Archivio mensile:marzo 2017

Bologna di male in peggio

Già prevedo che a quanto sto per scrivere si vorrà contrapporre quella sentenza di Orazio che, parlando della natura dei vecchi, li definisce queruli, incontentabili e lodatori del tempo della loro gioventù. Non nego che ciò sia vero, e che alcune cose da me scritte possano casualmente confermare questa sentenza; dico però che essa non contraddice quanto sto per scrivere. Chiamatemi pure lodatore dei tempi passati e lamentoso denigratore di quelli presenti, ma quello che scrivo  rimane tutto vero.

Ricordo quella volta che da Montpellier tornai con un’amico a Bologna: non credo che nel mondo intero si potesse trovare allora un luogo più libero e più bello: l’affluenza degli scolari, l’ordine, la vigilanza, la maestà dei professori che a guardarli parevano antichi giuristi. Ora non ce n’è più quasi nessuno, e il posto di tanti e tali valentuomini è stato preso dall’ignoranza, ma non come nemica bensì come ospite, o peggio come cittadina o addirittura (temo) in qualità di regina.

E com’era allora la fertilità delle terre e l’abbondanza di tutte le cose, abbondanza per la quale divenne proverbiale la denominazione secondo cui Bologna fu detta la “grassa”? Dolce e amaro è per me ricordare oggi quel tempo felice, quando stavo tra gli studenti e con i miei coetanei, nei giorni festivi facevo passeggiate così lunghe che spesso tornavamo a notte fonda; eppure trovavamo sempre le porte tutte spalancate. Non uno ma molti erano gli accessi, e senza ostacoli e senza ansia ciascuno di noi entrava  dalla parte che gli pareva.

Di queste cose mi sento costretto a parlare in questo modo perché conservo vivissima la memoria dell’antica Bologna. Tanto che, vedendo quella di oggi, mi sembra quasi di sognare e preferirei non credere ai miei occhi; se si eccettuano le torri e le chiese che sono rimaste uguali e guardano dall’alto le miserie che gli stanno sotto, quella che un giorno fu Bologna sembra oggi davvero tutta un’altra cosa.

Quello sopra riportato potrebbe più o meno corrispondere alla fedele trascrizione del discorso tenuto da un qualsiasi anziano bolognese in piazza Maggiore nell’ultimo fine settimana. Si tratta invece di un breve estratto (un po’ adattato ma fedele nella sostanza) di una lunga lettera inviata da Francesco Petrarca a Guido Sette nel 1367 [(Senili: 6 (x, 2)]. Sono trascorsi 650 anni da allora, eppure il fatalistico e pessimista senso dell’inesorabile entropia determinato dallo scorrere del tempo rimane praticamente immutato. Il titolo completo della lettera è “A Guido Sette arcivescovo di Genova, come le cose del mondo vadano di male in peggio.”  (in Francesco Petrarca – “Prose” – Riccardo Ricciardi Editore, Milano – Napoli 1955). Uno dei rari casi in cui non condivido nulla di quanto scritto da questo grandissimo autore.

Vaccinarsi dalle bufale

Le Torri Gemelle? Le ha tirate giù il governo americano. Lo sbarco sulla luna? Mai avvenuto: Stanley Kubrick ha allestito il set per le riprese truffaldine, Nixon e la NASA ci hanno messo l’Apollo 11. Elvis Presley non è morto:  è stato visto vivo e vegeto dopo il 1977 in varie parti del mondo; al contrario Paul McCartney, che credevamo vivo,  in realtà è deceduto in un incidente stradale nel 1966, poi sostituito da un sosia per non danneggiare i Beatles. E le famose scie chimiche? Le tracce lasciate dagli aerei nel cielo rilasciano agenti chimici o batteriologici per effettuare esperimenti pericolosi per la nostra salute, con lo scopo di manipolare il clima e favorire le multinazionali dell’agricoltura. E via di questo passo, tra UFO, Illuminati, Nuovo Ordine Mondiale, delitto Kennedy, eccetera. Fin qui poco male, i complottisti non godono certo della nostra stima, ma fino a un certo punto sarebbero quasi (sottolineo quasi) esclusivamente fatti loro. Se si limitassero a diffondere bufale del genere, tutto sommato risulterebbero sì ridicoli, ma anche abbastanza inoffensivi.

Il problema è che spesso costoro non si limitano a tali fantasie, ma tendono a cavalcare convinzioni e ideologie alquanto dubbie e pericolose nei confronti del bene pubblico: il cambiamento climatico, ad esempio, per molti di loro non sussiste. I negazionisti sostengono infatti anche qui la tesi di una sorta di cospirazione mondiale, secondo cui gli scienziati avrebbero manomesso e falsificato i dati sulle temperature registrate per farle apparire più alte di quanto non siano realmente. Posizione come si vede  tutt’altro che neutrale rispetto alle fondamentali scelte politiche di tutela ecologico-sanitarie da un lato, di business energetico-finanziario dall’altro.

Oggi come oggi, comunque, pare che il complotto più “attuale” e discusso dall’opinione pubblica sia quello che riguarda i vaccini. Vediamo come nasce: Questa storia inizia nel 1998: Andrew Wakefield, un ex medico inglese, pubblicò su Lancet uno studio secondo il quale in alcuni bambini vi era un’associazione tra problemi intestinali, disturbi dello sviluppo e fattori ambientali.” L’iniziativa (chiamiamola così) ebbe due conseguenze: “La prima fu il crollo delle vaccinazioni in Inghilterra: il risultato fu un’epidemia di morbillo che causò oltre mille casi e due decessi, la seconda fu la scoperta che l’ex medico aveva già brevettato (UK patent application number 9711663.6) un sistema di vaccinazioni singole (e guarda caso una cura per i problemi intestinali dei soggetti autistici): esattamente ciò che consigliava nelle sue conferenze. Il conflitto d’interessi era più che un sospetto fino alla scoperta di un finanziamento (oltre 500.000 sterline) a Wakefield da parte di un avvocato che sosteneva cause di risarcimento contro lo stato per bambini autistici con presunti danni da vaccino.” (Il Fatto Quotidiano.it)

Forse non tutti sanno che il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna ha approvato recentemente una legge  (la prima varata da una Regione italiana) che rende obbligatorie le vaccinazioni per i bambini che frequentano l’asilo nido. Il provvedimento reintroduce l’obbligo abolito nel 1999 e ha l’obiettivo di fare aumentare la percentuale di bambini vaccinati, in un periodo in cui – a causa della disinformazione e di ingiustificate campagne contro i vaccini – si sono raggiunti livelli sempre più bassi e pericolosi di copertura della popolazione infantile.

Ma la legge regionale finisce subito nel fuoco incrociato dei ricorsi delle famiglie. Non c’è solo il ricorso al Tar che è partito da 22 famiglie riminesi, con la sentenza attesa per il 4 aprile destinata secondo loro a “fare scuola”. Ma sono sorti anche nuovi gruppi e comitati, come il Lov (Liberi dall’obbligo vaccinale), che ha annunciato la prima azione legale che partirà su un caso in provincia di Bologna, a San Pietro in Casale.

La scorsa domenica mattina, 19 marzo, si è quindi tenuta a Bologna un’affollata assemblea del comitato “Vaccipiano” al circolo Costa, in via Azzo Gardino. Il “bersaglio” è la legge regionale, non le singole strutture educative, ma i casi servono per aprire una pista contro quella che le famiglie ieri riunite a Bologna hanno definito «una legge che mette i nostri figli e la nostra scelta del dissenso in una situazione ghettizzante». Le motivazioni per il dissenso sono varie: c’è chi chiede un calendario personalizzato per i vaccini, perché le iniezioni cominciano secondo alcune mamme «quando i bambini sono troppo piccoli». C’è chi invece sostiene, come Sofia, giovane mamma di Casalecchio, che «i bambini adesso stanno bene e non credo proprio che possano essere il veicolo di epidemie». «Il mio primo figlio ha fatto il nido senza essere vaccinato — spiega — e ora vorrei che anche il secondo avesse la stessa opportunità». (dall’articolo di Eleonora Capelli – La Repubblica Bologna)

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Le autoreferenziali motivazioni della giovane mamma Sofia lasciano francamente basiti: l’interesse della collettività e la tutela della salute pubblica non vengono nemmeno prese in considerazione. Tuttavia mi domando: anche nell’improbabile ipotesi che riuscissimo a distogliere per un attimo l’attenzione dei complottisti dalle loro esigenze, fantasie e convinzioni individuali e/o  di gruppo, per sostenere la ragionevolezza potremmo poi appoggiarci su una verità scientifica oggettivamente riconosciuta da tutti? Credo proprio di no. Credo anzi che il nodo cruciale del problema sia proprio questo.

Di fronte al riconosciuto fenomeno delle “fake news” (“notizie false”, vedi alla voce Trump), siamo ormai arrivati a constatare come sia sopraggiunta la cosiddetta “fine dei fatti” oggettivi. Verifichiamo cioè come l’impossibilità di definire verità riconosciute dalla coscienza collettiva sia determinata dalla (spesso strumentale) moltiplicazione infinita dei dati e delle informazioni da cui siamo continuamente tempestati. Da qui deriva la sostanziale sfiducia nei confronti delle informazioni cui ciascuno può fare riferimento. A  meno che non confermino ciò di cui siamo già convinti.

Learning to decipher fake news

Da qui anche la sostanziale differenza di atteggiamento dell'”uomo della strada” nei confronti di quelli che un tempo venivano riconosciuti come “scienziati”, quindi attendibili per definizione. Evgeny Mozorov su Internazionale 1187 presentava quello che qualcuno ritiene sia il vero volto dei cosiddetti esperti: figure che, semplicemente, mettono le loro competenze ed esperienze al servizio di chi le paga, presentando così dati e “fatti” scelti e impacchettati a seconda delle convenienze. Una realtà sempre più evidente agli occhi del cittadino-consumatore, che si trova a ricevere versioni diverse del medesimo fatto a seconda di chi le presenta. La “fine dei fatti” si sostanzia allora nella fine della fiducia cieca del cittadino stesso di fronte a chi presenta i fatti, chiunque esso sia. Ameno che, ancora una volta, non confermi i nostri pregiudizi.

Come se ne esce? Non possiedo certezze, ma di certo ogni possibile strategia di buon senso non può prescindere dalla formazione, informazione e preparazione personale, quindi da una solida e polivalente vaccinazione antibufala: osservare liberamente e senza pregiudizi la realtà dei fatti, diffidare delle chiacchiere, esercitare ed affinare il proprio spirito critico è come sempre impegnativo e faticoso, tuttavia rimane ancora l’unica e ultima possibilità del genere umano. In definitiva si tratta del difficilissimo esercizio della libertà individuale rispettando al tempo stesso l’interesse della collettività.

 

Il lato oscuro dell’empatia

 

Su scientificamerican.com è uscito un’articolo dal titolo “Too Much Emotional Intelligence Is a Bad Thing – Profound empathy may come at a price” (Un’intelligenza troppo emotiva è negativa – Una forte empatia può avere un prezzo da pagare).

Ecco la mia traduzione:

“Capire quando un collega o un’amico si sente triste, arrabbiato o  sorpreso è la chiave per andare d’accordo con gli altri. Ma uno studio recente suggerisce che la maggiore capacità di comprensione dei sentimenti altrui può comportare a volte una dose supplementare di stress. Questa e altre ricerche mettono alla prova l’opinione prevalente secondo la quale l’intelligenza emozionale sarebbe uniformemente vantaggiosa per chi ne è dotato.

In uno studio pubblicato sul numero di settembre 2016 di Emotion, gli psicologi Myriam Bechtoldt e Vanessa Schneider della Scuola di Finanza e Management di Francoforte in Germania, hanno posto una serie di domande a 166 studenti maschi per valutare la loro intelligenza emotiva. Per esempio, mostravano loro fotografie di visi di persone chiedendo poi loro quale estensione di sentimenti, come felicità o disgusto, venissero espressi. Gli studenti poi dovevano sostenere un colloquio di lavoro di lavoro di fronte a giudici dalla severa espressione facciale. Gli scienziati misurarono la concentrazione di cortisolo, l’ormone dello stress, prima e dopo il colloquio.

Negli studenti classificati come dotati di maggior intelligenza emotiva, i valori relativi allo stress aumentavano maggiormente durante l’esperimento e richiedevano più tempo per tornare ai valori base. Le conclusioni suggeriscono che alcune persone possono essere troppo emotivamente acute per il loro bene, dice Hillary Anger Elfenbein, che insegna comportamento  organizzativo alla Washington University di St. Louis, che era coinvolta nello studio. La quale annota: “A volte la nostra superiore abilità a fare qualcosa ci può creare problemi“.

Di sicuro, lo studio aggiunge alle ricerche precedenti accenni alla parte oscura dell’intelligenza emozionale. Uno studio pubblicato su  Personality and Individual Differences (Personalità e Differenze Individuali) suggerisce che le persone emozionalmente intuitive potrebbero essere particolarmente portate ai sentimenti di depressione e disperazione. Inoltre, numerosi studi, compreso uno pubblicato nel 2013 in PLOS ONE, hanno sottinteso che l’intelligenza emotiva può essere utilizzata per manipolare gli altri al fine di guadagni personali.

E’ necessario fare ulteriore ricerca per capire esattamente quale sia l’apporto della relazione tra intelligenza emotiva e stress nelle donne e in persone di diverso livello di di educazione ed età. Nondimeno, l’intelligenza emotiva costituisce un utile talento per chi la possiede, purché si impari al tempo stesso ad affrontare in modo appropriato le emozioni – sia le proprie sia le altrui, afferma Berchtoldt, docente di comportamento organizzativo. Per esempio, alcune persone sensibili possono assumersi la responsabilità della tristezza o rabbia di altre persone che in fin dei conti li rende ansiosi. Ricorda, dice Berchtoldt, “non sei responsabile di come si sentono le altre persone“.

L’osso di Platone

Si parla di crisi delle ideologie. Errore. Casomai bisognerebbe parlare di modificazione delle ideologie. È caratteristico delle nuove ideologie non essere riconoscibili come tali, così che possano essere vissute come verità”  Cosi scriveva Umberto Eco già nel 1983 in “Sette anni di desiderio” (Bompiani).  Dopo la caduta del Muro di Berlino, in effetti si brindò non solo alla fine dell’ideologia comunista ma di tutte le ideologie, considerandole camicie di forza del pensiero, strumenti di autoritarismo culturale e politico. Molti liberali non consideravano la loro come una ideologia: la intendevano piuttosto come l’unica concezione del mondo possibile per chi avesse a cuore la libertà. E la forza di questa ideologia, paradossalmente, consiste (appunto) soprattutto nel negare di esserlo.

In quegli stessi anni, però, nell’establishment occidentale si andava affermando una variante radicale del liberalismo. Una “verità” che sembra sostenere in maniera indiscutibile la marcia gloriosa della globalizzazione: lasciate che gli interessi privati si dispieghino liberamente senza le interferenze della politica economica — dicevano i liberali — e otterrete più crescita e più benessere per tutti… È questa l’ideologia che prepara la svolta politica di Reagan e della Thatcher, una visione del mondo elaborata da agguerriti think tank, diffusa da autorevoli media e sostenuta da aziende multinazionali interessate ad avere mano libera planetaria.

La crisi finanziaria ed economica del 2007, però, rivela la crescita di diseguaglianze e di insicurezza sociale che le politiche legate a questo modello ideologico hanno prodotto nel mondo. Il credo dell’ideologia neoliberista è rimesso in questione da autorevoli economisti e da grandi istituzioni economiche internazionali, e perfino da giornali mainstream come il Financial Times.

E questo non perché manchi un pensiero nuovo, ad esempio sui temi dell’equità. Ciò che manca è il passaggio dalle idee alle opinioni: quelle che Leopardi (nel “Discorso sui costumi degli italiani”) ritiene decisive nel determinare i comportamenti. Un ambito in cui svolgono un ruolo essenziale i media, purché siano disposti ad assumere fino in fondo la loro responsabilità di orientamento intellettuale e formazione dell’opinione pubblica. Un esempio?

Nel suo ultimo libro “La grande fuga il premio Nobel Angus Deaton scrive che la crescita non garantisce la creazione di più opportunità per tutti: anzi, è compatibile con maggiore diseguaglianza e povertà. Dunque, se la crescita è uno strumento e l’equità è il fine, almeno per chi è progressista non ha senso auspicare la crescita senza darle precise qualificazioni. Una idea che ancora non è diventata senso comune.

 

Per difendere questi valori, c’è necessità di un pensiero anti-idolatrico, di un pensiero forte, capace di scegliere e dunque di dare libertà, di dare all’individuo la forza di resistere alle pressioni che lo minacciano e alla fabbrica di opinioni e di slogan, di resistere con una forza che può venire soltanto da un pensiero fondato su una gerarchia di valori. Non a caso il totalitarismo soft e colloidale del potere mediatico si affida alle gelatinose ideologie deboli, che pongono gli individui inermi alla mercé delle forze anonime che lo manovrano, togliendogli quella astuzia del serpente (quella consapevolezza dei conflitti) senza la quale, come sta scritto nel Vangelo, non c’è neppure un’autentica semplicità della colomba.

Il pullulare centrifugo e indistinto di stimoli e informazioni (tipico della società contemporanea) può giovare a un più flessibile riconoscimento della libertà, ma comporta pure il rischio di annacquare questa libertà nell’indifferenza, di equiparare ogni cosa a qualsiasi altra, in una sorta di bazar indifferenziato, in cui il dialogo diventa caricatura di sé stesso, come se, ad esempio, la solidarietà e il razzismo fossero degli optional. Ovviamente non è con barbarico dogmatismo che si può affrontare questo pericolo; l’unica risposta è la continua, umile adogmatica ricerca di gerarchie di valori.

Spazio per idee nuove. Mai come in questa fase di grande confusione ce n’è bisogno. E le idee nuove ci sono (e non solo nei libri). E c’è anche una nuova generazione che può dare “gambe” a queste idee, che forse più che nei partiti lavora nelle ONG in giro per il mondo. Certo, bisogna fare una rivoluzione culturale. Compito molto difficile ma (la storia ci dice) non impossibile. E oggi quanto mai necessario. Ricominciare in fondo è più semplice di quanto sembri, forse basta volerlo davvero. E seguire l’esempio del cane di Platone:

Ma non avete mai visto un cane quando incontra qualche osso medullare? E’, come dice Platone (De Rep., lib. II) la bestia più filosofa del mondo. E se l’avete veduto, avrete potuto notare con quale devozione lo sbircia, con quanta cura gli fa la guardia, con quale fervore lo agguanta, con quanta prudenza comincia a intaccarlo, con quanta passione lo spezza e con qual diligenza se lo succhia. E chi lo induce a far ciò? qual’è la speranza di tanto studio? quale bene se ne promette? Niente più che un poco di midollo. Vero è che quel poco è più delizioso del moltissimo di tutte le altre cose: dato che il midollo è alimento elaborato a perfezion di natura, come dichiara Galeno, Facul. Natural., III, e De usu parti., XI.

Appunto sull’esempio di questo cane vi bisogna esser savi: per poter annusare, sentire e apprezzare questi bei libri di gran succo, svelti nell’andatura ma arditi nell’assalto; e poi, con curiosa lettura e meditazione frequente, rompere l’osso di fuori e succhiare la sostantifica midolla (e cioè quello che io ho voluto significarvi per mezzo di questa simbologia pitagorica) con sicura speranza di diventare  scorti e valenti in questa mia lettura.” (Francois RabelaisGargantua e Pantagruele, prologo dell’autore – Einaudi).

(Il post rielabora, integrandolo, due scritti distanti nello spazio e nel tempo: uno di Claudio Magris e l’altro di Giuseppe Laterza, presidente della casa editrice Laterza)