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Libera nos Domine

„Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura, dai preti d’ogni credo, da ogni loro impostura, da inferni e paradisi, da una vita futura, da utopie per lenire questa morte sicura, da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura, da fedeli invasati d’ogni tipo e natura, libera, libera nos Domine.“ — Francesco Guccini, da “Libera nos Domine

Nel 1976, Primo Levi ha scritto un’appendice per l’edizione scolastica di Se questo è un uomo per rispondere alle domande che gli venivano costantemente rivolte dai lettori studenti. Poiché esse coincidevano ampiamente con le domande che riceveva dai lettori adulti, ha poi riportato integralmente le sue risposte anche nell’edizione in due volumi “Opere complete” pubblicata nel  1997 da Einaudi. Ecco la prima domanda e la prima risposta:

«Nel suo libro non si trovano espressioni di odio nei confronti dei tedeschi , né rancore né desiderio di vendetta. Li ha perdonati?

Come mia indole personale, non sono facile all’odio. Lo ritengo un sentimento animalesco e rozzo, e preferisco che invece le mie azioni e i miei pensieri, nel limite del possibile, nascano dalla ragione; per questo motivo, non ho mai coltivato contro me stesso l’odio come desiderio primitivo di rivalsa, di sofferenza inflitta al mio nemico vero o presunto, di vendetta privata. Devo aggiungere che, a quanto mi pare di vedere, l’odio è personale,  rivolto contro una persona, un nome, un viso: ora, i nostri persecutori di allora non avevano viso né nome, lo si ricava da queste stesse pagine: erano lontani, invisibili, inaccessibili. Prudentemente, il sistema nazista faceva sì che i contatti diretti fra gli schiavi e i signori fossero ridotti al minimo. Avrete notato che, in questo libro si descrive un solo incontro dell’autore protagonista con una SS (p. 155) e non per caso esso ha luogo solo negli ultimi giorni, nel Lager in disfacimento, quando il sistema  saltato.

Del resto, nei mesi in cui questo libro è stato scritto, e cioè nel 1946, il nazismo e il fascismo sembravano veramente senza volto: sembravano ritornati al nulla, svaniti come un sogno mostruoso, giustamente e meritatamente, cos’ come spariscono i fantasmi  al canto del gallo. Come avrei potuto coltivare rancore, volere vendetta, contro una schiera di fantasmi?

Non molti anni dopo, l’Europa e l’Italia si sono accorti che questa era una ingenua illusione: il fascismo era ben lontano dall’esser morto, era soltanto nascosto, incistato; stava facendo la sua muta, per ricomparire poi in una veste nuova, un po’ meno riconoscibile, un po’ più rispettabile, più adatta al nuovo mondo che era uscito dalla catastrofe della seconda guerra mondiale che il fascismo stesso aveva provocato. Devo confessare che davanti a certi visi non nuovi, a certe vecchie bugie, a certe figure in cerca di rispettabilità, a certe indulgenze, a certe connivenze, la tentazione dell’odio la provo, ed anche con una certa violenza: ma io non sono un fascista, io credo nella ragione e nella discussione come supremi strumenti di progresso, e perciò all’odio antepongo la giustizia.

Proprio per questo motivo, nello scrivere questo libro, ho assunto deliberatamente il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore: pensavo che la mia parola sarebbe stata tanto più credibile ed utile quanto più apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata; solo così il testimone in giudizio adempie alla sua funzione, che è quella di preparare il terreno al giudice. I giudici siete voi.

Non vorrei tuttavia che questo mio astenermi dal giudizio esplicito fosse confuso con un perdono indiscriminato. No, non ho perdonato nessuno dei colpevoli, né sono disposto ora o in avvenire a perdonarne alcuno, a meno che non abbia dimostrato (coi fatti: non con le parole, e non troppo tardi) di essere diventato consapevole delle colpe e degli errori del fascismo nostrano e straniero, e deciso a condannarli, a sradicarli dalla sua coscienza e a quella degli altri. In questo caso sì, io non cristiano sono disposto a seguire il precetto ebraico e cristiano di perdonare il mio nemico: ma un nemico che si ravvede ha cessato di essere un nemico». (Primo Levi – Appendice a Se questo  un uomo – in Opere complete Einaudi, 1997)

«Bompiani ha pubblicato «un libro, anzi un’antologia letteraria di Bompiani, chiamata semplicemente «Canzoni», in cui la filologa Gabriella Fenocchio scarnifica i testi gucciniani come se fossero di Dante o Shakespeare (…) quale canzone infine di quelle contenute nel libro lo descriverebbe meglio? «Una che non c’è- conclude- “Libera Nos Domine”, un signore immaginario spazzava via tutto quello che non mi piaceva. Ne avrei bisogno oggi». (Matteo Cruccu – Corriere della Sera, 16 febbraio 2019)

Ecco, appunto.

