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Inconvenienti dell’intelligenza emotiva

Ricevo – I’m very onored for this – questa nota dal prof.  John Hawthorne, che ringrazio di cuore:

“…I noticed you are linking to a post regarding being emotionally intelligent. I’d like to get your opinion on an article I recently wrote which is on the downsides. I figured it is not a common stance on the topic and you might be interested….”

Poiché sono molto interessato e concordo con il contenuto dell’articolo,  ne propongo di seguito la mia traduzione.

SE HAI UN’INTELLIGENZA EMOTIVA, FAI ATTENZIONE A QUESTI SVANTAGGI

L’intelligenza emotiva (IE) è un dono meraviglioso. Ti rende sensibile ai sentimenti degli altri, ti dà la capacità di controllare le tue emozioni e ti permette di utilizzarle sempre al meglio.

Ognuno di noi ha avuto a che far con qualche persona di scarsa intelligenza emotiva. E’ una cosa davvero frustrante. Se gli dici che hai un problema oppure che ti senti un po’ giù, loro ti guardano come se fossi un androide. E’ una cosa che  proprio non riescono a capire.

Oppure se vedono che sei perfettamente calmo nel bel mezzo di una situazione caotica, ne concludono di avere a che fare con un qualche tipo di extraterrestre, dal momento che non ti arrabbi o non ti metti in posizione fetale per il panico. La realtà invece  è molto più semplice: ed è che hai un’intelligenza emotiva piuttosto alta.

Il ricercatore Daniel Goleman la mette giù così:

“Se le vostre capacità emozionali non si fanno sentire, se non possiedete auto-consapevolezza, se non riescite a controllare le vostre angosce, se non siete capaci di empatia e di reale disposizione alle relazioni, allora non importa quanto intelligenti voi siate: non farete comunque molta strada.”

Ma avere un’intelligenza emozionale non è tutto rose e fiori. Ogni dono comporta infatti una sfida. Per esempio, i capi troppo forti possono essere tirannici, i geni creativi possono avere problemi organizzativi.

La natura dell’uomo è fatta così: siamo tutti in qualche maniera imperfetti e difettosi.

Chi  possiede un’intelligenza emotiva, comunque, deve assolutamente essere consapevole degli svantaggi che comporta questo dono. Chi invece non lo è, deve riuscire a trovare se stesso affrontando situazioni impegnative o addirittura pericolose. Può sembrare un’affermazione estrema, ma le cose stanno così.

Quali sono allora questi svantaggi? Approfondiamo un po’ meglio la questione.

DEVI ACCETTARE I COMPROMESSI

Nel caso tu possieda un’intelligenza emotiva, allora sei anche molto ben consapevole di ciò che gli altri pensano o sentono in ogni determinata situazione. Ma se da un lato questo fatto può essere positivo, dall’altro invece può condurti a sbagliare nella scelta tra le tue stesse sensazioni.

Per fare un esempio, potresti dire al capo che ti avesse chiesto di modificare leggermente i dati finanziari che questo è sbagliato. Ma potresti anche al tempo stesso renderti conto che lui, in questa situazione, si trova in difficoltà perché sta rischiando il posto di lavoro.  Nonostante tu sappia che non dovresti farlo, potresti quindi essere tentato di fare ciò che ti viene richiesto proprio perché senti il peso delle sue emozioni.

POTRESTI ESSERE TENTATO DI MANIPOLARE GLI ALTRI

L’altra faccia della medaglia è che la tua intelligenza emotiva può darti la tentazione di manipolare il prossimo, intenzionalmente o meno. Le emozioni infatti sono molto motivanti per gli esseri umani, quindi possono essere utilizzate per fare pressione sulle persone e far eseguire determinate azioni.

Alcuni soggetti, soprattutto quelli piuttosto narcisisti e con tendenze sociopatiche, possono essere molto abili nel manipolare la particolare sensibilità delle persone dotate di intelligenza emotiva.

Estremizzando il concetto, Adam Grant scrive:

Riconoscendo il potere delle emozioni, uno dei più influenti leader del ventesimo secolo ha speso lunghi anni per studiare gli effetti emozionali del proprio linguaggio del corpo. Esercitare i suoi gesti manuali e analizzare le immagini dei suoi movimenti gli ha permesso di diventare “un avvincente oratore pubblico”, ha detto lo storico Roger Moorhouse. – Ci ha lavorato sopra davvero duramente.” Si chiamava Adolf Hitler.

Oppure, come ulteriore esempio, poniamo che tu chieda ad un collega di aiutarti in un determinato progetto. Dal momento che  riesci a interpretare le reali emozioni delle persone, capiresti se lui sta cercando di rifiutarsi e non sa come fare. In quel momento puoi essere tentato di utilizzare le tue capacità per forzarla ad aiutarti, seppure sappia che questo va contro la sua effettiva volontà.

