Archivio mensile:giugno 2016

Diamanda Galas, la serpenta

diamanda14402

Diamanda Galas è una musicista, cantante e pianista statunitense.

Appartiene ad un ambito molto particolare della ricerca vocale contemporanea e della performance art.

Analogamente a Demetrio Stratos, performer e studioso della voce negli anni settanta, che usava la sua voce come un sintetizzatore in grado di controllare con precisione le onde sonore, la Galás coglie questa visione della voce come strumento e lo arricchisce intrecciando il discorso tecnico con quello espressivo. (da Wikipedia)

Nata a San Diego nel 1955, di radici mediterranee (il padre è originario di Smirne, la madre di Sparta), la giovane Diamanda trovò nel padre, che la incoraggiò già in tenera età a suonare il pianoforte (ma le proibì tassativamente di cantare perché, a suo avviso, solo gli idioti e le puttane cantano), il primo punto di riferimento musicale. (da Ondarock.it)

Diamanda  Galas non ricorre all’arte per dare sollievo, distrazione o divertimento. Di fatto, per lei essa diventa uno strumento con cui esorcizzare ciò che la preoccupa. Come ad esempio, a suo tempo, il regime dei colonnelli in Grecia, terra delle sue origini.

Plague Mass è forse il suo capolavoro. Si tratta di una impressionante messa (in suffragio alle vittime dell’AIDS e dedicato in generale a tutti gli oppressi) registrata live nel 1991 presso la cattedrale di St. John The Divine di New York. E’ stato scritto che si tratta probabilmente della cosa più scioccante apparso su CD.

Agghiacciante e bellissimo. Ascoltare per credere.

 

 

Il rock è morto, anzi è moribondo

the-clash-london-calling-xpost-rmusicwallpapers

Se al celebre aforisma di Woody Allen “Dio è morto, Marx è morto… e anch’io oggi non mi sento molto bene” aggiungiamo che anche il rock a quanto pare sarebbe morto da molto tempo (secondo il critico Richard Meltzer addirittura dal lontano 1968) il rischio di precipitare in una profonda e irreversibile depressione aumenta di parecchio. Ma un conto è prendere atto di un bollettino medico che tanti medici anche improvvisati ci propinano ormai da tanti anni, un’altro è prendere diretta visione della cartella clinica del moribondo ( del cadavere? del malato immaginario?). Chuck Klosterman, giornalista statunitense, con un articolo uscito sul New York Times con il titolo Which rock star will historians of the future remember?” tradotto e pubblicato su Internazionale n. 1158 con il titolo “L’uomo che riassume il rock”, ci fornisce la sua personale, molto attendibile versione dei fatti. La sua lucida diagnosi su un paziente a quanto pare malato dalla nascita, ma che ciononostante, finché ce la faceva ha fatto un bellissimo e salutare casino. Almeno dalle nostre parti. Mi sento modestamente di condividere la diagnosi di Klosterman. Ecco quindi di seguito un breve estratto dall’articolo.

(…) “La musica che ha definito la prima metà del novecento è il jazz; quella che ha definito la seconda metà è il rock, ma con un’ideologia e una saturazione assai più pervasive. Solo la televisione la supera in influenza.” (…)

“Il valore simbolico del rock si basa sul conflitto: emerso come sottoprodotto dell’invenzione postbellica dell’adolescente, è stato la colonna sonora di venticinque anni durante i quali il divario tra le generazioni era assolutamente reale e insolitamente vasto. Questa dissonanza ha a lungo conferito al rock una particolare rilevanza extramusicale. Ma quel periodo si è concluso. Il rock è diventato più socialmente accessibile ma meno socialmente essenziale, e al tempo stesso è ostacolato dai suoi stessi limiti formali. Il suo indietreggiamento nella cultura va di pari passo con il suo assorbimento nella cultura stessa. Di conseguenza, quel che ci rimane è un genere musicale orientato verso ii giovani che a) non ha più un’importanza simbolica; b) manca di potenziale creativo; c) non ha un legame specifico con i giovani. ha completato la sua traiettoria storica. Il che significa che prima o poi esisterà principalmente come interessa accademico, una cosa che va insegnata alle persone perché possano provarla e capirla.” (…)

Nell’immagine: foto di copertina utilizzata per l’album The Clash, London Calling”, copertina che è considerata una delle migliori di tutti i tempi nella storia del rock. E’ un’immagine sfuocata di Paul Simonon che distrugge i suo basso sul palco del  Palladium di New York City, (21 Settembre 1979) nel corso del loro tour americano“The Clash Take the Fifth”.

