Archivio mensile:dicembre 2016

La forza tranquilla

Susan Cain è un’avvocato americano (il termine avvocatessa non mi piace) che vive nella Hudson River Valley. Ha scritto un libro dal titolo “Quiet. The Power of Introverts in a World That Can’t Stop  Talking“, pubblicato in Italia nel 2014 da Bompiani (Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare), in cui tra l’altro scrive che “Il più importante aspetto, preso singolarmente, della personalità – il “nord e il sud del temperamento” come la mette giù uno scienziato – consiste nel posto in cui ci collochiamo all’interno della gamma introverso-estroverso.” 

Il libro inizia così (traduzione mia dal testo inglese):

“Montgomery, Alabama. 1 dicembre 1955. Prima serata. Un autobus arriva alla fermata, una dignitosa signora quarantenne sale a bordo. Si muove eretta, nonostante abbia trascorso tutta la giornata china su un asse da stiro in un sudicio laboratorio sartoriale sotterraneo del reparto magazzino al Montgomery Fair. I sui piedi sono gonfi, le spalle dolgono. Si siede nella prima fila del settore delle persone di colore e guarda in silenzio il bus riempirsi di passeggeri. Finché l’autista le ordina di cedere il suo posto a un passeggero bianco.

La donna pronuncia una sola parola, la quale parola innescherà una delle più importanti proteste per i diritti civili del ventesimo secolo, una parola che aiuterà l’America a trovare il meglio di sé stessa.

La parola è “No.”

L’autista la minaccia di arresto.

“Lo può fare,” dice Rosa Parks.

Arriva un poliziotto che le chiede perché non vuole spostarsi.

Lei risponde semplicemente: “E perché tutti voi ci maltrattate sempre?”

“Non lo so,” dice lui, “ma la legge è la legge, e tu sei in arresto.”

Nel pomeriggio del suo processo e della condanna per condotta impropria, la “Montgomery Improvement Association organizza una manifestazione per Parks nella Chiesa Battista di Holt Street, nella parte più povera della città. Cinquemila persone si riuniscono per sostenere l’isolato gesto di coraggio di Parks. Si stringono nella chiesa finché non c’è più posto. Gli altri attendono pazientemente fuori, ascoltando gli altoparlanti. Il Reverendo Martin Luther King Jr. si rivolge alla folla. “Arriva un momento in cui le persone si stancano di essere calpestate dal tallone di ferro dell’oppressione,” dice loro. “Arriva un momento in cui la gente si stanca di essere esclusa dalla scintillante luce solare di luglio ed essere lasciata in piedi nel freddo di un novembre alpino.”

Luther King elogia il coraggio di Parks, l’abbraccia. Lei rimane silenziosa, la sua sola presenza è sufficiente a galvanizzare la folla. L’associazione lanciò un boicottaggio dei bus che durò 381 giorni. Le persone arrancarono fino al lavoro per miglia. Condivisero le auto con estranei. Cambiarono la direzione della storia americana.

Ho sempre immaginato Rosa Parks come una donna imponente, con un forte temperamento, qualcuno che può facilmente scendere in campo e affrontare tutto un autobus pieno di passeggeri infuriati. Ma quando lei morì nel 2005 all’età di novantadue anni, la marea di necrologi la ricordavano come piccola di statura, dolce e dalla voce carezzevole. Dicevano che lei era “timida e riservata” ma aveva “un coraggio da leone”. Erano pieni di frasi come “profonda umiltà” e “silenziosa forza d’animo. Cosa significa essere tranquillo e avere coraggio? quelle descrizioni chiedono implicitamente. Come puoi essere riservato e coraggioso?

La stessa Parks sembrava consapevole di questo paradosso e  infatti intitolò la sua autobiografia “Quiet Strength”, “Forza Tranquilla” – un titolo che ci stimola a interrogarci sui nostri presupposti ideologici. Per quale motivo infatti la persona tranquilla non dovrebbe essere forte? E quali altre cose di cui non la crediamo capace può al contrario essere in grado di fare?”

