Archivio mensile:maggio 2018

La cosiddetta normalità

Quando Ulisse partì da Itaca per fare la guerra a Troia, affidò suo figlio Telemaco alle cure di Mentore – figlio del suo caro amico Alcino, che partì con lui. Etimologicamente, il vocabolo mentore viene oggi utilizzato con il significato di consigliere; per antonomasia, il vocabolo mentore ha poi assunto nel linguaggio comune il significato di consigliere fidatoguida saggiaprecettore.

Nel racconto dell’OdisseaTelemaco ha circa vent’anni quando compare; vive con la madre Penelope e con i proci, ovvero 119 nobili di Itaca che pretendono in sposa la presunta vedova, per ottenere la corona, saccheggiandone al tempo stesso le sostanze in quanto ospiti della sua stessa  proprietà. Penelope, sperando ancora nel ritorno del marito, promette da lungo tempo che sceglierà un nuovo re quando  riuscirà a concludere un sudario per il suocero Laerte, prima che ritorni Ulisse. Per evitare le nozze tuttavia, Penelope disfa durante la notte la tela tessuta di giorno.

In questa intricata situazione, ecco però come Mentore affronta l’assemblea che riunisce gli itacesi:

«…Io non accuso
I petulanti Proci, che al ritorno
Dell’eroe non pensando, il focolare
Ne invasero, sciupandone gli averi
A rischio della vita. Io ben m’adiro,
Cittadini, con voi, che il figlio suo
Non osate aiutar d’una parola,
Con voi che molti siete incontro a pochi…»   (Omero – Odissea, libro secondo. Traduzione di Paolo Maspero)

Vocabolario alla mano, il temine conformismo indica “Abitudinaria, acritica, piatta adesione e deferenza nei confronti delle opinioni e dei gusti della maggioranza o delle direttive del potere.” Dal che si deduce che Mentore, al contrario della maggioranza dei suoi conterranei, era tutt’altro che un conformista. Di lui, della sua parola e dei suoi princìpi ci si poteva fidare. Non altrettanto invece di coloro che, pur essendo molti contro pochi, non osano dire una parola in difesa dei perdenti del momento…

L’Odissea, così come l’Iliade, viene presumibilmente composta nella Ionia d’Asia intorno al IX secolo a.C., anche se alcuni autori pensano che sia nata intorno al 720 a.C. Tanti secoli sono trascorsi, ma le caratteristiche dell’umanità non sembrano per nulla mutate col tempo. Da cosa deriva, allora, questo istintivo, tanto nefasto quanto innato desiderio di adesione e deferenza alla maggioranza e al potere?

«È un fatto, c’è una tendenza all’omologazione che spinge le persone a rinunciare alla propria specificità, obbedendo alla logica del gruppo — la terribile logica delle tre N: è normale; se è normale vuol dire che è naturale; e allora è necessario, deve essere così, non può che essere così. E chi non rientra in quest’ordine? Chi non rispetta la regola, e non ha un posto nell’ordine previsto delle cose?» (Mauro Bonazzi – La Lettura, 29 Apr 2018)

Ecco, appunto. «Tra il 1951 e il 1956 (…) lo psicologo Solomon Asch condusse una serie di esperimenti ormai celebri sui pericoli del condizionamento da parte del gruppo. Asch suddivise un insieme di studenti e li sottopose a un test ottico in cui mostrava loro tre linee di lunghezza variabile chiedendo un’opinione sul rapporto tra di esse: quale fosse la più lunga, quale avesse la stessa lunghezza di una quarta linea e così via. Le sue domande erano così semplici che il 95% degli studenti rispose correttamente a ciascuna di esse. Quando però Asch inserì gli studenti in gruppi composti da attori che, con aria sicura, fornivano la medesima risposta sbagliata, la percentuale di soggetti capaci di rispondere correttamente a tutte le domande crollò al 25%». (da Susan CainQuiet. Il potere degli introversi, Bompiani 2012)

Poiché questi esperimenti, per quanto illuminanti, non dicevano tuttavia perché siamo così portati a conformarci, nel 2005, un neuroscienziato della Emory University, Gregory Berns, ha voluto condurre una versione aggiornata degli esperimenti di Asch. Questi rivelarono che la pressione del gruppo non è soltanto un fenomeno spiacevole, ma riesce addirittura ad alterare il nostro punto di vista su un determinato problema. «Quello che Berns chiama “dolore dell’indipendenza” ha implicazioni profonde. Molte delle nostre più importanti istituzioni civili, dalle elezioni democratiche alle giurie dei tribunali fino al concetto stesso di governo della maggioranza, dipendono dalle voci del dissenso. Se però il gruppo è letteralmente capace di alterare la nostra percezione e se prendere una posizione contraria significa attivare primitivi, potenti e inconsci sentimenti di rifiuto, allora queste istituzioni ci appaiono improvvisamente più vulnerabili di quanto pensassimo». (da Susan Cain – Quiet. Il potere degli introversi, Bompiani 2012)