Il brano “Libera nos Domina” di Francesco Guccini  è contenuto nell’album “Amerigo” (1978) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il candido idiota

 

Tra le molte opere di Dostoevskij che adoro, la preferita è senz’altro  L’idiotaLa stesura di questo romanzo fu iniziata a Ginevra nel settembre del 1867, proseguì poi a Vevey (sul lago di Ginevra), poi a Milano, e terminò nel gennaio del 1869 a Firenze.

Secondo Dostoevskij, quelli fra i suoi lettori che preferivano L’idiota avevano dei tratti comuni, che gli erano assai simpatici. (…) Il proposito di Dostoevskij era stato di creare un personaggio “assolutamente buono”, in cui la bontà fosse “positiva”, non derivasse cioè, per reazione, dal dolore e dall’ingiustizia patita, come in tanti romanzi ottocenteschi (egli citava i Miserabili); e fosse invece un naturale stato di grazia, sbocciato dalla semplicità e dalla purezza d’animo. (…) Quello che più aveva reso vitale il personaggio del principe Myškin era il suo indissolubile legame, nell’iniziale concepimento fantastico dell’autore, con l’altro e contrapposto personaggio di Nastas’ja Filíppovna, impastata di orgoglio e di autodenigrazione fino ai limiti della follia: di modo che la perfezione morale di lui e la sua superiore ragionevolezza e penetrazione psicologica trovavano finalmente un ostacolo insormontabile, dinanzi al quale non c’era che da indietreggiare o sacrificarsi. (…)

L’idiota è davvero un libro consolante e vivificatore come pochi altri libri venuti dopo il Vangelo; e il suo fascino ha radici profonde nella personalità di Dostoevskij, o piuttosto in quella miglior parte di lui che era, nonostante i dubbi dogmatici, naturalmente cristiana e sinceramente buona. Fu con ogni probabilità per la sua spirituale parentela con il principe Myškin che egli volle affidare proprio a questo personaggio il ricordo, illuminato dalla poesia, di esperienze personali di cui non pens mai di valersi altrove nell’opera sua creativa. (…)

Ma Dostoevskij non era soltanto colui che da un’enorme spasmodica sensibilità per le sofferenze umane era stato indotto a proclamare il valore sovrano e la potenza della bontà, che sola poteva lenirle. Aveva anche un lato satanico, che dovette impaurire le persone timorate e meschine dalle quali, per ragioni di opportunità politica, venne esaltato dopo morto: era sensuale, superbo anche in certe eccessive umiliazioni, ingiustamente sospettoso, facile all’invidia, partigiano e mutevole nelle opinioni. (…) Accanto alle aspirazioni del principe Myškin, in Dostoevskij c’era molto di Nastas’ja Filíppovna”. (Leone Ginzburg: prefazione a L’idiota, Einaudi, 1941)

Dostoevskij scrive: «…Siate certi che Colombo fu felice non già quando scoprì l’America, ma quando stava per scoprirla; siate certi che il momento supremo della felicità fu per lui forse esattamente tre giorni prima che scoprisse il Nuovo Mondo, quando l’equipaggio in rivolta, disperato, per poco non voltò la nave verso l’Europa per tornare indietro. Poco importava il Nuovo Mondo, quand’anche si fosse inabissato. Colombo morì quasi senza averlo veduto e,in fondo, senza sapere cosa avesse scoperto. Quel che importa è la vita, soltanto la vita, la sua incessante ed eterna scoperta, e non già la scoperta stessa. (…)

Aggiungerò nondimeno che  in ogni pensiero umano geniale o nuovo, anzi semplicemente in ogni pensiero umano serio, che germogli in un cervello, rimane sempre qualcosa che non si può comunicare ad altri, anche se si riempissero interi volumi e si spiegasse il proprio pensiero per trentacinque anni: rimarrà sempre qualche cosa che non vorrà mai uscire dal vostro cranio e che rimarrà in voi per sempre; e così voi morrete forse senza aver comunicato a nessuno la parte essenziale della vostra idea». (Dostoevskij, L’idiota . Einaudi 1963)

Candido, o l’ottimismo (Candide, ou l’Optimisme), è un racconto filosofico di Voltaire che mira a confutare le dottrine ottimistiche quale quella leibniziana. Candido è un giovane piuttosto ingenuo e buono di cuore che vive in Vestfalia nel castello del barone Thunder-Ten Tronckht; il ragazzo compie i suoi studi con la bella figlia del barone, Cunegonda, sotto le cure del precettore Pangloss, fedele discepolo di Leibniz (dal greco pan, “tutto” e glossa, “lingua”) che insegna ai due giovani la dottrina per cui tutte le cose del mondo reale vanno “nel migliore dei modi nel migliore dei mondi possibili”.

«Il precettore Pangloss era l’oracolo di casa, e il giovanetto Candido ne ascoltava le lezioni con tutta la buona fede dell’età sua e del suo carattere. Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmologonigologia. Provava egli a meraviglia che non si dà effetto senza causa, e che in questo mondo, l’ottimo dei possibili, il castello di S. E. il barone era il più bello de’ castelli, e Madama la migliore di tutte le baronesse possibili.
È dimostrato, diceva egli, che le cose non possono essere altrimenti; perché il tutto essendo fatto per un fine, tutto è necessariamente per l’ottimo fine. Osservate bene che il naso è fatto per portar gli occhiali, e così si portano gli occhiali; le gambe son fatte visibilmente per esser calzate, e noi abbiamo delle calze, le pietre sono state formate per tagliarle e farne dei castelli, e così S. E. ha un bellissimo castello; il più grande de’ baroni della provincia dev’essere il meglio alloggiato, e i maiali essendo fatti per mangiarli, si mangia del porco tutto l’anno. Per conseguenza quelli che hanno avanzata la proposizione che tutto è bene; han detto una corbelleria, bisognava dire che tutto è l’ottimo

Alla fine del racconto, dopo terribili disavventure, Candido, disilluso ma non sconfitto, si si ritira con tutti i personaggi del romanzo in una fattoria, dove, anziché filosofare, può dedicarsi al lavoro nel suo “orto”.

In “Lezioni di letteratura” (ora in Adelphi, 2018) Vladimir Nabokov discute e rischiara sette capolavori delle letterature occidentali, da Mansfield Park di Jane Austen all’Ulisse di Joyce. «E lui, il professor Nabokov – docente a Wellesley e quindi alla Cornell tra il 1941 e il 1958 –, li racconta agli studenti americani, e a noi». Nabokov conclude questa raccolta di lezioni con un testo dal titolo L’arte della letteratura e il senso comune:

«…Nell’autunno del 1811 Noah Webster, lavorando indefessamente alla lettera C, definì il senso comune [commonsense] il “buon senso solido, normale… esente da pregiudizi emotivi o da sottigliezze intellettuali…” È una visione piuttosto ottimistica di questa creatura, in quanto la biografia del senso comune costituisce una lettura sgradevole. Il senso comune ha calpestato molti geni delicati i cui occhi si erano deliziati del troppo precoce raggio lunare di qualche verità prematura; il senso comune ha scalciato polvere sui più belli fra i quadri strani perché un albero azzurro pareva follia al suo zoccolo ben intenzionato; il senso comune ha incitato nazioni brutte ma forti a schiacciare i loro vicini belli ma fragili nel momento in cui un vuoto storico offriva un’occasione un’occasione che sarebbe stato ridicolo non sfruttare.

Il senso comune è fondamentalmente immorale, perché la morale naturale dell’umanità è irrazionale quanto i riti magici che essa ha elaborato sin dall’immemorabile oscurità dei tempi. Il senso comune , nel suo aspetto peggiore, il senso reso comune, sicché tutto è confortevolmente deprezzato dal suo contatto. Il senso comune è quadrato mentre tutti i valori e le visioni più essenziali sono meravigliosamente rotondi, rotondi come l’universo o come gli occhi di un bambino, la prima volta che vede uno spettacolo al circo. (…) E quanto più  un uomo è brillante, quanto più è insolito, tanto più è vicino al rogo. Stranger [diverso] rima sempre con danger [pericolo]. Il mite profeta, il mago nella sua grotta, l’artista indignato, lo scolaretto non conformista partecipano di questo sacro pericolo. Stando così le cose, ringraziamoli, ringraziamo i diversi; perché nell’evoluzione naturale delle cose, la scimmia forse non sarebbe mai diventata uomo se non fosse apparso un diverso in famiglia. (…)

