Archivio mensile:agosto 2016

Il vizio e la virtù

Niccolo_Machiavelli

“Se la virtù che allora regnava e il vizio che ora regna non fossero più chiari del sole, andrei nel parlare più rattenuto. Ma essendo la cosa sì manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire manifestamente quello che intenderò di quelli e di questi tempi, acciocché gli animi dei giovani che questi miei scritti leggeranno, possano fuggire questi e prepararsi ad imitare quelli. Perché gli è ufficio di uomo buono, quel bene che per la malignità de’ tempi e della fortuna tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocché, sendone molti capaci, alcuno di quelli più amati dal cielo possa operarlo.

Niccolò MachiavelliDiscorsi sopra la prima deca di Tito Livio (1513 – 1519), II, proemio

La forza gentile degli ipersensibili

Quella che segue è la conferenza TED di Elena Herdieckerhoff – tenuta a Parigi e pubblicata su YouTube il 24 giugno 2016 – sulle persone altamente sensibili (PAS) o Highly Sensitive Persons (HSPs). E’ possibile attivare i sottotitoli in inglese, a dire il vero non molto precisi.  Di seguito la mia traduzione in italiano. Chiedo scusa per gli errori e/o le imperfezioni. Il senso credo comunque sia comprensibile. Ma soprattutto è nella sostanza davvero condivisibile, così come condivisibile è il tono comunicativo, anche ironico, autoironico e scherzoso, per fortuna sdrammatizzante.

Sono una persona ipersensibile (HSP). Qual’è la prima cosa a cui pensate quando vi dico questo? “Sarà una persona timida e introversa”. “Forse molto emotiva”. “Forse addirittura che per frequentarmi, sarà meglio andarci coi piedi di piombo”.  Il luogo comune rispetto gli ipersensibili è che siamo un qualche tipo di fragile e debole creatura, la quale ha estratto un biglietto perdente alla lotteria della vita. Possiamo vederlo mettendo su Google la parola “sensibile”: vedrete immagini di mal di denti, pelli irritate, denti di leone e persone piangenti.La sensibilità ha chiaramente problemi di pubbliche relazioni. Oggi vorrei aiutare a cambiare questo stato di cose.

Va bene, ma ora vi state chiedendo cosa significhi essere un ipersensibile. Vi invito ad immaginare di vivere sempre con tutti i vostri sensi in allarme rosso. Inoltre vivete in un mondo vivido, intenso, dove tutte le vostre emozioni sono amplificate. Così, la tristezza è un è profondo dolore e la gioia è estasi pura. Egli inoltre si interessa di tutte le ragioni ed empatie senza limite alcuno. Immaginate di essere in osmosi permanente con ogni cosa che vi circonda. Gli ipersensibili si sentono spesso dire cose del tipo: “Tu sei troppo sensibile!” “Smettila di prendertela per ogni cosa!” Oppure, la mia preferita: “Dovresti davvero diventare più forte!” Il messaggio di fondo è chiaro: essere ipersensibili equivale ad essere iperdifettosi. Concordo, infatti ho pensato di venire con un qualche tipo di segnaletica: “Attenzione, ipersensibile!”

Ora, lasciatemi condividere alcuni dei benefici derivanti dall’ipersensibilità. Primo, abbiamo una mente fortemente iperattiva. Il che significa che è impossibile spegnerla. Questo significa che l’insonnia è la mia migliore amica. Come potete immaginare, lei viene a trovarmi in particolare la notte precedente una conferenza TED. Poi non posso guardare film violenti o paurosi perché le immagini pare poi mi perseguitino per sempre.Ricordo che quando ero una bambina guardai il film “Lo squalo”. Rimasi così traumatizzata che per molti anni non fui più capace di avvicinarmi a una piscina o anche di stare vicino al mare. Inoltre, ed è abbastanza imbarazzante, il mio soprannome d’infanzia era “Principessa sul pisello” quando capitavano viaggi e letti d’albergo. La questione era che doveva essere non troppo duro, non troppo morbido, doveva essere proprio quello giusto. Una volta mio padre disse scherzando che avrei dovuto portarmi dietro il mio letto e il mio cuscino per evitare ogni possibile futuro problema di viaggio.

