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Del furore divino

Nel precedente post, “La luna, i falò e la vanità”,  dedicato a roghi di vario genere (quindi, come dire, un po’ “pesantuccio”) avevo trascurato in modo consapevole di ricordare Giordano Bruno, forse proprio per il fatto di averne visitato e omaggiato di recente il monumento in Campo de’Fiori a Roma. Ma non posso più esimermi: infatti sulle pagine culturali di “Repubblica” esce oggi un articolo di Massimo Cacciari (filosofo citato nel post ancora precedente) dal titolo: “Giordano Bruno. Il rogo in cui iniziò il tramonto dell’Europa.” Inizia così:

“Quando Giordano Bruno è condotto al rogo e getta in faccia ai suoi carnefici le parole: «forse avete più paura voi nell’infliggermi questa condanna, che io nel subirla», e Tommaso Campanella, torturato crudelmente a Castel Nuovo, simula la pazzia per salvarsi la vita, l’Europa è nel vortice di quelle guerre civili e tra Stati, guerre “totali”, politiche e religiose, economiche e ideali, che solo dopo mezzo secolo troveranno una “pace”, gravida di tutti i futuri e ancor più tremendi conflitti. Queste lotte segnavano per Bruno la decadenza d’Europa, il suo declino politico e morale. In lui e in Campanella soffia lo spirito dei grandi riformatori.”

E’ chiaro che per Cacciari esiste una forte affinità tra la situazione storica di quel tempo e l’attuale. Come dargli torto? Infatti continua: “Per entrambi è vuota qualsiasi filosofia che non liberi l’uomo alla ricerca della propria felicità. Qualsiasi atto è lecito per perseguirla, poiché la nostra natura la esige come proprio fine. Ma per conquistarla è necessario sconfiggere, e in noi stessi anzitutto, i dèmoni della superstizione, della paura, dell’invidia, dell’egoismo, dell’ingiustizia. Occorre dar loro lo spaccio, preparando l’attesa di nuovi eroi fondatori, novelli Perseo, liberatori di Andromeda- Europa prigioniera dei mostri.” (…)

“Tale era anche il significato autentico della tradizione civile, repubblicana del nostro Umanesimo. Non resuscitare l’Antico, ma suscitare i moderni ad esserne all’altezza, a emularne la virtù, cioè la potenza della mente e delle arti, la loro potenza costruttiva. E come attingere a questa altezza senza furore? Nulla di vagamente “estatico” nel termine, nulla di immaginosamente “romantico” o irrazionale. Una grande riforma politica e religiosa, tale da coinvolgere in sé tutte le dimensioni della vita, neppure sarebbe concepibile senza che ad essa tendessero tutte le nostre facoltà, tutta la mente e tutto il cuore, e il corpo stesso.” 

E così conclude: “(…) L’Europa che si sprofonda nella sua caverna egoica, che sta portando a esiti estremi quel declino morale e politico, già tragicamente illuminato il 17 febbraio del 1600 dal rogo di Campo dei Fiori, questa Europa di mura, fittizie carceri e impotenti potenze, sarà eruttata via dalla potenza della stessa Natura, se si ostinerà a non ascoltare la voce dei suoi grandi, lo spietato realismo delle loro profezie, le loro dolorose verità. Memoria attiva, immaginativa, memoria di forze che possono essere genesi del nostro futuro. Memoria che questa Europa sembra impegnata solo a dimenticare.”

La domanda fondamentale è: “come attingere a questa altezza senza furore?” Ecco allora come Marsilio Ficino descrive – in una lettera del I dicembre 1457 a Pellegrino Agli) quel “furore divino” che evidentemente Cacciari ritiene a noi manchi del tutto, almeno oggi come oggi (e ancora una volta, è possibile dargli torto?): “[le anime] non possono tornare nelle regioni celesti, da cui sono cadute per il peso dei pensieri terreni, a meno che non sorga in loro il ricordo di quelle divine nature di cui hanno perduto memoria. Per tornare lassù, così pensa il divino filosofo, possiamo far leva su due virtù, una che pertiene alla condotta morale, l’altra alla contemplazione; chiama la prima ‘giustizia’, l’altra ‘sapienza’. Per questo dice che le anime volano alle dimore celesti con due ali. (…) Riacquistate nuovamente quelle ali, l’anima si separa dal corpo e, piena del dio, è rapita verso le regioni celesti e molto si affatica in quest’impresa. Platone dà a questo sforzo e a questa separazione dal corpo il nome di ‘divino furore’.

