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Corrispondenze

Joseph Conrad ha pubblicato a puntate Lord Jim sul Blackwood’s Edinburgh Magazine dall’ottobre 1899 al novembre 1900.

Jim, il protagonista del romanzo, è un giovane ufficiale della marina mercantile inglese: egli sogna una vita di grandi avventure ed eroiche imprese. In seguito ad un incidente viene ricoverato in un ospedale in un porto orientale, abbandonando la comunità ideale alla quale bramava appartenere. Guarito, egli diventa primo ufficiale sul Patna, una vecchia fatiscente bagnarola che trasporta pellegrini musulmani in viaggio verso La Mecca. 

Di notte e con una tempesta incipiente, la nave subisce una collisione con un oggetto galleggiante e una lamiera sembra prossima a cedere. Jim, colto alla sprovvista, è convinto che il Patna stia per affondare da un momento all’altro e incitato dagli altri componenti dell’equipaggio, il comandante e due macchinisti, abbandona codardamente la nave su una scialuppa di salvataggio.” (da Wikipedia)

Lasciano a bordo più di ottocento uomini. La nave la mattina seguente viene trainata in porto con tutti i pellegrini: non è affondata. Jim è sotto processo; tutti gli altri, compreso il capitano, non subiranno il processo perché anche stavolta sono fuggiti. Giudicato colpevole e macchiato di codardia, Jim perde il brevetto di ufficiale.

Questa è la prima parte del romanzo, che ci ricorda senz’altro (è la prima corrispondenza) il recente naufragio all’isola del Giglio della Costa Concordia: Francesco Schettino, processato per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, naufragio e abbandono di nave (Torni subito a bordo, cazzo!). Condannato in appello e cassazione a 16 anni, oltre all’interdizione per 5 anni da tutte le professioni marittime.

Seconda corrispondenza. “La società aperta e i suoi nemici” (Armando Editore, 2004) è un saggio di filosofia politica scritto da Karl Popper nel 1945, edito in Italia solo nel 1973. In questo saggio, il filosofo teorizza che l’unica necessità per garantire la sopravvivenza di una società tollerante sia l’assoluta intolleranza verso… l’intolleranza. Soprattutto in tempi in cui l’egemonia culturale di gramsciana memoria è passata dall’altra parte della barricata, aggiungo io.

Popper scrive:

“La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.”

Si tratta di un paradosso, sì, ma di un paradosso di facilissima, intuitiva comprensione. Ma come ogni problema di questo genere, un’applicazione tranchant è ovviamente impossibile, se non operativamente dannosa. (…) È in qualche modo ironico vedere l’estrema destra, da sempre in prima linea a cantare le lodi dell’oppressione, piagnucolare in difesa della libertà d’opinione — sia chiaro, ovviamente solo ed esclusivamente della propria. (…) l’unica risposta contro la minaccia neo-nazista alla società occidentale è dichiarare che ne sia completamente aliena: superarla, come l’ha superata la Storia, e programmaticamente isolare che chi ne resta complice, perché, della Storia, è dalla parte sbagliata.” (da thesubmarine.it)

Terza e ultima corrispondenza. Corrado Augias, nella sua rubrica su “La Repubblica” ha scritto che “agitare un pericolo è molto più facile che argomentare su dati reali. Perché, come spiega Antonio Sgobba nel suo bel libro sul Paradosso dell’Ignoranza (Il Saggiatore) assai più pericoloso di chi non sa è chi crede di sapere. Molti italiani, scrive lo studioso, più che essere ignoranti, semplicemente si sbagliano. Non è facile correggerli.

Forse perché non ne hanno nessuna intenzione, anche se a volte basterebbe poco, ad esempio leggere (o rileggere) libri importanti come Furore di John SteinbeckFurore (The Grapes of Wrath) è stato pubblicato il 14 aprile del 1939 a New York ed è considerato il capolavoro dello scrittore statunitense, premio Nobel per la letteratura nel 1962. Appena uscito vinse il National Book Award e nel 1940 il Premio Pulitzer. Fu il bestseller numero uno – nel 1939 e 1940 – negli USA, vendendo complessivamente 4 milioni e mezzo di copie. 

La storia di Furore, per chi non l´abbia mai letta oppure l’abbia dimenticata, (sono in tanti) è l´epopea della biblica trasmigrazione della famiglia Joad, assieme ad altre centinaia di poveracci, dall´Oklahoma  fino alla California, «il paese del latte e del miele», in cerca di un modo di vivere. Ci troveranno solo il modo di sopravvivere: paghe da fame, padroni terribili, lavori da schiavi. Sono gli anni della Grande Depressione. Le persone migravano da una costa all’altra degli USA smagriti da un regime di lavoro che non bastava neanche lontanamente a nutrirli, e non si dica a farli vivere. E’ Storia, cioè realtà umana, non fantasia.

