Archivio mensile:febbraio 2016

Il team perfetto

Team

Ci sono voluti decenni di studi sulla sociologia del “team perfetto” per arrivare a non comprendere che nessuno degli algoritmi numerici sull’efficienza dei gruppi di lavoro è in grado di prevedere alcunché.

Poi, per fortuna, è arrivata Google, che con il suo “progetto Aristotele” portato a termine in “soli” cinque anni di lavoro, cui dedica un ampio reportage il New York Times.

“Se tanti sforzi il gigante di Mountain View ha profuso nel cercare di catturare la chimica del team perfetto è perché, come rivela una ricerca della Harvard Business Review citata dal quotidiano americano, «il tempo trascorso da manager e impiegati in attività che prevedono una collaborazione con i colleghi è cresciuto del 50% negli ultimi vent’anni». E «ciascun lavoratore, in molte aziende, passa più di tre quarti della sua giornata comunicando con i colleghi ». 

Elena Dusi – La Repubblica 29 febbraio 2016 – “Aiutare i colleghi reagire ai torti creare empatia Ecco il segreto del team perfetto”.

Insomma, ricerche infinite che studiano altre ricerche derivate da altre ricerche per capire se confermarle o smentirle. Ma ne vale la pena, perché poi si giunge a risultati rivoluzionari come quelli del “progetto Aristotele” di Google per determinare la chimica del team perfetto. Ecco le regole.

DA FARE.

  1. Parlare tutti per una stessa quantità di tempo
  2. Creare un ambiente “psicologicamente” sicuro in cui non si ha timore di essere criticati
  3. Dedicare tempo a raccontare le proprie vicende personali
  4. Osservare gli stati d’animo altrui e aiutare un collega in difficoltà psicologica
  5. Non subire i torti o gli insulti in silenzio. Reagire mostrando il proprio dispiacere

DA NON FARE

  1. Non cercare di dimostrare la propria superiorità sui colleghi
  2. non criticare le idee altrui
  3. Nelle riunioni non sovrapporsi alla voce dei colleghi
  4. dare fiducia ai sottoposti, non entrare nei dettagli del loro lavoro
  5. Non preoccuparsi se una riunione va leggermente fuori argomento, o i membri del gruppo si dedicano a chiacchiere personali

Insomma, cinque anni di ricerche specialistiche per scoprire che anche nei gruppi di lavoro occorre buon senso nonché molta sensibilità e attenzione nei confronti dell’ambiente e del prossimo.

In pratica, se ne conclude, sarebbe molto meglio se fossimo tutti ipersensibili.

The story of film

Odissey

The Story of Film: An Odyssey è un documentario che parla della storia del cinema, dalla sua nascita alla fine dell’ottocento fino agli anni 2000. Il documentario è formato da 15 episodi che hanno una durata di un’ora l’uno con una lunghezza complessiva di oltre 900 minuti. È stato diretto e narrato da Mark Cousins, un critico cinematografico dall’Irlanda del Nord, anche autore dell’omonimo libro del 2004 The Story of Film.
Quando il documentario è stato trasmesso a partire dal settembre 2011 il Telegraph titolava che era “l’evento cinematografico dell’anno”, descrivendolo come “visivamente ammaliante e intellettualmente stimolante, è allo stesso tempo una lettera d’amore al cinema, un imperdibile corso di cinema ed una riscrittura radicale del mondo del cinema.” Il documentario ha vinto il Peabody Award nel 2013.” (da Vintage Movies)

“Cinque anni di lavoro, sei continenti, quasi 130 anni di film, interviste a registi e attori di tutto il mondo, un fantastico percorso che illustra come i cineasti siano influenzati sia dagli eventi storici del loro tempo sia gli uni dagli altri. Non c’è una linea cronologica ben definita, si viaggia avanti e indietro nel tempo, negli anni, nei vari paesi del mondo, dai fratelli Lumière a James Cameron, da Thomas Edison a Martin Scorsese, usando un linguaggio molto semplice e senza farsi prendere da noiosi nozionismi e assolutamente non impersonale o freddo. Cousins ci offre ritratti inediti di protagonisti del cinema come Orson Welles, Alfred Hitchcock, Francis Ford Coppola, Claudia Cardinale, Bernardo Bertolucci, Kyoko Kagawa, Gus Van Sant, Terrence Malick, Lars Von Trier e tantissimi altri, ripercorrendo le tappe fondamentali, le innovazioni tecnologiche, il sogno hollywoodiano”. (da cinema.fanpage.it)

Bellissimo.

 

 

La cultura del lamento

 

complaining

 

“Continua a lamentarti che ti fa bene!” La lamentela è catartica. E ancora più importante, unisce le persone.

