La partita è lunga

Hermann Hesse ha pubblicato il suo romanzo Siddharta nel 1922. Tradotto da Massimo Mila nel 1945,  in Italia fu riscoperto negli anni Settanta con grande successo in termini di vendite e diffusione. Siddharta è un libro in qualche modo simbolico per i giovani di allora, i cosiddetti baby-boomers.  Molti di quei giovani lo consideravano infatti un importante riferimento “spirituale”, quasi una Bibbia. In realtà Siddharta non è  un vero e proprio romanzo, è piuttosto un “poema indiano”, come lo definì il suo stesso autore. Insomma un testo con il quale al tempo era quasi obbligatorio confrontarsi. In altre parole: un libro di culto,

Leggiamo allora qualche estratto, di questo libro di culto:

«Una meta si proponeva Siddharta: diventare vuoto, vuoto di sete, vuoto di desideri, vuoto di sogni, vuoto di gioia e di dolore. Morire a se stesso, non essere più lui, trovare la pace del cuore svuotato, nella spersonalizzazione del pensiero rimanere aperto al miracolo, questa era la sua meta. Quando ogni residuo dell’lo fosse superato ed estinto,quando ogni brama e ogni impulso tacesse nel cuore, allora doveva destarsi l’ultimo fondo delle cose,lo strato più profondo dell’essere, quello che non è più Io: il grande mistero. (…)

Molto apprese Siddharta dai Samana, molte vie imparò a percorrere per uscire dal proprio io. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso il dolore, attraverso la volontaria sofferenza e il superamento del dolore, della fame, della sete, della stanchezza. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso la meditazione, attraverso lo svuota-mento dei sensi da ogni immagine per mezzo del pensiero. Queste e altre vie apprese a percorrere, mille volte abbandonò il proprio Io, per ore e per giorni indugiò nel non-Io. Ma anche se queste vie uscivano inizialmente dall’Io, all’Io la loro fine riconduceva pur sempre. (…)

Le parole non colgono il significato segreto, tutto appare sempre un po’ diverso quando lo si esprime, un po’ falsato, un po’ sciocco, sì, e anche questo è bene e mi piace moltissimo, anche con questo sono perfettamente d’accordo, che ciò che è tesoro e saggezza d’un uomo suoni sempre un po’ sciocco alle orecchie degli altri.» (Hermann Hesse: Siddharta – Adelphi, 1975)

Questo dunque era un importante riferimenti intellettuale per i giovani di ieri. La realtà di oggi, invece, ci parla dei ragazzi di tutto il mondo che stanno denunciando l’inerzia degli adulti: «Dite di amare i vostri figli più di ogni cosa, invece gli state rubando il futuro.» Parole pesanti. Ma se i giovani sono le vittime, chi è il colpevole? «… secondo lo scrittore Bruce Gibney i veri responsabili sono i baby boomer (le persone nate durante il boom demografico tra la fine della seconda guerra mondiale e la metà degli anni sessanta), che hanno lasciato un peso enorme sulle spalle dei figli e dei nipoti, come spiega nel suo libro Generation of sociopaths. How the baby boomers betrayed America. L’economia instabile, le montagne di debiti, l’estinzione degli animali e lo scioglimento dei ghiacci: è tutta colpa loro. Il libro di Gibney è decisamente provocatorio. Chi non si lascia spaventare dal titolo, però, trova statistiche e argomenti che confermano la tesi dell’autore. Ovviamente Gibney non fa di tutta l’erba un fascio. La sua accusa è rivolta ai baby boomer attivi in politica o nel mondo delle aziende, quelli che difendono strenuamente i loro interessi anche a scapito delle generazioni successive.» (Jaap Tielbeke, De Groene Amsterdammer, Paesi Bassi – In Internazionale n. 1296)

Vogliamo poi prendere in considerazione quella che veniva definito, con la solita enfasi, il programma di  “conquista dello spazio”? «Mentre si prendeva coscienza dell’inospitalità dello spazio, cresceva anche il disagio nei confronti del sistema di valori che definivano il programma spaziale. Alla fine degli anni sessanta la critica al complesso militare-industriale che sosteneva i viaggi spaziali rifletteva un fondamentale conflitto di princìpi, il rifiuto di una società razionale e tecnocratica. Anche gli intellettuali erano disgustati dal vuoto spirituale che era alla base di quell’impresa. Quando Norman Mailer andò a visitare il Manned spacecraft center della Nasa a Houston per raccogliere informazioni per il suo libro Un fuoco sulla Luna (1969), lo trovò “severo, ascetico ” e senz’anima. Per quella gente, pensò, lo sbarco sulla Luna era stato un puro e semplice successo tecnico, privo di qualsiasi sacralità.(…) Dopo lo sbarco sulla Luna, quando l’interesse dell’opinione pubblica per lo spazio aumentò, la mancanza di qualsiasi prospettiva o motivazione che andasse oltre lo scopo di vincere la corsa allo spazio apparve dolorosamente chiara. Molti commentatori cominciarono a chiedersi: che senso ha?

Andy Weir ha scritto L’uomo di Marte, il best seller del 2011 che è alla base di un film con Matt Damon: «L’intraprendente Mark Watney, che riesce a sopravvivere dopo un disastroso atterraggio su Marte, è un eroe di un’incredibile vacuità. Le conversazioni folcloristiche e superficiali tra i tecnici del controllo missione sono realistiche. Quando alla fine Watney viene salvato, ci si chiede quale fosse il senso di quella impressionante tecnologia e di quella pericolosa missione.“Perché prendersi la briga di andare lassù?”, si chiede alla fine Watney, per poi rispondersi con un mantra sterile e tautologico: “Per il progresso, la scienza e il futuro interplanetario che sogniamo da secoli”. Questa conclusione serve solo a confermare una cosa: quello che abbiamo visto finora è solo un gruppo di fanatici della tecnologia che risolvono un problema creato da loro per motivi che non sanno spiegare.»(Philip Ball, New Statesman, Regno Unito – in Internazionale n. 1296)

Siamo onesti con noi stessi: il problema relativo al senso profondo nel proprio agire non ha mai interessato la nostra generazione. Essa infatti rifugge il dubbio, il suo carattere dominante è l’individualismo unito all’opportunismo. Presunzione che poi si scontra con la dura realtà secondo cui nessun individuo riesce a gestire da solo la complessità del presente.

