Archivio mensile:aprile 2017

Lo spirito dei luoghi

 

Christian Norberg-Schulz ha scritto un libro dal titolo “Genius Loci. Paesaggio Ambiente Architettura”  (Electa, 1979), nella cui prefazione egli afferma: “Un luogo è uno spazio dotato di un carattere distintivo. Fin dall’antichità il genius loci, lo spirito del luogo, è stato considerato come quella realtà concreta che l’uomo affronta nella vita quotidiana.” I titoli dei primi tre capitoli sono, rispettivamente: 1) Luogo?; 2) Luogo naturale; 3) Luogo artificiale.

Su Garzantilinguistica.it troviamo che il Genius Loci sarebbe un “personaggio che è una specie di simbolo del luogo nel quale vive”. Il nome deriva  da  ‘spiritello (genius) del luogo (loci)’, con riferimento alle religioni del mondo antico che associavano ai luoghi e ai paesaggi naturali la presenza di una divinità minore che ne costituiva il nume tutelare. Gli anglosassoni parlano invece di “Sense of place”.

Comunque sia, è interessante notare il fatto che esiste una buona parte della letteratura (spesso della “grande letteratura”, soprattutto romanzesca) che rende co-protagonista o addirittura protagonista assoluto della trama non una persona bensì l’ambiente, naturale o artificiale, in cui si svolgono gli eventi della narrazione. Il luogo come personaggio, come se la trama e il racconto delle vicende non fossero che un sottile pretesto per tentare di descrivere ciò che davvero importa, il suo “genio”, il personaggio, l’atmosfera vacua che si vorrebbe descrivere come solida ma che non si cattura mai del tutto, non si raggiunge, solo si insegue, si richiama per allusioni, si tenta di adescare parlando d’altro. Inseguendo in realtà l’inafferrabile spirito dei luoghi. Il genius loci, appunto.

Simona Vinci ha pubblicato su La Repubblica  del 21 aprile scorso un bellissimo articolo (Tra i canneti e i fossi della mia Emilia dove Igor è diventato un fantasma)  L’articolo descrive il “viaggio” della scrittrice originaria di Budrio nelle terre che sono anche le sue, ma dove è ancora in corso al caccia al killer in fuga (la belva Igor, che nel frattempo si è scoperto non chiamarsi Igor bensì Norbert Feher):

“Acqua torbida, zanzare, uccelli palustri, nebbia, ghiaccio, afa a seconda della stagione. È, questa, anche la terra in cui nacque intorno al 1700 la leggenda della Borda (o Bùrda, nel ferrarese, o ancora, francesizzato, Bourda) una creatura mostruosa, mezza umana e mezza strega, col volto mostruoso coperto da una maschera di cartapesta, una creatura malefica che vive nell’acqua dei canali, dei pozzi, degli acquitrini e che appare solo con il buio o nelle giornate di nebbia. La Borda attrae a sé le sue vittime, preferibilmente bambine e bambini, non per cibarsene, come si potrebbe immaginare, ma per pura, maligna, distillata cattiveria, le immobilizza con una corda o un laccio di cuoio, le strangola e poi le affonda nelle acque melmose che sono la sua dimora. Difficile immaginare un luogo più suggestivo di questo per ambientarci una caccia all’uomo senza quartiere. Non a caso io, che sono di Budrio, più volte ho scelto quegli scenari per alcuni dei miei romanzi”.

(…) “La Belva Igor”, qualunque sia il suo vero nome e la sua vera storia e qualunque sarà il suo destino, nel giro di due settimane è entrato nella leggenda emiliano-romagnola: tutti quelli che sono oggi bambini, da adulti probabilmente lo ricorderanno. Tornerà forse a visitarli negli incubi questa creatura mezza Rambo, mezza Borda, che striscia sul fango, resiste sott’acqua respirando con una cannuccia, si nutre di galline rubate, gatti e amare radici, carote e zucchine, uova, ha il dono dell’ubiquità ma anche quello dell’invisibilità. In quasi mille tra le varie forze dell’ordine impiegate, carabinieri, polizia, paracadutisti, oltre all’elicottero con gli infrarossi, i droni, i cani molecolari e ora, pare, perfino un sensitivo. Una creatura tra l’umano e l’indicibile, una sorta di oscura, feroce divinità che gli umani tentano di placare con offerte di cibo, come si fa con i morti, per tenerlo lontano dalle proprie case. Una narrazione al passo con i tempi, ma con un’aura antica, quasi atemporale (il Male incarnato esiste in tutti i tempi, purtroppo) che per due settimane ha tenuto con il fiato sospeso, oltre che gli abitanti della bassa, anche quelli di mezza Italia, che forse non sanno niente di questi posti, oppure non se lo ricordano e non fanno collegamenti. Sembra davvero che i luoghi, per la loro conformazione geografica, ma anche per qualcosa di difficilmente spiegabile e assimilabile a una specie di atavica maledizione, attraggano certe storie, forse le generano, ma di sicuro lo sono essi stessi, storie.”

Ecco, in questo caso si tratta di uno “spirito (del luogo) cattivo”. Ma chi conosce e ha frequentato i luoghi meravigliosi descritti da Simona Vinci, può capire meglio degli altri quello che intende. Il genius loci non si lascia afferrare, vuole essere descritto ed essere magari evocato; per farlo devi andare sul posto, non si scappa. Sono convinto che questo sia uno delle principali motivazioni dei viaggi. Per poi raccontarli e tentare di descriverli, gli spiriti dei luoghi.

Come Gianni Celati, ad esempio, nel suo racconto “Esplorazioni sugli argini”, contenuto in  “Verso la foce” Feltrinelli, 1989), che inizia così: “20 maggio 1983. Svegli al mattino presto, fuori da Bologna in cerca di strade secondarie verso il Po.” A caccia del genius loci nei luoghi della Borda, a quanto pare. Di questa e altre ricerche, scriverò prossimamente.

Nell’ immagine in testa: “Genius Loci” — Gayley, 1893 – Source: Charles Mills Gayley, The Classic Myths in English Literature and in Art (Boston: Ginn and Company, 1893) 62.

Mammolette

Sul “Dizionario dei Sinonimi e Contrari” Garzanti (ed. 2006), come sinonimi della parola “timido” figurano termini quali “timoroso, pauroso, pavido, vile, vigliacco“; come contrari invece gli aggettivi “coraggioso, audace, temerario, ardimentoso“. Per fare una battuta, da parte dei cosiddetti grand timides (come li chiamava lo psichiatra francese Ludovic Degas) ce ne sarebbe a sufficienza per fare causa agli autori del suddetto dizionario. Battute a parte,  lo sfondo culturale (e ideologico) implicito è molto chiaro: Terminator vs Mammolo. In realtà, come scrive Megan Garber su “The Atlantic” in un articolo tradotto e pubblicato su “Internazionale” n° 1200 con il titolo “Timidi vantaggi“, la timidezza “esprime tante emozioni diverse: imbarazzo, timore di un rifiuto e riluttanza a disturbare gli altri. E’ comune e al tempo stesso misteriosa.”

Una persona schiva è per forza timorosa e pavida? Parliamone. Lo storico della cultura Joe Moran nel suo libro Shrinking violets. The secret life of shyness (Mammolette. La vita segreta della timidezza) scrive che la timidezza è un mostro irriverente che ha sempre accompagnato, anche se impercettibilmente, tutta la storia dell’umanità. “Tuttavia, afferma Moran, la timidezza può anche essere un grande dono, perché l’impulso all’introversione favorisce l’ingegnosità e la creatività che spesso mancano alle persone estroverse.” (…) La timidezza, comunque scelga di manifestarsi (su questo la persona che la prova non ha quasi voce in capitolo) può essere un vantaggio o una maledizione. In genere le persone timide sono riflessive, a volte geniali. Sono spesso sensibili ai bisogni e agli sguardi degli altri. Il problema è che vivono in un mondo dove la timidezza è comune ma poco tollerata.

Insomma, siamo alle solite: “Forse la timidezza in fin dei conti è solo un’imbarazzante presa di coscienza dell’enorme distanza esistente tra le persone”. Tuttavia, “in una cultura che attribuisce molta importanza alla sicurezza di sé, e che dà per scontato che le abilità sociali siano la prova della propria autostima, la timidezza è vista con sospetto. In un mondo rumoroso, chi tace può facilmente essere considerato un nemico.” Altrettanto succede a chi evidenzia ciò che gli altri, magari in modo inconscio, preferiscono ignorare o fingono di dimenticare. O non sono in grado di capire.

Forse non aveva tutti i torti Sigmund Freud, il quale considerava la timidezza quale prova di un narcisismo rimosso, tuttavia la diffidenza nei confronti dei timidi appare quasi sempre ingiustificata e in qualche misura strumentale, come sempre succede quando si tratta di minoranze socio-culturali. “Le persone timide, sostiene la sociologa britannica Susie Scott, non preferiscono solo la solitudine alla compagnia o i piccoli gruppi a quelli più numerosi. Ogni volta che rifiutano un invito  o si fanno da parte conducono un ‘involontario esperimento di rottura’. Con la loro timidezza deviano dall’ordine sociale. Quindi sono considerate sospette.”

In termini gramsciani, di fatto l’egemonia culturale oggi come oggi ha una collocazione precisa e molto salda: chi strilla di più ne possiede il monopolio. Rimane il sospetto che chi ostenta aggressività in realtà nasconda insicurezza. Seppur rimanga sempre vero il fatto che “in medio stat virtus“, dovendo per forza scegliere tra l’omologazione delle grida da un lato,  la solitudine riflessiva della timidezza dall’altro, per quanto mi riguarda non ho il minimo dubbio. Per citare Corrado Guzzanti, la seconda che hai detto. Alla faccia del dizionario dei sinonimi Garzanti, dalla parte delle “mammolette” e della loro forza tranquilla.

 

 

Le aringhe di Van Gogh

Il Vittorio Sgarbide noantri” bolognesi si chiama Eugenio Riccomini – accento sulla “o”. Il nostro esperto è molto meno “aggressivo” dell’originale, è vero, e più signorile (non che ci voglia molto!) ma personalmente non sentivo la mancanza né dell’uno né dell’altro; anche perché ambedue hanno o hanno avuto rilevanti ambizioni e influenze politiche. Strane coincidenze. Riccomini, per dire,  “dal 1970 al 1995 fu consigliere comunale di Bologna, dove fu inoltre assessore alla cultura e due volte vicesindaco (nel 1985-1986 e nel 1989-1990).” (da Wikipedia). Sulle questioni artistiche, comunque, di fatto qui da noi la sua parola è sacra.

Ma mentre riconosco – come tutti – i meriti, le competenze e le capacità in termini di divulgazione (e affabulazione…) sulle tematiche artistiche, nei fatti pratici e operativi considero invece retriva la sua influenza socio-culturale. Qualificherei anzi tale deleteria influenza (ormai pluridecennale in ambito locale) con il termine “intellettual-populista”, e i risultati ormai si toccano con mano. Come lo Sgarbi storico e critico d’arte, egli è infatti senza dubbio sempre fermo e deciso su stabili posizioni di ferrea conservazione passatista e provinciale.

Lo confermano tutte le sue pubbliche dichiarazioni. Eccone un paio: “Vincent van Gogh non sapeva dipingere. Ne era consapevole. E probabilmente si è sparato per questo. Era un uomo di sensibilità fuori dal comune. Ma non aveva il sapere del pittore. Che non è poi così diverso dal sapere di un chirurgo. Pittore è chi sa fare cose che i non-pittori non sanno fare. La stessa cosa può dirsi per Cézanne. Cézanne non è mai riuscito a dipingere un nudo di donna decente.” (da un articolo di Brunella Torresin – La Repubblica Bologna)

«Non dico che sia un pessimo pittore. Ma un pittore mediocre… questo sì» (…) «Per 15mila anni, dai graffiti delle Grotte di Lascaux all’invenzione della fotografia, uno dei traguardi dell’ arte è stata la mimesi, cioè la capacità di riprodurre fedelmente ciò che gli occhi vedono. E il discrimine era: è artista chi è il più bravo. Vincent van Gogh non era bravo. Ha una scusante: ha vissuto negli anni in cui non era fondamentale essere bravi». (da un’altro articolo di Brunella Torresin – La Repubblica Bologna). D’altra parte, Riccomini ha anche dichiarato che certi quadri di van Gogh li saprebbe dipingere pure lui. C’è bisogno di commentare?

La risposta migliore a queste posizioni antimoderniste viene da Melania G. Mazzucco, che nel suo libro”Il Museo del Mondo” commenta il dipinto di Piet Mondrian “L’albero grigio” (1911, riprodotto qui sopra) in questo modo:

“C’è qualcosa che sta morendo, in questa immagine. E non è l’albero in sé. Che pure è qualcosa di terminale. Qui il particolare lascia il posto all’universale, il contingente all’assoluto. Il colore è quasi scomparso: resta solo una base grigia, madreperlacea, solcata da righe nere. (…) Ma quello che sta sparendo è molto di più: un’idea di pittura. Un modo di rappresentare il mondo che è durato per millenni, e che per il pittore non significa quasi più niente. Nell’universo astratto che andrà a creare non ci saranno più curve  né oggetti, né dettagli né esseri viventi né  sfumature. Nessuna immagine. Neanche la minima traccia del soggetto. Solo un’algida perfezione geometrica. Un’essenzialità puritana, in un certo senso iconoclasta. Una bellezza intellettuale che nasce dall’equilibrio matematico: la luce arcana che diffonde sembrerà perfino riposante.”

Oppure quando commenta il quadro di Nicolas de Stael “Footballeurs” (1952, sopra):

Quella sera andò dunque allo stadio con la moglie Francoise (…) Ossessionato dalla sarabanda delle maglie gialle svedesi intorno a quelle blu dei francesi, che si stagliavano colorate contro il buio, e dal movimento dei giocatori, che volteggiavano dimentichi di sé sul prato verde pisello sotto le luci artificiali dei proiettori, appena rientrato nello studio iniziò a dipingere: non la partita reale, che aveva visto, ma l’emozione radiante che quella gli aveva lasciato.

Oppure ancora quando commenta il quadro di Paul Cézanne “La montagna Sainte-Victorie” (1904-1906, sopra). Cézanne, che forse “non è mai riuscito a dipingere un nudo di donna decente”, tuttavia:

…quando sono andata in Provenza, mi sono accorta che la montagna non c’era più. Cioè: dopo aver visto una Sainte-Victoire di Cézanne, non si può più vedere la montagna vera, ma solo quella dipinta da lui. Così per me, fanno le opere d’arte. Non aboliscono la realtà, ma la sostituiscono. Creano un mondo parallelo.

Scrive altrove Mazzucco: “L’arte è artificio, diceva Degas. Richiede malizia, furbizia e inganno, come un crimine, Perché una realtà sembri vera, bisogna che sia falsa” (pag. 88). Kandinskij invece era “convinto che la pittura non deve essere pittura del visibile – replica, riproduzione, imitazione di oggetti esistenti nel mondo. L’arte non può che essere astratta e dipingere l’invisibile (che lui chiama “l’interno”) – cioè la vita stessa” (pag. 96).

Condivido pienamente: così, nel mio piccolo, la penso pure io. Al contrario di Riccomini nonché, mi sembra di capire, anche di Sgarbi. Mi colpisce poi un’altro particolare: quando sento parlare, oppure leggo qualcosa di questi due uomini e critici d’arte, qualunque sia l’argomento ho sempre l’impressione che essi parlino prima e soprattutto di sé stessi, solo in seconda battuta dell’oggetto in questione. Leggendo Mazzucco succede invece esattamente il contrario: il fatto che sia donna c’entra qualcosa? Il dubbio rimane; per tentare di chiarirlo, dopo quello di Mazzucco mi piacerebbe conoscere anche il pensiero dei citati “critici-alpha” sulle “Aringhe affumicate” di Vincent van Gogh (Olio su tela, 1889 – collezione privata, qui sotto).

Non credo lo sapremo mai, mi sa tanto che van Gogh non sia mai riuscito a dipingere due aringhe affumicate decenti.

 

Outing

Come riportato dal dizionario online del Corriere della Sera, il termine “outing“, alla lettera, significa esternazione, rivelazione. Detto però in lingua inglese sembra molto più interessante. Perciò, essendo di per se né punto né poco interessante, il mio outing personale è il seguente: ebbene sì! per tutta la vita ho votato a sinistra, per una sinistra più o meno estrema, ma mediamente di tendenza riformista (craxiano-socialista però mai). Non ne sono certo ma penso anzi di aver votato una volta perfino per Matteo Renzi. Il quale nonostante tutto continua a dichiararsi progressista e udite udite di sinistra. E’ evidente che un tempo ci ho creduto anch’io.

Il fatto è che stavo concependo un post su tutt’altro argomento, quando disgraziatamente mi è capitato sotto gli occhi il biglietto riprodotto sopra, postato dal suddetto Renzi sui social per celebrare il suo successo nelle primarie dei tesserati del PD. Niente da fare, non mi è più riuscito di concentrarmi sull’argomento precedente (il mio post quindi è rimandato, il mondo se ne farà una ragione). Subito dopo infatti il mio pensiero si è fissato su una domanda che non sono più riuscito a togliermi dalla testa e a cui non so ancora dare una risposta, questa: come si fa a delegare la propria responsabilità politica e sociale a un tale che ritiene utile pubblicare un simile puerile messaggio?

Risulta evidente che il nostro “Matteo” non ha letto Orazio: “più che d’aver errato, mi vergogno / di non sapere agli errori porre un fine” (Epistole, I, XIV, 1-36). Come andrà a finire? Ai posteri l’ardua sentenza.