Archivio mensile:ottobre 2018

Il futuro rimosso

Ritorno al futuro (Back to the Future) è un film del 1985 diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Michael J. Fox e Christopher Lloyd. Primo episodio della trilogia omonima, è considerato un’icona del cinema degli anni ottanta e ha riscosso un enorme successo a livello internazionale. (da Wikipedia).

Comunque la si pensi politicamente su Matteo Renzi, non si può negare che l’ex Presidente del Consiglio e Sindaco di Firenze, non sia abile a far parlare davvero molto di sé. Per la nona edizione della Leopolda tenutasi nel capoluogo toscano soltanto qualche giorno fa nel fine settimana, visto che il tema era “Ritorno al Futuro”, sul palco dell’evento è stata installata una bellissima riproduzione della macchina del tempo DeLorean della serie cinematografica omonima. E subito su mass media e social, nel bene o nel male non si è parlato d’altro se non del veicolo usato da Emmett “Doc” Brown (Christopher Lloyd) e Marty McFly (Michael J. Fox) per viaggiare nel tempo nella mitica trilogia amata da milioni di fan prima al cinema e poi sul piccolo schermo.” (da nove.firenze.it)

Personalmente ritengo che Matteo Renzi e il suo “giglio magico” rappresentino un passato stracotto rivestito di una sottile patina di giovanilistica modernità fintamente progressista. Oggi però il punto sul futuro che ci interessa è un’altro. Lo spiega bene Aldo Cazzullo, che sul Corriere della Sera del 19 ottobre scorso, scrive:

«il riscaldamento del pianeta è tanto evidente che neppure Donald Trump lo nega più (si limita a dire che non è colpa dell’uomo e quindi non ci si può fare nulla). Però in due anni avrò ricevuto ventimila lettere sui migranti e neppure una sul cambiamento climatico, che è tra le cause delle migrazioni. Pubblico alcune reazioni raccolte sui social del Corriere al rapporto dell’unione Europea perché mi sembrano utili a una riflessione non tanto sul tema, ormai conclamato, quanto sull’indifferenza che lo circonda.

Ormai sappiamo con certezza scientifica che, se non ridurremo le emissioni di anidride carbonica, il clima peggiorerà ulteriormente. Il fenomeno è più rapido di quanto pensassimo, ed è sotto gli occhi di tutti. Alla prima nevicata si faranno ironie; ma è come negare la fame nel mondo solo perché si è appena mangiato un piatto di fettuccine. Non ce ne occupiamo perché il problema riguarda l’avvenire. E l’avvenire al tempo della rete non è contemplato. Ci sono tanti selfie da scattare, tanti attimi da fermare, tante interessanti polemiche su Chiara Ferragni o Cristiano Ronaldo da seguire. La futilità della discussione pubblica rende insostenibilmente pesanti argomenti che riguardano i nostri figli e nipoti, non i nostri discendenti dei prossimi millenni, se arriveranno. Meno ancora si parla dell’allarme rilanciato dal libro postumo di Stephen Hawking, sui pericoli dell’intelligenza artificiale e della manipolazione della vita. La rimozione del futuro continua.»

Ieri, 24 ottobre 2018, qui a Bologna il termometro ha rilevato una temperatura massima di 29 gradi. Dieci gradi in più rispetto alla temperatura media stagionale secondo meteo.it. Eppure esiste ancora chi nega l’evidenza:

La capacità del movimento negazionista di rallentare le politiche ambientali spinge Gore a studiare analiticamente cause e caratteristiche di quest’atteggiamento, il cui fondamento viene individuato nell’interesse economico delle grandi multinazionali del petrolio, del carbone e del gas, minacciato da ogni azione finalizzata alla riduzione delle emissioni nocive: «potenti corporation che hanno interesse a ritardare qualunque tipo di intervento hanno sperperato soldi in una campagna cinica e disonesta per distorcere l’opinione pubblica, seminando falsi dubbi sulla realtà della crisi climatica» (p. 429). Si tratta di una massiccia e sofisticata “campagna di inganni” che si avvale di esperti finanziati ad hoc, “bugiardi a noleggio” (p. 440) incaricati di diffondere ipotesi alternative prive di base scientifica (per cui, ad esempio, il riscaldamento globale sarebbe il risultato di un ciclo naturale, oppure sarebbe già stato fermato da diversi anni, ecc.). Questa campagna si propone anzitutto di manipolare la percezione pubblica del problema, anche attraverso l’accesso agli organi di informazione: i quali, versando in difficili condizioni economiche, ricevono finanziamenti da parte delle compagnie di combustibili fossili, accettando di veicolare messaggi negazionisti. In secondo luogo, le stesse compagnie incidono sui processi decisionali attraverso l’attività di lobbying e finanziando le campagne di candidati di ogni parte politica.” (da sviluppofelice.wordpress.com )

Manipolare la percezione pubblica dei problemi non significa solo disinformare i cittadini tramite false notizie, ma anche trascurare i temi davvero importanti (come le tematiche ambientali) ponendo al contrario in evidenza le sciocchezze più irrilevanti. Scrive Giuseppe Riva: «Che cos’è un fatto? (…) esistono due grandi categorie: i “fatti” (per esempio è un fatto che questa frase inizia con la preposizione “per”, perché sia io che voi possiamo verificarla osservando la frase) e i “fatti sociali” (gli eventi la cui verità non dipende dall’evidenza, ma dall’attività della rete sociale di cui facciamo parte; ad esempio, per essere “marito” ti devi sposare). Mentre i fatti sono eventi immediatamente evidenti, i fatti sociali sono invece eventi la cui evidenza dipende dall’attività di una rete sociale.

Sono più importanti i fatti o i fatti sociali nel guidare le decisioni dei soggetti? Gli psicologi sanno già da tempo la risposta: i fatti sociali. Non a caso questi fatti sono dotati di un potere di coercizione che nasce dall’importanza che per ciascuno di noi ha il sentirsi parte di un gruppo. Tale potere di coercizione è legato a quattro fattori: la rilevanza del gruppo per l’identità sociale del soggetto, l’importanza e la rilevanza dell’argomento per il soggetto, la numerosità del gruppo che supporta una scelta, la mancanza di conflitti al suo interno.

L’analisi del concetto di “fatto” ci suggerisce un primo elemento per la costruzione di fake news efficaci: trasformarle in fatti sociali, supportati dal numero più elevato possibile di soggetti della rete. Infatti se una fake news diventa un fatto sociale sono possibili tre conseguenze. Se il soggetto la interiorizza, diventerà lui stesso un sincero sostenitore della sua verità. Se non la interiorizza ma teme il giudizio sociale, eviterà di contraddirla per paura di effetti negativi. Mentre solo chi non teme il giudizio sociale, o si sente supportato nella critica, sarà pronto a intervenire per contestarne i contenuti.  (Massimo Riva – Fake News. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità – Il Mulino, 2018) Superfluo ipotizzare quale si configura come la conseguenza più probabile per gli italiani, “ sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori” (© Ennio Flaiano)

Una delle più drammatiche responsabilità delle classi dirigenti di questo paese (di ogni orientamento) negli ultimi decenni è di aver “dimenticato”, nella loro “narrazione”, di preoccuparsi per il futuro delle generazioni a venire, scaricando sulle loro spalle i costi interni ed esterni delle loro spesso sciagurate, miopi decisioni interessate e falsamente democratiche. Al centro del loro racconto continuano invece a porre fatti sociali su cui sia possibile speculare nel presente, ad esempio l’immaginaria invasione degli immigrati. Avete mai sentito Matteo Salvini o Matteo Renzi infervorarsi per la tutela dell’ambiente? La macchina del tempo per loro è pura scenografia.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Turisti e viaggiatori

 

(SAREBBE ANCHE UN POSTO CARINO SE SOLO NON CI FOSSERO TUTTI QUESTI SCHIFOSI TURISTI!)

Pensando al tema del “viaggio”, un autore che viene subito in mente, coi suoi racconti di terre sconfinate e lontane, è lo scrittore e viaggiatore britannico Bruce Chatwin (1940- 1989), secondo il quale «Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma» (da Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi, 1996)

Chatwin, «… temendo di ammalarsi agli occhi – ha rischiato addirittura la cecità -, ha presto deciso di staccarsi da una ricerca “privata” del bello, per dedicarsi a più vasti orizzonti. Ha avuto così inizio un vero e proprio “elogio al vagabondare” che, per il primo viaggio, lo ha portato in Sudan. In seguito si è recato in Marocco, Afghanistan, Patagonia, Himalaya e Australia.

Proprio grazie a questo suo continuo errare, Chatwin ha potuto dare libero sfogo ad un animo inquieto e al desiderio di scrivere a proposito del mondo. La seguente frase diventerà il suo mantra: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”». (da L’undici.it)

Un’altra grande viaggiatrice è stata Alexandra David-Néel, la quale ha scritto: «Non esiste, credo, fonte di giovinezza più efficace della combinazione di queste due cose: viaggio e attività intellettuale». Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi di grandi viaggiatori e/o turisti e/o scrittori. Purtroppo o per fortuna, e comunque la si pensi, di fatto  il turismo è ormai divenuta la più importante industria di questo nuovo secolo.

Scrive infatti Marco d’Eramo, che «Tra il 1950 e il 1992 il turismo internazionale, misurato in numero di arrivi, crebbe a un ritmo annuo del 7,2%. Nel decennio 1980-1990 le entrate del turismo internazionale crebbero al ritmo annuo del 9,2%, ben oltre il tasso di crescita del commercio mondiale nel suo insieme.”32 “Nel 1951 la Grecia fu visitata solo da cinquantamila turisti; dieci anni dopo erano saliti a mezzo milione e nel 1981 a cinque milioni e mezzo”, 33 e nel 2015 – si potrebbe aggiungere – erano 23,1 milioni.

Complessivamente, i viaggiatori internazionali erano 25,3 milioni nel 1950; 69,3 nel 1960; 158,7 milioni nel 1970; 204 milioni nel 1980; 425 milioni nel 1990; 753 milioni nel 2000; 946 milioni nel 2010; un miliardo 186 milioni nel 2015 (dati della World Tourism Organization). Come si vede, nei primi venti anni il numero di arrivi raddoppiava ogni decennio, mentre complessivamente negli ultimi 63 anni il numero dei viaggiatori si è moltiplicato per 50! (Nel decennio 2000-2010 la crescita è stata “solo” del 25% a causa di due eventi eccezionali: prima l’11 settembre 2001 e poi la grande crisi economica del 2007-2008.)”

“Con i voli low cost, il turismo si è globalizzato: mentre nel 1950 le prime 15 destinazioni assorbivano il 98% degli arrivi turistici internazionali, nel 1970 la proporzione era del 75%, per scendere al 57% nel 2007. E che il turismo sia ormai globale non c’è dubbio: un miliardo e 138 milioni di arrivi l’anno significa che un umano su sette compie viaggi internazionali: una marea mostruosa, un’orda di cui a ognuno di noi tocca far parte. Se si contassero poi i viaggi del turismo interno (di solito per valutare il numero di turisti domestici si moltiplica per 4 quello dei turisti internazionali), si avrebbe l’immagine di tutta un’umanità in perenne, inesausto viavai». (da “Il selfie del mondo: Indagine sull’età del turismo” di Marco d’Eramo – Feltrinelli, 2017)

Aggiunge però d’Eramo che «A Pevas, villaggio peruviano sul Rio delle Amazzoni a est di Iquitos, io stesso ho visto attivisti indios che si toglievano blue-jeans, magliette e occhiali e cominciavano a dipingersi la pelle; e quando ho chiesto loro perché, la loro risposta è stata fulminante: “Il mercoledì arriva il battello coi turisti”». Allora la domanda che ci si pone è la seguente: «ma cosa è che motiva il turista? che lo spinge a viaggiare, ad affrontare spese e fatiche? A estenuarsi durante l’unico breve periodo di riposo che gli è concesso? A che pro?» 

C’è chi pensa al turismo come desiderio di fuga dalla vita quotidiana, come impulso a liberarsi, per il breve periodo delle ferie, dai vincoli della società. E chi invece ritiene che
«L’utilità del viaggiare è di regolare l’immaginazione per mezzo della realtà, e invece di pensare come le cose possono essere, vederle come sono”. L’utilità del viaggiare sta nel confrontare (e quindi tarare, correggere, modificare) quel che si vede con ciò che si era immaginato in precedenza». Semplificando, la differenza tra turista e viaggiatore si potrebbe schematizzare in questo modo: il viaggiatore è un individuo attivo, mentre il turista è passivo e aspetta che cose interessanti gli succedano. Con l’ulteriore paradossale contraddizione determinata dal fatto (oggettivo) che proprio il desiderio di vedere “il mondo come realmente è” modifica irreversibilmente il mondo stesso e rischia di trasformarlo in un unico, sterminato e fasullo Disneyland.

«In fondo, quello del turismo è il problema della modernità: in ogni momento della nostra vita siamo alla ricerca di un’autenticità che la nostra stessa ricerca rende irraggiungibile, inautentica

Soluzioni non ne abbiamo; dubbi invece tantissimi. Nel suo “Ritratto di  Natalia Ginzburg (La corsara – Neri Pozza, 2018) Sandra Petrignani, commentando la Ginzburg che tratta il tema dell’incomunicabilità, scrive: «Natalia avverte l’epoca che la circonda come “Una faccenda di giorno in giorno più sudicia” abitata da un doppio silenzio, quello con se stessi e quello con gli altri. (…) Diviso fra panico e e senso di colpa, ciascuno reagisce a modo suo, chi viaggiando, chi ubriacandosi “per dimenticare i propri torbidi fantasmi”, chi facendosi psicanalizzare, senza risolvere nulla».

Forse una possibilità era stata proposta (inconsciamente?) dalla stessa Petrignani qualche anno addietro: «Un po’ pellegrinaggio e un po’ seduta spiritica, questo libro porta dalla Sardegna di Grazia Deledda all’America di Marguerite Yourcenar, dalla Francia di Colette all’Oriente di Alexandra David-Néel, dall’Africa alla Danimarca di Karen Blixen, all’Inghilterra di Virginia Woolf. Un lunghissimo viaggio in case-museo che, attraverso mobili e suppellettili, stanze e giardini raccontano la storia sentimentale delle più significative scrittrici del Novecento». (dalle note di copertina di  Sandra Petrignani: “La scrittrice abita qui – Neri Pozza, 2003). Forse il suo progetto  di visitare le case e i luoghi di Grazia DeleddaMarguerite YourcenarColette, Alexandra David-Néel, Karen Blixen,  Virginia Woolf presupponeva la condivisione del pensiero di Marcel Proust. cioè la convinzione che:

«Delle ali, e un altro apparato respiratorio, che ci permettessero di attraversare l’immensità degli spazi, ci sarebbero inutili, perché se salissimo su Marte o Venere conservando gli stessi sesnsi, questi rivestirebbero dello stesso aspetto  delle cose della Terra tutto quel che potremmo vedere. L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è». (Marcel ProustAlla ricerca del tempo perduto, vol. 5: La prigioniera – Einaudi, 1978)

Il viaggiatore è colui che ha il progetto utopistico di capire e di cambiare se stesso e il mondo (viaggio e attività intellettuale); il turista invece  è colui che vuol distrarsi e non cambierà mai ovunque si sposti nell’intero universo.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Verità, sostantivo plurale

 

1.Vacanze romane (Roman Holiday)” è un film del 1953 diretto da William Wyler, interpretato da Gregory Peck e Audrey Hepburn. Vi si racconta di una principessa in visita ufficiale a Roma che si sottrae alla sorveglianza dei dignitari e se ne va in incognito per la città in compagnia di un giornalista che incontra per caso. A Roma la principessa si concede una piccola vacanza e gira in Vespa con il giornalista per il centro della città. Quando arrivano davanti alla Bocca della Verità e il giornalista chiede alla donna di mettere la mano nella fessura (cioè nella bocca) per sapere se dice la verità.

La Bocca della Verità, infatti,  è la testa in marmo di un dio fluviale, con una grande
bocca aperta che si trova a Roma all’ingresso della basilica di Santa Maria
in Cosmedin. Dice appunto la leggenda che quando una persona, dopo aver infilato la
mano in questa bocca, fa un’affermazione, se dice il vero potrà tirar fuori la mano senza
conseguenze. Ma se l’affermazione è falsa la mano sarà tagliata. Il film Vacanze Romane ha quindi consacrato la Bocca della Verità ad una indiscussa fama  e da allora è entrato nell’immaginario turistico.

2. Nella realtà, la faccenda è naturalmente molto più complessa. «La locuzione “la verità” può essere anagrammata in una ventina di modi diversi. Tre di questi sono particolarmente significativi: relativa, rivelata, evitarla. Ognuno di questi anagrammi sintetizza un’opinione filosofica fondamentale appunto sul tema della verità. La verità rivelata è quella della metafisica o della religione. La verità da evitare è quella dello scetticismo, di chi dice che la verità non esiste o, se esiste, è comunque impossibile da raggiungere e dunque conviene evitare di confrontarsi con il concetto. La verità relativa – nota che l’anagramma funziona anche al plurale: le verità relative – allude all’idea che stiamo cercando di definire: quella cioè che esistono punti di vista diversi, in generale rispettabili se praticati in buona fede, e che ciascuno di essi contiene qualcosa che può aiutarci. La verità, insomma, si dice al plurale e nasce dal confronto rispettoso dei punti di vista.» (da Gianrico CarofiglioCon i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità – Edizioni Gruppo Abele, 2018)

 

Nel loro libro “The Enigma of Reason“, Hugo Mercier e Dan Sperber si pongono una domanda precisa: «Ma che cos’è la ragione? La maggior parte dei filosofi e degli psicologi sostiene che sia una facoltà di ordine superiore la cui funzione è di permetterci di arrivare ad avere credenze più certe. Ma allora, se abbiamo tutti questa facoltà, come mai non convergiamo tutti sulla verità? Com’è possibile che la ragione a volte sembri esacerbare i disaccordi invece che risolverli?»

La loro opinione è che «la funzione della ragione non sia tanto di permetterci individualmente di acquisire conoscenze più certe, quanto di scambiare informazioni e opinioni in modo più efficace: «Usiamo la ragione per convincere gli altri. Soppesiamo le ragioni che gli altri ci danno per decidere se credere o no a quello che ci dicono. Quando produciamo ragioni in un dialogo, non siamo oggettivi: il nostro scopo non è di scoprire la verità, ma di convincere gli altri di un’opinione che noi pensiamo già sia vera. Anche quando ragioniamo da soli, lo facciamo come se stessimo cercando di convincere un interlocutore, e anche in questo caso non siamo oggettivi. In un dialogo, un pubblico reticente ad accettare il nostro punto di vista ci obbligherà ad affinare i nostri argomenti e, a volte, a cambiare idea.»

E questo ovviamente è un limite: «Quando ragioniamo da soli (o con persone che hanno le stesse opinioni), l’uso della ragione tende a renderci ancora più convinti di quel che già crediamo, più “polarizzati” di quanto fossimo prima. Dunque sì, la maggior parte di noi pensa che ci sia un’opinione giusta e una sbagliata sui vaccini e su altre questioni controverse. Pensiamo tutti che le nostre opinioni siano giuste (altrimenti le avremmo scartate) e che quelle di chi sta dall’altra parte siano sbagliate.»

Mercier e Sperber sono convinti che la differenza di opinioni non dipenda dal fatto che le persone che la pensano come loro siano razionali e che gli altri non sappiano usare la ragione: «La ragione non è uno strumento per scoprire la verità, ma per produrre argomenti. Per usare così la ragione, ci deve essere un dialogo con una differenza iniziale di opinioni e un interesse comune per la verità. Ci dev’essere anche da entrambi i lati sufficiente modestia cognitiva per considerare la possibilità che ci stiamo sbagliando ed esaminare gli argomenti degli altri con apertura mentale. Anche se abbiamo tutti la facoltà della ragione, la modestia cognitiva, l’apertura mentale e la tolleranza reciproca sono qualità più rare. Si può pensare però, in una prospettiva storica, che queste qualità tendano ad aumentare nel tempo». (la Repubblica – 9 settembre 2018)

È la tesi espressa anche da Peter Weir nel suo film “L’attimo fuggente” del 1989:

3. “La corsia n°6” è un racconto di Anton Čechov del 1892.  Andrej Efimjc è medico di un ospedale di provincia, dove nel reparto n.6 sono rinchiusi cinque malati, sorvegliati e picchiati dal guardiano. Ivan Dmitric soffre di mania di persecuzione, si distingue dagli altri per nobili origini ed è un filosofo: con lui il medico dialoga frequentemente fino a immedesimarsi nel suo interlocutore. Dice il dottore Andrej Efimjc al paziente Ivan Dmitric:

Il freddo, come in generale ogni dolore, si può non sentirlo. Marco Aurelio disse: «Il dolore è la viva rappresentazione del dolore: fai uno sforzo di volontà, per mutare questa rappresentazione, respingila, cessa di lagnarti, e il dolore sparirà». Questo è giusto. Il saggio, o semplicemente il pensatore, l’uomo riflessivo, si distingue proprio perché disprezza il dolore; egli è sempre contento e non si meraviglia di niente”.

“Dunque io sono un idiota, poiché soffro, son scontento e mi meraviglio della bassezza di certi uomini”.
“E fa male. Se rifletterà più spesso, capirà quanto siano insignificanti tutte queste cose esteriori che la turbano. Bisogna tendere alla comprensione della vita, in questo è il bene autentico”.
“Comprensione…” si accigliò Ivan Dmitrič. “Esteriore, interiore… Mi scusi, ma queste cose non le capisco. Io so soltanto” disse, alzandosi e guardando arrabbiato il dottore, “io so soltanto che son fatto di sangue caldo e nervi, sissignore! E i tessuti organici, se sono vitali, devono reagire a qualsiasi stimolo. E io reagisco! Al dolore rispondo con un grido e con le lacrime, alla bassezza con l’indignazione, alla turpitudine con l’avversione. Secondo me, è proprio questo che chiamiamo vita. Quanto più un organismo è inferiore, tanto meno è sensibile e tanto più debolmente risponde allo stimolo, e quanto più esso è superiore,
tanto più ricettivamente ed energicamente reagisce alla realtà. Come si fa a non saperlo? Lei è dottore, e non sa delle cose così semplici? Per disprezzare il dolore, esser sempre contenti e non meravigliarsi di nulla bisogna raggiungere questo stato, guardi” ― e Ivan Dmitrič indicò un contadino grassissimo, quasi tondo, con una faccia ottusa, completamente ebete, un essere inerte, vorace, sudicio, che emanava costantemente un fetore acuto, asfissiante, e che da tempo ormai aveva perso la facoltà di pensare
e di sentire ― “oppure temprarsi talmente nella sofferenza da perdere ogni sensibilità. Ovvero, in altre parole, cessare di vivere. Mi scusi, io non sono un saggio né un filosofo” continuò Ivan Dmitrič, irritato, “e non capisco niente di queste cose. Non sono in grado di ragionare“. (…)

E quanto al vostro disprezzo delle sofferenze e al vostro non stupirsi di nulla, hanno un movente semplicissimo: la vanità delle vanità, l’esteriorità e l’interiorità, il disprezzo della vita, delle sofferenze e della morte, la comprensione, il bene verace, costituiscono, tutti insieme, una filosofia, che par fatta su misura per il poltrone russo. (…) Oh la comoda filosofia: da fare non c’è nulla, la coscienza è netta, e hai la sensazione di essere un sapiente… Ah no, illustre signore: non è filosofia codesta, non è meditazione, né larghezza di vedute; bensì è pigrizia, è fachirismo, è sonnolenta ebetaggine… Sì! – tornò a incollerirsi Ivàn Dmítric – Le sofferenze voi le disprezzate, ma fate che vi si schiacci un dito  nella porta, e vedrete se non vi mettete a urlare a squarciagola!“(da Anton Cechov – Racconti. Einaudi 1974)

Concludendo. Il paziente Ivan Dmitrič non possiede verità assolute e rassicuranti da condividere con gli altri, infatti è rinchiuso e picchiato dal guardiano del reparto dove sono rinchiusi “i matti”. Norberto Bobbio, nell’introduzione al Trattato dell’argomentazione di Perelman Olbrechts-Tyteca, scrive: «La teoria dell’argomentazione rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta degli invasati e e la non-verità degli scettici c’è posto per le verità da sottoporsi a continua revisione mercè la tecnica di addurre ragioni pro o contro. Sa che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza.»

Serve aggiungere altro? Forse solo una cosa: l’Arte non può mentire. Mai.

L’attimo fuggente (Dead Poets Society) è un film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Il dipinto Ritratto di Čechov (1898) è di Osip Braz

Il brano “La Verità” di  Brunori Sas è tratto dall’album “A casa tutto bene (2017)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)