Abbiamo quindi un serio problema di prospettiva, che deriva  con coerenza da una superficiale visione del mondo. Come scrive Goffredo Buccini: «A metà degli anni Ottanta il papà del Censis [Giuseppe De Rita, N.d.R.] delinea i rischi della semplificazione che tutti ci avrebbe travolto tre decenni dopo, fino al trionfo dell’incompetenza che  sotto i nostri occhi: “Una società complessa ha da sempre infatti un pericolo profondo, che cioè i suoi soggetti abbiano paura della complessità e la fuggano, preferendo una qualsiasi forma  di semplificazione (semplificare la società per poterla governare, semplificare i criteri di governo per farli essere abbastanza generali da coprire ogni complessità, pensare che la forza risolva tutto, scegliere una strada e batterla senza ripensamenti, eccetera) al fare i conti quotidiani con la complessità del reale.”

In America sono gli anni di Reagan, in Inghilterra della Thatcher, in Italia del decisionismo craxiano e dell’idea (assai sensata) di una grande riforma delle nostre istituzioni. Il sindacato già vacilla e la rappresentatività dei corpi intermedi inizia a mostrare le crepe che diverranno voragini pochi anni dopo, con la rivoluzione incompiuta di Berlusconi. (…) Credo che il problema sia davvero questo, l’incapacità di coinvolgere la maggioranza dei cittadini in una “partita lunga” rendendoli partecipi della posta in gioco, assieme alla sterilità sentimentale che ha accompagnato la politica degli ultimi vent’anni e all’idea che alla fine bastasse far tornare i conti e tutti sarebbero stati felici.» (Goffredo Buccini: Ghetti –  Solferino, 2019))  Una partita lunga da disputare assieme come comunità, non come somma di singoli individui. «Dove non arrivava la visione strategica è arrivato il calcolo elettorale. Destra e sinistra per vent’anni non hanno neppure provato a intervenire seriamente, come se non fosse chiaro che le periferie (non solo geografiche) sono la vera trincea della democrazia. Le nuove forze populiste hanno infine evocato il problema, ma i primi atti del loro governo sembrano andare in senso contrario alla soluzione.» (dalle note di copertina)

Il motivo del successo di Siddharta non è dovuto solo alle qualità letterarie dell’opera, ma forse soprattutto alla suggestione di un tragitto di esperienza, di una ribellione nei confronti dell’autorità e della tradizione dei padri e procede, alla ricerca del Sé, all’autorealizzazione personale e ad un rapporto di armonia totale con il mondo. La partita è lunga e complessa, e  lo è sempre stata. Proprio per questo abbiamo rinunciato a giocarla.

Nel brano Space oddity di David Bowie, uscito cinque giorni prima del lancio dell’Apollo 11, il maggiore Tom offre una visione sconfortante degli esseri umani nello spazio. “Sono qui seduto in una scatola di latta, in alto sopra al mondo, il pianeta Terra è azzurro, e non c’è nulla che posso fare”. Eppure, con quell’aristocratica convinzione che i testi delle canzoni non siano importanti, la Bbc scelse proprio Space oddity come colonna sonora dello sbarco sulla Luna. “Di sicuro non hanno ascoltato le parole”, disse in seguito Bowie.

Ma guarda un po’… chi l’avrebbe mai detto?

Nella foto in alto b/n: Hermann Hesse a Montagnola, in Ticino, nel 1937 – Nelle foto sopra il video: i razzi Saturn utilizzati per le missioni Apollo –  Il brano Space Oddity di David Bowie è contenuto nell’album omonimo (1969) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Elementare, Watson?

SHERLOCK HOLMES mi è sempre stato antipatico. Ecco, l’ho detto. Non mi ero mai domandato il motivo; forse un po’ per pigrizia, un po’ perché a dire il vero ci sono domande più importanti nella vita. Tuttavia quando mi è capitato di pensarci un po’ su, la relativa risposta è apparsa meno banale e scontata di quanto credevo all’inizio. Provo a spiegarmi.

Uno studio in rosso (A Study in Scarlet) è il primo romanzo di Sir Arthur Conan Doyle sulle avventure del celebre detective, pubblicato nel 1887. In questa storia si assiste al primo incontro avvenuto all’incirca nel 1878 tra Sherlock Holmes e John Watson, un ex medico militare appena tornato dalla guerra in Afghanistan a causa di ferite alla spalla e al ginocchio. Watson, parlando con il vecchio amico e collega Stamford, dice di essere in cerca di un alloggio a buon prezzo; al sentire ciò, Stamford gli menziona allora Sherlock Holmes, che sta cercando qualcuno per dividere l’affitto di un appartamento al 221B di Baker Street. Stamford porta Watson al laboratorio dove Holmes sta compiendo degli esperimenti con un reagente per il rilevamento della emoglobina. (da  Wikipedia) Il loro incontro viene descritto così:

«– Il dottor Watson, il signor Sherlock Holmes – ci presentò Stamford.
– Tanto piacere – disse Holmes in tono cordiale, stringendomi la mano con una forza di cui non l’avrei creduto capace.  A quanto vedo, lei è stato nell’Afghanistan.
– Come fa a saperlo? – domandai stupefatto.
– Lasci perdere – fece lui ridacchiando.

Mah. Successivamente, bontà sua, Holmes si degnerà di spiegare così la sua “intuizione” sulla provenienza di Watson:

«… Per lunga abitudine, il lavorio della mia mente è così rapido, che sono arrivato a quella conclusione senza esser conscio dei passaggi intermedi. Però, ci sono stati dei passaggi intermedi. Ecco il filo del mio ragionamento: quest’uomo ha qualcosa del medico, ma anche qualcosa del militare. È reduce dai Tropici, poiché ha il viso molto scuro, ma quello non è il suo colorito naturale, dato che ha i polsi chiari. Ha subìto privazioni e malattie, lo dimostra il suo viso emaciato. Inoltre, è stato ferito al braccio sinistro. Lo tiene in una posizione rigida e poco naturale. In quale paese dei Tropici un medico dell’esercito britannico può essere stato costretto a sopportare dure fatiche e privazioni, e aver riportato una ferita a un braccio?
Nell’Afghanistan, naturalmente. S’intende che il mio cervello ha impiegato meno di un secondo a formulare questo sequenza di pensieri. Allora, le ho detto che veniva dall’Afghanistan, e lei è rimasto sbalordito.» Elementare, Watson?

INVEROSIMILE, più che altro. Per di più, il nostro investigatore persegue con metodo ostinato anche una profonda ignoranza. Racconta Watson:

«La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle. Mi chiese nel modo più ingenuo chi era e che cosa avesse fatto.
Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprì casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la struttura del sistema solare. Il fatto che un essere civile, in questo nostro XIX secolo, non sapesse che la Terra gira attorno al Sole mi pareva così straordinario che stentavo a capacitarmene.

– Vede – mi spiegò – secondo me, il cervello d’un uomo, in origine, è come una soffitta
vuota: la si deve riempire con mobilia a scelta. L’incauto v’immagazzina tutte le mercanzie
che si trova tra i piedi: le nozioni che potrebbero essergli utili finiscono col non trovare più
il loro posto o, nella migliore delle ipotesi, si mescolano e si confondono con una quantità d’altre cose, cosicché diventa molto difficile trovarle. Lo studioso accorto invece, seleziona accuratamente ciò che immagazzina nella soffitta del suo cervello. Mette solo gli strumenti che possono aiutarlo nel lavoro, ma di quelli tiene un vasto assortimento, e si sforza di sistemarli nel miglior ordine. È un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura. Creda a me, viene sempre il momento in cui, per ogni nuova cognizione, se ne dimentica qualcuna appresa in passato.
Per questo è molto importante evitare che un assortimento di fatti inutili possa togliere lo
spazio di quelli utili (…) Egli diceva di non voler imparare nulla che non avesse attinenza coi suoi fini. Quindi, quasi tutte le cognizioni che possedeva avevano per lui una precisa utilità.»

Vorreste avere un simile amico? Personalmente, cercherei con tutti i mezzi di evitarlo.

DI PADRE BROWN, invece, pur non essendo religioso, farei molto volentieri la conoscenza: “Il personaggio letterario padre Brown è un presbitero e investigatore, protagonista di oltre cinquanta racconti gialli dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton. (…) Nelle sue Lettere dal carcereGramsci scrive: «Il padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un’apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto “protestante” che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione.

Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità. D’altra parte Chesterton è un grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari; perciò in Chesterton c’è un distacco stilistico tra il contenuto, l’intrigo poliziesco e la forma, quindi una sottile ironia verso la materia trattata che rende più gustosi i racconti.»” (da Wikipedia)

La prima apparizione di padre Brown è nel racconto La croce azzurra, mentre approda con un piroscafo ad Harwich. Valentin, un detective francese, giunge in Inghilterra (ad Harwich) per arrestare il criminale più ricercato del mondo, Flambeau, che si è travestito da prete ed intende rapinare proprio padre Brown. Che lo smaschera in questo modo:

«Come diavolo fa a conoscere tutti questi orrori?», esclamò Flambeau. L’ombra di un sorriso attraversò il viso semplice e rotondo del prete. «Oh, dato che sono un celibe sempliciotto, suppongo», disse. «Non le è mai venuto in mente che quando un uomo non fa quasi nient’altro che ascoltare i reali peccati degli uomini, non è facile che resti completamente all’oscuro del male del mondo? Ma, ad essere precisi, quanto a questo, un’altra parte del mio mestiere mi ha dato la certezza che lei non era un prete.» «Che cosa?», fece il ladro, quasi a bocca aperta. «Ha attaccato la ragione», disse Padre Brown. «E questa è cattiva teologia.» E mentre si voltava per radunare le sue cose, i tre poliziotti uscirono da dietro gli alberi scuri nel crepuscolo. Flambeau era un artista e uno sportivo. Fece un passo indietro e un grande inchino a Valentin. «Non si inchini a me, mon ami», disse Valentin, con argentina chiarezza. «Inchiniamoci entrambi al nostro maestro.»” (da “Tutti i racconti gialli e tutte le indagini di Padre Brown (eNewton Classici)” di Gilbert Keith Chesterton)

EMONS ha pubblicato nel 2015 l’audiolibro con la lettura integrale di Francesco De Gregori del romanzo “America” di Franz Kafka. “Primo e meno noto romanzo di Kafka, America narra le tragicomiche vicende di un ragazzo praghese che, per una  disavventura con una cameriera, viene spedito dalla famiglia oltreoceano. In questa terra sconfinata, il candido e  disorientato Karl cercherà la sua strada incappando in sventure e tradimenti, benefattori o presunti tali, e situazioni  oltremodo bizzarre. Kafka lasciò incompiuta questa sua opera dagli echi dickensiani.” (dalle note di copertina)

Max Brod ha scritto: «È evidente che il romanzo è strettamente connesso al Processo e al Castello, di cui inaugura cronologicamente la serie. Quella che Kafka ci ha lasciato è una trilogia della solitudine. L’estraneità, l’isolamento in mezzo agli uomini costituiscono il suo tema di fondo.» Gli incubi claustrofobici di Kafka sembrano agli antipodi delle consolatorie ma artificiose certezze razionali di Conan Doyle. Eppure, i suoi romanzi e i suoi racconti risultano di gran lunga più aderenti alla realtà, più veri e attuali rispetto all’infantilismo della fredda logica abduttiva (una combinazione di conoscenza e intuizione) di Sherlock Holmes. Elementare? Proprio per nulla, caro Watson!

Il brano “Lover, You Shoud’ve Come Over” di Jeff Buckley è contenuto nell’album “Grace” (1994) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Soffioni e orchidee

        “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.” (Leonard Cohen – Anthem)

TEORIA DELL’ORCHIDEA:  è il termine coniato dal giornalista scientifico David Dobbs qualche tempo fa ispirandosi al lavoro di Bruce Ellis e W. Thomas Boyce sulla “sensibilità biologica al contesto” o “teoria della suscettibilità differenziale”. Ellis e Boyce sono specialisti dello sviluppo umano; nel 1995 avevano suggerito «che alcuni bambini sono come i soffioni mentre altri sono come le orchidee. I soffioni, le erbacce innocue che crescono ovunque, riescono a sentirsi a casa in qualsiasi terreno e clima, dai marciapiedi alle discariche, dai pendii montuosi alle foreste bruciate. Le orchidee invece no. Se portate fuori dalle foreste pluviali, muoiono. Ma, se piantate nel giusto terreno e accudite in modo adeguato, regalano qualcosa di una bellezza indescrivibile. Nel corso dei secoli il loro richiamo è stato così irresistibile da alimentare quell’ossessione che i collezionisti chiamano orchidelirium, con persone che sono morte o hanno sperperato miliardi di dollari per le specie più rare.

Proprio come i soffioni, alcuni bambini crescono bene a prescindere dalle circostanze in cui si trovano. Nello studio di Bakermans-Kranenburg i bambini che non avevano una variante del gene DrD4 non erano toccati dalla qualità dell’educazione ricevuta. Cambiava poco se erano cresciuti da madri amorevoli o da madri anafettive: i geni favorevoli
sembravano proteggerli dagli aspetti negativi dell’ambiente. Potremmo definire questi bambini normali o ben inseriti. Ma, in base alla teoria dell’orchidea, non è del tutto corretto. I bambini soffione sono semplicemente più impermeabili, più insensibili e indifferenti all’ambiente di appartenenza, non solo ai suoi effetti negativi ma anche a quelli positivi.

I bambini orchidea, invece, sono sensibili a entrambi gli aspetti. rispondono con intensità ai contesti favorevoli e a quelli ostili, soffrendo di più gli ultimi ma anche sfruttando al meglio i primi. La loro, sostiene Dobbs, non è vulnerabilità all’esperienza negativa ma una forte sensibilità a esperienze di ogni tipo. Mentre i soffioni sono robusti, le orchidee sono
malleabili. Se i soffioni resistono all’influenza del mondo esterno, le orchidee cedono. I loro geni, in questo senso, non sono vulnerabili ma estremamente plastici perché rispondono all’ambiente amplificandone gli effetti “nel bene e nel male”, come piace dire a Belsky.

JAY BALSKY,  psicologo dello sviluppo alla University of California a Davis, scoprì un curioso
schema ricorrente (…) stava studiando l’interazione tra geni e ambiente quando si rese conto che, in molti casi, le persone che rischiavano di sviluppare un disturbo mentale andavano incontro sia agli esiti peggiori sia a quelli migliori. Altri ricercatori rilevarono la stessa peculiarità nei loro studi su genetica, psicologia della personalità e sviluppo del
bambino. Da allora si sono moltiplicate le prove dei vantaggi portati dai geni della vulnerabilità. Secondo i dati, i geni che ci espongono al rischio di una malattia mentale potrebbero essere gli stessi che ci rendono più sani, flessibili e di successo, sia come individui sia come specie. La ricerca, per quanto sia ancora a uno stadio iniziale, prospetta l’allettante possibilità che, tutto sommato, Leonard Cohen avesse ragione: a volte le crepe dentro di noi sono anche il punto da cui entra la luce.

Oltre a svelare il lato positivo della vulnerabilità, la teoria dell’orchidea mette in discussione la nostra idea di normalità, di salute mentale. Ecco un paradosso sui geni “difettosi” che la scienza fatica a spiegare: se queste mutazioni genetiche mettono a rischio gli individui, come hanno fatto a sopravvivere all’evoluzione? Perché, come si chiedono Belsky e il collega Michael Pluess in un recente articolo, “la selezione naturale dovrebbe plasmare un organismo per rispondere alle avversità con il disordine e la sregolatezza?”.

Riflettendo su questa domanda, Belsky è arrivato all’ipotesi che la nostra diversità genetica – la combinazione tra geni orchidea e geni soffione – non sia un ostacolo evolutivo ma un’ingegnosa strategia messa in atto dalla natura. Invece d’interferire con il normale sviluppo, spiega Belsky, i geni orchidea potrebbero aver svolto un ruolo chiave nell’evoluzione degli esseri umani e nel loro dominio sul regno animale. L’idea è che, poiché il mondo è imprevedibile, non è possibile sapere in anticipo quali tratti potranno favorire la sopravvivenza. La cosa migliore da fare per la natura è quindi tenere il piede in più scarpe. Come? rendendo alcuni di noi più reattivi al mondo esterno e altri meno, in sostanza diversificando il rischio.» (Elitsa Dermendzhiyska, Mindrise, Regno Unito – Internazionale n. 1291)

ELAINE ARON, nell’introduzione del 2012 al  suo “Persone altamente sensibili” (tradotto e pubblicato da Mondadori nel 2018) ha scritto:

«Penserete forse che essere sensibili sia sempre positivo: spesso invece non lo è. Inoltre la sensibilità è utile all’individuo solo se è una dote di pochi. Se tutti fossero sensibili, non ci sarebbe alcun vantaggio; in effetti, se tutti conoscessero una scorciatoia, e usassero quella informazione, nessuno sarebbe più avvantaggiato. In sostanza, l’ipersensibilità (o “responsività”, come l’hanno definita questi biologi) consiste nel prestare più attenzione degli altri ai dettagli e poi nell’utilizzare questa conoscenza per prevedere meglio il futuro. Talvolta tale comportamento dà buoni risultati, ma altre volte non comporta alcun vantaggio.