«Ed ecco che, d’un tratto, nel Kansas e nell’Oklahoma, nel Texas e nel Nuovo Messico, nel Nevada e nell’Arkansas, le trattrici e la polvere si alleano per spodestare i coloni e cacciarli nel West. Ed ecco formarsi ed apparire le carovane dei nomadi: ventimila, centomila, duecentomila. Varcando le montagne si riversano nelle ricche vallate: tutti affamati, inquieti come formiche in cerca di cibo, avidi di lavoro, di qualunque lavoro: sollevar pesi, spingere o tirare carichi, raccogliere, tagliare; qualunque cosa, per sostentarsi. […] Affamati e risoluti. Avevano carezzato la speranza di trovare una casa, in California, ed ecco che trovano, dappertutto, solo odio. Okies: i padroni li odiano perché sanno di essere deboli al confronto degli Okies, d’essere ben nutriti al confronto degli Okies […]. E nelle città i negozianti odiano gli Okies perché gli Okies non hanno denaro da spendere; i banchieri odiano gli Okies perché sanno che non possono estorcerne nulla; e gli operai odiano gli Okies perché, affamati come sono, offrono i loro servizi per niente, e automaticamente il salario scende per tutti. […] E sotto questa suprema degradazione cominciò a fermentare il furore della disperazione»

Quando le mani in cui si accumula la ricchezza sono troppo poche, finiscono per perderla. E la verità accessoria: quando una moltitudine di uomini ha fame e freddo, il necessario se lo prende con la forza. E la piccola ma sonora verità che echeggia lungo la Storia: la repressione serve solo a rinforzare e unire gli oppressi.” (John Steinbeck – Furore, ed. Bompiani)

Per inciso, il titolo originale del libro, come detto, è “The Grapes of Wrath”: alla lettera, “I grappoli dell’ira”. L’editore italiano lo ha banalizzato in “Furore” per ragioni commerciali. Il furore contenuto nel romanzo, però, non è altro che rabbia impotente. Se è vero che, citando Kant, “da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto“, allora “The Grapes of Wrath ” in realtà non significa altro che “I frutti del rancore”. Ma il frutto del rancore non può essere altro che ulteriore rancore, e così via. La parabola del male che alimenta ulteriore male è tema di molti capolavori letterari. Ci piaccia o non ci piaccia, ne deriva con evidenza scientifica che qualcosa nel sistema capitalistico è radicalmente sbagliato. Prendiamone atto prima che sia troppo tardi.
[Nell’immagine qui sopra, un fotogramma del film “Furore” del 1940, con Henry FondaJohn CarradineJane DarwellCharley Grapewin, tratto dal romanzo di John Steinbeck. Il conservatore John Ford firma uno dei film più progressisti usciti da Hollywood, nonché uno dei capolavori dell’umanesimo al cinema.]
Nell’immagine in testata: migranti del “Dust Bowl” sulla Route 66 per la California.

Elena Ferrante sono io

Cesare Lombroso, nella sua opera L’uomo delinquente, sosteneva che i comportamenti criminali sarebbero determinati da predisposizioni di natura fisiologica, i quali spesso si rivelano anche esteriormente nella configurazione anatomica del cranio. Lombroso sosteneva poi che il “delinquente nato” presenta delle caratteristiche ataviche, ossia simili a quelle degli animali inferiori e dell’uomo primitivo; tali caratteristiche renderebbero difficile o addirittura impossibile il suo adattamento alla società moderna e lo spingerebbero a compiere sempre nuovi reati.

Lombroso è nato nel 1835 e ha pubblicato L’uomo delinquente nel 1876; “sebbene gli vada riconosciuto il merito di aver tentato un primo approccio sistematico allo studio della criminalità, tanto che ad alcune sue ricerche si ispirarono Sigmund Freud e Carl Gustav Jung per alcune teorie della psicoanalisi applicata alla società, molte delle sue teorie sono oggi destituite di ogni fondamento. Al termine di un controverso percorso accademico e professionale, Lombroso fu anche radiato, nel 1882, dalla Società italiana di Antropologia ed Etnologia. (da Wikipedia) 

E’ molto più recente, invece, la ricerca appena pubblicata dal Journal of Personality and Social Psychology condotta dal dottor Michal Kosinski, della prestigiosa Stanford University,  assieme al collega Yilun Wang.  Essa stabilisce che  “Le reti neurali possono stabilire l’orientamento sessuale partendo dai volti” (“Deep neural network can detect sexual orientation from faces“, è il titolo). “Significa che un’intelligenza artificiale ha trovato il modo di distinguere se una persona è omo o eterosessuale semplicemente analizzando un’immagine. Cesare Lombroso, nella tomba, si starà già sfregando le mani. «Siamo i primi ad esser turbati dai risultati», prosegue Kosinski. «Abbiamo discusso a lungo se renderli noti. Ma sia gli Stati sia le multinazionali già usano strumenti simili». Come dire: se il governo saudita, che punisce l’omosessualità con la pena capitale, dovesse sfruttare gli algoritmi per scovare i gay non è certo colpa sua”. (Jaime D’Alessandro – Gay o etero? Basta una fotografia – La Repubblica 9 settembre 2017)
Tra parentesi, sarebbe interessante scoprire come risponderebbe l’algoritmo in oggetto se dovesse valutare per esempio la foto di Dave Eggers. Perchè Eggers, all’interno del “Copyright 2000 David (“Dave”) Eggers”  del suo libro L’opera struggente di un formidabile genio – (Mondadori 2013) descrive sé stesso così: Altezza: 180 cm; peso: 77 kg; occhi azzurri; capelli: castani; mani: più grassocce di quanto ci si potrebbe aspettare; allergie: solo alla forfora animale; posizionamento nel grafico dell’orientamento sessuale, dove 1 corrisponde a perfettamente eterosessuale  e 10 a perfettamente gay: 3.
L’attualità ci segnala poi che  un sindaco leghista di Pontida, tal Carozzi, intendeva rilasciare i permessi alle donne incinte per parcheggiare l’auto in spazi riservati, le strisce rosa, ma solo  alle sole donne europee ed eterosessuali.  “Ma, mentre è piuttosto chiaro che per negare il permesso a una gestante americana o ugandese basterà chiederle il passaporto, rimangono abbastanza oscuri i criteri con cui il sindaco Carozzi sniderà una eventuale lesbica che fosse così sfrontata da presentarsi al settimo mese nel suo ufficio per richiedere l’agognato tagliando. Verrà sottoposta a esami clinici? Visitata da uno staff di psicanalisti in camice verde?” (Massimo Gramellini – Il Corriere della Sera) Ecco trovata una utile applicazione alle “reti neuronali” di cui sopra.
 
Perfino in questo clima buio, tra manifesti per la difesa della razza italiana e filari di saluti romani, risulta incredibile la notizia che il Comune di Pontida abbia pensato a parcheggi destinati alle donne gravide, ma solo se “appartenenti a nuclei familiari naturali e cittadine italiane o europee”, dunque non omosessuali, non madri single e non extracomunitarie. L’amministrazione leghista, sommersa dalle proteste, si è poi rimangiata la sua odiosa intenzione, ma il solo fatto che qualcuno possa avere concepito un così esplicito gesto di discriminazione lascia capire quanta strada è già stata percorsa, in questo Paese, in direzione della disumanità. (Michele Serra – La Repubblica).
 
Qui a Bologna, intanto, qualcuno si preoccupa di schedare tutte le scuole:  “bollata ciascuna con stigma rosso, giallo o verde a seconda del tasso di “ideologia gender” contenuta nei suoi programmi scolastici. Il comitato “Difendiamo i nostri figli-Family Day”, con la benedizione di Forza Italia, stila la lista dei buoni e dei cattivi tra gli istituti scolastici della città. (…) . È il lato “presentabile” di quel che Forza Nuova sta facendo nella nostra provincia, attaccando e intimidendo le insegnanti che hanno proposto in alcune scuole lo spettacolo “gender” Fa’Afafine». (Silvia Bignami, La Repubblica BO).
Mentre il Ministro delle Infrastrutture e Trasporti Del Rio ha definito il dietrofront del Senato sullo ius soli “certamente un atto di paura grave (…) Abbiamo bisogno di non farci dominare dalla paura, ma siamo anche aperti alla speranza”, ha aggiunto.

 

Tutto questo è indubitabile e inquietante; ciononostante per un nutrito gruppo di scienziati e intellettuali il vero, assillante  problema epocale per cui essi non dormono la notte è il seguente: “Ma che diamine! E’ ora di finirla, chi è così subdolo da continuare a nascondersi dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante?”

Ha iniziato Claudio Gatti  su “Il Sole 24 Ore” del 2 ottobre 2016: “Un’inchiesta condotta da Il Sole 24 Ore e pubblicata oggi anche dal quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, dal sito di giornalismo investigativo francese Mediapart e da quello della rivista americana The New York Review of Books, fa ora emergere evidenze “documentali” che danno un contributo senza precedenti all’opera d’identificazione della misteriosa scrittrice.”  (Claudio Gatti – Ecco la vera identità di Elena Ferrante) . Un’analisi dei redditi registrati da Edizioni e/o e da Anita Raja negli ultimi anni indicherebbe in quest’ultima la vera autrice della tetralogia L’amica geniale.

