Archivio mensile:Marzo 2019

La partita è lunga

Hermann Hesse ha pubblicato il suo romanzo Siddharta nel 1922. Tradotto da Massimo Mila nel 1945,  in Italia fu riscoperto negli anni Settanta con grande successo in termini di vendite e diffusione. Siddharta è un libro in qualche modo simbolico per i giovani di allora, i cosiddetti baby-boomers.  Molti di quei giovani lo consideravano infatti un importante riferimento “spirituale”, quasi una Bibbia. In realtà Siddharta non è  un vero e proprio romanzo, è piuttosto un “poema indiano”, come lo definì il suo stesso autore. Insomma un testo con il quale al tempo era quasi obbligatorio confrontarsi. In altre parole: un libro di culto,

Leggiamo allora qualche estratto, di questo libro di culto:

«Una meta si proponeva Siddharta: diventare vuoto, vuoto di sete, vuoto di desideri, vuoto di sogni, vuoto di gioia e di dolore. Morire a se stesso, non essere più lui, trovare la pace del cuore svuotato, nella spersonalizzazione del pensiero rimanere aperto al miracolo, questa era la sua meta. Quando ogni residuo dell’lo fosse superato ed estinto,quando ogni brama e ogni impulso tacesse nel cuore, allora doveva destarsi l’ultimo fondo delle cose,lo strato più profondo dell’essere, quello che non è più Io: il grande mistero. (…)

Molto apprese Siddharta dai Samana, molte vie imparò a percorrere per uscire dal proprio io. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso il dolore, attraverso la volontaria sofferenza e il superamento del dolore, della fame, della sete, della stanchezza. Percorse la via della spersonalizzazione attraverso la meditazione, attraverso lo svuota-mento dei sensi da ogni immagine per mezzo del pensiero. Queste e altre vie apprese a percorrere, mille volte abbandonò il proprio Io, per ore e per giorni indugiò nel non-Io. Ma anche se queste vie uscivano inizialmente dall’Io, all’Io la loro fine riconduceva pur sempre. (…)

Le parole non colgono il significato segreto, tutto appare sempre un po’ diverso quando lo si esprime, un po’ falsato, un po’ sciocco, sì, e anche questo è bene e mi piace moltissimo, anche con questo sono perfettamente d’accordo, che ciò che è tesoro e saggezza d’un uomo suoni sempre un po’ sciocco alle orecchie degli altri.» (Hermann Hesse: Siddharta – Adelphi, 1975)

Questo dunque era un importante riferimenti intellettuale per i giovani di ieri. La realtà di oggi, invece, ci parla dei ragazzi di tutto il mondo che stanno denunciando l’inerzia degli adulti: «Dite di amare i vostri figli più di ogni cosa, invece gli state rubando il futuro.» Parole pesanti. Ma se i giovani sono le vittime, chi è il colpevole? «… secondo lo scrittore Bruce Gibney i veri responsabili sono i baby boomer (le persone nate durante il boom demografico tra la fine della seconda guerra mondiale e la metà degli anni sessanta), che hanno lasciato un peso enorme sulle spalle dei figli e dei nipoti, come spiega nel suo libro Generation of sociopaths. How the baby boomers betrayed America. L’economia instabile, le montagne di debiti, l’estinzione degli animali e lo scioglimento dei ghiacci: è tutta colpa loro. Il libro di Gibney è decisamente provocatorio. Chi non si lascia spaventare dal titolo, però, trova statistiche e argomenti che confermano la tesi dell’autore. Ovviamente Gibney non fa di tutta l’erba un fascio. La sua accusa è rivolta ai baby boomer attivi in politica o nel mondo delle aziende, quelli che difendono strenuamente i loro interessi anche a scapito delle generazioni successive.» (Jaap Tielbeke, De Groene Amsterdammer, Paesi Bassi – In Internazionale n. 1296)

Vogliamo poi prendere in considerazione quella che veniva definito, con la solita enfasi, il programma di  “conquista dello spazio”? «Mentre si prendeva coscienza dell’inospitalità dello spazio, cresceva anche il disagio nei confronti del sistema di valori che definivano il programma spaziale. Alla fine degli anni sessanta la critica al complesso militare-industriale che sosteneva i viaggi spaziali rifletteva un fondamentale conflitto di princìpi, il rifiuto di una società razionale e tecnocratica. Anche gli intellettuali erano disgustati dal vuoto spirituale che era alla base di quell’impresa. Quando Norman Mailer andò a visitare il Manned spacecraft center della Nasa a Houston per raccogliere informazioni per il suo libro Un fuoco sulla Luna (1969), lo trovò “severo, ascetico ” e senz’anima. Per quella gente, pensò, lo sbarco sulla Luna era stato un puro e semplice successo tecnico, privo di qualsiasi sacralità.(…) Dopo lo sbarco sulla Luna, quando l’interesse dell’opinione pubblica per lo spazio aumentò, la mancanza di qualsiasi prospettiva o motivazione che andasse oltre lo scopo di vincere la corsa allo spazio apparve dolorosamente chiara. Molti commentatori cominciarono a chiedersi: che senso ha?

Andy Weir ha scritto L’uomo di Marte, il best seller del 2011 che è alla base di un film con Matt Damon: «L’intraprendente Mark Watney, che riesce a sopravvivere dopo un disastroso atterraggio su Marte, è un eroe di un’incredibile vacuità. Le conversazioni folcloristiche e superficiali tra i tecnici del controllo missione sono realistiche. Quando alla fine Watney viene salvato, ci si chiede quale fosse il senso di quella impressionante tecnologia e di quella pericolosa missione.“Perché prendersi la briga di andare lassù?”, si chiede alla fine Watney, per poi rispondersi con un mantra sterile e tautologico: “Per il progresso, la scienza e il futuro interplanetario che sogniamo da secoli”. Questa conclusione serve solo a confermare una cosa: quello che abbiamo visto finora è solo un gruppo di fanatici della tecnologia che risolvono un problema creato da loro per motivi che non sanno spiegare.»(Philip Ball, New Statesman, Regno Unito – in Internazionale n. 1296)

Siamo onesti con noi stessi: il problema relativo al senso profondo nel proprio agire non ha mai interessato la nostra generazione. Essa infatti rifugge il dubbio, il suo carattere dominante è l’individualismo unito all’opportunismo. Presunzione che poi si scontra con la dura realtà secondo cui nessun individuo riesce a gestire da solo la complessità del presente.

Abbiamo quindi un serio problema di prospettiva, che deriva  con coerenza da una superficiale visione del mondo. Come scrive Goffredo Buccini: «A metà degli anni Ottanta il papà del Censis [Giuseppe De Rita, N.d.R.] delinea i rischi della semplificazione che tutti ci avrebbe travolto tre decenni dopo, fino al trionfo dell’incompetenza che  sotto i nostri occhi: “Una società complessa ha da sempre infatti un pericolo profondo, che cioè i suoi soggetti abbiano paura della complessità e la fuggano, preferendo una qualsiasi forma  di semplificazione (semplificare la società per poterla governare, semplificare i criteri di governo per farli essere abbastanza generali da coprire ogni complessità, pensare che la forza risolva tutto, scegliere una strada e batterla senza ripensamenti, eccetera) al fare i conti quotidiani con la complessità del reale.”

In America sono gli anni di Reagan, in Inghilterra della Thatcher, in Italia del decisionismo craxiano e dell’idea (assai sensata) di una grande riforma delle nostre istituzioni. Il sindacato già vacilla e la rappresentatività dei corpi intermedi inizia a mostrare le crepe che diverranno voragini pochi anni dopo, con la rivoluzione incompiuta di Berlusconi. (…) Credo che il problema sia davvero questo, l’incapacità di coinvolgere la maggioranza dei cittadini in una “partita lunga” rendendoli partecipi della posta in gioco, assieme alla sterilità sentimentale che ha accompagnato la politica degli ultimi vent’anni e all’idea che alla fine bastasse far tornare i conti e tutti sarebbero stati felici.» (Goffredo Buccini: Ghetti –  Solferino, 2019))  Una partita lunga da disputare assieme come comunità, non come somma di singoli individui. «Dove non arrivava la visione strategica è arrivato il calcolo elettorale. Destra e sinistra per vent’anni non hanno neppure provato a intervenire seriamente, come se non fosse chiaro che le periferie (non solo geografiche) sono la vera trincea della democrazia. Le nuove forze populiste hanno infine evocato il problema, ma i primi atti del loro governo sembrano andare in senso contrario alla soluzione.» (dalle note di copertina)

Il motivo del successo di Siddharta non è dovuto solo alle qualità letterarie dell’opera, ma forse soprattutto alla suggestione di un tragitto di esperienza, di una ribellione nei confronti dell’autorità e della tradizione dei padri e procede, alla ricerca del Sé, all’autorealizzazione personale e ad un rapporto di armonia totale con il mondo. La partita è lunga e complessa, e  lo è sempre stata. Proprio per questo abbiamo rinunciato a giocarla.

Nel brano Space oddity di David Bowie, uscito cinque giorni prima del lancio dell’Apollo 11, il maggiore Tom offre una visione sconfortante degli esseri umani nello spazio. “Sono qui seduto in una scatola di latta, in alto sopra al mondo, il pianeta Terra è azzurro, e non c’è nulla che posso fare”. Eppure, con quell’aristocratica convinzione che i testi delle canzoni non siano importanti, la Bbc scelse proprio Space oddity come colonna sonora dello sbarco sulla Luna. “Di sicuro non hanno ascoltato le parole”, disse in seguito Bowie.

Ma guarda un po’… chi l’avrebbe mai detto?

Nella foto in alto b/n: Hermann Hesse a Montagnola, in Ticino, nel 1937 – Nelle foto sopra il video: i razzi Saturn utilizzati per le missioni Apollo –  Il brano Space Oddity di David Bowie è contenuto nell’album omonimo (1969) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Elementare, Watson?

SHERLOCK HOLMES mi è sempre stato antipatico. Ecco, l’ho detto. Non mi ero mai domandato il motivo; forse un po’ per pigrizia, un po’ perché a dire il vero ci sono domande più importanti nella vita. Tuttavia quando mi è capitato di pensarci un po’ su, la relativa risposta è apparsa meno banale e scontata di quanto credevo all’inizio. Provo a spiegarmi.

Uno studio in rosso (A Study in Scarlet) è il primo romanzo di Sir Arthur Conan Doyle sulle avventure del celebre detective, pubblicato nel 1887. In questa storia si assiste al primo incontro avvenuto all’incirca nel 1878 tra Sherlock Holmes e John Watson, un ex medico militare appena tornato dalla guerra in Afghanistan a causa di ferite alla spalla e al ginocchio. Watson, parlando con il vecchio amico e collega Stamford, dice di essere in cerca di un alloggio a buon prezzo; al sentire ciò, Stamford gli menziona allora Sherlock Holmes, che sta cercando qualcuno per dividere l’affitto di un appartamento al 221B di Baker Street. Stamford porta Watson al laboratorio dove Holmes sta compiendo degli esperimenti con un reagente per il rilevamento della emoglobina. (da  Wikipedia) Il loro incontro viene descritto così:

«– Il dottor Watson, il signor Sherlock Holmes – ci presentò Stamford.
– Tanto piacere – disse Holmes in tono cordiale, stringendomi la mano con una forza di cui non l’avrei creduto capace.  A quanto vedo, lei è stato nell’Afghanistan.
– Come fa a saperlo? – domandai stupefatto.
– Lasci perdere – fece lui ridacchiando.

Mah. Successivamente, bontà sua, Holmes si degnerà di spiegare così la sua “intuizione” sulla provenienza di Watson:

«… Per lunga abitudine, il lavorio della mia mente è così rapido, che sono arrivato a quella conclusione senza esser conscio dei passaggi intermedi. Però, ci sono stati dei passaggi intermedi. Ecco il filo del mio ragionamento: quest’uomo ha qualcosa del medico, ma anche qualcosa del militare. È reduce dai Tropici, poiché ha il viso molto scuro, ma quello non è il suo colorito naturale, dato che ha i polsi chiari. Ha subìto privazioni e malattie, lo dimostra il suo viso emaciato. Inoltre, è stato ferito al braccio sinistro. Lo tiene in una posizione rigida e poco naturale. In quale paese dei Tropici un medico dell’esercito britannico può essere stato costretto a sopportare dure fatiche e privazioni, e aver riportato una ferita a un braccio?
Nell’Afghanistan, naturalmente. S’intende che il mio cervello ha impiegato meno di un secondo a formulare questo sequenza di pensieri. Allora, le ho detto che veniva dall’Afghanistan, e lei è rimasto sbalordito.» Elementare, Watson?

INVEROSIMILE, più che altro. Per di più, il nostro investigatore persegue con metodo ostinato anche una profonda ignoranza. Racconta Watson:

«La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle. Mi chiese nel modo più ingenuo chi era e che cosa avesse fatto.
Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprì casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la struttura del sistema solare. Il fatto che un essere civile, in questo nostro XIX secolo, non sapesse che la Terra gira attorno al Sole mi pareva così straordinario che stentavo a capacitarmene.