In proposito, il dott. Martin Kildare, presidente del Management Comportamentale all’ University College London, ci induce a riflettere con la seguente affermazione:

[Alcune persone con intelligenza emotiva possono] modellare le proprie emozioni al fine di produrre impressioni favorevoli di se stessi. Il mascheramento strategico delle proprie emozioni e la manipolazione di quelle altrui per fini strategici sono comportamenti evidenti non solo nel teatro di Shakespeare, ma anche negli uffici e nei corridoi nei quali potere e influenza vengono commercializzati.

Naturalmente, se sei consapevole di questa tendenza, puoi attivare azioni specifiche per contrastarla. Puoi ad esempio rassicurare le persone dicendo loro che comunque hanno sempre la possibilità di dirti di no, ed essere particolarmente cauto nel fare pressione emotiva sul prossimo.

POTRESTI PREVENIRE LE OPINIONI CRITICHE  ALTRUI

Se hai un’intelligenza emotiva, sai bene come comportarti per condizionare un pubblico. Sai quindi come utilizzare le tue emozioni, le tue parole e anche le tue  espressioni facciali per massimizzarne l’impatto.

Consideriamo per esempio  Steve Jobs. Egli è stato capace di convincere milioni di persone ad acquistare i suoi prodotti grazie ad un’incredibile abilità oratoria. L’iPhone è forse  il miglior prodotto tecnologico di tutti i tempi? Probabilmente no, ma Steve Jobs ci ha invece convinti che lo sia.

Nel suo libro “Steve Jobs”, Walter Isaacson scrive che un collega di Jobs ha detto:

Steve possiede un campo di distorsione della realtà.  In sua presenza, la realtà risulta malleabile. Lui può convincere chiunque di qualsiasi cosa. Poi la cosa ti passa quando lui non è più nei pressi, ma questo fatto rende comunque difficile farti un quadro davvero realistico delle situazioni.

Se hai un’elevata IE, potresti quindi essere tentato di utilizzare tecniche di “distorsione della realtà” simili a questa. Sollecitare le emozioni, piuttosto che aiutare ad affrontare i problemi con pensiero critico, in genere conduce a prendere decisioni tutt’altro che valide.

Un modo molto semplice per evitare che questo succeda, è quello di fare in modo che le persone abbiano tempo sufficiente per elaborare quanto viene loro richiesto e consentire di fare domande prima di attivarsi in proposito. Le emozioni tendono a sfumarsi nel tempo, e questo permette alla gente di ragionare più criticamente e con più cura al quadro completo della situazione.

POTRESTI AVERE DIFFICOLTÀ NEL DEFINIRE LE PRIORITÀ’

Se hai un’intelligenza emotiva, probabilmente eccelli negli impegni faccia a faccia. Sei sensibile alle necessità altrui, quindi sei anche in grado di corrispondere alle loro emozioni e sai cosa sia necessario per farli sentire apprezzati.

Può essere difficile applicare questa splendido talento quando si ha a che fare con gruppi di molte persone. Nel caso tu sia un leader, devi gestire molte esigenze in competizione tra loro. Devi quindi essere in grado di gestire incontri di gruppo e tentare di arrivare agli inevitabili compromessi. Al tempo stesso, allora, sentirai bene il peso della frustrazione di una persona e la gioia di un’altra.

Queste emozioni conflittuali possono rendere difficile il risolvere davvero le priorità conflittuali che si verificano in qualsiasi organizzazione strutturata. Può succederti di sentire un costante senso di colpa, oppure di non essere abbastanza equilibrato con tutti. Nonostante tutto questo sia davvero difficile, devi comunque portare questo peso.

Se il tuo desiderio è di dirigere, devi essere consapevole che all’interno del”pacchetto” del tuo mestiere  questo è incluso in partenza. Non è che sia un tuo problema particolare o un difetto innato. Ogni leader deve affrontare molteplicità di desideri e dire di no ad alcune persone.  Non dovresti prenderla come fatto un personale.

LE TUE CAPACITA’ POTREBBERO NON ESSERE VALORIZZATE

Nel tuo ambiente di lavoro, potresti trovare che qualcuno non valorizza la tua intelligenza emotiva come ti sembrerebbe giusto. In mestieri che hanno a che fare con il trattamento di numeri o dati, come ad esempio nell’amministrazione o nell’informatica, si tende a valorizzare maggiormente le capacità analitiche rispetto a quelle emozionali.

Di conseguenza, sfortunatamente può succedere che la tua intelligenza emotiva venga ignorata o perfino disprezzata. In questi casi, potresti sentirti scoraggiato o frustrato, e avere la sensazione che i tuoi suggerimenti e le tue idee non siano necessarie.

E’ allora essenziale ricordare che in ogni mestiere l’intelligenza emotiva è comunque un talento molto prezioso. Anche nelle professioni relative alla gestione dati, si dovrà comunque lavorare in qualche modo con altre persone. Si dovrà per forza interagire con managers, colleghi e clienti. Ci sarà anche bisogno di gestire dal punto di vista emozionale riunioni importanti. Nonostante possa apparire che tutto questo non venga apprezzato, le tue capacità rimangono fondamentali.