«La force tranquille» è anche il famoso slogan utilizzato nel 1981 da François Mitterand, su suggerimento del pubblicitario Jaques Séguéla che a propria volta lo trasse da un famoso discorso del 1936 leader socialista prebellico Léon Blum. Che a sua volta l’avrà preso da qualcun altro… Resta il fatto che il silenzio, la tranquillità, la quiete, gli introversi, anche se godono tutti di poco rispetto, di cattiva fama e di peggiore salute, hanno sempre avuto una un grande potere, ma direi soprattutto importanza, nella realtà dei fatti, come sostiene la stessa Susan Cain in questo delizioso TED Talk del febbraio 2012 (sottotitoli in italiano). Che merita senz’altro la visione e l’ascolto:

Qui il link per il suo sito: Quiet Revolution.com

 

I limiti della democrazia

“La gente”, in sé e per sé, non è automaticamente migliore dei governanti deposti. Spesso ne è anzi il calco quasi preciso (e viceversa), ma peggiorato dall’alibi tremendo di sentirsi tendenzialmente innocente.”
Due titoli di Cuore del 1992 (anno della cosiddetta “Tangentopoli):
“Hanno la faccia come il culo”, rivolto ai governanti.
E
“I limiti della democrazia: troppi coglioni alle urne”, rivolto al mito della “brava gente”.
Sentirsi a prescindere “contro il potere” è facile e gratificante. E intellettualmente confortevole. Più faticoso provare a leggere, dentro il corpo della società, le pulsioni generose e quelle meschine, parteggiando per le prime e combattendo le seconde.
(Michele Serra – L’amaca, 17 dicembre 2017)
«La realtà che abbiamo davanti è chiara: solo una presa di coscienza collettiva e un impegno altrettanto esteso può riuscire a invertire una tendenza che vede tangenti e abusi prosperare nella pubblica amministrazione ».

(Raffaele Cantone, 53 anni, presiede l’Autorità nazionale anticorruzione dal 27 marzo 2014)

La pubblica amministrazione è il vero problema dell’Italia. La burocrazia. Il fatto è che prendere una posizione dura e precisa contro la corruzione comporta un prezzo molto alto. Il motivo è molto semplice: a chiacchiere siamo tutti d’accordo. Nei fatti invece mettendosi “contro il sistema” si rimane isolati, e in certi ambienti anche un po’ disprezzati. Non allinearsi può essere molto rischioso, la richiesta minima è far finta di niente. Questo perché sono state messe a punto metodologie collusive e/o ricattatorie sofisticatissime e criminalmente geniali. Le parole chiave sono “cooptazione” e “meritocrazia” (all’interno di quest’ultima starebbero “onesta’” e “competenza”) troppo spesso incompatibili  tra loro a causa dei subdoli meccanismi che li legano. O meglio, spesso si escludono a vicenda.  L’unica possibile soluzione è quella indicata da Cantone, per il momento però siamo davvero molto lontani. Le fette di salame (o mortadella, secondo i gusti) si sprecano. “Ma chi me lo fa fare?” il pensiero più sottaciuto e condiviso.

Pregiudizi

Non ne vado fiero, tuttavia confesso che ogni automobilista provvisto del terribile “Arbre Magique“, penzolante dallo specchietto all’interno del suo mezzo, suscita in me un’istintiva quanto irrazionale diffidenza, confinante l’antipatia a meno che si tratti di una signora o signorina sufficientemente graziosa. Stessa cosa succede riguardo i proprietari di case disgraziatamente cosparse dei cosiddetti “deodoranti ambientali”: ciotole traboccanti odorosi pout-pourri, candele di varie forme e colori, spray profumati, emissioni aromatiche di vario genere o bastoncini di incenso in lenta combustione sono ai vertici della classifica dei segnali di allarme.

Se poi ai sopracitati strumenti di tortura olfattiva aggiungiamo scaffali provvisti anche di un solo libro il cui autore risulti essere, tanto per fare qualche nome a caso, Bruno Vespa, o Nicholas Sparks, o Federico Moccia, o Paulo Coelho, o Wilbur Smith, oppure uno qualsiasi della collana Harmony e/o Liala, ecc. (tutti indizi di gradimento dei più beceri fenomeni paraletterari), a quel punto non rimane che attendere il successivo colpo basso. Potrebbe esser ad esempio la sopraggiunta diffusione a tradimento di un sottofondo ambientale, genere “rilassante” musica new-age: se va bene si tratterà di Ludovico Einaudi. Con ciò si  raggiunge l’apice di un disprezzo (non violento e per quanto possibile  inespresso) nei confronti della persona portatrice di siffatte insane degenerazioni culturali.

Il rapporto interpersonale potrebbe ancora avere qualche esile possibilità di recupero (ammessa e non concessa l’esistenza di un reciproco interesse in proposito). Purtroppo è scientificamente provato che i gravi indizi sopracitati conducono quasi sempre alla prova definitiva, quella letale: le preferenze televisive! Frequentare il poco raccomandabile soggetto sopra descritto condurrebbe in modo fatale a ripetute quanto forzose visioni di discutibili ma immortali programmi TV quali “Chi l’ha visto?“, “Paperissima“, “Striscia la Notizia“, “Porta a Porta” e similari (dal che tra l’altro risulta come Bruno Vespa risulti doppiamente colpevole di genocidio culturale in quanto sovraesposto sia sul media televisivo sia su quello cartaceo). Previsione sul brano musicale preferito del nostro? “Montagne verdi” di Marcella Bella. Sulle referenze cinematografiche? “Vacanze di Natale“, ovvio.

A quel punto, vincoli parentali o professionali a parte, risulta chiaro che le possibilità di ulteriori relazioni interpersonali risultano congelate tre metri sotto lo zero. Per non sconfinare in pensieri e/o azioni inopportuni e ineleganti, non rimane allora che  una sola possibilità, simulare un’educato quanto ipocrita apprezzamento per il degradato contesto socio-ambientale in cui l’inconsapevole soggetto risulta impantanato, anche ma non solo per sua colpa (la “società” e le “istituzioni” si assumano le loro responsabilità). Per poi defilarsi, svicolare, fuggire e quindi tornare non appena possibile alla propria personale, criticabile ma tutt’altro che disprezzabile dimensione radical chic.

 

 

 

 

 

Dove finisce la storia?

alessandro-piperno

But this is where the story ends / Or have we just begun / To kiss away the difference / I know you hate this one. (Ma questo è dove finisce la storia, / O abbiamo appena iniziato / Senza contare la differenza / So che lo odi).
Citata da una protagonista del romanzo, la canzone Where the Story Ends del gruppo americano The Fray dà il titolo all’ultimo di libro di Alessandro Piperno, già Premio Strega nel 2012 con Inseparabili“. Onestamente non conoscevo la canzone né il gruppo (altrettanto francamente dichiaro che non mi pare di aver perso un granché). Ma il punto non è questo.
Il fatto è che, al contrario, non conoscere i  libri di Piperno significa perdersi davvero qualcosa, a partire dal romanzo di esordio del 2005, “Con le peggiori intenzioni“.  Anche in questa sua ultima pubblicazione, “Dove la storia finisce” l’autore appare come sempre al tempo stesso critico e affettuoso, sarcastico e orgoglioso rispetto al mondo ebraico (… un ambiente che un tempo si sarebbe chiamato “buona società”…) a cui appartiene. Fra tutte le questioni riferite al testo in oggetto dai mezzi di comunicazione, mi ha però colpito in particolare la ripetuta  dichiarazione di “affinità” dell’autore rispetto a una protagonista del suo romanzo: “Sicuramente il personaggio che ho più sfumato, su cui ho più lavorato, con il quel sono entrato in una relazione empatica se così si può dire, è il personaggio di Federica, che è un personaggio, diciamo così, ambiguo. Nel senso che da un lato può sembrare la più classica delle passive-aggressive, quindi coloro che odiano a tal punto il conflitto da tentare in ogni modo di disinnescarlo, ma in questo senso provocando negli altri una forma di risentimento (Intervista a Corriere TV – “La Lettura“).
lavversarioE poi, in altro contesto: “Federica è indulgente, fugge da ogni forma di conflitto e rispecchia bene la mia idea temperante dell’esistenza (…) Credo nei libri, ma non nel marketing letterario. Non penso che calcare i palcoscenici alla lunga paghi. E poi mi sento inadeguato, sul palco soffro. E’ anche una forma di autoironia, di orrore per me stesso. In realtà sono timido, soffro della sindrome dell’impostore. Vivo nell’idea di essere smascherato. Mi comporto come “L’ Avversariodi Carrère, pur non avendo menzogne da nascondere.” (Intervista di Raffaella De Santis – Repubblica it).
Che altro aggiungere? Interessante questa Federica, carattere conciliante, persona affettuosa che ama leggere i grandi classici, come “I Buddenbrook” di Thomas Mann o “Pamela” di Richardson. E interessante, davvero molto interessante ci risulta l’intellettuale Alessandro Piperno, ha un’idea temperante dell’esistenza, si identifica con i suoi personaggi di basso profilo, e in questo suo libro – senza dubbio il più “tenero”, il meno “cattivo” e livoroso tra tutti i suoi precedenti – riesce comunque ad inserire opinioni lucide e feroci come questa di pagina 221: “Come tutte le coppie piene di soldi e con un’alta opinione di sé, i Mogherini amavano esercitare un potere dispotico su chiunque gravitasse nella loro orbita. La prosperità finanziaria li aveva illusi che la vita avesse un senso di cui si sentivano depositari e sacerdoti.”
Dal che si deduce che anche Piperno possiede forse un dubbio e almeno una convinzione: ammesso che la vita abbia un senso, questo senso non consiste di certo nel detenere il potere finanziario. Ne è convinto e non  ha paura di scriverlo. Chapeau.