Comunque la si pensi, è indubbio che le ali relative alla condotta morale (giustizia) e alla contemplazione (sapienza) tendono a rattrappirsi in modo inesorabile. Ognuno faccia la sua parte perché ciò non accada.

La luna, i falò e la vanità

– Li hanno fatti quest’anno i falò? – chiesi a Cinto. – Noi li facevamo sempre. La notte di San Giovanni tutta la collina era accesa. – Poca roba, – disse lui. – Lo fanno grosso alla Stazione, ma da qui non si vede. Il Piola dice che una volta ci bruciavano delle fascine (…) – Chi sa perché mai, – dissi, – si fanno questi fuochi. Cinto stava a sentire. – Ai miei tempi, – dissi, – i vecchi dicevano che fa piovere (…) – Si vede che fa bene alle campagne,, – disse Cinto, – Le ingrassa. (Cesare PaveseLa luna e i falò). Il fuoco è poi il protagonista principale in altri due avvenimenti chiave del bellissimo, drammatico romanzo di Pavese. Per inciso, uno degli avvenimenti viene svelato solo nell’ultimo paragrafo del libro, il quale termina (indovina un po’?) proprio con la parola in questione.

Ma da tempo immemorabile i contadini accendono dei falò in determinati periodi dell’anno, soprattutto in primavera, per propiziare un’annata di buoni raccolti e scacciare i mali e le avversità, spesso simboleggiati da maschere e fantocci da bruciare. I falò accesi nei campi la notte di san Giovanni erano considerati, oltre che propiziatori, anche purificatori. L’usanza di accenderli si riscontra in moltissime regioni europee e persino nell’Africa del Nord.

Il falò delle vanità (tit. or.: The Bonfire of the Vanities, 1987) è invece un romanzo dello scrittore statunitense Tom Wolfe. La storia è un dramma che tratta di ambizione, razzismo e avidità nella New York degli anni ottanta e si incentra su tre personaggi principali: Sherman McCoy, un giovane, arrogante finanziere di successo; il sostituto procuratore ebreo Larry Kramer e il giornalista britannico Peter Fallow. (da Wikipedia)

Il titolo è ripreso da un episodio avvenuto a Firenze nel 1497 a opera del frate domenicano Girolamo Savonarola e noto come Falò delle vanità. Lungi dal proporre una riscrittura in chiave moderna dell’episodio, il titolo è un richiamo all’edonismo e al materialismo imperante nella Wall Street degli anni ottanta.

Il falò delle vanità è diventato anche un film, commedia drammatica del 1990 diretto da Brian De Palma basato sull’omonimo romanzo di Tom Wolfe. Il film è stato un insuccesso sia di critica che di incassi e vede come protagonisti Tom Hanks, Bruce Willis, Melanie Griffith e Morgan Freeman. La sceneggiatura è stata scritta da Michael Cristofer e la colonna sonora originale composta da Dave Grusin. Il sottotitolo del film è “una scandalosa storia di avidità, lussuria e vanità in America“.  Questa è la scena iniziale:

Ma per la storia, appunto,  il “Falò della vanità” (indicato anche come Rogo delle vanità) fu organizzato a Firenze il 7 febbraio del 1497: dopo la cacciata dei Medici, i seguaci di Girolamo Savonarola sequestrarono e diedero alle fiamme una gran quantità di oggetti considerati fonti del peccato, fra cui specchi, cosmetici e trucchi di vario genere, abiti che tendevano al lusso e all’ ostentazione, strumenti musicali e quadri fra cui anche alcune opere del Botticelli dedicate alla mitologia classica che forse fu lo stesso pittore a gettare nel rogo, affascinato dalle tesi del Savonarola. (da Biografieonline.it)