Spesso mi domando cosa può esserci di buono per me nell’essere fatta in questo modo. Bene, il dono della sensibilità mi si è approssimato in modo lento e silenzioso. Sono arrivata a capire che amo il fatto di connettermi in modo facile e profondo con gli altri ed inoltre, che possiedo una forte intuizione che mi guida come un infallibile GPS. Avevo solo 25 anni quando incontrai il libro che avrebbe cambiato la mia vita: “The Highly Sensitive Person” della dottoressa Elain Aron. Ho finalmente potuto dare un nome alla mia travolgente esperienza di vita in Technicolor. Inoltre esso mi diede la speranza che ci fossero altri come me. In questo libro si descrivono le persone altamente sensibili (Highly Sensitive Persons) in breve HSPs, quali persone che hanno una caratteristica genetica del processo sensoriale della sensibilità (il che è chiaramente uno scioglilingua) . Sorpresa: una percentuale compresa tra il 15 e il 20 per cento della popolazione è ipersensibile. Ora, lei usa lo splendido acronimo DOES per riassumere le principali caratteristiche degli ipersensibili (HSPs).

La “D” sta per “depht”, per profondità di elaborazione. Come ipersensibili abbiamo una fenomenale capacità di analizzare in profondità assolutamente qualsiasi cosa. Il mio esempio preferito al proposito è quello che mi piace definire “sindrome del ristorante cinese”. In sostanza, possiamo prenderci un’ora per leggere tutto il menù di 40 pagine, a dispetto del fatto che molto probabilmente ordineremo comunque il notro solito piatto preferito.

La “O” sta per “overstimulation”, per sovraeccitazione. Noi siamo presto sopraffatti dal mondo che ci circonda. Ora, io sono un’eccezione, amo la nostra Oktoberfest. Ma di fatto debbo andarmene dopo un’ora perché sopraffatta dal mix di odori di pollo arrosto, zucchero filato, dalla cacofonia di canzoni, dalla folla imponente. Tutto questo è troppo per me.

La “E” sta per “empathy”, per empatia. Gli ipersensibili percepiscono quello che sentono gli altri. E’ come quell’antico cantico ebraico: “quando qualcuno piange, gli altri sentono il salato”.

Infine, la “S” sta per “awareness of subleties”, per consapevolezza delle sottigliezze. Gli ipersensibili assomigliano a un sensore sintonizzato finemente, possono percepire gli avvertimenti mentali. Sfortunatamente, questo significa  che sono anche il tipo di persona che possono svegliarvi alle 3 di mattina per avvertirvi che hanno udito uno sgocciolio nella cucina che si trova due piani sotto.

Come potete vedere, l’ipersensibilità è molto di più della reattività emozionale. Mi piacerebbe affrontare i due grossi elefanti nella stanza che riguardano il luoghi comuni sugli ipersensibili. Il primo stereotipo è che gli ipersensibili siano semplicemente introversi che vogliono nascondersi dietro una facciata. Il punto sulla questione è che in realtà il 30% degli ipersensibili sono in realtà estroversi. Il che significa che non possiamo comodamente parcheggiarli nella comoda categoria dei timidi. Ci sono molte sfumature nella tipologia degli ipersensibili.

Secondo, a causa della supposta femminilità della caratteristica ipersensibile, molti danno per scontato che essi siano tutti donne. Invece, qualcuno può sorprendersi per il fatto che il 50% di essi siano uomini. Nella nostra società non viene accettato il fatto che un uomo possa essere ipersensibile, piuttosto deve essere aggressivo e competitivo. Per nostra sfortuna, che gli uomini possano avere caratteristiche di apprezzabile sensibilità ma al tempo stesso anche di forza, è un concetto che ci risulta completamente estraneo.

Ora, è il momento di dire che non penso che gli ipersensibili siano persone migliori o peggiori delle altre. Sono semplicemente diversi. A dispetto delle voci che circolano, vorrei anche segnalare che essi non sono membri di nessuna speciale associazione segreta, inoltre, che non hanno nessuna stretta di mano segreta per riconoscersi l’un l’altro. Sono persone come tutte le altre, con la differenza che vivono il mondo in modo più intenso, e se pensate che tutti gli ipersensibili siano uguali, vi sbagliate, non è vero. Nessuno di loro è uguale all’altro. Ognuno ha la sua personale impronta di sensibilità, accanto ad altri marcatori di identità, come il genere, l’etnia e  il contesto culturale. Vorrei inoltre evidenziare che l’ipersensibilità non è una malattia. E non è neppure una scelta. E’ una caratteristica genetica. Fondamentalmente, siamo nati per essere miti. Ogni volta che dite ad un ipersensibile che sono troppo sensibili, è come se diceste ad una persona con gli occhi azzurri che ha gli occhi troppo blu. Non importa quante volte glielo direte, vedrete sempre lo stesso sguardo da parte degli stessi occhi azzurri.

Come società, siamo arrivati a concepire la sensibilità come un difetto, uno sfortunato tallone d’Achille emozionale che limita la nostra capacità di diventare sempre più sfruttati, distaccati e robotici. Siamo tutti pronti a screditare gli idealisti, i sognatori e i creatori. Non sempre è stato così. In epoche precedenti filantropi, filosofi, poeti, artisti e pittori erano tutti   venerati per il loro apporto di sensibilità alla società. Cosa saremmo senza Leonardo da Vinci, o senza Mozart, o senza Anais Nin, o Balzac o Madre Teresa, o Ganhi. Il mondo sarebbe sicuramente più buio. Non sto dicendo che tutti gli ipersensibili siano dei geni che danno forma al mondo. Ma la maggior parte di loro hanno una sincera necessità di creare relazione e contatto. Poiché sentono ogni sofferenza che vedono, vogliono sollevare i dimenticati e salvare gli sfortunati. Quando un ipersensibile tenta di nascondere la sua sensibilità per adattarsi al contesto, tutti noi abbiamo perso qualcosa. Non sarebbe per caso più povera quella società in cui mancasse il cuore battente della creazione? Quella che screditi l’immaginazione, l’intuizione e l’empatia?

Credo proprio di sì. Per questo motivo ritengo che dobbiamo urgentemente cominciare ad accettare e apprezzare la sensibilità per il suo effetto di regolazione della temperatura in un mondo spesso surriscaldato. Son convinta che siamo tutti sensibili, in diversi gradi e in diversi modi. Gli ipersensibili sono semplicemente nella lontana estremità della gamma. Questo è il motivo per cui pensiamo che il tema della sensibilità ci riguarda tutti. Come società dobbiamo arrivare a riscrivere la negativa narrazione culturale sulla sensibilità e trasformarla in una positiva. Dobbiamo cancellare il concetto secondo cui sensibilità equivale a debolezza, per poter finalmente beneficiare dei suoi numerosi sforzi. Così facendo, creeremo un contesto in cui ognuno è sicuro di poter di esprimere il suo lato delicato, non solo gli ipersensibili.

Come possiamo creare una migliore consapevolezza e accettazione per la sensibilità? Al livello pubblico, credo che i cambiamenti più urgenti debbano avvenire nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Nelle scuole, abbiamo bisogno di preparare meglio gli insegnanti a riconoscere e comprendere i bambini ipersensibili. E tanto per gli insegnanti quanto per i genitori, i loro opprimente desiderio di “indurirli” per affrontare il mondo là fuori, deve cessare. Non dobbiamo mettere gli abiti del lupo alla pecora.

Al livello aziendale, il sistema è organizzato in modo da favorire quelli con gomiti d’acciaio. Poiché le persone sensibili, tipicamente, hanno un tono di voce basso, sono collaborativi anziché competitivi, molto spesso sono messi da parte nella gerarchia aziendale. Per cambiare ciò, dobbiamo creare un ambiente in cui ogni tipo di personalità possa progredire, non solamente i soliti pochi prescelti. Per questo ritengo che sia nel massimo interesse delle aziende invitare al tavolo gli ipersensibili. Perché senza sensibilità esse sono carenti di innovazione, di integrità, in definitiva, di umanità.

