Archivio mensile:aprile 2016

La Resistenza: Fenoglio, Pavese e le Langhe

Resistenza

Le Langhe (Langa in piemontese) sono una regione storica del Piemonte, situata a cavallo delle province di Cuneo e Asti, confinante con altre regioni storiche delPiemonte, ossia il Monferrato e il Roero, e costituita da un esteso sistema collinare definito dal corso dei fiumi Tanaro, Belbo, Bormida di Millesimo e Bormida di Spigno. (…) Il 22 giugno 2014, durante la 38ª sessione del comitato UNESCO a Doha, le Langhe sono state ufficialmente incluse, assieme a Roero e Monferrato, nella lista dei beni del Patrimonio dell’Umanità (da Wikipedia)

Le Langhe, oltre alla Resistenza, sono il comune denominatore delle seguenti importanti opere di Beppe Fenoglio e Cesare Pavese. Leggerle aiuta a comprendere la cruda e reale dimensione di quella guerra civile (Claudio Pavone), evitando al tempo stesso quelle dimensioni retoriche e gli sterili romanticismi purtroppo diffusi in altra letteratura sullo stesso argomento.

Primavera di bellezza

L’avvento dell’8 settembre 1943 come data ed episodio fondamentale per molte generazioni di italiani; il momento della scelta di vita da parte di un giovane, necessariamente portato alla ribellione; nella vicenda di Johnny , lo stesso protagonista dell’altro romanzo, “Il partigiano Johnny”, c’è tutta la realtà fascista in sfacelo; la sua ‘formazione’ lo conduce non a una maturità felice ma al nulla di un mondo privo di senso

Il partigiano Johnny

Il partigiano Johnny è riconosciuto come il piú originale e antiretorico romanzo italiano sulla Resistenza. La storia è quella del giovane studente Johnny, cresciuto nel mito della letteratura e del mondo inglese, che dopo l’8 settembre decide di rompere con la propria vita e di andare in collina a combattere con i partigiani. Una storia simile a quella di molti altri giovani e di molti altri libri scritti sullo stesso argomento. Ma Fenoglio riesce a dare alle avventure e alle passioni di Johnny una dimensione esistenziale ben giù profonda e generale. Come ha scritto Dante Isella nel saggio che accompagna questa edizione, “il romanzo di Fenoglio è come il Moby Dick nella letteratura marinara. La sua dimensione etica dilata lo spazio e il tempo dell’azione oltre le loro misure reali”, grazie anche a una continua invenzione linguistica…
Il libro di JohnnyIn un primo momento Beppe Fenoglio aveva ideato un unico grande ciclo di Johnny, che partiva dagli anni del liceo di Alba, proseguiva con il corso ufficiali, l’8 settembre, il complicato e pericoloso ritorno in Piemonte, l’adesione alla guerra partigiana, il passaggio dai garibaldini ai badogliani. Successivamente però, su indicazione editoriale, Fenoglio riscrisse la prima parte di questo suo ambizioso progetto narrativo trasformando Primavera di bellezza in un libro autonomo: tagliò le prime ottanta pagine e aggiunse tre capitoli finali facendo morire velocemente Johnny al primo scontro a fuoco. La seconda parte, riscritta più volte, fu abbandonata e recuperata postuma con il titolo Il partigiano Johnny. In questa edizione Gabriele Pedullà ricostruisce per la prima volta il continuum narrativo del grande romanzo così come Fenoglio l’aveva pensato e concepito. E la saga di Johnny riemerge in tutta la sua forza epica.

Ventitrè giiornate di Alba«I ventitre giorni della città di Alba, rievocanti episodi partigiani o l’inquietudine dei giovani nel dopoguerra, sono racconti pieni di fatti, con una evidenza cinematografica, con una penetrazione psicologica tutta oggettiva e rivelano un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile, asciutto ed esatto».

Italo Calvino

Storie partigiane trattate con piglio disincantato, antireto- rico, talora epico-burlesco; storie di Alba e delle Langhe, vicende sanguigne e beffarde, drammi di miserie antiche e di speranze impossibili: con quel suo linguaggio preciso e vero Fenoglio scrive per penetrare il «mistero» della spietatezza dei rapporti umani.

una questione privata

Nelle Langhe, durante la guerra partigiana, Milton (quasi una controfigura di Fenoglio stesso), è un giovane studente universitario, ex ufficiale che milita nelle formazioni autonome. Eroe solitario, durante un’azione militare rivede la villa dove aveva abitato Fulvia, una ragazza che egli aveva amato e che ancora ama. Mentre visita i luoghi del suo amore, rievocandone le vicende, viene a sapere che Fulvia si è innamorata di un suo amico, Giorgio: tormentato dalla gelosia, Milton tenta di rintracciare il rivale, scoprendo che è stato catturato dai fascisti...

La luna e i falòPubblicato nell’aprile del 1950 e considerato dalla critica il libro piú bello di Pavese, La luna e i falò è il suo ultimo romanzo.
Il protagonista, Anguilla, all’indomani della Liberazione torna al suo paese delle Langhe dopo molti anni trascorsi in America e, in compagnia dell’amico Nuto, ripercorre i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza in un viaggio nel tempo alla ricerca di antiche e sofferte radici. Storia semplice e lirica insieme, costruita come un continuo andirivieni tra il piano del passato e quello del presente, La luna e i falò recupera i temi civili della guerra partigiana, la cospirazione antifascista, la lotta di liberazione, e li lega a problematiche private, l’amicizia, la sensualità, la morte, in un intreccio drammatico che conferma la totale inappartenenza dell’individuo rispetto al mondo e il suo triste destino di solitudine.

(Note di copertina tratte dal sito Einaudi.it)

Prince

Dopo il Duca Bianco, ci lascia anche il Principe Nero. Anno drammatico per il rock. Prince era un assoluto genio musicale, polistrumentista, grandissimo artista, compositore, ballerino e animale da palcoscenico straordinario. Inoltre, concordo con la presunta citazione di Eric Clapton (altro grandissimo), il quale, quando gli venne chiesto come si sentisse ad essere il miglior chitarrista vivente, pare avesse risposto: «Non so. Chiedi a Prince» (da “il Post”). Ci sono tanti esempi che lo dimostrano, ma quello che segue rende bene l’idea (per chi non lo conoscesse, lui è quello con il cappello rosso, protagonista dal minuto 3 e 27”), che improvvisa su While My Guitar Gently Weeps” di George Harrison. A mio modesto parere, dopo Jimi Hendrix c’è lui, scusate se è poco.

E mentre la sua chitarra piange, anche a noi viene una gran tristezza “Ora il vulcano si è spento. Sembra impossibile.” (Gino Castaldo). Concordo completamente anche in questo caso. Almeno per il momento, non ci resta davvero che piangere.

Casa d’altri

D'Arzo

“Non so se sia eccesso o mancanza di sensibilità, ma è un fatto che le grandi tragedie mi lasciano quasi indifferente. Ci sono sottili dolori, certe situazioni e rapporti, che mi commuovono assai di più di una città distrutta dal fuoco. Questa la prima ragione per cui prendo a scrivere oggi dei due vecchi Grimaldi.”

E’ l’incipit del racconto “Due vecchi” di Silvio D’Arzo. Si tratta del terzo dei quattro racconti contenuti in  “Casa d’altri” (Einaudi, 2007) che è anche il titolo del primo, più lungo e più noto racconto omonimo che dà il titolo al volume:

“In gioventù, lo chiamavano Doctor Ironicus per la sua intelligenza sottile; ormai sessantenne, il protagonista di Casa d’altri non è che un «prete da sagre», confinato in un paesino della provincia emiliana dove non succede mai niente e dove «appaiono strane anche le cose più ovvie». Zelinda, però, una vecchia che passa le sue giornate a lavare i panni al fiume, senza avere alcun contatto con la gente, così ovvia non è; e non è ovvio neppure il tentativo di comunicazione che cerca d’instaurare con il prete, interrogandolo vagamente sulla legittimità di derogare a una «regola» della Chiesa cattolica. Quale sia questa regola, lo si scoprirà soltanto alla fine: quando il Doctor Ironicus, «così goffamente da provare vergogna di tutte le parole del mondo», non saprà dare alla vecchia che una risposta convenzionale e inadeguata.” (Dalle note di copertina).

Silvio D’Arzo (pseudonimo di Ezio Comparoni) è morto a meno di 32 anni di leucemia nel 1952. Colpisce il fatto che, pur così giovane, l’autore tratta in ben due di questi quattro racconti, che potremmo forse definire “minimalisti”, un tema ben preciso. Non è lecito svelarlo qui, ma esso è, appunto, oggetto di quella “regola” della Chiesa cattolica cui la vecchia Zelinda chiede il permesso di derogare. Libro delicato e magistrale, in cui mancano le descrizioni e in cui paradossalmente tali descrizioni scaturiscono solo dalle azioni degli attori. Senonché, le azioni praticamente non esistono, in questo “sperduto borgo sull’Appennino emiliano dove non succede niente di niente“.

 

Quattro doni

Be soft

Da “La Mente è Meravigliosa“:

Quando qualcuno si sente in minoranza, di solito prova disagio e paura. Si pensa: “Perché percepisco le cose in modo diverso? Perché soffro più degli altri? Perché mi sento sollevato quando sono solo? Perché osservo e sento cose che gli altri ignorano?”.

Far parte di quel 20% della popolazione che si riconosce come persone altamente sensibili (PAS) non è uno svantaggio, né etichetta le persone come diverse. È probabile che durante la vostra vita, e specialmente durante l’infanzia, abbiate percepito questa distanza emotiva e, a volte, avete avuto la sensazione di vivere in una specie di bolla.

L’alta sensibilità è un dono, uno strumento che vi permette di approfondire ed enfatizzare le cose. Poche persone sono capaci di capire in tal modo la vita.

Fu Elaine N. Aron che, agli inizi degli anni ’90, studiando le personalità introverse, ritrasse minuziosamente le caratteristiche di una nuova dimensione non descritta fino a quel momento, che rifletteva una realtà sociale: quella delle persone altamente sensibili, riflessive, quelle che reagivano emotivamente.

Se è il vostro caso, se vi identificate con le caratteristiche di cui ha parlato la dottoressa Aron nel suo libro “The Highly Sensitive Person”, è importante che vi convinciate che l’alta sensibilità non deve farvi sentire strani o diversi. Al contrario, dovete sentirvi fortunati per possedere questi 4 doni:

1. Il dono della conoscenza emotiva

Fin dall’infanzia, i bambini con alta sensibilità percepiscono aspetti della vita quotidiana che provocano loro angoscia, contraddizione e affascinante curiosità. I loro occhi captano aspetti che gli adulti non considerano.

Quel senso di frustrazione dei loro maestri, quell’espressione preoccupata sul volto delle loro madri…. sono capaci di percepire cose che altri bambini non vedono e, loro, insegneranno agli altri che la vita è difficile e contraddittoria. Verranno al mondo con lo sguardo già aperto al mondo delle emozioni, senza sapere ancora da cosa sono guidati, cosa li fa vibrare o che cosa fa soffrire gli adulti.

La conoscenza delle emozioni è un’arma silenziosa, ma potente. Ci avvicina di più alle persone per capirle, ma, allo stesso tempo, ci rende più vulnerabili al dolore.

La sensibilità è come una luce che risplende, ma che ci rende più vulnerabili al comportamento degli altri, alle bugie, agli inganni, all’ironia…Te la prendi per tutto- ti dicono di continuo- Sei troppo sensibile. 

Ed è proprio così, ma siete quello che siete. Un dono ha bisogno di un’alta responsabilità e la conoscenza delle emozioni vi esige anche di sapervi proteggere. Di sapervi prendere cura di voi stessi.

2. Il dono di godere della solitudine

Le persone altamente sensibili trovano piacere nei momenti di solitudine. Sono rifugi di cui hanno bisogno per svolgere al meglio i loro compiti e le loro azioni. Sono persone creative che amano la musica, la lettura. E anche se questo non significa che non amino stare in compagnia degli altri, sono veramente felici solo quando sono soli.

Le persone altamente sensibili non hanno paura della solitudine. È proprio in quegli istanti che possono connettersi meglio con se stessi, con i loro pensieri, liberarsi dagli attaccamenti, dalle catene e dagli sguardi estranei.

3. Il dono di un esistenza col cuore

Alta sensibilità significa vivere col cuore. Nessuno vive più intensamente l’amore, i piccoli gesti quotidiani, le amicizie, l’affetto..

Quando si parla delle persone altamente sensibili, le si associa spesso alla sofferenza. Alla loro tendenza alla depressione, alla tristezza, al loro sentirsi vulnerabili di fronte agli stimoli esterni, di fronte al comportamento della gente. Tuttavia, c’è qualcosa che gli altri non sanno: poche emozioni sono vissute tanto intensamente come l’amare e l’essere amati…

Non parliamo solo di relazioni di coppia, ma di amicizia, affetto quotidiano, captare la semplice bellezza di un quadro, di un paesaggio o di una melodia, è per le persone altamente sensibili un’esperienza intensa, radicata nel loro cuore.

4. Il dono della crescita interiore

L’alta sensibilità non si cura. Uno viene al mondo già dotato di questo dono, che si può notare fin da quando si è piccoli. Le loro domande, le loro intuizioni, la loro tendenza al perfezionismo, la loro soglia bassa del dolore fisico, il fastidio che in loro provocano le luci e gli odori forti, la loro vulnerabilità emotiva.

Non è facile vivere con un dono simile. Tuttavia, una volta che ci si rende conto di possederlo, bisogna riconoscerlo e sapere cosa questo comporta, perché arriverà il momento in cui bisognerà imparare a gestire molti di questi dettagli. Non dovete permettere alle emozioni negative di straripare in alcuni momenti.

Dovete anche imparare che gli altri vanno a un ritmo diverso da voi, che non possiedono la vostra stessa soglia emotiva, che non vivranno certe cose con la vostra stessa intensità, anche se questo non significa che, ad esempio, vi vogliano meno bene. Rispettateli, capiteli. Capite voi stessi.

Una volta che avrete scoperto il vostro essere e le vostre facoltà, raggiungerete l’equilibrio e fomenterete la vostra crescita personale. Siate unici e vivete con il cuore. Siate pacifici, sicuri e felici.

La porta dell’inferno

Porta dell'inferno

Da Internazionale n. 1148 (8/14 aprile 2016): “La maggiore attrazione del Turkmenistan (…) è ancora lì in mezzo al deserto, più o meno a metà strada tra  Asgabat e Kunya-Urgench. Il cratere di gas naturale di Derweze si trova in prossimità del centro geografico del paese.

Nei primi anni settanta i geologi sovietici, convinti di aver trovato un giacimento petrolifero, cominciarono le trivellazioni sul posto. Con loro grande sorpresa, però, colpirono una gicantesca sacca di metano. La terra si squarciò, creando una voragine larga settanta metri e profonda trenta. I geologi fecero poi l’ulteriore errore  di dare fuoco al cratere, pensando di riuscire a bruciare tutto il gas nel giro di poche settimane.

Più di quarant’anni dopo, il Derweze – soprannominato “la porta dell’inferno” – continua a bruciare.”

Il Turkmenistan (in turkmeno: Türkmenistan) è uno stato dell’Asia centrale confinante con l’Afghanistan, l’Iran, il Kazakistan e l’Uzbekistan. Si affaccia sul Mar Caspio. Fino al 1991 fece parte dell’Unione Sovietica. È ricco di giacimenti di gas.

Il deserto del Karakum (anche Qaraqum) si estende in Asia centrale ed essenzialmente nel Turkmenistan, del quale occupa circa il 70% della superficie. Il suo nome significa “le sabbie nere“.

