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Giuditta e Oloferne (e Weinstein)

PRIMO FLASHBACK:

Anno 1610. Artemisia Gentileschi dipinge  Susanna e i vecchioni (vedi sopra) all’età di diciassette anni. “Il soggetto di Susanna e i vecchioni è, tra gli episodi dell’Antico Testamento, uno dei più frequentemente rappresentati, specialmente nel XVI e XVII secolo. L’episodio al quale si riferisce l’opera è narrato nel Libro di Daniele: la casta Susanna, sorpresa al bagno da due anziani signori che frequentavano la casa del marito, è sottoposta a ricatto sessuale: o acconsentirà di sottostare ai loro appetiti o i due diranno al marito di averla sorpresa con un giovane amante. Susanna accetta l’umiliazione di una ingiusta accusa; sarà Daniele a smascherare la menzogna dei due laidi anziani. La rappresentazione di Susanna sorpresa ignuda dai vecchioni ha apparentemente intenti moralistici, ma è spesso un pretesto per soddisfare la “pruderie” di committenti che si compiacciono di soggetti di nudo femminile.” (da Wikipedia)

5 ottobre 2017 “Il New York Times mette nero su bianco quello che si vociferava da anni. Il produttore avrebbe molestato decine di donne: dipendenti, attrici, modelle. Le prime a parlare al quotidiano, che mette insieme molte interviste ad attuali ed ex dipendenti delle case di produzione di Weinstein, diversi documenti legali, ed email, sono Rose McGowan e Ashley JuddQuest’ultima rivela di una colazione di lavoro in hotel di Beverly Hills, trasformatasi in incubo. «Mi fece salire nella sua stanza, dove si presentò in accappatoio e mi chiese di guardarlo mentre faceva la doccia. A quel punto pensai: “Come posso uscire dalla stanza il più velocemente possibile senza indispettire Harvey Weinstein?” Mi sono sentita intrappolata. C’era molto in ballo». Quest’ultima frase accomuna tutte.” (da Vanityfair.it)

23 novembre 2017. “Felice Giorno del Ringraziamento a tutti! (Tranne che a te, Harvey, e a tutti i tuoi malvagi cospiratori – sono felice che la cosa stia andando per le lunghe – non meriti una pallottola).”  (Uma Thurman, post su Instagram sulla faccenda Harvey Weinstein)

SECONDO FLASHBACK:

Anno 1611, giorno imprecisato: « Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne » (Artemisia Gentileschi)

27 novembre 1612: “Mentre Suo Onore parlava, tenevo la schiena dritta e rigida. «Nella presente causa, intentata da Orazio Gentileschi, pittore [padre di Artemisia, N.d.R], contro Agostino Tassi, pittore, imprigionato in Corte Savella, non contestando la dichiarazione e la testimonianza della ragazza Artemisia Gentileschi, di essere stata ripetutamente stuprata dal signor Tassi, considerando che il dipinto mancante è stato restituito e considerando che il ricorrente è d’accordo e che l’accusato ha già scontato otto mesi di carcere nel corso del processo, dichiaro che al prigioniero viene concesso l’indulto. Il caso è chiuso». (Susan Vreeland – “La passione di Artemisia” – Neri Pozza, 2002)

Novembre 2017. “Il fatto che tante donne abbiano trovato il coraggio di di rendere pubbliche le accuse contro Weinstein, Bill Cosby, Roger Ailes e Bill O’Reilly rappresenta una svolta culturale. Un gruppo immenso di vittime ora si sente sollevato. Improvvisamente, si comincia a discutere di una serie di problemi: cosa s’intende per molestie sessuali? Che rapporto c’è tra violenza fisica e  violenza verbale? Gli uomini capiscono che le molestie possono danneggiare una donna?“. (David Remnick – Internazionale n. 1231)

Dicembre 2017. “Oggi sta esplodendo un terzo modo di contestare la forma tradizionale delle identità di genere: le donne che denunciano in massa la violenza sessuale maschile. E’ in corso un cambiamento epocale, un grande risveglio, un nuovo capitolo nella storia dell’uguaglianza. Il modo in cui le relazione tra i sessi sono state regolate e organizzate per migliaia di di anni viene messo in discussione e contestato- E ora la parte che protesta non è una minoranza lgbt+, ma una maggioranza, le donne. Ciò che sta venendo a galla non è niente di nuovo, è qualcosa che noi (almeno vagamente) abbiamo sempre saputo e che  semplicemente non eravamo capaci  (o disposti e pronti a) affrontare apertamente: centinaia di modi di sfruttare sessualmente le donne. Le donne oggi cominciano a far emergere il lato oscuro delle nostre affermazioni ufficiali di uguaglianza e rispetto reciproco, e ciò che stiamo riscoprendo è, tra l’altro, qunto fossero (e siano) ipocrite e unilaterali le nostre crtiche sull’oppressione delle donne nei paesi musulmani: dobbiamo fare i conti con la nostra realtà di abuso e sfruttamento“. (Slavoj Zizek– Internazionale n. 1232)

TERZO FLASHBACK:

È incredibile, ma ancora cinquant’anni fa — come documenta ampiamente Pier Maria Furlan in Sbatti il matto in prima pagina. I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia (Donzelli) — i manicomi erano affollati da donne «sane trattate come pazze solo per punizione». Donne rinchiuse perché avevano palesato un «temperamento ostinato e ribelle», compiendo «fughe frequenti e immotivate da casa», cercando la compagnia di «uomini di qualunque ceto e condizione». In alcuni casi erano accusate di essersi rese protagoniste di litigi «con la portiera e i vicini di casa». In altri di aver condotto «vita irregolare con spiccate tendenze erotiche e rifiuto di qualsiasi ordine o minima regola di vita». Talvolta di aver «tralasciato le preoccupazioni per la famiglia» e qualcuna di aver preferito spendere «sconsideratamente il denaro che il marito le affidava». Oppure di aver esibito, a detta dei parenti più stretti, un «comportamento inadeguato» e «abnorme in campo sessuale».

