Archivio mensile:agosto 2015

Il dubbio

Il pensatore

La mancanza di certezze, il crollo di fede nella fede stessa e nei grandi ideali, l’individuo tormentato e cosciente della rinuncia e del fallimento sono le linee costanti entro cui si muove il percorso intellettuale di chiunque agisca nel nostro tempo. E’ molto facile allora essere attratti dai tanti poli semplicistici e qualunquisti ma di forte immagine che i potenti moderni mezzi di comunicazione diffondono a profusione.

Ma la strada non può essere quella di viaggiare sempre in superficie ignorando le complessità sottostanti, perché essa porta dritto alla sterilità dell’anima. Non resta quindi che scavare, dubitare (non brancolare) tenere viva la fiamma ideale della coscienza. Molto meglio correre il rischio di non raggiungere mai certezze piuttosto che aggrapparsi per disperazione a falsi e ingannevoli miti, a certezze cui ci si appoggia per sostanziale fragilità e debolezza, solo al fine di ostentare con effimero sollievo l’apparente superiorità di una sicurezza mal fondata.

Non crogiolarsi tuttavia nemmeno nel mito opposto del dubbio e dell’incertezza perenne, determinando in questo modo un ipocrita paradosso rispetto alla posizione precedente. Solo la volontà quotidiana ci salva, la volontà di trasferire al mondo qualcosa di nostro, anche di poco conto e magari in modo anonimo, ma utile comunque per sé e gli altri. Non è l’ostentazione che tiene a galla il mondo, bensì la profonda e determinante necessità di essere proiettati verso l’esterno pur essendo oggettivamente rinchiusi in sé stessi. Questa perenne ricerca è utile per tutti e può riuscire a determinare il modo di agire utilmente solo invertendo l’ottica attraverso cui osserviamo l’universo. Dubitare, innanzitutto.

«La nostra ragione non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e non solo il dubbio giova a scoprire il vero, ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita sa, e sa il più che si possa sapere.» (Giacomo Leopardi – da Zibaldone di pensieri, citato anche nell’intenso film di Mario Martone  «Il giovane favoloso», che ripercorre la vita del grande filosofo e poeta.)

(Nell’immagine: Auguste RodinIl pensatore)

Noi misantropi

 

solitario

Sul sito della Treccani  troviamo la seguente definizione del termine asociale: “agg. [comp. di a– priv. e sociale]. – Privo di sentimento della socialità, insensibile ai motivi e ai problemi sociali:individuo, temperamento a.; mentalità asociale. Anche s. m. e f., con riferimento a persona: è un a., un’asociale.”

Tutte le persone ipersensibili (definizione internazionale: Highly Sensitive Persons – HSPs)  necessitano frequentemente, comunque PIU’ frequentemente di quanto venga considerato “normale” nella nostra cultura, di momenti di solitudine. Questi momenti, anche lunghi, servono a fare in qualche modo decantare, mettere a fuoco e anche a riflettere sulle sollecitazioni del mondo esterno, che altrimenti rischiano di sopraffarle o perlomeno di oberarle eccessivamente. O quantomeno di non essere elaborate. Di qui derivano le frequenti insinuazioni di asocialità che vengono mosse agli ipersensbili, così come a tutti gli introversi in generale. Ma basterebbe analizzare seriamente i significati dei termini in questione – asocialità e misantropia da una parte, desiderio di solitudine, introversione, timidezza, sensibilità dall’altra – per avvedersi che il nesso che viene da molti rilevato tra di essi è del tutto inesistente. Affermo anzi che nella maggior parte dei casi è vero il contrario.