La porta dell’inferno è un cratere situato nel deserto del Karakum, in Turkmenistan, a circa 260 km a nord da Ashgabat. Si tratta di una voragine di origine artificiale causata da un incidente nel 1971, quando una perforazione effettuata con lo scopo di cercare petrolio ha fatto crollare il terreno e aperto una via di fuga al gas naturale, che è stato incendiato volontariamente per evitare conseguenze ambientali peggiori. (Da Wikipedia)

Narrazione e realtà

Renzi

Quelli della Leopolda la chiamano “storytelling“. In italiano, a dire il vero, si chiama narrazione (di storie), e la narrazione richiede anche una certa dose di originalità. C’è però un problema: la necessità di uno stringente collegamento tra originalità e ordine intellettuale. Altrimenti, prima o poi, crolla tutto il castello, se le fondamenta narrative dell’ipotetica realtà sono di argilla. Ad esempio, guardiamo l’immagine sopra: in realtà Renzi non è affatto mancino:

Renzi firma

L’immagine è falsa sotto molti aspetti. Però è suggestiva, esteticamente funziona: appartiene infatti allo storytelling di sé stesso. Alla facciata superficiale di un singolo individuo.

C’è una massima di Vauvenargues: “E’ più facile dire cose nuove che metter d’accordo quelle che sono state già dette.” E’ più difficile instaurare un ordine intellettuale collettivo (e ce ne sarebbe bisogno come del pane) che inventare arbitrariamente dei principi nuovi e originali. E’ necessario un ordine intellettuale, accanto all’ordine morale, e all’ordine… pubblico. Per creare un ordine intellettuale, è necessario un “linguaggio comune”. Anche il filisteo è un originale, così come lo scapigliato, ma anche certi truffatori e criminali. Nella pretesa dell’originalità c’è molta vanità e individualismo, ma poco, veramente poco spirito creativo. Tantomeno spirito collettivo.

Matteo Renzi è un’ottimo narratore. Originale il giusto, a dire il vero. Comunque sì, a suo modo è abbastanza originale, anche se assomiglia molto a qualcuno che lo ha preceduto. Il problema sta nelle fondamenta: nelle radici, nell’ordine intellettuale che dalle radici dovrebbe derivare. Chi non ha radici, potrà anche essere originale, ma non crea di certo un linguaggio comune. Né ordine intellettuale. Il ruolo dello “statista”, però,  dovrebbe essere quello di unire, non di dividere. Senza ordine intellettuale non si crea altro che frammentazione; nella frammentazione proliferano sempre gli interessi di parte, mai quelli della collettività. La narrazione continua, e questo è tutto. Finchè…

…”Non era esattamente questo ciò che ci aspettavamo dal Renzi che ci era piaciuto. Allorché per esempio egli aveva promesso di «rimettere in moto l’Italia»: cioè, nella nostra mente, di aiutare il Paese a ritrovare se stesso, il senso smarrito di ciò che esso era stato e che ancora nel suo intimo era; a immaginare le prospettive possibili del suo futuro. Ma non solo: anche aiutarlo a far riacquistare vigore all’interesse pubblico e alle funzioni dello Stato centrale, a spazzare via privilegi e corporativismi soffocanti, aiutarlo a cancellare il fiume di inefficienze, di sprechi e di spese inutili che quotidianamente porta soldi nelle tasche dei furbi togliendole a quelle dei cittadini che furbi non sono. Allorché avevamo creduto, per l’appunto, che Renzi avesse l’energia e la voglia di cimentarsi con simili sfide.

Certo, sappiamo fin troppo bene che la realtà dei fatti è necessariamente diversa da quella dei propositi. Ma quel Renzi che ci piaceva, forse piaceva a Renzi stesso. E oggi, forse, anche lui — mi piace credere — lo ricorda ogni tanto con un certo rimpianto.” (Ernesto Galli della Loggia– Corriere della Sera, 6 aprile 2016)