Archivio mensile:maggio 2015

Burocrati

Altan

Max Weber (1864 – 192o) ha delineato il modello tipico e ideale della burocrazia in Economia e società, testo uscito postumo nel 1922. Egli spiega che la burocrazia è legata all’affermarsi del capitalismo industriale e si basa su alcuni principi molto precisi: 1) Divisione del lavoro rigidamente determinata da norme e definizione delle qualificazioni (leggi e regolamenti); 2) Gerarchia degli uffici, che determina gli ambiti di autorità e i flussi di comunicazione (sistema rigido di subordinazione, con poteri di verifica e controllo); 3) Impersonalita’ delle relazioni, che evita interferenze di sentimenti nell’assolvimento dei doveri (trattamento imparziale); 4) Il lavoro come professione  e carriera, fondate rispettivamente sulla qualificazione e su prestazioni e grado di anzianità (minuziosa preparazione specializzata del burocrate, che gli conferisce enorme potere); 5) Un sistema di regole generali che governano ogni azione e decisione. Tali regole costituiscono la base di una competenza di tipo specialistico. Secondo Weber, la superiorità tecnica della burocrazia rispetto ai modelli organizzativi preindustriali, è determinata dal fatto che: A) La rigida definizione di diritti e doveri e la gerarchia permettono una maggiore rapidita di risposta; B) Il ricorso a regole scritte e rigide assicura precisione, uniformità, prevedibilità; C) Il coordinamento e’ agevolato dal ricorso a regole; D) La divisione del lavoro consente lo sfruttamento di economie di specializzazione.

Come però scrisse lo stesso Weber, “ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni. Nella misura in cui ne è capace nasconde le sue informazioni e le sue azioni allo scrutinio critico.” Un effetto collaterale è che quando si crea una burocrazia è quasi impossibile sbarazzarsene. Infatti.

Il sociologo statunitense Robert King Merton (1910 – 2003) molto conosciuto per aver coniato espressioni come “profezia che si autoavvera”, ha criticato Weber ed elencato le disfunzioni della burocrazia: 1) Rigidita’ di comportamento (incapacita addestrata). L’indottrinamento dei burocrati al rispetto assoluto delle regole provoca totale mancanza di flessibilità nella loro applicazione; 2)  Riduzione della ricerca di nuove soluzioni; 3) Interiorizzazione delle norme, che divengono un fine in se’ (ritualismo); si perde di vista l’obiettivo originario; 4) Prevalere della necessita’ di rendere difendibile la propria azione rispetto ad altre priorita’.

Alvin Ward Gouldner (1920 – 1980) sociologo e accademico statunitense, ha descritto “il circolo vizioso della burocrazia”: le norme nascondono le relazioni di potere e diminuiscono la tensione tra dipendenti e superiori; le norme spesso stabiliscono un rendimento minimo, con la tacita aspettativa che il rendimento effettivo sia superiore; progressivamente il minimo diventa lo standard il che provoca l’intervento diretto dei capi; questo aumenta la tensione e induce il ricorso a ulteriori norme. Il risultato e’ la proliferazione di norme che non aiutano la produttività, ma che hanno l’unica funzione latente di conservare l’apatia.

Michel Crozier (1922 -2013) sociologo francese, parla delle disfunzioni burocratiche che sono conseguenza di razionali strategie di lotte di potere (variabile strategica considerata finora marginalmente) all’interno delle organizzazioni. Secondo Crozier, la burocratizzazione favorisce la centralizzazione delle decisioni. Ciò porta a privilegiare i problemi politici interni a danno del necessario adattamento all’ambiente. Inoltre la centralizzazione delle decisioni, se conduce ad eliminare l’arbitrio e la discrezionalità, conduce ad una maggior rigidità.