Come sapete bene, la sensibilità ha il suo prezzo. Può essere uno spreco di energia se ci che sta accadendo ora non ha nulla a che fare con le esperienze passate . Inoltre, se un’esperienza passata era stata molto negativa, le HSP possono generalizzarla e cercare di evitarla o sentirsi ansiose in troppe situazioni, proprio perché le nuove esperienze assomigliano in parte a quelle vecchie. Ma il costo più elevato dell’essere  sensibili è la possibilità che il nostro sistema nervoso si sovraccarichi. Ognuno ha un limite nella quantità di informazioni o di stimoli che può ricevere prima di sentirsi oberato, sovreccitato, sfinito o sopraffatto! Noi HSP lo raggiungiamo semplicemente prima degli altri.» (Elaine Aron)

INTERNAZIONALE 1292 (1/7 febbraio 2019) ha pubblicato questa lettera, dal titolo “Vulnerabili e contenti“:
«Ho trovato molto interessante l’articolo sulla vulnerabilità (Internazionale 1291). Credo meriti particolare rilievo la conclusione rivolta alle vittime dell’inadeguatezza e del mancato riconoscimento sociale. Secondo l’autrice la “teoria dell’orchidea” offre a queste persone una speranza, perché mostra come la situazione di disagio non sia riconducibile a una forma di debolezza ma a una somma di caratteristiche positive: marcata attitudine ricettiva, sensibilità aumentata, predisposizione genetica a essere plasmati dal contesto. Non credo che un invito a tale consapevolezza offra una speranza a chi si riconosce in queste vere e proprie patologie sociali, anzi, vedo riproposta in altre vesti la richiesta di aderire a un modello che è irrealizzabile per le identità più fragili. In un sistema che predilige personalità capaci di adattarsi alle circostanze, flessibili, resilienti e permeabili alle fonti di stress, questa teoria fornisce però strumenti utili a riflettere sulla possibilità e sugli esiti patologici di queste caratteristiche.» (Simone Turconi)

Come si vede, molta confusione sotto il cielo e poche idee ma ben confuse. Però un punto  rimane fermo: la dittatura della maggioranza (dei soffioni) vorrebbe stabilire che  l’elevata sensibilità (delle orchidee) equivalga a patologia sociale. Se non è populismo questo… Tanti auguri a tutti.

In testata: Luminous Orchid, fotografia di Erin Hissong Carr –  Alberto Burri: Cretto bianco, 1975 (Fondazione Burri, Città di Castello) – Vincent Van Gogh: Autoritratto con l’orecchio bendato, 1889 (Courtauld Gallery, Londra) –  Il brano Anthem di Leonard Cohen  è contenuto nell’album “The Future” (1992) –  L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Libera nos Domine

„Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura, dai preti d’ogni credo, da ogni loro impostura, da inferni e paradisi, da una vita futura, da utopie per lenire questa morte sicura, da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura, da fedeli invasati d’ogni tipo e natura, libera, libera nos Domine.“ — Francesco Guccini, da “Libera nos Domine

Nel 1976, Primo Levi ha scritto un’appendice per l’edizione scolastica di Se questo è un uomo per rispondere alle domande che gli venivano costantemente rivolte dai lettori studenti. Poiché esse coincidevano ampiamente con le domande che riceveva dai lettori adulti, ha poi riportato integralmente le sue risposte anche nell’edizione in due volumi “Opere complete” pubblicata nel  1997 da Einaudi. Ecco la prima domanda e la prima risposta:

«Nel suo libro non si trovano espressioni di odio nei confronti dei tedeschi , né rancore né desiderio di vendetta. Li ha perdonati?

Come mia indole personale, non sono facile all’odio. Lo ritengo un sentimento animalesco e rozzo, e preferisco che invece le mie azioni e i miei pensieri, nel limite del possibile, nascano dalla ragione; per questo motivo, non ho mai coltivato contro me stesso l’odio come desiderio primitivo di rivalsa, di sofferenza inflitta al mio nemico vero o presunto, di vendetta privata. Devo aggiungere che, a quanto mi pare di vedere, l’odio è personale,  rivolto contro una persona, un nome, un viso: ora, i nostri persecutori di allora non avevano viso né nome, lo si ricava da queste stesse pagine: erano lontani, invisibili, inaccessibili. Prudentemente, il sistema nazista faceva sì che i contatti diretti fra gli schiavi e i signori fossero ridotti al minimo. Avrete notato che, in questo libro si descrive un solo incontro dell’autore protagonista con una SS (p. 155) e non per caso esso ha luogo solo negli ultimi giorni, nel Lager in disfacimento, quando il sistema è saltato.

Del resto, nei mesi in cui questo libro è stato scritto, e cioè nel 1946, il nazismo e il fascismo sembravano veramente senza volto: sembravano ritornati al nulla, svaniti come un sogno mostruoso, giustamente e meritatamente, così come spariscono i fantasmi  al canto del gallo. Come avrei potuto coltivare rancore, volere vendetta, contro una schiera di fantasmi?

