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Le confessioni di un architetto

Lo ammetto, sono un architetto. E ammetto anche di non essere particolarmente fiero di appartenere ad una categoria professionale (e intellettuale) la quale, in teoria, avrebbe tutti i mezzi culturali per apportare un contributo positivo nel clima di degrado civile da “fine impero” innegabilmente padrone del tessuto sociale nel nostro paese. L’amara verità è invece che, almeno nel suo complesso e a parte rare eccezioni, all’atto pratico di queste nobili questioni l’architetto non si preoccupa minimamente. Al solito, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare.

Prendiamo il nostro codice deontologico. Il “Preambolo” inizia così: “La professione di Architetto, Pianificatore, Paesaggista, Conservatore, Architetto Iunior e Pianificatore Iunior è espressione di cultura e tecnica che impone doveri nei confronti della Società, che storicamente ne ha riconosciuto il ruolo nelle trasformazioni fisiche del territorio, nella valorizzazione e conservazione dei paesaggi, naturali e urbani, del patrimonio storico e artistico e nella pianificazione della città e del territorio, nell’ambito delle rispettive competenze. Con la sua attività, il Professionista nel comprendere e tradurre le esigenze degli individui, dei gruppi sociali e delle autorità in materia di assetto dello spazio concorre alla realizzazione e tutela dei valori e degli interessi generali; come espressi dalla legislazione di settore in attuazione della Costituzione e nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi
internazionali.” Ecco, qualcuno di noi può affermare in buona fede che la nostra azione in quanto categoria stia perseguendo realmente e nel suo complesso questi obiettivi? Ho i miei dubbi.

Ma non voglio sparare sulla Croce Rossa, anche perché in qualche misura ciò equivarrebbe a dimostrare propensione per la famosa “sindrome Tafazzi”. Per carità di patria, mi limito quindi a riportare alcune citazioni di un articolo-intervista di Francesco Erbani uscito su Repubblica del 12 luglio scorso,  dal titolo Vittorio Gregotti “L’architettura non interessa più a nessuno”  Confesso al tempo stesso che, nel mio piccolo, mi trovo perfettamente d’accordo con il Maestro Gregotti.

Vittorio Gregotti ha chiuso il suo studio d’architetto. Il 10 agosto compie novant’anni, ma il motivo non è solo anagrafico. «L’architettura non interessa più», dice persino sorridendo nel salotto della sua casa milanese 

(…) compio novant’anni, ma cosa sta succedendo nel nostro mondo? Una società immobiliare decide se, con i soldi dell’Arabia Saudita, investire a Berlino, a Shanghai o a Milano, a seconda delle convenienze. Stabilisce il costo economico, compie un’analisi di mercato, fissa le destinazioni. E alla fine arriva l’architetto, a volte à la mode, al quale si chiede di confezionare l’immagine».

Lei fa questo mestiere dall’inizio degli anni Cinquanta: ne avrà visti di periodi bui. O no?

«Certo. Ma non è un caso che nella mia vita sia stato amico più di letterati, di artisti e di musicisti che di architetti. Da Emilio Tadini a Elio Vittorini, da Umberto Eco a Luciano Berio. E poi ho sempre concepito l’architettura come un prodotto collettivo: un valore che si è perso». (…)

Lei si è occupato tanto di letteratura, di filosofia, di musica. Ha fatto il conservatorio. Eppure lamenta che i suoi colleghi oscillano dall’iperspecialismo alla tuttologia.

«Ma mantenere relazioni fra filosofia, letteratura e architettura non è tuttologia. I miei modelli sono il capomastro medievale e il suo sguardo d’insieme. Capii questo a Parigi, nel 1947, dove lavorai nello studio di Auguste Perret. Dovunque girassi incontravo intellettuali che incrociavano le diverse competenze. Tornato a Milano, appena le lezioni del Politecnico me lo consentivano, andavo a sentire Enzo Paci che parlava di filosofia teoretica».

Studiava architettura, ma non le bastava. (…) E i rapporti con gli scrittori?

«Rimasero intensi. Ho anche partecipato al gruppo 63: si ragionava su come vivere il tempo libero senza finire preda del mercato, una questione cruciale per un architetto».

Comunque sempre pochi architetti.

«Gli architetti erano divisi in due categorie. Una prediligeva la natura d’artista e considerava la letteratura o la filosofia discipline distanti. L’altra era quella dei professionisti, che interpretavano il mestiere onorevolmente, ma che non andavano al di là del dato tecnico».

Comunque sia, lei ha sostenuto che allora ci si confrontava con una società in cui prevaleva l’industria. E che oggi, invece, poco ci si rapporta con quella post industriale.

«Oggi non ci si preoccupa di rappresentare una condizione sociale collettiva. È andato smarrendosi il disegno complessivo della città, che viene progettata per pezzi incoerenti, troppo regolata da interessi».

Questo è dovuto all’irruzione del postmoderno?

«Il postmoderno è un’ideologia tramontata. Ma ha avuto effetti significativi. Si è interpretato in modo ingenuo il rapporto con la storia, non ponendosi nei suoi confronti in termini dialettici, ma adottandone lo stile. E l’involucro è stato considerato indipendente dalla funzione di un edificio. Poi il postmoderno ha incrociato il capitalismo globale».

E che cosa è successo?

«Sono saltate le differenze fra culture. Ora ovunque si distribuiscono prodotti uguali. Prevale il riferimento a un contesto globale, che diventa moda, più che a un contesto specifico. Avanzano lo spettacolo, l’esibizione, l’ossessione per la comunicazione».

Mi fa un esempio?

( Sul tavolo davanti al divano pesca una rivista, c’è la foto di un edificio che sembra accartocciato) «Guardi, questo è il centro di ricerca progettato a Las Vegas da Frank Gehry. Gehry è un mio amico, ma ha superato ogni limite nel rapporto fra contenuto e contenitore. È l’ammissione che l’architettura è sfascio».

Le piace la Nuvola di Fuksas?

«Assolutamente no».

E il Maxxi di Zaha Hadid?

«Il suo fine è la trovata, la calligrafia, senza rapporto con la funzione. Queste sono architetture popolari, d’altronde se non fossero popolari non potrebbero esistere. Contengono un messaggio pubblicitario. Anche nel Seicento le facciate barocche delle chiese lo contenevano, ma si riferiva a un universo spirituale. Qui è la moda a dettare le prescrizioni».

Lei ha realizzato il quartiere Bicocca, a Milano, e a Pujang, in Cina una città da centomila abitanti. Ha fatto il piano regolatore di Torino e il Centro culturale Belem a Lisbona. Ha collaborato con Leonardo Benevolo al Progetto Fori a Roma, mai realizzato, purtroppo. Ma le viene spesso rinfacciato il quartiere Zen a Palermo: c’è chi ne invoca la demolizione.

«Lo Zen avrebbe dovuto essere diverso da quel che è stato, una parte di città e non una periferia. Palermo ha il centro storico, le espansioni otto-novecentesche e poi doveva esserci lo Zen, con residenza, zone commerciali, teatri, impianti sportivi. Doveva possedere un’autonomia di vita che non si è realizzata».

È il problema di molte periferie pubbliche italiane. Qualche responsabilità ce l’avete voi progettisti?

«Io non sono per demolire lo Zen o Corviale. Sono per demolire il concetto di periferia, non basta il rammendo. Ci siamo illusi in quegli anni di poterlo realizzare? È vero, ci siamo illusi di costruire quartieri mescolati socialmente, dotati delle attrezzature che ne facevano, appunto, parti di città e non luoghi ai margini. Rispondevamo a un’emergenza abitativa. Ma se noi ci siamo illusi, quello che contemporaneamente si costruiva o quello è venuto dopo cos’è stato se non la coincidenza fra interessi speculativi e l’annullamento di ogni ideale progettuale? Corviale ha un’idea, che andava realizzata. Non è solo un tema d’architettura».

Lei è stato insegnante a Palermo e ad Harvard, a Venezia e a Parigi. Come guarda ai futuri architetti?

«Mi preoccupa il loro disorientamento. Vengono spinti a coltivare una pura professionalità, a saper corrispondere alle esigenze del committente, oppure ad avere una formazione figurativa stravagante e capace di essere attraente. È pericoloso l’abbandono del disegno a mano. Con il computer si è precisi, è vero, ma non si arriva all’essenza delle cose. I materiali dell’architettura non sono solo il cemento o il vetro. Sono anche i bisogni, le speranze e la conoscenza storica».

Vittorio Gregotti è l’emblema di una cultura oggi perdente, ma rappresenta anche l’ennesima dimostrazione che la cultura della rottamazione è un vicolo cieco perché butta il bambino con l’acqua sporca ( e spesso solo il bambino) con gravissimi danni per il futuro della collettività. Non si tratta di passatismo nostalgico, il problema è trovare il giusto equilibrio tra gli insegnamenti del passato e le esigenze del futuro. Il periodo artistico e culturale del Rinascimento europeo (e italiano in particolare) sta lì a dimostrarlo. Denunciare a prescindere la “colpa di anzianità” significa nascondere dietro un comodo paravento le proprie reali intenzioni.

Comunque sia, auguri, Maestro.

Il mondo è la mia rappresentazione

Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer inizia con queste parole:”Il mondo è una mia rappresentazione. Questa proposizione è una verità per ogni essere vivente e pensante, anche se solo l’uomo può portarla allo stato di conoscenza astratta e ponderata. Se lo fa realmente, si può dire che in lui è maturato lo spirito filosofico. Allora possiede la completa certezza di non conoscere né un sole né una terra, ma soltanto un occhio che vede un sole, una mano che tocca una terra”

Michel Houellebecq scrive che come prima frase di un libro sia difficile trovarne una più schietta, più sincera: “Schopenhauer è rimasto famoso soprattutto per la sua potente descrizione della tragedia della volontà, e questo, purtroppo, ha avuto la conseguenza di avvicinarlo alla categoria dei romanzieri o, peggio ancora, degli psicologi, e di allontanarlo da quella dei ‘veri filosofi‘”. (In presenza di Schopenhauer – La nave di Teseo, 2017).

Nonostante abbia costruito un sistema filosofico completo, con l’ambizione di rispondere all’insieme delle domande poste dalla filosofia sin dalle origini, Schopenhauer sarebbe quindi più un romanziere che un vero e proprio filosofo. E l’affermazione non sembra affatto costituire un complimento, nonostante provenga proprio da un famoso e affermato romanziere come Houellebecq.

E’ curioso il fatto che il giudizio tutt’altro che lusinghiero su chi scrive romanzi sembra condiviso anche da un altro romanziere professionista e affermato in tutto il mondo come Murakami Haruki. Il quale in  “Il mestiere dello scrittore” (Einaudi, 2017) scrive: “A mio parere, scrivere romanzi non è un’attività consona a un’intelligenza superiore. Naturalmente, in una certa misura intelligenza, istruzione e conoscenze sono necessarie. Io stesso ne posseggo il livello minimo richiesto. (…) Chi è dotato di un intelletto sopraffino, o ha conoscenze molto superiori alla media, non dovrebbe scrivere romanzi, l’ho sempre pensato.

Murakami scrive che ha capito di essere un romanziere nell’aprile del 1978, guardando una partita di baseball: “Me ne stavo sdraiato da solo sul prato e guardavo la partita bevendo una birra (…) Il bel suono secco della mazza che colpiva la palla echeggiò nello stadio. Ci furono degli applausi. Fu in quel momento che, senza una ragione al mondo, tutt’a un tratto pensai: ‘ Sì, anch’io posso scrivere un romanzo’. Ricordo ancora perfettamente la sensazione che provai in quel momento. Avevo afferrato qualcosa che era sceso volteggiando dal cielo”.

La verità è che io stesso non so bene come ho fatto a diventare un romanziere. Non è che avessi quest’obiettivo fin da giovanissimo, che abbia fatto studi particolari per realizzarlo o mi sia esercitato a scrivere testi di prova , salendo gradino per gradino. Come in quasi tutto quello che mi è successo nella vita, ho seguito il corso delle cose, spinto da una qualche energia.”

Sorge allora spontanea l’eterna domanda: perché (e per chi) si scrive? Cos’è la letteratura? E’ diffusa l’impressione che, almeno in Italia, esistano più scrittori che lettori, con conseguente e paradossale situazione di ingorgo librario da pubblicazioni inutili e del tutto superflue. Come scrive Massimo Gramellini sul Corriere della Sera: “un’istantanea nitida della meravigliosa società civile. Una miriade di clan familisti, ciascuno dei quali nutre un profondo interesse per il proprio ombelico e altrettanto disinteresse per quello degli altri, con i quali condivide unicamente la diffidenza mista a disprezzo verso la tribù comune”.

Lasciamo perdere questo trascurabile (e deleterio) aspetto, occupiamoci invece del “sacro fuoco” che spinge a scrivere per davvero (il che costituisce il contrario dell’ ostentazione). Murakami risponde così alla domanda: “La verità, in un certo senso, è che scrivo per me stesso (…) Trasformare in un testo alcune immagini che avevo dentro di me, in un linguaggio che mi convincesse, mettendo insieme nel modo giusto le parole… non pensavo ad altro (…) Forse avevo anche un obiettivo “terapeutico”. Perché ogni creazione letteraria contiene in qualche misura lo scopo di migliorare se stesso.”

Questa è una faccia della medaglia, l’altra è la seguente: “Eppure, quando mi chiedono se io veramente  scriva pensando solo a me stesso, rispondo: “No, evidentemente non è così (…) in quanto scrittore professionista, quando scrivo di solito ho in mente i miei lettori. Dimenticarli – ammesso che lo voglia fare – non è possibile, e non sarebbe una cosa assennata (…) L’importante, quello che non deve essere interscambiabile, è il legame tra me e queste persone. Non so dove e in che modo, ma ho la sensazione che in un luogo profondo, buio, le mie radici e le loro siano connesse. Trattandosi di un luogo troppo remoto, non è possibile esplorarlo. Ma attraverso il sistema del racconto, riusciamo a percepire questo legame. Una sensazione vivida di nutrimento che va e che viene.”

Non so come sia possibile esprimerlo meglio di così. Se il mondo è la mia rappresentazione, allora la parola chiave, a mio parere, è condivisione. Condivisione delle radici, non dell’apparenza. Il contrario dell’ostentazione, appunto. “… le grandi doti mentali rendono chi le possiede estraneo agli altri uomini e alle loro attività, giacché più ne possiede in sé e meno può trovarne in loro e per cento cose che a loro procurano grande soddisfazione a lui sembrano insulse e ripugnanti; forse la legge di compensazione che regna ovunque fa sentire anche qui il proprio ascendente…” (Schopenauer – Aforismi sulla saggezza nella vita. Introduzione). Altro non saprei dire. Se non trattando appunto di un esempio contrario, quello dell’ostentazione del proprio ego, l’esibizione della solita presunta diversità, intesa come superiorità, è ovvio. E’ il caso, mi pare, di Valeria ParrellaEnciclopedia della donna. Aggiornamento (Einaudi, 2017). Che nelle note di copertina si presenta così:

“L’Enciclopedia della donna uscì negli anni Sessanta, ed esponeva in modo chiaro e definitivo tutto quello che una donna era tenuta a sapere. Dall’alimentazione allo sport, dalle regole per essere un’impeccabile padrona di casa a quelle da imporre ai figli. Mancava (e manca tuttora) un solo argomento: la fica.

Ecco qualche breve estratto dal testo:

“Con Francesco ci vedevamo in pausa pranzo già da  un po’: avevo appena concluso un trimestre lesbo e lui appartiene a una delle mie categorie preferite: il colletto bianco.” (pag. 23)

“La manovalanza e i colletti bianchi sono di gran lunga da preferire ai professori universitari, ricercatori associati, o ordinari. Agli intellettuali in generale, e soprattutto agli artisti, ai registi. Non ho casistica sui giornalisti, ma conto di farmela.” (pag. 27)

“Francesco lo chiama “bacio appassionato”, ma è stata la prima volta che gliel’ho preso tutto in bocca.” (pag. 51)

“Io fin dalle fasce sono solita dividere l’umanità in due macrocategorie: le persone scopabili e quelle non scopabili.” (pag. 76)

“Questo aggiornamento parla di fica, è per questo che vi si trovano poche altre strade. Il culo non sarà mai una fonte primaria di piacere, e per i miei gusti neanche secondaria, Bianca da una decina d’anni sostiene il contrario.” (pag. 87)

“Bisogna scopare prima che sia troppo tardi. Bisogna scopare appena si può. Bisogna scopare.” (pag. 100)

“Efficace. Resistente. Robusto. La lunghezza è variabile, a seconda della parete. Ma sotto un minimo non si scende, mi dispiace. Non è colpa di nessuno, non verranno giudicati per questo, ma piccolo non va bene, non dà nessun piacere, decade il principio della donna vaginale, torna quello della donna clitoridea e quindi non ha nessun senso andare con un uomo”. (pag. 104)

Se dell'”Enciclopedia della donna” anni sessanta si poteva tranquillamente fare a meno, altrettanto si può dire per l'”aggiornamento” dell’anno duemila e diciassette. Due facce di una stessa superfluità. In fondo anch’esso denuncia ormai una comoda posa conformista, confezionato in modo commercialmente utile e adeguato ai propri tempi. Solo che quest’ultimo è a firma individuale. La domanda comunque rimane sempre la stessa: perché (e per chi) scrive Valeria Parrella? Per i Murakami o Schopenhauer a occhio direi proprio di no.

Libertà, no grazie.

Il Grande Inquisitore  è il titolo di un capitolo del romanzo I fratelli Karamàzov di Dostoevskij. “Di quanta emancipazione è capace l’uomo?” è il grande interrogativo che ci pone in esso appunto il Grande Inquisitore. “La libertà è la sola cosa che gli uomini non desiderano affatto, o almeno così sembra, per la semplice ragione che se la desiderassero l’avrebbero”, aveva risposto con un anticipo di circa 330 anni  Étienne de La Boétie. Il Discorso sulla servitù volontaria (Discours de la servitude volontaire o Contr’un) è la sua opera più nota; fu redatto probabilmente intorno al 1549 e fu pubblicato clandestinamente nel 1576 con il titolo di Il contro uno.

L’oppressione si regge strutturalmente sulla connivenza delle sue vittime: “Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi“, questo recita il teorema di La Boétie in un testo che non seduce certo con tenerezza: strappa infatti dal volto una maschera consolante, per affibbiarci quella di complici seriali della presunta fonte di tutte le nostre disgrazie sociali, come scrive Enrico Donaggio, traduttore e autore dell’introduzione nell’edizione Feltrinelli (Universale Economica, 2016).

Scrive Donaggio che La Boétie elenca almeno quattro cause estrinseche della servitù volontaria: 1. l'”abitudine” impartita da famiglia, contesto e tradizione, che contribuisce in modo decisivo a cementare l’oblio della libertà, instillando una condiscendenza ovvia e acritica verso la subordinazione; 2. le merci dell’industria culturale e gli slogan della propaganda pubblicitaria e politica: un’intuizione che anticipa di quasi cinquecento anni le analisi della società dello spettacolo; 3. una certa forma di convenienza, illustrata con l’immagine omerica della “corda di Giove: le briciole  e la corruzione che cadono dal tavolo del padrone nutrono una sterminata schiera di subalterni, avvelenando l’intero corpo sociale; 4. il mistero, il velo o la maschera, dietro cui da sempre il potere nasconde il proprio volto, generando un’ingannevole fantasmagoria.

Già Henry David Thoreau, che nacque esattamente duecento anni fa e visse due anni in una capanna in riva a un lago (li racconta in Walden, ovvero la vita nei boschi) fece “Disobbedienza civile” sostenendo che il cittadino può non obbedire se non è d’accordo con le direttive del suo governo. Ma noi italiani cosa ne pensiamo? Massimo Cacciari  parla del nostro carente senso di appartenenza (di certo non abbiamo il culto della bandiera degli americani, inglesi, francesi…), del nostro non essere un vero popolo nel significato che la parola ha assunto nel periodo romantico, passato poi nei vari movimenti di liberazione nazionale o sociale.

Filippo La Porta elenca lucidamente molte delle nostre caratteristiche: “In Italia disponiamo storicamente di innumerevoli risorse, sia naturali che umane (arte di arrangiarsi, creatività spontanea, genialità nel gestire il quotidiano) e inoltre vantiamo una tradizione letteraria ricca e variegata. Però è altresì indubitabile che presentiamo in scarsissima misura altre attitudini individuali e altre caratteristiche della vita civile. Le elenco velocemente:

1. senso dell’individuo, ostinato e geloso della propria autonomia (da noi prevalgono famiglie e corporazioni); 2. passione – e ricerca – della verità (da noi la verità non si indaga ma si insabbia, come diceva Flaiano, o non ci si crede proprio); 3. fiducia in una razionalità laica, illuministica (la quale ci appare invece noiosa, priva di fantasia); 4. cognizione e senso del conflitto bene-male (per noi contano sempre di più i prosaici conflitti di interesse); 5. fiducia nella realtà (una realtà che, benché instabile, opponga una resistenza, che non si risolva tutta in parole e che sia in qualche modo cogente); 6. esperienza dell’avventura (la centralità della famiglia è incompatibile con l’avventura: in Italia abbiamo tutti una mentalità da ‘assistiti’, perfino i gangster e gli artisti!); 7. fede ingenua, utopica in una qualche giustizia finale.”

Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore” è un altro famoso aforisma di Ennio Flaiano. Un confronto anche superficiale tra gli elenchi di La Boétie e di La Porta riportati sopra non possono che confermare – in termini che definirei tanto “scientifici” quanto drammatici – la nostra forte, fortissima propensione alla “servitù volontaria”. Il che potrebbe anche costituire una scelta consapevole e in qualche modo più che dignitosa. In “La Valle dell’Eden di Steinbeck, ad esempio, uno dei pochi personaggi saggi e “positivi” è Lee, servitore cinese, il quale a chi gli chiede perché si accontenti di stare a servizio, risponde così:

“Non so dove sia nato il disprezzo per il mestiere del servitore. E’ il rifugio del filosofo, il cibo del pigro e se lo fai bene è anche una posizione di potere, e di amore. Non capisco perché non siano di più le persone intelligenti che lo scelgono come carriera, che imparano a farlo bene e ne raccolgono i benefici. Un bravo servitore sta in una botte di ferro non per via della bontà del suo padrone ma grazie all’abitudine e all’indolenza. E’ dura per un uomo abituarsi a nuovi sapori e a riporre i calzini. Piuttosto che cambiare abitudini si terrà un cattivo domestico. Ma un buon servitore, e io sono un servitore perfetto, tiene in pugno il suo padrone.”

Il nostro  problema è che non ci accontentiamo nemmeno di diventare perfetti servitori:

Il servitore di due padroni, meglio noto come Arlecchino servitore di due padroni, è una celebre commedia di Carlo Goldoni, scritta dall’autore veneto nel 1745.  Al centro della commedia troviamo Truffaldino, servo di due padroni, che, per non svelare il suo inganno e per perseguire il suo unico intento, ovvero mangiare a sazietà, intreccia la storia all’inverosimile, creando solo equivoci e guai. (da Wikipedia)

La maschera di Arlecchino credo descriva al meglio la nostra attitudine “culturale” o caratteriale in quanto italiani. Prima di decidere chi servire, aspettiamo di capire chi vincerà. Nel frattempo, aspettiamo affacciati alla finestra. Siamo dei grandi maestri della maschera; quanto poi sia possibile per ognuno di noi riconoscerci in una identità riconoscendola nostra come popolo e collettività, questo rimane un discorso ancora diverso e forse molto più difficile.

 

Harry Potter e i pirati MP3

 

All’inizio di questo secolo, Dell Glover, dipendente dello stabilimento di stampaggio della Universal Music, nella Carolina del Nord, cominciò a commettere un nuovo tipo di reato. A quelli poco informati sugli straordinari progressi della compressione delle registrazioni digitali (e quasi tutti eravamo poco informati, quindici anni fa) non sarebbe sembrato che Glover stesse facendo qualcosa di particolarmente innovativo. Si portava a casa senza autorizzazione il prodotto dei suoi datori di lavoro, come fanno i dipendenti più o meno da quando è stato inventato il concetto di lavoro dipendente. E non è che si fregasse roba del valore di migliaia di dollari: una copia dell’album di Jay-Z “The Blueprint”, per esempio, aveva un prezzo al dettaglio intorno ai 15 dollari e un costo di fabbricazione di appena 2 o 3 dollari. Per certi versi, era come rubare una teiera o un asciugamano. La grande differenza, naturalmente, è che anche oggi digitalizzare un asciugamano e condividere un link su Dropbox con tutti quelli appena usciti dalla doccia è impossibile.

Glover, per disgrazia della Universal Music, era contemporaneamente un esperto di informatica e un membro della Scene, un losco gruppo di appassionati di musica pirateggianti che frequentava le nascenti chat room su Internet cercando di mettere le mani su qualsiasi nuovo album che i giovani potessero voler ascoltare. Quando Glover rubava un singolo cd (e gliene è sempre bastato uno solo), nel giro di poche ore, attraverso la magia della compressione digitale, The Blueprint diventava accessibile, prima della pubblicazione ufficiale e gratuitamente, a chiunque fosse dotato di un modem, in qualsiasi parte del mondo. Nel giro di cinque anni, solo i babbei – cioè chiunque avesse più di trent’anni – si prendevano ancora il disturbo di pagare per comprare musica registrata.” (Nick HornbyIl giorno in cui ascoltare musica diventò gratis – La Repubblica.it)

Durante una riunione nell’istituto tedesco, Karlheinz Brandenburg (ingegnere della Fraunhofer che ha inventato la tecnologia dell’Mp3 dimostrando che esisteva un metodo per registrare un CD occupando un dodicesimo dello spazio), venne ripreso da un collega in modo brutale: “Ehi ma ti rendi conto di quello che hai fatto? Hai ucciso l’industria musicale”.

Quando, nel 1997, Brandenburg improvvisamente si rese conto dei problemi che i suoi Mp3 avrebbero provocato, organizzò un incontro con l’Associazione americana dell’industria discografica, per mostrare loro come fare per rendere più difficile duplicare i file, ma fu messo cortesemente alla porta. Le case discografiche si trovavano benissimo col cd, gli dissero. Nessuno, nel settore, sembrava rendersi conto che avevano già imboccato la strada per la rovina, e che un cd era semplicemente un modo senza futuro per immagazzinare informazioni codificate. Infatti l’industria discografica si è praticamente dimezzata tra il 2000 e il 2007, e l’arrivo di Spotify, con le sue tariffe irrisorie e la sua praticità estrema, ha liquidato buona parte di quello che restava.

In questo libro “la genesi, l’esplosione e la fine della stagione della pirateria viene raccontata da tre punti di vista. Il primo, quello tecnico, con la storia di Karlheinz Brandenburg. Il secondo, quello industriale, attraverso Doug Morris, presidente della Universal Music Group e ultimo residuato bellico dell’industria musicale tradizionale. Il terzo, quello pratico, con l’epopea di Dell Glover, operaio di una fabbrica di cd della Polygram a Kings Mountain, North Carolina: un lavoratore instancabile che, ad un certo punto, ha cominciato a mettere online tutti i cd che gli passavano sottomano. Glover è il «paziente zero», il più grande pirata della storia, l’uomo che «ha distrutto l’industria discografica per rifarsi i cerchioni dell’auto». (Hamilton Santià – Rollingstone.it)”

Ladri da incarcerare o santi da glorificare? Mai come per la storia della musica gratis in download il giudizio finale può situarsi nel mezzo,”  scrive Davide Turrini su Il Fatto Quotidiano.it. Di certo nemmeno l’industria musicale (paradigma dell’intero sistema industriale mondiale) ne esce granché bene: grazie ai soliti accordi di cartello (dimostrati da indagini federali statunitensi) messi in atto dai “Big Six”, poi “Big Five” poi “Big Four”, per aggirare i vincoli del libero mercato (leggi concorrenza), fregare il pubblico e tenere artificiosamente alti i prezzi a danno dei giovani polli appassionati melomani, di solito squattrinati. Anche lo schema capillare di distribuzione di tangenti pagate in contante dai promoter ai dj delle radio  perché mandassero in onda i loro brani; oppure i call center pagati per telefonare a ripetizione alle stazioni radio per domandare “hit” che, a forza di richieste artificiali, lo diventavano senza prima esserlo state (come pare facesse la Universal): tutto questo non farebbe parte dei “principi” del puro capitalismo, la cui tanto decantata “mano” risulta spesso tutt’altro che invisibile.

Curioso e paradossale rimane comunque il fatto che il primo grosso colpo alla pirateria Mp3 fu inferto da J.K. Rowlings, autrice della saga di Harry Potter; e non a causa di file musicali, bensì di audiolibri. “Sul mercato letterario [Harry Potter] era il libro più venduto nella storia dell’editoria, sul mercato cinematografico era il film con gli incassi di botteghino più alti. L’audiolibro era altrettanto richiesto. Narrato dall’amatissimo attore inglese Stephen Fry, anche quello era il più venduto nella storia degli audiolibri. (…) Alla fine del decennio sarebbe stata la prima miliardaria nella storia dell’editoria. E, come sempre, il valore delle sue proprietà intellettuali dipendeva drammaticamente dal vigore con cui veniva combattuta la pirateria. Rowling aveva assunto uno studio legale di nome Addleshaw Goddard per fare il lavoro sporco.”  

E il “lavoro sporco” portò, in verità senza molta fatica, all’indirizzo completo di codice postale di Alan Ellis, fondatore di Oink, (il più importante sito al mondo di torrent) dopo un blitz delle autorità svedesi nel maggio 2006  alla server farm che ospitava Pirate Bay (che si autodefiniva come «Il sito BitTorrent più resistente al mondo), sequestrando i server e arrestando i fondatori. I legali di Rowling girarono i contatti di Ellis alla polizia non appena li ricevettero. Simbolicamente, è l’inizio della fine, non certo del download abusivo, ma di una intera “generazione pirata” e di una pluridecennale modalità di fruizione musicale. Ora è davvero tutto cambiato.

Stephen Witt – FreeEinaudi 2016 (Titolo originale: How Music Got Free)

 

Pipistrelli nel campanile

A volte mi vengono pensieri che non condivido“: il celebre aforisma di Ennio Flaiano credo descriva molto bene lo stato d’animo di molti cittadini in questo periodo. Stato d’animo che per quanto mi riguarda è sollecitato in particolare da due notizie.

La prima è questa: “Kamikaze bolognese – Uno dei tre killer di London Bridge era un italo-marocchino: 22 anni, figlio di una bolognese, aveva la residenza a casa della madre. Lo avevano già indagato in Italia.(…) Il giovane italo-marocchino di 22 anni, uno degli autori degli attentati di Londra, quando fu bloccato al Marconi il 15 marzo 2016, mentre tentava di partire per la Turchia, era insomma un soggetto potenzialmente pericoloso su cui fare accertamenti.  (…) L’avvocato Silvia Moisè è il legale prima assegnato d’ufficio e poi nominato di fiducia da Youssef Zaghba nel 2016. È lei che l’ha assistito quando fu fermato e gli furono sequestrati cellulari e iPad, ottenendo l’annullamento dei sequestri dal Riesame.  L’avvocato ha fatto solo il suo lavoro: «Avessi avuto qualunque sospetto, ovviamente l’avrei riferito all’autorità giudiziaria. Era mio dovere farlo e l’avrei fatto. Ma proprio non ne ho avuti e mi fa una certa impressione aver incontrato più volte quel giovane senza capire chi veramente fosse». (da Il Resto del Carlino)

Ecco la seconda: “Ipotesi scarcerazione per Riina malato. Accuse e proteste. La Cassazione: ha diritto a una morte dignitosa. I supremi giudici: E’ gravemente malato. Bisogna valutare se può restare in carcere e se può essere pericoloso.” (Il Corriere della Sera) “Riina ha diritto a una morte dignitosa” La Cassazione apre ma è subito rivolta. Esiste un “diritto a morire dignitosamente” che va assicurato al detenuto, afferma la Cassazione. Anche se il detenuto si chiama Salvatore Riina e sta scontando 17 ergastoli. Per la prima volta, i giudici della Suprema Corte aprono a un’istanza degli avvocati del capo dei capi di Cosa Nostra, che chiedono il differimento della pena o gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva invece confermato il carcere per il padrino di Corleone, che ha 86 anni, ribadendo il suo «altissimo tasso di pericolosità» e spiegando soprattutto che non c’è incompatibilità tra le patologie e la detenzione al 41 bis.” (La Repubblica)

La Lettera alla posterità (in latino, Posteritati), è l’ultima lettera contenuta nella raccolta epistolare delle Senili. Si tratta di un’epistola autobiografica di Francesco Petrarca, composta con tutta probabilità nel 1367, modificata e arricchita intorno al 1370-1371. Ecco un breve estratto:
…Partito poi per Montpellier a studiare legge, vi passai altri quattro anni; poi a Bologna, e vi spesi tre anni a studiare tutto il corpo del diritto civile. Ero un giovanotto che secondo l’opinione di parecchi prometteva grandi cose, se avessi seguitato quella strada; ma io quello studio lo lasciai completamente appena mi lasciò la sorveglianza paterna. Non perché non mi piacesse la maestà del diritto, che indubbiamente è grande e satura di quella romana antichità di cui sono ammiratore, ma perché la malvagità degli uomini lo piega ad uso perfido. E così mi spiacque imparare ciò che non avrei potuto usare onestamente; d’altra parte con onestà sarebbe stato imputato ad imperizia. E così a ventidue anni ritornai a casa”. (da “Prose” – Riccardo Riccardo Ricciardi Editore, 1955).
Come scrive Corrado Augias nel suo commento quotidiano, c’è una domanda che potrebbe indurre a ipotesi sconvenienti e che, per carità di patria, scanso.
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 Non per niente siamo il paese degli azzecca-garbugli; il problema però è che ogni giorno divengono sempre più numerose le persone che quei “certi pensieri” che ogni tanto vengo a tutti li condividono per sempre, magari anzi ne fanno anche  propaganda. Qualunque cosa significhi, “populismo” è attualmente il termine più utilizzato dai commentatori politici, anche se demagogia sarebbe senz’altro più adeguato. Inutile nasconderlo: abbiamo insetti alle fondamenta e  pipistrelli nel campanile. Per questo motivo ritengo fondamentale fermarsi un attimo e riflettere su alcuni principi fondamentali sui quali basare con calma e razionalità il nostro pensiero e le azioni che poi ne conseguono. Come ha fatto John Steinbeck scrivendo “East of Eden” – La valle dell’Eden, romanzo americano che più americano non si può, pubblicato nel settembre 1952 – in particolare nel capitolo 13 da cui traggo la seguente citazione:
 
Il mondo è percorso da tensioni estreme, prossime al punto di rottura, e gli uomini sono infelici e confusi. In un’epoca simile mi sembra cosa giusta e naturale pormi queste domande: In che cosa credo? Per cosa devo combattere? Contro cosa devo lottare?. La nostra è l’unica specie dotata di creatività, e tale creatività ha un solo strumento: la mente e lo spirito individuale. (…) E questo credo: che la mente del singolo individuo, libera di esplorare ovunque, è la cosa più preziosa del mondo. E per questo sono pronto a battermi per la libertà dell’intelletto di imboccare qualsiasi direzione, senza dettami. E contro questo debbo battermi: qualsiasi idea, religione o governo che limiti o distrugga l’individuo. Questo è ciò che sono e ciò che voglio. Capisco bene perché un sistema costruito  su uno schema ripetitivo tenti di annientare il libero pensiero: perché la mente indagatrice è la sola cosa capace di distruggerlo. Lo capisco, certo, e lo odio. E intendo combatterlo per preservare l’unica cosa che ci distingue dalle bestie prive di creatività. Se si può uccidere questo stato di esaltazione, allora siamo perduti.”
Concordo; che si tratti di ISIS-Daesh, di mafia-camorra, di guru-santoni vari o del governo autoritario di turno, ripeto: concordo.

 

 

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