tutti, di usare l’espressione ‘adesso che viviamo nell’epoca della post-verità‘ perché è infondata e fuorviante. Non aiuta a capire. In compenso aiuta spesso a sdoganare comportamenti discutibili e idee sciocche. Fine.

Cioè, fine per quelli che hanno fretta. Per gli altri, provo ad argomentare“.

Mi sovviene subito il saggio di Giulio Ferroni contenuto nel libro: “Sul banco dei cattivi“, sottotitolo: A proposito di Baricco e di altri scrittori alla moda (Editore: Donzelli), in cui egli ci avvisa che l’autore di Oceano mare è un furbetto a partire dal rapporto con il lettore: “Baricco misura il suo rapporto con il lettore, cercato sempre nei termini più disinvolti, sempre con una manata sulle spalle, come strizzandogli l’occhio, facendogli capire che siamo tra gente tra cui si capisce, che si condividono abitudini quotidiane, che si vive sull’onda di un compartecipe movimento del mondo, da cui sembra esclusa ogni contraddizione e ogni vera conflittualità.” Ecco, appunto.

Ma l’articolo su “Robinson” continua, e pure argomentando:”Per quel che ne capisco io, il termine di post-verità registra, un po’ in ritardo, e sintetizza, in modo piuttosto efficace, alcune cose che abbiamo scoperto recentemente sul nostro rapporto con la verità. (…) È più vera una notizia inesatta raccontata bene che una notizia esatta raccontata male”, e quindi aggiunge che “è da stupidi credere che da una parte ci sia la verità e dall’altra lo storytelling.”

Nel mio piccolo, tenderei invece a condividere l’opinione secondo cui “post verità” sia il termine idoneo a descrivere un tempo in cui i fatti  e la loro accurata descrizione contano molto meno, nella formazione dei giudizi e delle opinioni, rispetto al famigerato storytelling.  E delle bugie in esso contenute. Dando conseguenza al sillogismo secondo cui è da stupidi credere che storytelling e verità possano essere separati, senza dubbio faccio parte della categoria degli stupidi. Mentre Baricco ricorda invece il frate Cipolla dell’omonima novella di Boccaccio (Decameron, novella 10 della sesta giornata), che si può riassumere così:

A Certaldo vi è un certo frate Cipolla che di frate ha ben poco, essendo lui un buontempone e un gran retorico.  Un giorno, frate Cipolla, promette ai contadini presenti alla messa, di mostrar loro una importante reliquia: la penna dell’arcangelo Gabriele.  Due suoi vecchi amici, molto astuti, organizzano una beffa sottraendo la penna al frate. Mentre frate Cipolla è fuori per il pranzo e il suo servitore si distrae con una donzella, i due entrano nella sua stanza, trovano la cassetta contenente una piuma di pappagallo, che lui diceva essere quella dell’angelo, e dopo averla prelevata riempiono la cassetta con alcuni carboni.  Nel pomeriggio, al momento di mostrare la reliquia, frate Cipolla, aprendo la cassetta, si accorge dei carboni e, senza mostrare alcuno stupore, improvvisa una storia per la quale, fra le tante reliquie che lui possiede, ci sono due cassette identiche per la piuma e per i carboni con i quali fu arso S. Lorenzo.  Dicendo quindi di aver sbagliato cassetta, mostra con molto “successo” i carboni.  I contadini ugualmente contenti e onorati, rendono vana la beffa dei due briganti che stupiti e divertiti dal rimedio di frate Cipolla, gli rendono la penna che gli avevano rubato.

Inutile aggiungere che la parte dei contadini, creduloni ma contenti, la dobbiamo sostenere noi comuni cittadini. Del resto, a Bologna abbiamo avuto un sindaco che prima di andarsene dichiarò: “Se mi candido in Europa potete chiamarmi cialtrone“. E dopo essere stato eletto al Parlamento Europeo, a chi gli rinfacciava le sue perentorie affermazioni, Cofferati ha risposto così: “Infatti non mi sono candidato! Io non mi sono mai candidato a nulla! Il partito mi ha chiesto con molta insistenza di candidarmi. La politica per me è servizio.” Si trovano sempre due cassette identiche da poter scambiare.

L’intellettuale autore di Seta ci insegna insomma che l’arte di raccontare storie, impiegata come strategia di comunicazione persuasiva, alla prova dei fatti nell’Italia di oggi funziona (eccome se funziona) e coincide con la verità. Anzi, con la post-verità, e il tradimento dei chierici nel frattempo si fa sistema.

(Nel’immagine qui sopra: i giovani protagonisti del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse, A Tale from Decameron, 1916, Lady Lever Art Gallery, Liverpool)

 

 

Lo spirito dei luoghi

 

Christian Norberg-Schulz ha scritto un libro dal titolo “Genius Loci. Paesaggio Ambiente Architettura”  (Electa, 1979), nella cui prefazione egli afferma: “Un luogo è uno spazio dotato di un carattere distintivo. Fin dall’antichità il genius loci, lo spirito del luogo, è stato considerato come quella realtà concreta che l’uomo affronta nella vita quotidiana.” I titoli dei primi tre capitoli sono, rispettivamente: 1) Luogo?; 2) Luogo naturale; 3) Luogo artificiale.

Su Garzantilinguistica.it troviamo che il Genius Loci sarebbe un “personaggio che è una specie di simbolo del luogo nel quale vive”. Il nome deriva  da  ‘spiritello (genius) del luogo (loci)’, con riferimento alle religioni del mondo antico che associavano ai luoghi e ai paesaggi naturali la presenza di una divinità minore che ne costituiva il nume tutelare. Gli anglosassoni parlano invece di “Sense of place”.

Comunque sia, è interessante notare il fatto che esiste una buona parte della letteratura (spesso della “grande letteratura”, soprattutto romanzesca) che rende co-protagonista o addirittura protagonista assoluto della trama non una persona bensì l’ambiente, naturale o artificiale, in cui si svolgono gli eventi della narrazione. Il luogo come personaggio, come se la trama e il racconto delle vicende non fossero che un sottile pretesto per tentare di descrivere ciò che davvero importa, il suo “genio”, il personaggio, l’atmosfera vacua che si vorrebbe descrivere come solida ma che non si cattura mai del tutto, non si raggiunge, solo si insegue, si richiama per allusioni, si tenta di adescare parlando d’altro. Inseguendo in realtà l’inafferrabile spirito dei luoghi. Il genius loci, appunto.

Simona Vinci ha pubblicato su La Repubblica  del 21 aprile scorso un bellissimo articolo (Tra i canneti e i fossi della mia Emilia dove Igor è diventato un fantasma)  L’articolo descrive il “viaggio” della scrittrice originaria di Budrio nelle terre che sono anche le sue, ma dove è ancora in corso al caccia al killer in fuga (la belva Igor, che nel frattempo si è scoperto non chiamarsi Igor bensì Norbert Feher):

“Acqua torbida, zanzare, uccelli palustri, nebbia, ghiaccio, afa a seconda della stagione. È, questa, anche la terra in cui nacque intorno al 1700 la leggenda della Borda (o Bùrda, nel ferrarese, o ancora, francesizzato, Bourda) una creatura mostruosa, mezza umana e mezza strega, col volto mostruoso coperto da una maschera di cartapesta, una creatura malefica che vive nell’acqua dei canali, dei pozzi, degli acquitrini e che appare solo con il buio o nelle giornate di nebbia. La Borda attrae a sé le sue vittime, preferibilmente bambine e bambini, non per cibarsene, come si potrebbe immaginare, ma per pura, maligna, distillata cattiveria, le immobilizza con una corda o un laccio di cuoio, le strangola e poi le affonda nelle acque melmose che sono la sua dimora. Difficile immaginare un luogo più suggestivo di questo per ambientarci una caccia all’uomo senza quartiere. Non a caso io, che sono di Budrio, più volte ho scelto quegli scenari per alcuni dei miei romanzi”.

(…) “La Belva Igor”, qualunque sia il suo vero nome e la sua vera storia e qualunque sarà il suo destino, nel giro di due settimane è entrato nella leggenda emiliano-romagnola: tutti quelli che sono oggi bambini, da adulti probabilmente lo ricorderanno. Tornerà forse a visitarli negli incubi questa creatura mezza Rambo, mezza Borda, che striscia sul fango, resiste sott’acqua respirando con una cannuccia, si nutre di galline rubate, gatti e amare radici, carote e zucchine, uova, ha il dono dell’ubiquità ma anche quello dell’invisibilità. In quasi mille tra le varie forze dell’ordine impiegate, carabinieri, polizia, paracadutisti, oltre all’elicottero con gli infrarossi, i droni, i cani molecolari e ora, pare, perfino un sensitivo. Una creatura tra l’umano e l’indicibile, una sorta di oscura, feroce divinità che gli umani tentano di placare con offerte di cibo, come si fa con i morti, per tenerlo lontano dalle proprie case. Una narrazione al passo con i tempi, ma con un’aura antica, quasi atemporale (il Male incarnato esiste in tutti i tempi, purtroppo) che per due settimane ha tenuto con il fiato sospeso, oltre che gli abitanti della bassa, anche quelli di mezza Italia, che forse non sanno niente di questi posti, oppure non se lo ricordano e non fanno collegamenti. Sembra davvero che i luoghi, per la loro conformazione geografica, ma anche per qualcosa di difficilmente spiegabile e assimilabile a una specie di atavica maledizione, attraggano certe storie, forse le generano, ma di sicuro lo sono essi stessi, storie.”

Ecco, in questo caso si tratta di uno “spirito (del luogo) cattivo”. Ma chi conosce e ha frequentato i luoghi meravigliosi descritti da Simona Vinci, può capire meglio degli altri quello che intende. Il genius loci non si lascia afferrare, vuole essere descritto ed essere magari evocato; per farlo devi andare sul posto, non si scappa. Sono convinto che questo sia uno delle principali motivazioni dei viaggi. Per poi raccontarli e tentare di descriverli, gli spiriti dei luoghi.

Come Gianni Celati, ad esempio, nel suo racconto “Esplorazioni sugli argini”, contenuto in  “Verso la foce” Feltrinelli, 1989), che inizia così: “20 maggio 1983. Svegli al mattino presto, fuori da Bologna in cerca di strade secondarie verso il Po.” A caccia del genius loci nei luoghi della Borda, a quanto pare. Di questa e altre ricerche, scriverò prossimamente.

Nell’ immagine in testa: “Genius Loci” — Gayley, 1893 – Source: Charles Mills Gayley, The Classic Myths in English Literature and in Art (Boston: Ginn and Company, 1893) 62.

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