Non molti anni dopo, l’Europa e l’Italia si sono accorti che questa era una ingenua illusione: il fascismo era ben lontano dall’esser morto, era soltanto nascosto, incistato; stava facendo la sua muta, per ricomparire poi in una veste nuova, un po’ meno riconoscibile, un po’ più rispettabile, più adatta al nuovo mondo che era uscito dalla catastrofe della seconda guerra mondiale che il fascismo stesso aveva provocato. Devo confessare che davanti a certi visi non nuovi, a certe vecchie bugie, a certe figure in cerca di rispettabilità, a certe indulgenze, a certe connivenze, la tentazione dell’odio la provo, ed anche con una certa violenza: ma io non sono un fascista, io credo nella ragione e nella discussione come supremi strumenti di progresso, e perciò all’odio antepongo la giustizia.

Proprio per questo motivo, nello scrivere questo libro, ho assunto deliberatamente il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore: pensavo che la mia parola sarebbe stata tanto più credibile ed utile quanto più apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata; solo così il testimone in giudizio adempie alla sua funzione, che è quella di preparare il terreno al giudice. I giudici siete voi.

Non vorrei tuttavia che questo mio astenermi dal giudizio esplicito fosse confuso con un perdono indiscriminato. No, non ho perdonato nessuno dei colpevoli, né sono disposto ora o in avvenire a perdonarne alcuno, a meno che non abbia dimostrato (coi fatti: non con le parole, e non troppo tardi) di essere diventato consapevole delle colpe e degli errori del fascismo nostrano e straniero, e deciso a condannarli, a sradicarli dalla sua coscienza e a quella degli altri. In questo caso sì, io non cristiano sono disposto a seguire il precetto ebraico e cristiano di perdonare il mio nemico: ma un nemico che si ravvede ha cessato di essere un nemico». (Primo Levi – Appendice a Se questo  un uomo – in Opere complete Einaudi, 1997)

Passiamo all’oggi:

«Bompiani ha pubblicato «un libro, anzi un’antologia letteraria di Bompiani, chiamata semplicemente «Canzoni», in cui la filologa Gabriella Fenocchio scarnifica i testi gucciniani come se fossero di Dante o Shakespeare (…) quale canzone infine di quelle contenute nel libro lo descriverebbe meglio? «Una che non c’è- conclude- “Libera Nos Domine”, un signore immaginario spazzava via tutto quello che non mi piaceva. Ne avrei bisogno oggi». (Matteo Cruccu – Corriere della Sera, 16 febbraio 2019)

Ecco, appunto.

Il brano “Libera nos Domina” di Francesco Guccini  è contenuto nell’album “Amerigo” (1978) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il candido idiota

 

Tra le molte opere di Dostoevskij che adoro, la preferita è senz’altro  L’idiotaLa stesura di questo romanzo fu iniziata a Ginevra nel settembre del 1867, proseguì poi a Vevey (sul lago di Ginevra), poi a Milano, e terminò nel gennaio del 1869 a Firenze.

Secondo Dostoevskij, quelli fra i suoi lettori che preferivano L’idiota avevano dei tratti comuni, che gli erano assai simpatici. (…) Il proposito di Dostoevskij era stato di creare un personaggio “assolutamente buono”, in cui la bontà fosse “positiva”, non derivasse cioè, per reazione, dal dolore e dall’ingiustizia patita, come in tanti romanzi ottocenteschi (egli citava i Miserabili); e fosse invece un naturale stato di grazia, sbocciato dalla semplicità e dalla purezza d’animo. (…) Quello che più aveva reso vitale il personaggio del principe Myškin era il suo indissolubile legame, nell’iniziale concepimento fantastico dell’autore, con l’altro e contrapposto personaggio di Nastas’ja Filíppovna, impastata di orgoglio e di autodenigrazione fino ai limiti della follia: di modo che la perfezione morale di lui e la sua superiore ragionevolezza e penetrazione psicologica trovavano finalmente un ostacolo insormontabile, dinanzi al quale non c’era che da indietreggiare o sacrificarsi. (…)

L’idiota è davvero un libro consolante e vivificatore come pochi altri libri venuti dopo il Vangelo; e il suo fascino ha radici profonde nella personalità di Dostoevskij, o piuttosto in quella miglior parte di lui che era, nonostante i dubbi dogmatici, naturalmente cristiana e sinceramente buona. Fu con ogni probabilità per la sua spirituale parentela con il principe Myškin che egli volle affidare proprio a questo personaggio il ricordo, illuminato dalla poesia, di esperienze personali di cui non pens mai di valersi altrove nell’opera sua creativa. (…)

Ma Dostoevskij non era soltanto colui che da un’enorme spasmodica sensibilità per le sofferenze umane era stato indotto a proclamare il valore sovrano e la potenza della bontà, che sola poteva lenirle. Aveva anche un lato satanico, che dovette impaurire le persone timorate e meschine dalle quali, per ragioni di opportunità politica, venne esaltato dopo morto: era sensuale, superbo anche in certe eccessive umiliazioni, ingiustamente sospettoso, facile all’invidia, partigiano e mutevole nelle opinioni. (…) Accanto alle aspirazioni del principe Myškin, in Dostoevskij c’era molto di Nastas’ja Filíppovna”. (Leone Ginzburg: prefazione a L’idiota, Einaudi, 1941)

Dostoevskij scrive: «…Siate certi che Colombo fu felice non già quando scoprì l’America, ma quando stava per scoprirla; siate certi che il momento supremo della felicità fu per lui forse esattamente tre giorni prima che scoprisse il Nuovo Mondo, quando l’equipaggio in rivolta, disperato, per poco non voltò la nave verso l’Europa per tornare indietro. Poco importava il Nuovo Mondo, quand’anche si fosse inabissato. Colombo morì quasi senza averlo veduto e,in fondo, senza sapere cosa avesse scoperto. Quel che importa è la vita, soltanto la vita, la sua incessante ed eterna scoperta, e non già la scoperta stessa. (…)

