Archivio mensile:gennaio 2017

Strafalcioni letterari

Gli strafalcioni della pubblica burocrazia (vedi sopra) sono quasi sempre poco divertenti, anche perché spesso sono dettati più da una precisa e finalizzata volontà, piuttosto che da  distrazione o bieca ignoranza. Su “Robinson” di questa settimana è invece uscito un divertente articolo di Michele Smargiassi dal titolo “Quando al libraio c’è chi chiede ‘Il fu Mattia Bazar‘”. Si basa su informazioni tratte da alcuni blog gestiti da librai. I quali blog “ si sono moltiplicati nel tempo. Oggi le raccolte di titoli storpiati e improbabili sono spesso alimentati dagli stessi clienti in una sorta di gioco di società (…) Perché lo sapete, vero, che non appena giriamo le spalle alla cassa i librai tengono nota delle nostre gaffe, gli epic fail della nostra cultura.” Ecco qualche gustoso esempio di “dialogo da bancone”:

Cliente: “Ciao, mi serviva un libro da regalare: Libraio: “OK, hai già in mente qualcosa? Il genere, eccetera? Cliente: Veramente no. Ma è un regalo di Natale, quindi.. boh… qualcosa con la copertina rossa?”

Cliente: “Avete Romeo e Giulietta? Sa, quella storia sulle due famiglie che non si possono vedere, i Mentecatti e quegli altri…”

Cliente: “Ciao, mi consigli un libro da regalare? Libraio: “Certo. Un romanzo? Un saggio? Cliente: “No, no, va benissimo un libro, grazie. Preferisco”.

Poi c’è la casalinga che cerca “L’agnello del Re Salomone“, quello che spesso non sa nemmeno ciò che cerca: “Scusi, di Harry Potter hanno fatto anche il libro”? “Qualcuno dovrebbe scriverlo, I fratelli Kalshnikov, romanzo filosofico sui dilemmi morali di una famiglia di terroristi.” E poi: “se qualcuno cerca “I viaggi di Gullit” o “La coscienza di Zenga” significa che lettura e tifo calcistico non hanno già divorziato.

Ma ecco gli errori più comuni: Le Braccianti, di Euripide; Lettere a Lucifero, di Seneca; Il serpente nella neve, di Rigoni Stern; La vita agra, di Bacardi; Il barone ruspante, di Calvino; Colazione in Sicilia, di Vittorini; Il deserto del tartaro, di Buzzati; I buoi oltre la siepe, di Harper Lee.

Concludendo, forse “questa etnografia del lettore ansioso rivela freudianamente qualcosa sui nostri pensieri. Chi vuole leggere Gomorrea prova forse disgusto civile per la malattia della legalità? A volte dietro lo sbaglio magari c’è il giusto”.

Insomma, come al solito uno Smargiassi al tempo stesso ironico, profondo e divertente.

 

Wolfango

Il pittore bolognese Wolfango Beretti Poggi, per gli appassionati d’arte semplicemente “Wolfango”, si è spento serenamente nella notte tra il 15 e il 16 gennaio, all’età di 90 anni.

“Il consiglio comunale ieri ha ricordato il pittore bolognese, con un minuto di silenzio e poi con un intervento del vicepresidente Marco Piazza: «Se qualche volta siamo coinvolti in una noiosa conferenza stampa in sala Savonuzzi, dobbiamo dire grazie a lui se possiamo comunque usare il nostro tempo ammirando quello splendido dipinto, “Il cassetto” che Wolfango ha donato a Palazzo d’Accursio. Un’opera di cui non si finisce mai di scoprire nuovi dettagli. La guardo da tanti anni e ogni volta ci trovo qualcosa di nuovo.”