Al livello personale, tutti noi possiamo dare il nostro contributo, semplicemente trattenendoci dal giudicare la delicata differenza delle sensibilità attorno a noi. La prossima volta che vi verrà la tentazione di dire a qualcuno: “Sei troppo sensibile”, vi chiedo di fermarvi e fare una pausa. Riempite questa pausa di comprensione. Vedrete che il semplice atto di accettazione vi solleverà ambedue. Ai miei colleghi ipersensibili dico: prendete coraggio e non vergognatevi di essere ciò che siete. Basta tentare di indurirsi. Basta nascondere la bellezza di ciò che siete. Non sentitevi strani, perché non siete voi da considerare sbagliati, ma piuttosto un mondo in cui la corruzione, la violenza e avidità sono la norma. Come diceva Krishnamurti, “non è indice di salute essere ben inserito in una società profondamente malata”.

Quando ero una ragazzina, mi piaceva rincorrere le farfalle nel nostro giardino e ammiravo la loro fragile bellezza. Sentivo una profonda necessità di proteggerle, così decisi di rinchiuderle in un piccolo barattolo  pieno di fiori e di erba per tenerle con me al riparo nella mia stanza. Capii subito che le farfalle non amano la prigionia. Questo mi fece capire che esse non hanno bisogno di essere protette. Il loro variopinto contributo all’ecosistema naturale è esattamente come dovrebbe essere. Analogamente, gli ipersensibili non dovrebbero restare nascosti ai dolori del mondo in una incubatrice protettiva. La loro parte consiste nel farsi avanti e condividere il loro dono di sensibilità con tutti noi.

Ritengo che come essere umani siamo accomunati dalla nostra esperienza di sensibilità ed empatia. Inoltre, non credo sia necessario essere ipersensibili per essere solidali e fare la differenza. Oggi siamo di fronte a seri problemi politici, culturali e ambientali. Ora più che mai abbiamo bisogno del contributo delle menti e dei cuori sensibili per affrontare e risolvere i problemi che ci attendono. quanto più noi tutti permetteremo a noi stessi di sintonizzarci con il nostro innato dono di sensibilità, tanto più potremo guarire noi stessi e il pianeta su cui viviamo. Ispirandosi a John Lennon o forse al più grande inno alla sensibilità di tutti i tempi, “Imagine”, lasciatemi concludere dicendo: per favore, non ditemi che sono una sognatrice. Lo so che non sono l’unico individuo sensibile. Sono fiduciosa che unirete le vostre mani alla mia per fare di questo mondo un mondo più gentile.

 

Intellettuali di servizio

Chierico

“Tolstoj racconta che quand’era ufficiale, avendo visto nel corso di una marcia uno dei suoi commilitoni colpire un uomo che si allontanava dalla fila, gli disse: <<Non si vergogna di trattare così un suo simile? Ma non ha letto il Vangelo?>>. Al che l’altro rispose: <<E lei, non ha letto i regolamenti militari?>>.

Questa è la risposta che sempre si attirerà lo spirituale che vuole dettare legge al temporale. A me sembra molto saggia. Chi conduce gli uomini alla conquista delle cose non sa che farsene della giustizia e della carità.

Tuttavia mi sembra importante che esistano uomini i quali, anche se scherniti, invitano i loro simili a religioni diverse da quella del temporale. Ora, coloro a cui spettava questo ruolo, e che io chiamo i chierici, non solo non lo svolgono più, ma svolgono invece il ruolo contrario. La maggior parte dei moralisti che hanno un certo seguito in Europa da cinquant’anni a questa parte, in particolare i letterati in Francia, invitano gli uomini a farsi beffe del Vangelo e a leggere i regolamenti militari.”

Julien BendaIl tradimento dei chierici. (Il ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea) –  Premessa alla prima edizione (1927)

“A vent’anni di distanza dalla pubblicazione dell’opera che oggi ridò alle stampe, la tesi che vi sostenevo allora – che quegli uomini la cui funzione è di difendere i valori eterni e disinteressati, come la giustizia e la ragione, quelli che io chiamo i chierici, hanno tradito questa funzione a vantaggio di interessi pratici – mi sembra, come a molte delle persone che mi chiedono questa ristampa, non aver perso niente della sua verità, al contrario.”

Julien Benda – Il tradimento dei chierici. (Il ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea) –  Prefazione alla nuova edizione (1946) – Einaudi 2012.

Benda è morto nel 1956. Cosa scriverebbe nel caso fosse ancora in vita e qualcuno gli chiedesse la prefazione ad una nuova edizione 2016 del suo libro? Ci torneremo.