Archivio mensile:agosto 2018

Decadenza

1. Gattopardi

A proposito del grandissimo – nonché unico – romanzo di Giuseppe Tomasi principe di Lampedusa, “Il Gattopardo”,  è d’obbligo ricordare la più celebre delle citazioni: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.» Tutto sommato, però,  il senso di questa frase potrebbe risultare abbastanza oscuro, qualora non si consideri il fatto che a pronunciarla non è il maturo Principe Fabrizio di Salina (il Gattopardo, appunto), ma il suo giovane, prediletto nipote Tancredi. Il quale Tancredi motiva in questo modo, salutando lo zio prima di partire per la battaglia,  l’arruolamento nelle truppe garibaldine  appena sbarcate in Sicilia. Nelle truppe di Garibaldi, il rivoluzionario nemico delle antiche, storiche aristocrazie locali.

Si tratta, in sostanza, di una forma di trasformismo “ante litteram“. Infatti il giovane – nobile ma squattrinato – avendo intuito l’esito delle modificazioni politico-sociali in atto nel particolare momento storico (decadenza della vecchia nobiltà terriera e avvento della nuova borghesia) decide di anticipare gli eventi con un “salto della quaglia” finalizzato alla tutela dei privilegi di classe e al miglioramento della propria condizione economica. Una strategia a parole molto disprezzata nelle moralistiche enunciazioni ufficiali del nostro paese; tale comportamento risulta tuttavia molto efficace, ovunque praticato e diffuso nella molto meno etica realtà della nostra vita quotidiana.

Molte altre citazioni dal romanzo, sebbene meno note, descrivono l’opinione dell’autore  sulla natura del popolo al quale appartiene. Per esempio la seguente: «Ancora una volta il Principe si trovò di fronte a uno degli enigmi siciliani. In questa isola segreta dove le case sono sbarrate e i contadini dicono d’ignorare la via per andare al paese nel quale vivono e che si vede li sul colle a dieci minuti di strada, in quest’isola, malgrado l’ostentato lusso di mistero, la riservatezza è un mito.» In altre parole, la riservatezza, qui, non esiste. Oppure le parole messe in bocca al Gattopardo: «…i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una diecina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che da loro diritto a funerali sontuosi.»

Questo bellissimo romanzo contiene senza dubbio  un’analisi lucida e impietosa del carattere siciliano, analisi critica che venne effettuata da un autentico, profondo poeta e  intellettuale siciliano, vero conoscitore del suo popolo. E tale analisi non è certo intrisa di ottimismo illimitato, come dimostra qualche altro esempio: «In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’». Oppure: «Il Principe era depresso: “Tutto questo” pensava “non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli… ; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.”»

Il libro è stato scritto tra la fine del 1954 e il 1957, ma uscì solo dopo la morte dell’autore. Dopo essere stato rifiutato da Mondadori e da Einaudi, fu pubblicato l’11 novembre 1958 da Feltrinelli e vinse il premio Strega nel 1959. Erede di un mondo che vede con distacco e ironia, ispirandosi alla figura del bisnonno paterno, Giuseppe Tomasi vi descrive la fine di un mondo, di un’epoca e di un modo di vivere, del declino e risorgenza sotto altre spoglie di una famiglia, di un’isola e forse anche di una nazione. Mentre il termine “Gattopardo” indica ancora oggi i potenti di un tempo, quelli che si aggrappano alle vestigia di un passato che non c’è più.

2. Cripte

La Cripta dei Cappuccini è l’ultimo romanzo che lo scrittore Joseph Roth scrisse ormai esule a Parigi nel 1938, l’anno prima di morire. È il romanzo che più lo rappresenta, in cui descrive da testimone e brillante narratore la decadenza dell’impero austroungarico che aveva a cuore la civiltà ebraica, la sua, e tutto ciò che ne seguì, la prima guerra mondiale e il buio sul mondo che avanzava con Hitler. Un tema caro a Roth, grande cantore della finis Austriae, che si avvale nella narrazione delle sue esperienze personali avendo vissuto sulla propria pelle la condizione di quell’epoca di primo Novecento: è stato infatti sottufficiale dell’esercito asburgico, combattente, prigioniero in Siberia, reduce ed esule in Francia quando l’Austria venne annessa alla Germania nazista.

La Cripta dei Cappuccini, nella Chiesa di S. Maria degli Angeli a Vienna, accoglie le tombe degli imperatori e delle imperatrici d’Austria e degli altri membri della famiglia imperiale. Nel romanzo diviene il simbolo di un’epoca di fasti e magnificenze nelle arti e nella cultura e che era riuscita, inoltre, a far convivere popoli di diverse nazionalità e di diverse religioni. Siamo nel 1913 e il personaggio principale del romanzo è Francesco Ferdinando, giovane e brillante erede della casata dei Trotta, la stessa a cui apparteneva l’eroe della battaglia di Solferino, che aveva salvato la vita all’Imperatore Francesco Giuseppe. Il giovane ventenne trascorre le sue giornate con i suoi amici aristocratici in giro nei vari caffè viennesi, fra disinteresse e divertimento. Una vita agiata e frivola che terminerà di lì a poco quando verrà diffuso il proclama che porterà allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il giovane Francesco decide di arruolarsi, ma prima di partire sposerà Elisabeth, la bella diciannovenne di cui è innamorato da tempo.

La Cripta dei Cappuccini è un romanzo nostalgico della vita e del credo di un uomo che vede svanire la sua patria e i suoi ideali. L’Impero rappresentava qualcosa di più nobile di una semplice patria e in un difficile dopoguerra, il protagonista è costretto a fare il bilancio della sua vita così discordante come fu la stessa vita dell’autore: ebreo e infine cattolico, socialista e poi monarchico. È il romanzo di uno dei più grandi scrittori della letteratura mitteleuropea, che non solo rappresenta un affresco struggente della fine di un’epoca, ma è anche il racconto di una sconfitta e dell’impossibilità di adeguarsi ad un nuovo modello di mondo.” (da sololibri.net)

3. Consolazioni

Scrive Mario Tancredi (lettera su Repubblica 23 agosto 2018): «…prendo uno dei ” valori” fondanti la nostra [repubblica], quello della ” uguaglianza”. In assenza di una gestione della Cultura, si è verificata una deriva, passando dall’uguaglianza delle opportunità a quella dei trattamenti. Questo fa sì che tutti chiedano tutto arrivando a rivendicare come diritti anche i capricci, rendendo difficoltosa non solo l’attività governativa, ma anche sterilizzando come “valore” la meritocrazia. Di cui, infatti, si parla e si scrive soltanto. E così si scade nella mediocrità, nella “mediocrazia”che fa da lievito alla fuga di cervelli all’estero, nei Paesi in cui la meritocrazia è salvaguardata. La Politica va a rimorchio degli elettori nel celebrare il valore dell’uguaglianza che gli individui rivendicano per non esporsi all’ansia della competitività e all’impegno per evolvere.

Nel 1871 il filosofo Henri- Frédéric Amiel scriveva nei ” Frammenti di diario intimo“: « La democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle conseguenze. Perché non riconosce la diseguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga.»

4. Conclusioni

La fuga dalle responsabilità, l’adorazione delle apparenze, nascondersi dietro i paraventi della burocrazia quando fa comodo, all’opposto lamentarsene quando esse non acconsentono ai nostri egoismi: tutto questo si paga. Prendiamoci finalmente  le nostre responsabilità: se l’Italia è in decadenza, se la nostra cultura, la nostra società, NOI stessi decadiamo e lasciamo ai nostri figli un paese peggiore di quello che abbiamo ricevuto. Di tutto questo, la colpa è anche e soprattutto nostra, di un popolo cambiato che non è più comunità ma un insieme di singoli individui. Di un sistema burocratico che ha una passione viscerale per gli arcani, fondamentali – come teorizzava Max Weber – per  impadronirsi di un potere autonomo e autogestito, di cui è leva fondamentale la trasformazione del sapere d’ufficio in un sapere segreto, che costituisce il più importante strumento di potenza della burocrazia stessa. Ma contro questi politici arroganti, contro questi abusi, contro questi  burocrati miopi ed egoisti, chi è che protesta più? Intendo protestare seriamente, rischiando di persona. Ci limitiamo invece alle continue sterili lamentele, ad addossare colpe agli altri, al Male che vuole nuocere al Bene. Ma al nostro, in particolare, di Bene.

La verità è che ci si adatta splendidamente  la celebre tirata di John Belushi (nei Blues Brothers) di fronte alla fidanzata inferocita, che vuole ucciderlo per essere stata abbandonata davanti all’altare: «Non è stata colpa mia. Non ti ho tradito, ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette, non è stata colpa mia!» Come ricorda Michele Serra (Repubblica 29 agosto 2018), il problema è che la fidanzata gli crede. Si commuove, depone il fucile e lo bacia.

Come scrive Giuseppe Tomasi nell’epilogo del suo romanzo, descrivendo  Concetta, la figlia del principe ormai anziana alle prese di una inaspettata rivelazione su un evento fondamentale del suo passato che lei ritiene abbia deciso della sua vita: «…questi sentimenti derivati che avevano costituito lo scheletro di tutto il suo modo di pensare si disfacevano anch’essi; non vi erano stati nemici ma una sola avversaria, essa stessa; il suo avvenire era stato ucciso dalla propria imprudenza, dall’impeto rabbioso dei Salina; le veniva meno adesso, proprio nel momento in cui dopo decenni i ricordi ritornavano a farsi vivi, la consolazione di poter attribuire ad altri la propria infelicità, consolazione che è l’ultimo ingannevole filtro dei disperati.»

Forse Giuseppe Tomasi di Lampedusa non parlava solo di siciliani, ma di tutti noi: i cosiddetti italiani, sempre alla ricerca di ulteriori, ingannevoli filtri da disperati.

In testata:

The Dying Gaul, anche chiamato The Dying Galatian (in Italiano: Galata Morente) o The Dying Gladiator (Il Gladiatore Morente). copia marmorea di epoca romana conservata nei Musei Capitolini di Roma di una scultura bronzea attribuita a Epigono

Seguono:

Un fotogramma del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti (1963)

Un’immagine di Philip Roth

Les Romains de la décadence (1847) di Thomas Couture(Musée d’Orsay)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

La Regina del Soul

E’ morta a Detroit, all’età di 76 anni Aretha Franklin. La Queen of Soul, come era stata soprannominata, è deceduta dopo una lunga malattia. Lo ha annunciato – riferisce l’Associated Press – la sua portavoce Gwendolyn Quinn.

Icona riconosciuta della cultura nera, con una forte personalità e un carattere non sempre facile, ma soprattutto artista dalla voce sublime, Aretha, nata a Memphis il 25 marzo 1942, è andata oltre le definizioni, rompendo schemi e imponendosi come un vero e proprio fenomeno della natura. Tra i suoi brani più famosi, Respect e Think (che cantò anche nel film The Blues Brothers). La sua ultima esibizione è stata lo scorso novembre a New York al gala della fondazione di Elton John per la lotta all’Aids. Il suo ultimo concerto, invece, nel giugno 2017. Nel 2009 ha cantato per l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca (e si è rifiutata, invece, di farlo quando è stata la volta di Donald Trump). (ansa.it)

Queste le sue “10 greatest songs”, secondo l’Independent:

10) Do Right Woman, Do Right Man (1967)

 

9) Don’t Play That Song (1970)

 

8) Chain of Fools (1967)

 

7) (You Make Me Feel Like) A Natural Woman (1967)

 

6) Ain’t No Way (1968)

 

5) I Say a Little Prayer (1968)

 

4) Dr Feelgood (Love Is a Serious Business) (1967)

 

3) Think (1968)

 

2) Respect (1967)

 

1) I Never Loved a Man (The Way I loved You) (1967)

Aggiungo poi che non può mancare lo spezzone di  “Think“tratto  dal film dei Blues Brothers

Grazie, Regina.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)