CONCLUDENDO

L’intelligenza emotiva è un talento formidabile. Essa ti rende empatico, intuitivo sulle gioie e gli sforzi altrui e ti aiuta a gestire le emozioni nel modo più opportuno. Ognuno di noi usufruisce di qualche tipo di sensibilità emozionale.

Ci sono delle controindicazioni in tutto ciò? Ovviamente sì. Ma se sai  porre la giusta attenzione e conosci le tue debolezze, puoi effettivamente tutelarti e proteggerti da questi aspetti negativi.

In conclusione, si può affermare che è comunque molto meglio possedere un’intelligenza emotiva, piuttosto che essere privi di sensibilità nei confronti del prossimo. L’intelligenza emotiva è un dono da apprezzare, e non un difetto da criticare. Il nostro mondo sarebbe un posto davvero migliore se ognuno di noi avesse un po’più di intelligenza emozionale.

Leo Buscaglia ha detto:

“Troppo spesso sottovalutiamo il valore di un contatto, un sorriso, una parola cortese, un ascolto, un complimento onesto, o il minimo gesto di interesse, ognuno dei quali ha il potenziale di cambiare una vita.”

Non potremmo essere più d’accordo.

 

 

 

Almeno saperlo

“Nel caso non lo sappia, glielo devono dire. Lo devono mettere seduto su una sedia e costringerlo a sapere che cosa è accaduto, a Marzabotto. Che cosa significa Marzabotto. Non è possibile non sapere, non rendersi conto del significato dei gesti, dei simboli. Non è un lusso che ci possiamo più permettere, come italiani, quello di regalare agli stupidi e agli ignoranti il permesso di esserlo. Non sanno di Anna Frank, non sanno di Marzabotto, non sanno niente. Portano l’odio senza portarne il peso: è troppo comodo. Almeno saperlo, se si è stragisti, che si è stragisti.” (Michele Serra – L’amaca, La Repubblica 14 novembre 2017)
 “Segna un gol al Marzabotto e fa il saluto romano ai tifosi. Conferma dalla VAR: è un coglione.” (Federico Taddia – Il bolognino, La Repubblica Bologna 14 novembre 2017)
Nell’immagine qui sopra: la bandiera di guerra della Repubblica Sociale Italiana. La RSI fu il regime, esistito tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi dopo l’armistizio di Cassibile. (da Wikipedia)
E’ l’immagine  riportata sulla maglietta scelta da Eugenio Luppi per la partita di Marzabotto.
Signor Luppi si rende conto di cosa ha fatto domenica a Marzabotto? 
“Preferirei non parlarne, ho messo tutto in mano a Morris Battistini, un politico del centro destra di Marzabotto, mi troveranno un avvocato”. (…) 
Perché ha fatto il saluto romano? 
“La verità è che sono stato male interpretato” (Simone Monari – La Repubblica.it).
Adesso è tutto chiaro. Ha scelto una maglietta a caso dal guardaroba (era indeciso tra questa e una di Hello Kitty). Poi stava semplicemente salutando la morosa e il padre che erano in tribuna. Ed è stato male interpretato.
“Uno come Di Canio quando finiva sotto i riflettori per analoghe bravate (mai fino a questo punto, però) poi almeno ringhiava son fascista e me ne vanto, più o meno. La reazione di questo calciatore molto distratto – nei gesti e nel look – è senza onore, per usare una terminologia cara agli ambienti cui si ispira. Farebbe pena pure a un fascista vero. Chissà se ci vuol più coraggio – chiamiamolo così per pietà – a escogitare un simile show premeditato o a dissociarsene in modo così grottesco, patetico?” (Emilio Marrese – La Repubblica Bologna 14 novembre 2017)
P.S. Anche per il cane ha scelto un nome a caso fra i tanti: Benito.

Tutti contro tutti

Il sindaco di Bologna Virginio  Merola e la sua giunta hanno da poco lanciato una “campagna per il risveglio civico” che dovrebbe prendere di mira tutti i comportamenti incivili dei cittadini: «Abbiamo avviato, annunciandoli prima proprio perché il nostro compito è di informare e poi eventualmente reprimere, una serie di controlli verso comportamenti scorretti, pericolosi e maleducati di tutti», scrive Merola. Sanzioni che riguardano non soltanto la mobilità cittadina, «dove sono convinto non esistano categorie così nette» spiega, ma pure il campo della convivenza civile, «dalla cartaccia gettata a terra, ai rifiuti abbandonati, agli scarabocchi sui muri». (Corriere di Bologna, 3 novembre 2017)

Annunciando l’iniziativa su “La Repubblica Bologna”, Eleonora Capelli scrive che “lamministrazione va alla crociata del senso civico e del rispetto delle regole. Dai ciclisti, agli esercenti fino ai frequentatori di piazza San Francesco, il Comune sceglie la “tolleranza zero”. Il sindaco ha annunciato prima di tutto una campagna dei vigili urbani per far rispettare a suon di multe quelle regole che vengono comunemente infrante. «Partirà una campagna di molti giorni per fare presente che non si può andare in bicicletta contromano, ha detto Virginio Merola, che non si può sporcare la città e non si può sostare in doppia fila. Abbiamo bisogno che tutti si adeguino e collaborino, Bologna merita di essere una città civile».”

“Combattere le cattive abitudini urbane partendo dai ciclisti indisciplinati, con multe a chi pedala contromano e a chi percorre i portici a tutta velocità. È la campagna per il senso civico appena lanciata dal sindaco di Bologna, Virginio Merola, che ha deciso un “giro di vite” per le due ruote. Nella città “apripista” per il centro chiuso al traffico, dove è stata costruita anche la tangenziale per le bici, si tratta di una misura molto discussa. Sotto le Due Torri la bicicletta è il mezzo per spostarsi di ogni universitario, di molti residenti in centro e tradizionalmente degli anziani. E i ciclisti ora gridano al tradimento, in pieno allarme smog.”

Così, il giorno dopo: “La campagna per il rispetto delle regole e il senso civico comincia con 46 multe ai ciclisti. Questo il bilancio del primo giorno del “giro di vite” sulle cattive abitudini lanciato da Virginio Merola, che ha detto: «Bisogna tener presente che non si può andare contromano in biciletta, parcheggiare in doppia fila, sporcare la città». Mentre il sindaco annunciava la “tolleranza zero”, 12 vigili in borghese controllavano a tappeto il comportamento dei ciclisti nel centro storico, in particolare in via Guerrazzi, in via San Felice, in Santo Stefano e sotto il portico di via San Vitale. Risultato: 46 multe di cui 22 a ciclisti contromano, 20 alle due ruote che andavano sotto i portici e 4 per transito con semaforo rosso.” Il risultato percepito sembra consistere in una crociata contro la biciclette.

Ovviamente si scatena la polemica: «Se avessimo messo i vigili in borghese a controllare le auto su tre strade com’è stato fatto per le biciclette, quante multe avrebbero fatto?» si chiede l’ex assessore alla Mobilità Andrea Colombo. Molte delle perplessità suscitate dalla campagna contro i comportamenti scorretti di chi pedala sono riassumibili in questa domanda.

I ciclisti sentono che a Palazzo d’Accursio il vento è cambiato e accusano l’amministrazione di essere ora sorda alle esigenze di chi non usa l’automobile per spostarsi. «C’è stato negli anni scorsi un periodo favorevole, di ascolto e ricerca — dice Teresa Carlone di Salvaiciclisti —  ma adesso le politiche sono di segno diverso, ormai sono rimasti solo i T-Days»

«E i riders che si occupano delle consegne di pizza e cibo utilizzando la bicicletta e il motorino come faranno, con questa stretta sulle regole per le biciclette?». Se lo domanda Federico Martelloni, di Coalizione civica, che sul tema dei lavoratori precari costretti a sfrecciare su e giù per la città per piattaforme online come Just Eat o Sgnam ha interrogato ieri il sindaco Virginio Merola in Question time.

Biciclette multate più delle auto. Questo, in estrema sintesi, il primo bilancio numerico della campagna di “Risveglio civico” del Comune — da ieri anche una delega ad hoc in mano al sindaco — che ha messo nel mirino in particolare due comportamenti scorretti e frequenti sulla strada: quello dei ciclisti che viaggiano contromano o sotto il portico e quello degli automobilisti che guidano col cellulare all’orecchio.

Presi di mira perché vanno contromano, i ciclisti passano al contropiede. Montato lo smartphone sulla bici, gli integralisti delle due ruote promettono di fotografare, filmare, immortalare tutti i peccati di automobilisti scorretti e pedoni distratti. E poi di pubblicare i vizi degli altri utenti della strada sui social, in una triangolazione già pronta tra Facebook, che già ha la sua pagina “Salvaiciclisti”, e Instagram, dove la pagina “Malasosta Bologna” abbonda di auto beccate in fallo mentre sostano in doppia fila, in sosta vietata o sulla preferenziale. Una “vendetta” a fin di bene, sostengono. Col rischio però che diventi una campagna da “si salvi chi può” dove alla fine non si salva nessuno. Si potrebbe continuare a lungo, ma la sostanza è, ancora una volta, sempre la stessa: tutti contro tutti.

A questo punto, è meglio precisare che uno dei primi atti del nuovo assessore alla Mobilità, Irene Priolo, è stata l’istituzione della curiosa “motorabile” di via San Felice (vedi sopra) cioè una corsia riservata alle moto (!) in pieno centro storico per aprire alle due ruote motorizzate la preferenziale verso l’omonima porta. L’amministrazione ha poi fatto marcia indietro, ma di sicuro anche questo non è stato un segnale distensivo per ciclisti e ambientalisti.