Il resto è noto: il 9 aprile 1498 Girolamo Savonarola viene arrestato. Processato sommariamente per ben tre volte, torturato e condannato a morte con il marchio di “eretico e scismatico”. Insieme ai suoi seguaci fra’ Domenico da Pescia e fra’ Silvestro da Firenze, il 23 maggio 1498, a soli 46 anni, è impiccato in piazza della Signoria; i loro corpi vengono dati alle fiamme: “e in poche ore furono arsi, in modo che cascava loro le gambe e le braccia a poco a poco (…) e attizzando sopra detti corpi, feciono consumare ogni cosa e ogni reliqua: dipoi feciono venire carrette e portare ad Arno ogni minima polvere, acciò non fussi trovato di loro niente, accompagnati da’ mazzieri ad Arno, al Ponte Vecchio.” (dal diario dello speziale fiorentino Luca Landucci – Diario fiorentino. Dal 1450 al 1516 ).

A quei tempi, dalle nostre parti erano considerati purificatori anche i falò accesi nelle pubbliche piazze. La “scandalosa storia di avidità, lussuria e vanità” dell’umanità rimane invece sempre incombustibile, ora come allora. Amen.

Nell’immagine qui sopra: “Rogo di Girolamo Savonarola – Autore di ambito fiorentino, seconda metà secolo XVI”

Nell’immagine in testa: “Savonarola predica contro il lusso e prepara il rogo delle vanità”  –  Ludwig von Langenmantel, 1881.

Umanista sarà lei

Fervono i commenti (e le polemiche) sulla “Lettera Aperta di 600 Docenti Universitari – Contro il declino dell’Italiano a scuola” indirizzata dal “Gruppo di Firenze” al Presidente del Consiglio,  alla Ministra dell’Istruzione e al Parlamento “. La lettera inizia così:

“È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana.

A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato,  anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema.”

Si potrebbe obiettare, in modo del tutto superficiale: “Ma cosa può farci il Parlamento o il Governo se gli studenti non leggono, poi scrivono e parlano male?” Rispondiamo subito che non solo il Governo e il Parlamento potrebbero e dovrebbero fare molto, ma soprattutto denunciamo ciò che Governi, Ministri e Parlamenti colpevolmente NON hanno fatto negli ultimi lustri di vita politica italiana. Oppure, viceversa, ricordiamo ciò che invece purtroppo stanno facendo.

Vediamo allora cosa stanno facendo: “Insieme agli altri decreti attuativi della cosiddetta Buona Scuola, è appena arrivato alla Camera anche quello «sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività» (…) L’articolo 1 chiarisce i principi e le finalità del provvedimento: «il sapere artistico è garantito agli alunni e agli studenti come espressione della cultura umanistica… Per assicurare l’acquisizione delle competenze relative alla conoscenza del patrimonio culturale e del valore del Made in Italy, le istituzioni scolastiche sostengono lo sviluppo della creatività».

Cultura umanistica, creatività e Made in Italy (in inglese) sarebbero dunque sinonimi: per conoscere il patrimonio culturale, la Ferrari e il parmigiano (tutto sullo stesso piano) bisogna essere creativi. Si stenterebbe a credere alla consacrazione scolastica di questo “modello Briatore” se la relazione illustrativa del decreto non fosse ancora più chiara: «Occorre rafforzare… il fare arte, anche quale strumento di coesione e di aggregazione studentesca, che possa contribuire alla scoperta delle radici culturali italiane e del Made in Italy, e alla individuazione delle eccellenze già a partire dalla prima infanzia». Insomma: fin da bambini bisogna saper riconoscere (e, inevitabilmente, desiderare) una giacca di Armani o una Maserati. E visto che si raccomanda «la pratica della scrittura creativa», la via maestra sarebbe fare il copywriter per gli spot, o scrivere concept per reality show, per rimanere alla lingua elettiva del Miur.” (Tomaso Montanari)

