Archivio mensile:giugno 2015

Gli ipersensibili sono una”specie”?

Specie Pantone

Ho rimandato. Ho rimandato. Tutto sommato vorrei ancora rimandare, ma forse è giunto il momento di affrontare una delle tesi di fondo più spinosa e delicata del libro di Elain N. Aron, The Highly Sensitive Person (L’Ipersensibile). Ipotizzo: questa tesi di fondo potrebbe aver reso problematica (o addirittura avere impedito) la pubblicazione del testo in alcuni paesi, ad esempio l’Italia, in quanto potenzialmente conflittuale con  un approccio “politicamente corretto” all’argomento. Per di più essa potrebbe facilmente dare luogo ad equivoci o strumentalizzazioni. Questa almeno è la mia impressione personale: scelgo quindi di prendere la questione con le molle, perché essa è davvero molto delicata.

Mi limito perciò, per il momento, a tentare una traduzione il più possibile fedele al testo originale di alcuni brani tratti dal paragrafo intitolato “You Are Truly a Different Breed” (Appartieni veramente a una specie differente; pagg. 27 – 29 ). Aggiungo ancora una volta che questa tesi non comporta assolutamente nessuna considerazione o giudizio di merito sul tipo considerato (superiore, inferiore, migliore, peggiore, ecc. Lo ammetto. la cosa mi intimorisce!). Come ha scritto Rolf Sellin, “Ipersensibilità significa fondamentalmente percepire stimoli in numero maggiore e in modo più intenso degli altri. Non indica assolutamente che una persona sia forte o debole, introversa o estroversa, particolarmente dotata nel suo campo o intelligente, anche se intelligenza e ipersensibilità sono innegabilmente in rapporto tra loro. Esistono ipersensibili di ogni genere.” Ma ecco le parole di Aron (traduzione mia, portate pazienza):

Jerom Kagan, psicologo di Harvard, ha dedicato grande parte della sua carriera allo studio di questa caratteristica. Per lui, essa è una differenza osservabile così come il colore dei capelli o degli occhi. Naturalmente egli la chiama con altri termini: inibizione, riservatezza o timidezza nei bambini, e io non sono d’accordo con questi termini. (… Gli studi di Kagan suggeriscono) quanto avevo già detto, che il bambino ipersensibile possiede una innata tendenza a reagire più fortemente agli stimoli esterni. Ma Kagan e altri hanno scoperto i particolari che determinano ciò. (…)

La conclusione di Kagan è che le persone con caratteristiche di sensibilità o inibizione  appartengono a una specie particolare (“a special breed”). Essi sono geneticamente differenti, sebbene siano del tutto umani, proprio come un segugio e un border collie sono piuttosto differenti, sebbene entrambi siano tuttavia definitivamente cani.

Anche le mie ricerche indicano l’idea di una “specie” (breed) propria delle persone ipersensibili. La mia percezione degli HSPs (Highly Sensitive Persons – Ipersensibili, ndt) ottenuta incontrandoli è che essi siano davvero un gruppo distinto, separato da quelli che non lo sono. Ciononostante tra di loro esiste anche un’ampia gamma di tipi di sensibilità (…). E ci sono così tanti modi mediante i quali l’uomo può aumentare o diminuire la propria sensibilità tramite esperienze o scelte consapevoli. Tutti questi effetti possono determinare sfumature nei confini di quello che ad ogni modo rimane un gruppo separato dagli altri. (…) Rob e Rebecca (bambini gemelli, figli di amici intimi dell’autrice:  Rob è HSPs, Rebecca invece non lo è – ndt) sono due diversi tipi di umani. Anche tu lo sei. Le tue differenze sono davvero reali.”

Ecco, l’ho fatto.

(Nell’immagine: “la fotografa Angelica Dass ha catalogato le diverse sfumature della pelle umana con la scala Pantone in un progetto unico che supera i confini di razza e colore”).