Aggiungerò nondimeno che  in ogni pensiero umano geniale o nuovo, anzi semplicemente in ogni pensiero umano serio, che germogli in un cervello, rimane sempre qualcosa che non si può comunicare ad altri, anche se si riempissero interi volumi e si spiegasse il proprio pensiero per trentacinque anni: rimarrà sempre qualche cosa che non vorrà mai uscire dal vostro cranio e che rimarrà in voi per sempre; e così voi morrete forse senza aver comunicato a nessuno la parte essenziale della vostra idea». (Dostoevskij, L’idiota . Einaudi 1963)

Candido, o l’ottimismo (Candide, ou l’Optimisme), è un racconto filosofico di Voltaire che mira a confutare le dottrine ottimistiche quale quella leibniziana. Candido è un giovane piuttosto ingenuo e buono di cuore che vive in Vestfalia nel castello del barone Thunder-Ten Tronckht; il ragazzo compie i suoi studi con la bella figlia del barone, Cunegonda, sotto le cure del precettore Pangloss, fedele discepolo di Leibniz (dal greco pan, “tutto” e glossa, “lingua”) che insegna ai due giovani la dottrina per cui tutte le cose del mondo reale vanno “nel migliore dei modi nel migliore dei mondi possibili”.

«Il precettore Pangloss era l’oracolo di casa, e il giovanetto Candido ne ascoltava le lezioni con tutta la buona fede dell’età sua e del suo carattere. Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmologonigologia. Provava egli a meraviglia che non si dà effetto senza causa, e che in questo mondo, l’ottimo dei possibili, il castello di S. E. il barone era il più bello de’ castelli, e Madama la migliore di tutte le baronesse possibili.
È dimostrato, diceva egli, che le cose non possono essere altrimenti; perché il tutto essendo fatto per un fine, tutto è necessariamente per l’ottimo fine. Osservate bene che il naso è fatto per portar gli occhiali, e così si portano gli occhiali; le gambe son fatte visibilmente per esser calzate, e noi abbiamo delle calze, le pietre sono state formate per tagliarle e farne dei castelli, e così S. E. ha un bellissimo castello; il più grande de’ baroni della provincia dev’essere il meglio alloggiato, e i maiali essendo fatti per mangiarli, si mangia del porco tutto l’anno. Per conseguenza quelli che hanno avanzata la proposizione che tutto è bene; han detto una corbelleria, bisognava dire che tutto è l’ottimo

Alla fine del racconto, dopo terribili disavventure, Candido, disilluso ma non sconfitto, si si ritira con tutti i personaggi del romanzo in una fattoria, dove, anziché filosofare, può dedicarsi al lavoro nel suo “orto”.

In “Lezioni di letteratura” (ora in Adelphi, 2018) Vladimir Nabokov discute e rischiara sette capolavori delle letterature occidentali, da Mansfield Park di Jane Austen all’Ulisse di Joyce. «E lui, il professor Nabokov – docente a Wellesley e quindi alla Cornell tra il 1941 e il 1958 –, li racconta agli studenti americani, e a noi». Nabokov conclude questa raccolta di lezioni con un testo dal titolo L’arte della letteratura e il senso comune:

«…Nell’autunno del 1811 Noah Webster, lavorando indefessamente alla lettera C, definì il senso comune [commonsense] il “buon senso solido, normale… esente da pregiudizi emotivi o da sottigliezze intellettuali…” È una visione piuttosto ottimistica di questa creatura, in quanto la biografia del senso comune costituisce una lettura sgradevole. Il senso comune ha calpestato molti geni delicati i cui occhi si erano deliziati del troppo precoce raggio lunare di qualche verità prematura; il senso comune ha scalciato polvere sui più belli fra i quadri strani perché un albero azzurro pareva follia al suo zoccolo ben intenzionato; il senso comune ha incitato nazioni brutte ma forti a schiacciare i loro vicini belli ma fragili nel momento in cui un vuoto storico offriva un’occasione un’occasione che sarebbe stato ridicolo non sfruttare.

Il senso comune è fondamentalmente immorale, perché la morale naturale dell’umanità è irrazionale quanto i riti magici che essa ha elaborato sin dall’immemorabile oscurità dei tempi. Il senso comune , nel suo aspetto peggiore, il senso reso comune, sicché tutto è confortevolmente deprezzato dal suo contatto. Il senso comune è quadrato mentre tutti i valori e le visioni più essenziali sono meravigliosamente rotondi, rotondi come l’universo o come gli occhi di un bambino, la prima volta che vede uno spettacolo al circo. (…) E quanto più  un uomo è brillante, quanto più è insolito, tanto più è vicino al rogo. Stranger [diverso] rima sempre con danger [pericolo]. Il mite profeta, il mago nella sua grotta, l’artista indignato, lo scolaretto non conformista partecipano di questo sacro pericolo. Stando così le cose, ringraziamoli, ringraziamo i diversi; perché nell’evoluzione naturale delle cose, la scimmia forse non sarebbe mai diventata uomo se non fosse apparso un diverso in famiglia. (…)

Ora dunque egli è pronto a scrivere. Ha tutto ci che gli occorre. La sua penna stilografica è confortevolmente carica, la casa è silenziosa, il tabacco e i fiammiferi sono vicini, la notte è giovane… e noi lo lasceremo in questa piacevole situazione e usciremo delicatamente di soppiatto e chiuderemo la porta e, andandocene, spingeremo decisamente fuori il mostro del bieco senso comune che ingombra i gradini gemendo che il libro non è per il grande pubblico, che il libro non potrà mai mai… E proprio allora, prima che espettori la parola,         v, e, n, d, e, r, s, i, lo pseudo senso comune deve essere ucciso con una rivoltellata». (Vladimir Nabokov: Lezioni di letteratura – Garzanti, 1982)

Contrariamente a quanto sostenuto a suo tempo prima dalla signora Thatcher, poi dal senso comune dei tanti Pangloss neoliberisti-banderuola (anche “di sinistra”:TINA: There Is No Alternative – non c’è alternativa) un’alternativa in realtà sarebbe possibile: ogni disilluso, candido idiota come chi scrive ne è più che convinto. Purtroppo, c’è una sola cosa che ai potenti non manca mai, il denaro. E un piatto di lenticchie spesso è più che sufficiente per…

In testata: Marcel DuchampFontana (Urinoir), 1917, ready-made, terracotta bianca ricoperta di smalto e vernice ceramica, cm 63 x 48 x 35. Parigi, Musée National d’Art Modern, Centre Pompidou – Al centro: Robert Rauschenberg:  Axle1964; oil and screen print on canvas, 275.7 × 610 × 4.7 cm; Museum Ludwig Köln / Schenkung Ludwig – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il nazista sognatore

Nell’ottobre del 2013, Banksy ha comprato per 50 dollari a The Housing Works, un charity shop (ovvero un negozio che vende usato e che dà in beneficenza il ricavato della vendita), una tela ad olio raffigurante un paesaggio autunnale, con laghetto, alberi con le foglie ingiallite e arrossate e sullo sfondo montagne innevate, ha dipinto su una panca un ufficiale nazista che contempla il panorama (vedi immagine sopra) e poi ha restituito il quadro al negozio. Lo ha intitolato “La banalità della banalità del male.”

Poco dopo la restituzione, Banksy ha fatto telefonare da qualcuno del suo staff per comunicare che il quadro era un Banksy autentico, poi ha pubblicato sul suo sito l’immagine del quadro, e una foto del negozio nella 23esima strada. Improvvisamente, The Housing Works è stato sommerso di richieste e offerte.

Il quadro è finito all’asta su Bidding For Good. La cifra di partenza era di 74.000 dollari, ma al momento della chiusura dell’asta, l’offerta finale è di 615.000 dollari.

Il 30 gennaio 1939, in occasione dell’anniversario dell’assunzione del potere (30 gennaio 1933) Hitler pronunciò un solenne discorso di fronte al Reichstag.

Ecco il passaggio saliente dello “storico discorso”:

«Oggi voglio essere di nuovo un profeta: se l’ebraismo finanziario internazionale dentro e fuori l’Europa dovesse riuscire a precipitare ancora una volta i popoli in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e con ciò la vittoria dell’ebraismo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa (sondern die Vernichtung der jüdischen Rasse in Europa)»

«Secondo Longerich, Hitler non diede un ordine solo e precisamente individuabile per scatenare il genocidio, che invece fu lo sbocco di una escalation di atti e decisioni, culminanti, verso la primavera del 1942, in un programma radicale di sterminio. Momenti-chiave in questa evoluzione furono l’invasione  dell’Unione Sovietica nel giugno 1941, accompagnata, nella fase iniziale, dall’uccisione di migliaia di ebrei maschi da parte degli Einsatzgruppen (e loro sotto-unità) del Servizio di sicurezza; l’estensione delle esecuzioni di massa alle donne e ai bambini ebrei nell’estate del 1941; la deportazione degli ebrei tedeschi, austriaci e cechi nell’autunno dello stesso anno (…) Al genocidio si arrivò con un’escalation di fasi, ad ognuna delle quali la deriva sterminatrice acquisiva nuovo slancio sulla base di una combinazione tra direttive centrali e iniziative locali, sempre supportate, nei momenti cruciali, dall’espressa approvazione, autorizzazione e consapevolezza di Hitler, ma senza che questi avesse mai impartito un singolo ed esplicito ordine, anche soltanto verbale, per l’avvio della “soluzione finale”» (Ian KershawHitler e l’enigma del consenso – Laterza, 2006)

Guido Ottolenghi, presidente della Fondazione del Museo ebraico di via Valdonica a Bologna, invita a leggere gli eventi che celebrano il Giorno della Memoria nella giusta dimensione «senza voler appiattire la storia sull’oggi, che è un modo per banalizzare la Shoah, ma con la consapevolezza che l’affermazione dei diritti di pochi a scapito degli altri e il desiderio di uniformità sono sempre pericolosi».

Oggi si inaugura al Museo ebraico la mostra “1938 La storia”, sulle leggi razziali in Italia. Perché questa scelta?

«È una pagina di storia che fatichiamo ad accettare, continuando a coltivare un mito di bonarietà degli italiani, che non ha riscontro. Ci sono stati i “giusti”, ma la leggi razziali passarono nell’indifferenza dei più. La mostra ripercorre quei passaggi, prima culturali, poi legali, fino a quelli amministrativi, che hanno condotto al razzismo e alla persecuzione».

Secondo lei quali sono le iniziative più efficaci per ricordare di ricordare?

«Quelle che con semplicità rivelano uno studio approfondito, senza puntare sull’emotività, alla lunga dannosa» (la Repubblica Bologna, 26 gennaio 2019 – intervista di Emanuela Giampaoli)

Lo studio della storia e i documenti, per chi vuole sapere, stanno lì a dimostrarlo: l’ideologia e l’azione nazifascista prevede(vano)  che i nemici politici fossero non solo sconfitti ma anche eliminati con la violenza, e la società fosse  ricostruita sulla base della purezza razziale, “escludendo” quindi tutti i «diversi».

Sostenere, come qualcuno – per quanto incredibile sia – sostiene ancora oggi, che i nazifascisti consideravano “un avversario da eliminare [solo] chi si fosse posto apertamente in contrasto con lui” equivale a commuoversi davanti al quadro di Banksy. Offendendo in questo modo la memoria collettiva, mancando al tempo stesso di sagacia e onestà intellettuale. La banalità della  banalità  sulla verità del male.

Il brano di Francesco De Gregori “Il cuoco di Salò” è contenuto nell’album “Amore nel pomeriggio” (2001) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)