Archivio mensile:luglio 2015

L’Idiota

L'IDIOTA

Ho trovato un appunto che scrissi a quanto pare il 19 novembre 1995. Lo trascrivo di seguito senza commenti. Poi magari ci penserò sopra di nuovo, da oggi in poi, vent’anni dopo (anche se in realtà ho continuato a pensarci per tutto questo tempo), mi auguro per i prossimi trenta. Aggiungo per scrupolo che evidentemente i titoli e gli autori annotati costituivano solo riferimenti letterari e suggestioni, non certo citazioni testuali dagli stessi.

“Alcuni concetti, alcune domande.

Un’alta tensione etica rende inadatti alla vita sociale. La drammatica lotta che si svolge interiormente tra l’intransigenza etica e morale e le necessità materiali di sopravvivenza all’interno di un tessuto sociale precisamente modellato e determinato da esigenze sue proprie, non è certamente modificabile dalla posizione di una singola persona, a cui rimane soltanto un isolamento che gli verrà regolarmente rinfacciato come una colpa. (L’Idiota di Dostoevskij La Cognizione del Dolore di Gadda).

L’isolamento determinato da una sensibilità diversa da quella media, diventa esso stesso problematico e fonte di ulteriore disagio, causa di attacchi, equivoci, interpretazioni gelose, ambiguità disprezzanti e malevole. Questo quindi non deve essere ostentato, ma vissuto il più possibile in maniera coerentemente personale, senza sbandieramenti e il più possibile in maniera “nascosta”. Ma in che misura questo è possibile? (Seneca)”

(Nell’immagine, un fotogramma  della miniserie in 6 puntate “L’IDIOTA” Regia di Giacomo Vaccari – Sceneggiatura di Giorgio Albertazzi – Italia, 1959)

O Generosa!

calcio e musica

Lo confesso: amo il calcio.  Nessuno è perfetto, lo sanno tutti. Invece forse non tutti sanno che ieri è stato presentato il calendario del campionato di serie A 2015-2016. D’altra parte, a tanti la cosa non interessa un fico secco, e fanno bene. Ma la vera notizia però è ancora un’altra, e questa deve per forza interessare la coscienza di ogni cittadino che si rispetti, eccola: “In apertura delle partite risuonerà un nuovo inno “O Generosa!” scritto e composto dal Maestro Giovanni Allevi” Eccolo qua.

Visto il target di riferimento, per facilitare la comunicazione con il tifoso medio italiano, il testo ovviamente è… in  latinoinglese. La ragione di ciò è banale, il problema è che nessuno la capisce. Molto toccante e attuale il verso seguente (scritto da lui in persona, non è uno scherzo) la cui traduzione sarebbe: “Custodisci la tua anima affinché si astenga dalla corruzione, riceverai una gioia inaspettata. Oh nobile!” (sic!). Un’argomentazione davvero opportuna, visto il contesto. A questo punto, però, qualcuno faccia qualcosa con urgenza, magari ciascuno nel suo piccolo. Se non lo fossimo già tanto (ma davvero tanto) e da parecchio tempo, ci sarebbe da preoccuparsi anche solo al pensiero di una classe dirigente che prende decisioni di tal fatta. E che riguardano la scelta di un tal personaggio. E’ anche vero che, se tanto mi dà tanto… D’altra parte, se fossi un suo parente, amico o conoscente, anche alla lontana, sarei davvero preoccupato anche per lui, l’Allevi, che riesce a prendersi sul serio senza ridere, che ama parlare di sé in terza persona e che poi, bontà sua, ci spiega (cito dal sito del maestro): “Quando scrivo le mie note su un pentagramma non penso mai all’immediato. Cerco sempre di spingermi oltre, più in alto possibile, più nel profondo, lì dove risiede la vera essenza della musica: l’Amore.“. Ah ecco.

Ora, siccome questo genere di cose mi fanno veramente ma veramente (omissis), lascio la parola ad una persona più equilibrata, esperta ed obiettiva di me, Giordano Montecchi, musicologo emiliano che su “l’Unità” del 12 ottobre 2010 pubblicò il seguente articolo sul personaggio in questione, e in tempi non sospetti. Il titolo era: “Il prodotto chiamato Allevi, clamoroso bluff del marketing“. Io intanto conto fino a cento. Ecco il testo:

Una simulazione: ecco cosa è la musica di Giovanni Allevi. Si presenta come «musica classica », ma è solo easy listening.
Per il resto, valgono le parole di Proust: «Detestate la cattiva musica, ma non disprezzatela…»

di Giordano Montecchi

Banalità e originalità, come tante altre categorie, hanno qualcosa in comune con la grande criminalità organizzata: la mancanza di prove. Per questo si dice de gustibus non est disputandum: perché addurre prove irrefutabili circa la schifezza o la sublimità (e le infinite gradazioni intermedie) di un’opera d’arte, di uno scritto, di una musica (ma anche di un volto, di un paio di scarpe o di una merendina) è un esercizio senza fine: tanto doveroso e necessario, quanto inane.
Perché di fronte a mille indiscutibili argomenti, ci sarà sempre qualcuno che rifiuterà di cambiare idea. E magari continuerà a votare Berlusconi – e magari fosse solo una questione di estetica! Oppure correrà a comprarsi Alien, l’ultimo cd di Giovanni Allevi. Titolo che richiama Ridley Scott (ma è un depistaggio) e che invece si accoda semmai alla trentina e passa di album con lo stesso identico titolo. Di Allevi, di questo modesto pianista e dell’imbarazzante successo della sua musica inodore e insapore si è già scritto e ascoltato fin troppo. E fin troppo si è inveito con toni altrettanto imbarazzanti di tronfio accademismo: reazioni inusitate che offrono però una chiave di lettura di questo piccolo interessante caso musicale.
Il nuovo cd conferma i limiti di una mediocre tecnica strumentale, spesso insicura, di un fraseggio privo di groove, di una qualità compositiva dozzinale. Eppur… si muove. Infatti una campagna mediatica impeccabile – radio, tv, carta stampata, web in tutte le sue ramificazioni – e un abilissimo character–design, con un magnifico gioco di squadra riescono a trasformare ogni nuova uscita di Allevi nell’evento di cui si parla, ergo un successo.
Dato il giudizio fortemente negativo circa la musica di Allevi e le sue doti pianistiche (di gran lunga inferiori, ad esempio, rispetto a quelle di un competitor meno noto ma in ascesa come Cesare Picco), a rigore se ne dovrebbe tacere. In un sistema mediatico e pubblicitario che da tempo ha trasformato la quantità in qualità (più contatti = più soldi = più valore), l’unica vera stroncatura, infatti, è quella che non esce. Il tema di cui trattare non è però il valore o meno del prodotto in questione. Il tema vero è quel fenomeno per cui una musica alla quale la comunità dei musicisti e dei cultori nel loro insieme non accorda nessun credito si impone con indubbio successo al vasto pubblico musicalmente più sprovveduto.
Non è certo una novità. Le storie e fenomeno nella sua essenza più intima: «Detestate la cattiva musica, ma non disprezzatela… Quante melodie di nessun pregio agli occhi dell’artista sono nel numero delle confidenti scelte dalla folla dei giovani romantici e degli innamorati… bagnate dagli occhi più belli del mondo con lacrime di cui il più puro maestro invidierebbe il malinconico e voluttuoso tributo!» 
SPECULAZIONI INDUSTRIALI
Che le multinazionali dell’entertainment speculino su questo meccanismo, che prescinde da qualsiasi valutazione di merito e fa leva solo su una risposta emotiva accuratamente pilotata, mette i brividi: l’industria musicale e la propaganda dei regimi mediatici usano ormai le stesse tecniche di persuasione. E proprio come la propaganda, l’Allevi Project ha la sua «arma segreta», o almeno uno dei suoi artifici più seducenti, nella simulazione: presentarsi come nuova musica classica, proporsi nelle stesse sale e teatri, adottarne i sentimentalismi più melensi e i luoghi comuni più triti.
Così, ai tantissimi educati all’idea che la musica classica sia una palla, ecco che appare il guru che li illumina, apre loro l’accesso a quel sublime che essi credevano fosse loro precluso: una musica classica facile, lubrificata, riposante, antistress, ora appassionata e vibrante, ora dolce come il miele, cui abbandonarsi felici e cullati, senza bisogno di ascoltarla.
Se Allevi& C si fossero presentati per ciò che sono, easy listening di modesta fattura, non avrebbero sfondato, a fronte di una concorrenza assai più agguerrita. Ma proponendosi come «musica classica» l’Allevi Project gioca un bluff vincente, invade il campo altrui e fa scattare quell’invidia evocata da Proust. Da qui provengono, quasi come una provvidenziale vernice finale, i terribili anatemi del mondo accademico. Ed ecco brillare il giovane genio, l’iniziatore della nuova epoca di un’arte musicale per tutti, odiato dai vecchi tromboni dell’accademia. Proprio come Mozart. E per di più in un paese dove le vittime delle persecuzioni hanno così tanto successo. Chapeau.

Dopo di ciò, se poi vi interessasse anche il parere di chi (purtroppo per lui, anche se oggi ne sembra pentito) ha contribuito alla “scoperta” del maestro e lo conosce bene da una vita, ecco qua l’opinione di Saturnino Celani in un articolo pubblicato recentemente su “il Post“. (Breve citazione: “Il fatto è che Giovanni ti guarda sempre dall’alto in basso. Avete presente quella celebre battuta che Alberto Sordi dice nel Marchese del Grillo: ‘Io so’ io e voi non siete un cazzo’? Credo che sia una sintesi perfetta. Non è una questione di essere bravi o meno. Quello che dà fastidio è il voler far credere continuamente che sei una specie di genio incompreso.“)

Nel caso invece preferiate “strumenti critici per attuare un attacco non aleatorio ma specifico” e molto aggiornato al nostro Giovanni, ecco un link che rimanda a un articolo di Michele Molina sul sito del “Fatto Quotidiano”. Dopodiché basta, molto meglio non parlare mai più di questo “prodotto, clamoroso bluff del marketing”.

 

 

Sebastiano Vassalli

Vassalli

Appena qualche giorno fa avevo scritto un post sull’ultimo libro di Sebastiano Vassalli, “Il Confine”. Oggi giunge la notizia della sua scomparsa. Scrittore scomodo, ombroso, scontroso, cupo, pessimista. Era anche solitario, forse addirittura un po’ misantropo, ma era comunque a mio parere un  grande scrittore, che svolgeva il suo ruolo con grande onestà intellettuale. Poche altre “persone di cultura” possono dire altrettanto, almeno in Italia. Una minoranza nella minoranza. Scopro che era malato da qualche tempo. La cultura italiana e mondiale (era candidato al Nobel 2015) subisce una grande perdita. Per quel poco che posso, gli rendo un doveroso omaggio con un link a questa intervista rilasciata dallo spinoso – ma giusto – intellettuale ad Antonio Gnoli per “La Republica” il 14 settembre 2014.  Essa rende molto bene le caratteristiche della persona e dell’artista che ne è disceso con grande coerenza e (presumo) sofferenza. Molti lo consideravano antipatico. OK. Grazie anche per questo, maestro Vassalli: di ladylike (e manlike) non se ne può davvero più!

Sulla modernità (4)

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La teoria olistica ci insegna che l’alveare è più intelligente delle singole api che lo abitano. Sappiamo anche che ad un certo punto, nella storia della società occidentale, la modernità ha sostituito alla nozione di bene comune quello di interessi comuni, con ciò stesso ponendo le basi del suo declino.
La differenza fra le due impostazioni è fondamentale. La tradizione civile aveva infatti accettato la costitutiva fragilità della vita e stabilito che non esiste “vita buona” al di fuori della polis, senza amicizia e reciprocità rispetto all’ambiente naturale e sociale; e questo era il bene comune. Per la modernità invece, l’uomo vive in società perché vi è spinto dalla necessità, cioè dagli interessi comuni che sono finalizzati alla realizzazione di società forti, di cui lo Stato e il mercato sono gli unici strumenti regolatori, ma senza il rischio di ricordargli la sua costitutiva fragilità e i doveri di reciprocità: in quest’ottica la natura si domina, il prossimo è un competitore, la dimensione pubblica si contrappone a quella privata.
L’ethos dell’efficienza, vero e proprio principio regolativo della società postmoderna, all’inizio degli anni Ottanta si è unita in Europa alla cosiddetta deregulation finanziaria di derivazione americana, “dimenticando” che democrazia e libertà sono valori ad esse superiori. Si sono poste in questo modo le basi del pericolo mortale che ne sarebbe derivato: la recisione dei legami tra democrazia e mercato. Così l’economia si è sospinta sempre più su un sentiero di sviluppo oligarchico e ha posto definitivamente il suo concetto di sviluppo sul piano dell’irragionevolezza. Le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti: aumento scandaloso delle disuguaglianze di reddito, degrado ambientale, crisi finanziarie, ecc.
Sono convinto che l’homo æconomicus corrisponda in toto all’identikit del perfetto idiota sociale, un individualista convinto che per essere felici sia sufficiente aumentare le utilità quantitative personali. E’ fin troppo evidente che non è così: possiamo infatti essere dei perfetti massimizzatori di utilità anche in solitudine; per essere felici invece, occorre essere almeno in due.
E’ pure evidente che in molte occasioni quei princìpi giudicati “irrazionali” da questo tipo di mentalità, come quelli di condivisione e di reciprocità, raggiungono risultati di gran lunga migliori rispetto a quelli giudicati “razionali”, cioè ispirati ai canoni degli scambi equivalenti, in sostanza quelli commerciali. Il paradosso è veramente clamoroso: all’opposto della mano invisibile di Smith, dove agenti autointeressati promuoverebbero il “bene comune” pur non avendone intenzione, nel nostro caso, invece, i soggetti che praticano la reciprocità disinteressata conseguono, al di là delle loro intenzioni, anche l’interesse personale.
Con questo spirito – che credo costituirebbe la giusta cornice in cui inquadrare finalmente  le attività del nostro tempo – ritengo si possano ottenere anche grandi risultati. Diversamente, non rimane che contare come al solito sull’ottimismo della volontà.

Nel De Beryllo (1458) Nicolò Cusano (1401-1464) scrive: “Il berillo è una pietra lucida, bianca e trasparente (…); chi guarda attraverso di esso vede ciò che prima gli era invisibile. Se si applica agli occhi dell’intelletto, un berillo intellettuale permette a chi guarda attraverso di esso di cogliere il principio indivisibile di tutte le cose”. Credo però che ognuno di noi, così come ogni cittadino può fare secondo le proprie possibilità e competenze, riuscirebbe ad apportare un contributo più efficace e soddisfacente al bene comune sforzandosi di accantonare il proprio berillo personale. Per quanto sia difficile convincersene, e per quanto dispiaccia al nostro orgoglio riconoscerlo, la verità è che non esiste nessun berillo. Purtroppo, ed è la cosa peggiore e più pericolosa, alcuni ritengono di possedere il vero e unico berillo ed intendono ad ogni costo imporlo a tutti gli altri, con il pretesto dell’unicità e di un falso bene comune. Tutto ciò corrisponde solo a menzogna, malafede ed egocentrismo finalizzato in realtà al conseguimento di potere sul prossimo. Su tutti i nostri simili. Ma la verità è che in natura e nella realtà esistono solo la nostra intelligenza e la nostra (buona) volontà di guardare al mondo di fuori della nostra persona, dimenticandoci ogni tanto dei nostri esclusivi e miopi interessi personali. Tutto il resto è una sconfitta. (4 – Fine)

Il confine

Vassalli Il Confine

Oltre a quelli già letti, possiedo decine e decine di libri, acquistati tutti con la massima indifferibile  urgenza nel corso del tempo, tutti con il sincero proposito di leggerli a partire dal giorno dopo. Anzi, dal giorno stesso. Essi sono là, attendono pazientemente,  parcheggiati in qualche angolo di casa (sempre più scarsi, gli angoli liberi, tra l’altro). Alcuni di questi libri probabilmente non riusciranno mai ad essere affrontati (almeno dal sottoscritto in questa vita) anche perché è molto probabile che a breve io ne acquisti altri, pochi o molti, con la medesima urgenza di sempre. E così via. Già. Che posso farci? Eppure, ciononostante, mentre due giorni fa mi aggiravo per i locali della biblioteca Natalia Ginzburg, ho notato e afferrato dallo scaffale dei nuovi arrivi questo libretto di cui avevo sentito parlare (Il Confine, di Sebastiano Vassalli, ed Rizzoli 2015), l’ho sfogliato velocemente e non ho potuto fare a meno di portarmelo a casa. Mi si è attaccato addosso, insomma, quasi contro la mia volontà. Il libro è breve, intenso, ma in due giorni l’ho “dovuto” leggere due volte. Dopo di che mi sono chiesto: ma perché?

Subisco da tempo il fascino del SudTirolo/Alto Adige. Come scrive l’autore, della grande vicenda storica di questa terra gli italiani “in fondo, hanno sempre saputo poco e, peggio, hanno sempre capito poco. E’ ora che qualcuno provi a spiegargliela.” Io sono tra quegli italiani. Negli anni scorsi ho seguito alcuni impegnativi corsi CasaClima risiedendo temporaneamente a Bolzano. Inutile girarci attorno, quei luoghi, quei paesaggi e quelle genti mi hanno un po’ stregato, sono attratto e al tempo stesso stupito dalla loro “differenza”, che non saprei meglio definire. Sono contento di saperne di più, ora, della loro storia. Ma il valore di questo testo credo vada oltre il particolare contesto Sudtirolese. Credo che esso abbia un respiro molto più ampio, come spiega Vassalli nel capitolo quindicesimo. Che si chiama, appunto, “Confini” come il libro stesso e da cui estraggo la lunga citazione che segue.

“Dal 1945 ad oggi, le sole guerre che si sono combattute in Europa sono state quelle dei Balcani e nel Caucaso. Guerre feroci ma locali. Da quasi settant’anni nell’Europa che chiamiamo occidentale non si combattono più guerre e si cerca di superare il disagio, che ancora esiste, dei vecchi confini, facendogli perdere importanza sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico. Il progetto di un’Europa federale che in qualche modo riproduca, ampliandolo, il modello della piccola Svizzera, è quanto di più avanzato si può concepire oggi: è un passo avanti nella storia della civiltà umana.

Un passo lungo. Si è scelto di non tornare più indietro, all’epoca delle guerre, delle opzioni, dei profughi; di risolvere le controversie davanti agli organismi internazionali, e si spera che questa scelta sia irreversibile. Si spera che la perdita di importanza dei confini disinneschi il meccanismo perverso delle guerre, e che tra gli abitanti di questo vecchissimo continente cresca la coscienza di ciò che li unisce, al di là dei caratteri nazionali che pure hanno il loro peso e la loro importanza. Si spera che le tante diverse culture di questa entità grande ma fragile che chiamiamo Europa possano arrivare a convivere e ad andare d’accordo tra di loro come gli strumenti di un’orchestra, senza perdere ciascuna le sue caratteristiche. Dietro millenni di odii e di incomprensioni ci sono punti di partenza comuni; e ci sono problemi comuni da affrontare nei rapporti con il resto del mondo. Stare in pace e stare insieme, oltre che necessario, è anche conveniente.

C’è, nel presente, un’Europa laboratorio di civiltà, che tra mille ostacoli cerca di superare i vecchi problemi e di aprire nuove prospettive anche per gli altri continenti; e però anche continua ad esserci un’altra Europa cuore di tenebra che non si manifesta solo nelle croci uncinate e nelle teste rasate dei suoi propugnatori più stupidi, ma che è capace di sfruttare a proprio vantaggio tutte le insoddisfazioni e tutte le ribellioni. Quest’altra Europa non si limita a coltivare, com’è lecito e in parte giusto, i particolarismi e i nazionalismi: non si limita a esaltare e a rimpiangere un passato dove non c’è assolutamente nulla che meriti di essere rimpianto, ma ne fa il suo modello e la sua ragione di esistere. Ama le divisioni e vorrebbe abolire la moneta unica, a cui attribuisce la crisi economica e le difficoltà di questi anni. Ama i confini, tanto da crearli anche dove non ci sono: per esempio con gli ebrei o con gli immigrati o con i “diversi” di qualsiasi genere. Ama la guerra e cerca di riviverla, in margine alle proteste sociali e perfino agli avvenimenti sportivi.”

 

Sensitive. The untold stories

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Elaine Aron, tramite la sua newsletter, comunica che la “premier” del film-documentario in oggetto sull’ipersensibilità (HSP) sarà effettuata giovedì 10 settembre alle ore 19:30, a San Francisco, presso il Legion d’Onore, dove è stata effettivamente girata parte del film. Aron aggiunge che, mentre scrive, il documentario “Sensibile, The  Untold Story”, sta ricevendo gli ultimi ritocchi. Se volete vedere il trailer, questo è il link. Scorrete verso il basso fino alla ragazza sulla spiaggia.

In qualità di architetto, non posso esimermi dall’aggiungere qualcosa sul California Palace of the Legion of Honour  di San Francisco. Si tratta di un monumentale palazzo neoclassico, costruito a partire dal 1916 (sic!) dall’architetto George Applegarth (1876 – 1972) sul modello del Palais de la Légion d’Honneur in Paris, la “residenza urbana” di Luigi XVI  del 1786. Orribili ambedue, ma almeno quest’ultimo era autentico. Perché scegliere per le riprese proprio questa intimorente copia di un  brutto originale? Mah.