 

Sulla modernità (2)

HARING/ 1995.87.3 003
HARING/ 1995.87.3 003

“Il termine autismo deriva dal greco “autus” e significa “se stesso”. Il disturbo autistico è una entità clinica la cui natura è in corso di definizione e le cui cause non sono ancora chiaramente definite. La parola autismo richiama mutismo, isolamento, indifferenza nei confronti dell’ambiente esterno, ma anche alcune capacità intellettuali superiori alla norma. La persona affetta da tale patologia mostra una marcata diminuzione dell’integrazione sociale e della comunicazione.”

Come si è visto in un post precedente, anche il comportamento dello specialista contempla spesso “anormalità” in tre aree: quella sociale, quella comunicativa (ma non certo per mutismo) e quella comportamentale. Tra le sue caratteristiche vi è l’isolamento dal mondo; spesso infatti egli ha notevoli difficoltà ad impiegare i nuovi apprendimenti in modo costruttivo in situazioni diverse da quelle che li hanno generati in prima istanza; “di solito un limitato repertorio di comportamenti viene ripetuto in modo ossessivo.”
La modernità insomma ha finito per determinare una nuova specifica patologia: l’autismo degli specialisti. Mirando esclusivamente all’efficienza, essa non ha mai considerato la pericolosità di un vizio che colpisce proprio i suoi “amministratori delegati” (scienza, tecnologia, mercato, calcolo economico – cioè finanza – burocrazia, democrazia). Non a caso la democrazia risulta ultimissima, in ordine di importanza e anche di sostanza. Il risultato è che essi (gli arroganti e autoritari specialisti) vanno avanti imperterriti e sicuri di sé, ciascuno diffidando e disprezzando ogni dubbio che possa filtrare da dimensioni esterne alla propria bolla esclusiva, ognuno viaggia sulla propria strada e verso la propria meta separata dalle altre – in un processo spesso dissipativo che naturalmente (loro) definiscono progresso – incuranti dei problemi, dei conflitti e delle contraddizioni strutturali che questo meccanismo comporta. Ognuno (di loro) spera e conta sul fatto  che il progresso parallelo realizzato nelle diverse direzioni da altri specialisti (che naturalmente non si sognano nemmeno di pensarci) finisca prima o poi per cavare magicamente le castagne dal fuoco, rendendo sostenibili nel tempo tutti i processi che invece risultano oggettivamente insostenibili per la società nel suo complesso.
Le magnifiche sorti e progressive” hanno quindi colonizzato il mondo, andando avanti indifferenti per la loro strada senza porsi troppe domande, imponendo i suoi criteri di giudizio e d’azione, radendo al suolo con la sua “superiore” potenza razionale ogni ostacolo sul suo percorso. Fino a quando non hanno trovato – ed è quello che sta succedendo ora – un ostacolo insormontabile: le macerie da essa stessa prodotte nei due secoli di sviluppo veloce e autoreferente che l’hanno caratterizzata nel suo inarrestabile successo, dimostrando in questo modo la sua intrinseca insostenibilità ecologica e sociale.
In altre parole, la potenza del mezzo è diventata fine a sé stessa: estremamente razionale ed efficiente, è vero, ma più importante e decisiva del fine che inizialmente doveva servire, cioè l’umanità. Eppure Ivan  Illich ci aveva avvertito già da molto tempo che esiste una “misura”, un limite critico per ogni fenomeno, per ogni componente dell’equilibrio globale, e che se manca la consapevolezza che l’equilibrio della vita è fragile e complesso, si finisce prima o poi per superare tale soglia critica. In questo caso, gli strumenti della modernità divengono negativi, cioè strumenti contro-produttivi che tradiscono i propri obiettivi e anziché “liberare” l’uomo, fanno di quest’ultimo il suo servitore. E tutto questo non è davvero ragionevole, come affermato perfino da papa Francesco con la sua enciclica “Laudato Sì”. I cosiddetti “poteri forti” la leggeranno? Temo che i poteri forti non leggano altro che i loro estratti conto.
Il fatto è che la corsa all’efficienza ha avuto come conseguenza l’incapacità di comprendere la distinzione tra razionalità e ragionevolezza. Un argomento economico infatti può ben essere razionale e matematicamente ineccepibile, ma se le sua premesse non sono ragionevoli, esso può condurre a disastri. Legge di Murphy a parte, ciò che è ragionevole è senza dubbio anche razionale, ma ciò che è meramente razionale non sempre è ragionevole.
Se conveniamo sul fatto che la nostra civiltà è divenuta in buona misura irragionevole, ne consegue necessariamente che dobbiamo cambiare la logica profonda della (post)modernità industriale. D’altra parte, come ha scritto Einstein, “non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha creato”. Se vogliamo uscire da questo vicolo cieco dobbiamo perciò ripristinare i canali comunicativi tra le diverse componenti sociali e ridare senso positivo alle nostre azioni collettive. Occorre quindi cambiare alla radice la nostra autistica mentalità. Non si tratta di negare i risultati assolutamente positivi che sono stati raggiunti, non si tratta di evocare un luddismo postmoderno, ma di sollecitare una necessaria presa d’atto del fatto che i limiti su questa terra esistono, eccome, e che essi sono stati superati. Eccome.
Si tratta insomma di realizzare una vera e propria rivoluzione culturale. Non è certo una passeggiata; per di più non esiste nessuna cabina di regia in cui trovare il volante con cui dare finalmente una sterzata decisiva a questa macchina impazzita. In qualche misura, quindi, la situazione è fuori controllo. Ma abbiamo un’unica certezza: la (non) politica dello struzzo dei nostri impotenti governanti in balia (oppure al soldo?) dei forti poteri finanziari dominanti e incapaci di proporre strade alternative è la politica peggiore. Non è una soluzione, si tratta esclusivamente di una opportunistica e ipocrita presa d’atto di quale sia la parte più forte nella situazione attuale. Ed evitare il conflitto causa assoluta sfiducia rispetto ai propri mezzi. Impotenza assoluta, insomma.  Come operare quindi concretamente per fare in modo che la speranza di un progetto alternativo, giusto e democratico non muoia definitivamente e ci porti fuori da questa situazione di condivisa follia assoluta? Alla mia modesta personalissima sensibilità, tutto questo appare veramente una domanda di importanza cruciale. (2 – continua)