Caccia allo Strega

premio-strega

Su “La Repubblica” di oggi è uscito un articolo di Antonio Moresco: “Strega, se il gioco è truccato l’unica è non giocare”  – La denuncia di Antonio Moresco, escluso dalla cinquina del premio “Il mondo culturale italiano mosso da interessi e deliri di piccolo potere”.

Eccone un estratto.

(…) «Come fate a vivere così?» mi veniva da domandare guardandomi attorno. «Perché state con le gambe così piantate dentro questa melma? Perché avete dato a questa melma il nome di cultura? Non lo sapete che quello della poesia e della letteratura è il più grande e irradiante sogno che sia mai stato sognato? ». Certo, non mi aspettavo niente, tanto più che ho presentato questo libro non con il potente editore con cui avevo pubblicato i precedenti ma con un altro, per rispondere all’invito di un amico cui mi legava un debito di riconoscenza, perché gli scrittori non sono o non dovrebbero essere dei robot tesi soltanto alla loro promozione e “carriera”, a mio parere, e anche perché, se la situazione è tale per cui l’unica alternativa che viene data è tra vincere male e perdere bene, allora preferisco perdere bene. Certo, non sono una persona ingenua al punto di non sapere come stanno le cose e non mi faccio illusioni. Ma quello che ho visto è stato più prevedibile e desolante di quanto avessi immaginato. Tutti sanno e tutti fanno finta di niente, come se fosse naturale un simile orrore.

Sapevo quanto il gioco fosse truccato. Eppure, certo per mia inguaribile ingenuità, a 68 anni e dopo avere scritto tanti libri e dopo quello che sta iniziando a succedermi all’estero, mi ha impressionato il fatto di non essere stato neppure ritenuto degno di entrare nella cinquina degli attuali finalisti, come mi ha impressionato che nel più noto premio nazionale tutti i finalisti, tutti, nessuno escluso, abitino a Roma. (…)

Diversi anni fa avevo scritto da qualche parte: «Quando il gioco è truccato, l’unica è non giocare. O fare un gioco diverso ». Ho sbagliato a dimenticarmi di quelle mie stesse parole. Non mi succederà una seconda volta di andarmi a cacciare in una situazione simile. Ma è certo che continuerò a fare un gioco diverso. Per allargare un po’ l’orizzonte, ripeto qui quello che vado scrivendo da tempo: il mondo culturale italiano partecipa delle stesse logiche e comportamenti che vengono invece esecrati con aria di superiorità nella politica. Ogni cosa, anche nata con le migliori intenzioni, viene piegata a logiche di cerchia, snaturata nella sua essenza, resa funzionale a interessi o deliri di piccolo potere terminale e gregario, in un gioco chiuso e di sponda tra editoria, accademia e media. Libertà e coraggio sono una merce rara, così come lo sono in altri campi dove il rischio che si corre è molto più grande. Anche per questo la cultura italiana di questi decenni ha chiuso gli orizzonti invece di spalancarli e sfondarli, si è attestata in una zona morta e ha preteso che tutto fosse a propria immagine e somiglianza, per questo non è riuscita a fare argine al male ma è diventata essa stessa una forma di questo male.”(…)

Condivido l’opinione che non si debba partecipare ad un gioco truccato. Ma questa non è affatto l’unica possibilità. Al contrario, si può, anzi si deve, tentare di cambiare gli arbitri, le regole e i giocatori, in particolare quelli scorretti e disonesti, “fare un gioco diverso”, appunto. Si deve tentare, si deve partecipare. Ci si deve convincere, magari illudendosi, di poter vincere la partita. O comunque di potersela giocare con tutta la dignità che ci meritiamo. La storia non si cambia limitandosi ad osservarla con indignazione, chiamandosene fuori come se non ci riguardasse. Ci piaccia o non ci piaccia, ci stiamo tutti dentro fino al collo; rifiutarsi di partecipare significa solo darla vinta, come al solito, al re di Prussia.

