Archivio mensile:giugno 2017

Libertà, no grazie.

Il Grande Inquisitore  è il titolo di un capitolo del romanzo I fratelli Karamàzov di Dostoevskij. “Di quanta emancipazione è capace l’uomo?” è il grande interrogativo che ci pone in esso appunto il Grande Inquisitore. “La libertà è la sola cosa che gli uomini non desiderano affatto, o almeno così sembra, per la semplice ragione che se la desiderassero l’avrebbero”, aveva risposto con un anticipo di circa 330 anni  Étienne de La Boétie. Il Discorso sulla servitù volontaria (Discours de la servitude volontaire o Contr’un) è la sua opera più nota; fu redatto probabilmente intorno al 1549 e fu pubblicato clandestinamente nel 1576 con il titolo di Il contro uno.

L’oppressione si regge strutturalmente sulla connivenza delle sue vittime: “Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi“, questo recita il teorema di La Boétie in un testo che non seduce certo con tenerezza: strappa infatti dal volto una maschera consolante, per affibbiarci quella di complici seriali della presunta fonte di tutte le nostre disgrazie sociali, come scrive Enrico Donaggio, traduttore e autore dell’introduzione nell’edizione Feltrinelli (Universale Economica, 2016).

Scrive Donaggio che La Boétie elenca almeno quattro cause estrinseche della servitù volontaria: 1. l'”abitudine” impartita da famiglia, contesto e tradizione, che contribuisce in modo decisivo a cementare l’oblio della libertà, instillando una condiscendenza ovvia e acritica verso la subordinazione; 2. le merci dell’industria culturale e gli slogan della propaganda pubblicitaria e politica: un’intuizione che anticipa di quasi cinquecento anni le analisi della società dello spettacolo; 3. una certa forma di convenienza, illustrata con l’immagine omerica della “corda di Giove: le briciole  e la corruzione che cadono dal tavolo del padrone nutrono una sterminata schiera di subalterni, avvelenando l’intero corpo sociale; 4. il mistero, il velo o la maschera, dietro cui da sempre il potere nasconde il proprio volto, generando un’ingannevole fantasmagoria.

Già Henry David Thoreau, che nacque esattamente duecento anni fa e visse due anni in una capanna in riva a un lago (li racconta in Walden, ovvero la vita nei boschi) fece “Disobbedienza civile” sostenendo che il cittadino può non obbedire se non è d’accordo con le direttive del suo governo. Ma noi italiani cosa ne pensiamo? Massimo Cacciari  parla del nostro carente senso di appartenenza (di certo non abbiamo il culto della bandiera degli americani, inglesi, francesi…), del nostro non essere un vero popolo nel significato che la parola ha assunto nel periodo romantico, passato poi nei vari movimenti di liberazione nazionale o sociale.

Filippo La Porta elenca lucidamente molte delle nostre caratteristiche: “In Italia disponiamo storicamente di innumerevoli risorse, sia naturali che umane (arte di arrangiarsi, creatività spontanea, genialità nel gestire il quotidiano) e inoltre vantiamo una tradizione letteraria ricca e variegata. Però è altresì indubitabile che presentiamo in scarsissima misura altre attitudini individuali e altre caratteristiche della vita civile. Le elenco velocemente:

1. senso dell’individuo, ostinato e geloso della propria autonomia (da noi prevalgono famiglie e corporazioni); 2. passione – e ricerca – della verità (da noi la verità non si indaga ma si insabbia, come diceva Flaiano, o non ci si crede proprio); 3. fiducia in una razionalità laica, illuministica (la quale ci appare invece noiosa, priva di fantasia); 4. cognizione e senso del conflitto bene-male (per noi contano sempre di più i prosaici conflitti di interesse); 5. fiducia nella realtà (una realtà che, benché instabile, opponga una resistenza, che non si risolva tutta in parole e che sia in qualche modo cogente); 6. esperienza dell’avventura (la centralità della famiglia è incompatibile con l’avventura: in Italia abbiamo tutti una mentalità da ‘assistiti’, perfino i gangster e gli artisti!); 7. fede ingenua, utopica in una qualche giustizia finale.”

Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore” è un altro famoso aforisma di Ennio Flaiano. Un confronto anche superficiale tra gli elenchi di La Boétie e di La Porta riportati sopra non possono che confermare – in termini che definirei tanto “scientifici” quanto drammatici – la nostra forte, fortissima propensione alla “servitù volontaria”. Il che potrebbe anche costituire una scelta consapevole e in qualche modo più che dignitosa. In “La Valle dell’Eden di Steinbeck, ad esempio, uno dei pochi personaggi saggi e “positivi” è Lee, servitore cinese, il quale a chi gli chiede perché si accontenti di stare a servizio, risponde così:

“Non so dove sia nato il disprezzo per il mestiere del servitore. E’ il rifugio del filosofo, il cibo del pigro e se lo fai bene è anche una posizione di potere, e di amore. Non capisco perché non siano di più le persone intelligenti che lo scelgono come carriera, che imparano a farlo bene e ne raccolgono i benefici. Un bravo servitore sta in una botte di ferro non per via della bontà del suo padrone ma grazie all’abitudine e all’indolenza. E’ dura per un uomo abituarsi a nuovi sapori e a riporre i calzini. Piuttosto che cambiare abitudini si terrà un cattivo domestico. Ma un buon servitore, e io sono un servitore perfetto, tiene in pugno il suo padrone.”

Il nostro  problema è che non ci accontentiamo nemmeno di diventare perfetti servitori:

Il servitore di due padroni, meglio noto come Arlecchino servitore di due padroni, è una celebre commedia di Carlo Goldoni, scritta dall’autore veneto nel 1745.  Al centro della commedia troviamo Truffaldino, servo di due padroni, che, per non svelare il suo inganno e per perseguire il suo unico intento, ovvero mangiare a sazietà, intreccia la storia all’inverosimile, creando solo equivoci e guai. (da Wikipedia)

La maschera di Arlecchino credo descriva al meglio la nostra attitudine “culturale” o caratteriale in quanto italiani. Prima di decidere chi servire, aspettiamo di capire chi vincerà. Nel frattempo, aspettiamo affacciati alla finestra. Siamo dei grandi maestri della maschera; quanto poi sia possibile per ognuno di noi riconoscerci in una identità riconoscendola nostra come popolo e collettività, questo rimane un discorso ancora diverso e forse molto più difficile.

 

Harry Potter e i pirati MP3

 

All’inizio di questo secolo, Dell Glover, dipendente dello stabilimento di stampaggio della Universal Music, nella Carolina del Nord, cominciò a commettere un nuovo tipo di reato. A quelli poco informati sugli straordinari progressi della compressione delle registrazioni digitali (e quasi tutti eravamo poco informati, quindici anni fa) non sarebbe sembrato che Glover stesse facendo qualcosa di particolarmente innovativo. Si portava a casa senza autorizzazione il prodotto dei suoi datori di lavoro, come fanno i dipendenti più o meno da quando è stato inventato il concetto di lavoro dipendente. E non è che si fregasse roba del valore di migliaia di dollari: una copia dell’album di Jay-Z “The Blueprint”, per esempio, aveva un prezzo al dettaglio intorno ai 15 dollari e un costo di fabbricazione di appena 2 o 3 dollari. Per certi versi, era come rubare una teiera o un asciugamano. La grande differenza, naturalmente, è che anche oggi digitalizzare un asciugamano e condividere un link su Dropbox con tutti quelli appena usciti dalla doccia è impossibile.

Glover, per disgrazia della Universal Music, era contemporaneamente un esperto di informatica e un membro della Scene, un losco gruppo di appassionati di musica pirateggianti che frequentava le nascenti chat room su Internet cercando di mettere le mani su qualsiasi nuovo album che i giovani potessero voler ascoltare. Quando Glover rubava un singolo cd (e gliene è sempre bastato uno solo), nel giro di poche ore, attraverso la magia della compressione digitale, The Blueprint diventava accessibile, prima della pubblicazione ufficiale e gratuitamente, a chiunque fosse dotato di un modem, in qualsiasi parte del mondo. Nel giro di cinque anni, solo i babbei – cioè chiunque avesse più di trent’anni – si prendevano ancora il disturbo di pagare per comprare musica registrata.” (Nick HornbyIl giorno in cui ascoltare musica diventò gratis – La Repubblica.it)

Durante una riunione nell’istituto tedesco, Karlheinz Brandenburg (ingegnere della Fraunhofer che ha inventato la tecnologia dell’Mp3 dimostrando che esisteva un metodo per registrare un CD occupando un dodicesimo dello spazio), venne ripreso da un collega in modo brutale: “Ehi ma ti rendi conto di quello che hai fatto? Hai ucciso l’industria musicale”.

Quando, nel 1997, Brandenburg improvvisamente si rese conto dei problemi che i suoi Mp3 avrebbero provocato, organizzò un incontro con l’Associazione americana dell’industria discografica, per mostrare loro come fare per rendere più difficile duplicare i file, ma fu messo cortesemente alla porta. Le case discografiche si trovavano benissimo col cd, gli dissero. Nessuno, nel settore, sembrava rendersi conto che avevano già imboccato la strada per la rovina, e che un cd era semplicemente un modo senza futuro per immagazzinare informazioni codificate. Infatti l’industria discografica si è praticamente dimezzata tra il 2000 e il 2007, e l’arrivo di Spotify, con le sue tariffe irrisorie e la sua praticità estrema, ha liquidato buona parte di quello che restava.

In questo libro “la genesi, l’esplosione e la fine della stagione della pirateria viene raccontata da tre punti di vista. Il primo, quello tecnico, con la storia di Karlheinz Brandenburg. Il secondo, quello industriale, attraverso Doug Morris, presidente della Universal Music Group e ultimo residuato bellico dell’industria musicale tradizionale. Il terzo, quello pratico, con l’epopea di Dell Glover, operaio di una fabbrica di cd della Polygram a Kings Mountain, North Carolina: un lavoratore instancabile che, ad un certo punto, ha cominciato a mettere online tutti i cd che gli passavano sottomano. Glover è il «paziente zero», il più grande pirata della storia, l’uomo che «ha distrutto l’industria discografica per rifarsi i cerchioni dell’auto». (Hamilton Santià – Rollingstone.it)”

Ladri da incarcerare o santi da glorificare? Mai come per la storia della musica gratis in download il giudizio finale può situarsi nel mezzo,”  scrive Davide Turrini su Il Fatto Quotidiano.it. Di certo nemmeno l’industria musicale (paradigma dell’intero sistema industriale mondiale) ne esce granché bene: grazie ai soliti accordi di cartello (dimostrati da indagini federali statunitensi) messi in atto dai “Big Six”, poi “Big Five” poi “Big Four”, per aggirare i vincoli del libero mercato (leggi concorrenza), fregare il pubblico e tenere artificiosamente alti i prezzi a danno dei giovani polli appassionati melomani, di solito squattrinati. Anche lo schema capillare di distribuzione di tangenti pagate in contante dai promoter ai dj delle radio  perché mandassero in onda i loro brani; oppure i call center pagati per telefonare a ripetizione alle stazioni radio per domandare “hit” che, a forza di richieste artificiali, lo diventavano senza prima esserlo state (come pare facesse la Universal): tutto questo non farebbe parte dei “principi” del puro capitalismo, la cui tanto decantata “mano” risulta spesso tutt’altro che invisibile.

Curioso e paradossale rimane comunque il fatto che il primo grosso colpo alla pirateria Mp3 fu inferto da J.K. Rowlings, autrice della saga di Harry Potter; e non a causa di file musicali, bensì di audiolibri. “Sul mercato letterario [Harry Potter] era il libro più venduto nella storia dell’editoria, sul mercato cinematografico era il film con gli incassi di botteghino più alti. L’audiolibro era altrettanto richiesto. Narrato dall’amatissimo attore inglese Stephen Fry, anche quello era il più venduto nella storia degli audiolibri. (…) Alla fine del decennio sarebbe stata la prima miliardaria nella storia dell’editoria. E, come sempre, il valore delle sue proprietà intellettuali dipendeva drammaticamente dal vigore con cui veniva combattuta la pirateria. Rowling aveva assunto uno studio legale di nome Addleshaw Goddard per fare il lavoro sporco.”  

E il “lavoro sporco” portò, in verità senza molta fatica, all’indirizzo completo di codice postale di Alan Ellis, fondatore di Oink, (il più importante sito al mondo di torrent) dopo un blitz delle autorità svedesi nel maggio 2006  alla server farm che ospitava Pirate Bay (che si autodefiniva come «Il sito BitTorrent più resistente al mondo), sequestrando i server e arrestando i fondatori. I legali di Rowling girarono i contatti di Ellis alla polizia non appena li ricevettero. Simbolicamente, è l’inizio della fine, non certo del download abusivo, ma di una intera “generazione pirata” e di una pluridecennale modalità di fruizione musicale. Ora è davvero tutto cambiato.

Stephen Witt – FreeEinaudi 2016 (Titolo originale: How Music Got Free)

 

Pipistrelli nel campanile

A volte mi vengono pensieri che non condivido“: il celebre aforisma di Ennio Flaiano credo descriva molto bene lo stato d’animo di molti cittadini in questo periodo. Stato d’animo che per quanto mi riguarda è sollecitato in particolare da due notizie.

La prima è questa: “Kamikaze bolognese – Uno dei tre killer di London Bridge era un italo-marocchino: 22 anni, figlio di una bolognese, aveva la residenza a casa della madre. Lo avevano già indagato in Italia.(…) Il giovane italo-marocchino di 22 anni, uno degli autori degli attentati di Londra, quando fu bloccato al Marconi il 15 marzo 2016, mentre tentava di partire per la Turchia, era insomma un soggetto potenzialmente pericoloso su cui fare accertamenti.  (…) L’avvocato Silvia Moisè è il legale prima assegnato d’ufficio e poi nominato di fiducia da Youssef Zaghba nel 2016. È lei che l’ha assistito quando fu fermato e gli furono sequestrati cellulari e iPad, ottenendo l’annullamento dei sequestri dal Riesame.  L’avvocato ha fatto solo il suo lavoro: «Avessi avuto qualunque sospetto, ovviamente l’avrei riferito all’autorità giudiziaria. Era mio dovere farlo e l’avrei fatto. Ma proprio non ne ho avuti e mi fa una certa impressione aver incontrato più volte quel giovane senza capire chi veramente fosse». (da Il Resto del Carlino)

Ecco la seconda: “Ipotesi scarcerazione per Riina malato. Accuse e proteste. La Cassazione: ha diritto a una morte dignitosa. I supremi giudici: E’ gravemente malato. Bisogna valutare se può restare in carcere e se può essere pericoloso.” (Il Corriere della Sera) “Riina ha diritto a una morte dignitosa” La Cassazione apre ma è subito rivolta. Esiste un “diritto a morire dignitosamente” che va assicurato al detenuto, afferma la Cassazione. Anche se il detenuto si chiama Salvatore Riina e sta scontando 17 ergastoli. Per la prima volta, i giudici della Suprema Corte aprono a un’istanza degli avvocati del capo dei capi di Cosa Nostra, che chiedono il differimento della pena o gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva invece confermato il carcere per il padrino di Corleone, che ha 86 anni, ribadendo il suo «altissimo tasso di pericolosità» e spiegando soprattutto che non c’è incompatibilità tra le patologie e la detenzione al 41 bis.” (La Repubblica)

La Lettera alla posterità (in latino, Posteritati), è l’ultima lettera contenuta nella raccolta epistolare delle Senili. Si tratta di un’epistola autobiografica di Francesco Petrarca, composta con tutta probabilità nel 1367, modificata e arricchita intorno al 1370-1371. Ecco un breve estratto:
…Partito poi per Montpellier a studiare legge, vi passai altri quattro anni; poi a Bologna, e vi spesi tre anni a studiare tutto il corpo del diritto civile. Ero un giovanotto che secondo l’opinione di parecchi prometteva grandi cose, se avessi seguitato quella strada; ma io quello studio lo lasciai completamente appena mi lasciò la sorveglianza paterna. Non perché non mi piacesse la maestà del diritto, che indubbiamente è grande e satura di quella romana antichità di cui sono ammiratore, ma perché la malvagità degli uomini lo piega ad uso perfido. E così mi spiacque imparare ciò che non avrei potuto usare onestamente; d’altra parte con onestà sarebbe stato imputato ad imperizia. E così a ventidue anni ritornai a casa”. (da “Prose” – Riccardo Riccardo Ricciardi Editore, 1955).
Come scrive Corrado Augias nel suo commento quotidiano, c’è una domanda che potrebbe indurre a ipotesi sconvenienti e che, per carità di patria, scanso.
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 Non per niente siamo il paese degli azzecca-garbugli; il problema però è che ogni giorno divengono sempre più numerose le persone che quei “certi pensieri” che ogni tanto vengo a tutti li condividono per sempre, magari anzi ne fanno anche  propaganda. Qualunque cosa significhi, “populismo” è attualmente il termine più utilizzato dai commentatori politici, anche se demagogia sarebbe senz’altro più adeguato. Inutile nasconderlo: abbiamo insetti alle fondamenta e  pipistrelli nel campanile. Per questo motivo ritengo fondamentale fermarsi un attimo e riflettere su alcuni principi fondamentali sui quali basare con calma e razionalità il nostro pensiero e le azioni che poi ne conseguono. Come ha fatto John Steinbeck scrivendo “East of Eden” – La valle dell’Eden, romanzo americano che più americano non si può, pubblicato nel settembre 1952 – in particolare nel capitolo 13 da cui traggo la seguente citazione:
 
Il mondo è percorso da tensioni estreme, prossime al punto di rottura, e gli uomini sono infelici e confusi. In un’epoca simile mi sembra cosa giusta e naturale pormi queste domande: In che cosa credo? Per cosa devo combattere? Contro cosa devo lottare?. La nostra è l’unica specie dotata di creatività, e tale creatività ha un solo strumento: la mente e lo spirito individuale. (…) E questo credo: che la mente del singolo individuo, libera di esplorare ovunque, è la cosa più preziosa del mondo. E per questo sono pronto a battermi per la libertà dell’intelletto di imboccare qualsiasi direzione, senza dettami. E contro questo debbo battermi: qualsiasi idea, religione o governo che limiti o distrugga l’individuo. Questo è ciò che sono e ciò che voglio. Capisco bene perché un sistema costruito  su uno schema ripetitivo tenti di annientare il libero pensiero: perché la mente indagatrice è la sola cosa capace di distruggerlo. Lo capisco, certo, e lo odio. E intendo combatterlo per preservare l’unica cosa che ci distingue dalle bestie prive di creatività. Se si può uccidere questo stato di esaltazione, allora siamo perduti.”
Concordo; che si tratti di ISIS-Daesh, di mafia-camorra, di guru-santoni vari o del governo autoritario di turno, ripeto: concordo.

 

 

La prevalenza dell’io

«La vera autenticità non sta nell’essere come si è, ma nel riuscire a somigliare al sogno che si ha di se stessi», afferma uno dei personaggi di Tutto su mia madre di Pedro Almodòvar. Non potrei essere più in disaccordo; penso anzi che il successo planetario di Facebook si possa in fondo ricondurre al folle tentativo collettivo di mettere in vetrina l’immagine di se stessi, un brulicare indistinto di ego alla ricerca di mutuo riconoscimento. Quando mai l’immagine di se stessi corrisponde alla realtà? L’autenticità è un’altra cosa. Ma come scrive Rabelais: “Intendiamoci, non che io mi voglia impunemente esentare dal dominio della follia. Ci sono e ne partecipo anch’io, lo confesso. Tutti a questo mondo sono matti, e se in Lorena Fou è vicino a Tou, c’è la sua buona ragione. Ogni cosa è follia” (da Gargantua e Pantagruele)

Non sfugge a questa legge nemmeno Eugenio Scalfari, che nel consueto sermone domenicale su “La Repubblica” del 28 maggio, scrive:

OGNI giorno che passa la confusione aumenta, ma quale ne è la causa? Forse la globalizzazione? Forse l’aumento dell’egoismo in ogni individuo, in ogni famiglia, in ogni tribù, in ogni istituzione, in ogni Stato? La risposta è affermativa: globalizzazione ed egoismo. (…) improvvisamente la società globale ha trasformato se stessa: è diventata un elemento di chiusura. È difficile capire se quella chiusura provenga dall’aumento dell’egoismo o sia stata la globalità a determinarla provocando la chiusura di ogni persona, istituzione e interesse in se stesso. Papa Francesco, che resta il solo a predicare l’apertura di ciascuno verso gli altri, disse che tanti “Tu” diventano “Noi” e quando questo avviene quel “Noi” universale determina la rivoluzione. Aveva ed ha perfettamente ragione, ma sta avvenendo l’inverso: il “Tu” regredisce all’“Io”. Un “Io” globale e cioè l’egoismo fatto persona. E siccome le persone sono dovunque e operano dovunque, il loro se stesso come unico o prevalente segno di valore provoca la chiusura della società globale. La risposta sarebbe una resistenza positiva, l’ “Io” non è una soluzione ma una regressione terribilmente negativa e se vogliamo vederne l’eventuale progressione ci troveremo di fronte a una generale anarchia e al pericolo che ne deriva, cioè l’avvento delle dittature. I fatti raccontati dalla storia sono questi.

Intendiamoci, Scalfari ha perfettamente ragione, il suo ragionamento non fa una grinza. La follia semmai consiste nel pensare che tutto ciò sia successo “improvvisamente”; mentre invece è sotto gli occhi di tutti come la prevalenza dell’io e dell’egoismo personale e/o di gruppo sia un fenomeno patologico endemico da almeno mezzo secolo. Almeno nel cosiddetto occidente “evoluto”, infatti,  il concetto di olismo (unica possibilità di salvezza) ha perso gradualmente valenza socioculturale, per cadere nel dimenticatoio, quando non addirittura nel disprezzo collettivo.

Ma qualcuno si chiede ancora per quale motivo da tutto ciò deriverebbe il pericolo dell’avvento di dittatura. Ce lo spiega molto bene Massimo Gramellini (sul Corriere della Sera del 27 maggio 2017): “Purtroppo ci sono persone così deboli e insicure che non riescono a vivere senza appoggiarsi a un dogma. Non importa se religioso, materialista, scientifico, antiscientifico, carnivoro, vegano. Purché si tratti di un precetto che, in nome di una qualche presunta verità assoluta, li dispensi dalla fatica di adeguare i comportamenti alle situazioni. Ognuno ha il diritto di consegnarsi a una vita rigida da esaltato. Ma appena il fanatismo tracima all’esterno smette di essere un diritto per diventare un problema.” I dittatori per definizione sono creatori (inventori) e impositori di dogmi e verità assolute.

Come però ha scritto Piergiorgio Odifreddi sul Corriere della Sera (partendo da un’analisi di Guerra e pace di Tolstoj in un articolo dal titolo “Matematici sul piede di guerra”): “In realtà la storia è il prodotto di una grande azione collettiva, in cui ciascun protagonista fornisce il suo piccolo apporto. E Tolstoj offre un’interessante metafora matematica: secondo lui, questo è ciò che avviene nel calcolo infinitesimale, in cui l’apporto individuale di quantità infinitesime, chiamate differenziali, viene sommato calcolando una somma infinita, chiamata integrale. In termini matematici, dunque, la storia sarebbe l’integrale dei comportamenti infinitesimi degli individui”.

Si tratta appunto di una metafora, perché finora nessuno è riuscito a formalizzare matematicamente un calcolo della storia. Esistono purtroppo molte persone che hanno difficoltà a comprendere cose che non si riferiscono in qualche modo direttamente a loro. Sarebbe  molto meglio rendersi conto di come all’interno di questa metafora la vera incognita sia costituita dal comportamento di ognuno di noi. Però da quello autentico, non dall’immagine fittizia che di esso vogliamo fornire mettendo ogni giorno in rete un nuovo selfie.