Archivio mensile:agosto 2017

Downsizing

Nel 2013 fece molto discutere negli USA un articolo di Camille Paglia:  “Care donne, rassegnatevi: il mondo appartiene, e continuerà ad appartenere agli uomini. Voi vi siete scavate un ruolo importante, e meritate che vi sia riconosciuto, però smettetela di augurarvi la fine del maschio, perché tanto non succederà“. Questa la parafrasi del suo saggio, pubblicato da “Time”, che provocò la rivolta delle femministe americane. L’articolo si intitola “It’s a Man’s World, and It Always Will Be”. La professoressa della Pennsylvania cominciò attaccando il mito della “fine dell’uomo”, come aveva scritto nel suo recente libro Hanna Rosin.

La quale Hanna Rosin è invece convinta che le donne stiano correndo verso il futuro, mentre gli uomini stanno a guardare (o si voltano indietro cercando di far funzionare il microonde) fossilizzati in abitudini e certezze superate dalla storia. Giornalista americana, moglie di giornalista, madre di tre figli, lei è certa che sia accaduta la più grande svolta in duecentomila anni di storia dell’umanità: “La fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)”, che è anche il titolo del libro uscito nel 2012 in America.

Poi c’è l’inglese Naomi Alderman, che nel suo romanzo “Ragazze elettriche”  si domanda cosa accadrebbe se le donne diventassero più forti degli uomini, se i rapporti di forza si invertissero totalmente e i maschi fossero ridotti a esseri inferiori sottomessi (…) Una metafora sul potere, i suoi usi e abusi:

“Miss Alderman, come le è venuta l’idea delle “Ragazze elettriche”?

«Mi sembrava strano leggere in tutti quei resoconti pseudoscientifici sul “perché gli uomini e le donne hanno ruoli diversi nella società”, risposte tipo “le bambine guardano di più le facce, e quindi le donne sono più empatiche”, o teorie religiose fuori dal tempo. Nessuno mai che dicesse “perché in media gli uomini possono gettare una donna dall’altro capo della stanza e non viceversa”. È davvero incredibile che non si parta da questo ragionamento. Se i poteri coloniali hanno potuto opprimere gli indigeni dell’Africa, delle Americhe, dell’Oceania, non è stato per degli ormoni cerebrali diversi… non è stato il DNA britannico a vincere in modo brutale e disgustoso sugli aborigeni australiani, era semplicemente che potevamo farlo perché avevamo i fucili. È il Rasoio di Occam– cerca la spiegazione più semplice. Perché gli uomini nella storia sono sempre stati al potere? Perché le donne avevano giustamente paura di loro». (dall’articolo di Susanna Nirenstein – La Repubblica, 30 agosto 2017)

Dubito fortemente che sia arrivata “la fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)“. Allo stesso modo dubito che i “poteri coloniali” di vario genere smetteranno mai  di opprimere (o tentare di farlo) le parti deboli della popolazione mondiale. Questo per le banali, ma indiscutibili ragioni illustrate con chiarezza da Naomi Alderman; discutere poi su quanto tutto questo sia ingiusto è tutta un’altra cosa; i fatti e la storia parlano chiaro sulla nostra natura prevaricatrice: nel corso della storia noi esseri umani abbiamo sempre provato a rinchiuderci in categorie e liquidarci a vicenda come subumani o inferiori. “Mi affascina e mi sconcerta il modo in cui esseri altrimenti civili e intelligenti riescano a razionalizzare con pervicace ostinazione filosofie sbagliate e discriminatorie“, scrive Frances Hardinge.
Condivido. Rimango perciò molto perplesso, pur non avendolo ancora letto, dal titolo nonché dall’orribile copertina dell’ultimo libro di  Susan Cain. Non credo proprio – infatti – che esista alcun “superpotere” degli introversi. E meno male. Ma ascoltiamo la Cain, che sembra più che altro preoccuparsi del modello di business prevalente in America e del relativo sistema educativo:

“Studi recenti mostrano che gli introversi, benché preferiscano stare un passo indietro, possono diventare leader migliori degli estroversi.” (…) 

Lei offre consulenza a decine di aziende americane. Ma dopo averla sentita, hanno effettuato cambiamenti concreti?

«Le aziende si stanno rendendo conto che un terzo o metà dei loro dipendenti sono introversi, e se non sanno come ottenere il meglio da queste persone — che lavorano in settori diversi, dalla tecnologia alla finanza —, vuol dire che non stanno gestendo il business nel modo più efficace. I cambiamenti sono sottili. Per esempio, riducono il numero di riunioni, formulano strategie per far sì che tutti esprimano le loro opinioni. Sono piccoli passi, ma sta succedendo». (…)

Lei ha visitato decine di scuole in America ed è molto critica nei confronti degli insegnanti che valutano le capacità dei bambini sulla base del numero di volte che alzano la mano o che assegnano lavori di gruppo anche quando sarebbe utile che i ragazzi lavorassero da soli. È cambiato qualcosa?

«A volte è più facile respingere le critiche che provare a cambiare, ma ho scoperto che alcune scuole hanno cominciato a pensare in modo diverso a come strutturare le giornate, al curriculum e al modo in cui viene valutata la partecipazione in classe. Un problema che c’era — e c’è ancora — sono le pagelle in cui si legge: “La piccola Sophie ha ottime idee ma non parla abbastanza in classe”».

Questo modello di insegnamento è un problema perlopiù americano o lo ha riscontrato anche altrove?

«Il mio lavoro è focalizzato sul sistema scolastico americano, ma mi arrivano lettere da tutto il mondo che si rivelano molto simili. Mi è capitato di riceverne anche da Paesi di tradizione confuciana, dove essere pacati è più accettato». (da La rivincita degli introversi, di Viviana Mazza – La Lettura, 20 Agosto 2017)

Cambiamo campo, passiamo al cinema: “Downsizing (in sala a gennaio) di Alexander Payne  ha aperto, alla presenza del presidente Mattarella, una Mostra (del cinema di Venezia, ndr) in edizione extralarge con un protagonista alto dodici centimetri — Matt Damon in versione ristretta — che si ritrova affrontare questioni immense, dal senso della vita al destino del pianeta. (…) 

Il rimpicciolirsi suggerito dal film non è solo fisico, nell’era del grande ego social.

«Innanzitutto vorrei ricordare che noi siamo già piccoli, basta guardare all’universo. E poi sì, il grande nemico è l’ego, i buddisti lo sanno da secoli».”(Intervista di Arianna Finos a Alexander Payne – La Repubblica 31 agosto 2017)

“Downsizing” significa più o meno “riducendo“. Se ognuno di noi riducesse un po’ il proprio ego ed aumentasse la consapevolezza della nostra complementarietà nei diversi ruoli e delle diverse sensibilità nel contesto generale, invece di seguire il connaturato quanto animalesco istinto di sottomettere, sopraffare o escludere il prossimo (soprattutto quello debole e diverso) avremmo fatto un grande passo avanti nella direzione dell’interesse “universale”.

Un concetto banale ed elementare dovrebbe poi essere chiaro a tutti (purtroppo constato che i “razionalizzatori  pervicaci e ostinati di filosofie sbagliate e discriminatorie” non sono d’accordo): le colpe, i delitti, le violenze e i soprusi – colonialisti o meno – dei nostri avi non ricadono sulla nostre coscienze solo a condizione di prenderne con coerenza le distanze, di “dissociarsi” da esse, di non assorbirne i malefici principi. La tacita condivisione, magari pigramente passiva e nostalgica, di presunti gloriosi eventi e idee criminali del passato implica di fatto la sostanziale connivenza nel presente e il possibile collaborazionismo col male nel futuro: chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. I sintomi e le condizioni al contorno di una sua diabolica ripetizione sono tutti già presenti. Ci piaccia o meno, si tratta ormai di scegliere da che parte stare, e la parte giusta molto raramente coincide con quella più comoda e confortevole.

 

Maschere nude

“Come per le novelle, Pirandello concepì un’edizione complessiva della sua opera teatrale che raccogliesse tutti i drammi scritti. L’editore Bemporad prima e Mondadori dopo ne intrapresero la pubblicazione che coprì un ampio arco temporale. Pirandello diede alla raccolta il titolo unitario di Maschere nude, che esprime il senso ultimo riposto dall’autore agrigentino nel proprio teatro: nella fattispecie il rapporto problematico tra l’identità e il ruolo che ciascuno interpreta nella società e la relazione tra realtà e rappresentazione, che nell’opera di Pirandello è rivestita di un significato ulteriore. Infatti è proprio al teatro che Pirandello delega lo smascheramento dei cliché e dei ruoli cui gli uomini sono costretti nella vita: a teatro lo sdoppiamento tra attore e personaggio – quel complesso rapporto che tiene insieme l’uomo in carne e ossa con il ruolo che deve interpretare, fondamento di ogni rappresentazione teatrale e di ogni “finzione” –, si moltiplica per mostrare la lacerazione dell’uomo e la frantumazione della propria identità. Il personaggio (la “maschera”) viene mostrato “nudo”, cioè inerme e incapace di opporre resistenza alla frammentazione dell’identità cui è soggetto: è quindi sul palcoscenico che si riesce finalmente a mostrare la falsità delle convenzioni, i giochi di ruolo, l’incomunicabilità che mina ogni sana relazione umana.” (da orlandofurioso.com)

L’uso della maschera fu inizialmente zoomorfo, e si fa risalire alla preistoria. Sulle pareti della grotta dei deux frères, sui Pirenei francesi, un dipinto rappresenta un cacciatore mascherato da capra, durante la caccia. La tradizione di travestirsi con pelli e maschere di animali e di imitarne le movenze è presente in tutte le culture umane. (da Wikipedia)

Non fu certo Pirandello il primo a teorizzare il motivo della maschera, anzi delle maschere che coprono il nostro volto, sempre dileguante nel gioco delle immagini specchiate che si inseguono e vestono una realtà sempre sfuggente a tutti i livelli, da quello politico-morale fino a quello fisico passando per quelli più profondamente spirituali. Un tema che stava molto a cuore (in pieno periodo rinascimentale) anche a Leon Battista Alberti:

La linea di condotta di coloro che sono costretti a vivere tra la folla e gli affari deve essere la seguente: non dimenticare mai, nell’intimo del proprio cuore, l’offesa ricevuta; non mostrare mai il proprio risentimento; seguire i tempi simulando e dissimulando; non venir mai meno a se stessi durante l’impresa, ma similare attentamente come sentinelle, cercando si comprendere quali siano i sentimenti, le inclinazioni, i pensieri, i tentativi, i progetti, l’interesse, la necessità, gli affetti, gli odi, le volontà, le possibilità di ciascuno… Colui che si mostrerà…. a questo modo, sarà considerato persona dabbene dalla gente, sarà stimato dai dotti, temuto e assecondato da tutti… Il principio essenziale… è questo solo, che non c’è sentimento che non si possa coprire alla perfezione sotto l’apparenza della probità e dell’innocenza; ciò che conseguiremo brillantemente  adeguando le nostre parole, il nostro volto, e qualsiasi particolare esteriore della nostra persona, in modo da sembrare del tutto simili a coloro che sono creduti buoni e miti… Che splendida cosa è il saper nascondere i più segreti pensieri con il sapiente artifizio della colorita e ingannatrice finzione!” (Leon Battista Alberti – Momus)

Com’è noto, I vestiti nuovi dell’imperatore è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen. La fiaba parla di un imperatore vanitoso vittima di due imbroglioni i quali, giunti in città, spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni.

L’imperatore si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; attribuendo la non visione del tessuto a una sua indegnità che egli certo conosce, e come i suoi cortigiani prima di lui, anch’egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.

Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità. Solo un bambino grida con innocenza “Ma il re è nudo!”  E il sovrano continua imperterrito a sfilare come se nulla fosse successo.

Montaigne nei suoi  Saggi narra l’episodio del viaggio dei tre stranieri  a Rouen, a colloquio con re Carlo IX, i quali avevano denunciato scandalizzati «che c’erano fra noi uomini pieni fino alla gola di ogni sorta di agi, e che le loro metà stavano a mendicare alle porte di quelli, smagriti dalla fame e dalla povertà; e trovavano strano che quelle metà bisognose potessero tollerare una tale ingiustizia, e che non prendessero gli altri per la gola o non appiccassero il fuoco alle loro case». (Saggi, I-XXXI)

E’ cambiato forse qualcosa? Le voci dei “bambini innocenti” sono sempre più deboli e inascoltate. Gli imbroglioni aumentano e i cittadini a quanto pare si sentono segretamente colpevoli di inconfessate indegnità: come spiegarlo altrimenti? L’uso della maschera nel teatro, così nell’antico come nel moderno, può avere finalità tragica oppure comica. Nell’utilizzo senza confronti più diffuso, quello della reale, ma pur sempre teatrale, vita quotidiana, ha invece solo significati essenzialmente tragici; solo qualche volta, anche patetici.

Nella prima immagine qui sopra: Le due maschere, tragica e comica, del teatro latino. Mosaico del I secolo a.C. (Musei Capitolini).

Nell’ultima immagine: illustrazione della favola “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen