Archivio mensile:dicembre 2017

Muri di gomma, topi neri e vipere di stato

Il pomeriggio del 27 giugno 1980 Vincenza Calderone lasciava l’ospedale Rizzoli di Bologna dove era ritornata per controlli e cure dopo che era stata sottoposta a intervento chirurgico, di cui riportava i postumi costituiti dalla parziale ingessatura della gamba sinistra (…) pur essendo stata imbarcata sul volo prenotato Bologna-Cagliari (da dove poi avrebbe poi dovuto proseguire con destinazione Palermo con altro volo) per evitarle questo disagio, in considerazione della sua infermità era stato deciso di farla salire sul volo diretto della compagnia Itavia IH 870 con tratta Bologna Palermo (…) Terminate le operazioni di imbarco, alle ore 20,00 il comandante Gatti a bordo del DC9 riceve l’autorizzazione ad accendere i motori. Dopo pochi minuti, alle ore 20,08, la signora Calderone inizierà il suo volo a bordo del DC9 verso Palermo (…) Sono le ore 20,59,45 locali e nel cielo che guarda l’isola di Ustica, il Dc9 invia il suo ultimo segnale di transponder e scompare per sempre, si inabissa nel punto più profondo del mar Tirreno, a 3600 metri di profondità.” (Erminio Amelio, Alessandro Benedetti – IH87 Il volo spezzato. Strage di Ustica: le storie i misteri, i depistaggi, il processo – Editori Riuniti 2005)

C’è a Bologna, in via Saliceto, in un ex magazzino dell’azienda dei trasporti, un museo della memoria che vale la pena di visitare e di far conoscere agli amici più cari. Non è lì da molto, è stato aperto il 27 giugno 2007.

L’aereo adesso è lì, e insieme a lui c’è tutto quello che dal mare venne ripescato, a parte i corpi naturalmente. In quel luogo c’è molto di più di una ricostruzione ma (per fortuna) non c’è niente di spettacolare.

È semplicemente sconvolgente e coinvolgente l’esperienza di avvicinarsi alle lamiere tra le voci dei Tigi. L’intero progetto del museo è frutto di grande sensibilità architettonica, tutto è collocato in modo sensato, ma c’è di più, c’è l’arte al servizio della memoria, Christian Boltanski lavorando a stretto contatto con l’Associazione dei familiari ha creato un museo della stessa qualità e temperatura del Museo dell’Olocausto di Berlino, solo lo ha fatto a Bologna su una storia che a molti italiani è ormai del tutto sconosciuta. Un museo della memoria di cui ci si può dimenticare presto, oppure mai. Dipende.

A me e a Daniele Del Giudice nel maggio del 2000 era stato concesso, insieme a una troupe Rai, di entrare nell’hangar di Pratica di Mare, dove il relitto ripescato con colpevole ritardo dal mare era stato ricostruito a disposizione dei periti e magistrati esattamente come lo si può vedere oggi a Bologna.

Giro sul fianco destro, quello più devastato dall’impatto con l’acqua, mi avvicino, allungo la mano. – «Non toccate nulla». Dice alle mie spalle il sottufficiale che ci ha accompagnato, mi giro, ho un’espressione eloquente, credo. (…) – «Non toccate niente, lo dico per il vostro bene». Non sembra minaccioso ma un po’ ironico. – «Perchè?» – «Attenti alle vipere» – e si ferma lì. – «In che senso, scusi?» È il suo collega a spiegare: – «Siccome l’aeroporto era pieno di topi, hanno portato le vipere. Adesso di topi ce ne sono meno, ma le vipere, siccome in quest’hangar ormai ci viene poca gente, hanno fatto i nidi, in mezzo ai rottami. Già è successo a un perito che da un pezzo che teneva in mano è uscita la vipera, quindi state attenti a dove toccate».

Le vipere custodi dei segreti di Stato.

(da Marco Paolini, Daniele Del Giudice – I-TIGI. Racconto per Ustica – Einaudi Stile Libero 2009)

Ora, “trentasette anni dopo, una nuova testimonianza riaccende la speranza di raggiungere la verità sull’esplosione in volo del Dc-9 che uccise 81 persone sui cieli di Ustica. Brian Sandlin, all’epoca marinaio sulla Saratoga destinata dagli Usa al pattugliamento del Mediterraneo, intervistato (Atlantide su La7) da Andrea Purgatori, autore della prima ricostruzione sulla vicenda, racconta i fatti di cui fu testimone. È la sera del 27 giugno 1980. Dalla plancia della nave che staziona a poche miglia dal golfo di Napoli, il giovane Sandlin assiste al rientro da una missione speciale di due Phantom disarmati, scarichi. Aerei che sarebbero serviti ad abbattere altrettanti Mig libici in volo proprio lungo la traiettoria aerea del Dc-9: «Quella sera — racconta l’ex marinaio — ci hanno detto che avevamo abbattuto due Mig libici. Era quella la ragione per cui siamo salpati: mettere alla prova la Libia». (…)

Ma il suo silenzio in tutti questi decenni? È terrorizzato. Nel 1993 la visione di una puntata di 60 minutes (leggendario programma d’inchiesta della Cbs raccontato anche nel film Insider di Michael Mann con Al Pacino) per un attimo addormenta la paura e restituisce memoria all’ex marinaio. Sandlin, però, non trova ancora il coraggio di mettere a disposizione di altri le proprie informazioni. Un sottoufficiale prossimo alla pensione, racconta, era stato ucciso in una rapina tanto misteriosa quanto anomala. Unico ad essere colpito benché in un gruppo di bersagli possibili. Sapeva qualcosa su Ustica? La paura, spiega Sandlin, scompare nel momento in cui cambiano gli scenari internazionali e lo strapotere della Cia è ridimensionato: «Oggi non credo — dice — che possa ancora mordere». E allora l’ex marinaio della Usa Navy parla, racconta e smentisce verità ufficiali. Ad esempio quella del Pentagono sul fatto che, quella notte, i radar della Saratoga sarebbero stati spenti per non disturbare le frequenze televisive italiane. Impossibile, dice l’uomo. Mai e poi mai una nave così avrebbe potuto spegnere i radar.” (Corriere.it – Strage di Ustica. La verità del militare USA: «Due Mig libici abbattuti dai nostri caccia la sera dell’esplosione». La nuova testimonianza ad «Atlantide», su La7. Torna l’ipotesi del volo colpito per errore – di Ilaria Sacchettoni)

Dopo 272 udienze e dopo aver ascoltato migliaia tra testimoni, consulenti e periti, il 30 aprile 2004, la corte assolve dall’imputazione di alto tradimento – per aver gli imputati turbato (e non impedito) le funzioni di governo – i generali Corrado Melillo e Zeno Tascio “per non aver commesso il fatto”. I generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri vengono invece ritenuti colpevoli ma, essendo ormai passati più di 15 anni, il reato è caduto in prescrizione.

Anche per molte imputazioni relative ad altri militari dell’Aeronautica (falsa testimonianza, favoreggiamento, ecc.) viene dichiarata la prescrizione. Il reato di abuso d’ufficio, invece, non sussiste più per modifiche successive alla legge.

Questa storia dimostra nei fatti come a volte la fedeltà e l’onore siano alibi per non avere coscienza, per coprirsi le spalle a vicenda. Del resto, come documenta Davide Conti, “Alla fine della Seconda guerra mondiale molti tra i più alti vertici militari delle Forze armate italiane avrebbero dovuto rispondere di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia e all’estero [qualcuno – sebbene fosse in teoria ricercato – ha vissuto per decenni sotto falso nome, alla luce del sole con documenti validi e regolare professione, frequentando tranquillamente i familiari, N.d.R.]. A salvarli furono gli equilibri della Guerra fredda e il decisivo appoggio degli alleati occidentali grazie a cui l’Italia eluse ogni forma di sanzione per i suoi militari. Diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti e ministri della Repubblica e coinvolti nei principali eventi del dopoguerra.

Scrive Michele Serra: “Dal 1967 al 1977 in Italia ci sono stati almeno otto tentativi di colpo di Stato, almeno venti attentati alle linee ferroviarie e a luoghi pubblici con l’obiettivo di creare paura e di instaurare una nuova forma di governo. Non hanno mai vinto, ma non hanno mai perso veramente… Un gruppo di orientamento nazista metteva bombe, raccoglieva finanziamenti, si assicurava coperture, tutto sotto l’efficiente organizzazione dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, i cui dirigenti peraltro erano agenti segreti con grande curriculum, e a suo tempo erano stati, anche loro, mussoliniani e hitleriani… Il questore di Milano in carica nel 1969 (l’anno di piazza Fontana, ndr) era stato l’aguzzino del carcere per antifascisti di Ventotene». Sono parole di Enrico Deaglio, dall’introduzione a Patria, un libro che entusiasma per la potenza del giornalismo e sconforta per l’inutilità del giornalismo.” (la Repubblica 20 dicembre 2017). Il quadro è  chiarissimo: sono queste le fragili fondamenta della Repubblica Italiana.

Giuditta e Oloferne (e Weinstein)

PRIMO FLASHBACK:

Anno 1610. Artemisia Gentileschi dipinge  Susanna e i vecchioni (1610, Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden – vedi sopra) all’età di diciassette anni. “Il soggetto di Susanna e i vecchioni è, tra gli episodi dell’Antico Testamento, uno dei più frequentemente rappresentati, specialmente nel XVI e XVII secolo. L’episodio al quale si riferisce l’opera è narrato nel Libro di Daniele: la casta Susanna, sorpresa al bagno da due anziani signori che frequentavano la casa del marito, è sottoposta a ricatto sessuale: o acconsentirà di sottostare ai loro appetiti o i due diranno al marito di averla sorpresa con un giovane amante. Susanna accetta l’umiliazione di una ingiusta accusa; sarà Daniele a smascherare la menzogna dei due laidi anziani. La rappresentazione di Susanna sorpresa ignuda dai vecchioni ha apparentemente intenti moralistici, ma è spesso un pretesto per soddisfare la “pruderie” di committenti che si compiacciono di soggetti di nudo femminile.” (da Wikipedia)

5 ottobre 2017 “Il New York Times mette nero su bianco quello che si vociferava da anni. Il produttore avrebbe molestato decine di donne: dipendenti, attrici, modelle. Le prime a parlare al quotidiano, che mette insieme molte interviste ad attuali ed ex dipendenti delle case di produzione di Weinstein, diversi documenti legali, ed email, sono Rose McGowan e Ashley JuddQuest’ultima rivela di una colazione di lavoro in hotel di Beverly Hills, trasformatasi in incubo. «Mi fece salire nella sua stanza, dove si presentò in accappatoio e mi chiese di guardarlo mentre faceva la doccia. A quel punto pensai: “Come posso uscire dalla stanza il più velocemente possibile senza indispettire Harvey Weinstein?” Mi sono sentita intrappolata. C’era molto in ballo». Quest’ultima frase accomuna tutte.” (da Vanityfair.it)

23 novembre 2017. “Felice Giorno del Ringraziamento a tutti! (Tranne che a te, Harvey, e a tutti i tuoi malvagi cospiratori – sono felice che la cosa stia andando per le lunghe – non meriti una pallottola).”  (Uma Thurman, post su Instagram sulla faccenda Harvey Weinstein)

SECONDO FLASHBACK:

Anno 1611, giorno imprecisato: « Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne » (Artemisia Gentileschi)

27 novembre 1612: “Mentre Suo Onore parlava, tenevo la schiena dritta e rigida. «Nella presente causa, intentata da Orazio Gentileschi, pittore [padre di Artemisia, N.d.R], contro Agostino Tassi, pittore, imprigionato in Corte Savella, non contestando la dichiarazione e la testimonianza della ragazza Artemisia Gentileschi, di essere stata ripetutamente stuprata dal signor Tassi, considerando che il dipinto mancante è stato restituito e considerando che il ricorrente è d’accordo e che l’accusato ha già scontato otto mesi di carcere nel corso del processo, dichiaro che al prigioniero viene concesso l’indulto. Il caso è chiuso». (Susan Vreeland – “La passione di Artemisia” – Neri Pozza, 2002)

Novembre 2017. “Il fatto che tante donne abbiano trovato il coraggio di di rendere pubbliche le accuse contro Weinstein, Bill Cosby, Roger Ailes e Bill O’Reilly rappresenta una svolta culturale. Un gruppo immenso di vittime ora si sente sollevato. Improvvisamente, si comincia a discutere di una serie di problemi: cosa s’intende per molestie sessuali? Che rapporto c’è tra violenza fisica e  violenza verbale? Gli uomini capiscono che le molestie possono danneggiare una donna?“. (David Remnick – Internazionale n. 1231)

Dicembre 2017. “Oggi sta esplodendo un terzo modo di contestare la forma tradizionale delle identità di genere: le donne che denunciano in massa la violenza sessuale maschile. E’ in corso un cambiamento epocale, un grande risveglio, un nuovo capitolo nella storia dell’uguaglianza. Il modo in cui le relazione tra i sessi sono state regolate e organizzate per migliaia di di anni viene messo in discussione e contestato- E ora la parte che protesta non è una minoranza lgbt+, ma una maggioranza, le donne. Ciò che sta venendo a galla non è niente di nuovo, è qualcosa che noi (almeno vagamente) abbiamo sempre saputo e che  semplicemente non eravamo capaci  (o disposti e pronti a) affrontare apertamente: centinaia di modi di sfruttare sessualmente le donne. Le donne oggi cominciano a far emergere il lato oscuro delle nostre affermazioni ufficiali di uguaglianza e rispetto reciproco, e ciò che stiamo riscoprendo è, tra l’altro, qunto fossero (e siano) ipocrite e unilaterali le nostre crtiche sull’oppressione delle donne nei paesi musulmani: dobbiamo fare i conti con la nostra realtà di abuso e sfruttamento“. (Slavoj Zizek– Internazionale n. 1232)

TERZO FLASHBACK:

È incredibile, ma ancora cinquant’anni fa — come documenta ampiamente Pier Maria Furlan in Sbatti il matto in prima pagina. I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia (Donzelli) — i manicomi erano affollati da donne «sane trattate come pazze solo per punizione». Donne rinchiuse perché avevano palesato un «temperamento ostinato e ribelle», compiendo «fughe frequenti e immotivate da casa», cercando la compagnia di «uomini di qualunque ceto e condizione». In alcuni casi erano accusate di essersi rese protagoniste di litigi «con la portiera e i vicini di casa». In altri di aver condotto «vita irregolare con spiccate tendenze erotiche e rifiuto di qualsiasi ordine o minima regola di vita». Talvolta di aver «tralasciato le preoccupazioni per la famiglia» e qualcuna di aver preferito spendere «sconsideratamente il denaro che il marito le affidava». Oppure di aver esibito, a detta dei parenti più stretti, un «comportamento inadeguato» e «abnorme in campo sessuale».

Qualcuna, anziché dedicarsi alle «faccende», aveva cominciato a «uscire molto spesso e a dimenticare l’ora del rientro a casa». Suo padre raccontava di aver fatto tutto il possibile «per frenarla, ma lei non voleva sentire niente, né consigli, né minacce». Per giunta aveva gettato l’ombra del disonore sulla famiglia «perché la si vedeva spesso coi giovanotti». Un’altra era stata considerata affetta da «disturbi sotto forma di intolleranza alla disciplina familiare» che la portavano a compiere «conquiste amorose, fughe da casa». Un’altra ancora era ripetutamente fuggita dalla famiglia e — a detta dei suoi parenti — aveva preso l’abitudine a «sperperare il proprio denaro regalandolo e facendo acquisti non necessari» (ma i medici avevano accertato che questa «alterazione psichica» si era manifestata dopo che era stata «ripetutamente percossa alla testa con un bastone dal proprio marito, riportando contusioni multiple al capo»).

In qualche caso, dopo che il medico di famiglia aveva diagnosticato «isterismo di alto grado», gli psichiatri, avendo tenuto la paziente in osservazione per oltre un mese, l’avevano considerata «rassegnata per la sua sorte tragica», ma «perfettamente orientata e cosciente» e l’avevano restituita alla famiglia (uno zio che la maltrattava), specificando che non riconoscevano in lei «alcuna malattia mentale».

Questo genere di medici più scrupolosi erano, però, un’eccezione. Quasi sempre la diagnosi di «comportamento quanto mai strano e dovuto senza dubbio a squilibrio mentale» (o cose del genere) era sufficiente per rinchiudere molte di queste povere persone in pubblici lager per malate di mente. Sul finire degli anni Sessanta alcune giovani erano state ricoverate a forza con l’accusa di essersi allontanate da casa e dal lavoro «per unirsi con i capelloni» o perché erano andate «nelle bettole a fare l’amore».

Qualcosa del genere si prolungò ancora per anni e anni. Praticamente fino al 13 maggio del 1978, quando fu approvata la cosiddetta legge Basaglia. Incredibile“. (Paolo Mieli, il Corriere sul della Sera 12 dicembre 2017 – Il pretesto della pazzia. Le donne ribelli o vittime di violenza erano spesso rinchiuse in manicomio)

Incredibile, ma vero. Com’è vero il fatto che ciò che sta venendo a galla non è niente di nuovo. Può capitare di vergognarsi anche solo di appartenere allo stesso genere degli squallidi, laidi individui che – appunto – non meritano nemmeno una pallottola. Le mie scuse.

QUARTO E ULTIMO FLASHBACK:

Giuditta che decapita Oloferne”,  di Artemisia Gentileschi, 1620 circa. Galleria degli Uffizi, Firenze.

Quei fanatici così perbene

La torbida e ottusa convinzione di essere portatori di qualche tipo di verità necessaria, considerarsi missionari destinati a salvare l’umanità: è questo il seme in apparenza innocuo, innocente, da cui invece germogliano così spesso le più temibili manifestazioni di intolleranza e di violenza.

In effetti, il germe più o meno occulto del fanatismo si annida non di rado dentro manifestazioni diverse di dogmatismo categorico, di chiusura quando non di ostilità, nei confronti di posizioni considerate inaccettabili. Quella ferma convinzione di essere dalla parte del giusto che scava e si asserraglia dentro di sé, che non contempla né finestre né porte, è la cartina al tornasole di questa malattia, così come le prese di posizione che scaturiscono da pozzi cristallini di sprezzo e repulsione che respingono qualunque altro impulso emotivo. (Amos Oz)

Contrariamente ai luoghi comuni più banali, il fanatico portatore di questo germe così pericoloso non si evidenzia per il suo aspetto, magari per le corna, la coda e la pelle rossa, oppure per il passamontagna, la mimetica e la bandiera nera con lettere arabe. Non vive neanche in una caverna. Al contrario, quasi sempre indossa un rispettabile completo giacca e cravatta, oppure un inappuntabile tailleur-tacco 12, oppure jeans e maglione sportivo. A volte anche pantaloncini corti e scarpe coi tacchetti. O una tonaca, o un grembiule da casalinga. Vive in mezzo  a noi, insomma; a volte può essere un inconsapevole “portatore sano” della malattia (“Perdona loro perché non sanno quello che fanno” disse Gesù), qualcuno invece lo sa benissimo, ciò che sta facendo. Tutti comunque diffondono o tentano di diffondere il loro catastrofico virus.

Si tratta del fanatico perbenista, un “modello sociologico” di cui riporto di seguito tre esempi, ma se ne potrebbero portare altri mille, vicini e lontani. I rispettivi gradi di  colpa o responsabilità sociale, politica o penale sono enormemente diversi e addirittura incomparabili; eppure condividono tutti lo stesso pericoloso, a volte micidiale principio di base: la disgraziata convinzione “missionaria” di cui sopra.

Primo esempio:

Un importante scrittore israeliano, Sami Michael, raccontò un giorno di un lungo viaggio in macchina insieme a un autista. A un certo punto questi cominciò a spiegargli quanto importante, e pure urgente, fosse per noi ebrei “uccidere tutti gli arabi!“. Sami Michael ascoltò educatamente finché l’autista non ebbe finito la sua concione e, invece di scandalizzarsi, di confutare o esprimere disprezzo, gli fece una domanda ingenua:

“E chi, secondo lei, dovrebbe uccidere tutti gli arabi?”

“Noi! Gli ebrei! Bisogna farlo! O noi o loro! Non vede cosa ci fanno continuamente?

“Ma chi di preciso dovrebbe uccidere tutti gli arabi? L’esercito, la polizia? O i pompieri? O i medici in camice bianco con delle iniezioni?” L’autista si grattò il capo, tacque, rifletté sulla domanda e alla fine rispose:

“Bisogna dividerci il compito fra noi. Ogni maschio ebreo dovrà uccidere alcuni arabi”. Sami Michael non si arrese: “Va bene. Diciamo che lei, in quanto cittadino di Haifa, ha in carico un condominio della sua città. Passa di porta in porta, suona il campanello, domanda educatamente agli inquilini: ‘Scusi, siete per caso arabi?’. Se rispondono di sì lei spara e li uccide. Finito di uccidere tutti gli arabi del condominio che le è stato assegnato, scende e se ne va a casa e allora, prima di allontanarsi, sente improvvisamente da un piano alto il pianto di un neonato. Che fa? Si volta? Torna indietro? Sale su per le scale e spara al neonato? Si o no?”. Lungo intervallo di silenzio. L’autista meditò. Alla fine rispose al suo passeggero:

“Senta signore, lei è una persona veramente crudele!“. (Amos OzCari fanatici – Feltrinelli 2017)

Secondo esempio:

Per tutto il processo Eichman cercò di spiegare, quasi sempre senza successo, quest’altro punto grazie al quale non si sentiva “colpevole nel senso dell’atto d’accusa”. Secondo l’atto d’accusa egli aveva agito non solo di proposito, ma anche per bassi motivi e ben sapendo che le sue azioni erano criminose. Ma quanto ai bassi motivi, Eichman era convintissimo di non essere un innerer Schweinehund, cioè di non essere nel fondo dell’anima un individuo sordido e indegno; e quanto alla consapevolezza, disse che sicuramente non si sarebbe sentito la coscienza a posto se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato – trasportare milioni di uomini, donne e bambini verso la morte – con grande zelo e cronometrica precisione. Queste affermazioni lasciavano certo sbigottiti. Ma una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato “normale”, e uno di questi, si dice, aveva esclamato addirittura : “Più normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato,”mentre un altro aveva trovato che tutta la sua psicologia, tutto il suo atteggiamento verso la moglie e i figli, verso la madre, il padre, i fratelli, le sorelle e gli amici era “non solo normale, ma ideale”: e infine anche il cappellano che lo visitò regolarmente in carcere dopo che la Corte Suprema ebbe finito di discutere l’appello, assicurò a tutti che Eichman aveva “idee quanto mai positive” (Hanna Arendt – La banalità del male. Eichman a Gerusalemme – Feltrinelli 2001)

Questo processo diede occasione a molti di riflettere sulla natura umana e dei movimenti del presente. Eichmann, come detto, tutto era fuorché anormale: era questa la sua dote più spaventosa. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee, come lui. Prima ancora che poco intelligente, egli non aveva idee e non si rendeva conto di quel che stava facendo. Era semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, ecc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo. (da Wikipedia)

Terzo esempio:

La “logica schiavista”. Ancora: “I soloni dell’immigrazionismo a ogni costo”. I popoli sacrificati “sull’altare di un turbocapitalismo alienante”. Attenzione, questa è forte, sfiora il gioco enigmistico: “Il megafono propagandistico di pseudoclericali irretiti dalla retorica mondialista”. Poi c’è la tipica sostituzione di popoli con “non popoli figli della modernità incontrollata nel nome del progresso”. Chiusura col botto: “Il popolo si ama e non si distrugge”. Tutto col tono di voce un po’ goffo, zoppicante, da poesia ripetuta a pappagallo senza coglierne il 10% del significato, da studentello per cui un 6 in pagella era un’impresa da festeggiare. Poi il trombettiere dei fascisti del Veneto Fronte Skinhead, evidentemente selezionato dopo un’attenta analisi del timbro di voce, ripiega soddisfatto il foglietto.

Stiamo parlando della violenta interruzione avvenuta martedì scorso a Como, [28 novembre 2017, NdR] in una sala al primo piano del Chiostrino di Santa Eufemia, mentre era in corso una riunione di Como Senza Frontiere. Una rete che unisce decine di associazioni locali a sostegno dei migranti. Volontari, gente che dopo una giornata di lavoro, sacrificando magari una cena in famiglia, stava tentando di coordinarsi per accogliere al meglio chi ha bisogno. Anche per mitigare i problemi sul territorio. Gente, insomma, che si sporca le mani ogni giorno e ha poco da spartire con le chiacchiere da social network e le sfilate da bulletti di quartiere. (da Wired.it)

Come notiamo dal filmato, che loro stessi desideravano fosse diffuso, questi ragazzi con le teste rasate hanno tutti le facce da bravi ragazzi di buona famiglia, puliti ed educati coi loro bomberini neri. Uscendo dalla sala hanno anche cortesemente concesso il permesso di proseguire (“Adesso potete continuare…“) la riunione che avevano appena interrotto. Hanno solo trascurato di precisare un dettaglio molto importante: fino a quando, precisamente, secondo loro questo genere di riunioni potranno continuare?