Siamo governati da più di tre anni da un Governo che si professa “di sinistra”. Mi chiedo però cosa ci sia di sinistra in una Buona Scuola che secondo l’ex Ministra Giannini  deve «formare persone altamente qualificate come il mercato richiede, svincolandola dai limiti che possono derivare da un’impostazione classica e troppo teorica». Il fatto è che oggi  Destra e Sinistra concordano nel ritenere senza alternative l’economia di mercato anche nella gestione della formazione culturale:  sia l’una che l’altra non fanno che ripetere “Tina” ( there is no alternative). L’Umanesimo, con questa impostazione, non sarebbe altro che un sotto-settore specifico all’interno della onnicomprensiva formazione tecnico-ingegneristica: le carenze linguistiche degli studenti sono quindi la logica conseguenza delle precise scelte (o non-scelte) compiute da una classe politico-dirigenziale umanisticamente inetta.

E invece no.  La cultura umanistica è un’altra cosa: è la capacità di elaborare una critica del presente, di avere una visione del futuro e di forgiarsi gli strumenti per costruirlo. Siamo sicuri di non averne più bisogno? Come ha scritto Ivano DionigiA chi sostiene che la scienza e le tecnologie sono destinate a scalzare le humanities e che i problemi del mondo si risolvono unicamente in termini ingegneristici e orientati al futuro, si dovrà replicare che, se la scienza e le tecnologie hanno l’onere dell’ars respondendi, della risposta ai problemi del momento, il sapere umanistico ha l’onere dell’ars interrogandi, della domanda. Arte più difficile e decisiva, perché ha la responsabilità di ricapitolare e interpellare gli snodi del pensiero: vale ricordare che il paradigma della dimenticanza, che alimenta la tecnica, non può escludere quello della memoria che alimenta le idee; che la cultura deve governare la politica, l’economia e la tecnica; che l’oblio del passato e l’affidamento esclusivo agli algoritmi ci consegnano alla monocultura iper e microspecialistica, quando non addirittura a una sorta di monoteismo tecnologico; che alla scuola spetta formare cittadini digitali consapevoli, come ha fatto con i cittadini agricoli, industriali, elettronici. Ricordare col Petrarca che la condizione dell’uomo europeo è quella di «rivolgere lo sguardo contemporaneamente avanti e indietro»

Essere umani — ha scritto David Foster Wallace nel 2005 — «richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri… Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo». E non vale accusare come al solito di puro conservatorismo chi critica il presente guardando al passato più valido, come purtroppo  è stato fatto perfino con Pasolini. Lo spiega benissimo Cacciari:

L’appello alla renovatio, che è impossibile non ascoltare in tutti gli autori dell’Umanesimo, appello che combina in sé, privilegiando ora l’uno ora l’altro, i timbri del rinnovamento spirituale, della riforma politico-civile, di quella religiosa, si connette indistricabilmente con il problema del linguaggio. Gli studia humanitatis assumono un valore del tutto nuovo. Grammatica e retorica non servono semplicemente a conferire al discorso il conveniente decus e quella venustas che è indispensabile anche per persuadere (suavitas-suadeo). La stessa idea di renovatio deve trasfondersi nell’energia comunicativa della lingua, in parole che sappiano esprimerla da se stesse; l’anelito alla rinascita dovrà potersi cogliere incarnato nel verbum. E rinascita significa non tanto far risorgere un passato (che mai, appunto, viene studiato come tale), ma risvegliare il presente. E’ questo tempo che occorre destare a nuova vita anche attraverso la re-novatio dell’Antico; a questo tempo, al suo dramma, alle sue attese, è necessario dare parola, e una parola potente quanto quella che ancora risuona negli auctores classici.” (Massimo Cacciari – da: Ripensare l’Umanesimo, in “Umanisti italiani – Pensiero e destino”, Einaudi 2016).

Dare parola – una parola potente – al dramma del nostro tempo e alle sue attese. Di questo c’è bisogno, non del solito scontatissimo e ipocrita Tina. La verità è che il potere si chiude all’interno della sua bolla e diffida sempre della consapevolezza, della critica del presente, di chi impara a pensare e a scrivere, quindi del vero Umanesimo. Ma c’è qualcuno là fuori?

Una perla d’uomo

“Pearl Jam Twenty è un album dei Pearl Jam uscito nel settembre del 2011, colonna sonora dell’omonimo documentario di Cameron Crowe che celebrava i primi venti anni di carriera del gruppo. È stato pubblicato il 19 settembre in Europa e il 20 settembre negli Stati Uniti.” (da Wikipedia)

Questo è il trailer ufficiale del film:

Ma non vorrei parlare dell’album (che amo) e neanche del film-documentario (che adoro) di cui esso è la colonna sonora. In realtà con questo pretesto vorrei parlare di Eddie Vedder. Dunque:

“Edward Louis Severson III, conosciuto come Eddie Vedder, è un cantautore e chitarrista statunitense, noto principalmente per essere il cantante del gruppo musicale grunge/alternative rock Pearl Jam. A San Diego, (dove per mantenersi faceva l’agente di sicurezza) Vedder fonda alcuni gruppi musicali,  tra cui i Bad Radio. Proprio mentre è a San Diego riceve, da un neonato gruppo musicale di Seattle in cerca di un cantante, un demo contenente dei brani strumentali. Vedder scrive alcuni testi, incide le parti vocali e rispedisce il nastro.”(da Wikipedia).

Mike Mc Ready, chitarra solista del gruppo, commenta così: “Ricordo che ho pensato: è davvero così o sta fingendo? Chi è questo tizio? In quella voce avevo sentito una persona vera, non qualcuno che cercava di fingersi un’altro. Avevo sentito qualcuno. Non lo conoscevo ma c’era tutto in quella voce.” Vedder viene così contattato e nel giro di una settimana divenne il cantante del gruppo che poi verrà denominato appunto Pearl Jam: la nonna di Eddie Vedder si chiamava Pearl e cucinava una marmellata (in inglese jam) di peyote che i componenti della band chiamavano appunto Pearl Jam (“la marmellata di Pearl”).

Siamo nel 1990. Il ragazzo si trasferisce da San Diego al nuovo ambiente urbano e musicale di Seattle; chiaro che deve ancora ambientarsi, è evidentemente disorientato e nei primi tempi viene descritto come una persona “timida, riservata, impacciata”, sul palco come fuori.

L’11 gennaio 1991, a Vancouver, il gruppo apre la serata per gli Alice in Chains in un locale chiamato Town Pump. A un certo punto succede qualcosa. Una cosa che nel film viene descritta al ventisettesimo minuto (circa) dalla voce di Kevin, “T-Shirt guy” del gruppo. Ecco le sue parole: “Mentre suonavano ‘Breath’ gli agenti della sicurezza hanno portato fuori un ragazzo ubriaco. Sono stati eccessivamente aggressivi. L’hanno portato fuori con la forza. Eddie l’ha notato e li ha osservati. Abbiamo notato chiaramente un cambiamento in lui. Quel ragazzo così timido, che la gente non conosceva bene, come lui non conosceva noi, d’improvviso ha cambiato voce e atteggiamento, diventando energico ed espressivo.” 

La farfalla è uscita dalla crisalide. L’audio e le immagini sono davvero impressionanti:  si percepisce chiaramente come la rabbia per la prepotenza eseguita sotto i suoi occhi abbia fatto scattare qualcosa. Una maturazione istantanea che ci ha consegnato l’uomo e l’artista (i due termini sono inscindibili) che conosciamo.

Ma mentre l’artista è forse molto noto nel mondo intero, credo che l’uomo lo sia un po’ meno. Eccoci allora al 22 agosto 2016:

“Stop! Stop! Stop”, grida la voce di Eddie Vedder interrompendo il brano. Un po’ sorpresi i musicisti e gli altri componenti dei Pearl Jam smettono di suonare. Il cantante, nel silenzio generale dei 41mila accorsi per il concerto, si rivolge a uno spettatore: «Ehi, signore, togli il dito dalla faccia di quella donna. Signore, tutte le dita puntano contro di te. Vattene».

Al Wrigley Field di Chicago, lo stadio dove gioca la squadra di baseball dei Cubs, la folla applaude mentre la sicurezza scorta fuori dall’arena il molestatore. Sono in tanti a riprendere la scena con il cellulare e a postarla immediatamente su YouTube. «Signora, sta bene?», si è accertato Vedder prima di riprendere a cantare il brano ‘Lukin’ dal punto in cui si era interrotto. (da iodonna.it)

Mike Mc Ready nel 1990 ci aveva visto molto bene: per quanto timido, riservato e impacciato, in quella voce registrata c’era una persona vera, non qualcuno che cercava di fingersi un’altro. Dietro quella voce c’era una perla d’uomo.

Strafalcioni letterari

Gli strafalcioni della pubblica burocrazia (vedi sopra) sono quasi sempre poco divertenti, anche perché spesso sono dettati più da una precisa e finalizzata volontà, piuttosto che da  distrazione o bieca ignoranza. Su “Robinson” di questa settimana è invece uscito un divertente articolo di Michele Smargiassi dal titolo “Quando al libraio c’è chi chiede ‘Il fu Mattia Bazar‘”. Si basa su informazioni tratte da alcuni blog gestiti da librai. I quali blog “ si sono moltiplicati nel tempo. Oggi le raccolte di titoli storpiati e improbabili sono spesso alimentati dagli stessi clienti in una sorta di gioco di società (…) Perché lo sapete, vero, che non appena giriamo le spalle alla cassa i librai tengono nota delle nostre gaffe, gli epic fail della nostra cultura.” Ecco qualche gustoso esempio di “dialogo da bancone”:

Cliente: “Ciao, mi serviva un libro da regalare: Libraio: “OK, hai già in mente qualcosa? Il genere, eccetera? Cliente: Veramente no. Ma è un regalo di Natale, quindi.. boh… qualcosa con la copertina rossa?”

Cliente: “Avete Romeo e Giulietta? Sa, quella storia sulle due famiglie che non si possono vedere, i Mentecatti e quegli altri…”

Cliente: “Ciao, mi consigli un libro da regalare? Libraio: “Certo. Un romanzo? Un saggio? Cliente: “No, no, va benissimo un libro, grazie. Preferisco”.

Poi c’è la casalinga che cerca “L’agnello del Re Salomone“, quello che spesso non sa nemmeno ciò che cerca: “Scusi, di Harry Potter hanno fatto anche il libro”? “Qualcuno dovrebbe scriverlo, I fratelli Kalshnikov, romanzo filosofico sui dilemmi morali di una famiglia di terroristi.” E poi: “se qualcuno cerca “I viaggi di Gullit” o “La coscienza di Zenga” significa che lettura e tifo calcistico non hanno già divorziato.

Ma ecco gli errori più comuni: Le Braccianti, di Euripide; Lettere a Lucifero, di Seneca; Il serpente nella neve, di Rigoni Stern; La vita agra, di Bacardi; Il barone ruspante, di Calvino; Colazione in Sicilia, di Vittorini; Il deserto del tartaro, di Buzzati; I buoi oltre la siepe, di Harper Lee.

Concludendo, forse “questa etnografia del lettore ansioso rivela freudianamente qualcosa sui nostri pensieri. Chi vuole leggere Gomorrea prova forse disgusto civile per la malattia della legalità? A volte dietro lo sbaglio magari c’è il giusto”.

Insomma, come al solito uno Smargiassi al tempo stesso ironico, profondo e divertente.

 

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