Archivio mensile:settembre 2015

Ipersensibilità e cultura

Tao

Come ho già notato in un precedente post, e anche in questo, non ho ancora raggiunto certezze sul motivo per cui il libro di Elain N. Aron, The Highly Sensitive Person“, sottotitolo “How to Thrive When the World Overwhelms You” non abbia trovato nessun modo per essere tradotto e pubblicato in Italia. Questo mentre invece alcuni autori che potremmo definire discepoli della Aron, poi hanno scritto testi che ne ricalcano (sviluppandolo e approfondendolo) il pensiero, trovando editori che li hanno diffusi, raccogliendo interesse e perfino un certo successo in termini di vendite.

Qualche idea, anche critica, me la son fatta. Continuerò a rifletterci su. Intanto però, allo scopo di approfondire, cercherò nei limiti delle mie possibilità di tradurre di seguito, dal testo originale il paragrafo “Learning About our Culture – What You Don’t Realize WILL Hurt You”  (da pag. 15: Conoscere la Nostra Cultura – Quello Che Non Comprendi Finirà per Ferirti). Comunque la si pensi in proposito, la tesi esposta mi sembra molto importante. Nel caso poi si trattasse di una battaglia di retroguardia contro i mulini a vento, credo valga comunque la pena di combatterla.

“Stiamo imparando a vedere la nostra caratteristica come una cosa neutra – utile in alcune situazioni ma non in altre – purtroppo però la nostra cultura di certo non vede né questa né altra caratteristiche come neutrali. L’antropologa Margaret Mead l’ha spiegato bene. Benché i neonati mostreranno una larga gamma di temperamenti, solo una ristretta fascia di questi, e solo un certo tipo, sarà percepito come ideale dal contesto. La personalità ideale sarà rappresentata, secondo Mead, “in ogni filo del tessuto sociale – le cure prestate al bambino, i giochi che fa, le canzoni che la gente canta, l’organizzazione politica, l’osservanza religiosa, l’arte e la filosofia.”Altre caratteristiche sono ignorate, scoraggiate, oppure se tutto il resto non riesce, ridicolizzato.

Cos’è che risulta ideale nella nostra cultura? Cinema, pubblicità, la progettazione degli spazi pubblici, tutto ci suggerisce che dovremmo essere duri come Terminator, imperturbabile come Clint Eastwood, estroversi come Goldie Hawn. Dovremmo essere piacevolmente eccitati da luci abbaglianti, frastuoni, un gruppo di spensierate persone che si intrattengono in un pub. Se per caso ci sentissimo sopraffatti, possiamo sempre prendere un’aspirina.

Nel caso ricordassi una sola cosa di questo libro, dovrebbe essere il seguente studio. Xinyin Chen e Kenneth Rubin dell’Università di Waterloo in Ontario, Canada e Yuerong Sun dell’Università di Shangai hanno confrontato 480 scolari di Shangai con 296 canadesi per ricercare quali caratteristiche rendono più benvoluti i ragazzi. In Cina i bambini “timidi” e “sensibili” sono risultati quelli maggiormente scelti come amici o compagni di giochi. (In Mandarino, il termine per timido o silenzioso significano educato, garbato; sensibile può essere tradotto in “avere comprensione”, un termine utilizzato nelle preghiere. In  Canada, invece, i bambini timidi e sensibili risultarono tra quelli meno graditi. Si tratta di possibilità, di casualità, se questo è il tipo di mentalità che hai affrontato crescendo.

Pensa all’effetto su di te del fatto di non essere l’ideale per la tua cultura. Questo ti deve interessare, non solo il modo con cui gli altri ti hanno trattato , ma anche come tu hai finito per trattare te stesso.”

Filosofia della fisica

Rovelli

Il fisico italiano Carlo Rovelli ha recentemente pubblicato questo libretto, dal titolo Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi – 2014). Tra l’altro, esso risulta da parecchie settimane il più venduto nella sezione “Saggistica” (La Repubblica – rilevazioni dal 7 settembre al 13 settembre a cura di Eurisko). Ci si potrebbe banalmente domandare: “Come sarà mai possibile che un libro di lezioni di fisica figuri tra i bestesellers letterari?” A questa banale  domanda, risponderei in modo altrettanto banale: “Nonostante il titolo che gli è stato assegnato, in realtà esso non tratta di lezioni di fisica, casomai di spigliate narrazioni filosofiche, il cui sfondo tematico è costituito dalle grandi teorie fisico-scientifiche elaborate dall’inizio del novecento ad oggi.”