Attualità di Francesco De Sanctis

Francesco-De-Sanctis

“…La fiacchezza di carattere, la codardia morale, la sfrontata menzogna, la dissimulazione dei proprii fini, costituiscono un’atmosfera equivoca da demi-monde, nella quale si putrefà questa mezza coltura. Partiti politici non possono esistere, dove si tiene in saccoccia due o tre bandiere, pronti a mostrar questa o quella secondo il bisogno. Sento già dire conservatori progressisti o progressisti conservatori, e anche moderati progressisti. Sono vergogne, quando non siano ingenuità dell’ignoranza. La confusione dei vocaboli attesta la confusione delle coscienze, via aperta alla corruttela politica. In luogo di alzare la moltitudine a noi, scendiamo noi a quella, e le rubiamo la sua politica di campanile e facciamo politica regionale, provinciale e comunale. I bassi fondi salgono su, e comunicano la loro aria da trivio alle più alte regioni. I più arditi prendono aria di bravi; i più accorti scambiano l’arte di Stato con la furberia e l’intrigo.

Se ne son viste tante, che oggi anche i più mediocri dondolano il capo, come volessero dire: – E anche noi siamo qua – . Cosa è la politica? Politica è farsi gli amici e gli alleati, vantare protezioni e relazioni, parlare a mezza bocca, congiungere l’intimidazione con la ciarlataneria. Politica istintiva della mediocrità e dell’ignoranza, che si pratica benissimo fino ne’ più umili villaggi, da chi vuol essere sindaco o almeno consigliere comunale. In mezzo a queste piccolezze, il paese lavora e produce e progredisce, e alza le spalle e non vuol saperne di politica, e pronto a fare il suo dovere, lascia soli gli attori assistendo al più a quegli spettacoli che abbiano luce di curiosità o di novità.

Questo è quel male che si chiama atonia o indifferenza politica. Vero è che in mezzo a questo pubblico indifferente, il cui desiderio modesto è di esser lasciato vivere e fare in pace i suoi affari, si agitano associazioni costituzionali e progressiste, circoli repubblicani e internazionali e società cattoliche; ma l’alimento manca e la loro azione rimane circoscritta in piccoli gruppi di aspiranti o d’irrequieti. Son lasciati soli, perché rimangono partigiani, e non viene da essi nessun progresso della coltura e delle idee morali, la grande base sulla quale si formano o si rigenerano le nazioni.

Forse il mio quadro è un po’ fosco, e certo non corrisponde così appuntino a tutta l’Italia. Forse il male è men grave che a me non pare. Ma, piccolo o grande, il male c’è, e il primo metodo di cura è riconoscerlo francamente”. (Francesco De Sanctis, L’educazione politica, in “Il Diritto”, 11 giugno 1877 – in Scritti politici, Alberto Morano editore, Napoli, 1924)

“La società civile non c’è. Pensa solo ai fatti suoi”. Parole di Francesco De Sanctis di più di un secolo fa sorprendentemente attuali e amaramente vere. Rileggerle fa bene, perché ci offrono come uno specchio in cui vedere noi stessi, quella comunità nazionale che ancora non riusciamo a essere, quella società civile che non c’è mai stata e che, come ormai ben sappiamo, ha lasciato uno spazio incontrastato ai più deplorevoli esperimenti politici, primo fra tutti quello di una deriva populistica che non è mai venuta meno. (da Lib21.org).

E ancora: “Manca la fibra perché manca la fede. E manca la fede perché manca la cultura.” (F. De Sanctis) Ma cosa significa “cultura in questo caso? Significa indubbiamente una coerente, unitaria “concezione della vita e dell’uomo” di diffusione nazionale, una “religione laica”, una filosofia che sia diventata appunto “cultura”, cioè abbia generato un’etica, un modo di vivere, una condotta civile e individuale. Allora come oggi.

 

 

I dolori del giovane Nietzsche

Le lacrime di Nietzche

“«Ach, chi potrebbe comprendervi meglio? A volte credo di essere l’uomo più solo che esista. E, come nel vostro caso, ciò non ha nulla a che vedere con la presenza degli altri… Infatti detesto gli altri, quelli che mi derubano della mia solitudine senza offrirmi veramente compagnia».” (da “Le lacrime di Nietzsche (Biblioteca Neri Pozza, 2006)” di Irvin D. Yalom, Mario Biondi). Colui che parla (nella finzione-ricostruzione del romanzo, che è basato anche su fatti storici reali) al medico-amico Joseph Breuer, futuro padre della  psicanalisi,  è appunto Friedrich Nietzsche.

David Irvin Yalom (Washington, 13 giugno 1931) è uno scrittore, psichiatra e docente statunitense, autore di narrativa e saggistica, professore emerito di Psichiatria all’Università di Stanford, e psicoterapeuta di scuola esistenzialista. (Da Wikipedia)

Il suo romanzo racconta appunto del rapporto scaturito dall’incontro, puramente ipotetico e di fantasia, tra Joseph Breuer e Friedrick Nietzsche. Ma anche del rapporto – storicamente più veritiero e verosimile – tra Breuer stesso e il suo allievo-amico Sigmund Freud, di quattordici anni più giovane. Infatti “Breuer svolse a lungo un ruolo paterno per Freud, sostenendo persino finanziariamente il giovane studioso durante i primi anni della carriera.” (da Wikipedia)

Breuer e Nietzsche si incontrano perché il promettente filosofo tedesco non ancora famoso, è prostrato da sintomi di vario genere tra cui febbri, emicranie, nausea, insonnia e problemi di vista, che compromettono pesantemente il suo benessere. Lentamente, prende forma la loro relazione: Breuer intuisce che Nietzche non si lascerebbe mai coinvolgere da una cura percepita come sottomissione o diminuzione della sua potenza, convinto com’è che i rapporti interpersonali siano governati dall’agonismo e dalla competizione e che, desiderio profondo e inconfessato di ognuno, sia quello di dominare e accrescere la propria forza.

Breuer si accorge di trovarsi in una situazione paradossale: vuole conquistare la fiducia del paziente ma, proprio se agisce in maniera comprensiva o curativa nei suoi confronti, questi lo accuserà di volergli imporre la sua volontà.

Consapevole della profonda paura di Nietzche di essere schiacciato nell’angolo della sottomissione e del profondo senso di solitudine che una tale idea delle relazioni umane comporti, Breuer ha un’idea a dir poco rivoluzionaria e propone al paziente un rapporto paritario: lui curerà le emicranie del filosofo e l’altro ascolterà le ansie e le preoccupazioni del medico, inquadrandole con suggerimenti filosofici o pedagogici, una sorta di consulenza filosofica.

Lo scopo del medico è persuadere Nietszche ad impegnarsi in una cura basata sul parlare, spingerlo ad uscire fuori dalla sua solitudine, a fidarsi di qualcuno tanto da condividere la propria disperazione.

Per arrivare a questo Breuer comprende che l’altro deve rassicurarsi sulla relazione tra loro due e che questo potrà accadere nella misura in cui il filosofo penserà che il loro rapporto è reciproco tanto nel dare quanto nel ricevere. Il medico vestirà i panni del paziente, confesserà le proprie ansie e si porrà come modello di franca apertura di sè per far sperimentare all’altro che “non succede alcun orrore“.

”…devo convincerlo che mi sta aiutando e intanto invertire in maniera impercettibile i ruoli fino a far ridiventare lui il paziente e tornare ad essere io il medico” (da State of Mind.it).

E’ vero, quasi sempre i rapporti interpersonali sono governati dall’agonismo e dalla competizione e il desiderio profondo e inconfessato di ognuno è quello di dominare e accrescere la propria potenza di controllo sul prossimo. Così come è vero che l’unica possibilità per uscire dalla propria sostanziale solitudine (come scrive anche Vasco Rossi)

e dal possibile conseguente vicolo cieco, è quella di fidarsi di qualcuno, almeno per quel tanto sufficiente a rendere condivisibile, grazie alla parola e alla comunicazione, la nostra comune condizione umana.

Le lacrime di Nietzsche è stato anche soggetto di un film, mai uscito in Italia: “When Nietsche Wept” di Pinchas Perry.

