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Month: luglio 2017

Xenofobia, patria e welfare?

Pico della Mirandola riteneva che l’uomo sia stato creato per il desiderio divino che vi fosse un essere capace di comprendere le leggi del creato e amarne la bellezza. Come egli spiega nell'”Oratio de hominis dignitate“, l’uomo riunisce potenzialmente tutte le identità assegnate singolarmente alle altre creature; la sua eccellenza consiste nel dono di poter  essere creatore della propria natura. E immagina il pensiero di Dio: “l’altrui già definita natura è costretta entro leggi da noi prescritte. Tu, non costretto entro chiusa veruna, di tuo arbitrio, nel cui potere t’ò posto, la tua natura ti determinerai. T’ò collocato nel mezzo del mondo perché d’intorno più comodamente tu vegga quel che esiste nel mondo. Non ti facemmo né celeste né terreno, né mortale né immortale affinché tu, di te stesso quasi arbitrario  e , per così dire, onorario plasmatore ed effigiatore, ti componga in quella forma che avrai preferita. Potrai degenerare in quelle inferiori che sono brute; potrai, per decisione dell’animo tuo, rigenerarti nelle superiori che sono divine” 

(…) Ma a che pro tutto questo? Affinché comprendiamo – da che così fummo creati, che siamo quel che vogliam essere – dover noi soprattutto curare che codesto non abbia a dirsi contro di noi: che essendo in alto grado non ci si accorga d’esser invece divenuti simili ai bruti e ai giumenti incoscienti”. Anche Steinbeck, in tempi più recenti, la pensava così: “Ma la parola ebraica timshel – ‘Tu puoi’ – quella dà una possibilità. E’ forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta la cosa sull’uomo. Perché, se ‘tu puoi’… è vero anche che tu puoi non… (…) Ma pensate alla superiorità della scelta! Questo sì che fa di un uomo un uomo. Un gatto non può scegliere, l’ape deve fare il miele. Lì la divinità non c’entra”  (da La valle dell’Eden).

L’ape non può scegliere e fa il miele; l’uomo invece può scegliere, perfino di diventare neonazista: “Settantatre anni dopo la fine del nazifascismo sta montando in Italia – antifascista per Costituzione – un’onda nera che afferma la sua voglia di protagonismo. Che occupa spazi e entra nei consigli comunali (eleggendo rappresentanti oppure con blitz squadristi tipo quelli di CPI a Catania e Milano dove il sindaco Beppe Sala è ora sotto protezione per minacce ricevute). Che aspira a mettere le mani sulle leve della politica che decide. E’ una nuova ultradestra antidemocratica, attrattiva per i giovani, abile nel cavalcare il disagio sociale diffuso, soprattutto nelle fasce deboli, nelle periferie. Da Nord a Sud propone un’offerta non più metapolitica: welfare “socialista” e provocazioni, sul web, nelle piazze, nei circoli, allo stadio, e spazi comunali, spiagge (il caso Chioggia denunciato da “Repubblica” finito in Procura e in Parlamento; le ronde anti- ambulanti di CPI a Ostia). In mezzo al mare, con la nave anti-Ong di Generazione Identitaria fermata a Cipro. Persino negli oratori e nei cimiteri. E nei municipi, dove consiglieri, assessori e sindaci escono allo scoperto: indossano felpe coi simboli di unità militari naziste (Andrea Bonazza, capogruppo CPI a Bolzano), si augurano che «ritorni il fascismo in questo Stato di merda» (Andrea Bianchi, sindaco di Trenzano). (Paolo Berizzi – Xenofobia, patria e welfare. Nasce il patto tra i nuovi fascisti “Arriveremo in Parlamento” – La Repubblica 28 luglio 2017)