D’altra parte, sappiamo che, mentre ad esempio in Canada (ma direi in tutto l’occidente in generale), i bambini timidi e sensibili sono poco apprezzati e ricercati dai coetanei e dagli “educatori”, in Cina è vero l’esatto contrario. Questione di cultura, quindi. Ma l’errore più grave, ritengo, sarebbe quello di tradire la propria natura: eludendo le proprie necessità autentiche, faremmo un torto prima a noi stessi e di conseguenza anche agli altri. Per questo motivo condivido e apprezzo in pieno l’articolo di Meghan Tifft, giovane scrittrice statunitense, pubblicato prima su TheAtlantic.com e tradotto poi domenica scorsa da Fabio Galimberti su Repubblica. L’articolo ruota attorno a questa domanda, che lei stessa si pone e quindi pone a tutti noi:

“… Quello che voglio sapere è: da quando per fare arte è d’obbligo partecipare a una qualunque comunità, oltre all’intensa partecipazione che l’arte stessa ti impone? Da quando, se tutto quello che vuoi è fare l’arte in questione, sei una che non contribuisce alla comunità? Non è l’arte stessa la mia comunicazione intima con gli altri, con il mondo, con lo spettacolo in perenne svolgimento degli sforzi umani per vivere e coesistere su questa terra?…”

L’obbligo alla socialità cosiddetta comunitaria mi ricorda da vicino la politica guerrafondaia determinata dal noto principio di fondo: “se non diventi democratico ti spacco la faccia” (tra l’altro di recente drammatica memoria). Si tratta, anche nel nostro caso, di una precisa volontà di colonizzazione del pensiero e quindi delle azioni. Si tratta – come sempre e in poche parole – di una volontà di potere sul prossimo e sul mondo. E’ noto che tutti colonizzatori si propongono quali esportatori disinteressati della propria civiltà, naturalmente più evoluta e “normale” delle altre. Nella realtà però tutte queste “politiche” sono sempre fondate su concreti interessi di parte, su importazione di valori espropriati agli altri, ai cosiddetti “non allineati”, col presupposto implicito che, in quanto tali, essi vadano corretti per il bene di tutti. Dove chi decide quale sia il bene di tutti è naturalmente sempre il più forte del momento. Anche per questo motivo mi dichiaro del tutto d’accordo con Meghan Tifft, e condivido in pieno “l’appello” (ma sembra piuttosto una preghiera) che lei rivolge ai singoli componenti della comunità degli scrittori e scrittrici:

“… Per cortesia, voglio stare sola con il tuo libro. Sono le tue parole che mi sussurrano amorevolmente nella testa, sono i tuoi pensieri che carezzano la mia voce interiore, è la tua espressione che si frammischia con la mia percezione. Se dobbiamo incontrarci, facciamo alla vecchia maniera, al buio, accanto al fuoco, col fiato sospeso e il mondo un grande mistero nero al di fuori di noi.” Se questa è misantropia, allora sono misantropo anch’io. Anzi, ipermisantropo.

 

La famiglia Bélier

La famiglia Bélier

La famiglia Bélier” è un film francese del 2014 di Eric Lartigau. “Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.” (Marzia Gandolfi – Mymovies.it).

Il film non ha contenuti particolarmente originali (se non per il fatto che tre componenti su quattro della famiglia sono sordomuti) ma è una commedia carina e ben fatta, che sfiora con delicatezza sia commozione sia comicità senza indulgere né in retorica né in romanticismo o eccessivo sentimentalismo. Ma ne scrivo qui solo a causa della scena che più mi ha colpito, quella cioè nella quale Paula, dopo varie traversie e indecisioni, riesce a dimostrare e finalmente convincere tutti del suo talento (anche i suoi familiari) grazie alla classica recita scolastica. Si esibisce infatti in un duetto vocale con un suo compagno. duetto che non ci viene fatto ascoltare, ma che possiamo solamente percepire, sordi anche noi, come fossimo sott’acqua, attraverso lo stesso sguardo rallentato dall’ipersensibilità dei suoi tre familiari sordomuti, padre, madre e fratello. Essi si convincono solo ora delle sue grandi capacità, e solo grazie alla loro particolare”percezione extrasensoriale”, del clima di straordinaria emozione artistica che si è creato all’interno dell’auditorium. Senza sentire assolutamente nulla, acusticamente parlando, anche loro entrano in contatto diretto con il magnetismo emanato dal puro talento che alla fine si manifesta in tutto il suo splendore, superiore e indipendente dai miseri limiti della mutevole e fragile percezione sensoriale umana. Dopotutto non era sordo anche Beethoven?

Antonio Gramsci

gramsci

«Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». Così il pubblico ministero Isgrò concluse la sua requisitoria.  E infatti Gramsci, il 4 giugno 1928, venne condannato a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione dal tribunale speciale fascista. Il 19 luglio raggiunse il carcere di Turi, in provincia di Bari.  Il 21 aprile 1937 Gramsci passò dalla libertà condizionata alla piena libertà, ma era ormai in gravissime condizioni: morì all’alba del 27 aprile, a quarantasei anni, di emorragia cerebrale. Sostanzialmente fu ucciso dal regime che egli combatteva con le sue idee e con le sue  convinzioni. Dopo il mio precedente post sul 2 agosto 1980, dopo la raggiunta dolorosa consapevolezza dell’offesa personale ricevuta e in esso comunicata, credo sia giusto ricominciare con una citazione di questo grandissimo intellettuale e politico del novecento (da Lettere dal carcere – pag. 126):

“Mi sono convinto che quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo cià che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima, chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire nè l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo.”

Solo seguendo il suo esempio potremmo salvarci dal disastro che in tutta evidenza incombe su di noi. Ma siamo sinceri, quanti di noi si sentono di farlo?

Bologna, 2 agosto 1980

orologio_bologna

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti. Uno degli attentati più drammatici della storia repubblicana, di cui ricorre oggi il trentacinquesimo anniversario.

Oggi però forse preferisco parlare d’altro, di fatti successi 25 anni prima. E poi ancora prima, parecchio prima. Di un pezzo di storia che non conoscevo fino a qualche giorno fa.

Questo. Il 14 maggio 1965, venerdì, si tiene la 296^ seduta pubblica del Senato della Repubblica. Il senatore Umberto Terracini espone all’aula la  sua interrogazione al ministro dell’Interno, il cui oggetto parla del “criminale fascista Alessandro Carosi, da 17 anni inseguito da una sentenza definitiva di condanna ad anni 21 di reclusione irrogatagli, per gli efferati delitti perpetrati a danno di cittadini ostili alla dittatura, dalla Corte di assise di Pisa, e che ciò nonostante ha potuto indisturbato vivere in Roma dal 1947 ad oggi.”

Ecco un breve estratto dal resoconto stenografico dell’interrogazione orale di Terracini, riportato da pag. 4 a pag. 8: (…) Il fatto al quale mi richiamo è noto. Il 31 gennaio di quest’anno un uomo in stato di coma è trasportato all’ospedale  “San Giovanni” di Roma perché colto da emorragia cerebrale mentre piacevolmente in automobile passeggia per la città. L’agente di servizio al posto di accettazione dell’ospedale chiede le generalità del ricoverando. L’autista fornisce un nome e un indirizzo, ma sopra la persona non si ritrova alcun documento di identificazione. L’agente di polizia segnala allora il fatto al Commissariato il quale rapidissimamente invia altri agenti all’indirizzo indicato e là, come all’aprirsi di uno scenario su un palcoscenico, si scopre che il morente è un delinquente incarnito, inseguito vanamente da un mandato di cattura per l’espiazione di una condanna a 21 anni di reclusione irrogatagli nel 1948. La scoperta suscita clamore, anche a causa della personalità specifica del messere, già noto e malfamato squadrista che, tra il 1920 e il 1924, aveva perpetrato numerosi assassini in provincia di Lucca e di Pisa, andandone non soltanto indenne, ma raccogliendone anzi larga messe di ricchezze e onori. Ma successivamente, pienamente sistemato nei quadri del regime fascista, egli aveva commesso l’errore di uccidere anche la sua amante, squartandone poi il cadavere e rinchiudendolo in un baule dato infine alle fiamme. Nonostante la sua divisa di orbace, il messere dovette allora essere arrestato, trascinato davanti ai Tribunali e, per questo orribile e nefando delitto, condannato a 10 anni di reclusione, che aveva scontato regolarmente nella casa di pena di Noto.
Ma nel 1943, liberato per pena scontata, il figuro rapidamente riguadagnò la Toscana occupata dai tedeschi al cui servizio si mise facendosi denunciatore e consegnando ad essi numerosi cittadini colpevoli di lottare inquadrati nelle formazioni della Resistenza contro i nazisti e contro i repubblichini. Tra l’altro è comprovato che ebbe a consegnare ai tedeschi Sisto Longa, già nei 40 giorni del governo Badoglio sindaco di Guardistallo, provocandone l’immediata fucilazione. Nel 1944 il figuro scompare, pare rifugiato in Argentina. Ma, con inaudita temerarietà e probabilmente già forte delle complicità, che poi gli avrebbero permesso di vivere indisturbato in Roma per oltre 17 anni, nel 1947 ritorna in Italia, prende sede in questa città, vi affitta un elegante alloggio in via Tuscolana dove se la passa tranquillo e in agiatezza fino a quando nel gennaio del 1965, non la giustizia umana, ma, se c’è, la giustizia celeste lo colpisce definitivamente, prostrandolo a morte nel posto di pronto soccorso di uno ospedale.
Questa la storia dei fatti. (…) Aggiungo che la vasta, proficua, redditizia attività alla quale l’omicida si era dedicato era di quelle sulle quali la sorveglianza
dell’autorità è maggiore ~ si tratta del commercio dei farmaceutici. E Alessandro Carosi ~ diamo finalmente il suo nome al personaggio ~ trattava all’ingrosso nel genere, avendo rapporto dall’una parte con le grandi ditte produttrici e dall’altra con innumerevoli  farmacie e naturalmente con le autorità preposte al ramo. Che tutto ciò abbia potuto verificarsi fa sorgere fondatissimo il sospetto di complicità, di  protezioni, di omertà, e non tanto in basso loco. (…)

