Archivio mensile:novembre 2018

L’assurdo e il mistero

1) Enzo Bianchi è un saggista italiano, monaco laico, fondatore della Comunità monastica di Bose, a Magnano, della quale è stato anche priore dalla fondazione fino al gennaio 2017. Su “Repubblica” del 10 novembre scorso è uscito un articolo-intervista di Silvia Ronchey su Enzo Bianchi che si conclude con  due  importanti domande:

Che cos’è la religiosità?

«Oggi è molto cambiata e c’è il rischio di una religiosità che si confini in una specie di deismo spirituale e psichico teso al proprio benessere interiore, individualistico. E’ una nebulosa temibile perché scompaiono l’orizzonte sociale, la solidarietà, il destino comune. Resta soltanto l’idolo del benessere, del bien- être avec soi- même [benessere con se stessi, N.d.R.], e noi vogliamo contrastarlo».

E cos’è la laicità?

«È mutevole. Oggi siamo molto distanti dai tentativi di religione civile fatti alla fine del secolo scorso anche dalla chiesa italiana. Ma vorrei che questa laicità si arricchisse e non si spegnesse in quella forma di agnosticismo che tende al niente, alla nientità, al nichilismo. Quello che noi vogliamo dal dialogo coi laici è la costruzione della polis, di una polis in cui ci siano davvero fraternità, uguaglianza, giustizia».

Ronchey ha posto due importanti domande,  Bianchi ha dato due rilevanti risposte. Risposte che mettono in rilievo come ogni posizione (ogni idea o convinzione) comporti sempre un grosso rischio: lo sterile ripiegamento nel proprio io. Nell’articolo viene  poi evidenziato l’oggettivo paradosso di una “fase storica [l’attuale, N.d.R.] in cui la politica ha perso la sua capacità di coinvolgere le masse” in cui  “la sua ala progressista chiede sempre più spesso aiuto alla chiesa per grandi problemi come l’immigrazione.”

2) Il vescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, ha scritto: «Siamo tutti come bambini che non capiscono e continuiamo a porci (e non dobbiamo vergognarcene) davanti al mistero della vita le domande dell’inizio, a volte senza tante risposte in più, spesso con solo una maggiore amara consapevolezza. Quando ero parroco venne un ragazzo che stava per ricevere la Cresima e che mi disse con rabbia che non l’avrebbe più fatta, colpito dalla notizia del terremoto di Haiti: «Se Dio permette che tanti poveri muoiano per un terremoto o non è onnipotente e quindi non è Dio oppure è un Dio che rifiuto perché fa soffrire così uomini che non hanno colpa».  (…)

Il Cardinale Biffi diceva: “L’enigma del soffrire umano si comprende. Ma si comprende oggettivamente, in se stesso, sul piano dell’essere; io, soggettivamente, non lo comprendo, e, illuminato da una luce così alta, resto all’oscuro. E mi confermo nella convinzione che siamo chiamati a scegliere tra l’assurdo e il mistero; tra il non-senso e il suicidio della ragione, e la resa a una verità che penosamente ci oltrepassa e ci precede”. Il mio desiderio è che insieme, tutti, al di là della fede, cercassimo di stare dalla parte dell’umanità, di non fare morire mai la pietà e che questa non sia mai ridotta a buonismo, irrisa da sconsiderate semplificazioni o ridotta a scontro ideologico. Vorrei non dimenticassimo le lacrime di chiunque e che sono tutte uguali.»

3) A ottobre scorso era trascorso  un secolo esatto dall’uscita del primo volume del Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler.

«…Ma se volete godere della vertigine provocata dal sapere di essere sull’orlo di un collasso di civiltà, il mio consiglio è quello di tornare a leggere La montagna incantata di Thomas Mann, scritto più o meno nello stesso periodo del libro di Spengler: dopo la prima guerra mondiale. La buona letteratura spesso esprime in modo più lucido ciò che i filosofi o i teorici sociali intravedono più tardi. (…)  Che cosa potremmo recuperare da quella narrazione che ci sia utile per descrivere ciò che ora ci affligge? Nessuno ignora che stiamo provando quella stessa inquietudine per il venire meno di conquiste che un tempo consideravamo consolidate.

