Archivio mensile:settembre 2016

Sotto la divisa niente?

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Scrive Francesco De Sanctis nella sua “Storia della letteratura italiana” che per l’Italia “il 1815  è una data memorabile, come quella del Concilio di Trento”. Com’è noto, l’Italia arrivò al Congresso di Vienna (novembre 1814 – giugno 1815) priva di reale potere politico (Metternich: “L’Italia non è che una espressione geografica“) e fu quindi costretta a subire le volontà e gli interessi delle nazioni più forti. Il congresso segnò l’inizio di quel periodo storico conosciuto come Restaurazione, i cui princìpi erano tesi al ripristino della situazione precedente l’era napoleonica.

“La burocrazia interessava alla conservazione dello stato la borghesia, che si dava alla ‘caccia degli impieghi’, e centralizzando gli affari sopprimeva ogni libertà e movimento locale, e teneva nella sua dipendenza province e comuni. Una moltitudine d’impiegati invasero lo stato, come cavallette, ciascuno esercitando per suo conto una parte del potere assoluto, di cui era istrumento.”

Quasi tre secoli prima, Machiavelli giudicava con serietà uomini e cose italiane, papato o principi che fossero. “Essendo l’Italia in quella corruttela, Machiavelli invoca un redentore, un principe italiano, che come Teseo o Ciro o Mosè o Romolo la riordini (…) Machiavelli combatte la corruttela italiana, e non dispera del suo paese. Ha le illusioni di un nobile cuore”. Poi c’è Guicciardini, di pochi anni più giovane di Machiavelli, che “ammette anche lui questi fini, ma li ammette sub conditione, a patto che sieno conciliabili col tuo particolare, come dice, cioè col tuo interesse personale (..) Nel Guicciardini comparisce una generazione già rassegnata. Non ha illusioni. E perché non vede rimedio a quella corruttela, vi si avvolge egli pure, e ne fa la sua saviezza e la sua aureola. I suoi Ricordi sono la corruttela italiana codificata e innalzata a regola di vita.” Il dio del Guicciardini è il suo particolare (…). Non rimane sulla scena del mondo che l’individuo”.

Veniamo ai giorni nostri. Mettiamo i seguenti ingredienti in una capace casseruola a forma di stivale: burocrazia, ipocrisia, egocentrismo, egoismo, individualismo, particolarismo, narcisismo, corruzione, furbizia consociativa, corporativismi politici  e professionali “di finti diversi e di veri complici” (Michele Serra), sale e pepe quanto basta. Mescoliamo il tutto, cuciniamo  e inforniamo in un ambiente globalizzato e incontrollato. Cosa otteniamo? Un’indigesto e amaro piatto pieno soprattutto di rassegnazione e disillusione.

Il dio del Guicciardini è il suo particolare (…) Tutti gli ideali scompariscono. Ogni vincolo morale, politico, che tiene insieme un popolo è spezzato. Non rimane sulla scena del mondo che l’individuo. Ciascuno per sè, verso e contro tutti.” Ecco: finchè non si comincia a smontare pezzo per pezzo questa indigeribile miscela di ingredienti non sarà possibile combattere la devastante corruzione che ancora una volta sta devastando l’Italia.

Non si può più nascondere il fatto che la vera maschera della pervasiva e radicata corruzione italiana è la burocrazia. Questo non significa che sotto ogni funzionario si nasconda un disonesto. Tutt’altro. Ma non nascondiamoci il dato di fatto che in tutti gli ambienti sociali esistono veri e propri “sistemi” criminali. Tanto più pericolosi quanto la loro facciata è “rispettabile e legalizzata”. Anche il comune cittadino non ne è immune, anzi, verrebbe da chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina… Non vi è alcuna congiura, ma agiscono ovunque dei meccanismi, non previsti dalle leggi e dai regolamenti (anzi, malgrado le une e gli altri), che nei fatti garantiscono l’impunità a chi “esercita per suo conto una parte del potere assoluto” di cui dovrebbe essere solo strumento. Essi si basano su una fitta rete di connivenze omertose che, attraverso la segretezza, conduce al sistematico mancato accertamento dei casi e al loro occultamento. Anche chi finge di non vedere ne è complice e responsabile.

Se un vigile urbano, per fare un piccolo e banale esempio, si mostra offeso personalmente da una nostra infrazione stradale (“E allora io che ci sto fare qui?!?”), significa che sotto la divisa si nasconde un burocrate teso a rivendicare innanzitutto il proprio ruolo personale. Afferma sé stesso, non la sua funzione. Si tratta di un Guicciardini individuale e nient’altro. Se invece il vigile si limiterà a comminarci la meritata sanzione, magari spiegandoci – severo ma cortese – i motivi della multa, possiamo dire che sotto la divisa abbiamo un uomo. Un cittadino. Un essere sociale. Un Machiavelli. Solo così ricominceremo a respirare aria fresca: sbirciando sotto la divisa da parata della burocrazia. Consapevoli che non sarà affatto un bello spettacolo. Ma da questo pantano non si uscirà senza prima combattere il Guicciardini che c’è in tutti noi.

 

 

Soldati di Salamina

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“Spagna, ultimi mesi della guerra civile. Durante la ritirata delle truppe repubblicane verso la frontiera francese, viene presa la decisione di fucilare un gruppo di prigionieri franchisti. Tra loro si trova Rafael Sánchez Mazas, fondatore e ideologo della Falange. Riuscito a scampare alla fucilazione di massa, Sánchez Mazas si nasconde in un bosco. Un miliziano lo raggiunge, lo riconosce, ma lo lascia fuggire, di fatto graziandolo. Nel 1944 un giornalista viene per caso a conoscenza di questa storia. La figura di Sánchez Mazas, scrittore e poeta, e il mistero del miliziano che gli fa grazia della vita lo affascinano: è l’inizio un’avventura fatta di ricerca delle fonti, interviste a testimoni, momenti di sconforto e di speranza… Con una perfetta simbiosi tra realtà e finzione, Javier Cercas conduce il lettore verso un finale emozionante, riconfermando che la realtà è più sorprendente del romanzesco.”
Confesso che non ho trovato del tutto convincente il racconto della ricostruzione dell’indagine svolta dall’autore. A tratti, forse, risulta un po’ troppo “romanzata” e non del tutto credibile nei particolari. Per di più, nel suo lungo percorso di ricerca, egli sembra favorito da casualità o coincidenze fortuite quanto fortunate (ad esempio, a pag. 172: “Una notte, però, avvenne il miracolo...”), le quali finiscono per costituire il punto di svolta risolutivo, la chiave di interpretazione finale degli eventi passati. In questo caso, la chiave risolutiva è costituita da un un ballo, più specificatamente un paso doble“. Lo stesso succede anche nel suo successivo libro “L’impostore“.  Diciamo quindi che la simbiosi tra realtà e finzione non sembra del tutto riuscita. Tuttavia i fatti storici, anche in questo caso, sono indubitabili e l’opera letteraria merita una giusta considerazione e il buon successo di vendite ottenuto, a cui ha senz’altro contribuito qualche nota sdolcinata inserita qua e là, soprattutto nel finale.
Se però l’attenzione di Cercas è focalizzata sulla ricerca del miliziano che salva la vita di Mazas e sui motivi che lo hanno spinto a comportarsi in quel modo, si potrebbe sostenere che altrettanto e forse più importante potrebbe essere la situazione del condannato a morte scampato miracolosamente alla fucilazione. Sappiamo che anche Dostoevskij venne arrestato e condannato a morte e che davanti al plotone d’esecuzione la sentenza gli venne commutata in una condanna ai lavori forzati in Siberia. Questo fu, naturalmente, uno spartiacque nella vita di Dostoevskij, che trascorse i successivi quattro anni in un campo di prigionia di Omsk, in compagnia di altri forzati e di un unico libro: la Bibbia. Lì maturò la sua visione profondamente cristiana del mondo. I suoi capolavori successivi sono impregnati di quella esperienza e delle conseguenze umane e intellettuali che ne derivarono.
Non nutro alcuna simpatia per il falangista Sánchez Mazas. Rimane comunque il dubbio, tutto sommato, che sarebbe stato più utile e costruttivo indagare questo aspetto della vicenda, piuttosto che focalizzarsi, quale novello Sherlock Holmes, sulla ricerca di un singolo individuo e delle sue personalissime motivazioni. Le quali motivazioni, per quanto meritevoli, appaiono tutto sommato – storicamente -del tutto irrilevanti. Realtà o finzione; storia o romanzo: a volte è necessario scegliere da quale parte stare. L’impressione è che Cercas non avesse ancora deciso.

Invecchiando gli uomini piangono

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Jean-Luc Seigle
Invecchiando gli uomini piangono
Feltrinelli, 177 pagine, 15 euro

Il romanzo descrive una sola, precisa giornata del protagonista Albert, il 9 luglio 1961. Il testo è suddiviso in capitoli che ne scandiscono le fasi temporali: L’alba; Il mattino; Il pomeriggio; La sera; La notte. Per concludersi con L’indomani mattina. E’ un libro drammatico e un paradossale atto di amore per la vita (quella vera) e per la letteratura (quella vera). Mi pare anche un sottile atto d’accusa all’ambiente e alla mentalità provinciale e piccolo borghese, che tutto omologa e appiattisce, poi giudica, rimprovera e castiga chi deroga dalle regole e gli usi da lei stessa stabilite. Naturalmente i più esposti all’attacco sono come sempre i cosiddetti “diversi”.

“(…) Albert è un operaio nella ditta Michelin e vive in un piccolo paese non lontano da Clermont-Ferrand. Siamo nel luglio 1961. Ha due figli. Il primo, Henri, è partito per la guerra in Algeria. Albert non lo conosce. Va detto che l’ha visto per la prima volta all’età di cinque anni, quando era rientrato dalla prigionia alla fine della seconda guerra mondiale. Albert era stato catturato lungo la linea Maginot nel giugno 1940. Poi, si è murato nel silenzio. Ma non si sceglie impunemente di tacere l’essenziale: Albert non sa parlare.

C’è questo limite all’origine di tutto? Nel calore dell’estate del 1961, quando sua moglie si appresta a far entrare una televisione (la prima!) nel villaggio, e quando De Gaulle raccomanda la ricomposizione dei terreni agricoli, Albert non riesce più a vivere. Ma se si può morire nella menzogna, non ci si può uccidere senza aver detto la verità a se stessi. Come fare se non si hanno le parole? Albert ha un altro figlio, Gilles. Gilles è “diverso”. Legge. Appassionatamente. Balzac, per l’appunto. Quando un maestro in pensione si trasferisce nei pressi della loro cascina, Albert sa che la confessione passerà attraverso quest’uomo. Seigle firma un inno alla vita che porta i colori della disperazione. Con pudore, sceglie parole per i silenzi, cosciente che i mutismi della storia uccidono più delle pallottole nemiche.” 

François Busnel, L’Express

da “Internazionale“, numero 989, 1 marzo 2013

La verità e gli intellettuali

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Julien Benda designa col termine chierici “tutti coloro la cui attività, per natura, non persegue fini pratici, ma che, cercando la soddisfazione nell’esercizio dell’arte o della scienza o della speculazione metafisica, in breve nel possesso di un bene non temporale, dicono in qualche modo: <<Il mio regno non è di questo mondo>>. Vi è quindi un’esplicita assimilazione della figura dell’intellettuale a quella dell’ecclesiastico, quindi al religioso. Il “chierico”, come il “laico”, vien da lui configurato quale tipologia ideale.benda

Leggendo “Il tradimento dei chierici” (Piccola Biblioteca Einaudi – 2012) si incontra questa frase: “Penso che lo scrittore che tratta posizioni morali, non nei termini di oggettivi dello storico o dello psicologo, ma da moralista, cioè improntandole a giudizi di valore (…) ha il dovere di assumere una posizione precisa, a rischio altrimenti di cadere nella predicazione del dilettantismo, che costituisce, specificamente in fatto di morale, un insigne tradimento di chierico.”

saidEsattamente il contrario di quanto sosteneva Edward W. Said in “Dire la verità. Gli intellettuali e il potere” (Feltrinelli – 2014): poiché “Ciascuno di noi vive in una società determinata, appartiene a una nazione caratterizzata da una lingua, da una tradizione e da una situazione storica specifica. In che misura gli intellettuali sono al servizio di queste realtà e in che misura si oppongono a esse? Lo stesso si può dire del rapporto degli intellettuali con le istituzioni (università, chiesa, gruppi professionali) e con i grandi poteri internazionali, che ai giorni nostri hanno cooptato l’intellighenzia in misura straordinaria. (…) Quindi, per me il principale dovere degli intellettuali è quello di tentare di raggiungere una relativa indipendenza da simili pressioni, ed è per questo che ho descritto l’intellettuale come un esiliato e un emarginato, un dilettante, oltre che l’autore di un linguaggio che si propone di dire la verità al potere”.

Per Benda il dilettantismo rappresenta “un insigne tradimento”, per Said invece esso è il principale dovere dell’intellettuale, che per lui deve sempre essere un outsider. Ma la contraddizione è soltanto apparente. Scrive infatti Said che “il modo di agire dell’intellettuale si fonda su principi universali: tutti gli esseri umani hanno il diritto di aspettarsi dai poteri secolari o dello stato modelli di comportamento dignitosi in fatto di libertà e giustizia; la violazione deliberata o involontaria di  tale diritto va denunciata e combattuta con coraggio.” In questa frase è sintetizzato gran parte del messaggio di fondo, il contenuto fondamentale di ambedue i libri. Ciò che unisce i due autori è l’incrollabile fiducia e fedeltà rispetto precisi valori universali. E’ anche innegabile – altro tratto comune – che essi intendono con ciò lanciare un preciso atto di accusa alla “classe” intellettuale del proprio tempo. Il cui tradimento consiste nel perseguire troppo spesso fini pratici anziché difendere la (spesso) scomoda verità dei fatti. Cosa che sarebbe invece richiesto dal ruolo che si sono scelti. Da questa radice avvelenata proliferano poi  tutte le malapiante da cui siamo infestati.

odio-gli-indifferenti-226844-1Ma allora dove si colloca (tra i “buoni” o tra i “cattivi”?) il cosiddetto “intellettuale organico” di cui parlava Antonio Gramsci? Sappiamo che per lui esistevano due categorie di intellettuali: quella tradizionale – insegnanti, ecclesiastici, funzionari – che svolgono nel tempo sempre la stessa funzione; poi quella degli intellettuali organici, direttamente collegati alle classi o le imprese che si servono di loro per i loro scopi e interessi. Scrive Said: “Gramsci ritiene che gli intellettuali organici siano attivamente coinvolti nella società, ossia costantemente impegnati a lottare per cambiare orientamenti ed espandere mercati; a differenza degli insegnanti e degli ecclesiastici, che sembrano più o meno rimanere al loro posto svolgendo anno dopo anno lo stesso tipo di lavoro, gli intellettuali organici sono sempre in movimento, sempre in prima linea.”

Del resto ecco cosa scrive lo stesso Gramsci: “Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”. (da Antonio Gramsci – Odio gli indifferenti – Chiarelettere 2016).

pasoliniE ancora: come dovremmo collocare la straordinaria opera intellettuale di Pier Paolo Pasolini, il quale ad esempio nelle “Lettere luterane” (Einaudi, ET Saggi 2005) “nell’ultimo anno della sua vita condusse, dalle colonne del «Corriere della Sera» e del «Mondo», una rovente requisitoria contro l’Italia di quel periodo: un’Italia da trent’anni in mano ai «gerarchi democristiani», divorata dal consumismo e dal conformismo; un’Italia «distrutta esattamente come l’Italia del 1945» anzi, dove a essere in macerie sono i valori e non le case.”? (dalle note di copertina)

Forse la soluzione (buoni o cattivi? chierici o traditori?) si trova nella distinzione introdotta da Max Weber   tra “etica della convin­zione” — o più weberprecisamente “eti­ca dei princìpi” (Gesinnungsethik) ed “etica della responsabilità” (Verantwortungsethik).

La prima è un’etica assoluta, di chi ope­ra solo seguendo principi rite­nuti giusti in sé, indipendente­mente dalle loro conseguenze. E’ questa un’etica della testimonianza assolutizzata: “avvenga quel che avverrà, io devo comportarmi così”.

La seconda è l’etica veramente pertinente alla politica. L’etica della responsabilità si riferisce alle presumibili conseguenze delle scelte e dei comportamenti che l’individuo ed il suo gruppo di appartenenza mette in atto.

Il pro­blema, scrive Weber, è che «il raggiungimento di fini buoni è accompagnato il più delle vol­te dall’uso di mezzi sospetti», e «nessuna etica può determi­nare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono “giustifica” i mezzi e le altre conseguenze moralmente peri­colose». Chi non tiene conto di questo — che dal bene non deriva sempre il bene e dal male non deriva sempre il ma­le — «in politica è un fanciul­lo».

Le due etiche non sono però «antitetiche ma si comple­tano a vicenda, e solo congiun­te formano il vero uomo, quel­lo che può avere la “vocazione per la politica“», salvo ribadire che tra esse non potrà mai dar­si vera conciliazione né armo­nia a buon mercato. (Paolo Ferrario, da Antologia del tempo che resta)

Così il cerchio si chiude, tornando al punto da cui siamo partiti. Infatti, Benda scrive: “il chierico mi sembra venir meno alla sua funzione scendendo sulla pubblica piazza solo se vi scende (…) per farvi trionfare una passione realistica di classe, di razza o di nazione. Quando Gerson salì sul pulpito di Notre -Dame per denunciare gli assassini di Luigi d’Orleans, quando Spinoza, a rischio della vita, andò a scrivere dei carnefici dei Witt: <<Ultimi barbarorum>>, quando Voltaire si battè per Calas, quando Zola e Duclaux andarono a testimoniare in un celebre processo, questi chierici assolvevano pienamente, e nella maniera più nobile, alla loro funzione di chierici; essi erano sacerdoti della giustizia astratta e non si macchiavano di alcuna passione per un oggetto terreno. Del resto, esiste un criterio sicurissimo per sapere se il chierico che agisce in pubblico lo fa in modo conforme al suo ufficio: viene immediatamente insultato dal laico, di cui disturba gli interessi (Socrate, Gesù). Si può dire in partenza che il chierico lodato dai secolari tradisce la sua funzione.”  La verità ha i confini sempre arruffati, ma i traditori di certo non mancano.

Nell’immagine: illustrazione di Escher.