Più recentemente, invece “Una ricerca internazionale ha messo a confronto la lingua della scrittrice misteriosa con 150 romanzi, svelando singolari somiglianze con l’autore (…) A mettersi di buona lena a indagare su chi si nasconderebbe dietro lo pseudonimo è un gruppo di professori universitari provenienti da tutto il mondo, che ieri si sono incontrati all’università di Padova nel workshop “Drawing Elena Ferrante’s profile” per discutere insieme i risultati del loro lavoro di ricerca. (Le prove sono nella letteratura “Elena Ferrante è Starnone” – Raffaella De Santis, La Repubblica 8 settembre 2017)

 A questo punto Elena Ferrante potrebbe decidere di confessare la sua vera identità per sfinimento, scrive De Santis. Con il vantaggio ulteriore (si potrebbe aggiungere) che in questo modo parecchi intellettuali e/o scienziati e/o politici di tutto il mondo potrebbero finalmente dedicare le loro energie a qualcosa di serio e utile per la collettività, ad esempio la dura realtà quotidiana della maggioranza dei cittadini, invece che farsi ancora incantare dal pifferaio di Hamelin costituito dalla imperante restaurazione conservatrice.
 
Pur di vedere rinascere il filosofo (e il poeta, e l’intellettuale, e lo scienziato) che poneva la propria autonomia rispondendo alle domande dei tempi nuovi; che credeva che la verità non è qualcosa che si trova in un libro da commentare ex cathedra; che la ricerca della verità non è condizionata dal rapporto con una ‘rivelazione’ (poco importa se ebraica, o cristiana, o mussulmana); che la verità è una risposta da cercare nell’esperienza delle cose e nella storia degli uomini, non nelle differenze, o negli orientamenti sessuali, o nelle etnie; per ottenere tutto questo sarei disposto a giurare il falso. Anzi per il bene di tutti, per liberare finalmente tutte queste energie sprecate e indirizzarle in direzioni più utili all’umanità, potrei perfino arrivare a giurare che Elena Ferrante sono io. Anzi: lo giuro, OK? Adesso rilassatevi e ritornate cortesemente alla vostra originaria funzione.

Nel frattempo

Nella sua fulminante introduzione ai “Racconti” di John Cheever (Feltrinelli, 2012), Andrea Bajani scrive che lo scrittore russo Viktor Erofeev, quando gli chiedono che cosa significhi per lui scrivere, risponde spesso parlando di radio, non di letteratura. Prima della fine dell’Unione Sovietica, infatti, in molte abitazioni, compresa la sua, c’era una radio che riceveva solo tre canali: Radio Mosca, Radio Parigi e Radio Londra. Radio Mosca si sentiva perfettamente. Quando però “i russi giravano la manopola sulle altre due stazioni a disposizione (…) succedeva qualcosa di straordinario, inquietante e disturbante assieme. Le voci limpide di Radio Mosca lasciavano il posto a un intrico di suoni confusi (…)

L’impressione non era però quella di essere stati sbalzati fuori dalla frequenza, quanto piuttosto di essersi sintonizzati sulla frequenza di un altro universo, abitato da fantasmi, da presenze che arrivano da lontano, da una zona molto profonda, che è al tempo stesso il tempo dei morti e il centro della terra, dove tutto è incandescente, magmatico, originario. Viktor Erofeev alla domanda su cosa significhi per lui scrivere risponde sovente così: scrivere è provare a trasferire in un racconto quella congerie confusa di voci, suoni e rumori. Scrivere è ricavarsi una zona di silenzio e avvicinare l’orecchio alla radio per mettersi in ascolto dei fantasmi, non farsene spaventare, tradurre le loro parole su un foglio.” (…)

C’è un’intercapedine, tra la rassicurante  autorappresentazione borghese e il profondo incandescente di ciascun uomo, che però viene risolutamente messo a tacere, oppure negata. In mezzo c’è uno spazio rimasto vuoto, ed è lì che si annida il seme della disperazione. E’ quell’intercapedine il covo delle voci, il punto di ritrovo, l’amplificatore dei fantasmi. I personaggi dei racconti di John Cheever, parafrasando Erofeev, vogliono ascoltare Radio Mosca, e non certo gli scoppi, i fruscii e le interferenze della altre stazioni.” (Andrea Bajani – Ascoltare gli spettri alla radio)

Uno dei nodi della poetica di John Cheever consiste proprio nella descrizione di questa ridicola negazione dei fantasmi, o meglio della loro azione disturbante e perturbante, della  crisi di una classe media che ha le sue basi proprio in questa negazione. E ti credo. Perché mentre i fantasmi vengono negati o sfuggiti, per ottusità, pigrizia o vigliaccheria, nel frattempo qualcuno quel vuoto, che notoriamente non esiste in natura, pensa bene di riempirlo.

Sempre nel frattempo, mentre la medesima classe borghese contemplava il proprio ombelico, “la metafora della liquidità – proposta da Zygmunt Bauman nella sua celebre trilogia “Modernità liquida”, “Paura liquida” e “Vita liquida” (tutti Laterza) – ha marcato il nostro tempo. Essa subentrava alla nozione, troppo ottimistica, di “postmodernità”, che aveva caratterizzato la belle époque tra gli anni Settanta e la fine del secolo scorso. (…)  La società liquida di Bauman (…)  registrava la disgregazione delle strutture solide della prima modernità – corpi, istituzioni, regole – nel magma di una stagione instabile e incerta. (…)

Tuttavia, “anche questa geniale metafora comincia a mostrare i segni del tempo, (…)  Il processo che dal solido portava al liquido, sostituendo la velocità del tempo alla lentezza dello spazio, pare essersi invertito. (…) Nel linguaggio dell’inclusione torna a lavorare la macchina dell’esclusione. I confini che sembravano dissolti riprendono a suddividere quanto si era immaginato di unire. Non solo, ma fuori da ogni metafora liquida, si solidificano in muri di cemento, in barriere di filo spinato, in blocchi stradali. Un mondo terribilmente solido, striato da frontiere materiali, subentra a quello, liscio, promesso dai teorici dell’età globale.” (Roberto Esposito – La Repubblica 5 settembre 2017)

Usando un’espressione di Gramsci, ci troviamo insomma in una situazione di “interregno”, un vuoto che è uno stato di sospensione in cui il vecchio ordine non funziona più, mentre il nuovo ancora non si vede all’orizzonte. Nicola Di Battista, architetto, direttore della rivista Domus, in un recente convegno ha detto che  “Stiamo vivendo in un frattempo, tra un tempo passato che non passa e un futuro che non arriva“. Concordo pienamente, siamo di fronte a una crisi, una svolta di civiltà di cui la deprimente classe dirigente e politica non ha capacità né intenzione di occuparsi: “altre forze, altri gruppi di uomini, altri continenti reclamano più che protezione, riconoscimento, risorse. Essi chiedono di aprire una nuova epoca storica in cui, prima dei nostri comportamenti, dovremo mutare il nostro linguaggio concettuale per rispondere a domande finora inattese.” (Roberto Esposito)

Ma chi occupa quel vuoto, nel frattempo? Paradossalmente, la violenza del vuoto intellettuale stesso, nonché il rischio della violenza fisica che coerentemente ne consegue ad ogni suo ripugnante rigurgito storico. E attenzione, codesti soggetti ci tengono a comunicare che nulla è cambiato.

“La propaganda fascista di Forza Nuova, che utilizza le immagini del ventennio per i manifesti che diffonde sui muri delle città o dei social, continua a scatenare polemiche. Nell’immagine choc pubblicata sui social il 29 agosto l’associazione di estrema destra riprende un manifesto utilizzato dalla Repubblica di Salò nel 1944 contro le truppe alleate, riadattandolo alla campagna anti-immigrati.

L’immagine è di Gino Boccasile, grafico propagandista del ministero della Guerra durante il secondo conflitto mondiale e autore dei manifesti di propaganda della Rsi, oltre che pubblicitario: l’espressione del volto, le mani ad artiglio dell’uomo di colore, contro il candore della donna. Qui ripresi per alimentare, e cavalcare, il clima di tensione dopo la violenza di Rimini: «I nuovi barbari sono peggiori di quelli del ‘43/’45, oggi come allora fiancheggiati dai traditori della Patria», scrivono su Facebook.” (da Corriere.it)

 Oppure: La marcia su Roma di Forza Nuova, “patrioti” convocati il 28 ottobre:

“La data è tutto un programma: 28 ottobre. Lo stesso giorno del 1922, 25mila camicie nere del Partito nazionale fascista (PNF) entrarono nella capitale e la manifestazione armata permise a Benito Mussolini di prendere il potere con la forza: iniziò così il ventennio fascista in Italia. Novantacinque anni dopo, un partito neofascista, anzi, “nazifascista”, come ha già sentenziato due volte la Cassazione, Forza Nuova, riproporrà la fatidica e tristemente nota “marcia su Roma”. Sempre il 28 ottobre. Cambia solo il nome. Si chiamerà “marcia dei patrioti”. L’evento è stato lanciato sulla pagina Facebook della formazione di estrema destra: “28 ottobre in marcia”, è il titolo del post pubblicato il 3 settembre. “Bandiere, striscioni, auto, pullman, benzina… Compatriota, la macchina organizzativa è in moto ed ha bisogno del tuo sostegno concreto”, recita la chiamata. “Il 28 ottobre Roma ospiterà la grande marcia forzanovista contro un governo illegittimo, per dire definitivamente no allo ius soli e per fermare violenze e stupri da parte degli immigrati che hanno preso d’assalto la nostra Patria”. Segue richiesta di sostegno.” (Paolo Berizzi – La Repubblica, 6 settembre 2017)

