Archivio mensile:novembre 2016

Non è colpa di nessuno

little-dorrit-prison-widescreen

Così come “David Copperfield“,  “La piccola Dorrit” è uno dei romanzi più autobiografici di Charles Dickens. Mentre però nel “Copperfield” l’autobiografismo è cercato soprattutto nella descrizione del protagonista-ragazzino in quanto “persona” (lo stesso David), in “Little Dorritt” invece i riferimenti  sembrano puntare di più sul contesto sociopolitico, nonché su quello architettonico e urbanistico londinese.

L’assoluto protagonista “ambientale” del romanzo è comunque senza dubbio la prigione di Marshalsea, la quale, come Dickens sapeva bene, è realmente esistita. In questa prigione venivano infatti reclusi coloro che non avevano assolto il dovere di pagare i debiti. Costoro rimanevano imprigionati fino a quando non fossero riusciti a saldare il dovuto. Oggi della prigione di Marshalsea rimane a Londra solamente la memoria “affidata al nome delle strade della zona, tra cui spiccano Marshalsea Road e Dorrit Street” (Carlo Pagetti), però esisteva fin dal XIV secolo, ed era situata nel quartiere di Southwark, a sud del Tamigi, finché nel 1842 ne fu decretata la chiusura.

John Dickens, padre dello scrittore allora dodicenne, vi venne rinchiuso nel 1824 per circa quattro mesi in quanto debitore insolvente. La famiglia lo seguì in carcere, con l’eccezione di Charles che venne mandato a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe. La terribile esperienza familiare segnò per sempre il carattere di Charles Dickens, che poi ne proiettò la triste esperienza nella rappresentazione di molti suoi personaggi.

marshalsea-prison

E’ noto d’altra parte che non pochi detrattori del nostro autore considerano molti suoi personaggi eccessivamente caricaturali, a volte macchiettistici, eccessivi e quindi complessivamente  irreali. A queste osservazioni critiche ha però più volte risposto lo stesso Dickens, come ad esempio nella prefazione al “Martin Chuzzlewit“, dove scrive:

 “Ciò che è esagerazione per un certo tipo di mentalità e per una serie di percezioni , è pura verità per altre. Colui che è comunemente chiamato presbite percepisce in prospettiva innumerevoli particolari e punti di riferimento inesistenti per un miope. Io mi domando a volte se, in certi casi, non possa esservi una differenza di questo genere tra taluni scrittori e taluni lettori; se sia sempre lo scrittore a colorare troppo intensamente o se di tanto in tanto non sia il lettore ad avere un po’ offuscata la percezione dei colori.

Su questo argomento dell’esagerazione ho un’esperienza concreta più curiosa delle riflessioni appena esposte. eccola: non ho mai copiato esattamente dal vero un personaggio senza che qualche duplicato di quel personaggio mi domandasse incredulo: “Andiamo, mi è mai realmente accaduto di conoscere un individuo simile?”.

Se è vero che nello svolgimento degli avvenimenti romanzati “La piccola Dorrit” riflette alcune delle sue tristi esperienze giovanili, ritengo comunque che la rappresentazione tipologica del personaggio più geniale e interessante del romanzo non sia tanto quella di una persona, quanto di una fantomatica istituzione denominata “Ufficio delle Circonlocuzioni”. Il quale ufficio ovviamente non esiste, però al tempo stesso esiste. Eccome se esiste: si tratta infatti della rappresentazione parodistica dell’apparato burocratico statale: “…l’attacco più devastante condotto da Dickens contro il sistema legislativo vigente negli anni Cinquanta dell’ottocento riguarda la pubblica amministrazione, così come essa è rappresentata, nella inefficienza e in tutta la sua arroganza, nel Circomlocution Office.” (Carlo Pagetti)

circonlocution-office

Ecco come questo ufficio viene descritto dall’autore:”Metteva il naso dappertutto, nelle grandi questioni come nelle piccole. Senza il placet di quel dicastero era impossibile provare il più evidente diritto o raddrizzare il torto più sfacciato. Se si fosse scoperta una nuova Congiura delle Polveri mezz’ora prima che appiccassero il fuoco alla miccia, nessuno avrebbe potuto salvare il Palazzo del Parlamento senza riunire almeno venti Consigli, riempire casse di verbali e sacchi di memoriali e un intero sotterraneo di corrispondenza sgrammaticata.

Codesto glorioso istituto era sorto quando gli uomini di Stato avevano scoperto quanto fosse difficile governare il paese; era stato il primo a studiare l’essenza di questa sublime rivelazione e a estenderne la brillante influenza su tutta la procedura ufficiale. Qualunque cosa ci fosse da fare, l’Ufficio delle Circonlocuzioni era alla testa di tutti gli altri uffici pubblici nello scovare il modo di non farla.

Attraverso questa delicata percezione, il tatto con cui ne faceva uso invariabilmente, e la genialità che vi applicava, l’Ufficio delle Circonlocuzioni era arrivato a superare tutti gli altri dicasteri, e la situazione pubblica era diventata… quella che era.”

Non sappiamo se qualche duplicato di burocrate circonlocutore abbia mai domandato incredulo:“Andiamo, mi è mai realmente accaduto di conoscere un istituto simile?”.  Scommetterei di sì. Tuttavia, come osserva Edmund Wilson, il bersaglio della denuncia di Dickens era “la borghesia piena di sé e moraleggiante che aveva fatto un progresso così rapido in Inghilterra ed era scesa come uno spegnitoio sui fuochi allegri della vita inglese: sulla spontaneità e allegria, sulla franchezza e sull’indipendenza, quelle istintive virtù che Dickens ammirava e nelle quali aveva fede. Il nuovo tempo aveva portato delle nuove specie di virtù per ricoprire i floridi vizi dell’avarizia gelida e dello sfruttamento feroce; e queste virtù Dickens le detestava.

little-dorrit-borgh

Come sempre è successo, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, ieri come oggi, lo scopo dell’Ufficio era di confermare il più possibile lo status quo, perciò ancora una volta di tutelare “i vizi privati e le pubbliche virtù”. I vizi pubblici vanno tenuti ben nascosti; per questo preciso scopo strategico si creano e si proteggono tatticamente determinate rispettabilissime istituzioni a ciò funzionali. Che pian piano iniziano a tutelare sé stesse, divengono autoreferenziali, parassitarie e irriformabili mediante le normali procedure democratiche proprio per il fatto di conoscerle e padroneggiarle meglio di chiunque altro.

Tant’é, questa la sua denuncia. Purtroppo Dickens cambiò poi all’ultimo momento il titolo del romanzo, abbandonando la scelta precedente, che era “Nobody’s Fault”, cioè “Non è colpa di nessuno”. Forse questo sarebbe stato al tempo stesso un titolo più adatto, un modo più efficace per alludere al dovere di ciascuno di assumersi le proprie responsabilità, da un lato; di denunciare il dominio incontrastato della pubblica ipocrisia nei meccanismi sociali, dall’altro. Come dire: “Così fan tutti? Non per questo è meno sbagliato.”

(La trasposizione televisiva di “Little Dorrit” a cura della BBC ha vinto sette Emmy – immagini tratte dalla miniserie TV)

La giustizia di circostanza

grosz01-big

zagrebelsky

Gustavo Zagrebelsky ha scritto che esiste un conflitto tra chi appartiene e chi non appartiene a un qualche “giro” o cerchia di potere.
Nella sua teoria, i “giri” sono strutture impermeabili di comando e di sottopotere che procedono per cooptazione e per esclusione, autogarantendosi e perpetuandosi, di per sé immobili. “Nei ‘giri’ ci si scambia protezione e favori con fedeltà e servizi. Questo scambio ha bisogno di ‘materia’. Occorre disporre di risorse da distribuire come favori: per esempio, denaro facile e impieghi (Cimone e Pericle insegnano), carriere e promozioni, immunità e privilegi. Occorre, dall’altra parte, qualcosa da offrire in restituzione.”

bel-amiL’appartenenza e la frequentazione di determinati ambienti di interesse non è di per sé né sbagliato né una novità, così come non lo sono le più che legittime attività di “lobbying” industriale. I grandi romanzi ottocenteschi sono infarciti di descrizioni delle manipolazioni più o meno riuscite che venivano compiute all’interno (o a lato) degli ambienti di influenza politici, sociali o finanziari. Un esempio per tutti:Bel Ami” di Maupassant, in cui il protagonista “diventa uno degli uomini di maggiore successo nella società parigina, grazie al giornalismo e alla sua capacità di manipolare donne potenti e intelligenti”.

Il problema (il grosso problema!) nasce quando l’asettico “giro” diventa una “cloaca” e la “cosa pubblica” si trasforma in bottino su cui mettere le mani per il reciproco dare e avere. A questo punto, all’interno del “giro” scatta un meccanismo feroce e implacabile: “Qual è la forza che lo muove? Poiché la protezione e i favori stanno su e la fedeltà e i servizi giù, dietro le apparenze delle allegre comunelle e della combutta innocente, si annidano sopraffazione e violenza. Il ricatto è il cemento. Si entra se si è ricattabili, e tutti, se sono dentro, per qualche ragione lo sono (…) Questa struttura del potere mai come oggi è stata estesa, capillare, omnipervasiva. Se potessimo sollevare il velo e avere una veduta d’insieme, resteremmo probabilmente sbalorditi di fronte alla realtà nascosta dietro la rappresentazione della democrazia. ”  (Gustavo Zagrebelsky – La tirannia occulta dei “giri” di potere – La Repubblica.it)

gramsci-quaderni-del-carcere

Secondo Antonio Gramsci: “L’egemonia di un centro direttivo sugli intellettuali si afferma attraverso due linee principali: 1) una concezione generale della vita, una filosofia (…) che offra agli aderenti una ‘dignità’ intellettuale che dia un principio di distinzione e un elemento di lotta contro le vecchie ideologie dominanti coercitivamente; 2) un programma scolastico, un principio educativo e pedagogico originale che interessi e dia un’attività propria, nel loro campo tecnico, a quella frazione degli intellettuali che è la più omogenea e la più numerosa (gli insegnanti, dal maestro elementare ai professori di Università).” [Antonio Gramsci – Quaderni del Carcere, quad. 19 (x) par. 27]

de-sanctis

Infatti, come ha scritto Francesco De Sanctis, ecco che dopo la Restaurazione “I gesuiti vennero in moda, sfogandosi i mali umori del secolo sopra gli altri ordini religiosi, come restii ad ogni novità. Il loro successo fu grande, perché in luogo di  alzare gli uomini alla scienza, abbassarono la scienza agli uomini, lasciando le plebi nell’ignoranza e le altre classi in quella mezza istruzione, che è peggiore dell’ignoranza. Parimente, non potendo alzare gli uomini alla purità del Vangelo, abbassarono il Vangelo alla fiacchezza degli uomini, e costruirono una morale a uso del secolo, piena di scappatoie, di casi, di distinzioni, un compromesso tra la coscienza e il vizio, o, come si disse, una doppia coscienza.” (Francesco De Sanctis – Storia della Letteratura Italiana)

bendaDel resto Julien Benda già nel 1927 denunciava l’avvenuto cedimento su tutto il fronte intellettuale:“E’ risaputo che, da mezzo secolo, tutta una scuola, non solo d’uomini d’azione ma di gravi filosofi, insegna che un popolo deve farsi una concezione dei suoi diritti e dei suoi doveri ispirata allo studio del proprio genio specifico, della propria storia, della propria posizione geografica, delle circostanze particolari nelle quali si trova, e non ai comandamenti di una sedicente coscienza dell’uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi; che una classe deve costruirsi una scala del bene e del male determinata dai suoi specifici scopi, delle condizioni specifiche in cui si trova e smettere d’essere sensibile alla ‘giustizia in sé’, alla ‘umanità in sé’, e ad altri ‘orpelli’ della morale generale.” (Julien Benda – Il Tradimento dei Chierici)

Sarah Bakewell

E’ triste affermarlo, eppure la pecoristica propensione alla “servitù volontaria” rispetto a entità di presunta potenza e nobiltà superiori, nonché alle regole esplicite e implicite da esse dettate di volta in volta, sembra essere connaturato all’essere umano: “La Boetie era veramente giovane quando scrisse il “Discorso sulla servitù volontaria” (…) Il soggetto del “Discorso” è la facilità con cui nel corso della storia, i tiranni hanno dominato le masse, nonostante il loro potere sia evaporato nell’istante in cui quelle stesse masse hanno deciso di non sostenerli più. Non serve una rivoluzione: la gente deve solo smettere di partecipare al sistema e di accrescere le file degli eserciti e dei leccapiedi che lo sostengono. Questo però non succede quasi mai, neppure a quei tiranni che trattano i propri sudditi in maniera abominevole. Più affamano e maltrattano la gente, più questi sembrano amarli (…) Il mistero della tirannia è profondo quanto quello dell’amore stesso.” (Sarah Bakewell – Montaigne. L’arte di Vivere, Fazi Editore – 2011)

Ma i complici, i colpevoli, non sono solamente i soggetti che pianificano e partecipano attivamente, ma anche e soprattutto quelli numerosi che assistono passivi, coloro che fingono sempre di non vedere, di non capire, alimentando così surrettiziamente il velenoso meccanismo criminale della segretezza omertosa. La morale e la giustizia sono troppo spesso di “circostanza” (gesuitica secondo De Sanctis, brescianesca secondo Gramsci) , in parte per codardia e in parte per tacita speranza di compartecipazione a banchetti presenti e/o futuri, oggi come ieri. Ecco in proposito un memorabile personaggio di Dickens:dickens-la-piccola-dorrit“La signora General non aveva opinioni personali. Il suo metodo educativo consisteva nell’impedire che si formassero opinioni. Possedeva un piccolo binario circolare di concetti, su quale metteva in movimento certi trenini che trasportavano le opinioni degli altri e non si sorpassavano e non arrivavano mai in nessun posto. Con tutto il suo rispetto delle convenienze, non avrebbe potuto negare  che in questo mondo esistono anche delle sconvenienze; ma se ne liberava nascondendole in modo che nessuno riuscisse a scorgerle, volendo con ciò dare l’impressione che non esistevano. Un altro dei suoi modi per formare la mente era questo: ammucchiava in un armadio ideale tutte le cose difficili, ve le chiudeva a chiave e affermava che non esistevano più. Semplice, non c’è che dire, e molto elegante.” (Charles Dickens – La Piccola Dorritt)

L’illustrazione in testa è di George Grosz (caricatura per la rivista “Simplicissimus”): nella Germania descritta da Grosz, ogni cosa e ogni persona risultavano in vendita. Figurarsi i principi di equità e di giustizia: come ha scritto Barrès, “ogni uomo che si rispetti” può concepire unicamente una giustizia di circostanza.

La politica del tram

tram

L’ ossimoro è una “figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini contraddittori, in modo tale che si riferiscano a una medesima entità. L’effetto che si ottiene è quello di un paradosso apparente; per es.: lucida follia; tacito tumulto (G. Pascoli); convergenze parallele (A. Moro); insensato senso (G. Manganelli).”  (da Treccani.it). Anche “politico antipolitico” è un ossimoro, eppure negli ultimi anni, ma direi almeno due decenni, per fare carriera politica in Italia, paradossalmente,  bisogna incarnare proprio tale figura retorica.

Ieri sera il nostro Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, intervistato da Fabio Fazio nel corso della trasmissione “Che Tempo Che Fa”, discutendo naturalmente del referendum prossimo venturo, tra l’altro ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Se la gente vota no, non troverete un solo politico disposto a ridursi il proprio stipendio e il proprio incarico.” Tipica frase da bar, con tutto il rispetto dei bar, nei quali capita a volte di ascoltare ragionamenti molto più coerenti e disinteressati. Un ossimoro bello grosso, direi, il nostro Renzi, essendo il più importante politico italiano del momento.

A voler essere pignoli, poi, al nostro premier è riuscito un piccolo capolavoro di incoerenza (stavo per dire ipocrisia) in quanto con una stessa frase, peraltro breve, è riuscito ad unire al predetto ossimoro anche una bella antinomia nuova di zecca (L’antinomia – dal greco αντι, preposizione che indica una contrapposizione, e νομος, legge – è un particolare tipo di paradosso che indica la compresenza di due affermazioni contraddittorie, ma che possono essere entrambe dimostrate o giustificate. In questa situazione non è possibile applicare il principio di non-contraddizione – da Wikipedia)

Si tratta del classico caso del “paradosso del mentitore”: In logica il “paradosso del mentitore” (più propriamente “antinomia del mentitore”) è descritto come: data una proposizione autonegante come “Questa frase è falsa”, nessuno riuscirà mai a dimostrare se tale affermazione sia vera o falsa;

  • se infatti fosse vera, allora la frase non sarebbe veramente falsa (la verità della proposizione non invalida la falsità espressa nel contenuto della proposizione).
  • se invece la proposizione fosse falsa, allora il contenuto si capovolgerebbe (è come se dicesse “Questa frase è vera”) quando abbiamo appena affermato il contrario.” (da Wikipedia)

Molto più coerente e cinico di Renzi è invece un’altro famoso politico: Jean-Claude Juncker , presidente della Commissione europea dal 1º novembre 2014, il quale avrebbe serenamente dichiarato quanto segue: “Tutti noi (dirigenti della U.e.) sappiamo cosa si deve fare, soltanto non sappiamo come essere rieletti dopo che lo avremo fatto.” Così, giusto per generare qualche ulteriore dubbio sullo stato di salute delle cosiddette “democrazie occidentali”, che a conti fatti tanto democratiche non sembrano poi essere.

Al fine di evitare (o quantomeno ritardare quanto più possibile) l’avvento del prossimo Trump anti-establishment (ulteriore ossimoro antinomico) europeo, credo che l’unica ricetta sia quella suggerita in un bellissimo articolo di Paolo Rumiz pubblicato su “La Repubblica” il 10 novembre 2016. Il titolo, indovina un po’, è: “La politica del tram“. Ecco qualche estratto.

“Dopo aver dedicato una vita all’ascolto delle periferie, sono un po’ stufo dello sconcerto dei bempensanti per le bastonate elettorali inflitte dalle Destre al pensiero “no border”. Sempre la stessa scena, sempre lo stesso brusco risveglio davanti al caffellatte del mattino o al ritorno in ufficio. “Incredibile”, “Non me l’aspettavo”, “Voto shock”, “I sondaggisti hanno sbagliato”, eccetera.” (…) Se c’è una cosa che ho capito nella mia vita raminga, è che si impara più in tram che dalle analisi di un luminare, più dal bar d’angolo che da un costoso sondaggio. (…)

Quando mi spendo nelle scuole e parlo a aule piene di adolescenti spaesati, spesso saturi di web e senza più maestri nemmeno in famiglia, vedo che essi apprezzano due sole cose in chi li incontra. Non la competenza professorale, ma le scarpe impolverate e la passione ardente del cuore. È grazie a queste sole armi che vedo accendersi i loro occhi.

È quello il passepartout. Quello l’argine fondamentale all’imbarbarimento del linguaggio, alimentato dai “social” e dalla Tv spazzatura, che potrebbe portare molto male all’Europa e al mondo. Andate in tram, cari politici. O vi ci dovrete attaccare.”

Meglio di così non si poteva dire. Eppure lo scriveva già Ippolito Nievo nelle “Confessioni d’un italiano” (pubblicato nel 1858): “come negli individui, così nei consorzi e nelle istituzioni umane, senza il germe, senza il nocciolo, senza il fondo spirituale, nemmeno l’organismo materiale prolunga di molto i suoi moti. E se una forza estranea non distrugge violentemente i congegni, la vita a poco a poco s’affievolisce e s’arresta di per sé.” 

 

Libri di musicisti

music-literature

A pagina 150 di “Born To Run“, l’autobiografia di cui al precedente post, Bruce Springsteen scrive: “La prima volta che senti la tua musica su un nastro professionale inizi a sudare freddo e ti viene voglia di uscire dalla stanza strisciando. Nella mente e nei sogni l’effetto è sempre migliore che alla fredda luce dello studio. Il tuo vero sound è quello, e ti schiaccia come un peso da duecento chili. All’improvviso ti rendi conto di essere un cantante meno straordinario, un chitarrista meno dotato e naturalmente – come del resto tutti, musicisti e non – un tipo meno attraente di quanto pensassi. Il nastro se ne frega delle preziose illusioni che ti sei costruito per farti coraggio, devi farci il callo.”

david-byrneUn concetto molto simile è espresso da David Byrne nel suo bellissimo “Come funziona la musica” (edito in Italia da Bompiani nel 2013/2014); testo che pur non essendo una vera e propria autobiografia, giocoforza richiama e ragiona sulle numerosissime esperienze della propria pluridecennale e splendida carriera. A pagina 147, infatti, Byrne scrive: “Quando infine registrammo il nostro primo vero disco, “Talking Heads: 77“, nel complesso si trattò di un’esperienza orribile. Niente suonava come lo sentivamo nelle nostre teste, o come eravamo abituati a sentirlo in concerto, anche se ciò potrebbe dirla lunga sulle nostre teste, le nostre speranze e il suono che immaginavamo oltre che sul risultato della registrazione. O forse era semplicemente mancata l’alchimia. Tutti conoscono lo strano effetto di sentire la propria voce registrata. Immaginate quindi un intero gruppo che sente la propria “voce” registrata praticamente per la prima volta. Fu deprimente, sconfortante e ci sentivamo disorientati.”

Ma Bruce Springsteen è anche coautore del primo grande successo mondiale di Patti Smith: just_kids_patti_smithBecause The Night, (“Perché la notte appartiene agli amanti – Perché la notte appartiene alla lussuria –  Perché la notte appartiene a noi”, qui con gli U2), inserito nel suo terzo album, “Easter“. Ecco allora che diventa obbligatorio ricordare “Just Kids“, straordinario libro autobiografico di Patti Smith, da lei dedicato al suo grande “amico-compagno-complice” di gioventù, il fotografo Robert Mapplethorpe, (assieme a lei in copertina): “Su Robert è stato detto molto, e molto altro si dirà. I giovani faranno propria la sua andatura. Le giovani vestiranno di bianco e piangeranno i suoi riccioli. Verrà condannato e venerato. I suoi eccessi biasimati oppure romanzati. Alla fine, la verità potrà essere ritrovata soltanto nella sua opera, il corpo materiale dell’artista. Essa non svanirà. Gli uomini non possono giudicarla. Poiché l’arte canta di Dio, e a lui appartiene in ultima istanza.” E poi, a pagina 17: “Nel corso degli anni i nostri ruoli si sono invertiti, poi invertiti di nuovo, finché non abbiamo accettato la nostra natura duplice. Entrambi racchiudevamo principi opposti, luce e tenebra.”

keith-richardsAncora, sempre Springsteen scrive dell’emozione e gratitudine provata per l’invito dei Rolling Stone a partecipare come ospite ad un loro concerto: “Per il pubblico di Lisbona rimarrà un ricordo indelebile. Poter vedere contemporaneamente sul palco Rolling Stones e Bruce Springsteen è una cosa che capita forse solo una volta nella vita (…)  in occasione del festival Rock in Rio che si è tenuto nella capitale lusitana, Mick Jagger e compagni hanno voluto regalare al pubblico presente una sorpresa di quelle indimenticabili: a un certo punto dello show, infatti, il Boss è salito palco per duettare con la band britannica.”(da virginradio.it). Il che ci ricorda che anche Keith Richards ha scritto la sua personale autobiografia, intitolata Life  ed edita in Italia da Feltrinelli: è la storia del rock’n’roll, è la storia di un’epoca, è la storia dei Rolling Stones. È una vita raccontata da Keith Richards. Da quel lontano dicembre del 1943 quando il piccolo Keith vede la luce in una cittadina del Kent e dalle prime suggestioni musicali trasmessegli dalla madre (Billie Holiday, Louis Armstrong, Duke Ellington), passando dagli anni della scuola – dove incontra Mick Jagger – fino al riff di chitarra più famoso, quello di (I can’t get no) Satisfaction” (dalle note di copertina).

marsalisQuello che unisce tutto ciò è la musica e la letteratura. Poteva mancare il jazz? No di certo. Infatti Winton Marsalis ha scritto “Come il jazz può cambiarti la vita“, anch’esso pubblicato in Italia da Feltrinelli: “Non è solo musica, il jazz. È anche un modo di stare nel mondo, e un modo di stare con gli altri. Al cuore della sua “filosofia” ci sono l’unicità e il potenziale di ciascun individuo, uniti però alla sua capacità di ascoltare gli altri e improvvisare insieme a loro. È stato creato dai discendenti degli schiavi, ma sa parlare di libertà. È figlio della malinconia del blues, ma sa lasciarsi andare alla felicità più pura. Le sue radici sono nella tradizione, ma la sua sfida è la continua innovazione. E anche se vive di tensioni armoniche e ritmiche, ha saputo e sa essere ancora messaggero di pace. Wynton Marsalis fa leva sulla sua eccezionale storia artistica e sull’eredità dei grandi maestri per introdurci in questo universo fatto di opposti che si riconciliano. Con la passione del protagonista racconta storie del presente e del passato. Con la competenza dello studioso spiega cosa e come ascoltare. E soprattutto mostra come le idee centrali del jazz possano aiutare le persone e le comunità a cambiare il loro modo di pensare e di agire, con se stesse e le une con le altre.”

bob_dylan_chronicles_volume_1La musica, la letteratura; l’Arte può cambiare la vita delle persone, anzi la cambia continuamente. C’è poi chi dice che a lui la musica gliel’ha addirittura salvata, la vita. Come Bob Dylan, per esempio, che pure ha scritto tempo fa la sua autobiografia (Chronicles – edita in Italia tanto per cambiare da Feltrinelli). Di lui Springsteen in “Born To Run” scrive: “Bob mi ringraziò: ‘Se c’è qualcosa che posso fare per te…’. ‘Stai scherzando?’ pensai, quindi risposi: ‘L’hai già fatto’. Era il mio modello, volevo essere anch’io capace di raccontare le esperienze e il mondo in cui vivevo e questo  significava scrivere brani migliori e più personali di quanto avessi mai fatto. (…) mi aveva persuaso che era possibile trasmettere una visione autentica e incontaminata a milioni di persone, cambiare le coscienze, ravvivare gli spiriti, infondere sangue fresco a un paesaggio pop anemico e lanciare un avvertimento, una sfida che potesse diventare parte integrante del discorso americano.” Tanta roba, come si dice. Dylan com’è noto ha addirittura vinto il Nobel per la letteratura. Tante polemiche ha suscitato questo premio Nobel che, per essere chiaro, mi limiterò a dire, così en passant, che questo Nobel è assolutamente giusto e strameritato. Perché lui, di vite, ne ha cambiate e ne ha salvate davvero tante. E perché musica e letteratura nella storia non sono mai state separate una dall’altra. Baricco se ne faccia pure una ragione.

 

 

 

 

Born to run

born-to-run

Partirei dal presupposto che, a meno di essere critici letterari di professione, di solito tendiamo a leggere l’autobiografia di personaggi che ammiriamo. Personalmente infatti non leggerei  mai, per esempio, l’autobiografia di Liala o, chessò, di Raoul Casadei, ammesso che esse esistano.

Leggere l’autobiografia di Bruce Springsteen, (Born To Run, pubblicata in Italia da Mondadori) equivale quindi in un certo senso già di per sé ad una “dichiarazione d’amore” per l’autore. Anche perché si tratta di un volume non certo di difficile lettura ma nemmeno “leggero” in senso stretto (pensiamo alle impegnative descrizioni dei problemi di rapporto con il padre, nonché delle periodiche crisi depressive) e comunque abbastanza ponderoso: 536 pagine + foto.

Una volta chiarito che amo da sempre la sua musica, rinuncio di conseguenza a tentare qualsivoglia (per me impossibile in tutti i sensi) “critica letteraria”. La sensazione è comunque  che la copertina stessa del libro, tutta in bianco e nero, anzi in toni di grigio quasi si trattasse di una fotocopia dell’originale, stia a segnalare il fatto che le luci e i colori della vita da rockstar non è detto si mantengano sempre, una volta scesi dal palco e spento i riflettori. Dopodiché, leggendo il libro, l’urgenza immediata è quella di ascoltare ancora una volta la sua musica. Come ad esempio Hungry Heart:

Oppure di rivedere il video del suo Super Bowl Halftime Show 2009, del quale Springsteen scrive:

“Ancora una volta, la teoria della relatività si dimostra valida. Sul palco, l’euforia è direttamente proporzionale al vuoto sopra il quale stai ballando. Una performance che fino ad allora avevo guardato con sospetto aveva suscitato una reazione emotiva imprevedibile in me e nella mia band. Fu un momento clou, quasi uno spartiacque, tanto da aggiungersi ai concerti più indimenticabili della nostra carriera. La NFL ci aveva organizzato una festa di quelle che mai ci saremmo sognati, addirittura i fuochi d’artificio! Nel bel mezzo della partita di football, ci avevano permesso di raccontare una piccola parte della nostra storia.” (pag.479-480)

Che altro dire, a questo punto? Pare tutto superfluo e tutto indispensabile al tempo stesso. Limitiamoci quindi a questa citazione da pagina 37, dove parla della sua infanzia:

“Quando scoppiava un temporale, la nonna mi prendeva per mano e mi portava di corsa a casa di zia Jane, oltre la chiesa. Qui assistevo alla magia nera delle donne, che mormoravano preghiere mentre la zia ci aspergeva di acqua santa da una boccetta. A ogni lampo la sommessa isteria saliva un poco, finché sembrava che Dio stesso fosse lì lì per incenerirci. Si raccontavano storie di vittime di fulmini, e un giorno qualcuno commise l’errore di dirmi che il rifugio più sicuro durante i temporali erano le automobili, perché gli pneumatici facevano da isolanti. da quel momento, al primo tuono iniziavo a frignare, i miei mi portavano in macchina e mi lasciavano lì finché non spioveva. Non a caso avrei scritto testi sulle auto per tutta la vita.”

E forse non a caso avrebbe scritto anche “Thunder Road“: