Archivio mensile:maggio 2016

Fenomenologia del selfie

Selfie 1

Su Pacific Standard è uscito un articolo a firma Tom Jacobs dal titolo “L’autoalimentante spirale del narcisismo on line”. Ecco la mia (spero comprensibile) traduzione.

Non è certo stata una notizia sconvolgente quando ricercatori hanno sostenuto che i narcisisti postano più selfie sui social media rispetto a quelli di noi che hanno un’immagine di sè meno grandiosa. Ma questa conclusione non rispondeva alla questione chiave: è il narcisismo che “costringe” a  postare i selfies, oppure è il fatto stesso di postare che rende più narcisisti?

Una nuova ricerca effettuata in Sud America suggerisce che la risposta sia: entrambi. Essa riferisce che postare selfies può inserire le persone con tendenze narcisistiche in una spirale di sempre più esasperata auto-considerazione

“Col passare del tempo, le persone narcisiste si fanno sempre più selfies,” scrive un gruppo di ricerca guidato da Daniel Halpern della Pontifical Catholic University of Chile. “Questo incremento di selfies innalza di conseguenza il livello di narcisismo.”

“Users who engage in this behavior probably feel rewarded by sharing their own images with other users, augmenting their levels of narcissism.”

“Sebbene possa sembrare sorprendente che farsi selfies – un comportamento relativamente insignificante – possa comportare un effetto significativo su una caratteristica del carattere,” scrivono i ricercatori nella rivista Personalità e Differenze Individuali, “ciononostante sembra che sia proprio così”.

Il loro studio ha coinvolto 314 partecipanti di età compresa tra 18 a oltre 65 anni. Essi hanno compilato un dettagliato questionario, a cui ha fatto seguito un’altra indagine un anno dopo.

Nell’indagine iniziale, essi hanno risposto ad affermazioni come “Mi piace essere al centro dell’attenzione,” “Non sarò mai soddisfatto finchè non ottengo tutto ciò che merito,” e “Mi piace guardare me stesso nel loro specchio.” Le loro risposte, in una scala da uno a cinque (da forte disaccordo a fortemente d’accordo), sono stati combinati per creare una graduatoria di narcisismo.

Poi fu chiesto loro quanto frequentemente negli anni passati si sono fatti fotografie e li hanno condivisi sui social media. Inoltre hanno fornito informazioni su variabili come età, i genere, livello di estroversione e frequenza nell’uso dei social media in generale.

Un anno dopo gli è stato chiesto di nuovo il loro livello di utilizzo dei social media e quanto spesso hanno postato selfies. Essi hanno contrassegnato la loro risposta in una scala da uno (mai) a sette (ogni giorno).

In accordo con gli studi precedenti, i ricercatori hanno rilevato che “le persone con alto livello di narcisismo sono frequentemente impegnati a farsi selfies.” In più, essi hanno anche scoperto che postare questi autoritratti informali “di volta in volta incrementa i livelli di narcisismo nel tempo.”

In altre parole, si tratta di un processo reciproco, nel quale gli utenti “che hanno qualche grado iniziale di narcisismo” si trovano rinforzata questa spiacevole caratteristica.

“Gli utenti coinvolti in questo tipo di comportamento probabilmente si sentono ricompensati dal fatto di condividere le proprie immagini con altri utenti, aumentando così il oro livello di narcisismo,” scrive Halpern con i suoi colleghi. Questo suggerisce loro di postare ancora più selfies, il che conduce quindi ad ancor maggiori di livelli di auto-soddisfazione.

Che poi il postare selfies induca o meno il narcisismo in persone “che non lo avevano inizialmente manifestato,” è una questione ancora aperta, hanno aggiunto.

Così, mentre Facebook non può essere del tutto colpevolizzato per il nostro crescente narcisismo, sembra comunque amplificare il problema. Forse la sua prossima serie di emoticons potrebbe prevederne una che rappresenti una testa rigonfia.

Nell’immagine: Ellen DeGeneres and others pose for a selfie taken by Bradley Cooper during the 86th Annual Academy Awards at the Dolby Theatre on March 2, 2014, in Hollywood, California. (Photo: Ellen DeGeneres/Twitter via Getty Images)

La forza del passato

Veronesi la forza del passato

La forza del passato” di Sandro Veronesi (Bompiani – 2002) meriterebbe di essere letto anche solo per la citazione di questa poesia di Pasolini:

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.

[da Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano 1964]

Inoltre: a pagina 93  Gianni, l’io narrante del romanzo di Veronesi, afferma che la scena di film che gli piace di più in assoluto è una scena della Ricotta, “quando Pasolini fa leggere a Orson Welles una delle sue poesie di Mamma Roma. (…) Tra l’altro, ed è una cosa che sanno in pochi, Orson Welles legge in italiano, ma viene doppiato, e la voce che lo doppia lo sa di chi è? Di Giorgio Bassani.”

In effetti non lo sapevo. Ma andando per note sparse: per un bolognese c’è anche un piccolo interesse campanilistico, quando a pagina 178 cita la Casa dei Risvegli anche se essa viene definita “clinica austriaca per il recupero di persone in coma.” Nonostante la serietà del tema di fondo, c’è poi tanta ironia, per fortuna, e un montaggio a tratti cinematografico, quasi una sceneggiatura (a pagina 204: Dissolvenza su…) che tradisce l’amore dell’autore per il cinema. Il romanzo è infatti cosparso di citazioni di (o tratte da) film, considerate di volta in volta quali metafore delle situazioni reali. L’ambiente e la scena delle azioni è quasi del tutto romano, il linguaggio a tratti è simpaticamente “romanesco” e popolare. Forse a dirla tutta il finale non sembra del tutto “risolto”. Tecnicamente, intendo.

Se dovessi sforzarmi di esprimere la “morale” inscritta tra le righe del testo (ma lo dice il titolo stesso): l’importanza fondamentale, nella vita di tutti noi, delle nostre radici. Soprattutto di quelle familiari, perfino quelle “tentacolari” e meno amate (a volte detestate) del passato. E poi l’amore, la felicità e le tensioni (il tutto raccontato in modo tutt’altro che melodrammatico o melenso) per la famiglia (quale che sia) e i figli (quali che siano). Può succedere che la verità stia dietro le apparenze, e ciò che conta davvero non coincida con il nostro concetto di legalità. Può succedere perfino che di comprendere che legalità non sempre significhi giustizia. o Giustezza Condivido..
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Irrequietezza

She begs him to slow down

“C’ho l’ansia. C’ho l’ansia. C’ho l’ansia…. C’ho l’ansia!”  “Ci ho anche un sacco di cose arretrate , devo fare di tutto,  quasi quasi la cosa migliore è… tornarsene a letto.” (da “Pressione bassa” di Giorgio Gaber) ”

Perché gli uomini sono irrequieti? Da cosa viene l’irrequietezza? Forse deriva dal fatto che l’azione è “cieca”, perché si fa solo per fare qualcosa. E poi non è vero che siano irrequieti solo i “ciecamente” attivi. Infatti succede che l’irrequietezza porti all’immobilità: quando gli stimoli all’azione sono molti e contrastanti fra di loro, l’irrequietezza appunto diventa “immobilità”. L’irrequietezza a mio parere deriva dal fatto che che non c’è corrispondenza tra teoria e pratica, il che vuol dire che esiste una doppia ipocrisia: cioè che nel nostro operare  c’è una teoria o giustificazione implicita che non si vuole confessare, mentre invece, al contrario, si afferma o si “confessa” una teoria che non ha corrispondenza nella nostra pratica. Ma c’è per di più una terza ipocrisia: all’irrequietezza si cerca di assegnare una causa fittizia, la quale, non giustificando e non spiegando in realtà un bel niente, rende impossibile prevedere (o anche immaginare) quando l’irrequietezza stessa finirà.

Esiste una soluzione? Credo esista una sola strategia possibile: combattere, smascherare e possibilmente sconfiggere l’ipocrisia. A tal proposito, speriamo bene: pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà.

Nell’immagine: Jenifer Baker – Restlessness I

Manuale di sopravvivenza

Ted Zeff

Personalmente non credo molto alle “guide per la sopravvivenza”, se non altro perché la sopravvivenza mi pare veramente un obiettivo  minimo, davvero poco ambizioso. Tale obiettivo minimo, comunque, rimane pur sempre necessario, anche se non sufficiente. Perciò segnalo questa pubblicazione (ovviamente irreperibile in Italia e non tradotto in italiano) di Ted Zeff: The Highly Sensitive Person’s Survival Guide. Essential Skills for Living Well in an Overstimulating World” – New Harbinger Publications, Inc. 2004 , Elaine Aron PhD (Foreword). Che tradotto, suona più o meno: Manuale di Sopravvivenza per Persone Altamente Sensibili. Conoscenze di base per vivere bene in un mondo sovrastimolante.

Passo per passo, addirittura. Comunque, a parte tutto mi paiono interessanti le due anonime citazioni che aprono il primo capitolo, il cui titolo, (Una Introduzione all’Essere Persona Altamente Sensibile) suona peraltro in verità abbastanza presuntuoso. Inizia così:

“Non riesco più a sopportare lo stress al lavoro.  I colleghi delle scrivanie vicine parlano tutto il giorno con voci alte e abrasive, il mio capo continua a domandarmi di raggiungere le sue sue rigide scadenze. Ogni giorno lascio il lavoro stremato e nervoso, con lo stomaco come fosse tutto annodato.”

“Nella mia famiglia sono tutti sempre impegnati a correre di qua e di là inseguendo qualche nuova avventura, mentre a me piace rimanere a casa. Sento che c’è qualcosa di sbagliato in me, perché di solito non ho voglia di uscire  dopo il lavoro oppure nei fine settimana.”

Qualcosa ti suona familiare in ciò? Se sì, potresti essere una persona altamente sensibile.

Eh già. Mi sa proprio che sia così. Tra l’altro, non è per niente “trendy”.

Tòibìn e Brooklin

brooklin

Da “Brooklin” di Colm Tòibìn (Bompiani, 2014) è stato tratto l’omonimo film, con la regia di John Crowley e la sceneggiatura di Nick Hornby (nientemeno). Amo Nick Hornby; Nick Hornby ha amato questo libro; per la proprietà transitiva, ho pensato che anch’io avrei amato questo libro. In realtà la proprietà transitiva è valida in matematica, non altrettanto in campo letterario, artistico e similari. Già lo sapevo, ne ho avuto la riconferma. Non ho visto il film, e non è che il libro mi sia dispiaciuto, solo mi piacerebbe capire dove il tocco ironico di Hornby si è collocato prima nella lettura poi nella sceneggiatura del film. Non resta che vedere il fim, comunque una cosa è certa: ironia, nel libro, non se ne trova per nulla.

Il libro parla di Irlanda, dei religiosi (irlandesi e americani). Di emigrazione, di nostalgia e di sforzo di adattamento. Di diffidenza. Di razzismo (neri, ebrei, irlandesi, italiani…). Di esclusione e integrazione, di controllo sociale. Di conflitto culturale tra il (presunto) centro (l’America ecc.) e la provincia (Irlanda, ecc.). Di perbenismo sano ma anche acido e bigotto che è possibile trovare identico sia in centro sia in provincia. Di piccola borghesia, di pettegolezzi. Di diffidenza, fragilità e ingenuità. E quindi, inevitabilmente, di cattiverie, di bontà, di come individuarle, della differenza spesso irrintracciabile, indimostrabile fra le due e della difficoltà di interpretazione del prossimo.

L’incontro e lo scontro tra scelte impulsive e poco meditate da un lato; le convenzioni sociali, le aspettative comuni, la cosiddetta “normalità” dall’altro. Gli impedimenti alle libertà personali dettati dai sensi di colpa, dai doveri imposti, sentiti e dettati, i condizionamenti che ciò comporta rispetto alle scelte di vita, ai percorsi di chi non ha il coraggio o la viltà di pagare le dure conseguenze, materiali e di coscienza, che ogni scelta non allineata inevitabilmente comporta. Della nostra innata indistruttibile fragilità. Dell’ipocrisia. Insomma, di tutto ciò da cui l’ironia potrebbe non dico salvarci, nemmeno evitarci, ma almeno alleggerirci. Questo sì, alleggerirci. Almeno un po’. Di questo, dell’ironia, mi pare non ci sia traccia.

Don DeLillo e il potere

De Lillo

…«Gli scrittori hanno l’obbligo morale di opporsi al sistema» ha dichiarato pochi anni fa. «È importante scrivere contro il potere, le corporazioni, lo Stato e l’intero meccanismo di piaceri debilitanti e decadenti. Ritengo che gli autori per loro natura debbano opporsi a qualunque potere cerchi di imporsi su di noi»….

Da un’intervista di Antonio Monda a Don DeLillo  – “La Repubblica”, 7 maggio 2016