Forse è proprio qui, nella verifica della perdita della nostra identità comune, che sorge quest’ansia. Questa era anche la tesi di Mann: la convinzione che il processo di civilizzazione fosse entrato in collisione con gli ingredienti della cultura profonda, con il mondo in cui si forgia la nostra identità originaria, ma anche con quello della disciplina, della gerarchia, delle fonti dell’autorità e dell’io.

Questo scontro tra due dimensioni fino ad allora immaginate come compatibili si riflette nei dialoghi tra i personaggi di Settembrini e Naphta. Il primo è il tipo ideale del razionalista illuminista, che crede nel progresso tecnologico: è cosmopolita, democratico, repubblicano, individualista; confida in uno Stato universale e laico e nel controllo della natura attraverso la scienza. Naphta, invece, è l’epitome dell’autoritarismo e dell’irrazionalismo politico; si oppone a tutto: al mercato, al capitalismo; è al tempo stesso il rappresentante della reazione e della rivoluzione proletaria, religioso e rivoluzionario marxista e, quindi, dogmatico a partita doppia. Aspira all’annullamento dell’individualità in nome di impulsi millenaristici. Ed è nazional-statalista. La storia mostra che, in questo gioco di antagonismi, i Naphta finiscono inizialmente col vincere. Come voleva il personaggio, alla fine si è imposta “la comunità mitica attraverso il terrore e la violenza”, tanto quella nazista che quella stalinista». (Fernando Vallespín – la Repubblica 25 settembre 2018)

4) «Cuore di tenebra (Heart of Darkness) è un racconto dello scrittore polacco-britannico Joseph Conrad sulla storia del viaggio per risalire il fiume Congo nel Libero Stato del Congo, al centro dell’Africa, da parte del narratore Charles Marlow. Egli racconta agli amici la sua avventura, a bordo della sua imbarcazione, la Nellie, ancorata in un’ansa del fiume Tamigi, a valle di Londra. Questa ambientazione fornisce la cornice narrativa per raccontare la realtà dei fatti sulla sua ossessione verso il commerciante di avorio Kurtz, che abilita Conrad a tracciare un parallelismo tra Londra e l’Africa come luoghi d’oscurità. Nell’opera dell’autore è centrale l’idea che ci sia poca differenza tra i popoli civilizzati e quelli cosiddetti selvaggi, avanzando questioni sull’imperialismo e il razzismo. »

«Heart of Darkness mostra che l’alterità del primitivo è precisamente la “nostra” alterità – dove quel “nostra” indica, con qualche esitazione, una comunità eurocentrica civilizzata. Come suggerisce il titolo, si tratta di una diretta inversione dell’universalismo illuministico, che assume che tutti gli esseri umani siano uguali nella misura siano guidati dalla luce della ragione e non oltre. La valorizzazione della ragione e della civiltà occidentale diventa per Conrad una scusa per rapacità, distruttività e, paradossalmente, il ritorno dell’irrazionalità, dato che permette agli uomini di pensarsi dèi (…) in ultimo, il testo presenta un luogo della società che è protetto dalle proprie verità: Marlow, che sa bene che l’illuminismo è una forma di barbarie, che l’altro dell’Occidente è l’Occidente stesso, proteggerà le donne occidentali da quella verità mentendo loro. “Che orrore, che orrore”, le ultime parole di Kurtz, non saranno infatti mai riferite alla sua fidanzata: essa continua a credere che sia morto col proprio nome sulle labbra. Ma qui c’è una sorpresa: i valori di lei, che esigono protezione dalla verità sono anch’essi l’orrore e fanno così della menzogna di Marlow una verità». (Francesco Binni)

Concludendo) Laici o religiosi, populisti o meno, la vera sfida consiste nel tentare di restare dalla parte dell’umanità. Fino a qualche tempo fa, sembrava anche troppo facile. Forse proprio per questo abbiamo fatto l’errore di abbassare troppo la guardia, di dare tutto per scontato. La realtà è invece  che proprio gli uomini che tendono a pensarsi déi – a non scegliere tra l’assurdo e il mistero – tendono invece senza riflettere al ritorno delle nostre origini selvagge e del relativo orrore: Ma «Che orrore! che orrore!»

Qui sopra: uno spezzone dall’inizio di Apocalypse Now – film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola, liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra

In testata: Henri Rousseau: Il sogno, (1910) Museum of Modern Art di New York

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

 

Preferirei di no

1) “In Velocità astratta+ rumoreBalla dipinge parti di cielo, frammenti di forme e segni incrociati che evocano il veloce passaggio dell’automobile. Il rumore è infatti rappresentato dall’infittirsi di segni e dal moltiplicarsi dei piani di rappresentazione. In alto poi si percepiscono frammenti di cielo nei quali sono collocati segni più scuri. Il paesaggio inoltre è rappresentato dalle due linee ondulate e dal verde. La parte in rosso infine rappresenta l’automobile in corsa che sfrecciando frantuma il paesaggio e si integra con esso. (da analisidellopera.it)

2) Nella nota introduttiva dell’autrice all’edizione 2012 del suo The Highly Sensitive Persons (Persone Altamente Sensibili. Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge – Mondadori, 2018), Elaine Aron scrive: «…ora esiste una semplice, ma completa descrizione di questo tratto, riassunta nell’acronimo DOES, che ne esprime bene i vari aspetti. D indica la profondità (depht) dell’elaborazione; infatti la nostra caratteristica fondamentale è che osserviamo e riflettiamo prima di agire ed elaboriamo maggiormente ogni elemento, in modo più o meno consapevole. O sta per la sovrastimolazione (overstimulation) in cui incorriamo facilmente: se prestate maggior attenzione a ogni cosa, vi stancate prima. E sta per l’enfasi (emphasis)delle nostre reazioni emotive e per la forte empatia (empathy) che, tra l’altro, ci aiuta a osservare e a capire. significa essere sensibili ai dettagli (subtleties)».

3) Il giovane scrittore Giacomo Mazzariol ha appena pubblicato il suo secondo libro, Gli squali (Einaudi Stile Libero, 2018).  «Assomigliano agli squali; attenti, però: non sono crudeli. Nuotatori veloci, fulminei nel captare le correnti giuste, fluidi nel branco, pronti a mostrare i denti, abili nel mutare rotta. Hanno vent’anni e sono i ragazzi del nuovo millennio. Non possono stare fermi, altrimenti, come gli squali, muoiono. Perché in realtà sono vulnerabili e nell’oceano delle possibilità rischiano di perdersi, di finire spiaggiati tra incertezze adolescenziali e aspettative adulte. «Sono i miei amici, i miei coetanei», quelli del muretto, quelli dell’università, quelli dell’estate dopo la maturità, dice Giacomo Mazzariol, nato a Castelfranco Veneto, classe 1997, scrittore, sceneggiatore, esponente (fortunato) in tutto e per tutto di questi inediti post-Millennial. Ai quali dedica il suo nuovo romanzo (…)

…un ritratto dolceamaro della generazione dei ventenni. Una storia che racconta la fatica di diventare grandi» (…) «Siamo squali ma non predatori, squali così potenti da riuscire a navigare nel mare delle possibilità, una nuova specie che grazie alla tecnologia pensa di avere il mondo in mano. Puoi fare dieci cose ed essere in dieci posti nello stesso momento, è come avere addosso, sempre, un’energia pazzesca. Ma poi, in questa miriade di stimoli, non sai più qual è la superficie e quale la sostanza».