Qualcuna, anziché dedicarsi alle «faccende», aveva cominciato a «uscire molto spesso e a dimenticare l’ora del rientro a casa». Suo padre raccontava di aver fatto tutto il possibile «per frenarla, ma lei non voleva sentire niente, né consigli, né minacce». Per giunta aveva gettato l’ombra del disonore sulla famiglia «perché la si vedeva spesso coi giovanotti». Un’altra era stata considerata affetta da «disturbi sotto forma di intolleranza alla disciplina familiare» che la portavano a compiere «conquiste amorose, fughe da casa». Un’altra ancora era ripetutamente fuggita dalla famiglia e — a detta dei suoi parenti — aveva preso l’abitudine a «sperperare il proprio denaro regalandolo e facendo acquisti non necessari» (ma i medici avevano accertato che questa «alterazione psichica» si era manifestata dopo che era stata «ripetutamente percossa alla testa con un bastone dal proprio marito, riportando contusioni multiple al capo»).

In qualche caso, dopo che il medico di famiglia aveva diagnosticato «isterismo di alto grado», gli psichiatri, avendo tenuto la paziente in osservazione per oltre un mese, l’avevano considerata «rassegnata per la sua sorte tragica», ma «perfettamente orientata e cosciente» e l’avevano restituita alla famiglia (uno zio che la maltrattava), specificando che non riconoscevano in lei «alcuna malattia mentale».

Questo genere di medici più scrupolosi erano, però, un’eccezione. Quasi sempre la diagnosi di «comportamento quanto mai strano e dovuto senza dubbio a squilibrio mentale» (o cose del genere) era sufficiente per rinchiudere molte di queste povere persone in pubblici lager per malate di mente. Sul finire degli anni Sessanta alcune giovani erano state ricoverate a forza con l’accusa di essersi allontanate da casa e dal lavoro «per unirsi con i capelloni» o perché erano andate «nelle bettole a fare l’amore».

Qualcosa del genere si prolungò ancora per anni e anni. Praticamente fino al 13 maggio del 1978, quando fu approvata la cosiddetta legge Basaglia. Incredibile“. (Paolo Mieli, il Corriere sul della Sera 12 dicembre 2017 – Il pretesto della pazzia. Le donne ribelli o vittime di violenza erano spesso rinchiuse in manicomio)

Incredibile, ma vero. Com’è vero il fatto che ciò che sta venendo a galla non è niente di nuovo. Può capitare di vergognarsi anche solo di appartenere allo stesso genere degli squallidi, laidi individui che – appunto – non meritano nemmeno una pallottola. Le mie scuse.

QUARTO E ULTIMO FLASHBACK:

Giuditta che decapita Oloferne”,  di Artemisia Gentileschi, 1620 circa. Galleria degli Uffizi, Firenze.

Quei fanatici così perbene

La torbida e ottusa convinzione di essere portatori di qualche tipo di verità necessaria, considerarsi missionari destinati a salvare l’umanità: è questo il seme in apparenza innocuo, innocente, da cui invece germogliano così spesso le più temibili manifestazioni di intolleranza e di violenza.

In effetti, il germe più o meno occulto del fanatismo si annida non di rado dentro manifestazioni diverse di dogmatismo categorico, di chiusura quando non di ostilità, nei confronti di posizioni considerate inaccettabili. Quella ferma convinzione di essere dalla parte del giusto che scava e si asserraglia dentro di sé, che non contempla né finestre né porte, è la cartina al tornasole di questa malattia, così come le prese di posizione che scaturiscono da pozzi cristallini di sprezzo e repulsione che respingono qualunque altro impulso emotivo. (Amos Oz)

Contrariamente ai luoghi comuni più banali, il fanatico portatore di questo germe così pericoloso non si evidenzia per il suo aspetto, magari per le corna, la coda e la pelle rossa, oppure per il passamontagna, la mimetica e la bandiera nera con lettere arabe. Non vive neanche in una caverna. Al contrario, quasi sempre indossa un rispettabile completo giacca e cravatta, oppure un inappuntabile tailleur-tacco 12, oppure jeans e maglione sportivo. A volte anche pantaloncini corti e scarpe coi tacchetti. O una tonaca, o un grembiule da casalinga. Vive in mezzo  a noi, insomma; a volte può essere un inconsapevole “portatore sano” della malattia (“Perdona loro perché non sanno quello che fanno” disse Gesù), qualcuno invece lo sa benissimo, ciò che sta facendo. Tutti comunque diffondono o tentano di diffondere il loro catastrofico virus.

Si tratta del fanatico perbenista, un “modello sociologico” di cui riporto di seguito tre esempi, ma se ne potrebbero portare altri mille, vicini e lontani. I rispettivi gradi di  colpa o responsabilità sociale, politica o penale sono enormemente diversi e addirittura incomparabili; eppure condividono tutti lo stesso pericoloso, a volte micidiale principio di base: la disgraziata convinzione “missionaria” di cui sopra.

Primo esempio:

Un importante scrittore israeliano, Sami Michael, raccontò un giorno di un lungo viaggio in macchina insieme a un autista. A un certo punto questi cominciò a spiegargli quanto importante, e pure urgente, fosse per noi ebrei “uccidere tutti gli arabi!“. Sami Michael ascoltò educatamente finché l’autista non ebbe finito la sua concione e, invece di scandalizzarsi, di confutare o esprimere disprezzo, gli fece una domanda ingenua:

“E chi, secondo lei, dovrebbe uccidere tutti gli arabi?”

“Noi! Gli ebrei! Bisogna farlo! O noi o loro! Non vede cosa ci fanno continuamente?

“Ma chi di preciso dovrebbe uccidere tutti gli arabi? L’esercito, la polizia? O i pompieri? O i medici in camice bianco con delle iniezioni?” L’autista si grattò il capo, tacque, rifletté sulla domanda e alla fine rispose:

“Bisogna dividerci il compito fra noi. Ogni maschio ebreo dovrà uccidere alcuni arabi”. Sami Michael non si arrese: “Va bene. Diciamo che lei, in quanto cittadino di Haifa, ha in carico un condominio della sua città. Passa di porta in porta, suona il campanello, domanda educatamente agli inquilini: ‘Scusi, siete per caso arabi?’. Se rispondono di sì lei spara e li uccide. Finito di uccidere tutti gli arabi del condominio che le è stato assegnato, scende e se ne va a casa e allora, prima di allontanarsi, sente improvvisamente da un piano alto il pianto di un neonato. Che fa? Si volta? Torna indietro? Sale su per le scale e spara al neonato? Si o no?”. Lungo intervallo di silenzio. L’autista meditò. Alla fine rispose al suo passeggero:

“Senta signore, lei è una persona veramente crudele!“. (Amos OzCari fanatici – Feltrinelli 2017)

Secondo esempio:

Per tutto il processo Eichman cercò di spiegare, quasi sempre senza successo, quest’altro punto grazie al quale non si sentiva “colpevole nel senso dell’atto d’accusa”. Secondo l’atto d’accusa egli aveva agito non solo di proposito, ma anche per bassi motivi e ben sapendo che le sue azioni erano criminose. Ma quanto ai bassi motivi, Eichman era convintissimo di non essere un innerer Schweinehund, cioè di non essere nel fondo dell’anima un individuo sordido e indegno; e quanto alla consapevolezza, disse che sicuramente non si sarebbe sentito la coscienza a posto se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato – trasportare milioni di uomini, donne e bambini verso la morte – con grande zelo e cronometrica precisione. Queste affermazioni lasciavano certo sbigottiti. Ma una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato “normale”, e uno di questi, si dice, aveva esclamato addirittura : “Più normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato,”mentre un altro aveva trovato che tutta la sua psicologia, tutto il suo atteggiamento verso la moglie e i figli, verso la madre, il padre, i fratelli, le sorelle e gli amici era “non solo normale, ma ideale”: e infine anche il cappellano che lo visitò regolarmente in carcere dopo che la Corte Suprema ebbe finito di discutere l’appello, assicurò a tutti che Eichman aveva “idee quanto mai positive” (Hanna Arendt – La banalità del male. Eichman a Gerusalemme – Feltrinelli 2001)

Questo processo diede occasione a molti di riflettere sulla natura umana e dei movimenti del presente. Eichmann, come detto, tutto era fuorché anormale: era questa la sua dote più spaventosa. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee, come lui. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo. (da Wikipedia)

Terzo esempio:

La “logica schiavista”. Ancora: “I soloni dell’immigrazionismo a ogni costo”. I popoli sacrificati “sull’altare di un turbocapitalismo alienante”. Attenzione, questa è forte, sfiora il gioco enigmistico: “Il megafono propagandistico di pseudoclericali irretiti dalla retorica mondialista”. Poi c’è la tipica sostituzione di popoli con “non popoli figli della modernità incontrollata nel nome del progresso”. Chiusura col botto: “Il popolo si ama e non si distrugge”. Tutto col tono di voce un po’ goffo, zoppicante, da poesia ripetuta a pappagallo senza coglierne il 10% del significato, da studentello per cui un 6 in pagella era un’impresa da festeggiare. Poi il trombettiere dei fascisti del Veneto Fronte Skinhead, evidentemente selezionato dopo un’attenta analisi del timbro di voce, ripiega soddisfatto il foglietto.

Stiamo parlando della violenta interruzione avvenuta martedì scorso a Como, [28 novembre 2017, NdR] in una sala al primo piano del Chiostrino di Santa Eufemia, mentre era in corso una riunione di Como Senza Frontiere. Una rete che unisce decine di associazioni locali a sostegno dei migranti. Volontari, gente che dopo una giornata di lavoro, sacrificando magari una cena in famiglia, stava tentando di coordinarsi per accogliere al meglio chi ha bisogno. Anche per mitigare i problemi sul territorio. Gente, insomma, che si sporca le mani ogni giorno e ha poco da spartire con le chiacchiere da social network e le sfilate da bulletti di quartiere. (da Wired.it)

Come notiamo dal filmato, che loro stessi desideravano fosse diffuso, questi ragazzi con le teste rasate hanno tutti le facce da bravi ragazzi di buona famiglia, puliti ed educati coi loro bomberini neri. Uscendo dalla sala hanno anche cortesemente concesso il permesso di proseguire (“Adesso potete continuare…“) la riunione che avevano appena interrotto. Hanno solo trascurato di precisare un dettaglio molto importante: fino a quando, precisamente, secondo loro questo genere di riunioni potranno continuare?

Di fake news e (di)speranza

Fare pulizia delle fake news. Bloccare i teppisti da tastiera. Inseguire chi diffama, inneggia al fascismo, attenta alle istituzioni democratiche cavalcando le piattaforme social. È il cuore del progetto di legge targato PD che sarà depositato nelle prossime ore al Senato dal capogruppo dem Luigi Zanda. Con una rivoluzione copernicana importata dalla Germania: gli spazzini della Rete dovranno essere i social network. A Facebook, Twitter, Instagram spetterà infatti filtrare le segnalazioni degli utenti. Vigilare. E se falliranno, la sanzione sarà salatissima: mezzo milione di euro per ogni singolo caso, cinque milioni per gli errori “di sistema”. (La Repubblica, 27 novembre 2017 – Fake news, legge del PD multe fino a 5 milioni – di Tommaso Ciriaco e Annalisa Cuzzocrea)

Dichiarare guerra alle “fake news” è giusto: ma come non vedere che la pretesa di trasformarle nel “grande problema della democrazia moderna” diventa essa stessa una fake news?” scrive Massimo Giannini sullo stesso giornale, in un commento dal titolo significativo: “L’Italia della disperanza“. E spiega:  “Tanti anni fa Josè Donoso scrisse un magnifico romanzo sul suo Cile: “La disperanza”. Credo che questo sia oggi lo stato d’animo prevalente di tanti italiani: la disperanza, cioè la condizione esistenziale e morale di chi ha già varcato i confini del disincanto ma non ha ancora raggiunto quelli della disperazione.

Continua poi Giannini: “Questa Italia si comporta oggi come Donoso diceva nell’87: «Tutto quello che puoi fare è il piccolo, inglorioso lavoro di sopravvivere, in attesa di un cambiamento” che non arriva mai. Mezzo Paese diserta le urne: non crede più a Renzi, non crederà mai a Grillo, non vuole credere di nuovo a Berlusconi. Considera inaccettabile il “ricatto” sul male minore (scegli il Cavaliere o Di Maio? Come dice Michele Serra “meglio la cicuta”, a sapere dove comprarla). Ritiene improbabile il “riscatto” del PD renziano (“unico argine ai populismi”? Nei sondaggi i populismi avanzano, l’argine salta).

Eppure è a questa “Italia della disperanza” che la politica dovrebbe riprovare a parlare. Di Maio ci prova con le solite pezze a colori, e M5S ha esaurito il suo potenziale: a Ostia e in Sicilia raddoppia i consensi ma non drena voti dall’astensionismo. Alla faccia della “rivoluzione culturale”.

Come sempre, è questione di punti di vista: “Walter Quattrociocchi ha spiegato che “la verità è percettiva”: se è così, quali sono le “true news” del PD, contro le “fake” fabbricate da Casaleggio e Salvini?“. Personalmente credo fino a un certo punto a certe notizie. Posso forse credere, sottolineo forse, che Silvio Berlusconi sia stato ancora una volta intervistato da Fabio Fazio in prima serata a “Che tempo che fa“.  Posso perfino credere (per quanto ciò sia stupefacente) che Eugenio Scalfari, intervistato da Giovanni Floris a “Dimartedì“, dichiari che tra Berlusconi e Di Maio preferirebbe votare il primo. In fondo, una delle poche sicurezze della vita è che per tutte le classi dirigenti l’imperativo è l’autoconservazione.

Però c’è un limite a tutto. Come nei casi delle scie chimiche, dei gattini nei vasi, dei vaccini-autismo e di tante altre analoghe stupidaggini: quante sono le fake news inverosimili che vengono irresponsabilmente messe in giro tutti i giorni che dio manda in terra? Solo i più ingenui possono cascarci sempre. Ma non tutti, e non certo io. Io non ci casco. Per esempio, un’altra palese bufala che circola di recente è questa:

“Tutti uniti per far diventare il liscio patrimonio dell’umanità attraverso l’Unesco.” (Cesenatoday.it)

Sostenere la candidatura all’Unesco del ballo folkloristico romagnolo come “patrimonio immateriale dell’umanità”: è il tema della risoluzione firmata dal Partito Democratico con Manuela Rontini prima firmataria. Si tratta di una proposta lanciata dalla presidente di Apt, Liviana Zanetti, che ha già raccolto “numerosi consensi da parte di amministratori e imprenditori del mondo turistico”.  (bologna.repubblica.it)

… E così è nata la proposta: far diventare il liscio patrimonio immateriale dell’umanità attraverso l’Unesco. L’idea è di Liviana Zanetti, presidente dell’Azienda di promozione turistica dell’Emilia-Romagna, ex assessore comunale a Forlì e politica democratica che qualche anno fa ha sfiorato l’elezione al Senato. «L’iter è lungo, ma il traguardo è raggiungibile», ha detto.

La proposta è maturata nell’ambito della Notte del Liscio, l’evento che lo scorso fine settimana ha animato la Romagna con la sua musica più tradizionale, un evento promosso dalla Regione e finalizzato a rafforzare la proposta turistica romagnola, come spiegato dall’assessore al turismo Andrea Corsini, ravennate e uomo di fiducia del governatore Stefano Bonaccini….” (italiaoggi.it)

Per dimostrare l’assurdità della presunta richiesta, propongo di seguito un classico esempio dell’insulso  “liscio” tradizionale, genere “musicale”, per definizione insipido e superficiale, che qualcuno (ma vi par possibile?) propone addirittura di candidare come “patrimonio immateriale dell’umanità” (sic!):

Che questa paradossale iniziativa venga proposta dalla stessa classe politica che il primo giugno 1980 portò in Piazza Maggiore a Bologna i  Clash per un concerto gratuito, è una cosa che non può essere vera. Deve essere per forza falsa. Se non lo fosse, infatti, dai confini del disincanto (dalla disperanza) avremmo già raggiunto quelli della disperazione. Perciò per me non è vero niente, si tratta dell’ennesima bufala. Non ci voglio credere. Anche perché, se fosse vera, si spiegherebbero davvero troppo facilmente tante cose.

P.S. Mi sovviene ora che l’assessore Corsini è lo stesso che  intendeva posticipare l’ingresso in aula degli studenti al terzo lunedì di settembre, per «allungare» l’estate e gonfiare l’indotto della riviera romagnola. Non sarà mica che…. ?!?

 

 

Inconvenienti dell’intelligenza emotiva

Ricevo – I’m very onored for this – questa nota dal prof.  John Hawthorne, che ringrazio di cuore:

“…I noticed you are linking to a post regarding being emotionally intelligent. I’d like to get your opinion on an article I recently wrote which is on the downsides. I figured it is not a common stance on the topic and you might be interested….”

Poiché sono molto interessato, apprezzo e condivido il contenuto dell’articolo, ne propongo di seguito la mia traduzione. Eccola:

SE HAI UN’INTELLIGENZA EMOTIVA, FAI ATTENZIONE A QUESTI SVANTAGGI

L’intelligenza emotiva (IE) è un dono meraviglioso. Ti rende sensibile ai sentimenti degli altri, ti dà la capacità di controllare le tue emozioni e ti permette di utilizzarle sempre al meglio.

Ognuno di noi ha avuto a che far con qualche persona di scarsa intelligenza emotiva. E’ una cosa davvero frustrante. Se gli dici che hai un problema oppure che ti senti un po’ giù, loro ti guardano come se fossi un androide. E’ una cosa che  proprio non riescono a capire.

Oppure se vedono che sei perfettamente calmo nel bel mezzo di una situazione caotica, ne concludono di avere a che fare con un qualche tipo di extraterrestre, dal momento che non ti arrabbi o non ti metti in posizione fetale per il panico. La realtà invece  è molto più semplice: ed è che hai un’intelligenza emotiva piuttosto alta.

Il ricercatore Daniel Goleman la mette giù così:

“Se le vostre capacità emozionali non si fanno sentire, se non possedete auto-consapevolezza, se non riuscite a controllare le vostre angosce, se non siete capaci di empatia e di reale disposizione alle relazioni, allora non importa quanto intelligenti voi siate: non farete comunque molta strada.”

Ma avere un’intelligenza emozionale non è tutto rose e fiori. Ogni dono comporta infatti una sfida. Per esempio, i capi troppo forti possono essere tirannici, i geni creativi possono avere problemi organizzativi.

La natura dell’uomo è fatta così: siamo tutti in qualche maniera imperfetti e difettosi.

Chi  possiede un’intelligenza emotiva, comunque, deve assolutamente essere consapevole degli svantaggi che comporta questo dono. Chi invece non lo è, deve riuscire a trovare se stesso affrontando situazioni impegnative o addirittura pericolose. Può sembrare un’affermazione estrema, ma le cose stanno così.

Quali sono allora questi svantaggi? Approfondiamo un po’ meglio la questione.

DEVI ACCETTARE I COMPROMESSI

Nel caso tu possieda un’intelligenza emotiva, allora sei anche molto ben consapevole di ciò che gli altri pensano o sentono in ogni determinata situazione. Ma se da un lato questo fatto può essere positivo, dall’altro invece può condurti a sbagliare nella scelta tra le tue stesse sensazioni.

Per fare un esempio, potresti dire al capo che ti avesse chiesto di modificare leggermente i dati finanziari che questo è sbagliato. Ma potresti anche al tempo stesso renderti conto che lui, in questa situazione, si trova in difficoltà perché sta rischiando il posto di lavoro.  Nonostante tu sappia che non dovresti farlo, potresti quindi essere tentato di fare ciò che ti viene richiesto proprio perché senti il peso delle sue emozioni.

POTRESTI ESSERE TENTATO DI MANIPOLARE GLI ALTRI

L’altra faccia della medaglia è che la tua intelligenza emotiva può darti la tentazione di manipolare il prossimo, intenzionalmente o meno. Le emozioni infatti sono molto motivanti per gli esseri umani, quindi possono essere utilizzate per fare pressione sulle persone e far eseguire determinate azioni.

Alcuni soggetti, soprattutto quelli piuttosto narcisisti e con tendenze sociopatiche, possono essere molto abili nel manipolare la particolare sensibilità delle persone dotate di intelligenza emotiva.

Estremizzando il concetto, Adam Grant scrive:

Riconoscendo il potere delle emozioni, uno dei più influenti leader del ventesimo secolo ha speso lunghi anni per studiare gli effetti emozionali del proprio linguaggio del corpo. Esercitare i suoi gesti manuali e analizzare le immagini dei suoi movimenti gli ha permesso di diventare “un avvincente oratore pubblico”, ha detto lo storico Roger Moorhouse. – Ci ha lavorato sopra davvero duramente.” Si chiamava Adolf Hitler.

Oppure, come ulteriore esempio, poniamo che tu chieda ad un collega di aiutarti in un determinato progetto. Dal momento che  riesci a interpretare le reali emozioni delle persone, capiresti se lui sta cercando di rifiutarsi e non sa come fare. In quel momento puoi essere tentato di utilizzare le tue capacità per forzarlo ad aiutarti, nonostante la consapevolezza che questo sia contrario alla sua volontà.

In proposito, il dott. Martin Kildare, presidente del Management Comportamentale all’ University College London, ci induce a riflettere con la seguente affermazione:

[Alcune persone con intelligenza emotiva possono] modellare le proprie emozioni al fine di produrre impressioni favorevoli di se stessi. Il mascheramento strategico delle proprie emozioni e la manipolazione di quelle altrui per fini strategici sono comportamenti evidenti non solo nel teatro di Shakespeare, ma anche negli uffici e nei corridoi nei quali potere e influenza vengono commercializzati.

Naturalmente, se sei consapevole di questa tendenza, puoi attivare azioni specifiche per contrastarla. Puoi ad esempio rassicurare le persone dicendo loro che comunque hanno sempre la possibilità di dirti di no, ed essere particolarmente cauto nel fare pressione emotiva sul prossimo.

POTRESTI PREVENIRE LE OPINIONI CRITICHE  ALTRUI

Se hai un’intelligenza emotiva, sai bene come comportarti per condizionare un pubblico. Sai quindi come utilizzare le tue emozioni, le tue parole e anche le tue  espressioni facciali per massimizzarne l’impatto.

Consideriamo per esempio  Steve Jobs. Egli è stato capace di convincere milioni di persone ad acquistare i suoi prodotti grazie ad un’incredibile abilità oratoria. L’iPhone è forse  il miglior prodotto tecnologico di tutti i tempi? Probabilmente no, ma Steve Jobs ci ha invece convinti che lo sia.

Nel suo libro “Steve Jobs”, Walter Isaacson scrive che un collega di Jobs ha detto:

Steve possiede un campo di distorsione della realtà.  In sua presenza, la realtà risulta malleabile. Lui può convincere chiunque di qualsiasi cosa. Poi la cosa ti passa quando lui non è più nei pressi, ma questo fatto rende comunque difficile farti un quadro davvero realistico delle situazioni.

Se hai un’elevata IE, potresti quindi essere tentato di utilizzare tecniche di “distorsione della realtà” simili a questa. Sollecitare le emozioni, piuttosto che aiutare ad affrontare i problemi con pensiero critico, in genere conduce a prendere decisioni tutt’altro che valide.

Un modo molto semplice per evitare che questo succeda, è quello di fare in modo che le persone abbiano tempo sufficiente per elaborare quanto viene loro richiesto e consentire di fare domande prima di attivarsi in proposito. Le emozioni tendono a sfumarsi nel tempo, e questo permette alla gente di ragionare più criticamente e con più cura sull’intero quadro della situazione.

POTRESTI AVERE DIFFICOLTÀ NEL DEFINIRE LE PRIORITÀ’

Se hai un’intelligenza emotiva, probabilmente eccelli negli impegni faccia a faccia. Sei sensibile alle necessità altrui, quindi sei anche in grado di corrispondere alle loro emozioni e sai cosa sia necessario per farli sentire apprezzati.

Ma può essere difficile applicare questa grande talento quando si ha a che fare con gruppi di molte persone. Nel caso tu sia un leader, comunque devi gestire molte esigenze in competizione tra loro. Devi quindi essere in grado di gestire incontri di gruppo e tentare necessariamente di realizzare gli inevitabili compromessi. Al tempo stesso, sarai allora consapevole della frustrazione di una persona e della soddisfazione di un’altra. Il che ti creerà un peso.

Queste emozioni conflittuali possono rendere difficile risolvere davvero le priorità conflittuali che si verificano in qualsiasi organizzazione strutturata. Può succederti di sentire un costante senso di colpa, oppure di non essere abbastanza equilibrato con tutti. Nonostante tutto questo sia davvero difficile, devi comunque portare questo peso.

Se il tuo desiderio è di dirigere, devi essere consapevole che all’interno del”pacchetto” del tuo mestiere  questo è incluso in partenza. Non è che sia un tuo problema particolare o un difetto innato. Ogni leader deve affrontare molteplicità di desideri e dire di no ad alcune persone.  Non dovresti prenderla come fatto un personale.

LE TUE CAPACITA’ POTREBBERO NON ESSERE VALORIZZATE

Nel tuo ambiente di lavoro, potresti trovare che qualcuno non valorizza la tua intelligenza emotiva come ti sembrerebbe giusto. In mestieri che hanno a che fare con il trattamento di numeri o dati, come ad esempio nell’amministrazione o nell’informatica, si tende a valorizzare maggiormente le capacità analitiche rispetto a quelle emozionali.

Di conseguenza, sfortunatamente può succedere che la tua intelligenza emotiva venga ignorata o perfino disprezzata. In questi casi, potresti sentirti scoraggiato o frustrato, e avere la sensazione che i tuoi suggerimenti e le tue idee non siano necessarie.

E’ allora essenziale ricordare che in ogni mestiere l’intelligenza emotiva è comunque un talento molto prezioso. Anche nelle professioni relative alla gestione dati, si dovrà comunque lavorare in qualche modo con altre persone. Si dovrà per forza interagire con managers, colleghi e clienti. Ci sarà anche bisogno di gestire dal punto di vista emozionale riunioni importanti. Nonostante possa apparire che tutto questo non venga apprezzato, le tue capacità rimangono fondamentali.

CONCLUDENDO

L’intelligenza emotiva è un talento formidabile. Essa ti rende empatico, intuitivo sulle gioie e gli sforzi altrui e ti aiuta a gestire le emozioni nel modo più opportuno. Ognuno di noi usufruisce di qualche tipo di sensibilità emozionale.

Ci sono delle controindicazioni in tutto ciò? Ovviamente sì. Ma se sai  porre la giusta attenzione e conosci le tue debolezze, puoi effettivamente tutelarti e proteggerti da questi aspetti negativi.

In conclusione, si può affermare che è comunque molto meglio possedere un’intelligenza emotiva, piuttosto che essere privi di sensibilità nei confronti del prossimo. L’intelligenza emotiva è un dono da apprezzare, e non un difetto da criticare. Il nostro mondo sarebbe un posto davvero migliore se ognuno di noi avesse un po’più di intelligenza emozionale.

Leo Buscaglia ha detto:

“Troppo spesso sottovalutiamo il valore di un contatto, un sorriso, una parola cortese, un ascolto, un complimento onesto, o il minimo gesto di interesse, ognuno dei quali ha il potenziale di cambiare una vita.”

Non potremmo essere più d’accordo.

 

 

 

Almeno saperlo

“Nel caso non lo sappia, glielo devono dire. Lo devono mettere seduto su una sedia e costringerlo a sapere che cosa è accaduto, a Marzabotto. Che cosa significa Marzabotto. Non è possibile non sapere, non rendersi conto del significato dei gesti, dei simboli. Non è un lusso che ci possiamo più permettere, come italiani, quello di regalare agli stupidi e agli ignoranti il permesso di esserlo. Non sanno di Anna Frank, non sanno di Marzabotto, non sanno niente. Portano l’odio senza portarne il peso: è troppo comodo. Almeno saperlo, se si è stragisti, che si è stragisti.” (Michele Serra – L’amaca, La Repubblica 14 novembre 2017)
 “Segna un gol al Marzabotto e fa il saluto romano ai tifosi. Conferma dalla VAR: è un coglione.” (Federico Taddia – Il bolognino, La Repubblica Bologna 14 novembre 2017)
Nell’immagine qui sopra: la bandiera di guerra della Repubblica Sociale Italiana. La RSI fu il regime, esistito tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi dopo l’armistizio di Cassibile. (da Wikipedia)
E’ l’immagine  riportata sulla maglietta scelta da Eugenio Luppi per la partita di Marzabotto.
Signor Luppi si rende conto di cosa ha fatto domenica a Marzabotto? 
“Preferirei non parlarne, ho messo tutto in mano a Morris Battistini, un politico del centro destra di Marzabotto, mi troveranno un avvocato”. (…) 
Perché ha fatto il saluto romano? 
“La verità è che sono stato male interpretato” (Simone Monari – La Repubblica.it).
Adesso è tutto chiaro. Ha scelto una maglietta a caso dal guardaroba (era indeciso tra questa e una di Hello Kitty). Poi stava semplicemente salutando la morosa e il padre che erano in tribuna. Ed è stato male interpretato.
“Uno come Di Canio quando finiva sotto i riflettori per analoghe bravate (mai fino a questo punto, però) poi almeno ringhiava son fascista e me ne vanto, più o meno. La reazione di questo calciatore molto distratto – nei gesti e nel look – è senza onore, per usare una terminologia cara agli ambienti cui si ispira. Farebbe pena pure a un fascista vero. Chissà se ci vuol più coraggio – chiamiamolo così per pietà – a escogitare un simile show premeditato o a dissociarsene in modo così grottesco, patetico?” (Emilio Marrese – La Repubblica Bologna 14 novembre 2017)
P.S. Anche per il cane ha scelto un nome a caso fra i tanti: Benito.