Aldo Balzanelli, nella sua rubrica domenicale “Profilo Aldo”, scrive giustamente che “A pensarci bene la mobilità cittadina si potrebbe sintetizzare così: il pedone odia il ciclista, che a sua volta odia l’automobilista, che a sua volta mal sopporta gli autobus, che a loro volta vorrebbero far secchi i motorini. E quasi tutti ovviamente dimenticano di essere a volte pedoni, altre ciclisti, qualche volta automobilisti e perfino passeggeri. E che le regole servono proprio a questo, a permetterci di arrivare sani e salvi a casa o al lavoro, sia se ci muoviamo a piedi che con un mezzo di trasporto. Già, le regole. Tornando alle polemiche di questi giorni la questione è semplice. Le regole funzionano se sono certe, se vengono applicate sempre e se valgono per tutti. Altrimenti, anche se sono regole, si trasformano in un’ingiustizia. Quindi sulle biciclette, come su tutto il resto, occorre che le “strette” siano permanenti, non uno spot destinato, dopo un po’, ad essere sostituito da un’altra campagna.”

Ma confesso che la posizione più convincente e più sincera (anche se si tratta di una  posizione politicamente scorretta) mi sembra quella di Romano Montroni:

Indisciplinati sì, ma con giudizio. È una nuova categoria di ciclisti rei confessi, un po’ pentiti, ma comunque dotati di buon senso e del tutto rispettosi. Quella a cui appartiene il libraio più famoso d’Italia, vale a dire Romano Montroni, pedalatore convinto da sempre. Montroni, si può essere davvero indisciplinati ma rispettosi? «Sì, se questo vuole dire essere consapevoli di infrangere una regola, ma senza divenire arroganti, tipo quelli che vanno sparati sotto i portici e se protesti ti insultano». (Montroni confessa: “Infrango le regole, ma con rispetto” –  intervista di Valerio Varesi su “La Repubblica Bologna”). Scagli la prima pietra chi è senza peccato, insomma. Siamo sinceri: specie in un impero della burocrazia come quello attuale, rispettare SEMPRE tutte le regole è oggettivamente impossibile e forse tendenzialmente maniacale.

Concordo in pieno, le parole chiave sono come sempre le stesse due: il rispetto da una parte, la prepotenza dall’altra. ” Ma l’ordine sociale è un diritto sacro che serve di base a tutti gli altri. Tuttavia questo diritto non viene dalla natura; è dunque fondato su delle convenzioni. Si tratta di sapere quali siano.” “Il contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau fu pubblicato per la prima volta nel 1762, mettendo le basi dei principi democratici. Gli stessi principi che vengono giorno dopo giorno smantellati da coloro che credono e professano esclusivamente la legge della giungla, cioè quella del più forte e del potente di turno.

«Juli Briskman, la mamma cinquantenne che il mese scorso alzò il dito medio al passaggio del corteo presidenziale, ha appena ricevuto il benservito dalla Akima, la società della Virginia per cui lavorava. «Quel giorno non ero neanche in servizio », spiega. «Ma mi hanno accusato di aver violato il codice di condotta aziendale ».

 Il 28 ottobre, dopo una corsa, stava tornando in bicicletta a casa quando le fu tagliata la strada dal corteo di limousine blindate e gipponi dei servizi segreti che riportavano alla Casa Bianca Trump dopo una partita di golf nel suo resort di Sterling, in Virginia. Indispettita dall’arroganza del sorpasso, la Bricksman staccò dal manubrio la mano sinistra e fece capire le sue opinioni (…) i capi dell’Akima, consapevoli che il governo federale è un loro cliente, non hanno perso tempo, né voluto sentire ragioni.

«Ho spiegato che non ero riconoscibile e che non c’era alcun riferimento all’azienda », ha detto la donna, che aveva postato la foto su Facebook. Non è servito nulla. Quel gesto è stato definito «osceno e scostumato», quindi in violazione del codice che vieta ai dipendenti comportamenti del genere sui social. Risultato: il licenziamento in tronco, anche grazie alle norme che nello Stato della Virginia danno piena libertà ai datori di lavoro di mandar via chi vogliono, in qualsiasi momento e senza vere spiegazioni. Ma Juli non si pente affatto della sua protesta solitaria, che ne ha fatto un’eroina del web: #shefor2020: lei per il 2020, anno in cui ci saranno nuove elezioni, hanno twittato migliaia di persone. E dice con senso di sfida: «Se capitasse di nuovo, lo rifarei subito». (Arturo Zampaglione – La Repubblica)

Più che giusto. Lo rifarei anch’io. In fondo tutto il resto è solo oscena e scostumata ipocrisia.

Nell’immagine qui sopra: “L.O.V.E.” scultura comunemente nota come “Il Dito”, di Maurizio Cattelan, 2010. Il nome è un acronimo di «libertà, odio, vendetta, eternità».

 

L’estensione del faggio

Nonostante una diffusa convinzione, il Terzo Reich non si prefiggeva come obiettivo il dominio del mondo. Ciò che lo interessava era il continente europeo. E come sempre, era la natura a disegnare i limiti dell’espansione nazista. Esiste infatti una frontiera naturale, invisibile perché climatica, quella che separa il clima oceanico dal clima continentale, e che è indicato dal limite meridiano orientale di un albero: il limite orientale del Reich è fissato dai termini estremi dell’estensione del faggio.  E’ la zona propria di quell’essenza “per eccellenza germanica“, è l’Ovest. All’Est infatti questa specie non si trova più.

Il nazista ama la natura. Dopotutto Hitler e Himmler erano vegetariani, e la loro legislazione sulla protezione degli animali è rimasta in vigore fino al 1972 nella Repubblica Federale Tedesca. Il biologo Heinz Graupner dedica poi lunghe pagine a tentare di distinguere il regno animale da quello vegetale, prima di arrivare alla conclusione dell’impossibilità di questa impresa: “Otteniamo l’immagine di una grande unità di tutto il vivente quando tentiamo di tracciare frontiere tra i diversi regni organici, in quanto non scopriamo alcuna differenza fondamentale tra gli organismi” stessi.

In una pubblicazione destinata agli ufficiali delle SS [SS-Leitheft, V (1939) n. 4, pag. 28] poi si afferma: “E’ contrario alla volontà della natura che l’uomo, prigioniero della follia della propria importanza, decida di vivere la vita che vuole. Cos’è dunque un uomo in quanto individuo? L’osservazione della natura ci insegna che la foglia dell’albero esiste solo grazie al ramo sul quale cresce. Che il ramo riceve la sua vita dal tronco, e che questo deve il suo sviluppo alla radice, la quale trae la sua forza dalla terra. Quanto all’albero, esso non è che un membro della foresta.

Contrariamente a quanto si dice spesso, la gerarchia degli esseri viventi del nazismo non consiste in una scala che ponga  gli ariani in alto e gli ebrei in basso, ma in una topologia più complessa – in alto gli ariani e tutti gli animali da preda, le razze umane miste, poi gli slavi,  i neri e gli asiatici al grado più basso. Gli ebrei sono a parte, altrove: né propriamente umani né veramente animali, appartengono all’ambito batteriologico più che al diritto biologico comune. In una intervista del 1943 con l’ammiraglio Horthy (capo dello stato filofascista ungherese) Hitler dichiara: “Bisogna trattarli come bacilli della tubercolosi, che possono infettare un corpo sano. In questo non c’è nulla di crudele se si pensa che animali innocenti come i conigli devono essere decimati per evitare ogni danno. Perché mai si dovrebbero risparmiare le bestie orribili che volevano portarci il bolscevismo?

Il nazista, per quanto naturalista, non ama allo stesso modo tutti gli animali: in linea di massima gli piacciono le bestie da preda, combattenti capaci di resistenza superiore nella lotta per la vita; bene anche i cervi, di cui vengono esaltati i maschi dominanti che s’impongono nella lotta per la riproduzione; molto bene anche i cani, ma non tutti (bocciato infatti il barboncino casalingo, tutto  curato e arricciato…). A sorpresa, bocciatura anche per il gatto, “una razza strana, imprevedibile. Il loro posto non è tra noi. Vengono da oriente (…) Non riescono a integrarsi in alcuna comunità. I tedeschi amano i cani“, dichiara Wilhem Vesper, scrittore nazista. Per Hitler, infatti, i tedeschi sono gli innocenti topi vittime dei gatti giudei. In quanto ai conigli: “Non vedrete un coniglio malato sopravvivere oltre pochi giorni: sarà preda dei suoi nemici e, grazie a questo, sarà sollevato dalle sue sofferenze. E’ questa la ragione per cui i conigli sono una società [sic] che è sempre sana al 100%“, afferma Eugen Stahle. (da Johann Chapoutot  – La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti, Einaudi 2016)

Comunque sia, nell’Italia contemporanea, ma non solo, negli ultimi tempi  queste particolari associazioni ambientaliste organizzano con una certa regolarità  interessanti attività sportive e/o culturali. Ad esempio, piacevoli sgambate “open air“: “Circa un migliaio di militanti di estrema destra si sono presentati sabato pomeriggio (29 aprile 2017) al Campo X del Cimitero Maggiore di Milano per commemorare i caduti della Repubblica di Salò”. (da Corriere.it) Come spesso succede dalle nostre parti, nessuno si è accorto di nulla. “La manifestazione non era autorizzata” è quanto riferiscono dalla Questura milanese. I militanti hanno aggirato i divieti arrivati il 25 aprile dalla prefetta di Milano Luciana Lamorgese e la manifestazione impedita il giorno della Liberazione si è svolta aggirando i divieti. Al Campo X sono sepolti morti repubblichini e criminali di guerra nazisti.

Oppure distensive camminate urbane come questa: “La marcia su Roma non si farà il 28 ottobre. Forza Nuova: ma non abbiamo rinunciato. Nuova ipotesi il 4 novembre sempre all’Eur.” (da Il Tempo.it)

Infine, che dire della loro ultima – almeno per ora – simpaticissima iniziativa?

“Appena incrociano una persona diversa da loro, gli ultrà all’olio di ricino della Lazio vengono invasi da un incomprensibile senso di superiorità che sono soliti esprimere in versi e versacci. Finché un giudice si scoccia e chiude la curva. La curva, beninteso, non i curvaioli, la cui sventurata sorte di profughi del tifo tocca il cuore del presidente Lotito. Il noto umanista ha una pensata folgorante: che ai lazi-fascisti, sfrattati dal loro nido, sia concesso in affitto quello della Roma per la cifra simbolica di un euro. Naturalmente «nel quadro della campagna di educazione contro il razzismo». Trattandosi di una fesseria, diventa subito operativa. Domenica scorsa i «rieducati» occupano la curva nemica e — immagino nel quadro della campagna contro il razzismo — la riempiono di scritte antisemite e fotomontaggi di Anna Frank con la maglia della Roma.

Munito di apposita microsonda, mi inoltro nel luogo più claustrofobico del mondo: il loro cervello. Circumnavigandolo in un nanosecondo, si scopre che, per certe menti illuminate come una notte senza luna, accostare qualcuno alla vittima-simbolo dell’Olocausto rappresenta un insulto efferato. Proprio vero che la vita è una questione di punti di vista. Se fossi un tifoso della Roma, mi appunterei sul petto il fotomontaggio di Anna Frank giallorossa, ringraziando quei miserabili per avermi ritenuto degno di un così grande onore.” (Il Caffè di Massimo Gramellini – Corriere della Sera, 24 ottobre 2017)

D’altra parte, che possiamo farci? Anche gli Irriducibili laziali fanno parte della natura. Come tutti gli animali, anch’essi (non certo fra i nostri preferiti) hanno avuto l’istinto di segnare un territorio appena conquistato: in questo caso la curva Sud dell’Olimpico. Dev’esserci un faggeto nei paraggi.

(Nell’immagine in testata: “Him” di Maurizio Cattelan, 2001 – Tutta la prima parte del post è basato sul testo di Johann Chapoutot  “La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti” – Un sincero ringraziamento a Massimo Gramellini per il suo eccellente “Caffè”)

 

Meme o non meme?

“Ieri il Senato della Repubblica ha approvato con 257 voti favorevole e 165 astenuti il disegno di legge del Senatore Cirenga che prevede la nascita del fondo per i “parlamentari in crisi” creato in vista dell’imminente fine legislatura. Questo fondo prevede lo stanziamento di 134 miliardi di euro da destinarsi a tutti i deputati che non troveranno lavoro nell’anno successivo alla fine del mandato. Questo quando in Italia i malati di SLA sono costretti a pagarsi da soli le cure. Rifletti e fai girare.”

Che cos’è un “meme“? E’ un pezzo di informazione che tende a replicarsi e a passare da un utente all’altro come fanno i virus. Il termine è una abbreviazione della parola greca mìmema, che significa imitazione, utilizzato da Richard Dawkins nel Gene egoista. Si tratta di un’entità che è replicabile da una mente; un elemento di una cultura o civiltà trasmesso da mezzi non genetici, soprattutto per imitazione.

Quello riportato sopra è appunto un “meme“. Durante la campagna elettorale del 2012, infatti, su Facebook divenne virale la pagina riguardante una fantomatica proposta di legge del Senatore Cirenga. Il problema è che la notizia era palesemente falsa, e non era poi così difficile capirlo: come prima cosa, il suddetto Senatore non esiste; secondo, il Senato della Repubblica è composto da 315 Senatori e non da 422 (257+165 come i voti citati nel messaggio); terzo, 134 miliardi di euro corrispondono più o meno al PIL di uno Stato come la Romania…

Insomma si trattava – diciamo così – di uno scherzo. Tra l’altro ai piedi dell’immagine si leggeva: “E’ solo colpa del popolo caprone che l’ha votata ma che ha soprattutto condiviso questa immane boiata falsa che solo dei boccaloni  come voi potevate reputare vera”. Eppure il messaggio è diventato virale e ha determinato commenti indignati e seria partecipazione. Esistono innumerevoli altri casi simili: ci si domanda allora come tutto questo possa succedere.

Una possibile risposta è la seguente: “Come già spiegato nell’articolo pubblicato dal World Economic Forum a inizio 2016 dal titolo “How does misinformation spread online?“, molteplici sono i fattori che hanno creato il terreno fertile per la diffusione in rete della disinformazione. Uno di questi si chiama proprio narcisismo. Il virus di Narciso abita, cresce e si riproduce nella rete

Un mondo in cui la disinformazione accidentale si trasforma in intenzionale – è questa la differenza in inglese fra misinformation e disinformation – tanto da far prevedere gli effetti che si avranno sottoponendo il processo della comunicazione/informazione a stimoli precisi. Come dire che immettendo nel circuito dell’informazione notizie volutamente false si potrebbero scatenare processi in una direzione o in un’altra“, scrivono Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini in Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità (Franco Angeli, 2016).

Non c’è problema, si dirà: alle notizie palesemente false (fake) diffuse in rete basterà contrapporre la relativa informazione veritiera. Com’è noto, infatti, si dice spesso che “le bugie hanno sempre le gambe corte”. Purtroppo, qui cominciano le  pessime notizie: “Il 18 dicembre 2015 Caitlin Dewey, columnist del Washington Post, annunciava la chiusura della sua rubrica What was fake on the Internet this week (Che c’era di falso su Internet questa settimana). (…)

Per quella settimana avrebbe preparato la rubrica come sempre, se non si fosse imbattuta negli ultimi risultati del gruppo di Walter Quattrociocchi, direttore del Laboratorio di Computational Social Science all’Istituto IMT di Alti Studi di Lucca, il quale le aveva spiegato che la sfiducia nelle istituzioni è così alta, ora, e i pregiudizio cognitivi così forti, sempre, che le persone che seguono le bufale spesso sono interessate soltanto nel consumare l’informazione che si conforma alla loro visione, anche quando è possibile dimostrare che sia falsa.” (dalla prefazione di Marco Cattaneo)

Scrive Antonio Nicita di AGCOM: “Nel mercato digitale delle idee, l’offerta di informazioni tende ad essere sempre più profilata, con algoritmi che tendono a raccontarci una realtà che somiglia ai nostri desideri, al nostro “tipo”, in base al comportamento che riveliamo nel web. Allo stesso modo, dal lato della domanda, tendiamo a ricercare ciò che ci interessa, che ci dà ragione, che conferma i nostri “pre-giudizi” ( confirmation bias), trascurando o cancellando dal nostro orizzonte informativo tutto ciò che falsifica la nostra pregressa visione del mondo.

Questo doppio filtro dal lato della domanda e dell’offerta, fatto di echo chamber e di profilazione, ci restituisce un mondo informativo parziale e “su misura”, la cui effettiva dimensione dipende dalla nostra curiosità, dalla disponibilità a sperimentare cose nuove, a misurarci con idee diverse dalle nostre e così via. E più diamo spazio alle emozioni nella ricerca di “verità”, più quel mondo informativo diventa uno specchio delle nostre brame, con l’illusione che ciò che lo specchio ci restituisce sia la verità su come vanno effettivamente le cose, dalla politica ai vaccini.

Sono i limiti cognitivi dal lato della domanda di informazione, studiati dai premi Nobel Daniel Kahneman e Richard Thaler, a generare le distorsioni informative. Non le bugie in sé, dunque, ma le illusioni, dal momento che — come scriveva Demostene — «ciò che un uomo desidera, crede anche che sia vero».”

A quanto pare, chi utilizza Facebook lo fa soprattutto al fine di: 1) acquisire informazioni che aderiscono al suo sistema di credenze (information bias o pregiudizio di conferma); 2) trovare persone con attitudini molto simili (omofilia ed echo chambers); 3) rinforzare vicendevolmente le proprie posizioni. Tutto questo mi pare si possa riassumere con un termine banale ma efficace: conformismo. Diffusissimo, comodissimo banale ed endemico conformismo.

Dalle conclusioni di Misinformation: “Pregiudizi di conferma, processi di aggregazione, tendenza a rinchiudersi in clan e tribù non sono il prodotto maligno di un marchingegno infernale da cui stare alla larga, ma sono dinamiche che riguardano in maniera diversa ognuno di noi, anche fuori da Internet, da cui probabilmente il web e la struttura dei social network hanno amplificato la portata.

Se ne può uscire? E se sì, come? “Il tutto richiede uno sforzo collettivo e la formazione di un pensiero complesso, analitico e consapevole.” Cioè il contrario dell’imperante conformismo. Per finire, due citazioni. La prima è di Samantha Power, ambasciatrice degli USA all’ONU: “… le nostre principali fonti di informazione sono sempre più progettate per rifletterci il mondo come già lo vediamo. Ci danno il comfort delle nostre opinioni, senza il disagio del pensiero. Dobbiamo trovare il modo di uscire dalle nostre echo chamber.

La seconda è del Presidente Sergio Mattarella: “… Quando l’io perde l’opportunità del noi, tutta la società diventa più debole e meno creativa.” Il libro si chiude con queste precise parole: “Dobbiamo ricominciare ad ascoltare. Come reagirebbe Narciso all’empatia?” La domanda è retorica, ma è meglio precisare subito la risposta: “Male. Molto ma molto male”, perché egli è socievole solo con chi rispetta il suo patologico complesso di superiorità.

Nell’immagine in testata: “Eco e Narciso” (1903), di John William Waterhouse.

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