Archivio mensile:marzo 2018

Leggerezza e pesantezza

Tomáš e Tereza sono due tra i principali protagonisti del grande romanzo di Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” (1984, tradotto e pubblicato in Italia da Adelphi nel 1985). All’inizio del romanzo Tomáš decide di regalare a Tereza un cucciolo di cane e propone di chiamarlo Tolstoj. «Non può chiamarsi Tolstoj», obiettò Tereza «è una femminuccia. Può chiamarsi Anna Karenina». «Non può chiamarsi Anna Karenina, nessuna donna può avere un musetto buffo come questo» disse Tomáš. «Karenin, piuttosto. Sì, Karenin. Me lo sono sempre immaginato proprio così». Il cucciolo si chiamerà Karenin.

Aleksèj Aleksàndrovič Karènin, ufficiale governativo, è il marito di Anna Karenina. Per quale motivo Tomáš se lo fosse sempre immaginato «con un musetto buffo come questo», Kundera non lo spiega ; così come non spiega affatto per quale motivo la cucciola femmina Karenin divenga poi un cane adulto maschio nelle successive apparizioni, (almeno nella traduzione italiana) da pag. 137 in poi dell’edizione sopra citata. Errore suo? Del traduttore? A questo punto, però,  si potrebbe fare un’ osservazione che  in inglese si scrive: “Who cares?” e che in italiano suona più o meno: “E chi se ne frega?“. Il resto del libro dimostra infatti che occuparsi di questo è del tutto irrilevante.

Con questa “sottile” metafora si intende qui rappresentare un possibile, sempre troppo diffuso approccio al tema della leggerezza. Perché il modo sbagliato di farlo è sottovalutarne il peso e apprezzarne solo il lato effimero. Kundera lo spiega benissimo  nel suo romanzo, ancor prima che ricompaia il Karenin “transgender”: «Dopo quattro anni passati a Ginevra, Sabina si era stabilita a Parigi senza riuscire a riprendersi dalla malinconia. Se le avessero chiesto che cosa le era successo, non avrebbe trovato le parole per dirlo. Un dramma umano si può sempre esprimere con la metafora della pesantezza. Diciamo, ad esempio, che ci è caduto un fardello sulle spalle. Sopportiamo o non sopportiamo questo fardello, sprofondiamo sotto il suo peso, lottiamo con esso, perdiamo o vinciamo. Ma cos’era successo a Sabina? Niente. Aveva lasciato un uomo perché voleva lasciarlo. Lui l’aveva forse perseguitata? Aveva cercato di vendicarsi? No. Il suo non era un dramma della pesantezza, ma della leggerezza. Sulle spalle di Sabina non era caduto un fardello, ma l’insostenibile leggerezza dell’essere

«Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo. Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è il positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni

Italo Calvino, nella prima delle sue “Lezioni americane” (Mondadori, 1993) dedicata appunto alla “leggerezza”, comincia così: «Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire». Questo è il modo giusto di considerare la nostra opposizione tra pesante e leggero. E poco più avanti Calvino continua: «L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere è in realtà un’amara constatazione dell’Ineluttabile Pesantezza del Vivere (…) Il suo romanzo [di Kundera, n.d.r.] ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartiene a un altro universo da quello del vivere. (…) Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell’aria, e soprattutto la luna.»

Con triplo salto carpiato, passiamo allora alla meccanica quantistica. Semplificando – ma non troppo – si può dire che  il principio di indeterminazione di Heisenberg da un punto di vista concettuale significa che l’osservatore, cioè lo scienziato che fa la misura, non può mai essere considerato un semplice spettatore, ma che il suo intervento, nel misurare le cose, produce degli effetti non calcolabili, e dunque un’indeterminazione che non si può eliminare. Per estensione, questo significa, anche per la scienza, che esiste un ineluttabile collegamento tra l’osservazione di un fenomeno e il condizionamento che l’osservazione stessa apporta al fenomeno in oggetto.

Esiste cioè una stretta correlazione, in positivo e in negativo, tra i fenomeni, tra le cose, le azioni che compiamo e a cui assistiamo: ognuna dipende, è contenuta ed è intrecciata e condizionata almeno in parte all’altra. In fondo è sempre impossibile definire e quindi comunicare con assoluta, precisa determinazione qualsiasi cosa ci riguardi. Molto meglio prenderne atto. È quindi superfluo aggiungere che non esiste leggerezza senza pesantezza e viceversa, che l’una senza l’altra sarebbe insostenibile per chiunque. Il perenne inseguimento dell'”indefinibile immaginabile” è in fondo quanto di più vicino possiamo immaginare per descrivere l’assurda, tragica e stupida bellezza dell’insondabile mistero della vita. Al tempo stesso così leggera, così pesante e viceversa. Parmenide ci scuserà.

In testata: un’illustrazione di Gianni De Conno – Il brano “La vita dei Baustelle è contenuta nell’album “L’amore e la violenza” (2017) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Del senso comune

«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume….»

Ok, tutti, o quasi tutti, conoscono il celeberrimo incipit dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, probabilmente il più noto romanzo della letteratura italiana. Quello che segue, invece, è l’inizio di un’altro scritto dello stesso autore, molto meno noto, ma forse altrettanto importante e “moderno”:

«Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile…»

Il libro è la “Storia della colonna infame“: «Destinato in un primo tempo ad essere un capitolo dei Promessi sposi, poi cresciuto troppo per poterlo includere nel romanzo, è stato pubblicato nel 1840 come appendice al capolavoro del Manzoni. Largamente ispirato alle “Osservazioni sulla tortura” del Verri, racconta la disgraziata storia del Mora e del Piazza, ingiustamente accusati di unzione nella peste del 1630, e costretti con la tortura a confessare falsamente la loro colpa. Sulla casa del Mora, rasa al suolo per decreto del senato milanese, fu eretta, a perenne ricordo del delitto (ma in realtà a perenne vergogna di chi l’aveva eretta) una colonna, detta “la colonna infame». (Rosario Di Mauro, da liberliber.it) Non è un romanzo, è storia.

Nei “Promessi sposi” (cap. 32), Manzoni a proposito dell’isteria collettiva sui presunti  untori, commenta  che la collera popolare che consegue a minacce oscure e incontrollate, aspira sempre a punire qualcuno, a individuare colpevoli veri o presunti. Infatti: «le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa fare le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole piú che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malíe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà.»

«Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza di una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne dovevano scoprire, quasi infallibilmente; tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore.» I giudici avevano voluto trovare «i colpevoli d’un delitto che non c’era, ma che si voleva»; e «se non seppero quel che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere». Il ragionamento manzoniano risulta quantomai d’attualità.

Il quale ragionamento continua poi per constatare amaramente che “il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.” Il senso comune: quale concetto è più indefinito, più ambiguo e pericoloso? Oscar Wilde suggeriva di non discutere mai con un imbecille, perché ti porta sul suo terreno e ti batte con l’esperienza. E molto spesso questa esperienza, purtroppo, coincide proprio con il cosiddetto senso comune. Diviene un comodo paravento per chiacchiere vuote e superficiali, ma non per questo meno pericolose. Schermo tartufesco e perbenista dietro cui nascondere pregiudizi, pettegolezzi, invidie, ipocrisie, malignità, cattiverie; collateralismo e complicità opportunista e disimpegnata, pur di aderire al vigente sistema di potere, quale esso sia. La facciata conformista dietro cui nascondere vizi privati e pubbliche virtù, assumendo nei fatti totale indifferenza al tema dei valori e della giustizia.

Tema della giustizia che invece è al centro del pensiero di Manzoni, in queste come in tutte le sue opere: da questa dipende infatti secondo lui  il bene e il male delle persone e della società nella vita terrena, in attesa della perfetta realizzazione ultraterrena nel regno di Dio. In questo senso, egli ha svolto con grande coerenza e sincerità il proprio ruolo di intellettuale, di artista e di cittadino (religioso). «Di fronte alla scandalosa evidenza del male che corrompe i rapporti umani e sociali portando dolore e violenza soprattutto ai più deboli, Manzoni denuncia le gravi responsabilità degli uomini» (A. Jacomuzzi). La sua lezione impone una domanda: possiamo dire altrettanto di noi stessi, oggi, dei nostri doveri come singoli e come comunità, ognuno nei rispettivi ruoli pubblici e privati e secondo le proprie competenze?

La risposta non può che essere negativa; a prevalere, oggi come allora è ancora una volta il cosiddetto senso comune, il quale, di volta in volta, cambia il proprio oggetto ma non il proprio fine: il conformismo. Oggi come oggi il suo strumento ideologico è il senso della “necessità”: «Il discorso politico contemporaneo, soprattutto in Europa, è sempre più intriso di «necessità». La globalizzazione, si dice, impone conformità alle logiche di mercato. Le tecnostrutture sovranazionali dettano regole vincolanti basate su semplici numeri. Il motto di Margareth Thatcher — there is no alternative — domina le scelte di governo e sempre più anche quelle individuali (pensiamo al mercato del lavoro). È il trionfo di quella colonizzione del «mondo della vita» da parte degli «imperativi sistemici» di cui parlano da molto tempo autori come Jürgen Habermas o Axel Honneth.

Nel suo ultimo libro Il senso della possibilità (Feltrinelli), Salvatore Veca indica invece una strada per uscire da questo vicolo cieco. «Di fronte alla dittatura del presente e delle sue supposte necessità, sostiene, occorre recuperare appunto il «senso della possibilità». L’idea che non vi siano alternative nasce dalla nostra ignavia, dal mancato esercizio di spirito critico nei confronti dello status quo, dei paradigmi dominanti e delle loro false necessità. E, soprattutto, dalla diffusa rinuncia a usare l’immaginazione, a elaborare futuri possibili, a «prenderci per mano, ragionare e operare per forme più decenti di convivenza» (Maurizio Ferrera – Corriere della Sera, 16 marzo 2018)

La giornalista britannica Laurie Penny ha scritto: «il neoliberismo molto semplicemente, descrive un modo di organizzare la società – dalla politica alla cultura al commercio – in cui i bisogni del mercato e l’adorazione del profitto privato hanno la precedenza su tutto il resto. Dove niente è più importante di cosa si può vendere e a quanto (…) come ogni forma di capitalismo, non mira solo a controllare  ciò che le persone fanno, ma anche quello che provano, e nello specifico ciò che provano nei confronti del capitalismo. Quando un sistema produce una quantità d’infelicità tale da non poter più contare sull’arrendevolezza delle masse, questo sistema crolla. Qualcosa si spezza.

Ora siamo arrivati a un punto di rottura, e questo crea un varco per il fascismo. Il fascismo funziona in modo simile, ma la sua è una violenza dichiarata, e le sue ingiustizie  sono celebrate  anziché occultate con la razionalità. Al fascismo non interessa cosa provano le persone, basta che restino al loro posto. (…) Cambiamenti del genere non arrivano da un giorno all’altro. Non c’è un momento magico in cui il fascismo esplicito emerge dalla crisalide neoliberista e comincia a sbattere le ali maculate di svastiche. È una metamorfosi lenta, che siamo costantemente incoraggiati a giustificare fingendo che sia tutto normale o, se non normale, almeno sopportabile o, se non sopportabile, almeno qualcosa a cui si può sopravvivere.» (da “Questa non è libertà” – Internazionale n. 1246)

Credo che oggi il punto di partenza per ogni ragionamento sulla politica debba essere il rifiuto dell’indifferenza. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare » , dice Gramsci ed è difficile non essere d’accordo, anche se bisogna intendersi sul significato delle parole, su cosa significhi “parteggiare” nell’accezione positiva che stiamo evocando. Certamente nel concetto non rientra la pratica patologica di chi in rete, protetto spesso dall’anonimato, offende, minaccia, inveisce. Questa non è partecipazione ma solo una forma diversa e velenosa di indifferenza. Tradurre in atto il precetto gramsciano oggi, significa fare i conti non solo con l’indifferenza tradizionale di chi si tiene lontano da ogni impegno, ma soprattutto con l’attivismo nevrotico di chi partecipa alla fiera del rancore.» (Gianrico Carofiglio – La Repubblica 8 marzo 2018)

Italo Calvino in una intervista disse che «in Italia le cose semplici non vengono mai dette». E’ ora di ricominciare a dirle. Manzoni lo faceva, parlava dei “birbanti” dei “birboni”, dei “marioli”, dei “furfantoni”; non solo dei don Abbondio e dei don Rodrigo, dei Griso e degli Azecca-garbugli, ma anche delle donna Prassede e dei don Ferrante. Degli indifferenti, di coloro che, come scrisse Ennio Flaiano “son sempre pronti ad accorrere in soccorso ai vincitori“. Degli italiani, insomma, del loro senso comune, che – per usare l’espressione di Manzoni – li induce a portare sempre e solo il soccorso di Pisa. Invece: «Chi governa il presente deve riappropriarsi del senso di possibilità, sfidando i tanti sacerdoti del ‹non si può fare altrimenti›. Chi agita l’inquietudine dei governati (pensiamo ai leader populisti) deve a sua volta calibrare la propria immaginazione in base ai materiali disponibili, oggi, nel reale. I mondi possibili sono tanti, ma non tutti sono accessibili dal punto in cui ci troviamo. E, come ricorda Veca, alcuni non sono neppure desiderabili. Il passato conteneva molte possibilità. Le cose potevano andare altrimenti». (Maurizio Ferrera) Contrariamente a quanto sostiene il senso comune, il futuro contiene molte, diverse e ormai necessarie possibilità.

P.S.: Proverbiale l’espressione figurativa: il soccorso di Pisa è un aiuto che riesce inutile perché arriva troppo tardi; con riferimento ai soccorsi che i Pisani, assediati dai Fiorentini nei primissimi anni del ’500, aspettarono invano dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo: il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il s. di Pisa, pure non volle mancare (Manzoni –  Treccani.it)

Nell’immagine in testata: J.-B. Camille Corot, Veduta del lago di Como (1834). La vignetta che segue è di Zerocalcare (2018)

Questione di punti di vista

Seven è un bellissimo e ormai mitico film del 1995 diretto da David Fincher e interpretato da Brad PittMorgan Freeman e Kevin SpaceyTratto dal romanzo di Andrew Kevin Walker, la sua trama riguarda sette delitti ispirati ai sette peccati capitali. Un obeso (la gola) viene ucciso col cibo. Un avvocato famoso per l’avarizia, prima di essere ucciso è stato costretto a mangiare un pezzo di se stesso. E così via per le altre vittime, che vengono uccise secondo la pena del contrappasso rispetto agli altri peccati capitali: accidia, superbia, ira, lussuria, invidia. Incaricati delle indagini sono il giovane Pitt e il vecchio Freeman. (da mymovies.it)

Se inserite la frase “Sette peccati (o vizi) capitali” in qualsiasi traduttore italiano-inglese, essa viene tradotta  “seven deadly sins”. Letteralmente: “sette peccati mortali“, che poi sarebbero Wrath ira; Pride superbia; Sloth accidia; Lust lussuria; Envy invidia; Gluttony ingordigia (o gola); Greed avarizia (o avidità). Per quale motivo tali peccati (o vizi) vengano definiti capitali in Italia e mortali nel Regno Unito potrebbe essere motivo di curiosità: l’animo del popolo italico è forse troppo sensibile e romantico per condividere certe durezze semantiche legate alla finitezza del mondo?

Carlo Cottarelli (Cremona, 1954) è un economista italiano e dirige l’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.  (…) Nel novembre 2013 viene nominato dal Governo Letta Commissario straordinario per la Revisione della spesa pubblica. La stampa gli ha coniato immediatamente il soprannome di Mister Forbici. L’attività del Commissario straordinario ha riguardato le spese delle pubbliche amministrazioni, degli enti pubblici, nonché della società controllate direttamente o indirettamente da amministrazioni pubbliche che non emettono strumenti finanziari quotati in mercati regolamentati. (da Wikipedia)

Cottarelli ha scritto un libro dal titolo “I sette peccati capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli, 2018) che nella descrizione di copertina chiarisce subito l’oggetto della sua indagine: “L’economia italiana è cresciuta poco negli ultimi vent’anni. Ha accelerato un po’ nel 2017, ma hanno accelerato anche tutti gli altri paesi. Se fosse una corsa ciclistica, sarebbe come rallegrarsi di andare più veloci senza accorgersi di avere iniziato un tratto in discesa. In realtà, anche in discesa il distacco dal gruppo sta aumentando.”
Perché l’economia italiana non riesce a recuperare? Secondo Carlo Cottarelli esistono alcuni ostacoli molto ingombranti. Sono i sette peccati capitali che bloccano il nostro paese: l’evasione fiscale, la corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra Nord e Sud, la difficoltà a convivere con l’euroQuali sono le cause di questi peccati? Davvero commettiamo più errori degli altri paesi? Ma, soprattutto, ci sono segnali di miglioramento e speranza per il futuro?

Contrariamente a Brad Pitt e Morgan Freeman, Cottarelli conosce fin dall’inizio i colpevoli  – “gli assassini“; perciò “si limita” a descriverli e denunciarli, senza rinunciare  all’ottimismo della volontà (“Correggere i nostri errori e smettere di peccare è ancora possibile”, egli scrive)”. Mentre Alberto Orioli sul “Sole 24 Ore – Domenica” ha scritto che “C’è un capitale che fa ricco un Paese ma non compare nelle classifiche di «Forbes». È il capitale sociale e l’Italia ne è parecchio priva.E quella lacuna diventa l’origine mefistofelica dei sette peccati capitali della sua economia, principali responsabili di una crescita sempre monca, di un riscatto mai compiuto. Di un’Italia insomma in perenne deficit di credibilità anche quando sembra che tutto vada per il meglio“.

Ora, come tutti sanno, domenica 4 marzo le elezioni hanno posto fine a quella che molti giudicano la peggiore (nonché più lunga e becera) campagna elettorale del dopoguerra. Ma di cosa ha trattato la campagna elettorale testé conclusa? Forse dei sette peccati capitali descritti da Cottarelli e che Corrado Augias preferisce denominare piaghe anziché peccati? Nemmeno per sogno, si è parlato sempre e solo di un argomento:  l’immigrazione. Non avendo il Paese una vera e propria classe dirigente, ma soltanto dei network che si autotutelano perpetuandosi, sciocchezzuole come quelle denunciate da Cottarelli, assieme ad altre bagatelle come la tutela ambientale, vengono trattate di norma a posteriori, a buoi scappati dalla stalla e relativo portone sigillato. Per coloro, le cose importanti sono altre. Questione di punti di vista.

Il celebre aforisma attribuito Alcide De Gasperi, che invece appartiene a James Freeman Clarke (1810 – 1888), predicatore e teologo statunitense: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”, a parte poche lodevoli eccezioni è sempre più inadeguato a descrivere la nostra classe dirigente, non solo politica. Molto più efficace a tal fine la famosa battuta in stile Cetto La Qualunque: “Non sono io che sono razzista, sono loro che sono neri“. Attenzione però: sarà un luogo comune, ma rimane comunque vero che ogni popolo, in fondo, ha la classe politica che si merita.

In inverno a volte nevica. Può capitare ed è tutto previsto. Tuttavia: “Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt. Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative. E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce. Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché?” (Paolo Rumiz, La Repubblica 27 febbraio 2018)

Se uno si dimentica di un problema, o finge di non averlo, prima o poi il problema gli salta addosso a tradimento, magari quando meno se lo aspetta. Pur evitando qualsiasi tentazione di spoiler, consiglierei di vedere o rivedere il citato film Seven, in particolare la sua parte finale. Se poi confrontiamo i sette peccati capitali (o piaghe) dell’economia italiana denunciati da Cottarelli con i sette peccati capitali (o mortali) della dottrina cattolica, troviamo senza dubbio inquietanti corrispondenze, tutt’altro che casuali, casomai causali. Tali corrispondenze non interessano più di tanto la screditata ma inossidabile classe dirigente di cui sopra; se non in termini, all’occorrenza, di miope, strumentale e istantanea demagogia pro domo sua. Unica strategia possibile per uscire dal vicolo cieco: ricostruire le condizioni per la fiducia collettiva. Fiducia, speranza, e il rimedio verrebbe da sé.

Il brano di Brunori Sas – “Costume da torero”  è tratto dall’album “A casa tutto bene” (2017).  La vignetta che segue è di Zerocalcare (2018)