Lo straniero

Kamel Daoud

Prima di leggere “Il caso Meursault” di Kamel Daoud (Bompiani – 2015, premiato con il Goncourt del primo romanzo nello stesso anno), conviene leggere (o rileggere) “Lo straniero” di Albert Camus (prima edizione francese del 1942, edizione italiana Bompiani – 2001), testo di cui “Kamel Daoud ha immaginato un seguito ideale che echeggia sin dall’incipit, cambiando però il narratore, invertendo la prospettiva e lo scenario storico.” (Anais Ginori, da Repubblica.it)

lo-stranieroForse però prima ancora di tutto questo, per quanto riguarda Kamel Daoud è importante ricordare che “lo scrittore algerino, sfinito dalle polemiche e in particolare da un attacco collettivo contro di lui firmato su Le Monde da 19 studiosi, annuncia: «Sono stanco, abbandono il giornalismo» (…) ho scritto tanto, ho cercato di impegnarmi. Ma le pressioni sono troppo forti: in Algeria gli islamisti mi lanciano la fatwa, e adesso in Occidente c’è chi mi accusa di islamofobia. È un insulto immorale, un’inquisizione. In Francia è diventato troppo difficile esprimere le proprie opinioni»” (Da Corriere.it – Stefano Montefiori). Infatti:

“Quando gli intellettuali parigini accusano Daoud di contrapporre un Occidente libero ed emancipato a un Oriente sottomesso mostrano di essere succubi di quell’ideologia multiculturalista e terzomondista che, equiparando ogni cosa, finirà prima o poi per segare le gambe alla sedia ove tutti noi siamo seduti. Bene ha fatto perciò il giornalista algerino ad annunciare il proprio ritiro da una professione così nobile e oggi così minacciata come quella del giornalista. Servono gesti eclatanti. E ben vengono nella patria di quel Voltaire che esaltò con tanta enfasi, due secoli e mezzo fa, la liberté de plume.” (Corrado Ocone – Huffington Post).

Ecco allora che, partendo dalla volontà di commentare il libro di Daoud, si finisce per ricordare un altro importante testo di un importantissimo autore: OrientalismoOrientalismo ( di Edward W. Said – Feltrinelli 2002 ). Questo libro “è l’indagine, e la rappresentazione, di un capitolo di storia intellettuale tra i più complessi, quello che parte dal XVIII secolo, ma con radici ben più lontane nel tempo, e che arriva  fino ai giorni nostri; l’obiettivo di tale indagine è individuare le motivazioni ideologiche e culturali che hanno dato vita ad un vero e proprio stile di pensiero. Per orientalismo s’intende il modo in cui la cultura e la coscienza europea hanno cercato di conoscere l’Oriente e di appropriarsene; il modo in cui hanno cercato di dominarlo, travisandolo, volontariamente, e trasformandolo nel luogo, per antonomasia, in cui risiedeva l’Altro. Il libro analizza i meccanismi e le modalità con cui questa colonizzazione intellettuale si è tramandata dagli stereotipi ottocenteschi fino ad oggi.” (Ilaria Bigelli)

E ancora: “L’orientalismo è stato dunque il sistema di rappresentazioni con il quale si introdusse l’Oriente nella cultura occidentale. (…) L’Oriente venne così studiato dalle nazioni europee per poterlo controllare meglio, per perpetuare la dominazione. Il rapporto tra Oriente e Occidente è appunto una questione di potere, di dominio, nel quale sono coinvolte forme di egemonia. Said si sofferma quindi sul periodo nel quale l’Oriente entrò a far parte dei paesi europei, i secoli del colonialismo e della formazione degli imperi (…) Con il termine orientalismo nell’opera si intende il modo con il quale sono state osservate le regioni orientali, focalizzandosi in particolare sui giudizi che furono espressi sui paesi del Medio Oriente. (…)  L’Oriente venne così studiato dalle nazioni europee per poterlo controllare meglio, per perpetuare la dominazione. ” (dalla Tesi di laurea di Marco Montemurro: EDWARD W. SAID: CULTURA, INTELLETTUALI E POTERE. L’IMMAGINE DEL MEDIO ORIENTE NEI MEDIA. Relatore: prof. Pietro Vereni Correlatore:prof. Raul Mordenti.

Intendevo commentare il libro di Kamel Daoud e ho finito per scrivere di tutt’altro. Concludo quindi con questa citazione tratta da pagina 65 del “Caso Meursault”: “Per me la religione è un mezzo pubblico di trasporto che non prendo mai. Se proprio è il caso, mi piace andare verso questo Dio a piedi, ma non in viaggio organizzato.” Ripensandoci, tutto sommato è probabile che non abbia poi divagato così tanto come potrebbe sembrare a prima vista.