Si potrebbe continuare con gli studi sociologici, ma sul Corriere di ieri Ernesto Galli della Loggia ha pubblicato questa “Circolare delle circolari”:

Circolare n. 44. Oggetto: circolazione circolari. Sono state presentate alcune rimostranze da parte di genitori dell’alberghiero e dei loro rappresentanza (sic!) riguarda (sic!) la mancata circolazione di alcune circolari. Si raccomanda di far circolare per le classi agli (sic!) studenti tutte le circolari e di farle ricircolare per le classi uscite prima (sic!). Si raccomando (sic!) di mantenere un flusso continuo di circolazione e di ricircolazione delle circolari anche con l’ausilio attivo e fattivo all’ (sic!) istituto alberghiero degli studenti di accoglienza turistica» . Galli della Loggia aggiunge:  “Sono pronto a fornire in privato a chi ne avesse interesse l’indicazione del nome e cognome del dirigente scolastico che ha redatto e firmato questo testo ufficiale di una scuola della Repubblica italiana.”

A questo punto credo che un piccolo dubbio dovrebbe venire perfino all’ultimo dei mille brontosauri annidati nei gangli vitali della struttura gestionale e amministrativa del nostro paese. Per poi dimenticarlo subito dopo, è ovvio.

Calcio criminale

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Hanno usato parole e frasi che vengono in genere riservate ai grandi crimini di mafia o a quelli dei cartelli della droga. «Questo è solo l’inizio del nostro lavoro, vogliamo continuare a operare per estirpare il male della corruzione nel calcio. Le persone coinvolte nell’indagine hanno corrotto il sistema ed il suo normale funzionamento. Le tangenti venivano gestite da intermediari e utilizzavano banche statunitensi per portare avanti i loro affari e questo è un crimine federale. Il calcio è uno sport per tutti, non importa da dove arrivi, se sei ricco o povero, ci sono milioni di persone che si godono questo spettacolo ». (James Comey, Fbi). «Questo deve essere considerato un giorno felice per i tifosi del calcio. Giocatori, tifosi e sponsor non devono preoccuparsi, continueremo la lotta al riciclaggio, al sistema delle tangenti e alla corruzione che attacca il loro sport. Questa è la Coppa del Mondo della frode e noi oggi mostriamo alla Fifa un cartellino rosso. Negli Stati Uniti nessuno è al di sopra della legge» (Richard Weber, Irs – Irs è l’agenzia governativa degli Stati Uniti responsabile della riscossione delle tasse e della corretta applicazione delle leggi sulle imposte).

“Sette arresti, 14 dirigenti della Fifa (di cui due vicepresidenti) e manager di imprese impegnate nel business dello sport incriminati per reati gravi, dal racket al riciclaggio di denaro sporco, dalla corruzione alla frode (per circa 150 milioni di dollari): crimini per i quali rischiano fino a 20 anni di prigione. Per tutti è stata richiesta l’estradizione negli Stati Uniti e nel mirino è finita anche l’assegnazione dei Mondiali di calcio 2010 al Sudafrica.(…)” (Massimo Gaggi -Corriere della sera).

“E’ ufficiale: il mondo del calcio è un mondo di ladri. Che siano i nostri rubagalline di provincia oppure i faraoni della Fifa. La sostanza non cambia: il pallone fa muovere miliardi, troppi, ed è troppo facile metterci le mani. La retata all’alba nell’hotel di Zurigo, una scena da Chicago anni Venti che però sembrava una parodia di Aldo, Giovanni e Giacomo, smaschera quello che tutti sapevano: il regno del colonnello Blatter è un centro di potere economico e finanziario globale, che fattura oltre un miliardo di dollari all’anno, ma anche un’associazione a delinquere. (…) Il vero crimine di questi personaggi è avere violentato una passione popolare: miliardi di persone, ragazzini e vecchi, uomini e donne, sentono il cuore che batte all’impazzata dietro una palla, e i biechi burosauri ne approfittano, facendo di quell’amore un turpe commercio. (…) L’impunità di quelli come Blatter (qualcuno simile lo abbiamo pure in Italia, nello sport senza vergogna che non sa e non vuole cambiare mai la sua classe dirigente) è il vero scandalo che si ripete da decenni. Nonostante denunce, testimonianze, inchieste giudiziarie e giornalistiche, nulla ha potuto scalfire il regime quasi dinastico dei burosauri”. (…) (La Repubblica – Maurizio Crosetti)

Su Repubblica anche una breve intervista ad Arrigo Sacchi, dal titolo:

“Calcio malato, ma i campioni della corruzione rimaniamo noi” 

di Emanuele Gamba

ARRIGO Sacchi, ex allenatore del Milan ed ex cittì della Nazionale: ha saputo dello scandalo che ha travolto la Fifa?
«Solamente a grandi linee. Sono un tradizionalista, non mi informo online ma ancora con i giornali di carta. Devo ancora farmi un’opinione precisa».
Ne ha almeno una vaga?
«Non ci può consolare il fatto che la corruzione sia anche all’estero».
Pensa che rimanga un fatto prevalentemente italiano?
«Di recente ho letto uno studio effettuato da una commissione intergovernativa indipendente che rivelava come i costi della corruzione nell’ambito dell’Unione Europea ammontino a 120 miliardi di euro, 60 dei quali sono responsabilità dell’Italia. Il cinquanta per cento dipende da noi, non ce lo possiamo dimenticare ».
Vuol dire che restiamo i maestri nel ramo?
«Questo non lo stabilisco io. Ma quello che dico ci deve soltanto far capire com’è la situazione».
Perché nel calcio è così facile che si infiltri il malaffare?
«Perché è lo specchio della vita politica, sociale ed economica italiana. Punto e basta».
Il calcio dice chi siamo?
«Se la vita politica, sociale ed economica è malata, il calcio lo è di conseguenza ».
Non trova che però nel calcio ci sia corruzione a ogni livello, dal calciatore dilettante ai vertici dell’organismo mondiale che lo amministra?
«Perché, nella società italiana le cose vanno diversamente? Basta guadagnare un punto e arriviamo al 51 per cento della corruzione europea: la maggioranza assoluta».
Qual è la morale?
«Che non possiamo consolarci guardando fuori dai nostri confini. E che mi meraviglio di chi si meraviglia ».

Solgenitsyn e la verità

PUBLIKACJA MAGAZYN 268 ALEKSANDER SOLZENICYN 10.1991 VERMONT USA GAMMA

La “Repubblica” di oggi pubblica  un estratto del testo Vivere senza menzogna! scritto da Aleksandr Solgenitsyn il 12 febbraio 1974 a Mosca e ora pubblicato, insieme ad altri testi dello scrittore premio Nobel russo, nella raccolta Il respiro della coscienza (Jaca Book pagg. 236 euro 20) in libreria da domani. Ecco l’estratto:

Ci siamo così irrimediabilmente disumanizzati che per la modesta pappatoria di oggi siamo disposti a dar via tutti i nostri princìpi, l’anima, tutti gli sforzi dei nostri predecessori e le opportunità dei nostri posteri — qualsiasi cosa pur di non arrecare turbamento alla nostra precaria esistenza. Non sappiamo più cosa siano l’orgoglio, la fermezza, un cuore fervido. Non ci spaventa nemmeno la morte nucleare, la terza guerra mondiale (ci sarà pure un buco dove nascondersi) — una sola cosa temiamo: di dover fare quei pochi passi che ci separano dal coraggio civico! Purché non ci si debba allontanare dal gregge, andandocene un po’ per conto nostro — e se poi ci ritroviamo senza il filoncino di pane bianco, lo scaldabagno a gas, il permesso di soggiorno a Mosca? C’è un concetto capace di assicurarci una vita tranquilla finché campiamo e ce l’hanno inculcato in tutte le salse ai circoli di educazione politica, finché ci è entrato in testa: l’ambiente, le condizioni sociali, non se ne esce, l’essere determina la coscienza, e allora cosa c’entriamo noi? Noi non possiamo farci niente. Possiamo al contrario fare tutto! Ma preferiamo mentire a noi stessi, per metterci il cuore in pace. Non sono affatto “loro” i colpevoli di tutto, siamo noi stessi, soltanto noi! Ci obietteranno: ma in effetti che cosa si può fare concretamente? Ci hanno tappato la bocca, non ci prestano ascolto, non chiedono il nostro parere. Come fare per costringere quelli ad ascoltarci? Non c’è comunque modo di far cambiare loro idea. La cosa più naturale sarebbe non rieleggerli! — già, se nel nostro paese ci fossero le rielezioni. Dunque, un circolo chiuso? Davvero senza via d’uscita? E possiamo solo aspettare passivamente che, di punto in bianco, qualcosa succeda da sé? Ma quel qualcosa che ci sta addosso non si scollerà mai da sé, se noi tutti continueremo ad accettarlo, ossequiarlo e rafforzarlo ogni giorno, se non ci decideremo ad affrontarlo cominciando da dove è più vulnerabile. Dalla menzogna. Quando la violenza irrompe nel pacifico consorzio umano il suo volto arde di tracotante certezza ch’essa espone, grida perfino, sulle proprie insegne: «Io sono la Violenza! Fate largo, muovetevi o vi metto sotto!». Ma la violenza invecchia altrettanto rapidamente e di lì a pochi anni già non è più così sicura di sé e per darsi un contegno, per rendersi più presentabile si cerca immancabilmente un’alleata ed è la Menzogna. Infatti la violenza non ha altro modo di mascherarsi se non la menzogna, e la menzogna non può persistere se non per mezzo della violenza. E la violenza non ha bisogno di farci sentire tutti i giorni, su ogni spalla, il peso della propria zampa: essa pretende da noi solo che ci sottomettiamo alla menzogna, che partecipiamo un giorno dopo l’altro alla menzogna — e tanto basta per essere sudditi fedeli. E proprio qui troviamo la chiave, da noi finora trascurata, e invece così semplice e accessibile, per la nostra liberazione: la non partecipazione personale alla menzogna! Se infatti sempre più gente non vuole avere a che fare con la menzogna, essa inizia a scomparire. Come una malattia contagiosa, che esiste finché ci sono persone da infettare.Non ci viene chiesto di scendere in piazza, non siamo abbastanza maturi per proclamare in pubblico la verità, esprimere ad alta voce quel che pensiamo — non fa per noi, troppo rischioso. Ma almeno rifiutiamoci di dire quello che non pensiamo. Presa coscienza del limite oltre il quale inizia la menzogna (e la sensibilità al riguardo è soggettiva) — ritrarsi da questa cancrenosa frontiera!  E allora ciascuno di noi si faccia coraggio e scelga: o restare servo cosciente della menzogna (oh, certo, non perché vi sia propenso, ma per mantenere la famiglia, per tirare su i figli, e nello spirito della menzogna!) oppure decidere che è giunto il momento di riscuotersi, di diventare una persona onesta che merita il rispetto dei figli e dei contemporanei. (…) Sì, all’inizio non sarà facile. Qualcuno perderà temporaneamente il lavoro. Ai giovani che vogliono vivere secondo verità questo complicherà parecchio fin dall’inizio la loro giovane esistenza: infatti anche le verifiche a domande e risposte sono infarcite di menzogna e bisogna scegliere. Ma per nessuno che voglia mantenersi onesto rimangono comunque scappatoie di sorta: non c’è giorno, per nessuno di noi, neanche nelle più inoffensive scienze tecniche, nel quale non si debba scegliere in che direzione andare: verso la verità o verso la menzogna, verso l’indipendenza dello spirito o il servilismo spirituale. E chi non avrà avuto coraggio bastante neanche per difendere la propria anima eviti perlomeno di menar vanto per le proprie idee progressiste, non si pavoneggi dei suoi titoli di accademico, artista del popolo, benemerito di questo o di quello, o generale e dica semplicemente a se stesso: sono una bestia e un vigliacco, voglio solo restarmene al calduccio e a pancia piena. Per gente come noi intorpidita dall’inazione, perfino questa via — la più moderata tra le varie forme di resistenza — risulterà tutt’altro che facile. Più facile comunque, senza paragoni, dell’immolarsi col fuoco o anche di uno sciopero della fame: le fiamme non ti avvolgeranno le membra, gli occhi non ti scoppieranno per il calore e un po’ di pane nero e un bicchiere d’acqua potabile si troveranno sempre per la tua famiglia. Quel grande popolo d’Europa che abbiamo ingannato e tradito — il popolo cecoslovacco — non ci ha forse mostrato che un petto inerme può resistere anche ai carri armati se in esso batte un cuore degno? Sarà una via irta di ostacoli? — però la meno gravosa di quelle possibili. Una scelta non facile per il corpo — ma l’unica per l’anima. Una via non facile — tuttavia anche da noi ci sono persone, decine di persone, che da anni si attengono a questi criteri, vivono secondo verità. Non si tratta allora di avviarsi per primi su questa via ma di unirsi a chi l’ha già fatto! Quanto più numerosi e concordi saremo nell’intraprenderla, tanto più agevole e breve ci sembrerà! Se saremo migliaia, non potranno tenerci testa, neanche ci proveranno. Se diventeremo decine di migliaia, il nostro paese cambierà talmente da non riconoscerlo più. Se invece ci facciamo vincere dalla paura, smettiamo almeno di lamentarci di quelli che ci toglierebbero anche l’aria per respirare — siamo noi stessi a farlo! Incurviamo ancor di più la schiena, aspettiamo di vedere come va, e i nostri amici biologi contribuiranno ad avvicinare il giorno in cui potranno leggerci nel pensiero e riprogrammare i nostri geni. Se anche stavolta ci lasceremo vincere dalla paura vorrà dire che siamo delle nullità, che per noi non c’è nessuna speranza e che ci meritiamo il disprezzo di Puškin: «A che pro alla mandria della libertà i doni?… / Il loro sol retaggio da generazioni / Sono il giogo, la frusta ed i sonagli».”

Sottolineo che il testo è stato scritto nel 1974. Il muro è crollato nel 1989, 15 anni dopo. Ezra Pound ha scritto: “Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o le sue opinioni non valgono niente, o non vale niente lui.” Decisamente non è questo il caso.

 

 

Un calcio allo sport

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Per approfondire il tema della gestione del mondo del calcio in Italia, come ho provato a fare in questo precedente post, e anche in questo, segnalo l’editoriale di Aldo Grasso in prima pagina sul Corriere di oggi. Per i nostri ragazzi il football è solamente un gioco. Forse un sogno e una grande passione. Ma che nel nostro paese esso  sia rimasto solo un gioco non è più vero da molto tempo. Si tratta soprattutto di un business colossale, politico e imprenditoriale, nelle accezioni meno nobili dei rispettivi termini. Piaccia o meno (a me ad esempio non piace), questo business è diventato un importante elemento di condizionamento socio-culturale. Come ovvio, coloro che comandano in questo ennesimo monopolio italiano sono sempre gli stessi. I loro interessi non coincidono davvero MAI con quelli della collettività. Meno che meno con quello dei nostri figli. I risultati di questo dato di fatto sono sotto gli occhi di tutti. Ma la politica, quella con la P maiuscola, è finalmente intenzionata a fare qualcosa oppure continuerà ad osservare di fatto gli eventi con la massima indifferenza? Dobbiamo forse convincerci che la gerarchia dei poteri la vede definitivamente sottoposta a quelli economico-finanziari? Certamente no. Ottimismo della volontà. Attendiamo perciò fiduciosi che essa batta un colpo. Nel frattempo, ecco l’editoriale di Aldo Grasso, il quale, ricordo, è giornalista, critico televisivo e docente universitario.

E in Mano al «boga» il calcio diventò cinese

di Aldo Grasso

Marco Bogarelli è il vero padrone del calcio italiano, anche se lui, con malcelata modestia, si schermisce. Referente italiano della Infront Sports & Media, presieduta da Philippe Blatter (nipote di Sepp, padrone della Fifa), forma con Galliani e Lotito l’asse portante del sistema calcio (molto si era già capito con l’elezione di Beretta e Tavecchio). Bravo è bravo, non c’è dubbio, se è vero che ora la Lega ha introiti per un miliardo e duecento milioni di euro. Ma è altrettanto vero che il calcio italiano dipende quasi totalmente da Bogarelli, detto «il Boga». È advisor e venditore unico dei diritti media nazionali e internazionali di Serie A, Serie B e Coppa Italia. Gestisce i diritti marketing e advertising della maggioranza delle società di Serie A e della stessa Federcalcio. Produce le immagini tv girate negli stadi (tranne Juve e Napoli). Procura gli sponsor ed è concessionario della commercializzazione dei diritti d’archivio di quasi tutti i club. E altro ancora, tra cui la web tv della Lega. Da monopolista. Tanto che l’Antitrust ha deciso di buttarci un occhio. La Infront è stata da poco rilevata da Dalian Wanda, una multinazionale cinese che opera nell’edilizia, nel turismo e nell’intrattenimento. Come ha scritto il nostro Massimo Sideri, «la matassa è così ingarbugliata che c’è da domandarsi come faranno a spiegarla ai cinesi di Wanda». Nel frattempo, a sua insaputa, il calcio italiano ha già gli occhi a mandorla.

Attenti ai classici

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Il “Corriere delle Sera” segnala che alla Columbia University si dibatte sull’ipotesi di segnalare i «rischi» della lettura di testi greco-romani. L’articolo è di Serena Danna, eccone un estratto:

La lettura delle Metamorfosi di Ovidio può arrecare gravi disturbi alla psiche dei laureandi. Suona più o meno così l’avvertimento con cui — secondo alcuni studenti della Columbia University — andrebbe introdotta nelle aule universitarie la lettura dei miti greco-romani. A chiederlo, con un editoriale sul Columbia Daily Spectator , è il comitato che si occupa di vigilare sul multiculturalismo dell’università, che ha definito l’opera del poeta latino «un testo che, al pari di molti libri del “canone” occidentale, contiene materiale offensivo e violento che marginalizza le identità degli studenti nella classe».
La denuncia è arrivata dopo la settimana di studio dedicata alle Metamorfosi , in cui gli studenti del corso di letteratura classica hanno affrontato diversi miti — tra cui quello di Persefone, Dafne e Filomela — contenenti immagini di stupro e atrocità. Una studentessa vittima di violenza sessuale ha lamentato l’atteggiamento del professore che, nel narrare quelle gesta, si è «focalizzato sulla bellezza dello stile e sullo splendore del linguaggio figurato». Una scelta che ha costretto la giovane donna a chiudersi in se stessa. «Non si è sentita tranquilla — ha accusato il comitato preposto «ad assicurare che il campus della Columbia sia sicuro e ospitale per tutti gli studenti».

L’unico commento ragionevole che si può fare è riportato alla fine dell’articolo:

È tempo per i nostri studenti — ha scritto The New Republic — di imparare che la vita è offensiva. Una volta che lasceranno il college, saranno costantemente esposti a immagini ed episodi che li offenderanno e aggrediranno». Difficilmente però ci saranno etichette o comitati pronti ad avvisarli.

L’mmagine è di  René Magritte, “Gli amanti” – 1932

Un vincolo davvero poco sportivo

Tommasi

A proposito di classi dirigenti,  proviamo ora ad approfondire il tema di come esse hanno gestito il cosiddetto “vincolo sportivo”. Si tratta di una norma che riguarda tutti i nostri ragazzi che intendano praticare uno sport dilettantistico, in particolare il calcio (come uno dei miei figli), a partire dai 14 anni fino ai 25. Attualmente in Italia il vincolo sportivo è da ritenersi applicabile solo  alla categoria degli atleti dilettantistici. L’opinione di coloro che ritengono ragionevole la legittimità del vincolo sportivo in ambito dilettantistico, è che essa trarrebbe origine proprio dalla sua funzione essenziale al mantenimento del sistema dell’associazionismo sportivo, ovvero assicurare la giusta remunerazione a quelle associazioni che investono nella formazione dei giovani. En passant, forse non è del tutto superfluo ricordare che l’ultimo vergognoso scandalo legato al calcio scommesse coinvolge molto pesantemente anche il settore dilettantistico.

Ecco quindi in sintesi i consueti presupposti burocratici. Per iniziare, abbiamo la cosiddetta sentenza Bosman, una decisione presa nel 1995 dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee che consente ai calciatori professionisti aventi cittadinanza dell’Unione europea di trasferirsi gratuitamente a un altro club alla scadenza del contratto con l’attuale squadra, mentre in precedenza il vincolo non aveva scadenza in mancanza di accordo fra i contraenti:

Anche l’Italia è costretta ad adeguarsi: “Con Comunicato Ufficiale 14 maggio 2002, n. 34/A, la F.I.G.C. ha soppresso l’istituto del vincolo a vita per il settore di calcio dilettantistico ed ha previsto un vincolo pluriennale fino all’età di 25 anni, sancendo il diritto per tutti i calciatori non professionisti di ottenere lo svincolo per decadenza del tesseramento al compimento del venticinquesimo anno di età (cfr. artt. 32 bis e 32 ter delle N.O.I.F. della F.I.G.C.)”. E’ comunque quantomeno strano che l’Italia sia oggi l’unico Paese Europeo, insieme alla Grecia, dove sussista ancora tale vincolo. Inoltre sarà anche un caso, ma gira che ti rigira, come vedremo in questa vicenda alla fine sbuca quasi sempre fuori il famigerato sig. Tavecchio (vedi post del 15 maggio scorso), il quale in questo caso si distingue – soprattutto ma non solo – per le dichiarazioni rilasciate nella puntata di Report trasmessa da Rai3 il 5 maggio 2014: “Si pensava che le donne fossero handicappate rispetto al maschio, ma abbiamo riscontrato che sono molto simili. Vabbè.

Comunque, andando avanti: “la tanto attesa sentenza n. 6258/2013 emessa dal TAR LAZIO, Sezione Terza Quater, non ha purtroppo modificato in alcun modo lo scenario del calcio italiano in ordine alla delicata questione, poiché il Tribunale Amministrativo romano si è limitato a rigettare il ricorso dichiarandolo in parte improcedibile ed in parte inammissibile.Ciò con buona pace di coloro che riponevano molte speranze in questa pronuncia”. (Avv. Nicola Schellino).

Nel novembre del 2013 l’Associazione Italiana Calciatori ha promosso una campagna di sensibilizzazione volta ad ottenere una revisione (o meglio ancora abolizione) delle norme relative al vincolo sportivo dei giocatori dilettanti tesserati presso la FIGC.
La recente sentenza di un giudice di Verbania rischia oggi di sconvolgere ancora una volta il calcio. In particolare il mondo dei settori giovanili, in quanto il giudice ha considerato nullo il contratto firmato da un calciatore minorenne con una società poiché manca l’autorizzazione del giudice tutelare.

Molta confusione sotto al cielo, naturalmente. Il risultato finale è che ci viene presentata la consueta selva normativa, che nessuno riesce ad interpretare in “punta di diritto” perché essa consente mille interpretazioni e come al solito agevola solamente il “lavoro” dei soliti azzeccagarbugli e profittatori. Che circolano sempre più numerosi anche attorno ai campi da calcio giovanili.

Ma ecco una sintesi dei servizi che si sono occupati dell’argomento in passato:

Questa è un’inchiesta uscita su Repubblica.

Questa è un’inchiesta di Report (Rai3).

Questo è un servizio di “Le Iene” (Mediaset).

Di seguito un servizio di RepTV:

Per finire, la conferenza stampa di “Asso calciatori”.

Qui un’intervista a Damiano Tommasi sulla campagna “Liberi di giocare” promossa da Assocalciatori (AIC), associazione da lui presieduta.

Nella situazione attuale, in definitiva, l’unica via d’uscita praticabile per sottrarsi a possibili ricatti sembra essere la seguente: “Nell’ordinamento sportivo lo svincolo “consensuale” è inquadrabile nella disciplina di cui all’art. 108 delle N.O.I.F.. Tale disposizione inquadra una forma di rescissione consensuale del contratto stipulato tra una società ed un “non professionista” o “giovane dilettante”. (da Iusport.it – Avv. Cristian Zambrini). Per la cronaca, le N.O.I.F. sono le Norme Interne Organizzative Federali, la Federazione in questione è la FIGC. L’unico problema è che questo accordo, come tutti gli accordi degni di tale nome, com’è ovvio deve essere sottoscritto da entrambe le parti oggetto del rapporto. Semplice no?

Dopo le tante parole, attendiamo comunque con fiducia i fatti che ne dovrebbero ragionevolmente conseguire da parte delle competenti autorità.

Nella foto: Damiano Tommasi, presidente Assocalciatori.