Secondo Platone  ciò che più serve, per essere un vero filosofo, è il coraggio.  Cerchiamo quello che ci manca per essere noi stessi. Capire chi siamo, quale è il nostro posto nel mondo, e il senso che vorremo dare alla nostra esistenza: lì è il desiderio profondo. Per questo il coraggio è così importante: ci vuole coraggio per cercare sé stessi, riconoscendosi nei propri limiti e difetti. Esattamente il contrario dell’abbandonarsi alla corrente dei luoghi comuni, delle abitudini e dei pregiudizi, alla via meno faticosa, quella più facile, più generosa di riconoscimenti pubblici; il coraggio è l’opposto di questo pigro gettare il cervello nel bugliolo delle convenienze immediate; è antitetico alla mancanza di visione, al consueto”Programma del Subito” – analogo al “Sofort Programm” di Schleicher, che non a caso Hitler riprese nel 1933 per ridare una illusoria fiducia a un popolo sfibrato dalla crisi del 1929. Con le conseguenze che tutti conosciamo.

Il coraggio della coerenza, invece, possiede un solido e inossidabile peso specifico. Ad esempio «Pertini poteva permettersi di andare a visitare il neofascista Di Nella in ospedale, perché aveva un’idea di società, il progetto costituzionale, un modello pedagogico con cui poteva persino immaginare, anzi essere convinto, che il socialismo e l’antifascismo avrebbero costruito un orizzonte di senso anche per chi aveva creduto nel fascismo (…) Oggi quest’idea di società a sinistra fa fatica a esistere; anche perché è stata combattuta in nome delle varie declinazioni del THERE’S NO ALTERNATIVE, della sudditanza nei confronti del potere spacciata per senso di responsabilità, dei voti utili delle retoriche della paura». (Christian RaimoHo 16 anni e sono fascista – Piemme 2018)

Anche di Massimo Fini nessuno può negare la coerenza:

«…Anche Pasolini non aveva idee convenzionali. Eppure Piero Ottone lo chiamò al Corriere.

Non facciamo paragoni blasfemi! Erano anche altri tempi, in cui il Corriere si permetteva il lusso di ospitare un intellettuale totalmente fuori dagli schemi. Adesso questa figura del bastian contrario di livello – in cui metto, con le dovute differenze, anche Bocca e Montanelli – non esiste più.

Veniamo al Conformista, anche se non è in questa raccolta, in cui lei fa l’elogio dell’anticonformismo in tempi in cui – tra gli anni Ottanta e Novanta – era una bandierina della borghesia. Oggi, nell’assoluta assenza di pensiero critico, assistiamo a un conformismo di ritorno.

Si è abbassato il livello della classe politica e di quella intellettuale, non si riesce più a opporsi all’orrendo politically correct e al pensiero dominante. La responsabilità, oltre che della politica, è degli intellettuali e dei giornalisti. Il “tengo famiglia”? Il tengo famiglia, che era una dinamica tipica del Fascismo perché se non prendevi la tessera finivi al confino, non è una spiegazione sufficiente. La situazione che viviamo è più subdola: la censura oggi è difficilmente diretta. La sanzione è l’emarginazione lenta, un isolamento molto duro da sopportare». (Intervista di Silvia Truzzi a Massimo Fini – Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2018 sulla pubblicazione di Confesso che ho vissuto – Marsilio 2018)

Anaïs Nin ha scritto: «La nostra cultura ha fatto della vita da estroversi l’unica virtù. A forza di scoraggiare il viaggio interiore e la ricerca di un centro, abbiamo finito per perderlo, il nostro centro. E ora dobbiamo metterci di nuovo a cercarlo».

Che Mentore ci assista.

In testata: “Rickshaw kid”,  di Banksy –  John William Waterhouse-Penelope and the Suitors(1912) – a seguire altra opera di Banksy –  L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

La musica di Hornby. Tre

Da: Nick Hornby , “31 canzoni” (Guanda, 2003). Terza puntata di tre (la prima QUI, la seconda invece QUI):

«…Abbiamo tutti vissuto quel raccapricciante momento in cui un genitore entra in una stanza e ripete, con sardonica incredulità, due versi appena sentiti allo stereo o alla TV. “E cosa vorrebbe dire?” mi chiese mia madre durante “Tops of the Pops“. “Get it on/Bang a gong? Quanto ci ha messo a pensarla secondo te?” E la risposta giusta da dare – “Due secondi, ma non importa” – non ti viene mai, così le dici solo di chiudere il becco, mentre dentro di te odi  Marc Bolan perché ti piace anche se canta di “prender su e suonare un gong” (temo che questa umiliazione continui, e che non abbia importanza se il genitore che che la infligge sia cresciuto a pane e T. Rex o Spandau Ballet o Sham 69: farebbe meglio a non imbarcarsi in considerazioni di tipo letterario….. Demolire i gusti dei nostri figli è uno dei pochi piaceri che ci rimangono quando diventiamo vecchi, superflui e culturalmente esclusi)…»

22. Ian Dury & The Blockheads – Reasons to Be Cheerful, part 3

23. Richard & Linda Thompson – The Calvary Cross

«…Più la ascolto, più mi convinco che Reasons to Be Cheerful  è il miglior inno nazionale: infonde un po’ di orgoglio persino in chi, come me, passa troppo tempo a sentirsi imbarazzato di appartenere al proprio paese (…) Per essere un capriccio funk,  Reasons to Be Cheerful  è culturalmente molto precisa, se la si ascolta bene; solo il tempo ci saprà dire se si riferisce a un’età dell’oro ormai definitivamente tramontata. In The Calvary Cross, di Richard Thompson, si sente un’Inghilterra più antica, quella di Blake e delle sorelle Brontë: vecchia, spaventosa, piena di contadini satanici, venti ululanti, vesciche di maiale e quant’altro…»

 

24. Jackson Browne – Late for the Sky

«… È necessario aver vissuto un po’, credo, per essere in grado di comprendere la profondità di sentimenti che ha dato forma a queste canzoni, e se Late for the Sky è un perfetto accompagnamento musicale per un divorzio, questo non dipende solo dal tono dolente dei testi, ma perché il divorzio strappa via un ulteriore strato di pelle (chi immaginava che ne avessimo così tanti, o che rimuoverli facesse così male?) e quindi ci consente di sentire davvero, fino in fondo e come si deve, gli accordi, gli assolo, le armonie e tutto il resto. Devo aggiungere che preferirei non saperli sentire come si deve…»

25. Mark Mulcahy – Hey Self Defeater

«Hey Self Defeater, che si è guadagnato un posto più o meno in tutte le compilation in cassetta registrate da me quest’anno, esprime un solido ottimismo, un senso di compassionevole partecipazione col mondo attraverso i filtri della verità e un dimesso, quotidiano sarcasmo: ci parla, rivolgendosi alla gente sarcastica e compassionevole proprio come noi, e siccome, a quanto pare, non siamo in molti (Dio sola sa perché, visto che il sarcasmo e la compassione sono due delle qualità che rendono sopportabile la vita sulla terra), era una canzone destinata a trovare un pubblico solo tramite passaparola o il suggerimento di qualcuno che ha i tuoi stessi gusti…»

26. The Velvelettes – Needle in a  Haystack

«…Ma poi, alla metà degli anni ottanta, mi ritrovai di nuovo ad andare a ballare di mia spontanea volontà, e senza neanche lo scopo di rimorchiare. Ci andavo perché mi piaceva. La serata si chiamava The Locomotion, e aveva luogo ogni venerdì sera a Kentish Town, Londra Nord. Quando non potevo andarci ero triste, proprio come quando non potevo veder giocare la mia squadra di calcio. La DJ, una certa Wendy May, metteva su una fantastica miscela di funk, Motown, ska, pop gay (…) Wendy May sapeva il fatto suo. Le canzoni della Motown che metteva su erano perfette, ma a eccezione dei pezzi Motown, che conoscevo e di cui mi ero stancato, lì sentii per la prima volta cose come la tagliente Needle in a Haystack delle Velvettes (che andai dritto a comprare…

27. O.V. Wright – Let’s Straighten It Out

«…Una sera una mia compagna di appartamento portò in casa il suo nuovo ragazzo. Era un tipo più grande, uno scrittore che indossava un cappello di feltro floscio e metteva parecchia soggezione. Attaccammo a parlare di musica; ovviamente lui era un appassionato di jazz e non ascoltava la roba che piaceva a me: era troppo da ragazzini, come se non ci fosse nessuna differenza tra gli Osmonds e i Clash – e per lui forse non c’era. In un’illuminazione improvvisa – probabilmente quella fu la volta che arrivai più vicino a un atto di ritorsione – calai di nuovo la puntina sulla traccia che avevo appena ascoltato . la versione di O.V. Wright della bellissima Let’s Straighten It Out, di Latimore – e nel sorriso del jazzofilo vidi la sconfitta e una richiesta di perdono…»

28. Röyksopp – Röyksopp’s Night Out

«…Per qualche mese , verso la fine del 21, ho ascoltato i Röyksopp nei momenti di ozio. Il mio pezzo preferito era Röyksopp’s Night Out, che è un po’ più mossa e vivace rispetto agli altri pezzi dall’atmosfera sognante contenuti nell’album (purtroppo non mi affatico abbastanza per aver bisogno di tirarmi su con la musica ambient). Ma proprio quando avevo deciso che Röyksopp’s Night Out era una Buona Cosa – o perlomeno che era Okay – ho cominciato a ritrovarmela tra i piedi ovunque…»

29. The Avalanches – Frontier Psychiatrist

30. Soulwax – No Fun/Push It

«…gli Avalanches hanno un modo tutto loro per usare brandelli di materiale altrui; il risultato è che, in pratica, creano dal nulla. Il ritmo di Frontier Psychiatrist nasce da frammenti di dialoghi tratti da vecchi film, rumori vari e un riff di corno rubato a un disco attempato e presumibilmente poco funky di Bert Kaempfert. Pur partendo da questo materiale così poco promettente, gli Avalanches ti trascinano via  in un crescendo di vertiginosa potenza (e riescono perfino a mettere insieme due frammenti di dialogo per mezzo della rima). (…) Nel frattempo, il fenomeno dei bootleg, per cui i DJ tagliano un paio di canzoni per il lungo e le sovrappongono una all’altra, si delinea come il movimento musicale più allegramente nichilista dai tempi del punk, anche se forse i punk, conservando il dolce antiquato bisogno di creare da sé la propria musica, aderivano solo a parole agli ideali del nichilismo. Gente come i Soulwax e i Freelance Hellraiser (i quali hanno fuso insieme, con risultati sorprendentemente ottimi, Christina Aguilera e gli Strokes) ci dicono che è finita e che ormai loro stanno usando i resti che gli abbiamo lasciato come legna da ardere per fare un fuoco attorno a cui stringersi mentre l’inferno del mondo musicale si congela…»

 

31. the Patti Smith Group – Pissing in a River

«…Ci sono  alcune cose di Patti Smith che è impossibile non amare: un inguaribile spirito bohémien e la fame insaziabile per tutto quanto abbia a che fare con l’arte, i libri e la musica. (…) Non ricordavo di aver mai sentito Pissing in a River, ma se l’avevo sentita, allora evidentemente non mi aveva lasciato alcun segno. Invece quella sera, mentre Patti Smith cantava in un crescendo elettrizzante “Everithing I’ve done, I’ve done for you/Oh, I’d give my life for you” dondolandosi nella luce azzurra che arrivava dalle belle vetrate colorate alle sue spalle e invadeva il pulpito, lo sentivi che tutto il pubblico si stava innamorando di lei, della sua canzone e della serata. Fu uno di quei rari momenti – miracolosi nel contesto di uno spettacolo rock – in cui provi gratitudine per la musica che conosci e per quella che devi ancora sentire, per i libri che hai letto e per quelli che leggerai, forse addirittura per la vita che vivi…»

Fine (post n. 3 di 3).

In testata: Nick Hornby – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

La musica di Hornby. Due

Da Nick Hornby , “31 canzoni” (Guanda, 2003) Seconda puntata di tre (la prima qui).

«…Sono le canzoni le cose che ascolto più frequentemente, al punto che non ascolto quasi nient’altro. Qualche volta un po’ di musica classica o di jazz, e quando mi chiedono cosa mi piace, mi risulta molto difficile rispondere: perché dovrei fare dei nomi, mentre io so solo dare titoli di canzoni. E di solito non ho nulla da dire, se non che le adoro, e ci voglio cantare sopra, costringere gli altri ad ascoltarle, mettere il muso se mi accorgo che a loro non piacciono quanto a me…»

12. Paul Westerberg – Born for me

«… Paul Westerberg, noto campione mancato, è tutt’altro che un pianista, ma il suo assolo in Born for Me è semplicemente adorabile – forse perché lui è l’autore del pezzo e sa come  la canzone lo fa sentire, e quindi come dovrebbe far sentire tutti noi…»

