Archivio mensile:novembre 2015

Teoria e pratica della pubblica amministrazione

Colin Crouch

  1. TEORIA. Colin Crouch è un sociologo e politologo inglese noto per aver coniato il termine Postdemocrazia nell’omonimo libro edito in Italia da Laterza nel 2003. Nel quarto capitolo (Il partito nella postdemocrazia) egli annota che di solito i testi di scienze politiche “rappresentano la relazione tra i partiti e il loro elettorato con una serie di cerchi sempre più grandi collegati tra loro: il più piccolo contiene il nucleo dei dirigenti e dei loro consiglieri; poi vengono i rappresentanti parlamentari; quindi i militanti (…) dopo vengono i tesserati ordinari (…) oltre ci sono i sostenitori, gli elettori fedeli (…); infine, il cerchio più ampio rappresenta l’elettorato in senso lato (…) Nel modello puro di partito democratico questi cerchi sono concentrici. E’ un modello democratico astratto che non è mai esistito realmente, tuttavia vari movimenti andavano in quella direzione. Al contrario, negli ultimi tempi (i decenni del neoliberismo) il modello concentrico ha subito un processo di  profondi cambiamenti: “Questo processo modifica la forma del nucleo della dirigenza in relazione agli altri cerchi del partito. Il primo cerchio diviene infatti un’ellissi. (…) Un partito che oggi è o potrebbe essere al governo sarà pesantemente coinvolto nelle privatizzazioni e negli appalti. I legami con esponenti governativi possono essere vitali per le aziende che cercano di lucrare su ciò. (…) Le aziende intenzionate a ritagliarsi una propria fetta in questi affari sanno bene di dover mantenere contatti permanenti con il nucleo decisionale nel partito di governo. Gli esponenti delle aziende diventano consulenti del partito per determinati periodi, mentre i consulenti del partito trovano lavoro come lobbisti nelle aziende. In tal modo il nucleo interno viene deformato, stiracchiando il centro interno del partito sino a farne un’ellissi che sconfina verso l’esterno, superando di molto i ranghi intermedi del partito. 
  2. PRATICA. Dal Curriculum Vitae dell’Ing. Sante Fermi: (…) DIRETTORE OPERATIVO (CITY MANAGER) DEL COMUNE DI BOLOGNA (dal 1991 a metà del 1999) – Responsabile di tutte le aree di attività del Comune, eccetto Ragioneria e Legale, che rispondevano al Segretario Generale. Come Direttore Operativo rispondevo al Segretario Generale. Insieme alla responsabilità diretta sulle attività comunali, ero incaricato del controllo strategico delle società partecipate con l’indirizzo di renderle più efficienti e iniziare il percorso di privatizzazione ove possibile. Quella di Bologna è stata la prima esperienza di city management in Italia. (…) Il Comune di Bologna è stato il primo a realizzare privatizzazioni vere anche nei servizi gestiti con società partecipate con la cessione dell’80% della partecipazione dell’AFM Spa (Farmacie Comunali di Bologna, N.d.R) nel 1999 (previo conferimento in uso e trasformazione da municipalizzata in società per azioni, insieme ad altri 13 Comuni). Dall’inizio del 1998 per portare in porto tale progetto ho gestito in prima persona la società, continuando nella mia attività di city manager. Ad inizio 1999 il Comune di Bologna insieme agli altri 13 Comuni partner ha venduto l’80% delle azioni alla società GEHE AG, oggi denominata Celesio AG. (…)   AMMINISTRATORE DELEGATO E COUNTRY PRESIDENT DI ADMENTA Italia S.p.a. nel settore delle farmacie e magazzini di distribuzione intermedia dei farmaci (da metà 1999 a fine 2009) – ADMENTA Italia (fatturato 335 milioni di euro e 850 dipendenti equivalenti a tempo pieno) è la società responsabile per lo sviluppo in Italia del gruppo Celesio AG. (uno dei leader europei della distribuzione del farmaco). ADMENTA Italia è stata costituita nel 1999 con l’acquisizione della maggioranza delle azioni di AFM Spa di Bologna (36 Farmacie comunali e un magazzino. (…)

Sintetizzando: prima l’ing. Sante Fermi ha gestito dall’interno dell’amministrazione la privatizzazione delle farmacie comunali di Bologna in forte utile, determinando quindi un danno di bilancio per la collettività e un vantaggio per i privati (vendita di AFM SpA a GEHE AG, subito rinominata Celesio AG): dopodiché egli stesso è diventato amministratore delegato della società a cui aveva venduto le stesse farmacie pubbliche (ADMENTA Italia, concessionario italiano di Celesio AG) . Così, tanto per fare solo un esempio, di cui tra l’altro il protagonista mena vanto in curriculum per presunte capacità manageriali. Un vero precursore.

Nell’immagine: Colin Crouch (Foto: picture alliance / dpa-Zentralbi)

Dio è fanatico?

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Il Dio che gli piace meno? Quello che nella Bibbia, seppure per metterlo alla prova, ingiunge al vecchio Abramo di sacrificare Isacco “tuo figlio, il tuo unico quello che ami”. Cosa che Abramo farebbe senza porsi tanti quesiti, se non ci fosse l’angelo a fermargli la mano.

Il teologo con cui si trova più a suo agio? Raimondo Lullo, che in pieno Medioevo, nel 1270, anno dell’ultima crociata e della morte di San Luigi, spiazza tutti i suoi contemporanei scrivendo un trattatello dal titolo “Il gentile e i tre saggi“, in cui un “pagano” (non erano ammessi “atei”, allora) incontra un cristiano, un musulmano e un ebreo che, ciascuno rispettoso dell’altro, decidono di rivedersi regolarmente per discutere, perché riconoscono che “ad impedire agli uomini di convenire in un’unica fede sono la guerra, le sofferenze, la malvagità, il fatto di infliggersi l’un l’altro danno e disonori”. Si lasciano d’accordo che nessuno detiene la verità, anzi che forse la verità in fin dei conti è nell’amalgama di tre pareri diversi.

E’ tra questi due apologhi che si svolge il percorso di “Dieu est-il fanatique” di Jean Daniel, Direttore del “Nouvel Observateur“. (…) Mi pare che il punto d’approdo della sua riflessione sia in sostanza che Dio è troppo occupato per mettersi a fare anche il Capo di Stato. E’ così?

“Tout a fait. Questo è l’essenziale. L’essenziale è che bisogna riconoscere l’importanza della religione, e, forse, anche della trascendenza di Dio, ma non si può in nessun modo consentire ad una forza trascendentale, che si rifaccia a Dio o a qualcosa del genere, di occuparsi della città terrena. Se no è il fanatismo. Così come il bisogno di nazione è rispettabile a condizione che non sia nazionalista, così la religione è rispettabile a condizione che non sia fanatismo. Ma perché non sia fanatismo la prima cosa è che non intervenga negli affari della città. Per fanatismo intendo qualsiasi dottrina dell’assoluto, religiosa o di Stato, fascista o marxista-leninista o altro che sia, e in nome di questo assoluto escludere tutti coloro che non credono e dominare con l’idea estremamente pericolosa  di essere i detentori della volontà di Dio e della verità rivelata”. (…)

Estratto dall’intervista a Jean Daniel di Siegmund Ginzberg ( l’Unità – lunedì 27 maggio 1996)

 

Un pensiero forte

multiculturalismo

Nella società multietnica e multiculturale del futuro con la quale l’Europa dovrà sempre più fare i conti sarà sempre più necessario, proprio per mantenere più aperto possibile lo spirito di dialogo e di fraterna accoglienza nei confronti delle diversità, stabilire un’irrinunciabile quantum di universalismo etico, da non sacrificare in nessun caso.

Fra i valori che non potranno non continuare ad essere fondati, pena la stessa fine della civiltà europea in senso forte, rientrano il senso del valore primario dell’individuo e la razionalità. Nelle forme più diverse, la civiltà occidentale si è sempre fondata su questo senso del valore primario dell’individuo, contrapposto alla totalità, celebrata da altre tradizioni. E’ una visione che si ritrova – tanto per fare alcuni esempi – negli stoici e nel loro diritto di natura, nel concetto cristiano di persona, nelle garanzie elaborate nel diritto romano e via via, sino alle grandi conquiste del liberalismo, della democrazia e del socialismo, forme diverse ma accomunate dall’accento posto sull’individuo, sul suo valore insopprimibile, sulla necessità di tutelarlo. Le trasformazioni sociali, che hanno creato e creano tante libertà, rischiano anche, paradossalmente, di mettere in pericolo questo valore insopprimibile dell’individuo. In pericolo sembra essere pure la razionalità, nonostante la crescente razionalizzazione tecnologica, aggredita da un sempre più diffuso irrazionalismo, da un ciarpame occultista e superstizioso.

Per difendere questi valori, c’è necessità di un pensiero anti-idolatrico, di un pensiero forte, capace di scegliere e dunque di dare libertà, di dare all’individuo la forza di resistere alle pressioni che lo minacciano e alla fabbrica di opinioni e di slogan, di resistere con una forza che può venire soltanto da un pensiero forte ossia fondato su una gerarchia di valori. Non a caso il totalitarismo soft e colloidale del potere mediatico si affida alle gelatinose ideologie deboli, che pongono gli individui inermi alla mercé delle forze anonime che lo manovrano, togliendogli quella astuzia del serpente (quella consapevolezza dei conflitti) senza la quale, come sta scritto nel Vangelo, non c’è neppure un’autentica semplicità della colomba.

Solo una gerarchia di valori può impedire che l’Io individuale perda la sua unità e la sua solidità e si dissolva, come diceva Nietzsche – rallegrandosene, dal suo punto di vista – in una “anarchia di atomi”, in una molteplicità di nuclei psichici e di pulsioni non più imprigionate nella rigida corazza dell’individualità e della coscienza. Oggi la nostra realtà, sempre più virtuale, è lo scenario di questa possibile mutazione dell’Io.

Questo IO che non è più un individuo, il quale costruisce la propria persona su dei valori, bensì un pullulare centrifugo e indistinto può giovare a un più flessibile riconoscimento della libertà, ma comporta pure il rischio di annacquare questa libertà nell’indifferenza, di equiparare ogni cosa a qualsiasi altra, in una sorta di bazar indifferenziato, in cui il dialogo diventa caricatura di sé stesso, come se, ad esempio, la solidarietà e il razzismo fossero degli optional. Ovviamente non è con barbarico dogmatismo che si può affrontare questo pericolo; l’unica risposta è la continua, umile adogmatica ricerca di gerarchie di valori.

Claudio MAGRIS (1998)

Nell’immagine: ‘Multicultural’ di Robert Daniels (i suoi lavori sono reperibili presso Fine Art America)

Libri non bombe

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Sul quotidiano La Repubblica compare oggi  un articolo di Adriano Sofri, dal titolo “Libri non bombe”, quel cartello che ora illumina Parigi. L’articolo inizia così:

Sul Monumento della République c’è un foglio su cui qualcuno ha scritto “BOOKS NOT BOMBS”, “Libri non bombe”.

Due passi di questa pagina mi hanno particolarmente colpito.

Il primo: una lettera scritta dal francese Antoine Leiris su Facebook Nelle strage del Bataclan ha perso sua moglie, “l’amore della sua vita”)

‘Non avrete il mio odio’. Venerdì sera avete rubato la vita del mio amore, la madre di mio figlio. Ma non avrete il mio odio Non so chi siete e non voglio saperlo, perché siete delle anime morte.

Allora no , non vi farò questo regalo di odiarvi.

Cedere al vostro odio sarebbe come cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che oggi siete.

Volete che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con occhi diffidenti, che sacrifichi la mia libertà in cambio della sicurezza.

Mi spiace, ma avete perso. E non avrete neanche l’odio di mio figlio”

Il secondo invece è questo

“È il secondo di tre giorni di lutto, e molte librerie sono chiuse. A Rue de l’Odéon “Le coupe papier” ha messo sulla sua vetrina antiquaria una pagina scritta a mano, con una grafia ammirevole (traduzione mia): «La libreria resterà chiusa oggi. Vogliate scusarmene, ci sono dei giorni così, e specialmente dei giorni dopo».

Ma a ben pensarci mi ha colpito molto anche questo passo:

Libri non bombe è un programma ideale, dice la signora di un “Gibert Joseph”: c’è un’umanità che ama i libri, e una che si tramuta in bombe per farsi esplodere e uccidere l’altra umanità. Ho l’impressione, dico, che le bombe cui il cartello pensa siano quelle “occidentali”. Quelle di Raqqa di ieri.

C’è davvero molto su cui riflettere.

Nell’immagine: “Peace for Paris”, Pace per Parigi, un logo creato da Jean Jullien e subito divenuto virale sui social network

Lou e Laurie

Lou e Laurie

Lo scrittore inglese Howard Sounes ha appena pubblicato “The life of Lou Reed”. Un atto di accusa, più che una biografia. Ecco un estratto del testo:

«Un uomo complicato, un artista strano, spesso litigioso, decisamente sgradevole. Era un bisessuale che si è sposato tre volte, un alcolista e un drogato che si atteggiava a duro anche se in privato affrontava una strenua lotta con i suoi problemi mentali. Era anche un astuto e sensibile compositore i cui argomenti spaziavano dalle droghe e dal sesso estremo a tenere ballate come Perfect day e Pale blue eyes »

Scrive Giuseppe Videtti su Repubblica di oggi :

“Se lo scrittore inglese Howard Sounes, autore fra l’altro di una biografia di Bob Dylan, voleva resuscitare Lou Reed (1942-2013) con la pubblicazione del già chiacchieratissimo Notes from the velvet underground – The life of Lou Reed (Ed. Doubleday, 416 pag.) ha sbagliato mira, lo ha fucilato da morto.”

Da parte mia vorrei ricordare Lou Reed solo ascoltando ancora la sua musica e mediante le parole scritte da Laurie Anderson e a suo tempo pubblicate sull’ East Hampton Star:

Ai nostri vicini:

Che splendido autunno! Tutto luccicante e dorato, e tutta quell’incredibile luce delicata. Acqua che ci circonda.

Lou e io abbiamo passato molto tempo qua, negli ultimi anni, e anche se siamo gente di città questa è la nostra dimora spirituale.

La settimana scorsa ho promesso a Lou che l’avrei fatto uscire dall’ospedale e che l’avrei riportato a casa, qua a Springs. E ce l’abbiamo fatta!

Lou era un maestro di Tai Chi e ha passato i suoi ultimi giorni qua, felice e impressionato dalla bellezza, dal potere e dalla mitezza della natura. È morto domenica mattina guardando gli alberi, mentre faceva la celebre forma 21 del Tai Chi, immobile mentre le sue mani da musicista si muovevano nell’aria.

Lou era un principe e un combattente e so che le sue canzoni sul dolore e la bellezza del mondo riempiranno molte persone con l’incredibile gioia che lui provava nei confronti della vita. Lunga vita alla bellezza che scende, ci attraversa e si riversa su tutti noi.

— Laurie Anderson
sua amorevole moglie ed eterna amica

Ed ecco la musica. Grazie Lou!

Fenoglio, i nazisti e Hans Langsdorf

Il libro di Johnny

Einaudi ha recentemente pubblicato “Il libro di Johnny” di Beppe Fenoglio (Letture Einaudi – 2015). “In un primo momento Beppe Fenoglio aveva ideato un unico grande ciclo di Johnny, che partiva dagli anni del liceo di Alba, proseguiva con il corso ufficiali, l’8 settembre, il complicato e pericoloso ritorno in Piemonte, l’adesione alla guerra partigiana, il passaggio dai garibaldini ai badogliani. Successivamente però, su indicazione editoriale, Fenoglio riscrisse la prima parte di questo suo ambizioso progetto narrativo trasformando Primavera di bellezza in un libro autonomo: tagliò le prime ottanta pagine e aggiunse tre capitoli finali facendo morire velocemente Johnny al primo scontro a fuoco. La seconda parte, riscritta più volte, fu abbandonata e recuperata postuma con il titolo Il partigiano Johnny. In questa edizione Gabriele Pedullà ricostruisce per la prima volta il continuum narrativo del grande romanzo così come Fenoglio l’aveva pensato e concepito. E la saga di Johnny riemerge in tutta la sua forza epica.” (dalle note di copertina).

Ma non tanto del libro in sé (comunque bellissimo!) volevo scrivere in questa occasione, quanto di un riferimento che vi ho trovato (pag. 59-61) ad un avvenimento storico che non conoscevo e che mi ha molto colpito: l’affondamento dell’incrociatore pesante (o corazzata) tedesca Admiral Graf von Spee ai comandi del capitano di vascello Hans Langsdorf. Si tratta della battaglia del Rio de la Plata nel corso della seconda guerra mondiale (13 dicembre 1939) ed in particolare del suo drammatico epilogo, dettato da un codice d’onore incarnato in un grande uomo nato dalla parte sbagliata. A cui comunque, al di là di ogni romanticismo o posizione ideologico/politica, mi sento comunque in dovere di rendere omaggio.

Ma ecco la vicenda raccontata da Alberto Angela nel corso della trasmissione RAI “Ulisse”:

Che altro aggiungere? Forse solo la solita banale ma grande verità: i confini tra il bene e il male, tra il giusto e l’iniquo in realtà sono ahinoi (o per fortuna?) sempre dannatamente ingarbugliati.