Il fatto che i due pilastri della fisica del Novecento, la teoria della relatività generale e la meccanica quantistica, abbiano influenzato (o addirittura rivoluzionato) la cultura in generale e l’arte in particolare è un fatto noto. Capire invece come, perché e fino a che punto ciò sia avvenuto è molto meno scontato. Invitarci ad affrontare certi temi fondamentali del nostro tempo, questo è il principale merito del libro. Dal quale nessuno potrà dire di aver ricevuto chiarimenti “tecnici” di qualche utilità sulla fisica pura. Ma quanti di noi conoscono i percorsi attraverso i quali questo condizionamento è avvenuto? Alcuni di questi percorsi vengono evocati da Rovelli. A ciascuno di noi spetta eventualmente di affrontarli e percorrerli, nel caso ne avessimo la forza. E il coraggio.

Ad esempio: “Nella meccanica quantistica nessun oggetto ha una posizione definita, se non quando incoccia contro qualcos’altro. Per descriverlo a metà volo fra un’intersezione e l’altra, si usa un’astratta funzione matematica che non vive nello spazio reale, bensì in astratti spazi matematici. Ma c’è di peggio: questi salti con cui oggi oggetto passa da un’interazione all’altra non avvengono in modo prevedibile, ma largamente a caso.”  (….) “Le equazioni della meccanica quantistica e le loro conseguenze vengono usate quotidianamente da fisici, ingegneri, chimici e biologi, nei campi più svariati. Sono utilissime per tutta la tecnologia contemporanea. Non ci sarebbero i transistor senza la meccanica quantistica. Eppure restano misteriose: non descrivono cosa succede a un sistema fisico. ma solo come un sistema fisico viene percepito da un altro sistema fisico. Che significa? Significa che la realtà essenziale di un sistema è indescrivibile? Significa solo che manca un pezzo alla storia? O significa, come a me sembra, che la realtà sia solo interazione?”

Molto modestamente, anch’io propenderei per quest’ultima ipotesi. Ma questo non importa. Ciò che importa, invece, è che sia scientificamente dimostrato il fatto che (filosoficamente parlando) dietro ogni nostra certezza fisica apparente si nasconda una realtà assolutamente caotica e casuale. Il cui unico senso reale sembra costituito dalle reciproche, infinite e imprevedibili interazioni. Nel caso qualcuno cercasse rassicurazioni sulla prevedibilità dell’universo nella scienza fisica, è servito a dovere. Bertrand Russel ha scritto a suo tempo: “Per quanto possa sembrare un paradosso, tutte le scienze esatte sono dominate dall’idea di approssimazione. Quando un uomo vi dice che conosce l’esatta verità di qualunque cosa, potete esser certi che egli è un uomo inesatto.” Eggià. Forse le prospettive e le aspettative di molti di noi andrebbero  modificate in profondità, come dimostra la filosofia della fisica, con molto coraggio, intellettuale ma non solo.

Furore

pomodori

John Steinbeck pubblicò “The Grapes of Wrath” nel 1939 a New York, mentre in Italia il libro fu pubblicato dalla casa editrice Bompiani nel 1940; il titolo originale (letteralmente “I Frutti dell’Ira”) fu tradotto col termine “Furore” . Il romanzo fu subito perseguitato dalla censura fascista, mentre negli Stati Uniti appena uscito fu premiato prima con il National Book Award e poi nel 1940 con il Premio Pulitzer. Nello stesso anno John Ford ne ricavò uno dei suoi film-capolavoro, in cui Henry Fonda interpreta il protagonista Tom Joad. Nello stesso anno Woody Guthrie compose La Ballata di Tom Joad e più di cinquant’anni dopo Bruce Springsteen la ricorderà con The Ghost of Tom Joad. Ecco il video della sua esibizione al festival di San Remo del 1996.

Dal risvolto di copertina dell’ultima edizione italiana (Bompiani -nuova traduzione integrale di Sergio Claudio Perroni), ecco invece una breve introduzione alla trama del testo: “Nell’odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un’intera nazione. L’impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia”.

Il tema di fondo del romanzo (basato su fatti reali della storia americana) denuncia l’eterno, cinico sfruttamento  dell’uomo da parte dell’uomo. Cito a titolo di esempio da pagina 341 dell’edizione novembre 2014: “…Tom disse: “Giù da noi sono passati dei tizi che distribuivano dei volantini gialli. C’era scritto che qui cercavano un sacco di gente per la raccolta”. Il ragazzo rise. “Dice che il California ce n’è trecentomila come noi, e mi gioco la testa che quel maledetto volantino l’hanno visto tutti quanti. ” “Sì, ma se non gli serve gente, perché si mettevano a stampare quella roba?” “Perché non provi a usare il cervello?” “Poi ci provo, tu ora fammi capire.” “Ascolta,” disse il ragazzo, “Metti che tu hai lavoro per un operaio, e che per avere quel posto si presenta solo uno. Ti tocca dargli la paga che vuole. Ma metti che si presentano in cento.” Il ragazzo posò la raspa. Il suo sguardo s’indurì e la sua voce s’inasprì. “Metti che quel posto lo vogliono in cento. Metti che quei cento hanno dei bambini, e che quei bambini sono affamati. Metti che dieci centesimi bastano a comprare un po’ di farina di mais a quei bambini. Metti che cinque centesimi bastano per fargli mettere almeno qualcosa sotto i denti. E per quel posto si sono presentati in cento. Tu offrigli cinque centesimi, e vedi se non s’ammazzano tra loro per avere i tuoi cinque centesimi. Lo sai quanto mi davano l’ultima volta che ho lavorato? Quindici centesimi l’ora – dieci ore per un dollaro e mezzo. E siccome lì non ci potevi dormire, ti toccava scialare benzina per andarci.” Ansimava di rabbia, e i suoi occhi brillavano di odio. “Ecco perché mandano in giro quei volantini. Puoi stampare un sacco di volantini coi soldi che risparmi a pagare quindici centesimi per un’ora di lavoro nei campi.” Tom disse: “Puzza di fregatura”…

Eggià!

Nel 1905 George Santayana aveva scritto: “Those who cannot remember the past are condemned to repeat it” (Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo). 

Com’è noto, purtroppo noi italiani abbiamo una memoria maledettamente corta.

 

Comunicare

Chiappori
Come afferma Paul Watzlawick, (La pragmatica della comunicazione umana – primo assioma)  “Non si può non comunicare”; anche il silenzio infatti è la comunicazione che “non si ha intenzione, o non si vuole, dire qualcosa”. Se da un lato è completamente insensata la pretesa di non voler comunicare assolutamente nulla, dall’altro è forse folle l’ambizione di riuscire ad inserire nelle proprie parole e nelle proprie frasi il senso completo del proprio pensiero.
D’altra parte è già molto difficile afferrare tale senso anche per la persona stessa che lo formula dentro di sé. La pretesa poi di trasferirlo per intero nella sua “labirintica completezza” riuscirebbe solamente a rendere caotico e incomprensibile il proprio linguaggio.
L’unica strada percorribile sembra quindi essere quella di rendere “intelligentemente incompleta” la raffigurazione dei propri pensieri, di immettere in quella immagine necessariamente indefinita, alcune “zone evocative”, figure parallele e simboliche un po’ informi, tali da lasciare all’interlocutore l’incarico di completare a livelli intuitivo e personale il significato delle stesse.
E’ pura ingenuità (o immaturità) attendersi dall’esterno il supporto alla nostra intelligenza e sensibilità, il puntello su cui poter innalzare il livello della nostra capacità comunicativa. Questa non può che derivare dalla possibile “risonanza” della nostra parola nella sensibilità altrui, non esiste una meccanica della comunicazione che sia definibile a priori, a tavolino senza alcun sentimento di condivisione rispetto all’interiorità altrui.
L’unico luogo in cui possiamo cercare e tentare di trovare questo possibile terreno di condivisione è dentro di noi, nel nostro spirito più autentico.
 Proprio qui bisogna impietosamente rintracciare le motivazioni dei nostri sforzi, evitando di rincorrere facili quanto sterili e improduttive consolazioni e giustificazioni rispetto a qualsiasi fallimento o errore compiuto.  Allinearsi al “comune sentire” potrà farci sentire per un momento meno soli e abbandonati, ma ciò non serve a nulla e a nessuno. Domandiamoci: è questo che ci interessa davvero?
L’unica possibilità che ci viene concessa per provare ad apportare un proprio contributo al mondo passa attraverso la ferma decisione di non esserne l’immagine riflessa e passiva. Questo è possibile solo se la richiesta parte dal profondo del nostro essere, dove non è possibile nascondersi o mentire  nessuno, tantomeno a sé stessi. Eludere questa voce, falsificarne il sincero messaggio, prima a sé stessi e quindi al prossimo, significa tradire l’unica base di solida umanità che ci possa sorreggere, rispetto a noi stessi e all’intera comunità.
Ecco il motivo della fondamentale importanza di mantenere il contatto autentico (e difficile, a volte doloroso) contatto con quella zona della nostra coscienza: la peggiore delle disgrazie che potrebbe capitarci sarebbe di perdere per strada questo contatto e l’autentica consapevolezza della sua stringente necessità.
L’illustrazione è di Alfredo Chiappori ed è tratta dal libro di Guglielmo Gulotta, “Commedie e drammi nel matrimonio”,  Feltrinelli, 1976