Cori, striscioni, xenofobia: se c’è un luogo dove il fascismo, vecchio e nuovo, è totalmente sdoganato, sono le curve degli stadi. Sempre più “brune”. Dei 151 gruppi ultrà politicizzati – su un totale di 382 gruppi – 85 sono di estrema destra, stima l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Il primato della fascisteria? Come vent’anni fa va ai supporter naziskin del Verona. «Chi ha permesso questa serata? Chi ha pagato tutto? Chi ha fatto da garante ha un nome: Adolf Hitler», ha gridato il primo luglio il capo Luca Castellini alla festa per il ritorno in A della squadra. E dal publico si è alzato il coro «È una squadra fantastica, una squadra fatta a svastica, che bello è… Allena Rudolf Hess!». Castellini è anche un politico: coordina Forza Nuova al Nord. A luglio a Roncolevà (Verona) sono arrivati 25 profughi e per protesta l’auto del presidente della cooperativa che li seguiva è stata presa a sassate. «Quando si ospita questa gente sono cose che devi mettere in conto», è stato il commento del “Caste”. (Paolo Berizzi – Dalle scuole agli stadi ai conflitti in periferia. E’ qui che cresce il nuovo fascismo – La Repubblica 29 luglio 2017)

L’uomo, al contrario dell’ape che fa il miele e del gatto (che fa il gatto), può scegliere perfino di buttare il cervello alle ortiche e di degenerare nelle forme più brute, invasate e inferiori:”Il piano è ambizioso, un salto di qualità per il neofascismo. Poggia su uno schema semplice: il passaggio dalla strada ai seggi, dalle “azioni” muscolari (come i mille saluti romani il 29 aprile al cimitero Maggiore) alla partita Camera- Senato. Dove, ha promesso il vicepresidente casapoundino Simone Di Stefano, «voleranno sedie e schiaffoni». Per fortuna possiamo comunque sempre scegliere tra le  dimensioni inferiori e quelle superiori e provare ad  impedire che sedie, schiaffoni e molto altro (ad esempio i manganelli) volino di nuovo. Su un monumento del campo di concentramento di Dachau, c’è un incisione tradotta in trenta lingue che recita: “Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”. Perché la storia dovrebbe sempre insegnarci qualcosa. La civiltà dipende da noi.

 

Corrotto io?

 

 
La Terra di mezzo è una regione di Arda, l’universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J.R.R. TolkienLo Hobbit e Il Signore degli Anelli si svolgono interamente nella Terra di Mezzo, così come parte de Il Silmarillion e dei Racconti incompiuti.
Il mondo di mezzo, invece, è un film del 2016 scritto e diretto da Massimo Scaglione, ambientato a cavallo tra gli anni ’70 e giorni d’oggi, narra l’epopea del mattone a Roma e i disastrosi risultati della cementificazione lungo la cintura periferica, procurati dalla connivenza tra politica e palazzinari alleati in nome della corruzione e del danaro. Il film ripercorre meticolosamente i passaggi tra corrotti e corruttori e sfocia fino all’inchiesta di Mafia Capitale. (Da Wikipedia)
 Poi c’è la cronaca giornalistica della triste realtà quotidiana, dove  il mondo di mezzo “è il nome che i pm romani hanno dato all’inchiesta che nel dicembre 2014 ha portato all’arresto di decine di persone. Il nome vuole sintetizzare un’area di confine tra i due diversi «mondi» (quello legale e quello illegale) «in grado di garantire le relazioni funzionali al conseguimento degli interessi dell’organizzazione». La frase compare nelle intercettazioni dell’inchiesta. Condanne pesanti, alcune esemplari.
Ma il reato di associazione mafiosa, attorno al quale ruotava il processo chiamato appunto «Mafia Capitale», non c’è. È caduto. (Ilaria Sacchettoni – Il Corriere della Sera, 20 luglio 2017). Ragion per cui si può festeggiare.
Gli arrestati sorridono, quelli a piede libero si abbracciano. Così nell’aula bunker di Rebibbia si festeggia lo scampato pericolo. Urla da stadio e lacrime di gioia: lo strano caso degli imputati che esultano per le condanne. No, quella non è mafia, è soltanto “mondo di mezzo”, non è mafia è solo associazione a delinquere, è solo banda, non cosca.  (Attilio Bolzoni, La Repubblica 21 luglio 2017)
  Che vuoi che sia la questione morale. È il senatore azzurro Francesco Giro a svelare il cortocircuito di una politica che si autoassolve, ribaltando il senso di una sentenza in realtà durissima nel comminare le pene. «Chiederò agli organi di FI la revoca immediata della sospensione adottata due anni fa per i colleghi Tredicine e Gramazio», annuncia l’esponente berlusconiano: «Non ha più ragion d’essere dopo il primo grado, che ha radicalmente ridimensionato le accuse, eliminando quelle che ritenevamo lesive dell’onorabilità del ruolo politico-istituzionale del partito». Sarebbe stata un’onta la condanna per mafia, ma ora che gli ex consiglieri comunale e regionale del Pdl si sono beccati 3 e 11 anni per corruzione, si può far ben finta di niente (…)  «la sentenza ci dice che si tratta di triste e ordinaria corruzione », si unisce al coro Storace. (Giovanna Vitale – La Repubblica 22 luglio 2017)
Niccolò Macchiavelli confronta spesso simbolicamente l’organismo politico con il corpo umano. Questo parallelismo tra corpo umano e corpo dello Stato (che risale ad Aristotele) era presente anche nel testo di Tito Livio da lui commentato (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio). Poiché concepisce le istituzioni politiche in modo “naturalistico”, come corpi organici, Machiavelli pensa che un regime monarchico corrotto dia luogo ad una generale corruzione delle membra del corpo civile e sociale: “non si trovano né leggi né ordini che bastino a frenare una universale corruzione. Perché, così come gli buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi, così le leggi, per osservarsi, hanno bisogno dei buoni costumi.” (1, 18 [1])
Di fronte alla corruzione del popolo, per Machiavelli solo la virtù di un singolo (che sarebbe poi un principe-dittatore) può avere la forza di imporre la libertà collettiva, con gli enormi , drammatici rischi e i paradossi che tutto questo comporta.
 Ma tornando all’oggi, una chiave di lettura, anche se certo non ancora una soluzione, ci viene offerta da Piercamillo Davigo nel suo ultimo libro (Il sistema della corruzione – Laterza, 2017):
Il problema è che i politici professionisti si sono presentati più o meno come dei padroni di casa, sostanzialmente facendo intendere “non dovete darci fastidio”. Io penso invece che i padroni di casa siano i cittadini. I politici sono assimilabili ad amministratori di condominio, che sono stati incaricati di governare e di amministrare temporaneamente i nostri beni, e che dovrebbero render conto di come li amministrano.
La funzione dei magistrati – uso questa metafora – è quella dei “cani da guardia“: il loro mestiere è abbaiare se ci sono dei ladri. Avevo una certa stima di me stesso come cane da guardia, ero convinto di essere un buon cane, di abbaiare anche molto bene; sennonché, tutte le volte che abbaiavo, gli amministratori del condominio, anziché guardare se c’erano i ladri, scendevano e mi prendevano a calci.
Allora sorge il dubbio che siano stupidi o collusi, perchè altrimenti non si spiega che il problema sia sempre e soltanto il cane che abbaia e mai il ladro che ruba.
Davigo conclude il suo libro con la constatazione che “un sistema senza valori minimi comuni non può funzionare e il grado di indifferenza nel nostro paese è talmente grottesco da impedire il funzionamento del sistema. Dunque, sono convinto che una tale situazione non durerà a lungo, e non potrà che cominciare a migliorare.” Le ultime parole sono una nota di speranza (ottimismo della volontà…?): La speranza di non essere ingannati da corrotti e corruttori rimane legata a quanto disse Abramo Lincoln in occasione del celebre di scorso a Clinton nel 1858:Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo.”
 Nel frattempo, ognuno faccia in coscienza e per davvero la sua parte.
Nell’ immagine in testata: un frame tratto dal gioco d’azione e d’avventura La Terra di Mezzo: L’Ombra di Mordor, sviluppato da Monolith Productions e prodotto da Warner Bros. Interactive Entertainment

Le confessioni di un architetto

Lo ammetto, sono un architetto. E ammetto anche di non essere particolarmente fiero di appartenere ad una categoria professionale (e intellettuale) la quale, in teoria, avrebbe tutti i mezzi culturali per apportare un contributo positivo nel clima di degrado civile da “fine impero” innegabilmente padrone del tessuto sociale nel nostro paese. L’amara verità è invece che, almeno nel suo complesso e a parte rare eccezioni, all’atto pratico di queste nobili questioni l’architetto non si preoccupa minimamente. Al solito, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare.

Prendiamo il nostro codice deontologico. Il “Preambolo” inizia così: “La professione di Architetto (…) è espressione di cultura e tecnica che impone doveri nei confronti della Società, che storicamente ne ha riconosciuto il ruolo nelle trasformazioni fisiche del territorio, nella valorizzazione e conservazione dei paesaggi, naturali e urbani, del patrimonio storico e artistico e nella pianificazione della città e del territorio, nell’ambito delle rispettive competenze. Con la sua attività, il Professionista nel comprendere e tradurre le esigenze degli individui, dei gruppi sociali e delle autorità in materia di assetto dello spazio concorre alla realizzazione e tutela dei valori e degli interessi generali; come espressi dalla legislazione di settore in attuazione della Costituzione e nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi
internazionali.” Belle parole no? Magari un po’ paludate. Ecco, qualcuno di noi può affermare in buona fede che la nostra azione in quanto categoria stia perseguendo realmente e nel suo complesso questi obiettivi? Ho i miei dubbi. Almeno: senza ridere.

Ma non voglio sparare sulla Croce Rossa, anche perché in qualche misura ciò equivarrebbe a dimostrare propensione per la famosa “sindrome Tafazzi”. Per carità di patria, mi limito quindi a riportare alcune citazioni di un articolo-intervista di Francesco Erbani uscito su Repubblica del 12 luglio scorso,  dal titolo Vittorio Gregotti “L’architettura non interessa più a nessuno”  Confesso al tempo stesso che, nel mio piccolo, mi trovo perfettamente d’accordo con il Maestro Gregotti.

Vittorio Gregotti ha chiuso il suo studio d’architetto. Il 10 agosto compie novant’anni, ma il motivo non è solo anagrafico. «L’architettura non interessa più», dice persino sorridendo nel salotto della sua casa milanese 

(…) compio novant’anni, ma cosa sta succedendo nel nostro mondo? Una società immobiliare decide se, con i soldi dell’Arabia Saudita, investire a Berlino, a Shanghai o a Milano, a seconda delle convenienze. Stabilisce il costo economico, compie un’analisi di mercato, fissa le destinazioni. E alla fine arriva l’architetto, a volte à la mode, al quale si chiede di confezionare l’immagine».

Lei fa questo mestiere dall’inizio degli anni Cinquanta: ne avrà visti di periodi bui. O no?

«Certo. Ma non è un caso che nella mia vita sia stato amico più di letterati, di artisti e di musicisti che di architetti. Da Emilio Tadini a Elio Vittorini, da Umberto Eco a Luciano Berio. E poi ho sempre concepito l’architettura come un prodotto collettivo: un valore che si è perso». (…)

Lei si è occupato tanto di letteratura, di filosofia, di musica. Ha fatto il conservatorio. Eppure lamenta che i suoi colleghi oscillano dall’iperspecialismo alla tuttologia.

«Ma mantenere relazioni fra filosofia, letteratura e architettura non è tuttologia. I miei modelli sono il capomastro medievale e il suo sguardo d’insieme. Capii questo a Parigi, nel 1947, dove lavorai nello studio di Auguste Perret. Dovunque girassi incontravo intellettuali che incrociavano le diverse competenze. Tornato a Milano, appena le lezioni del Politecnico me lo consentivano, andavo a sentire Enzo Paci che parlava di filosofia teoretica».

Studiava architettura, ma non le bastava. (…) E i rapporti con gli scrittori?

«Rimasero intensi. Ho anche partecipato al gruppo 63: si ragionava su come vivere il tempo libero senza finire preda del mercato, una questione cruciale per un architetto».

Comunque sempre pochi architetti.

«Gli architetti erano divisi in due categorie. Una prediligeva la natura d’artista e considerava la letteratura o la filosofia discipline distanti. L’altra era quella dei professionisti, che interpretavano il mestiere onorevolmente, ma che non andavano al di là del dato tecnico».

Comunque sia, lei ha sostenuto che allora ci si confrontava con una società in cui prevaleva l’industria. E che oggi, invece, poco ci si rapporta con quella post industriale.

«Oggi non ci si preoccupa di rappresentare una condizione sociale collettiva. È andato smarrendosi il disegno complessivo della città, che viene progettata per pezzi incoerenti, troppo regolata da interessi».

Questo è dovuto all’irruzione del postmoderno?

«Il postmoderno è un’ideologia tramontata. Ma ha avuto effetti significativi. Si è interpretato in modo ingenuo il rapporto con la storia, non ponendosi nei suoi confronti in termini dialettici, ma adottandone lo stile. E l’involucro è stato considerato indipendente dalla funzione di un edificio. Poi il postmoderno ha incrociato il capitalismo globale».

E che cosa è successo?

«Sono saltate le differenze fra culture. Ora ovunque si distribuiscono prodotti uguali. Prevale il riferimento a un contesto globale, che diventa moda, più che a un contesto specifico. Avanzano lo spettacolo, l’esibizione, l’ossessione per la comunicazione».

Mi fa un esempio?

( Sul tavolo davanti al divano pesca una rivista, c’è la foto di un edificio che sembra accartocciato) «Guardi, questo è il centro di ricerca progettato a Las Vegas da Frank Gehry. Gehry è un mio amico, ma ha superato ogni limite nel rapporto fra contenuto e contenitore. È l’ammissione che l’architettura è sfascio».

Le piace la Nuvola di Fuksas?

«Assolutamente no».

E il Maxxi di Zaha Hadid?

«Il suo fine è la trovata, la calligrafia, senza rapporto con la funzione. Queste sono architetture popolari, d’altronde se non fossero popolari non potrebbero esistere. Contengono un messaggio pubblicitario. Anche nel Seicento le facciate barocche delle chiese lo contenevano, ma si riferiva a un universo spirituale. Qui è la moda a dettare le prescrizioni».

Lei ha realizzato il quartiere Bicocca, a Milano, e a Pujang, in Cina una città da centomila abitanti. Ha fatto il piano regolatore di Torino e il Centro culturale Belem a Lisbona. Ha collaborato con Leonardo Benevolo al Progetto Fori a Roma, mai realizzato, purtroppo. Ma le viene spesso rinfacciato il quartiere Zen a Palermo: c’è chi ne invoca la demolizione.

«Lo Zen avrebbe dovuto essere diverso da quel che è stato, una parte di città e non una periferia. Palermo ha il centro storico, le espansioni otto-novecentesche e poi doveva esserci lo Zen, con residenza, zone commerciali, teatri, impianti sportivi. Doveva possedere un’autonomia di vita che non si è realizzata».

È il problema di molte periferie pubbliche italiane. Qualche responsabilità ce l’avete voi progettisti?

«Io non sono per demolire lo Zen o Corviale. Sono per demolire il concetto di periferia, non basta il rammendo. Ci siamo illusi in quegli anni di poterlo realizzare? È vero, ci siamo illusi di costruire quartieri mescolati socialmente, dotati delle attrezzature che ne facevano, appunto, parti di città e non luoghi ai margini. Rispondevamo a un’emergenza abitativa. Ma se noi ci siamo illusi, quello che contemporaneamente si costruiva o quello è venuto dopo cos’è stato se non la coincidenza fra interessi speculativi e l’annullamento di ogni ideale progettuale? Corviale ha un’idea, che andava realizzata. Non è solo un tema d’architettura».

Lei è stato insegnante a Palermo e ad Harvard, a Venezia e a Parigi. Come guarda ai futuri architetti?

«Mi preoccupa il loro disorientamento. Vengono spinti a coltivare una pura professionalità, a saper corrispondere alle esigenze del committente, oppure ad avere una formazione figurativa stravagante e capace di essere attraente. È pericoloso l’abbandono del disegno a mano. Con il computer si è precisi, è vero, ma non si arriva all’essenza delle cose. I materiali dell’architettura non sono solo il cemento o il vetro. Sono anche i bisogni, le speranze e la conoscenza storica».

Vittorio Gregotti è l’emblema di una cultura oggi perdente, ma rappresenta anche l’ennesima dimostrazione che la cultura della rottamazione è un vicolo cieco perché butta il bambino con l’acqua sporca ( e spesso solo il bambino) con gravissimi danni per il futuro della collettività. Non si tratta di passatismo nostalgico, il problema è trovare il giusto equilibrio tra gli insegnamenti del passato e le esigenze del futuro. Il periodo artistico e culturale del Rinascimento europeo (e italiano in particolare) sta lì a dimostrarlo. Denunciare a prescindere la “colpa di anzianità” significa nascondere dietro un comodo paravento le proprie reali intenzioni.

Comunque sia, auguri, Maestro.

Il mondo è la mia rappresentazione

Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer inizia con queste parole:”Il mondo è una mia rappresentazione. Questa proposizione è una verità per ogni essere vivente e pensante, anche se solo l’uomo può portarla allo stato di conoscenza astratta e ponderata. Se lo fa realmente, si può dire che in lui è maturato lo spirito filosofico. Allora possiede la completa certezza di non conoscere né un sole né una terra, ma soltanto un occhio che vede un sole, una mano che tocca una terra”

Michel Houellebecq scrive che come prima frase di un libro sia difficile trovarne una più schietta, più sincera: “Schopenhauer è rimasto famoso soprattutto per la sua potente descrizione della tragedia della volontà, e questo, purtroppo, ha avuto la conseguenza di avvicinarlo alla categoria dei romanzieri o, peggio ancora, degli psicologi, e di allontanarlo da quella dei ‘veri filosofi‘”. (In presenza di Schopenhauer – La nave di Teseo, 2017).

Nonostante abbia costruito un sistema filosofico completo, con l’ambizione di rispondere all’insieme delle domande poste dalla filosofia sin dalle origini, Schopenhauer sarebbe quindi più un romanziere che un vero e proprio filosofo. E l’affermazione non sembra affatto costituire un complimento, nonostante provenga proprio da un famoso e affermato romanziere come Houellebecq.

E’ curioso il fatto che il giudizio tutt’altro che lusinghiero su chi scrive romanzi sembra condiviso anche da un altro romanziere professionista e affermato in tutto il mondo come Murakami Haruki. Il quale in  “Il mestiere dello scrittore” (Einaudi, 2017) scrive: “A mio parere, scrivere romanzi non è un’attività consona a un’intelligenza superiore. Naturalmente, in una certa misura intelligenza, istruzione e conoscenze sono necessarie. Io stesso ne posseggo il livello minimo richiesto. (…) Chi è dotato di un intelletto sopraffino, o ha conoscenze molto superiori alla media, non dovrebbe scrivere romanzi, l’ho sempre pensato.

Murakami scrive che ha capito di essere un romanziere nell’aprile del 1978, guardando una partita di baseball: “Me ne stavo sdraiato da solo sul prato e guardavo la partita bevendo una birra (…) Il bel suono secco della mazza che colpiva la palla echeggiò nello stadio. Ci furono degli applausi. Fu in quel momento che, senza una ragione al mondo, tutt’a un tratto pensai: ‘ Sì, anch’io posso scrivere un romanzo’. Ricordo ancora perfettamente la sensazione che provai in quel momento. Avevo afferrato qualcosa che era sceso volteggiando dal cielo”.

La verità è che io stesso non so bene come ho fatto a diventare un romanziere. Non è che avessi quest’obiettivo fin da giovanissimo, che abbia fatto studi particolari per realizzarlo o mi sia esercitato a scrivere testi di prova , salendo gradino per gradino. Come in quasi tutto quello che mi è successo nella vita, ho seguito il corso delle cose, spinto da una qualche energia.”

Sorge allora spontanea l’eterna domanda: perché (e per chi) si scrive? Cos’è la letteratura? E’ diffusa l’impressione che, almeno in Italia, esistano più scrittori che lettori, con conseguente e paradossale situazione di ingorgo librario da pubblicazioni inutili e del tutto superflue. Come scrive Massimo Gramellini sul Corriere della Sera: “un’istantanea nitida della meravigliosa società civile. Una miriade di clan familisti, ciascuno dei quali nutre un profondo interesse per il proprio ombelico e altrettanto disinteresse per quello degli altri, con i quali condivide unicamente la diffidenza mista a disprezzo verso la tribù comune”.

Lasciamo perdere questo trascurabile (e deleterio) aspetto, occupiamoci invece del “sacro fuoco” che spinge a scrivere per davvero (il che costituisce il contrario dell’ ostentazione). Murakami risponde così alla domanda: “La verità, in un certo senso, è che scrivo per me stesso (…) Trasformare in un testo alcune immagini che avevo dentro di me, in un linguaggio che mi convincesse, mettendo insieme nel modo giusto le parole… non pensavo ad altro (…) Forse avevo anche un obiettivo “terapeutico”. Perché ogni creazione letteraria contiene in qualche misura lo scopo di migliorare se stesso.”

Questa è una faccia della medaglia, l’altra è la seguente: “Eppure, quando mi chiedono se io veramente  scriva pensando solo a me stesso, rispondo: “No, evidentemente non è così (…) in quanto scrittore professionista, quando scrivo di solito ho in mente i miei lettori. Dimenticarli – ammesso che lo voglia fare – non è possibile, e non sarebbe una cosa assennata (…) L’importante, quello che non deve essere interscambiabile, è il legame tra me e queste persone. Non so dove e in che modo, ma ho la sensazione che in un luogo profondo, buio, le mie radici e le loro siano connesse. Trattandosi di un luogo troppo remoto, non è possibile esplorarlo. Ma attraverso il sistema del racconto, riusciamo a percepire questo legame. Una sensazione vivida di nutrimento che va e che viene.”

Non so come sia possibile esprimerlo meglio di così. Se il mondo è la mia rappresentazione, allora la parola chiave, a mio parere, è condivisione. Condivisione delle radici, non dell’apparenza. Il contrario dell’ostentazione, appunto. “… le grandi doti mentali rendono chi le possiede estraneo agli altri uomini e alle loro attività, giacché più ne possiede in sé e meno può trovarne in loro e per cento cose che a loro procurano grande soddisfazione a lui sembrano insulse e ripugnanti; forse la legge di compensazione che regna ovunque fa sentire anche qui il proprio ascendente…” (Schopenauer – Aforismi sulla saggezza nella vita. Introduzione). Altro non saprei dire. Se non trattando appunto di un esempio contrario, quello dell’ostentazione del proprio ego, l’esibizione della solita presunta diversità, intesa come superiorità, è ovvio. E’ il caso, mi pare, di Valeria ParrellaEnciclopedia della donna. Aggiornamento (Einaudi, 2017). Che nelle note di copertina si presenta così:

“L’Enciclopedia della donna uscì negli anni Sessanta, ed esponeva in modo chiaro e definitivo tutto quello che una donna era tenuta a sapere. Dall’alimentazione allo sport, dalle regole per essere un’impeccabile padrona di casa a quelle da imporre ai figli. Mancava (e manca tuttora) un solo argomento: la fica.

Ecco qualche breve estratto dal testo:

“Con Francesco ci vedevamo in pausa pranzo già da  un po’: avevo appena concluso un trimestre lesbo e lui appartiene a una delle mie categorie preferite: il colletto bianco.” (pag. 23)

“La manovalanza e i colletti bianchi sono di gran lunga da preferire ai professori universitari, ricercatori associati, o ordinari. Agli intellettuali in generale, e soprattutto agli artisti, ai registi. Non ho casistica sui giornalisti, ma conto di farmela.” (pag. 27)

“Francesco lo chiama “bacio appassionato”, ma è stata la prima volta che gliel’ho preso tutto in bocca.” (pag. 51)

“Io fin dalle fasce sono solita dividere l’umanità in due macrocategorie: le persone scopabili e quelle non scopabili.” (pag. 76)

“Questo aggiornamento parla di fica, è per questo che vi si trovano poche altre strade. Il culo non sarà mai una fonte primaria di piacere, e per i miei gusti neanche secondaria, Bianca da una decina d’anni sostiene il contrario.” (pag. 87)

“Bisogna scopare prima che sia troppo tardi. Bisogna scopare appena si può. Bisogna scopare.” (pag. 100)

“Efficace. Resistente. Robusto. La lunghezza è variabile, a seconda della parete. Ma sotto un minimo non si scende, mi dispiace. Non è colpa di nessuno, non verranno giudicati per questo, ma piccolo non va bene, non dà nessun piacere, decade il principio della donna vaginale, torna quello della donna clitoridea e quindi non ha nessun senso andare con un uomo”. (pag. 104)

Se dell'”Enciclopedia della donna” anni sessanta si poteva tranquillamente fare a meno, altrettanto si può dire per l'”aggiornamento” dell’anno duemila e diciassette. Due facce di una stessa superfluità. In fondo anch’esso denuncia ormai una comoda posa conformista, confezionato in modo commercialmente utile e adeguato ai propri tempi. Solo che quest’ultimo è a firma individuale. La domanda comunque rimane sempre la stessa: perché (e per chi) scrive Valeria Parrella? Per i Murakami o Schopenhauer a occhio direi proprio di no.

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