Tutti contro tutti

Il sindaco di Bologna Virginio  Merola e la sua giunta hanno da poco lanciato una “campagna per il risveglio civico” che dovrebbe prendere di mira tutti i comportamenti incivili dei cittadini: «Abbiamo avviato, annunciandoli prima proprio perché il nostro compito è di informare e poi eventualmente reprimere, una serie di controlli verso comportamenti scorretti, pericolosi e maleducati di tutti», scrive Merola. Sanzioni che riguardano non soltanto la mobilità cittadina, «dove sono convinto non esistano categorie così nette» spiega, ma pure il campo della convivenza civile, «dalla cartaccia gettata a terra, ai rifiuti abbandonati, agli scarabocchi sui muri». (Corriere di Bologna, 3 novembre 2017)

Annunciando l’iniziativa su “La Repubblica Bologna”, Eleonora Capelli scrive che “lamministrazione va alla crociata del senso civico e del rispetto delle regole. Dai ciclisti, agli esercenti fino ai frequentatori di piazza San Francesco, il Comune sceglie la “tolleranza zero”. Il sindaco ha annunciato prima di tutto una campagna dei vigili urbani per far rispettare a suon di multe quelle regole che vengono comunemente infrante. «Partirà una campagna di molti giorni per fare presente che non si può andare in bicicletta contromano, ha detto Virginio Merola, che non si può sporcare la città e non si può sostare in doppia fila. Abbiamo bisogno che tutti si adeguino e collaborino, Bologna merita di essere una città civile».”

“Combattere le cattive abitudini urbane partendo dai ciclisti indisciplinati, con multe a chi pedala contromano e a chi percorre i portici a tutta velocità. È la campagna per il senso civico appena lanciata dal sindaco di Bologna, Virginio Merola, che ha deciso un “giro di vite” per le due ruote. Nella città “apripista” per il centro chiuso al traffico, dove è stata costruita anche la tangenziale per le bici, si tratta di una misura molto discussa. Sotto le Due Torri la bicicletta è il mezzo per spostarsi di ogni universitario, di molti residenti in centro e tradizionalmente degli anziani. E i ciclisti ora gridano al tradimento, in pieno allarme smog.”

Così, il giorno dopo: “La campagna per il rispetto delle regole e il senso civico comincia con 46 multe ai ciclisti. Questo il bilancio del primo giorno del “giro di vite” sulle cattive abitudini lanciato da Virginio Merola, che ha detto: «Bisogna tener presente che non si può andare contromano in biciletta, parcheggiare in doppia fila, sporcare la città». Mentre il sindaco annunciava la “tolleranza zero”, 12 vigili in borghese controllavano a tappeto il comportamento dei ciclisti nel centro storico, in particolare in via Guerrazzi, in via San Felice, in Santo Stefano e sotto il portico di via San Vitale. Risultato: 46 multe di cui 22 a ciclisti contromano, 20 alle due ruote che andavano sotto i portici e 4 per transito con semaforo rosso.” Il risultato percepito sembra consistere in una crociata contro la biciclette.

Ovviamente si scatena la polemica: «Se avessimo messo i vigili in borghese a controllare le auto su tre strade com’è stato fatto per le biciclette, quante multe avrebbero fatto?» si chiede l’ex assessore alla Mobilità Andrea Colombo. Molte delle perplessità suscitate dalla campagna contro i comportamenti scorretti di chi pedala sono riassumibili in questa domanda.

I ciclisti sentono che a Palazzo d’Accursio il vento è cambiato e accusano l’amministrazione di essere ora sorda alle esigenze di chi non usa l’automobile per spostarsi. «C’è stato negli anni scorsi un periodo favorevole, di ascolto e ricerca — dice Teresa Carlone di Salvaiciclisti —  ma adesso le politiche sono di segno diverso, ormai sono rimasti solo i T-Days»

«E i riders che si occupano delle consegne di pizza e cibo utilizzando la bicicletta e il motorino come faranno, con questa stretta sulle regole per le biciclette?». Se lo domanda Federico Martelloni, di Coalizione civica, che sul tema dei lavoratori precari costretti a sfrecciare su e giù per la città per piattaforme online come Just Eat o Sgnam ha interrogato ieri il sindaco Virginio Merola in Question time.

Biciclette multate più delle auto. Questo, in estrema sintesi, il primo bilancio numerico della campagna di “Risveglio civico” del Comune — da ieri anche una delega ad hoc in mano al sindaco — che ha messo nel mirino in particolare due comportamenti scorretti e frequenti sulla strada: quello dei ciclisti che viaggiano contromano o sotto il portico e quello degli automobilisti che guidano col cellulare all’orecchio.

Presi di mira perché vanno contromano, i ciclisti passano al contropiede. Montato lo smartphone sulla bici, gli integralisti delle due ruote promettono di fotografare, filmare, immortalare tutti i peccati di automobilisti scorretti e pedoni distratti. E poi di pubblicare i vizi degli altri utenti della strada sui social, in una triangolazione già pronta tra Facebook, che già ha la sua pagina “Salvaiciclisti”, e Instagram, dove la pagina “Malasosta Bologna” abbonda di auto beccate in fallo mentre sostano in doppia fila, in sosta vietata o sulla preferenziale. Una “vendetta” a fin di bene, sostengono. Col rischio però che diventi una campagna da “si salvi chi può” dove alla fine non si salva nessuno. Si potrebbe continuare a lungo, ma la sostanza è, ancora una volta, sempre la stessa: tutti contro tutti.

A questo punto, è meglio precisare che uno dei primi atti del nuovo assessore alla Mobilità, Irene Priolo, è stata l’istituzione della curiosa “motorabile” di via San Felice (vedi sopra) cioè una corsia riservata alle moto (!) in pieno centro storico per aprire alle due ruote motorizzate la preferenziale verso l’omonima porta. L’amministrazione ha poi fatto marcia indietro, ma di sicuro anche questo non è stato un segnale distensivo per ciclisti e ambientalisti.

Aldo Balzanelli, nella sua rubrica domenicale “Profilo Aldo”, scrive giustamente che “A pensarci bene la mobilità cittadina si potrebbe sintetizzare così: il pedone odia il ciclista, che a sua volta odia l’automobilista, che a sua volta mal sopporta gli autobus, che a loro volta vorrebbero far secchi i motorini. E quasi tutti ovviamente dimenticano di essere a volte pedoni, altre ciclisti, qualche volta automobilisti e perfino passeggeri. E che le regole servono proprio a questo, a permetterci di arrivare sani e salvi a casa o al lavoro, sia se ci muoviamo a piedi che con un mezzo di trasporto. Già, le regole. Tornando alle polemiche di questi giorni la questione è semplice. Le regole funzionano se sono certe, se vengono applicate sempre e se valgono per tutti. Altrimenti, anche se sono regole, si trasformano in un’ingiustizia. Quindi sulle biciclette, come su tutto il resto, occorre che le “strette” siano permanenti, non uno spot destinato, dopo un po’, ad essere sostituito da un’altra campagna.”

Ma confesso che la posizione più convincente e più sincera (anche se si tratta di una  posizione politicamente scorretta) mi sembra quella di Romano Montroni:

Indisciplinati sì, ma con giudizio. È una nuova categoria di ciclisti rei confessi, un po’ pentiti, ma comunque dotati di buon senso e del tutto rispettosi. Quella a cui appartiene il libraio più famoso d’Italia, vale a dire Romano Montroni, pedalatore convinto da sempre. Montroni, si può essere davvero indisciplinati ma rispettosi? «Sì, se questo vuole dire essere consapevoli di infrangere una regola, ma senza divenire arroganti, tipo quelli che vanno sparati sotto i portici e se protesti ti insultano». (Montroni confessa: “Infrango le regole, ma con rispetto” –  intervista di Valerio Varesi su “La Repubblica Bologna”). Scagli la prima pietra chi è senza peccato, insomma. Siamo sinceri: specie in un impero della burocrazia come quello attuale, rispettare SEMPRE tutte le regole è oggettivamente impossibile e forse tendenzialmente maniacale.

Concordo in pieno, le parole chiave sono come sempre le stesse due: il rispetto da una parte, la prepotenza dall’altra. ” Ma l’ordine sociale è un diritto sacro che serve di base a tutti gli altri. Tuttavia questo diritto non viene dalla natura; è dunque fondato su delle convenzioni. Si tratta di sapere quali siano.” “Il contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau fu pubblicato per la prima volta nel 1762, mettendo le basi dei principi democratici. Gli stessi principi che vengono giorno dopo giorno smantellati da coloro che credono e professano esclusivamente la legge della giungla, cioè quella del più forte e del potente di turno.

«Juli Briskman, la mamma cinquantenne che il mese scorso alzò il dito medio al passaggio del corteo presidenziale, ha appena ricevuto il benservito dalla Akima, la società della Virginia per cui lavorava. «Quel giorno non ero neanche in servizio », spiega. «Ma mi hanno accusato di aver violato il codice di condotta aziendale ».

 Il 28 ottobre, dopo una corsa, stava tornando in bicicletta a casa quando le fu tagliata la strada dal corteo di limousine blindate e gipponi dei servizi segreti che riportavano alla Casa Bianca Trump dopo una partita di golf nel suo resort di Sterling, in Virginia. Indispettita dall’arroganza del sorpasso, la Bricksman staccò dal manubrio la mano sinistra e fece capire le sue opinioni (…) i capi dell’Akima, consapevoli che il governo federale è un loro cliente, non hanno perso tempo, né voluto sentire ragioni.

«Ho spiegato che non ero riconoscibile e che non c’era alcun riferimento all’azienda », ha detto la donna, che aveva postato la foto su Facebook. Non è servito nulla. Quel gesto è stato definito «osceno e scostumato», quindi in violazione del codice che vieta ai dipendenti comportamenti del genere sui social. Risultato: il licenziamento in tronco, anche grazie alle norme che nello Stato della Virginia danno piena libertà ai datori di lavoro di mandar via chi vogliono, in qualsiasi momento e senza vere spiegazioni. Ma Juli non si pente affatto della sua protesta solitaria, che ne ha fatto un’eroina del web: #shefor2020: lei per il 2020, anno in cui ci saranno nuove elezioni, hanno twittato migliaia di persone. E dice con senso di sfida: «Se capitasse di nuovo, lo rifarei subito». (Arturo Zampaglione – La Repubblica)

Più che giusto. Lo rifarei anch’io. In fondo tutto il resto è solo oscena e scostumata ipocrisia.

Nell’immagine qui sopra: “L.O.V.E.” scultura comunemente nota come “Il Dito”, di Maurizio Cattelan, 2010. Il nome è un acronimo di «libertà, odio, vendetta, eternità».

 

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