Riempire i vuoti

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Quando nel 1980 uscì il quarto album in studio dei Talking Heads, “Remain in Light“, molti appassionati di musica, sottoscritto compreso, subirono un vero e proprio “choc” estetico. Bisogna ammettere che molte forme di snobismo intellettualistico subirono un salutare, durissimo colpo. Quella innovativa forma d’arte,  la sua grande potenza espressiva, rendevano impossibile continuare a sostenere i nostri pregiudizi “puristi” contro quello che in modo presuntuoso giudicavamo essere musica di più basso livello rispetto al nostro amato rock: il funk, la disco, la musica etnico-tribale, ecc. Lì dentro c’era anche tutto questo e – ahimè – tutto questo era dannatamente bello, nuovo, profondo e riuscito. Era un disco davvero molto, molto “avanti”. In altre parole, un capolavoro assoluto. Tra l’altro, per chi non lo sapesse, il geniale video di uno dei singoli pubblicati da quell’album – “Once in a Lifetime” – è esposto al Museum of Modern Art di New York. Eccolo:

Decidemmo quindi tutti quanti di diventare, subito, appassionati estimatori ed esperti della new wave.

Ma non è dei Talking Heads che volevo discutere, bensì del suo frontman, fondatore ed animatore del gruppo, nonché artista proteiforme (musicista, produttore, pittore, scultore, regista…): David Byrne. Più precisamente dello scrittore David Byrne.

Nel 2009 è uscito negli Stati Uniti il suo Bycicle Diaries, poi tradotto e pubblicato in Italia da Bompiani nel 2010 con i titolo Diari della Bicicletta. “Forse non tutti sanno che Byrne è anche un appassionato della bicicletta con la quale si muove da oltre vent’anni praticamente ovunque e definita da lui stesso “la mia finestra panoramica sul mondo“. Quando scoprì la bicicletta pieghevole infatti la portò sempre con sè tramutandola nella sua compagna di viaggio in tutti i tour musicali che faceva in giro per i continenti. Scrisse i “diari della bicicletta” durante i soggiorni a Berlino, Istanbul, Londra, Sidney, Manila e tutte le principali città americane.”(da bikeitalia.it)

Ma il vero oggetto di questo post voleva essere ancora un’altro, una frase, o meglio un concetto o un pensiero tratto dal suo ultimo, straordinario libro: How Music Works (2012), in italiano ‘Come funziona la musica‘ (Bompiani, 2013).

“…Ho sentito per la prima volta le canzoni rock, pop e soul su una scadente radio a transistor, e cambiarono la mia vita per sempre. La qualità era atroce , ma quel suono inscatolato comunicava una profusione di informazioni. Sebbene il messaggero fosse una trasmissione audio, era il messaggio sociale e culturale incastonato nella musica a elettrizzarmi quanto il suono. Quegli aspetti extra-musicali trasmessi insieme alla musica non richiedevano un segnale ad alta risoluzione; bastava qualcosa di “accettabile”. (…) è incredibile quanto le informazioni a bassa fedeltà o bassa risoluzione possono comunicare. (…) Lasciando che sia l’ascoltatore o lo spettatore a riempire i vuoti, completando il quadro (o il brano musicale), l’opera viene personalizzata e il pubblico lo può adattare alla propria vita e alla propria situazione. Si sente maggiormente coinvolto, e diventano possibili un’intimità e una partecipazione che la perfezione avrebbe probabilmente impedito…”.

Il libro è molto bello e a mio parere anche molto importante e innovativo, come gran parte delle sue cose. Ma questo concetto mi colpisce particolarmente: amo l’alta fedeltà, però concordo perfettamente sul fatto che il messaggio importante non sta lì, bensì nelle informazioni che vi stanno dentro, che magari lo hanno inconsapevolmente preceduto e che a un certo punto ti arrivano direttamente al cuore e alla mente. La bassa risoluzione o bassa fedeltà non è così importante quanto il messaggio culturale e sociale che lo ha formato, che ora passa e per il quale in realtà è sufficiente anche una condizione appena accettabile di trasmissione, senza “effetti speciali”. Per di più, se nel messaggio sono compresi anche dei vuoti, tanto meglio: sarà la nostra sensibilità personale a riempirli e niente ci verrà imposto a priori. In questo modo saremo più coinvolti e partecipativi. Sappiamo tutti che il vuoto non esiste in natura. Questa idea mi colpisce anche perché mi viene istintivo collegarla ad un’affermazione tratta dal suo blog, pubblicato sul New York Times, nel quale Byrne dichiarò «Ero un ragazzo borderline, immagino a causa dell’Asperger». (“I was a peculiar young man,” he wrote in a reflective entry last April. “Borderline Asperger’s, I would guess”). Tutto questo c’entra qualcosa? Non saprei dirlo, tantomeno dimostrarlo, ma il mio istinto dice di sì. Come al solito. è una questione di sensibilità.

Nella foto: David Byrne

Sulla “modernità” (1)

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Dalla rivoluzione industriale in poi, la modernità ha avuto senza dubbio uno straordinario successo sul piano del dominio della natura. Essa ha segnato il modo si vivere, di lavorare, di produrre e anche di pensare in tutto il nostro mondo sviluppato. Si dimentica spesso, però, che la modernità aveva anche promesso di “liberare” le persone, di sviluppare la loro capacità di autodeterminazione, la loro creatività, ecc.
Su questi temi essa ha invece clamorosamente fallito: spersonalizzando tutte le sue scelte e affidandole ad efficienti meccanismi e automatismi sociali e/o produttivi, ha infatti permesso che le persone diventassero semplici ingranaggi di una macchina cieca il cui unico fine consiste nella crescita continua dei valori utili e delle quantità coinvolte ai fini del “progresso”.
Per meglio potenziare e controllare questa macchina – tentando al tempo stesso di scongiurare il pericolo di crisi di sistema – si è scelto di suddividere in diversi settori “efficienti” gli automatismi di realizzazione della modernità. Questo processo si sviluppa sulla base del cosiddetto taylorismo, una teoria che si propone di organizzare il modello lavorativo secondo tre fasi:
1. analizzare le caratteristiche della mansione da svolgere,
2. creare il prototipo del lavoratore adatto a quel tipo di mansione,
3. selezionare il lavoratore ideale, al fine di formarlo e introdurlo nell’azienda.
Il punto chiave è il secondo, con il quale Taylor aveva proposto di identificare per ogni mansione da svolgere un lavoratore adatto al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Lo straordinario successo ottenuto dal fordismo, a partire dal primo decennio del ‘900 applicando questa teoria nella catena di montaggio industriale, ha segnato il XX° secolo in tutti i suoi aspetti. La forte interdipendenza che sempre ricorre tra mutamento delle norme sociali, etiche e culturali da un lato, e il mutamento delle strutture economiche, finanziarie e industriali dall’altro, ha condizionato profondamente le caratteristiche del nostro paradigma di civiltà.
Tale paradigma fondamentale consiste proprio nella cosiddetta specializzazione operativa settoriale. Questa in origine costituiva solo una teoria di management (appunto il taylorismo), ma poi ha allargato a macchia d’olio la sua influenza all’esterno della fabbrica, fino a divenire cultura, sistema di pensiero di un’intera civiltà. L’occidente industrializzato, che ha poi dominato il mondo e la natura appunto per tutto il periodo della cosiddetta rivoluzione industriale  – almeno fino ad oggi, in cui però è entrato in tutta evidenza in una profonda crisi – ha fatto questo semplicemente delegando sistematicamente la sua guida ai portatori di ad una teoria di management industriale, quella appena descritta.
Le deleghe sono state assegnate: alla scienza, che garantisce la veridicità delle affermazioni teoriche; alla tecnologia, che mette al nostro servizio la potenza della natura; al mercato, che confronta e sceglie tra le alternative in campo; al calcolo economico, che ottimizza il comportamento delle imprese; alle procedure organizzative, che consolidano le regole ripetitive; alla politica democratica, che, nello stato di diritto, assegna il controllo del potere pubblico a chi è in grado di attrarre maggiore consenso elettorale.

Ma non è tutto oro quello che luccica. La separazione delle sfere d’azione nel tempo ha infatti messo in moto un gigantesco apparato di subsistemi specializzati; all’interno di ciascun settore si sono installate gerarchie, sistemi di valori, linguaggi e metri di giudizio differenti. I loro dirigenti sono tutti specialisti, ciascuno dei quali persegue prestazioni settoriali distinte, le quali vengono valutate con logiche e parametri autoreferenti; ognuno poi considera irrilevante gli effetti prodotti sugli altri sub sistemi o sul quadro generale e persegue solamente il raggiungimento dei propri obiettivi e la propria efficienza. Inoltre, la complessità terminologica rende impossibile la comunicazione intersettoriale ed assume spesso funzionalità di difesa corporativa. Tutto ciò conduce ad un sistema sicuramente  efficace nel breve o medio periodo; ma sicuramente miope  o addirittura cieco in quello lungo . Ed è proprio quest’ultimo il periodo storico in cui ci troviamo ora. (1. continua)

Nella foto, un celebre fotogramma del film “Tempi Moderni”, di Charlie Chaplin

Ornette Coleman

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Joe Henry ha pubblicato nel 2001 un album molto bello che si chiama “Scar“. Il primo brano di questo disco è intitolato “Richard Pryor Addresses a Tearful Nation”. Eccolo:

Si tratta di un pezzo magnifico, dall’atmosfera soffusa, sognante ma anche straniante, con un testo ermetico (Sometimes I think I’ve almost fooled myself – Spreading out my wings – Above us like a tree – Laughing now, out loud – Almost like I was free), quasi  romantico, poco più di sei minuti. Ad un certo punto compare in prima linea un sax, a un primo ascolto quasi fuori posto, con una linea sonora che sembra improvvisata distrattamente in quel momento, (prima non esisteva, dopo sarebbe stata di certo diversa),  note a metà strada tra dissonanza e melodia che accompagnano e trasfigurano il senso della musica fino al suo termine. Un sottile, personalissimo crinale poetico al tempo stesso stridulo e dolcissimo che quando ti afferra non ti molla più.  L’autore di questo assolo è Ornette Coleman, e questa a mio parere è una delle sue gemme più “accessibili” ad un pubblico  che non sia quello ristretto alla minoranza di appassionati. Se dovessi segnalare a un “profano” la porta di accesso al suo genio, consiglierei questa, che definirei quasi “di servizio” nel senso migliore del termine. La sua arte è grande, ma difficile, ostica, a tratti irritante. I portoni principali sarebbero altri: “The Shape of  Jazz to Come” (1959), “Free Jazz” (1960), la svolta elettrica di “Virgin Beauty” (1988), ecc. ma vanno affrontati dopo, solo dopo, con calma e consapevolezza del fatto che qui parliamo di una vera e propria rivoluzione artistica e che, come tutte le vere rivoluzioni, essa incontra ancora numerosissime resistenze. Ornette Coleman è morto ieri a New York all’età di 85 anni.

 

 

Viva il presente

Il tempo

Ho ritrovato tra i miei appunti questo pezzo di  Steven Pinker. Dev’essere un articolo, uscito su chissà quale giornale chissà quanto tempo fa, ritengo almeno un paio d’anni. Purtroppo non ho segnato la data (come spesso mi capita) e la riproduzione sarà riservata, immagino. Ad ogni modo lo ripropongo qui di seguito, tale e quale me lo sono ritrovato da qualche parte proprio oggi. Inutile aggiungere che lo sottoscrivo in toto, virgole comprese.

Dovremmo smetterla di idealizzare il passato e cominciare ad apprezzare il presente. Se diventassi il grande dominatore globale, con il mio primo editto imporrei a tutti i grandi sapientoni le seguenti regole: nessuno può intonare lamentazioni su decadenza, declino o degrado senza fornire a) una valutazione di com’è il mondo oggi; b) una valutazione di com’era il mondo in un dato periodo del passato; c) una dimostrazione che a) è peggiore di b). Questo decreto eliminerebbe, innanzitutto, gli irritanti piagnistei sul declino della lingua. Questo genere imperversa da secoli, e se le cassandre avessero ragione oggi grugniremmo tutti come Tarzan. Eppure abbiamo continuamente sotto gli occhi non solo numerosi esempi di prosa chiara e competente in strumenti di consultazione quotidiana come Wikipedia o le recensioni di Amazon, ma un’autentica miniera di magnifica scrittura, come può confermare chiunque abbia perso una mattinata su siti come The Browser o Arts and Letters Daily. Di solito i puristi confondono le loro fissazioni con un peggioramento del linguaggio. Un secolo fa i giornalisti scagliavano anatemi contro innovazioni barbare come “velivolo” e “gestire un’impresa”. Qualche decennio fa tuonavano contro “manager” o “ministra” (invece di ministro donna) e contro i verbi “contattare” e “implementare”. Oggi questi illeciti linguistici sono completamente accettati, se non indispensabili. Molto deprecata è anche l’infiltrazione del nuovo gergo tecnologico (settare, cliccare, randomizzare). Eppure il vecchio gergo tecnologico (placebo, falso positivo, gruppo di controllo) ci ha aiutato a capire alcuni concetti astratti e potrebbe perfino aver contribuito all’effetto Flynn, l’incessante aumento dei quozienti intellettivi nel novecento. E parlando di tecnologia, i luddisti di oggi hanno la memoria corta. I genitori che criticano gli iPod e i cellulari incollati alle orecchie degli adolescenti dimenticano che anche i loro genitori si lamentavano dei telefoni in camera da letto e delle radio a transistor. È improbabile che la prosa abbreviata dei tweet e dei messaggi possa corrompere la lingua o diminuire la capacità di concentrazione più dei telegrammi, degli spot radiofonici e degli slogan pubblicitari di ieri. Le email possono sembrare una maledizione, ma chi vuole tornare ai francobolli, alle cabine telefoniche, alla carta carbone e a montagne di messaggi telefonici? E ora che a cena possiamo controllare la fondatezza di qualunque affermazione sull’iPhone, ci stiamo finalmente rendendo conto di quante nostre convinzioni quotidiane siano sbagliate: una lezione preziosa sulla fallibilità della memoria. Ma in nessun altro campo la confusione tra i dati e una tendenza è sbagliata e dannosa come nella nostra interpretazione della violenza. Un terrorista fa esplodere una bomba, un cecchino provoca il caos, un drone uccide un innocente, e i commentatori si chiedono: “Dove sta andando il mondo?”. Eppure non si chiedono mai: “Quanto era crudele il mondo del passato?”. Secondo qualunque criterio quantitativo, nel passato il mondo era decisamente peggiore. Nel medio evo il tasso di omicidi era 35 volte maggiore di quello di oggi, e il tasso di morte nelle guerre tribali era superiore di 15 volte. Il crollo degli imperi, le invasioni di tribù a cavallo, le crociate, la tratta degli schiavi, le guerre di religione e la colonizzazione delle Americhe ebbero un costo di vite umane che, rispetto alla popolazione, eguaglia o supera quello delle guerre mondiali. Nei secoli scorsi una moglie adultera poteva essere condannata al taglio del naso, una bambina di sette anni poteva essere impiccata per aver rubato una sottogonna, una strega poteva essere segata a metà e i marinai potevano essere frustati a morte. La Russia dell’ottocento ci ha regalato il termine pogrom. Le morti in azioni di guerra si sono ridotte non costantemente ma in misura sensibile dopo il picco raggiunto nel 1950. Le morti per terrorismo sono meno comuni nell’odierna “epoca del terrore” di quanto fossero negli anni sessanta e settanta, con i continui attentati dinamitardi, i dirottamenti e gli scontri a fuoco portati avanti da vari eserciti, gruppi, coalizioni, brigate, fazioni e fronti. Non sto cercando di suggerire una “nuova inquietante tendenza”. Nel 1777 David Hume scriveva: “Il desiderio di criticare il presente e ammirare il passato ha profonde radici nella natura umana”. Un secolo prima di lui, Thomas Hobbes ne individuava la ragione: “La competizione per la lode inclina a una riverenza per l’antichità, poiché gli uomini contendono con i vivi, non con i morti”. Le persone biasimano il presente anche per ignoranza storica e analfabetismo statistico, e perché scambiano i cambiamenti in loro stesse – le responsabilità della vita adulta, la necessità di vigilare sui figli, le involuzioni dell’invecchiamento – con cambiamenti in atto nel mondo. A prescindere dalle cause del nostro comportamento, muovere accuse infondate al presente è una debolezza che forse non sarà mai messa al bando, ma dovrebbe essere contrastata. Anche se di solito viene ostentata come segno di raffinatezza, può offrire un pretesto per avere la meglio e una scusa per la misantropia, soprattutto nei confronti dei giovani. E corrode il nostro apprezzamento di grandi istituzioni della modernità come la democrazia, la scienza e il cosmopolitismo che hanno reso la nostra vita molto più ricca e sicura.