Passiamo ora al 9 luglio del 1994, quindi a fatti molto meno importanti e di tutt’altro genere, successi 14 anni dopo il 1980. Il sottoscritto si sposa con rito civile tenuto nella Sala Rossa del Municipio di Bologna.Tutto ok, tutti contenti, almeno a prima vista. Conclusa la cerimonia formale, andiamo quindi a rendere doveroso omaggio al sottostante Sacrario dei partigiani di piazza del Nettuno. Ma mi avvedo solo oggi, scorrendo le foto, che manca sempre qualcuno, in tale contesto.

Il fatto è questo: avevo chiesto al mio migliore amico, sposato di fresco con una ragazza venuta “da fuori” (Aviano), di farmi da testimone di nozze. Per senso di opportunità, analogo invito era esteso quindi alla moglie, seppur conosciuta da poco. Il suo nome è Alessandra Carosi e ho scoperto solo qualche giorno fa per puro caso la sua diretta discendenza dal sopracitato Alessandro, il nonno di cui porta il nome in segno evidente di “doveroso e riconoscente omaggio”. A quanto pare quel disagio inespresso non è mai stato perdonato. E’ stato covato sotto la cenere e naturalmente nessuno ne ha mai parlato in questi 21 anni nel frattempo trascorsi.Solo freddezza e muta ma attiva ostilità da parte sua. Ne scopro ora i motivi di fondo:  la mia testimone di nozze è nipote di Alessandro Carosi, lo squadrista assassino di cui sopra,  un uomo che ai suoi tempi non avrebbe esitato ad eliminarmi fisicamente, come ha fatto con tanti altri, nel caso lo avesse ritenuto opportuno. Restando impunito, è ovvio, ma facendo comunque “sorgere fondatissimo il sospetto di complicità, di protezioni, di omertà e non tanto in basso loco.” 

Oggi è’ il trentacinquesimo anniversario della strage di Bologna. Ho voluto celebrarlo parlando d’altro. Con il “fondatissimo sospetto”, però, che non sia del tutto vero, che si stia solo parlando (solo) d’altro. Non si finiscono mai di scoprire ulteriori orribili misfatti impuniti, nella storia italiana, vecchi e nuovi misfatti coperti come sempre da complicità omertose di tutti i tipi e a tutti i livelli. Anche da quelli più vicini a casa e che non ti aspetti.