Antonio Gramsci

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«Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». Così il pubblico ministero Isgrò concluse la sua requisitoria.  E infatti Gramsci, il 4 giugno 1928, venne condannato a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione dal tribunale speciale fascista. Il 19 luglio raggiunse il carcere di Turi, in provincia di Bari.  Il 21 aprile 1937 Gramsci passò dalla libertà condizionata alla piena libertà, ma era ormai in gravissime condizioni: morì all’alba del 27 aprile, a quarantasei anni, di emorragia cerebrale. Sostanzialmente fu ucciso dal regime che egli combatteva con le sue idee e con le sue  convinzioni. Dopo il mio precedente post sul 2 agosto 1980, dopo la raggiunta dolorosa consapevolezza dell’offesa personale ricevuta e in esso comunicata, credo sia giusto ricominciare con una citazione di questo grandissimo intellettuale e politico del novecento (da Lettere dal carcere – pag. 126):

“Mi sono convinto che quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo cià che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima, chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire nè l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo.”

Solo seguendo il suo esempio potremmo salvarci dal disastro che in tutta evidenza incombe su di noi. Ma siamo sinceri, quanti di noi si sentono di farlo?

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