Archivio mensile:gennaio 2018

Per loro

Un «Moloch mostruoso che mette a rischio la conservazione del patrimonio architettonico». Questo il pacato giudizio di “Italia Nostra, associazione bolognese in difesa del patrimonio artistico”, che troviamo in una lettera aperta indirizzata a Comune e Belle Arti. Anche i comitati dei residenti, ovviamente, scrivono al sindaco Virginio Merola e al soprintendente minacciando ricorsi. “È bufera su Comune e soprintendenza per il “castello di container” in piazza Verdi (…) Una sollevazione collettiva che tuttavia non impressiona l’assessore Matteo Lepore: «I container resteranno lì da un minimo di due settimane a un massimo di un mese e mezzo, per accogliere anche eventi legati ad Artefiera. Sono provvisori» ha spiegato l’assessore ieri in question time. Contro di lui si scaglia però mezzo consiglio comunale, dalla Lega, al M5S, a Coalizione civica.” (Silvia Bignami su la Repubblica Bologna  del 13 gennaio scorso).

Visto l’argomento “dirompente” (qui a Bologna), scendono in campo i pezzi da novanta: “Philippe Daverio va controcorrente: «I container? Non li condannerei, li trovo interessanti e piazza Verdi non è certo lo spazio più importante della città». Un giudizio che deflagrerà come una molotov tra i bolognesi, i quali in massa hanno condannato gli “scatoloni” installati di fronte al Teatro Comunale. (…) Insomma, i container sono promossi? «Guardi, sono sicuro che se una cosa di questo tipo l’avessero realizzata a Berlino, tutti avrebbero detto: che gran trovata questi berlinesi! Noi, invece, non siamo per nulla attratti dall’innovazione. Anzi, il nuovo ci spaventa». (Intervista di Valerio Varesi, la Repubblica Bologna, 14 gennaio 2018).

Obbligatorio, a questo punto, sentire il parere di Eugenio Riccomini, il critico e divulgatore d’arte più famoso della provincia, notoriamente avverso a ogni genere di innovazione, ma dalla cui opinione – sempre qui da noi – pare non si possa prescindere. Infatti: «Una delle caratteristiche dell’età moderna cui nessuno pensa è proprio quella di difendere l’antico. Il nostro dovere, lo dico pensando prima di tutto a sindaco e soprintendente, è far sì che dentro le mura la città rimanga così com’è. Io lì non ci metterei proprio niente, al limite un mercatino di libri usati, che si smonta velocemente». Così il critico d’arte Eugenio Riccomini interviene sul tema molto dibattuto del Winter Village in piazza Verdi, rispondendo anche a Philippe Daverio che dalle pagine di Repubblica Bologna aveva mostrato apprezzamento per la struttura di container appena ultimata.” (Intervista di Eleonora Capelli su la Repubblica Bologna del 16 gennaio 2018)

La pietra dello scandalo, il “Moloch mostruoso” (per di più temporaneo) è questo:

Nel mio piccolo, comunque, condivido in pieno il punto di vista di Claudio Favelli, il quale scrive:“se un architetto mette, per qualche mese, una torre di ferro di un colore approvato dai controllori del contesto, nella città delle torri, e si grida allo scandalo, bisogna iniziare a chiedersi delle cose. Una storiella, non proprio da buttare e da raccontare ai nipotini, potrebbe essere che questi benedetti container che stanno negli interporti e nelle periferie (che sono brutte, mentre invece le piazze del centro sono belle) sono proprio il simbolo della globalizzazione e sono quelli che ci portano, come Babbo Natale, tutta la nostra cara merce che ogni giorno desideriamo che ci arrivi al pianerottolo di casa. È l’altra faccia della medaglia, insieme, ad esempio, alla condizione di quelli che ci lavorano o al contesto di enormi capannoni fatti per contenere tutti i desideri che arrivano col corriere. Se per una volta, per qualche mese, le cose che stanno nei posti brutti, vengono (riverniciate) nei posti belli, non sembrerebbe un gran scandalo, a meno che non si voglia mettere sempre la polvere sotto il tappeto.”

Ecco, appunto. Gridare allo scandalo ogni volta che si attua un intervento nel contesto storico consolidato, equivale a mettere sempre la polvere sotto il tappeto. Gli esempi si sprecano: le “barriere di protezione” del portico dei Servi in strada Maggiore vengono giudicate “maniglie di una valigia” (Riccomini); i fittoni collocati sotto le due torri per proteggere l’area pedonale invece uno “scempio”, una “selva fallica”  da parte di una trentina di singoli fra urbanisti, architetti e storici – fra loro anche Eugenio Riccomini e Pier Luigi Cervellati – e di tre associazioni: Italia Nostra, Comitato per Bologna storico artistica, Società di Santa Cecilia – Amici della Pinacoteca di Bologna.

Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi. Invece non si ricordano analoghe alzate di scudi rispetto recenti (quanto indecenti) mostruose realizzazioni effettuate nell’immediata periferia dai potentati politici, economici e progettuali locali; come (per fare un solo esempio) la famigerata “porta Europa” di via Stalingrado, orrenda accozzaglia di forme insensate, tra cui torri merlate, ponti e bottiglie: migliaia e migliaia di metri cubi ammassati uno sull’altro all’ingresso nord della città, vero e proprio “ecomostro” urbano voluto da Unipol e promosso grazie ai metodi e alla sollecitudine del sottogoverno e della burocrazia. Di modo che, per chi arriva in città da quella parte, sia già tutto chiaro.

Smettiamo allora una buona volta di mettere la polvere sotto il tappeto. Bisogna ricominciare a chiedersi (e a chiedere)  molte cose, ma per davvero. Come faceva (uscendo una buona volta dallo strapaese) Bruno Zevi (Roma, 22 gennaio 1918 – 9 gennaio 200), del quale il 22 gennaio scorso ricorreva il centenario della nascita. Architetto, urbanista, politico e accademico italiano, noto soprattutto come storico e critico d’architettura. Egli metteva l’arte alla base dell’antifascismo e condannava il degrado urbanistico e morale del Paese. Molto da fare, quindi, da queste parti. Ed egli  manifestava il suo impegno anche nella politica attiva.

“Questa occupa grande spazio nella sua vita fin da quando, fuggito dall’Italia per le leggi razziali, nel 1939, Zevi approda a Londra e poi negli Usa, dove si laurea – ad Harvard – e dove dirige i Quaderni italiani di Giustizia e Libertà insieme ad Aldo Garosci ed Enzo Tagliacozzo. Rientrato a Roma, partecipa alla Resistenza con il Partito d’Azione. Verranno poi il Psi e il Partito radicale, di cui sarà presidente fra l’88 e il ’91 e nelle cui liste verrà eletto in Parlamento nell’87. (Francesco Erbani – La Repubblica 22 gennaio 2018)

In “Il linguaggio moderno dell’architettura” (Piccola Biblioteca Einaudi, 1973) scriveva: Contro ogni teoria dell’ambientamento. Quando si affronta l’argomento dell’incontro fra architettura moderna e ambienti storici, s’intende che esso implichi esclusivamente la difesa dell’antico minacciato dall’invadenza del nuovo. Questo è, senza dubbio, un polo saliente della questione. Ne viene tuttavia trascurato un secondo di pari rilievo, che a molti sembra meno urgente: l’affermazione dei valori architettonici contemporanei, insidiati da un cumulo di prregiudizi accademici (…) tutte le teorie miranti ad un ambientamento del nuovo nell’antico – tutte: dalle più retrive a quelle in apparenza progressiste – conducono a reprimere o, peggio, a corrompere il nuovo senza perciò rispettare l’antico.

Mentre in “Editoriali di Architettura” (Piccola Biblioteca Einaudi, 1979: una raccolta di provocazioni, volte a prospettare un diverso rapporto tra cultura e politica) aggiunge: “No all’ambientamento. Da tempo immemorabile, certo da quando l’Accademia di San Luca sferrò l’attacco contro il barocco, l’architettura italiana è ipotecata dalle teorie dell’ambientamento, formulate nelle più varie maniere e in nome delle finalità più diverse. (…) I discorsi sull’esigenza che l’architettura moderna «si ambienti» nel contesto in cui s’inserisce sembrano dettati dal buon senso; ma, come avviene quasi sempre, la via del buon senso conduce alla catastrofe (…) Le teorie dell’ambientamento dovrebbero servire a tutelare l’antico sacrificando le nuove espressioni. La storia dimostra che accade esattamente il contrario. (…) l’antico si tutela riconoscendo i diritti del moderno. Se manca questa integrazione culturale, si subisce una duplice sconfitta.” Ecco, appunto, proprio quello che sta succedendo. O forse è già successo.

«Odio l’accademia, il classicismo, la simmetria, i rapporti proporzionali», scrive Bruno Zevi in quel singolarissimo diario intellettuale che è Zevi su Zevi, pubblicato nel 1993 e che aveva come sottotitolo Architettura come profezia. Lo storico e critico dell’architettura, di cui ricorre oggi il centenario della nascita (che sarà celebrato con una mostra al Maxxi di Roma, con diversi convegni, compreso uno ad Harvard, e con la riedizione di molti suoi libri), così proseguiva elencando fra gli oggetti della sua avversione «le cadenze armoniche, gli effetti scenografici e monumentali, la retorica e lo spreco degli “ordini”, i vincoli prospettici». E concludeva con un «Per loro». “Loro” sono «i morti di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, della Resistenza che si fondono con i sei milioni dei campi di sterminio». (Francesco Erbani – La Repubblica 22 gennaio 2018)

Zevi scriveva: «per loro». I progressisti fasulli, i conservatori autentici, i progettisti ipocriti del giorno d’oggi, invece, per conto di chi – esattamente – scrivono e lavorano? Oltre che per se stessi, intendo. Insisto: chiediamocela, una buona volta, questa cosa.

Nell’immagine in testata: Bruno Zevi.

Comandi nascosti, grilletti ipnotici

Ogni volta che vedo l’acronimo PNL stampato sulla copertina di un libro mi viene in mente il Prodotto Nazionale Lordo, cioè “il valore monetario di tutti i beni e servizi finali prodotti da fattori posseduti da cittadini di una determinata nazione in un determinato periodo di tempo.” (da Wikipedia) Invece no, di solito il libro tratta di tutta un’altra cosa: della cosiddetta “programmazione neuro linguistica” (in inglese Neurolinguistic programming, NLP). L’Oxford English Dictionary descrive la PNL come “un modello di comunicazione interpersonale che si occupa principalmente della relazione fra gli schemi di comportamento di successo e le esperienze soggettive (in particolare gli schemi di pensiero) che ne sono alla base” e “un sistema di terapia alternativa basato su questo che cerca di istruire le persone all’autoconsapevolezza e alla comunicazione efficace, e a cambiare i propri schemi di comportamento mentale ed emozionale“(ancora da Wikipedia).

Area 51 Publishing ha pubblicato vari testi su questo tema, alcuni dei quali sono firmati da un certo Robert James, ad esempio: “PNL. Comandi nascosti“. «Le strategie di comunicazione verbale, paraverbale e non verbale per migliorare la tua comunicazione persuasiva». L’e-book inizia così: «INTRODUZIONE AL METODO GUIDATO – I comandi nascosti fanno parte di quell’ampia area della PNL conosciuta come “ipnosi conversazionale”: l’utilizzo strategico del linguaggio conscio e inconscio per oltrepassare le difese consce e inconsce dell’ascoltatore per convincerlo, persuaderlo e guidarlo” (…) i comandi nascosti sono a tutti gli effetti una tecnica ipnotica, proprio perché saltano la parte conscia per arrivare alla comunicazione diretta con la parte subconscia. Sono una tecnica di ipnosi conversazionale perché utilizzano la conversazione, utilizzano le parole, il linguaggio conscio per arrivare al proprio obiettivo. »

Si tratta di ipnosi, quindi. Più avanti l’autore definisce due tipi di comandi: il comando diretto e il comando indiretto. «Un comando diretto che si esprime con frasi tipo “fai questo”, “concentrati su questo”, “svegliati”, “muoviti” è un approccio traumatico. La reazione dell’inconscio è la chiusura, la difesa o il contrattacco. Costruire in modo troppo diretto il discorso, costruire i comandi che sono orientati all’altra persona, dare istruzioni all’altro in modo troppo diretto è molto rischioso, rischia di ottenere l’effetto opposto rispetto a quello che vogliamo. Rischiamo di inimicarci chi vogliamo farci amico, rischiamo che la persona faccia il contrario di quello che vorremmo che facesse, rischiamo che l’ascoltatore si ponga contro di noi anziché con noi, rischiamo di ottenere un dissenso anziché un consenso. L’utilizzo del modo indiretto ci permette di ottenere i risultati che vogliamo senza doverlo dichiarare o affermare direttamente ma nascondendolo all’interno di un discorso che apparentemente, a livello conscio, non implica alcun tipo di indicazione, istruzione o comando diretto. Perciò, in generale, se vuoi ottenere risultati è meglio utilizzare la forma indiretta. Si tratta di una costruzione più articolata, ma a livello inconscio è la più potente, è quella che viene meglio recepita. (…) 

I comandi nascosti attivano un’azione che è guidata o sollecitata da parte chi parla e che l’interlocutore esegue pensando sia il frutto di una sua autonoma decisione. Questa è l’intenzione con cui apprendiamo e usiamo lo strumento dei comandi nascosti, il risultato dipende sempre dall’abilità che si acquisisce approfondendo, praticando, perseverando. Questa abilità può essere utilizzata sia come oratori, per dare comandi nascosti, sia come ascoltatori, per individuare quando ci vengono dati i comandi nascosti.» (…)

«Luso impersonale indiretto è la sintesi o l’essenza dell’uso indiretto nell’ipnosi conversazionale. Possiamo considerare questa strategia anche come una sintesi dei comandi nascosti nel loro insieme. Inoltre sfrutta il potente trigger (grilletto) ipnotico del nome, infatti l’uso impersonale indiretto segue questa costruzione: forma impersonale + nome della persona + infinito. La prima parte dell’espressione è dedicata all’utilizzo della forma impersonale. Poi, prima dell’azione suggerita, prima del comando nascosto che viene espresso con il verbo all’infinito, si aggiunge il nome. Il nome trasforma la forma impersonale e l’infinito, che denotano distanza, impersonalità, anonima oggettività, in un comando. Ti porto un esempio: “è molto semplice, Francesco, rilassarsi. Basta chiudere gli occhi e concentrarsi sul respiro. (…) Possiamo usare i comandi nascosti per qualunque obiettivo: per motivare, per vendere un prodotto o servizio.

Un altro esempio: “è molto eccitante, Francesca, indossare questo vestito e queste fantastiche scarpe”. La forma impersonale identifica l’inizio dell’azione che si vuole guidare o a comandare. L’espressione “è molto eccitante” identifica l’obiettivo di creare un senso di eccitazione, di piacere fisico, di frivolezza che viene rafforzato dal verbo infinito “indossare”. L’utilizzo del nome è il trigger ipnotico attiva la trasformazione dalla forma impersonale, apparentemente oggettiva e neutrale, in comando diretto. Il subconscio di Francesca automaticamente recepirà l’eccitazione dell’indossare il vestito.» (…)

«L’aneddoto ipnotico è un’ulteriore articolazione dell’uso impersonale indiretto, si intreccia a un altro strumento molto efficace che è il cosiddetto “storytelling ipnotico”, la costruzione di storie persuasive. Possiamo considerare l’aneddoto ipnotico come una delle strategie di storytelling ipnotico, la strategia che utilizza il racconto autobiografico, vero o inventato che sia. (…) Se, per esempio, il tuo obiettivo è di far vivere a Francesco una meravigliosa esperienza in quel bed&breakfast, l’utilizzo di queste strategie verbali è unicamente indirizzata al suo bene. Quindi apprendi e utilizzi strategie costruite perché sai che devi bypassare comunque il suo livello conscio e le sue resistenze consce. Si tratta di un percorso di evoluzione. Se invece il tuo obiettivo è “fregare” Francesco mandandolo in villeggiatura in un posto brutto, dove magari tu hai una provvigione, sono affari tuoi. La PNL è uno strumento, ha un valore neutro e la responsabilità del suo utilizzo è solo tua. Non diamo la colpa alla PNL se usiamo la PNL per obiettivi sbagliati o manipolatori. Diamo la colpa a chi usa questi strumenti per obiettivi sbagliati.» E ti pareva…. Ma vediamo qualche applicazione pratica, interpretata da un attore professionista:

 

Lo statunitense Anthony “Tony” Robbins è il più famoso formatore motivazionale ed esperto di PNL del mondo. Su Netflix è possibile vedere il documentario originale “I Am Not Your Guru” (regia di Joe Berlinger) E’ un documento davvero interessante (e anche commovente, siete avvisati!) «Il lungometraggio di 115 minuti è girato da Joe Berlinger (Metallica: Some Kind of Monster) che, dopo aver partecipato a un seminario di Robbins nel 2012, ha detto di voler raccontare un’esperienza che, appunto, gli «ha cambiato la vita».

Il regista è andato così dietro le quinte dell’annuale Appuntamento con il destino, il più famoso seminario del coach (quello filmato si è svolto nel 2014 a Boca Raton, in Florida), a cui partecipano più di 2000 persone, arrivate da tutto il mondo per voltare pagina al prezzo di quasi $5000.

È uno spettacolo, quello che mette in scena Robbins, sul palco davanti a una folla pronta a tutto per superare i propri limiti, liberarsi da traumi e dipendenze, ritrovare se stessi e raggiungere il successo. Come promette loro l’esperto. 

La terapia è d’urto: confessioni choc, pugni alzati, abbracci e pianti liberatori. C’è chi ha instinti suicidi, chi viene da un passato di abusi sessuali: Robbins fa parlare tutti, li esorta a liberarsi del peso che non permette loro di andare avanti. Sente il loro dolore, sembra quasi che ne tragga energia: «È come una droga per me», ha spiegato al New York Times. E il risultato sembra garantito» scrive Vanity Fair.it. E conclude così: «Se siete fra gli scettici, potreste ricredervi. Ha convinto perfino Donald Trump.» Questo potrebbe spiegare molte cose. Il documentario inizia con questa domanda che Robbins pone a un iscritto al seminario: “Perché volevi suicidarti?“. Termina poi con queste sue parole dal palco rivolte  ad un pubblico giubilante: “Fate della vostra vita un capolavoro, amici miei, Dio vi benedica!” Il personaggio è senza dubbio un grande comunicatore, magnetico e carismatico. Ognuno tragga liberamente le sue conclusioni. Questo comunque è il trailer del film:

 

Il “Grande Io” (ovvero della vanità)

Numerose prove sperimentali, tanto empiriche quanto convincenti, dimostrano in modo quasi scientifico che le persone con forte soggettività (eufemismo per ego-narcisismo) tendono con l’avanzare dell’età a limitare in modo quasi patologico l’orizzonte dei propri interessi all’esclusiva valorizzazione di se stesse: del proprio passato, della propria storia e dei propri successi, veri o presunti. In altre parole, il campo dei loro interessi tende a restringersi al proprio “Grande Io“. Con risultati molto spesso davvero imbarazzanti. Facciamo qualche esempio.

Parlar male di Donald Trump, l’inverosimile presidente USA, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. D’altra parte, essendo nato nel giugno del ’46, è poco più che settantenne. Eppure…. Sono un genio… e un genio molto stabile. E’ quanto scrive Donald Trump su Twitter, replicando a suo modo alle rivelazioni di questi ultimi giorni che hanno anticipato l’uscita del libro ‘Fire and Fury: inside the Trump White House’ dello scrittore e giornalista Michael Wolff. E ancora: dopo che nel suo discorso di fine anno Kim Jong-un aveva annunciato di avere un “pulsante nucleare” sulla sua scrivania, Donald Trump replica sostenendo di averne uno “molto più grosso e potente del suo”. “E funziona“, ha minacciato il presidente degli Stati Uniti su Twitter.

La sobrietà comportamentale (etica e morale) del suddetto era comunque nota da tempo: in un video registrato alcuni mesi dopo il terzo matrimonio con la sua attuale moglie Melania, Trump parla del suo fallito tentativo di sedurre una donna. «Ho provato a scoparla, ma era sposata […]». Trump racconta di averla accompagnata a comprare mobili e di aver provato a baciarla, senza riuscirci. A un certo punto Trump e Bush iniziano invece a parlare di Arianne Zucker, l’attrice che li stava aspettando fuori dall’autobus per portarli sul set (la si vede nell’ultimo minuto del video). Dopo averla vista – e dopo aver commentato il suo aspetto – Trump dice: «Devo usare delle Tic Tac nel caso dovessi iniziare a baciarla. Sai, sono automaticamente attratto dalla bellezza – inizio subito a baciarle, è così. È come una calamita. Bacio subito. Nemmeno aspetto». Poi aggiunge: «Quando sei famoso te lo lasciano fare. Puoi fare tutto». Alla fine, prima di scendere dall’autobus, Trump dice, parlando di quel “tutto” che dice di poter fare con le donne: «prenderle per la figa» (“grab them by the pussy”). (da ilPost.it) Non male davvero: ricorda un po’ gli eleganti  apprezzamenti di Berlusconi sulla Merkel. Oppure le sue sofisticate barzellette, come questa, oppure questa. Il retroterra “culturale” di Donald e Silvio è evidentemente molto simile. Ogni popolo ha i “dirigenti politici” che si merita.

Tom Wolfe invece di anni ne ha 86, ed è uno dei più importanti scrittori viventi. Su “Repubblica” del 2 gennaio scorso è uscita una bella intervista di Alexandre Devecchio, dal titolo molto eloquente: “Avevo capito tutto, alla fine i radical chic hanno tradito il popolo”.  “A  86 anni, il dandy reazionario non ha più niente da perdere e non si sottrae a nessun argomento” (…)

In uno dei suoi libri, “Radical Chic”, lei fustiga il politicamente corretto, la sinistra intellettuale, la tirannia delle minoranze. L’elezione di Donald Trump è una conseguenza di quel politicamente corretto?

«In quel reportage, inizialmente pubblicato nel giugno 1970 sul New York Magazine, descrivevo una serata organizzata il 14 gennaio precedente dal compositore Leonard Bernstein nel suo appartamento di tredici stanze con terrazzo, distribuito su due piani. Lo scopo della festa era una raccolta fondi per l’organizzazione Black Panther… Gli ospiti si erano premurati di assumere dei domestici bianchi per non urtare la sensibilità delle Panthers. Il politicamente corretto, da me soprannominato PC — che sta per “polizia cittadina” — è nato dall’idea marxista che tutto quello che separa socialmente gli esseri umani deve essere bandito per evitare il predominio di un gruppo sociale su un altro.

In seguito, ironicamente, il politicamente corretto è diventato uno strumento delle “classi dominanti”, l’idea di un comportamento appropriato per mascherare meglio il loro “predominio sociale” e mettersi la coscienza a posto. A poco a poco, il politicamente corretto è perfino diventato un marcatore di questo “predominio” e uno strumento di controllo sociale, un modo di distinguersi dai “bifolchi” e di censurarli, di delegittimare la loro visione del mondo in nome della morale. Ormai la gente deve fare attenzione a quello che dice. E va di male in peggio, specialmente nelle università. La forza di Trump nasce probabilmente dall’aver rotto con questa cappa di piombo. Per esempio, la gente molto ricca in genere tiene un profilo basso mentre lui se ne vanta. Suppongo che una parte degli elettori preferisca questo all’ipocrisia dei politici conformisti».

Nella sua opera, la posizione sociale è la chiave principale per la comprensione del mondo. Il voto per Trump è il voto di quelli che non hanno o non hanno più una posizione sociale o di quelli la cui posizione sociale è stata disprezzata?

«Attraverso Radical Chic descrivevo l’emergere di quella che oggi chiameremmo la “gauche caviar” o il “progressismo da limousine”, vale a dire una sinistra che si è ampiamente liberata di qualsiasi empatia per la classe operaia americana. Una sinistra che adora l’arte contemporanea, si identifica in cause esotiche e nella sofferenza delle minoranze ma disprezza i rednecks (bifolchi ndr) dell’Ohio. Certi americani hanno avuto la sensazione che il partito democratico fosse così impegnato a fare qualsiasi cosa per sedurre le diverse minoranze da arrivare a trascurare una parte considerevole della popolazione. In pratica quella parte operaia della popolazione che, storicamente, ha sempre costituito il midollo del partito democratico. Durante queste elezioni l’aristocrazia democratica ha deciso di favorire una coalizione di minoranze e di escludere dalle sue preoccupazioni la classe operaia bianca. E a Donald Trump è bastato chinarsi a raccogliere tutti quegli elettori e convogliarli sulla sua candidatura».

La modestia non è certo il suo forte e c’è anche del vero in ciò che dice su certa sinistra: quella dei fighetti radical chic, un po’ snob o addirittura hipster, magari con punto di ritrovo alla Leopolda. Ma la risposta più giusta a Tom Wolfe l’ha già data Michele Serra sullo stesso giornale qualche giorno dopo:

“L’elemento, ridotto all’osso, è questo: ammesso e concesso che i liberal, per i bifolchi dell’Ohio, abbiano fatto poco e male, che cosa fa, per i bifolchi dell’Ohio, Tom Wolfe? Ho la presunzione di conoscere la risposta: non fa assolutamente niente, e non perché sia malvagio o distratto, ma perché per la destra quella vera (quella scettica sulla natura umana, e sui destini della società) le condizioni del popolo non costituiscono un problema di speciale urgenza. Il popolo, alla destra, va benissimo così com’è.”

Tutti sanno che il quotidiano testé citato, la Repubblica, è stato fondato da Eugenio Scalfari. E’ pure noto che la linea editoriale del giornale è sempre stata dettata da lui, zigzagando negli anni nei riferimenti, prima su Berlinguer, poi su Spadolini, poi su De Mita e ora su Renzi. Ma ora siamo in difficoltà, lo ammettiamo, di fronte a questo giornalista 93enne fondatore e direttore “emerito” di Repubblica. Sul giornale del 10 gennaio 2017 il fondatore si presta infatti ad uno dei primi casi mondiali di giornalismo auto-autoreferenziale (cioè autoreferenziale al quadrato); ha cioè pubblicato una auto-intervista a se stesso: uno Scalfari (pseudonimo Zurlino) che fa domande a Scalfari (Eugenio). Eccone uno stralcio:

«Stavo rileggendo un paio di giorni fa Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa. È uno dei capolavori di questo agitato periodo della modernità, con il passo che mi ha più colpito ed è la creazione di se stesso attraverso il personaggio a cui dà il nome di Bernardo Soares. Che Bernardo sia Fernando non è nell’intuizione d’un lettore avveduto ma una dichiarazione dello stesso autore: Bernardo Soares sono io. Questa tecnica letteraria ha ispirato questo mio articolo che è alquanto diverso dal solito: è un’ intervista a me stesso». Eccolo lì, intervista a se stesso: come una sorta di sfizio a fine carriera, come un epilogo dalla grande padronanza di “ego” su inchiostro, si fa quelle domande che forse avrebbe voluto sentirsi fare da altri.

Come gli capita spesso negli ultimi anni, Scalfari tratta nell’auto-intervista di quasi tutti i massimi sistemi dello scibile umano. Qui tralascio di proposito il trattarli (anche sommariamente) per esplicito dispetto nei confronti della più agghiacciante delle affermazioni in essa contenute. Infatti, a una domanda semplice semplice (di Zurlino) : “E il rock?” Scalfari (Eugenio) risponde: “Per me non esisteÈ solo ritmo senza alcuna melodia“.

Eh no Scalfari! questa da lei proprio non ce l’aspettavamo.  Oscar Wilde ha scritto: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio“. Dispiace dirlo, ma in questo caso lei ha davvero perso una buona occasione per tacere. Sulla musica, perlomeno.

Comunque buon anno lo stesso.

In testata: un’immagine del film “La grande bellezza”diretto da Paolo Sorrentino (2013)