Archivio mensile:gennaio 2016

L’anello al naso

Polgar

Piccole storie senza morale (Traduzione di Cristina Pennavaja)  Biblioteca Adelphi è la prima antologia di scritti di Alfred Polgar pubblicata in Italia. Contiene testi brevi tratti da ben diciotto libri apparsi tra il 1922 e il 1959. Impossibile leggerlo  di getto, a mio parere. I singoli “pezzi” che lo compongono, infatti, sono talmente asciutti e densi, che occorre lasciarli depositare nella nostra coscienza. Meglio ancora: rileggerli per assorbirne davvero il ricchissimo contenuto, che potremmo azzardarci a definire “minimalista”. Non tanto perché il loro contenuto sia difficile o cerebrale. Ma di certo conviene comunque al lettore sondare la loro profondità, scrutarne i livelli di significato, verificarne la struttura, (la simbologia?), nel tentativo di cogliere al meglio possibile il reale centro del messaggio. Sottolineando magari le gemme letterarie, che ci sono e numerose, ma che potrebbero sfuggire al primo incontro. “Nella sua maniera di esprimersi distaccata egli parlò della forma concisa come del “risultato dello sforzo consapevole, non disgiunto da un certo tormento, di  trasformare cento righe in dieci righe” (dalla prefazione di Siegfried Melchinger) . Ha scritto Polgar: “Sono perfettamente consapevole che anche in una storia di piccole dimensioni può non esserci assolutamente nulla e che la brevità può essere benissimo l’effetto forzato di un respiro troppo corto. Tuttavia io credo che proprio la forma letteraria più concisa sia adatta alla tensione e alle esigenze dei nostri tempi… La vita è troppo fuggevole perché si possa dipingerla con agio soffermandosi sui dettagli, è troppo romanzesca per i romanzi.”

Leggendolo, a volte si ride (si ride davvero, perché l’autore era anche un grande umorista) a volte ci si dispera (pure davvero). Una volta finita la lettura pensavo di sottolinearne gli aspetti (auto)ironici, comici e sarcastici. Come ad esempio:

“L’Austriaco è tedesco quanto il suo Danubio è blu. Ma quest’ultimo, come tutti sanno, sebbene il walzer si ostini ad affermare il contrario, non è blu affatto. Forse lo è stato una volta… nell’idea. Però, dopo una luna carriera come torrente, il Danubio ha un aspetto tale che sembra che tutti i pennelli con cui è stata dipinta di mille colori la campagna all’intorno, il buon Dio li abbia lavati nelle sue acque.”

Però il caso vuole che domani, 27 gennaio, si celebri il Giorno della Memoria 2016. Qui a Bologna si inaugura anche il “Memoriale dello Shoah.” Alfred Polgar, austriaco ebreo, ha vissuto, sofferto e scritto sia sulla drammatica esperienza personale di esilio, sia sul crimine nazista perpetrato da parte del  “suo” popolo ai danni del suo stesso popolo. Per esempio, a un certo punto egli scrive:

“C’è un frammento del Faust di Lessing nel quale lo spirito, rispondendo alla domanda di Faust: “Qual’è la cosa più rapida della terra?” dà la seguente risposta; “Il passaggio dal bene al male”. Un esempio della giustezza di questa risposta è stata data alcuni anni or sono dall’incredibile rapidità con cui le croci si trasformarono in croci uncinate, gli esseri umani in esseri disumani. Poi la metamorfosi inversa si compì con la stessa velocità. Il fatto che essa sia avvenuta così rapidamente lo dobbiamo al  Furer: le manifestazioni esteriori di fede che egli chiese al suo popolo furono soltanto quelle molto superficiali del distintivo di partito, del saluto nazista e altre simili. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se egli avesse preteso dimostrazioni visibili più drastiche del suo attaccamento per lui. Per esempio che tutti portassero un anello al naso. Non  c’è dubbio che i suoi sudditi se lo sarebbero messo, che alla cosa i suoi filosofi avrebbero apportato un sostegno ideologico e i suoi studiosi di storia dell’arte una giustificazione estetica. Però la metamorfosi inversa nazisti-non nazisti non sarebbe stata facile com’è stata nella realtà, non si sarebbe compiuta in modo altrettanto rapido e indolore, in un batter d’occhio, nel tempo di cambiar le carte in tavola.

Uno spirito che avesse fatto le nostre recenti esperienze, rispondendo a Faust che “la cosa più rapida è il passaggio dal dal bene al male”, con tutta probabilità avrebbe soggiunto: “e ritorno”.

Perciò, del lato comico e sarcastico parleremo magari un’altra volta. Anche perché comprendiamo benissimo e  condividiamo ancora oggi la sua feroce e ironica disillusione rispetto ai suoi simili, e quindi anche rispetto a noi stessi. Alla fine della sua vita “dal momento che la nostra lingua corrisponde naturalmente al nostro modo di esprimerci, è chiaro che le esperienze vissute da quell’organismo forse ipersensibile che fu Polgar non possono non aver modificato il suo linguaggio” (Siegfried Melchinger). Non resta quindi che coltivare – per utilizzare un giudizio di Musil su Polgar – la sua stessa insolente e “perfida affabilità” nei confronti dell’intero genere umano? Dedicarsi come lui allo scetticismo senza disprezzo, lontani mille miglia dall’alterigia e immuni da ogni freddezza, mantenendo ad ogni prezzo un cuore che batte nel proprio petto? Probabile che sì, ma bisogna pur esserne capaci. E non è davvero facile.

Come funziona la musica?

Come funziona la musica

David Byrne ha scritto nel 2012 un libro molto bello: How Music Works“, in italiano Come funziona la musica (Bompiani, 2013). Verrebbe da dire che ogni appassionato di musica dovrebbe conoscerlo. Ma non sarebbe giusto. In realtà credo sia un libro importante per ogni persona che si interessi di “cultura” nel senso più ampio possibile. Ma non intendo certo recensirlo qui. Il fatto è che me ne sono ricordato vedendo (e rivedendo ) il breve, splendido filmato che segue.

Per quale motivo trovo che questo video, apparentemente amatoriale – girato a Tonga, durante un matrimonio: gli amici dello sposo improvvisano un’Haka, antica danza Maori resa famosa nel rugby dagli All Blacks – sia magnifico e irresistibile? Non saprei dirlo. Mi sono chiesto ancora: per quale motivo esso mi ha ricordato il testo di David Byrne? Perciò sono andato a rivedermelo:

“Durante una pausa del tour andai a Bali, seguendo il consiglio della coreografa Toni Basil (…) quasi ogni sera riuscivo a vedere  danze accompagnate da orchestre gamelan e rappresentazioni del Ramayana indù nel teatro delle ombre, performance di carattere epico e a volte rituale che fondevano elementi religiosi e teatrali. (Il gamelan è una piccola orchestra composta essenzialmente da gong e metallofoni intonati; l’intreccio delle parti è tanto bello quanto complesso.) In quelle occasioni alcuni dei partecipanti cadevano spesso in trance, ma anche per la trance c’erano procedure stabilite. Non era una confusione caotica, come potrebbe aspettarsi un occidentale, ma una forma di danza più profonda. (…) Per Once in a Lifetime elaborai una complessa serie di movimenti che traevano spunto dalla danza di strada giapponese, dalla trance del gospel e da alcune delle mie improvvisazioni. (…) Durante il montaggio aggiungemmo alcuni spezzoni che rivelavano la fonte di alcuni dei passi: qualche secondo di un ragazzino che ballava nel parco Yoyogi di Tokyo (adesso è proibito!) e alcuni fotogrammi di un film antropologico sulla danza africana, con i ballerini che si accasciavano in terra. Volevo mostrare le mie fonti, senza pretendere di aver inventato tutto, anche se le mie movenze a scatti non assomigliavano gran che agli originali.”

Questo è il risultato:

A questo punto abbiamo capito qualcosa di più? Di come funziona la musica e tutto il resto? Direi proprio di no. In fondo, per me è impossibile capire come tutto questo funzioni. Il fatto è – però – che funziona maledettamente bene. Che meraviglia.

 

 

Persone Altamente Sensibili

Giulia Fedel

Riporto di seguito alcuni link a pagine WEB (la maggior parte in inglese) che potrebbero interessare le Persone Altamente Sensibili (PAS in italiano – Highly Sensitive Persons: HSPs in inglese), ma non solo loro:

L’unico in italiano rimanda al sito Psiche soma relazione (dott.ssa Nicoletta Travaini). Varie pubblicazioni nell’area: ipersensibilità – HSP

Gli altri sono in inglese.

Why So Many Artists Are Highly Sensitive People (Huffingtonpost.com). Psychologists have foun that the creative personality contains layers of depth, complexity and contradictions.

Why Introverts and Extroverts Are Different: The Science (Quietrev.com)

10 Ways Highly Sensitive People Use Their Sensitivities As An Advantage ( Medium.com)

What is the evidence D.O.E.S. exists? (Un vecchio post della dr.ssa Elaine Aron)

Addiction and the dark side of the highly sensitive personality (da highlysensitive.org). Keith Urban and others stars show dark side of the high sensitivity personality. Many celebrities have sought treatmentMusician Keith Urban once checked himself into a rehab center for alcohol abuse, with support from his wife, actor Nicole Kidman…

The link between leaky sensory filters and your inner genius (da ozy.com) Some people can work in cafes and blissfully ignore the coffee grinders, chitchat and commotion. I cannot. Nor could Marcel Proust, who wore earplugs and lined his bedroom with cork to keep out any errant sound. And it’s not just me and my old buddy Marcel…

How to be Good at Stress (da ideas.ted.com/) What does it mean to be “good” at stress? Does it mean you don’t get stressed out? That you stay calm under pressure and bounce back from adversity?

How to help highly sensitive employees thrive ( da goodmenproject.com) Sensitivity and vulnerability in the workplace can take your organization to the next level, if you know how to create an environment for all employees to flourish. 

Nell’immagine: Tomba Brion | particolare del mosaico | Carlo Scarpa – S.Vito di Altivole | Treviso | Italy | ©Giulia Fedel

Un certo tipo di giornalismo

avvoltoio-appollaiato-su-un-bordo-8854462

Lunedì 11 gennaio 2016. La notizia della morte di David Bowie è stata diffusa solo da poche ore. Il Corriere della Sera pensa bene di pubblicare sul suo sito il seguente “approfondimento culturale”:

“David Bowie, quanto sapete davvero del «Duca Bianco»?

Il «marziano del rock» è morto a 69 anni, stroncato da un tumore. Aveva una pupilla perennemente dilatata, e qualcuno disse di lui: «È l’unico uomo con cui sono andata a letto che era più truccato di me». Quanto sapete davvero di lui?

di Matteo Cruccu

1 / 10

Nel 1990 venne indetto un referendum tra i fan per chiedere quale fosse la canzone preferita affinché lui la eseguisse in concerto: quale brano fu scelto?

  • Space Oddity
  • Changes
  • Let’s Dance
  • The Laughing Gnome

2 / 10

Una delle pupille di Bowie era permanentemente dilatata: perché?

  • Per una malformazione dalla nascita
  • Effetto collaterale dovuto agli abusi di Lsd
  • Dopo una caduta dal palco durante un concerto del 1973
  • In seguito a una rissa con un compagno di classe per una ragazza

3 / 10

Come si chiamava la prima band di Bowie?

  • The Kon-Rads
  • The Mar-Tians
  • The Spa-cers
  • David Bowie and his Marvellous Fr

4 / 10

Space Oddity venne lanciata anche in italiano nel 1969, interpretata da lui stesso: qual era il titolo da noi?

  • Odissea nello spazio
  • Spazio io ti amo
  • Ragazzo solo, ragazza sola
  • Nel cielo, nell’anima

5 / 10

E Space Oddity fu la colonna sonora di cosa?

  • La trasmissione della Bbc sullo sbarco sulla Luna nel 1969
  • Il lancio dello Space Shuttle nel 1986
  • La sigla finale di “2001, Odissea nello Spazio”
  • Una scena del primo episodio di Guerre Stellari

6 / 10

Nel 1988, ebbe un ruolo nello scandaloso “L’Ultima tentazione di Cristo”: che ruolo interpretò?

  • Ponzio Pilato
  • Giovanni Battista
  • Giuda
  • Maria Maddalena

7 / 10

Dove ha suonato per la prima volta in Italia?

  • A San Siro nel 1987
  • Al Piper di Roma nel 1967
  • A Monsummano Terme nel 1969
  • A Venezia nel 1975

8 / 10

Come commentò l’incontro con Celentano nel 1999, ospite della sua trasmissione “Francamente me ne infischio”?

  • Celentano é un genio
  • Celentano é un idiota
  • Azzurro é la mia canzone preferita
  • Vorrei fare un duetto con lui

9 / 10

Chi disse: “é l’unico uomo con cui sono andata a letto che era più truccato di me”

  • Madonna
  • Grace Jones
  • Amanda Lear
  • Gina Lollobrigida

10 / 10

Cosa disse la moglie Angie, quando nel 1973 lo trovo a letto con Mick Jagger?

  • “Oh mio Dio”
  • “Vergognati, voglio subito il divorzio”
  • “Posso entrare anch’io”
  • “Vuoi un caffè, David?”

Superfluo ogni commento.

 

 

Il Duca Bianco

Blackstar_album_cover

“We were born upside down, born the wrong the way round”canta David Bowie nel brano d’apertura (nonché omonimo singolo della durata di 9 minuti e 58 secondi) di Blackstar , “album definitivo, finale, che non a caso viene pubblicato nel giorno del suo (sessantanovesimo) compleanno”, (da Il Mucchio) l’8 gennaio appena trascorso. Album, singolo e relativo video di altissimo livello (appunto il suo: di eccelsa e indiscutibile qualità) il cui tono complessivo è inquietante, decisamente cupo, oscuro, di ispirazione musicale quasi “dark“. Un testamento. Adesso capiamo. Come la sua vita, anche la sua morte è un’opera d’arte.

Altri scriveranno di lui e della sua grande capacità artistica con più compiutezza e competenza di quanto possa fare io. Ma non certo con più gratitudine.

David Bowie, un grande, un gigante, ci ha lasciato. “Dopo 18 mesi di lotta contro il cancro se ne è andato serenamente circondato dalla sua famiglia” (David Bowie Official)

Vorrei qui ricordarlo in coppia con Annie Lennox, nella splendida interpretazione di “Under Pressure” nel Freddy Mercury Tribute Concert, tenutosi il 20 aprile 1992 (Lunedì dell’Angelo), al Wembley Stadium di Londra. Un tributo nel tributo.

Grazie, Mr. David Robert Jones. Un inchino anche da parte nostra.

 

La realtà uccide?

l-impostore-javier-cercas-682x1024

“Dio è morto, Marx è morto e anch’io non mi sento molto bene”. Scherzava (ma non tanto) Woody Allen. E’ poi noto che anche il rock sarebbe morto da molto tempo. Il cinema è deceduto? Non si sa. E il romanzo? E’ morto oppure no? A tutte queste domande non so rispondere, e in fondo non mi importa. Mi pare invece interessante il recente (si fa per dire)  proliferare di letteratura e cinematografia basate sulla realtà piuttosto che sulla finzione. Ad esempio:

A sangue freddo (In Cold Blood) è un romanzo dello scrittore statunitense Truman Capote, pubblicato in volume nel 1966. È il resoconto dettagliato del quadruplice omicidio della famiglia Clutter. Per la sua costruzione narrativa Capote si pose come obiettivo esplicito di raccontare i fatti effettivamente avvenuti, coniando l’espressione di non-fiction novel, un genere del quale egli è considerato il fondatore nella narrativa USA. (da Wikipedia). L’editore Garzanti provvide immediatamente alla traduzione e pubblicazione in Italia. Da allora esso viene continuamente ristampato. Ricordo molto bene l’impressione che ne ebbi a lettura ultimata: bellissimo e agghiacciante. Agghiacciante soprattutto in quanto esso racconta una realtà ricostruita e in parte vissuta in modo diretto, analitico e quasi scientificamente oggettivo. Nel 2005 ne è stato tratto un film girato da Bennett Miller: Truman Capote: a sangue freddo.

Altrettanto belli e coinvolgenti, ricordo tre libri di Emmanuel Carrère, tutti basati sulla cosiddetta “realtà senza finzione”: L’avversario (ora in Adelphi – 2013: “Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo”);

Vite che non sono la mia (Einaudi – 2011: “A pochi mesi di distanza, sono stato testimone dei due eventi che più di ogni altro mi spaventano: la morte di un bambino per i suoi genitori, e quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito”);

Limonov (Adelphi – 2012: “Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio» si legge nelle prime pagine di questo libro”).

Poi ci sono le serie televisive, tra cui:

SERIAL (Nella prima stagione la serie in podcast ha analizzato l’omicidio di Hae Min Lee. Fu accusato l’ex fidanzato Adnan Syed); 

THE JINX (La serie in sei puntate del 2015  ripercorre venti anni di vicende giudiziarie del milionario Robert Durst. Talmente realistico che determinerà l’arresto del protagonista prima della trasmissione dell’ultima puntata, proprio grazie ai suoi contenuti);

NARCOS: (La serie 2015 racconta la storia vera della dilagante diffusione della cocaina tra Stati Uniti ed Europa negli anni ’80, grazie al cartello di Medellín del boss della droga Pablo Escobar); 

MAKING A MURDERER ( Come si fabbrica un omicida), una serie-documentario televisiva in 10 puntate prodotta da Netflix nel 2015 e incentrata sul caso di Steven Avery, un uomo del Wisconsin, prima incarcerato per un errore giudiziario, poi di nuovo condannato nel 2007 all’ergastolo per lo stupro e la morte della fotografa Teresa Halbach;

AMERICAN CRIME STORY (Cuba Gooding Jr. diventa O. J. Simpson per ricostruire il caso. Andrà in onda a febbraio negli Usa).

Lo stesso Javier Cercas aveva già scritto due libri di successo basati su episodi reali, in Italia pubblicati entrambi da Guanda: Soldati di Salamina (2004:Storia di Rafael Sánchez Mazas durante la guerra civile spagnola) e Anatomia di un istante (2010: Storia del fallito colpo di Stato in Spagna del 23 febbraio 1981).

L’impostore (Guanda 2015) è invece la sua ultima importante opera: “I dilemmi etici di Cercas scaturiscono dal protagonista del racconto, un grandissimo impostore e un grande maledetto. Nel 2005 Enric Marco occupò le prime pagine dei giornali spagnoli: per quasi tre decenni s’era fatto passare per un deportato nella Germania hitleriana, celebrato in tutte le ricorrenze, applaudito in Parlamento, ascoltato da migliaia e migliaia di studenti. Stava per partecipare al sessantesimo anniversario per la liberazione dei campi, a Mauthausen, quando venne smascherato da uno studioso. Non era vero niente. O, meglio, la sua finzione era stata sapientemente impastata con brandelli di verità tanto da essere lungamente creduta da istituzioni e società civile”  (Simonetta Fiori – La Repubblica)  Al di là della minuziosa e coinvolgente ricostruzione storica effettuata, Cercas non sembra schierarsi tra coloro che buttano la croce addosso all’impostore. Sembra anzi a volte sul punto di immedesimarsi con lui, che tenti di spiegare e/o capire le sue azioni e la sua vita. Altrove passa invece ad accusarlo impietosamente. E così via. Il giudizio non tocca a noi, anche se un’opinione ce la siamo fatta. Cito quindi solo qualche passo tratto del testo, che trovo importanti, anzi fondamentali per i nostri tempi e per tutti noi.  Dopodiché, consiglio di leggere il libro e trarre da esso ognuno le proprie personali conclusioni. Ne vale la pena:

da pag. 101: “Perchè il passato non passa mai, non è neppure – lo ha detto Faulkner – passato; il passato è solamente una dimensione del presente.”

da pag 367: “Per ognuno arriva il giorno , scrive Kafavis, di pronunciare il Grande Sì o il Grande No. Di questo tratta la maggior parte dei miei libri: del giorno del Grande No (o del Grande Sì); vale a dire del giorno in cui uno sa per sempre chi è.”

da pag. 394: “Marco è questo: l’uomo della maggioranza, l’uomo della moltitudine, l’uomo che, sebbene sia un solitario o proprio perché lo é, si rifiuta per principio di stare da solo ed è sempre dove stanno tutti, che non dice mai No perché vuole stare simpatico  ed essere amato e rispettato e accettato, e di lì la sua medipatia e la sua feroce ansia di comparire nella foto, l’uomo che mente per nascondere ciò di cui prova vergogna (…) l’uomo del profondo delitto di dire sempre Sì”.

Ma il libro inizia così: “Io non volevo scrivere questo libro.” Leggendolo, si capisce quanto sia vero. Poi, a pag. 27: “La verità è che non ne posso più di realtà. Sono arrivato alla conclusione che la realtà uccide e la finzione salva. Adesso ho bisogno di un po’ di finzione.” E’ così anche per noi?