– Vede – mi spiegò – secondo me, il cervello d’un uomo, in origine, è come una soffitta
vuota: la si deve riempire con mobilia a scelta. L’incauto v’immagazzina tutte le mercanzie
che si trova tra i piedi: le nozioni che potrebbero essergli utili finiscono col non trovare più
il loro posto o, nella migliore delle ipotesi, si mescolano e si confondono con una quantità d’altre cose, cosicché diventa molto difficile trovarle. Lo studioso accorto invece, seleziona accuratamente ciò che immagazzina nella soffitta del suo cervello. Mette solo gli strumenti che possono aiutarlo nel lavoro, ma di quelli tiene un vasto assortimento, e si sforza di sistemarli nel miglior ordine. È un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura. Creda a me, viene sempre il momento in cui, per ogni nuova cognizione, se ne dimentica qualcuna appresa in passato.
Per questo è molto importante evitare che un assortimento di fatti inutili possa togliere lo
spazio di quelli utili (…) Egli diceva di non voler imparare nulla che non avesse attinenza coi suoi fini. Quindi, quasi tutte le cognizioni che possedeva avevano per lui una precisa utilità.»

Vorreste avere un simile amico? Personalmente, cercherei con tutti i mezzi di evitarlo.

DI PADRE BROWN, invece, pur non essendo religioso, farei molto volentieri la conoscenza: “Il personaggio letterario padre Brown è un presbitero e investigatore, protagonista di oltre cinquanta racconti gialli dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton. (…) Nelle sue Lettere dal carcereGramsci scrive: «Il padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un’apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto “protestante” che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione.

Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità. D’altra parte Chesterton è un grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari; perciò in Chesterton c’è un distacco stilistico tra il contenuto, l’intrigo poliziesco e la forma, quindi una sottile ironia verso la materia trattata che rende più gustosi i racconti.»” (da Wikipedia)

La prima apparizione di padre Brown è nel racconto La croce azzurra, mentre approda con un piroscafo ad Harwich. Valentin, un detective francese, giunge in Inghilterra (ad Harwich) per arrestare il criminale più ricercato del mondo, Flambeau, che si è travestito da prete ed intende rapinare proprio padre Brown. Che lo smaschera in questo modo:

«Come diavolo fa a conoscere tutti questi orrori?», esclamò Flambeau. L’ombra di un sorriso attraversò il viso semplice e rotondo del prete. «Oh, dato che sono un celibe sempliciotto, suppongo», disse. «Non le è mai venuto in mente che quando un uomo non fa quasi nient’altro che ascoltare i reali peccati degli uomini, non è facile che resti completamente all’oscuro del male del mondo? Ma, ad essere precisi, quanto a questo, un’altra parte del mio mestiere mi ha dato la certezza che lei non era un prete.» «Che cosa?», fece il ladro, quasi a bocca aperta. «Ha attaccato la ragione», disse Padre Brown. «E questa è cattiva teologia.» E mentre si voltava per radunare le sue cose, i tre poliziotti uscirono da dietro gli alberi scuri nel crepuscolo. Flambeau era un artista e uno sportivo. Fece un passo indietro e un grande inchino a Valentin. «Non si inchini a me, mon ami», disse Valentin, con argentina chiarezza. «Inchiniamoci entrambi al nostro maestro.»” (da “Tutti i racconti gialli e tutte le indagini di Padre Brown (eNewton Classici)” di Gilbert Keith Chesterton)

EMONS ha pubblicato nel 2015 l’audiolibro con la lettura integrale di Francesco De Gregori del romanzo “America” di Franz Kafka. “Primo e meno noto romanzo di Kafka, America narra le tragicomiche vicende di un ragazzo praghese che, per una  disavventura con una cameriera, viene spedito dalla famiglia oltreoceano. In questa terra sconfinata, il candido e  disorientato Karl cercherà la sua strada incappando in sventure e tradimenti, benefattori o presunti tali, e situazioni  oltremodo bizzarre. Kafka lasciò incompiuta questa sua opera dagli echi dickensiani.” (dalle note di copertina)

Max Brod ha scritto: «È evidente che il romanzo è strettamente connesso al Processo e al Castello, di cui inaugura cronologicamente la serie. Quella che Kafka ci ha lasciato è una trilogia della solitudine. L’estraneità, l’isolamento in mezzo agli uomini costituiscono il suo tema di fondo.» Gli incubi claustrofobici di Kafka sembrano agli antipodi delle consolatorie ma artificiose certezze razionali di Conan Doyle. Eppure, i suoi romanzi e i suoi racconti risultano di gran lunga più aderenti alla realtà, più veri e attuali rispetto all’infantilismo della fredda logica abduttiva (una combinazione di conoscenza e intuizione) di Sherlock Holmes. Elementare? Proprio per nulla, caro Watson!

Il brano “Lover, You Shoud’ve Come Over” di Jeff Buckley è contenuto nell’album “Grace” (1994) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)