Questo è quanto, i taciti costruttori di muri aumentano. Come rispondere allora oggi a questo vuoto, a questo assordante, penoso e colpevole silenzio? Proviamo con la musica. Come ha avvertito Gesù, chi ha orecchie per intendere intenda. Chi invece è sempre rimasto alla finestra ascoltando Radio Mosca, troppo occupato a sfuggire o negare i propri fantasmi,  fino a quando continuerà a rimanerci?

 

 

Downsizing

Nel 2013 fece molto discutere negli USA un articolo di Camille Paglia:  “Care donne, rassegnatevi: il mondo appartiene, e continuerà ad appartenere agli uomini. Voi vi siete scavate un ruolo importante, e meritate che vi sia riconosciuto, però smettetela di augurarvi la fine del maschio, perché tanto non succederà“. Questa la parafrasi del suo saggio, pubblicato da “Time”, che provocò la rivolta delle femministe americane. L’articolo si intitola “It’s a Man’s World, and It Always Will Be”. La professoressa della Pennsylvania cominciò attaccando il mito della “fine dell’uomo”, come aveva scritto nel suo recente libro Hanna Rosin.

La quale Hanna Rosin è invece convinta che le donne stiano correndo verso il futuro, mentre gli uomini stanno a guardare (o si voltano indietro cercando di far funzionare il microonde) fossilizzati in abitudini e certezze superate dalla storia. Giornalista americana, moglie di giornalista, madre di tre figli, lei è certa che sia accaduta la più grande svolta in duecentomila anni di storia dell’umanità: “La fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)”, che è anche il titolo del libro uscito nel 2012 in America.

Poi c’è l’inglese Naomi Alderman, che nel suo romanzo “Ragazze elettriche”  si domanda cosa accadrebbe se le donne diventassero più forti degli uomini, se i rapporti di forza si invertissero totalmente e i maschi fossero ridotti a esseri inferiori sottomessi (…) Una metafora sul potere, i suoi usi e abusi:

“Miss Alderman, come le è venuta l’idea delle “Ragazze elettriche”?

«Mi sembrava strano leggere in tutti quei resoconti pseudoscientifici sul “perché gli uomini e le donne hanno ruoli diversi nella società”, risposte tipo “le bambine guardano di più le facce, e quindi le donne sono più empatiche”, o teorie religiose fuori dal tempo. Nessuno mai che dicesse “perché in media gli uomini possono gettare una donna dall’altro capo della stanza e non viceversa”. È davvero incredibile che non si parta da questo ragionamento. Se i poteri coloniali hanno potuto opprimere gli indigeni dell’Africa, delle Americhe, dell’Oceania, non è stato per degli ormoni cerebrali diversi… non è stato il DNA britannico a vincere in modo brutale e disgustoso sugli aborigeni australiani, era semplicemente che potevamo farlo perché avevamo i fucili. È il Rasoio di Occam– cerca la spiegazione più semplice. Perché gli uomini nella storia sono sempre stati al potere? Perché le donne avevano giustamente paura di loro». (dall’articolo di Susanna Nirenstein – La Repubblica, 30 agosto 2017)

Dubito fortemente che sia arrivata “la fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)“. Allo stesso modo dubito che i “poteri coloniali” di vario genere smetteranno mai  di opprimere (o tentare di farlo) le parti deboli della popolazione mondiale. Questo per le banali, ma indiscutibili ragioni illustrate con chiarezza da Naomi Alderman; discutere poi su quanto tutto questo sia ingiusto è tutta un’altra cosa; i fatti e la storia parlano chiaro sulla nostra natura prevaricatrice: nel corso della storia noi esseri umani abbiamo sempre provato a rinchiuderci in categorie e liquidarci a vicenda come subumani o inferiori. “Mi affascina e mi sconcerta il modo in cui esseri altrimenti civili e intelligenti riescano a razionalizzare con pervicace ostinazione filosofie sbagliate e discriminatorie“, scrive Frances Hardinge.
Condivido. Rimango perciò molto perplesso, pur non avendolo ancora letto, dal titolo nonché dall’orribile copertina dell’ultimo libro di  Susan Cain. Non credo proprio – infatti – che esista alcun “superpotere” degli introversi. E meno male. Ma ascoltiamo la Cain, che sembra più che altro preoccuparsi del modello di business prevalente in America e del relativo sistema educativo:

“Studi recenti mostrano che gli introversi, benché preferiscano stare un passo indietro, possono diventare leader migliori degli estroversi.” (…) 

Lei offre consulenza a decine di aziende americane. Ma dopo averla sentita, hanno effettuato cambiamenti concreti?