Con una velocità che toglie il fiato, mentre i suoi amici bruciano l’estate e se ne vanno in Spagna, Max inizia a lavorare e a guadagnare, diventa grande con la nostalgia nel cuore, tocca con mano la freddezza e il cinismo delle ricchissime factory dell’i-Tech. Per ritrovarsi, allora, Max torna indietro, a casa sua, a Magnano, nella lentezza salutare delle cose di sempre. «Volevo spiegare il lato oscuro delle multinazionali digitali, degli algoritmi di YouTube che stanno divorando il tempo degli adolescenti, pilotando i loro desideri. Ma anche la potenza dei ventenni di oggi, tutto il contrario degli sdraiati. Gli squali nuotano tra mille lavori, opportunità, delusioni. Ma nuotano. Non stanno fermi. E ogni tanto capita, come succede a Max, come è successo a me, di incrociare la cosa giusta. Almeno per un po’, perché nulla è definitivo per gli squali, che devono continuare a nuotare, altrimenti muoiono». (dall’articolo di Maria Novella De Luca – la Repubblica 6 novembre 2018)

4) Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street (titolo originale Bartleby the Scrivener: A Story of Wall Street) è un racconto di Herman Melville. Il narratore è il titolare di uno studio legale di Wall Street a New York. Egli svolge “un lavoro discreto fra i titoli, le obbligazioni, le ipoteche di uomini abbienti”, e si descrive come “una persona eminentemente cauta e fidata”. Infatti dice di sé:  «E per cominciare, io sono un uomo che, a partire dalla sua giovinezza, è sempre stato profondamente convinto  che nella vita la via più facile è la migliore.» (dall’edizione Einaudi, 1994)

Il narratore, pur notando [le loro] eccentricità, accetta di buon grado i suoi dipendenti e, con l’ampliarsi dell’attività, decide di assumere un terzo scrivano. Risponde all’annuncio Bartleby, che si presenta in ufficio come una figura “pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida!”. In principio Bartleby esegue diligentemente il lavoro di copista ma si rifiuta di svolgere altri compiti, sconcertando il suo principale con la risposta “preferirei di no” (nell’originale, “I would prefer not to”). Poi smette di lavorare del tutto, fornendo come unica spiegazione la medesima frase.” (da Wikipedia)

5) «Ho letto Guerra e pace in venti minuti. Parla della Russia». All’epoca della famosa battuta di Woody Allen, la fine degli anni Sessanta, l’America era attraversata dall’ossessione per il tempo. Il ricordo di Kennedy che ogni mattina leggeva il New York Times e il Washington Post in dieci minuti, aveva spinto migliaia di studenti e professionisti a iscriversi ai corsi di Evelyn Wood, un’insegnante dello Utah che cercando di migliorare la vita dei suoi allievi, aveva messo a punto una tecnica di lettura per divorare, così diceva, fino a 2700 parole al minuto. In tutti questi anni la febbre della velocità non si è mai spenta, anzi… Il contagio viaggia in Rete e dallo speed reading — 533 milioni di risultati su Google — si è passati allo speed watching. Perché dedicare nove ore e passa alla visione di una stagione del Trono di Spade quando si possono guardare gli episodi a velocità accelerata?

Esistono siti che tengono il conto delle ore spese in serie televisive (Tiiime) e nascono applicazioni che promettono di aiutarci, senza bisogno di manuali, corsi o seminari, a correre su un testo scritto così come facciamo nella vita reale. Il controllo della velocità diventa così il simbolo di un’era in cui la moltiplicazione dei contenuti rende impossibile per qualunque essere umano stare al passo con tutto ciò che viene prodotto: troppa roba, troppo poco tempo, a meno che non si ricorra a qualche trucco.” (di Stefania Parmeggiani – la Repubblica 6 novembre 2018)

Concludendo) Nessun dubbio in proposito, molto meglio Bartleby. Speed reading? Speed whatching? Preferirei di no! Il motivo è molto semplice. Perché  “investire trentadue ore della propria vita su Tolstoj vi permetterà di scoprire che Guerra e Pace parla sì della Russia, ma anche di molto altro.” E quasi sempre è proprio questo altro ad essere più importante di tutto il resto. L’ideale della nostra cultura consiste nell’essere forte come Terminator, stoici come Clint Eastwood o estroversi come Goldie Hawn? Dovrebbero piacerci le luci brillanti, il rumore, le comitive di allegri amici al bar? Pazienza. Per quanto mi riguarda, la risposta è sempre la stessa: preferirei di no!


In testata: Giacomo Balla, Velocità astratta + rumore, 1913–14, olio su tavola, 54,5 x 76,5 cm compresa la cornice dipinta dall’artista. Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Peggy Guggenheim

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)