Wolfango dipingeva cose vere: Il cassetto”, dipinto ta il 1976 e il 1977, è un vero cassetto di casa. L’idea gli è venuta dalla lettura capitolo 17, Itaca, di “Ulysses” di Joyce, elenco minuzioso del contenuto del primo cassetto di Bloom, non chiuso a chiave”

Ma la cosa più straordinaria a mio parere è ancora un’altra: “Realizzava quadri di grandi dimensioni, che con tutta evidenza, ricorda ora Riccomini, lo storico dell’arte che gli è stato mentore e amico, fuori da quelle pareti non sarebbero mai potuti uscire. Quando nel 1986 si trattò di trasportarli per esporli finalmente nel luogo che Riccomini e Renzo Imbeni, l’allora sindaco, trovarono più adatto, l’ex chiesa di Santa Lucia («abbandonata e abitata solo da piccioni svolazzanti»), l’unico modo per liberare “Il cassetto” che oggi domina la sala stampa del Comune con i suoi 4 metri per 3,40, fu di tagliare di sbieco il muro esterno di casa, prolungando l’apertura della finestra giù fino a terra. Di quell’impresa rimane una memorabile sequenza fotografica in bianco e nero di Nino Migliori. Dallo stesso taglio uscì “Resurgo”, visione di una cassetta di zinco piena di ossa provenienti dalla Certosa, oggi a San Giovanni in Monte.”

Qui sopra: Sequenza fotografica in bianco e nero di Nino Migliori.

Testi in corsivo  tratti da “la Repubblica Bologna” di Paola Naldi e Brunetta Torresin.

Nell’immagine grande: “Il cassetto” (1976-77) cm 400 x 340 –  esposto nella sala stampa del Municipio di Bologna, Palazzo d’Accursio.

L’ignoranza al potere?

La cultura alta è morta!” Ecco un’affermazione piuttosto banale che credo ogni generazione di intellettuali abbia proposto nei secoli dei secoli, si può dire da quando esiste (o da quando si è autoproclamata esistente) la suddetta categoria. In ogni civiltà e in ogni generazione, qualcuno risponde di sì, qualcuno di no. Recita il vocabolario che l’intellettuale di per sé consisterebbe in una “Persona fornita di una buona cultura o cultore di studi, spec. in quanto ritenuto capace di esercitare una profonda influenza nell’ambito di un’organizzazione politica o di un indirizzo ideologico; a volte iron. o spreg., per sottolineare un’astratta centralità o un’ostentazione di superiorità.”

Personalmente ritengo che la “cultura” sia, oggi come oggi, in ottima salute. Umberto Eco, con “Apocalittici e integrati, parecchio tempo fa (1964) spiegò pazientemente come, “dal momento che la società industriale prevede dei mezzi di comunicazione di massa, piuttosto che criticarli l’intellettuale deve domandarsi quali azioni sono possibili per far sì che possano veicolare valori culturali.” In altri termini, non ha nessun senso discutere di cultura “alta”, bassa” o “intermedia”.  Nel senso che di cultura ne avremmo a disposizione quanta ne vogliamo e di tutti i tipi. Il problema è che non ci è molto chiaro cosa farci. In realtà forse non ci interessa mica poi tanto. Infatti è chiaro a tutti come, nelle attuali gerarchie di valori, l’aspetto economico-finanziario abbia ormai surclassato a tutti i livelli quello  socio-culturale.

Barbara Jatta, neo-Direttrice dei Musei Vaticani (terzo museo al mondo per numero di visitatori) pare però non essere d’accordo con questa teoria. In una trasmissione televisiva della scorsa settimana (Otto e mezzo su La7)  ha dichiarato che le visite sono passate da 2 milioni di accessi a 6 milioni di visitatori all’anno. Ovviamente ne risulta comprensibilmente più che soddisfatta.

Ma Carlo Freccero  (massmediologo e Consigliere di Amministrazione RAI), nella stessa trasmissione ha invece osservato che “se nel 1961 in Italia. c’era solo il 21% per cento di lettori, l’altro 79% aveva un però complesso verso la cultura. Oggi invece si legge moltissimo, tutti in qualche modo leggono, però non c’è nessun complesso, anzi la cultura è disprezzata. La vera cultura forma un pensiero critico, qualcosa che aiuta a criticare il potere, ma questo non succede. Poi c’è il problema del museo inteso spesso come Parco a Tema”.

A Roma, ad esempio, durante le ultime vacanze natalizie c’erano scoraggianti file chilometriche ovunque, Musei Vaticani, Colosseo, San Pietro ecc. Mi domando allora: perché, nonostante questo assalto di massa a tutti contenitori culturali (mai come oggi disponibili giustamente a tutti) questo pensiero critico non sembra formarsi, anzi, soprattutto a livello di classe dirigente, succede esattamente il contrario? La migliore risposta, a mio parere, l’ha data, sempre nello stessa trasmissione, Giuseppe Laterza (Editore)

Questa classe dirigente ha una cultura che risponde ad esigenze di termine molto corto, non sa guardare al futuro…. L’economia non è  una brutta cosa, tutt’altro, il problema semmai  è coniugarla con una visione a lungo termine. I nostri nonni investivano in cultura, anche se la cultura non ci rende affatto felici, anzi il contrario, ma cittadini migliori sì (…) leggere un bel libro, romanzo o saggio ti da qualcosa che non è per forza la competenza, ma la capacità di guardare la realtà sempre con un dubbio metodico (cioè a dire, vediamola così, ma può essere anche così) se invece prendi tutta la realtà per quello che è, come ad esempio la crescita… il Papa ha detto che la crescita non è che sia un bene si per sé, perché può produrre ad esempio diseguaglianza ecc. Fermiamoci un attimo, la cultura credo sia questo, porsi dei dubbi. “

Voglio dirlo chiaramente: non credo che affrontare file chilometriche per un museo ci renda di per sé persone migliori. E’ vero invece che in realtà la vera cultura non ci rende “felici”, quanto piuttosto cittadini migliori che si pongono seri dubbi. E questo evidentemente non ci interessa. Perché la cultura ci rende liberi, e questa libertà ci spaventa molto. Come ha scritto Dostoevskij, la libertà è la cosa che l’uomo teme di più nella vita. Tanto meno (figurarsi!) la libertà interessa al potere economico-finanziario, il quale, dopo aver assunto il comando assoluto (la famosa egemonia di gramsciana memoria) prevarica ora con miope violenza la dimensione politico-democratica.

Come detto, la cultura non è morta affatto, anzi è in ottima salute. Casomai essa è orfana, quasi nessuno la vuole più adottare sul serio. L’equivoco di base consiste nel considerarla sempre quale puro svago, divertimento. Mentre invece il suo vero valore consiste nella progressiva formazione di consapevolezza personale. La quale non è detto conduca alla serenità d’animo. Anzi, al contrario,in genere la cultura, la consapevolezza diventa un fondamentale elemento conturbante.  L’amara verità, almeno al momento, è che non esiste una diffusa coscienza di ciò che essa davvero comporti. Le lunghe code affrontate per accedere al suo cospetto appaiono così quasi un’inconscio quanto sterile rito di espiazione del peccato originale.

 

 

Dalla parte del misantropo

Il Tartufo(Tartuffe ou l’Imposteur) di Molière venne rappresentato per la prima volta a Versailles il 12 maggio 1664. Nella prima versione in 3 atti l’opera si  concludeva con la vittoria di Tartuffe. Ma Luigi XIV, detto il Re Sole, fece correggere l’opera: non gli risultava infatti accettabile che l’ipocrisia – mascherata da amicizia e devozione religiosa – alla fine trionfasse.  Perciò la seconda versione in 5 atti, che finì dunque con la sconfitta del Tartuffe e la vittoria di Orgon, venne rappresentata a Palais-Royal il 5 agosto 1667. In questo caso, tuttavia, non vi sono dubbi sulla posizione dell’autore: il “cattivo”  emblematico è senz’altro Tartuffe, “il compito della commedia essendo quello di correggere gli uomini divertendoli, presentando i vizi e i difetti in modo anche esagerato“, come affermò Molière stesso in una presentazione della commedia al re di Francia. Tanto è vero che ancora oggi con il termine “Tartufo” si indica un personaggio dalle precise caratteristiche negative.

Il misantropo (Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amoureux) è invece un caso molto diverso. La commedia venne rappresentata per la prima volta il 4 giugno 1666 ancora al Palais-Royal, e “anche Il misantropo ridicolizza fin dall’inizio le convezioni e l’ipocrisia degli aristocratici francesi dell’epoca, ma assume un tono più serio quando si sofferma sui difetti e le imperfezioni che tutti gli esseri umani possiedono”. Lo schema teorico dell’opera è presentato fin all’inizio del primo atto, nel quale troviamo Alceste (il misantropo) in dialogo litigioso con l’equilibrato Philinte: Alceste rifiuta recisamente le convenzioni sociali, la falsa gentilezza della conversazione, la tolleranza verso gli ignoranti e i disonesti; vorrebbe che tutte le parole partissero dal cuore, e odia tutti gli uomini, da una parte i cattivi e i malfattori, dall’altra tutti coloro che con loro sono compiacenti. Philinte invece sostiene la necessità di adattarsi  ai costumi del tempo, di una ragione che rifugga da ogni estremismo: e ritiene follia pretendere di correggere le abitudini del mondo.

ALCESTE: Non posso sopportare le pavide maniere/Che ostenta la gran parte della gente alla moda; /Nulla v’è ch’io detesti come le contorsioni /Di quegli eccezionali inventori d’inchini, /Porgitori garbati di frivole carezze,/ Cortesi dicitori d’inutili parole, /Che fanno ostentazione di civiltà con tutti/ E trattano ad un modo l’uomo serio e il melenso. (…) Per gloria che ne abbiate, è un regalo da poco, /Se poi vi si confonde con l’universo intero. /La stima ha fondamento su qualche preferenza/E stimar tutti è come non stimare nessuno. (…)  Io rifiuto di un cuore l’estrema compiacenza/ Che al merito non pone differenze di sorta./ Voglio mi si distingua; e parliamoci chiaro,/ Non fa per me chi ama tutto il genere umano.

PHILINTE Dei costumi del tempo diamoci meno cura,/ E facciamo un po’ grazia alla natura umana;/ Prendiamola in esame senza troppo rigore, /E con qualche indulgenza guardiamo i suoi difetti. /Ci vuole a questo mondo una virtù sensata;/ A furia di saggezza meritiamo rampogne; /La perfetta ragione rifugge dagli estremi, /E ci vuole virtuosi in tutta sobrietà. /La grande e rigorosa virtù dei tempi antichi /Si oppone al nostro tempo e agli usi quotidiani;/ Essa chiede ai mortali perfezione eccessiva. /Senza ostinarsi, è bene assecondare i tempi;/ È invero una pazzia non seconda a nessuna /Avere la pretesa di correggere il mondo./ Come voi, ogni giorno, osservo tante cose/ Che con altro indirizzo potrebbero andar meglio, /Ma nonostante quello che vedo ad ogni passo,/ Come voi corrucciato non mi si vedrà mai; /Io prendo con dolcezza gli uomini come sono, /Mi avvezzo a sopportare tutto quello che fanno, /E penso che alla corte, o in città, la mia flemma /Sia tanto filosofica quanto la vostra bile.

Alceste considera irrecuperabili gli uomini e la società, e per questo si esclude dal loro consorzio: e la sua fuga finale dalla società  sarà il punto d’arrivo della sua impossibile battaglia. E’ un intransigente idealista, che pretende di comportarsi senza ipocrisie e senza piegarsi a compromessi, incapace di conciliare i propri principi etici con le consuetudini sociali. Soffre per le sue costrizioni, si indigna per ciò che a tutti appare normale, per le ipocrisie piccole e grandi che tutti siamo abituati a tollerare. «Su larga scala la stupidità diventa invisibile», suggerisce Bertolt Brecht, ma è anche ragionevole limitarsi a combattere solo quelle battaglie (o quelle guerre) che in qualche modo sia possibile vincere.

Perciò dove sta la ragionevolezza? Ragione e ragionevolezza coincidono? Certo quest’ultima sta dalla parte di Philinte, nonché del “Cortegiano” di Baldassarre Castiglione, dell’Accademia dell’Arcadia, (che infatti fu “fondata a Roma nel 1690 per promuovere una letteratura contenuta in ambito “grazioso”, nel rispetto delle convenienze sociali, per consacrare il valore della società presente, nascondendo tutte le scorie e le contraddizioni che la contaminano” – Giulio Ferroni), di monsignor Della Casa e del suo “Galateo overo de’ costumi“, della discrezione e del particulare di Guicciardini, ecc.

E’ impossibile raggiungere certezze sull’opinione e sulle intenzioni di Molière, ma siamo davvero certi che la reale asocialità dell’uomo consista e venga rappresentata in una sofferta quanto coerente misantropia?

 

Storie dal Mondo Nuovo

“Daniele Rielli è nato a Bolzano nel 1982. Collabora a giornali e riviste – “Vice“, “IL“, “il venerdì di Repubblica” – e da anni cura il sito di informazione “Quit the Doner”. Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo, Lascia stare la gallina.” (dal risvolto di copertina).

In realtà “Quit the Doner” è lo pseudonimo utilizzato per molto tempo dallo stesso Daniele Rielli. Non è forse la cosa più importante, ma chi fosse interessato può approfondire il tema in questa intervista pubblicata su “minima & moralia”.

Quello che invece importa è altro: la lucidità, l’acutezza, l’ironia (anche auto-), l’umorismo, la profondità ecc. unite ad una grande serietà e intelligenza del presente. Riassumendo: i pezzi contenuti in questo libro sono in parte inediti, altri sono stati precedentemente pubblicati (spesso in forma ridotta) su: “minima & moralia” (con lo pseudonimo Quit), “il venerdì di Repubblica”, “Riders Magazine“, “Internazionale” , “IL“, “Linkiesta“.

Ma riassumere non è possibile, occorre leggere, passando così dall’apparente, divertito disimpegno di alcuni pezzi al tono di denuncia, “arrabbiato” (ma direi piuttosto “incazzato”) del conclusivo – inedito e basato sull’esperienza autobiografica – di “Io che ho attraversato l’Alto Adige”: “…L’Alto Adige etnico rimane un sistema illiberale posto nel cuore dell’Europa, un luogo dove l’individuo, italiano o tedesco, viene sempre dopo la sua comunità – nel caso dei tedeschi per scelta, in quello degli italiani, di solito, per riflesso. In queste proporzioni, e con questa concezione dichiaratamente razziale della comunità, è sicuramente un unicum nel continente…“.

Dai soggetti apparentemente più leggeri, come Valentino Rossi, un matrimonio da fiaba o il gioco del poker, grazie ad un evidente istinto investigativo e una grande capacità di documentazione, Rielli (o Quit) riesce veramente a restituirci un ritratto fresco e aggiornato, con uno sguardo acuto e intelligente, giovanile ma non biecamente giovanilistico, di alcuni aspetti del nostro problematico “Mondo Nuovo”. Spesso, e scusate se è poco, facendoci pure ridere.

Tanto per fare un esempio, in quanto direttamente interessato mi corre l’obbligo di citare il tema della bolognesitè, da lui trattato come segue: “Nei tanti anni passati sotto le Due Torri credo di aver capito che in ogni buon emiliano alberga una quota parte di umarell (il pensionato attratto quasi sessualmente dai lavori stradali), che commenta ad alta voce cose come: ‘Quella tavella lì andava messa due centimetri più alta, eh!‘” (pag. 111).

Ma il vero miracolo è che il talento di  Rielli riesca, in apparenza distratto, monotematico e concentrato su altro, a fulminarci con “ritratti” o avvertenze sociopolitiche che compaiono improvvisi. Ritratti o immagini riflesse, nelle quali possiamo senza dubbio specchiarci, per “riflettere” su di esse, ma davvero. Ad esempio nella sua inchiesta sul mondo dei pokeristi:

Può darsi, come sostiene Gottschall, che il raccontare storie sia stata effettivamente un’attività fondamentale per la nostra evoluzione, e abbia aiutato a tramandare conoscenze, a rinsaldare le strutture sociali e a stabilire barriere etiche e morali lasciando al palo le nostre amiche scimmie prive di una passione per l’intrattenimento. La domanda oggi inevitabile è però se questa predisposizione al racconto  sia adatta per affrontare i problemi complessi delle società scientificamente avanzate, in cui, tra l’altro, i mezzi per la diffusione delle storie sono aumentati a dismisura. Il dilagare dei complottismi, l’avanzata dei politici populisti e dei pensieri antiscientisti, la polarizzazione del dibattito pubblico sono, solo per nominare quattro casi universalmente noti, fenomeni che si sostanziano nel famigerato storytelling: la storia migliore vince, al di là della sua attinenza con la realtà, e di solito non fa prigionieri.” (pag. 215)

Un libro importante; un autore di cui per fortuna sentiremo molto parlare. Almeno spero.