«Le aziende si stanno rendendo conto che un terzo o metà dei loro dipendenti sono introversi, e se non sanno come ottenere il meglio da queste persone — che lavorano in settori diversi, dalla tecnologia alla finanza —, vuol dire che non stanno gestendo il business nel modo più efficace. I cambiamenti sono sottili. Per esempio, riducono il numero di riunioni, formulano strategie per far sì che tutti esprimano le loro opinioni. Sono piccoli passi, ma sta succedendo». (…)

Lei ha visitato decine di scuole in America ed è molto critica nei confronti degli insegnanti che valutano le capacità dei bambini sulla base del numero di volte che alzano la mano o che assegnano lavori di gruppo anche quando sarebbe utile che i ragazzi lavorassero da soli. È cambiato qualcosa?

«A volte è più facile respingere le critiche che provare a cambiare, ma ho scoperto che alcune scuole hanno cominciato a pensare in modo diverso a come strutturare le giornate, al curriculum e al modo in cui viene valutata la partecipazione in classe. Un problema che c’era — e c’è ancora — sono le pagelle in cui si legge: “La piccola Sophie ha ottime idee ma non parla abbastanza in classe”».

Questo modello di insegnamento è un problema perlopiù americano o lo ha riscontrato anche altrove?

«Il mio lavoro è focalizzato sul sistema scolastico americano, ma mi arrivano lettere da tutto il mondo che si rivelano molto simili. Mi è capitato di riceverne anche da Paesi di tradizione confuciana, dove essere pacati è più accettato». (da La rivincita degli introversi, di Viviana Mazza – La Lettura, 20 Agosto 2017)

Cambiamo campo, passiamo al cinema: “Downsizing (in sala a gennaio) di Alexander Payne  ha aperto, alla presenza del presidente Mattarella, una Mostra (del cinema di Venezia, ndr) in edizione extralarge con un protagonista alto dodici centimetri — Matt Damon in versione ristretta — che si ritrova affrontare questioni immense, dal senso della vita al destino del pianeta. (…) 

Il rimpicciolirsi suggerito dal film non è solo fisico, nell’era del grande ego social.

«Innanzitutto vorrei ricordare che noi siamo già piccoli, basta guardare all’universo. E poi sì, il grande nemico è l’ego, i buddisti lo sanno da secoli».”(Intervista di Arianna Finos a Alexander Payne – La Repubblica 31 agosto 2017)

“Downsizing” significa più o meno “riducendo“. Se ognuno di noi riducesse un po’ il proprio ego ed aumentasse la consapevolezza della nostra complementarietà nei diversi ruoli e delle diverse sensibilità nel contesto generale, invece di seguire il connaturato quanto animalesco istinto di sottomettere, sopraffare o escludere il prossimo (soprattutto quello debole e diverso) avremmo fatto un grande passo avanti nella direzione dell’interesse “universale”.

Un concetto banale ed elementare dovrebbe poi essere chiaro a tutti (purtroppo constato che i “razionalizzatori  pervicaci e ostinati di filosofie sbagliate e discriminatorie” non sono d’accordo): le colpe, i delitti, le violenze e i soprusi – colonialisti o meno – dei nostri avi non ricadono sulla nostre coscienze solo a condizione di prenderne con coerenza le distanze, di “dissociarsi” da esse, di non assorbirne i malefici principi. La tacita condivisione, magari pigramente passiva e nostalgica, di presunti gloriosi eventi e idee criminali del passato implica di fatto la sostanziale connivenza nel presente e il possibile collaborazionismo col male nel futuro: chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. I sintomi e le condizioni al contorno di una sua diabolica ripetizione sono tutti già presenti. Ci piaccia o meno, si tratta ormai di scegliere da che parte stare, e la parte giusta molto raramente coincide con quella più comoda e confortevole.

 

Maschere nude

“Come per le novelle, Pirandello concepì un’edizione complessiva della sua opera teatrale che raccogliesse tutti i drammi scritti. L’editore Bemporad prima e Mondadori dopo ne intrapresero la pubblicazione che coprì un ampio arco temporale. Pirandello diede alla raccolta il titolo unitario di Maschere nude, che esprime il senso ultimo riposto dall’autore agrigentino nel proprio teatro: nella fattispecie il rapporto problematico tra l’identità e il ruolo che ciascuno interpreta nella società e la relazione tra realtà e rappresentazione, che nell’opera di Pirandello è rivestita di un significato ulteriore. Infatti è proprio al teatro che Pirandello delega lo smascheramento dei cliché e dei ruoli cui gli uomini sono costretti nella vita: a teatro lo sdoppiamento tra attore e personaggio – quel complesso rapporto che tiene insieme l’uomo in carne e ossa con il ruolo che deve interpretare, fondamento di ogni rappresentazione teatrale e di ogni “finzione” –, si moltiplica per mostrare la lacerazione dell’uomo e la frantumazione della propria identità. Il personaggio (la “maschera”) viene mostrato “nudo”, cioè inerme e incapace di opporre resistenza alla frammentazione dell’identità cui è soggetto: è quindi sul palcoscenico che si riesce finalmente a mostrare la falsità delle convenzioni, i giochi di ruolo, l’incomunicabilità che mina ogni sana relazione umana.” (da orlandofurioso.com)

L’uso della maschera fu inizialmente zoomorfo, e si fa risalire alla preistoria. Sulle pareti della grotta dei deux frères, sui Pirenei francesi, un dipinto rappresenta un cacciatore mascherato da capra, durante la caccia. La tradizione di travestirsi con pelli e maschere di animali e di imitarne le movenze è presente in tutte le culture umane. (da Wikipedia)

Non fu certo Pirandello il primo a teorizzare il motivo della maschera, anzi delle maschere che coprono il nostro volto, sempre dileguante nel gioco delle immagini specchiate che si inseguono e vestono una realtà sempre sfuggente a tutti i livelli, da quello politico-morale fino a quello fisico passando per quelli più profondamente spirituali. Un tema che stava molto a cuore (in pieno periodo rinascimentale) anche a Leon Battista Alberti:

La linea di condotta di coloro che sono costretti a vivere tra la folla e gli affari deve essere la seguente: non dimenticare mai, nell’intimo del proprio cuore, l’offesa ricevuta; non mostrare mai il proprio risentimento; seguire i tempi simulando e dissimulando; non venir mai meno a se stessi durante l’impresa, ma similare attentamente come sentinelle, cercando si comprendere quali siano i sentimenti, le inclinazioni, i pensieri, i tentativi, i progetti, l’interesse, la necessità, gli affetti, gli odi, le volontà, le possibilità di ciascuno… Colui che si mostrerà…. a questo modo, sarà considerato persona dabbene dalla gente, sarà stimato dai dotti, temuto e assecondato da tutti… Il principio essenziale… è questo solo, che non c’è sentimento che non si possa coprire alla perfezione sotto l’apparenza della probità e dell’innocenza; ciò che conseguiremo brillantemente  adeguando le nostre parole, il nostro volto, e qualsiasi particolare esteriore della nostra persona, in modo da sembrare del tutto simili a coloro che sono creduti buoni e miti… Che splendida cosa è il saper nascondere i più segreti pensieri con il sapiente artifizio della colorita e ingannatrice finzione!” (Leon Battista Alberti – Momus)

Com’è noto, I vestiti nuovi dell’imperatore è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen. La fiaba parla di un imperatore vanitoso vittima di due imbroglioni i quali, giunti in città, spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni.

L’imperatore si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; attribuendo la non visione del tessuto a una sua indegnità che egli certo conosce, e come i suoi cortigiani prima di lui, anch’egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.

Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità. Solo un bambino grida con innocenza “Ma il re è nudo!”  E il sovrano continua imperterrito a sfilare come se nulla fosse successo.

Montaigne nei suoi  Saggi narra l’episodio del viaggio dei tre stranieri  a Rouen, a colloquio con re Carlo IX, i quali avevano denunciato scandalizzati «che c’erano fra noi uomini pieni fino alla gola di ogni sorta di agi, e che le loro metà stavano a mendicare alle porte di quelli, smagriti dalla fame e dalla povertà; e trovavano strano che quelle metà bisognose potessero tollerare una tale ingiustizia, e che non prendessero gli altri per la gola o non appiccassero il fuoco alle loro case». (Saggi, I-XXXI)

E’ cambiato forse qualcosa? Le voci dei “bambini innocenti” sono sempre più deboli e inascoltate. Gli imbroglioni aumentano e i cittadini a quanto pare si sentono segretamente colpevoli di inconfessate indegnità: come spiegarlo altrimenti? L’uso della maschera nel teatro, così nell’antico come nel moderno, può avere finalità tragica oppure comica. Nell’utilizzo senza confronti più diffuso, quello della reale, ma pur sempre teatrale, vita quotidiana, ha invece solo significati essenzialmente tragici; solo qualche volta, anche patetici.

Nella prima immagine qui sopra: Le due maschere, tragica e comica, del teatro latino. Mosaico del I secolo a.C. (Musei Capitolini).

Nell’ultima immagine: illustrazione della favola “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen

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