13. Suicide – Frankie Teardrop

14. Teenage Funclub – Ain’t That Enough

«Frankie Teardrop, dei Suicide, sono dieci minuti e mezzo di autentico, terrificante rumore industriale, una specie di equivalente sonoro di Eraserhead. Come il film di David Linch, evoca una raggelante, cupa e monocromatica distopia, piena di acuti e clangori da brivido, ma del tutto priva, a differenza del film, di qualche raro momento di tregua, del più piccolo, sporadico sprazzo di una bizzarra e anomala speranza. (…) Se non lo avete ascoltato e ancora desiderate farlo, prendetevi una serata libera, assicuratevi di di non rimanere soli nella stanza (per inciso, ascoltarla in cuffia porta quasi certamente al ricovero in ospedale) e prendetevi il giorno successivo di ferie. Al contrario, Ain’t That Enough, dei Teenage Fanclub, è una raffica di pop byrdsiano di tre minuti, zeppa di solarità, suoni accattivanti, armonie e bontà. Preferisco la canzone dei Teenage Fanclub…»

 

15. the J. Geils Band – First I Look at the Purse

«…Il disco comincia con una solida botta di rumore di pubblico, fischi, incitazioni e grida, seguita da una presentazione urlata e molto non-inglese fatta da uno speaker: “Siete pronti per darci dentro? Siete pronti per un po’ di rock’n’roll? Dico, siete pronti per un po’ di rock’n’roll? Fateci sentire che siete pronti per la J. Geils Band!”. Poi, di colpo (senza accordare gli strumenti né borbottare un “come va?” la band si lancia in First I Look at the Purse, un vecchio pezzo scritto da Smokey Robinson per un gruppo della Motown chiamato The Contours, e a quel punto perfino le vecchie canzoni  di Smokey Robinson sembravano arrivare da un universo parallelo…»

16. Ben Folds Five – Smoke

«… Per me, Smoke è poeticamente perfetta, intelligente, triste e chiara, anche se il mio amico non sarebbe disposto ad ammetterlo. È una delle pochissime canzoni che esprimono un pensiero profondo sull’amore piuttosto che sull’oggetto o sul soggetto, ed è stata la mia fedele compagna durante la fine (lunga ed estenuante) del mio matrimonio. aveva un senso allora e continua ad averlo adesso. Non si può pretendere di più da una canzone…»

17. Badly Drawn Boy – A Minor Incident

«… E dunque ecco qua. È qui che sta la vera emozione: nelle magiche coincidenze e corrispondenze della creatività. Scrivo un libro che non parla di mio figlio, poi qualcuno compone una bella canzone basata su un episodio del libro e scopro che questa ha un significato molto più diretto e profondo del libro stesso…»

18. The Bible – Glorybound

«… un piacevole shuffle mid-tempo che inizia in modo promettente (…) con lo stesso riff di basso a due note di Rikki Don’t Lose That Number (che a sua volta parte con lo stesso riff di basso a due note di Song for My Father, di Horace Silver, per cui si può affermare che i Bible onorano rispettosamente una gloriosa tradizione musicale) e contenente uno stupendo, tirato assolo di chitarra…»

19. Van Morrison – Caravan

«La magnifica versione di Caravan in It’s Too Late to Stop Now (indiscutibilmente il più bell’album di Van Morrison, quindi non provate neanche a discutere) sarebbe degna di accompagnare i titoli di coda del più bel film che abbia visto nella mia vita; e se una canzone mi fa questo effetto, allora di sicuro, per estensione, significa che potrebbe essere suonata al mio funerale. Troppo melodrammatico? Non credo…»

20. Butch Hancock & Marce LaCouture – So I’ll Run

«Non mi ricordo più quando esattamente, negli anni ottanta, andai a sentire il cantautore texano Butch Hancock in un pub grande e pieno di spifferi nella mia zona. ricordo chiaramente lo scarso entusiasmo che provavo strada facendo. (…) Ma Butch Hancock è una figura leggendaria nell’ambito della musica country-folk, e poi veniva da molto lontano e non sarebbe tornato tanto facilmente a Finsbury Park… mi pareva incivile non andare. Ma Butch non suonò da solo. Quella sera era accompagnato da una cantante di nome Marce LaCouture e, appena iniziarono, mi sentii subito risollevato. Era una coppia fantastica, e sembrava un miracolo che due voci e una chitarra acustica potessero trasformare quel pub freddo (e, diciamolo, per tre quarti vuoto) in un luogo in cui potevano accadere belle cose…»

21. Gregory Isaacs – Puff the Magic Dragons

«… É impossibile non fare del sentimentalismo sui primi giorni di vita di un bambino, ma allora ero pronto a scommettere che la musica sarebbe stata importante per mio figlio (…) Danny era costante motivo di preoccupazione (a tre anni gli fu diagnosticato l’autismo) e, com’era prevedibile dato lo stress di quei primi tempi, i cerotti impiegati per rattoppare il rapporto dei suoi genitori si staccarono, mettendo a nudo delle ferite in cancrena. Ma Danny ha continuato a sentire la musica – la sente così tanto da aver coniato una sua parola per indicarla, e non è un’impresa da nulla quando la tua incapacità di comunicare coinvolge tutto il mondo circostante…»

Continua (post n. 2 di 3).

In testata: Nick Hornby – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

La musica di Hornby. Uno

  1. Teenage Fanclub – Your Love Is the Place Where I Come From

«… uno dei pezzi più belli di uno dei miei album preferiti: Songs from Northern Britain..

2. Bruce Springsteen – Thunder Road

«… ho un ricordo di me che ascolto questa canzone di recente e la amo quasi come allora: è stato qualche mese fa (sì ero in macchina, anche se probabilmente non guidavo e di sicuro non stavo correndo lungo qualche autostrada o superstrada americana che fosse e non avevo il vento nei capelli, perché non ho né decappottabile né capelli…»

3. Nelly Furtado – I’m Like a Bird

«…La canzone che mi ha fatto uscire piacevolmente di testa negli ultimi tempi è “I’m Like a Bird, di Nelly Furtado. Sarà la storia a giudicare se Ms Furtado si rivelerà una vera artista; ho il sospetto che che non cambierà il nostro modo di vedere il mondo, ma non posso dire che me ne importi più di tanto: le sarò sempre grato per aver creato in me il bisogno narcotico di ascoltare e riascoltare la sua canzone….»

4. Led Zeppelin – Heartbreaker

«… se mi dovesse mai capitare di canticchiare un riff blues-metal a un alieno con le idee confuse, sceglierei Heartbreaker degli Zeppelin, da Led Zeppelin II. Non sono sicuro se intonando “DANG DANG DANG DANG DA-DA-DANG, DA-DA-DA DA-DA-DA-DANG-DANG DA-DA-DANG” riuscirei a illuminarlo, ma mi sentirei di aver fatto del mio meglio nei limiti delle circostanze….»

5. Rufus Wainwright – One Man Guy

«…Secondo me, Lui compare all’inizio della seconda strofa, appena Rufus e sua sorella Martha cominciano ad armonizzare. Forse è significativo (o magari Lui sta solo dimostrando un senso dell’umorismo fin qui insospettato) che cominci ad avvertire  la Sua presenza quando senti “People meditate, hey, that’s just great, trying to find the Inner You”. Merito dell’armonia, anche se non mi sono chiari i rapporti di causa ed effetto. Dio compare perché Martha e Rufus cantano così bene insieme che Lui sentendoli da lontano si dice: “Ehi, questa è musica che fa per Me, vado giù a dare un’occhiata“…»

6. Santana – Samba Pa Ti

«Samba Pa Ti è un pezzo strumentale, non una canzone, ma per un periodo cruciale della mia adolescenza, quando lo scoprii, mi parlò con la stessa eloquenza di qualsiasi altra cosa fosse composta di parole: ero convinto che fosse l’espressione dell’esperienza sessuale. Più precisamente, sapevo che Samba Pa Ti era il pezzo che avrei ascoltato durante la perdita della mia verginità – se non allo stereo, comunque nella mia testa. All’inizio è lenta e misteriosa e bella, e poi…»

7. Rod Steward – Mama You Been on My Mind

«Mama You Been on My Mind, di Dylan, mi sembra poco più che una strimpellata – una strimpellata squisita, ma pur sempre una strimpellata. Stewart è innamorato di questa canzone e sa valorizzarla, mentre Dylan la butta quasi lì così, dandoci a intendere di avere molte più cartucce da sparare; la devozione di Stewart sembra donargli dignità, la investe di un’epicità che Dylan le ha negato…»

8. Bob Dylan – Can You Please Crawl out Your Window?

9. The Beatles – Rain

« Can You Please Crawl out Your Window? è, capisco, una delle cose minori di Dylan, uno dei suoi stizzosi (e meno che poetici) pezzi a muso duro, ma risale al mio periodo preferito (elettrico, con quel suono di organo chiaro e pulito), e non l’ho sentito un milione di volte; per questo adesso si insinua nelle cassette che tengo in auto. E Rain è una grande canzone dei Beatles risalente a una grande annata, quella che gli Oasis cercano di vivere da dieci anni, ed è fantastico ascoltare Lennon/McCartney in un brano che conserva ancora quasi tutta la sua polpa…»

 

10. Ani DiFranco – You Had Time

11. Aimee Mann – I’ve Had It

«Verrebbe da pensare che le canzoni introspettive sulla vita nel mondo della musica – sulle gioie e i dolori dell’essere una cantautrice di talento in cerca di successo (I’ve Had It) o sulle difficoltà di conciliare una relazione di coppia con una carriera rock (You Had Time) – facciano schifo. Verrebbe da pensare che questi brani puzzino di autocompiacimento o siano indice di carenza di immaginazione, di creatività ed empatia. Verrebbe da pensare che la Mann e la DiFranco non siano molto lontane dallo scrivere canzoni sul servizio in camera, sugli angoli bar al cinema e sull’imbecillità degli speaker delle radio locali. E allora come mai questi sono due tra i brani musicali più commoventi e belli che si possa sperare in un album pop?…»

 

Continua (post n. 1 di 3).

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il cavaliere aspetta fuori

Il grande Gatsby” è il terzo romanzo di Francis Scott Fitzgerald (dopo “Di qua dal paradiso” e “Belli e dannati“). Pubblicato per la prima volta a New York il 10 aprile 1925, venne definito da T.S. Eliot «il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Da allora ne sono state tratte (finora) quattro versioni cinematografiche.

La prima, quasi immediata, è The Great Gatsby, un film muto del 1926, diretto da Herbert Brenon, interpretata da Warner Baxter e Lois Wilson, che però è andata definitivamente persa. Ne sono sono seguiti tre altri adattamenti.

La seconda è stata girata nel 1949; il film fu diretto da Elliott Nugent, con protagonisti  Alan Ladd e Betty Field.

La terza è del 1974. La pellicola viene diretta da Jack Clayton, con Robert Redford, Mia Farrow e la sceneggiatura di Francis Ford Coppola:

L’ultima versione è del 2013, film diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire:

Un confronto tra le due ultime versioni (Clayton del 1974 e Luhrman del 2013) evidenzia notevoli differenze di lettura del testo originario.

Stile e ritmo: il Gatsby del 1974 è diretto con incredibile distacco formale, mentre la colorata vorticosità e il ritmo serrato delle scene (soprattutto negli animatissimi Party di Gatsby), determinano un’atmosfera più passionale e “veloce” in quella del 2013.

Attori: decisamente freddi e glaciali nella versione di Clayton, passionali e fragili in quella di Luhrman.

Sceneggiatura:  quella più recente è molto incentrata sull’amore fra i due protagonisti e poco sulla disillusa e dissacrante descrizione del Sogno Americano e della società U.S.A. degli anni ruggenti presente nel cartaceo originale. A questa si attiene invece la versione del 1974 di Coppola, molto fedele al romanzo non solo nell’intreccio ma anche nei dialoghi.

 Colonna sonora: il film con Redford e Farrow è classico e pulito, musica anni ’20 e ’30 (l’età del jazz) per le feste, musica “hollywoodiana” per i momenti di tensione, di romanticismo, di tristezza, nessun azzardo “contemporaneo”. La scelta Luhrmanniana è invece di inserire musica moderna (Alternative Rock, House, Hip-Hop…) all’interno dei party di Gatsby, questo dona maggior “attualità” alla pellicola e al contempo garantisce un ritmo vorticoso e frenetico al tutto; intensità travolgente ma forse ridondante.

Afa e calura: Luhrmann esclude il sudore  determinato dalla soffocante atmosfera delle calde giornate estive di Long Island, vero sottofondo ambientale nel romanzo di Fitzgerald; quel copioso sudore che è invece spesso presente sui visi dei protagonisti nella versione di Clayton. Pare futile, ma è una differenza importante.

Questo per quanto riguarda il cinema. Ma dal 1925 ad oggi sono state effettuate centinaia di traduzioni e riedizioni in tutte le lingue del mondo di questo romanzo. Il quale, in realtà, appena uscito non ebbe alcun successo commerciale. Vendette poche copie, nonostante  le buone recensioni; era come se solo i recensori e alcuni “addetti ai lavori” si fossero accorti della sua importanza.  Edward Wilson, compagno di università di Fitzgerald, e dopo la sua morte principale artefice della sua riscoperta, gli scrisse che i personaggi sono troppo sgradevoli perché chi legge si appassioni veramente. Maxwell Perkins, editor di cui Fitzgerald si fidava ciecamente, gli scrisse che la tiepida accoglienza era dovuta al fatto che la sua creatura “…passa sopra la testa della gente, più di quanto tu nemmeno immagini“.

Per quale motivo, allora, questo breve romanzo e questo discutibile personaggio – Gatsby -che si rifiuta di accettare la realtà (“Non si può ripetere il passato?” esclamò incredulo. “Come no? Certo che si può!“) continua a colpire e affascinare intere generazioni: lettori, spettatori, registi, autori o scrittori o sceneggiatori che siano, in tempi tanto diversi? La risposta potrebbe essere contenuta e riassunta in due soli termini: il primo sostantivo è sincerità, il secondo è speranza.

Sul “Corriere della Sera” del 17 aprile scorso è uscita un’intervista di Aldo Cazzullo alla signora Maria Romana De Gasperi, figlia di Alcide De Gasperi: fondatore della Democrazia Cristiana, è stato l’ultimo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, il primo della Repubblica Italiana ed è reputato uno dei padri della Repubblica Italiana.

Chi era Alcide De Gasperi?
«Un intellettuale. Dalla prigione scriveva lettere in latino. Quand’era presidente del Consiglio, la sera per rilassarsi leggeva le egloghe di Virgilio e l’Anabasi di Senofonte in greco. Durante il fascismo lavorava il mattino in Vaticano come bibliotecario, e il pomeriggio per arrotondare traduceva testi in tedesco, che parlava come l’italiano. Papà dettava ad alta voce, mamma batteva a macchina, e noi dovevamo mettere le pantofole per non far rumore». (…)

Il suo testamento morale è considerato il discorso alla Conferenza di pace di Parigi.
«Di solito si cita l’incipit».

Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto tranne la vostra personale cortesia è contro di me… 
«Rappresentava un Paese che aveva fatto la guerra accanto a Hitler, e l’aveva persa. Ma io trovo più significativo il finale di quel discorso, là dove dice ai rappresentanti delle democrazie: “Vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia; un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano”. Era questo lo spirito del nostro Paese, settant’anni fa».

Rispondendo poi alle lettere dei lettori, il 19 aprile Cazzullo scrive che «La cosa più importante che Maria Romana De Gasperi ha detto al Corriere riguarda lo spirito del 1948, il modo prodigioso in cui un Paese umiliato ritrovò la fiducia in se stesso

Nell’ introduzione a”L’ età del jazz” di Fitzgerald  tradotto dal Saggiatore negli Anni Sessanta, Elémire Zolla vede Francis Scott Fitzgerald come un cavaliere antico: con qualche macchia ma senza alcuna paura. “Il bellissimo Ruggiero è ammaliato dalla maga Alcina finché non gli giunge da Bradamante il dono dell’ anello che disincanta.” Una storia di disincanto è quella di Francis Scott Fitzgerald, dice Zolla.

 Franca Cavagnoli, nell’introduzione alla sua traduzione per le edizioni Feltrinelli, scrive: «La purezza della figura di Gatsby, la sua disarmante credulità, è poi riassunta molto bene da ciò che Sylvia Plath annota sul margine della sua copia. Nel punto in cui Gatsby rimane in giardino a sorvegliare la finestra di Daisy, convinto che lei sia nella sua stanza mentre in realtà è in cucina con Tom a preparare irresponsabilmente il piano di fuga, Sylvia Plath scrive:”Il cavaliere aspetta fuori; il drago va a letto con la principessa“». In fondo, questo «…è un romanzo sulla facilità con cui a quel tempo si facevano i soldi e su come a nessuno interessasse il modo in cui venivano fatti».   Vi ricorda qualcosa?
 Però Nick Carraway, voce narrante del romanzo, l’ultima volta che vede Gatsby lo saluta così: «Bene, arrivederci». Ci stringemmo la mano e m’incamminai. Appena prima di raggiungere la siepe mi venne in mente qualcosa e mi voltai. «Sono tutti marci», gridai attraverso il prato. «Tu da solo, per la miseria, vali più di tutti loro messi assieme». Il grande Jay Gatsby è il cavaliere-gangster, che cerca Daisy come si cercava un tempo il Santo Graal. A rendere Gatsby grande è un dono che poche persone possiedono: il dono della speranza e della sincerità. Proprio quello che sembra mancare – sia in termini di stile, che di ritmo, di attori, di sceneggiatura, di colonna sonora – al film del nostro tempo, nel quale i cavalieri (anche gli ex) di solito sono tutta un’altra cosa. Mentre l’afa, la calura, le sudate  nelle soffocanti giornate estive, quelle invece sembrano proprio sempre uguali. Ce ne fossero, di Gatsby!

In testata: Giorgione, Ritratto di guerriero con scudiero detto Gattamelata, 1501 ca., Olio su tela, Firenze, Galleria degli Uffizi

In mezzo: Giovanni Bilivert, Angelica si cela a Ruggiero, ante 1624. Firenze, Galleria Palatina

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)