Questo il titolo e il sottotitolo di un acuto e intelligente articolo di Oliver Burkeman uscito su Guardian.com. La lettura è suggerita e consigliata da highlysensitiveperson.net. Con cui per inciso sono in completo disaccordo.

Tenterò quindi di seguito di proporne, più che la traduzione (termine eccessivo per le mie capacità; chiedo anzi scusa in anticipo per le eventuali imprecisioni terminologiche) il senso complessivo.  Eccolo qui:

“Nel 2006, un parroco di nome Will Bowen lanciò una campagna denominata “Un mondo libero dalla lamentela“. Bowen sfidava i suoi parrocchiani – e successivamente, quando la campagna decollò, sfidò gli spettatori di Oprah e i lettori del suo libro bestseller – di smettere di lamentarsi per 21 giorni consecutivi. Ci ho provato. Ho perfino portato (sebbene sia a malapena capace di vestirmi) uno dei braccialetti viola distribuiti da Bowen per aiutare le persone a ricordarsi di non lamentarsi. Non ho resistito a lungo, e ritengo tutto questo un poco stupido, ma faccio fatica ad essere in disaccordo con l’idea di base. Finché si definisce “il lamentarsi” correttamente – stiamo parlando di trascurabili lamentele quotidiane, non di agitazioni per cambiamenti sociali – allora naturalmente lamentarsi è male. Chi non vorrebbe un mondo in cui ce ne fossero meno?

Ma poi l’altro giorno ho letto “Amici in miseria“, un meraviglioso saggio sul New York Times di Mariana Alessandri, una filosofa dell’Università del Texas, e ho avuto la sensazione che una tensione interna si fosse risolta. E’ venuto il momento di confessarlo: sono un lamentoso. E la lamentela non mi porta sulla via della felicità; è proprio essa che mi rende felice.

Il pezzo di Alessandri prende spunto da “Città Infelici“, un documento di lavoro dell’Agenzia Nazionale di Ricerca Economica, il quale concludeva che New York City – la città in cui Alessandri è nata e cresciuta – è la città americana meno felice. Ma il sondaggio su cui era basato questo giudizio chiedeva agli Americani se loro erano “soddisfatti” nella vita, non “felici”. “I ricercatori sono un po’ approssimativi su questa distinzione” ha detto Stephen WU alla rivista Pacific Standard. “I termini in questione sono senz’altro collegati, ma essi non sono una e la stessa cosa.” Alessandri pensa che essi non sono assolutamente la stessa cosa. Infatti ha ha scritto:

“Sono certa che una persona (perfino un Newyorkese) possa essere insoddisfatto e felice al tempo stesso, e che il fatto di lamentarsi non fosse un’evidenza di infelicità, ma qualcosa che a modo suo conduce a una maggiore felicità.”

Citando il filosofo Arthur Schopenauer,  Alessandri respinge ancora l’assunzione che il lamentarsi sia proficuo solo se porta a risultati concreti. Non è questo il punto, porta a concludere il buon senso, se quello su cui ti stai lamentando è sotto il tuo controllo. In New York lei è irritata dal sovraffollamento, dalle buche, dai prezzi alti, dai ritardi dei treni, dai ciclisti, dalle api (dalle api?). Non può fare nulla per cambiare queste cose. Perciò perché prendersi il disturbo di lamentarsi?

Bene, prima di tutto perché è catartico. Ma molto più importante, il lamento unisce e ravvicina le persone.

Solamente perché l’argomento di conversazione è negativo invece che positivo non significa che siamo infelici, spesso è anzi il proprio il caso contrario… Due estranei che si lagnano su una banchina della metro possono finire per sorridere o ridere fra di loro.

Scambiarsi reciproche insoddisfazioni significa riconoscere l’esistenza delle altre persone, significa condividere una triste reciproca simpatia per la difficile e qualche volta tremendamente difficile situazione determinata dal fatto di essere nati.

In qualità di inglese residente a New York, mi piace pensare che so di cosa si parla quando si parla del brontolare, e Alessandri puntualizza qualcosa che mi suona familiare. E’ vero, i newyorkesi sono più espressivi degli scontrosi Brits quando sono seccati – la caratteristica che comunemente, sbagliando, fa descrivere i newyorkesi  come “maleducati” – ma in fondo in fondo sappiamo che la socializzazione può derivare tanto dalla lamentela quanto dal buon umore. Forse, addirittura più facilmente: una interpretazione di un recente studio Inglese sul comportamento su Facebook è che condividere foto della tua fantastica vita ti fa perdere seguaci.

New York può senz’altro risultare deprimente, estenuante, emarginante. Ma il talento per la lamentela non è causa di questo; è un’antidoto. La lamentela è il tessuto sociale – un tessuto sicuramente ruvido, ma  anche durevole. Alessandri scrive che quando si trasferì in Texas, capì che la sua affabile lamentosità risultava socialmente inaccettabile; il pensiero di vivere in clima così ostile al lamento fa di gran lunga più orrore al mio cuore del peggior giorno a New York.

Per dirla tutta, dissento dal ragionamento di Alessandri solo su questo aspetto: non penso che sia necessario scambiarsi lamentele per sentire cameratismo  con altre persone lamentose. Come sanno i residenti di Brooklyn, il G train è un assurdo offensivo pretesto di un servizio di metro. in quanto infrastruttura di una metropoli maggiori è una burla. Ma le persone che si lamentano del servizio G train si sentono una reale e vivace entità, alla quale sono felice di appartenere. Non ne discuto nemmeno: perfino il mio silenzioso lamento interiore mi fa sentire in contatto con migliaia di persone che brontolano.

Nel suo libro, Will Bowen cita una vecchia battuta che intende dimostrare l’inutilità del lamento. Parla di due muratori che fanno il pranzo assieme. Giorno dopo giorno, uno degli uomini apre la sua borsa e trova sempre un sandwich di polpettone e si lamenta: “Ancora un sandwich di polpettone?”. Alla fine il suo amico non riesce a trattenersi: “Scusa ma perchè non chiedi a tua mogli di farti qualcosa di diverso?” “Ma di cosa stai parlando?” risponde il primo. “Il pranzo me lo preparo io!”

La questione naturalmente è che metà delle volte in cui ci lamentiamo siamo in grado di risolvere la situazione da soli. (Molte altre volte non possiamo fare niente; in qualunque scenario, si sostiene, non potremmo lamentarci). Ma c’è un’altro modo di considerare la cosa: quei due muratori conversano, è un filo lanciato da un uomo ad un altro, attraverso il vuoto esistenziale. Forse è l’inizio di una duratura, emozionante e supportevole amicizia che li vedrà uniti durante i loro momenti peggiori. O forse no; forse si tratta solamente di una conversazione sui sandwiches. Ad ogni modo, la lamentela ha forgiato una connessione. Il che è sicuramente una cosa di cui non lamentarsi.”

Ok, è scritto molto bene ed è acuto. Sono anche d’accordo che tra “soddisfazione” e “felicità” ci sia una notevole differenza. Tuttavia sono in assoluto, totale disaccordo con il contenuto dell’articolo e su questo tipo di approccio. Sono anzi convinto che questa impostazione sia assolutamente controproducente sia per la collettività in generale sia per le singole persone interessate. In particolare per le persone ipersensibili. E credo anche che alcuni siti, blog o testi che trattano di questa caratteristica sbaglino di grosso ad adottare questo tipo di strategia comunicativa, perché essa non può che condurre in un disastroso (e lagnoso) vicolo cieco. A mio parere ognuno deve invece tentare di portare il proprio personale fardello e tentare semmai di sollevare per quanto possibile – essendone in grado – quello altrui, anziché lamentarsi continuamente del proprio. Naturalmente questa è solo la mia modesta e personale opinione.

 

Sogni americani

Train dreams

Sarò breve. E probabilmente superficiale.

Vi è piaciuto “Il gabbiano Johnathan Livingston” di Richard Bach?

Se vi è piaciuto, probabilmente vi piacerà anche “Train Dreams” di Denis Johnson. (America, solitudine, progresso e confini, natura inospitale, redentrice. E sogni, soprattutto sogni).

A me Il gabbiano non è piaciuto per niente, anzi tutto ciò che è anche vagamente in odore di New Age mi irrita di brutto, perciò…

L’avevo detto all’inizio: stavolta breve e superficiale. Ma convinto.

 

 

 

Canada

Canada Ford

“Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi. La rapina è la parte più importante, perché fece prendere alla mia vita e a quella di mia sorella le strade che da ultimo avrebbero seguito. Non si capirebbe nulla della storia se prima non si parlasse di questo” (pag. 13). Gli eventi che cambieranno per sempre la vita del giovane Dell Parsons sono racchiusi nelle prime righe di Canada, ultimo romanzo di Richard Ford.

“Se il lettore cerca una potente linea narrativa fatta di suspense e dramma, qui non la troverà: deve piuttosto prepararsi a un viaggio più teatrale e meditativo. Ci sono romanzi che sono come gabbie, trappole, o carta moschicida, concepiti per catturare le cose e stringerle insieme. Canada è il contrario: è trascinato dal flusso mentale di un figlio e di un fratello che hanno centinaia di domande e pochissime risposte.” (da Internazionale, numero 991, 15 marzo 2013).

Il contrario del thriller. Ogni avvenimento e anche l’intera trama viene preannunciato all’inizio del racconto che lo riguarda. Fin qui tutto bene. Il tempo sembra immobile, non scorre. La descrizione non riguarda tanto gli avvenimenti quanto le ambientazioni, i paesaggi, le situazioni e i personaggi, come questi personaggi hanno affrontato allora un futuro che in qualche modo appare già determinato da forze estranee e più forti rispetto alle singole volontà. Il racconto si diffonde nella minuziosa descrizione di dettagli apparentemente insignificanti. Che però poi si rivelano davvero insignificanti. Il che aumenta il senso di irritazione rispetto al senso di immobilità del tempo e un futuro ampiamente preannunciato. I minuziosi particolari descritti vorrebbero forse indurre a presagire un’importanza di trama che invece quasi sempre non hanno. Un’inganno. E’ come se l’autore dicesse: “Vediamo se capisci cosa significa questo? Mentre in realtà la cosa suggerita non significa assolutamente nulla. Trucchi da scuola di scrittura, mi pare. L’ispirazione è altra cosa.

Poi discorsi oscuri apparentemente profondi, che a mio parere in realtà non significano nulla. Come ad esempio il seguente.

Naturalmente, non posso ignorare che vivo oltre confine a un passo dal mio luogo di nascita (…). In un certo senso, il significato di tutto questo mi pesa, e ho pensato spesso che il posto dove vivo, qui, adesso – nell’ordine strampalato delle cose – doveva essere questo, e che il peso era il peso delle conseguenze. Come se mi aspettassi di poter esercitare il mio dominio su tutt’e due le facce di qualcosa. Ma io, semplicemente, non credo in queste idee. Credo che quello che vedi sia quasi tutto quello che esiste, come ho insegnato ai miei studenti, e che la vita che riceviamo sia vuota. Così, mentre il significato pesa, e molto, questo è il massimo che può fare. Quello che c’è sotto quasi non si vede.”

Inoltre, quale insegnante insegnerebbe ai propri giovani studenti che la vita è vuota? Non sarebbe meglio lasciare che decidano da soli quando saranno adulti?

OK, il protagonista è americano. Gli hanno fatto superare il confine quando aveva quindici anni. E’ in Canada e alla fine ha scelto di rimanerci. Quindi? E poi il banale, sdolcinato paragrafo finale:

“Quello che so è che nella vita hai migliori possibilità – di sopravvivere – se sopporti bene le sconfitte, se riesci a non diventare cinico nel corso di questo processo; se riesci a subordinare, come indicava Ruskin, a mantenere le proporzioni, a collegare le cose disuguali in un intero che protegga quanto c’è di buono, anche se bisogna riconoscere che spesso il buono non è semplice da trovare. Ci proviamo, come disse mia sorella. Ci proviamo. Noi tutti. Ci proviamo.”

Mi è piaciuto questo libro? No, forse si è capito.

 

Giulio Regeni

regeni

Gabriele Romagnoli scrive su Repubblica di oggi un commento dal titolo “Chi si arrende diventa complice delle bugie”. Queste le frasi iniziali:

Di certo c’è solo che è morto. Quel che il giornalista Tommaso Besozzi scrisse a proposito della fine del bandito Giuliano, sbugiardando la versione ufficiale, si può scrivere oggi per Giulio Regeni. Possiamo purtroppo aggiungere altre due certezze. La seconda è che le responsabilità vanno cercate negli stessi apparati di polizia che indagano o fingono di indagare o sviano le indagini sull’accaduto. La terza è che questa verità, pur sotto gli occhi, non sarà mai su carta, nero su bianco, conclamata e capace di conseguenze agli opportuni livelli, dai garage dove avvengono le torture alle terrazze da cui si vede il Nilo. ” (…)

E questa è la parte finale:

“Ci sono molte buone ragioni per cui cedere al fatalismo e ammettere che, sì: dimenticare conviene. Ce n’è una per non farlo: noi siamo vivi e Giulio è morto. Glielo dobbiamo perché siamo ancora qui, con gli occhi che vedono, la testa che ragiona e il cuore che batte. Siamo qui a fare 2+ 2, mica ci vuole un algoritmo per certe conclusioni. Siamo qui, ognuno con i suoi mezzi: chi un cartello con cui protestare, chi un computer acceso, chi una scrivania vuota con sopra il telefono collegato ai numeri giusti. Rassegnarsi all’ineluttabilità della menzogna è diventarne complici morali. In un mondo libero chi si piega per convenienza è morto molto, ma molto prima di Giulio Regeni.”

Sottoscrivo.