Ora dunque egli è pronto a scrivere. Ha tutto ci che gli occorre. La sua penna stilografica è confortevolmente carica, la casa è silenziosa, il tabacco e i fiammiferi sono vicini, la notte è giovane… e noi lo lasceremo in questa piacevole situazione e usciremo delicatamente di soppiatto e chiuderemo la porta e, andandocene, spingeremo decisamente fuori il mostro del bieco senso comune che ingombra i gradini gemendo che il libro non è per il grande pubblico, che il libro non potrà mai mai… E proprio allora, prima che espettori la parola,         v, e, n, d, e, r, s, i, lo pseudo senso comune deve essere ucciso con una rivoltellata». (Vladimir Nabokov: Lezioni di letteratura – Garzanti, 1982)

Contrariamente a quanto sostenuto a suo tempo prima dalla signora Thatcher, poi dal senso comune dei tanti Pangloss neoliberisti-banderuola (anche “di sinistra”:TINA: There Is No Alternative – non c’è alternativa) un’alternativa in realtà sarebbe possibile: ogni disilluso, candido idiota come chi scrive ne è più che convinto. Purtroppo, c’è una sola cosa che ai potenti non manca mai, il denaro. E un piatto di lenticchie spesso è più che sufficiente per…

In testata: Marcel DuchampFontana (Urinoir), 1917, ready-made, terracotta bianca ricoperta di smalto e vernice ceramica, cm 63 x 48 x 35. Parigi, Musée National d’Art Modern, Centre Pompidou – Al centro: Robert Rauschenberg:  Axle1964; oil and screen print on canvas, 275.7 × 610 × 4.7 cm; Museum Ludwig Köln / Schenkung Ludwig – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il nazista sognatore

Nell’ottobre del 2013, Banksy ha comprato per 50 dollari a The Housing Works, un charity shop (ovvero un negozio che vende usato e che dà in beneficenza il ricavato della vendita), una tela ad olio raffigurante un paesaggio autunnale, con laghetto, alberi con le foglie ingiallite e arrossate e sullo sfondo montagne innevate, ha dipinto su una panca un ufficiale nazista che contempla il panorama (vedi immagine sopra) e poi ha restituito il quadro al negozio. Lo ha intitolato “La banalità della banalità del male.”

Poco dopo la restituzione, Banksy ha fatto telefonare da qualcuno del suo staff per comunicare che il quadro era un Banksy autentico, poi ha pubblicato sul suo sito l’immagine del quadro, e una foto del negozio nella 23esima strada. Improvvisamente, The Housing Works è stato sommerso di richieste e offerte.

Il quadro è finito all’asta su Bidding For Good. La cifra di partenza era di 74.000 dollari, ma al momento della chiusura dell’asta, l’offerta finale è di 615.000 dollari.

Il 30 gennaio 1939, in occasione dell’anniversario dell’assunzione del potere (30 gennaio 1933) Hitler pronunciò un solenne discorso di fronte al Reichstag.

Ecco il passaggio saliente dello “storico discorso”:

«Oggi voglio essere di nuovo un profeta: se l’ebraismo finanziario internazionale dentro e fuori l’Europa dovesse riuscire a precipitare ancora una volta i popoli in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e con ciò la vittoria dell’ebraismo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa (sondern die Vernichtung der jüdischen Rasse in Europa)»

«Secondo Longerich, Hitler non diede un ordine solo e precisamente individuabile per scatenare il genocidio, che invece fu lo sbocco di una escalation di atti e decisioni, culminanti, verso la primavera del 1942, in un programma radicale di sterminio. Momenti-chiave in questa evoluzione furono l’invasione  dell’Unione Sovietica nel giugno 1941, accompagnata, nella fase iniziale, dall’uccisione di migliaia di ebrei maschi da parte degli Einsatzgruppen (e loro sotto-unità) del Servizio di sicurezza; l’estensione delle esecuzioni di massa alle donne e ai bambini ebrei nell’estate del 1941; la deportazione degli ebrei tedeschi, austriaci e cechi nell’autunno dello stesso anno (…) Al genocidio si arrivò con un’escalation di fasi, ad ognuna delle quali la deriva sterminatrice acquisiva nuovo slancio sulla base di una combinazione tra direttive centrali e iniziative locali, sempre supportate, nei momenti cruciali, dall’espressa approvazione, autorizzazione e consapevolezza di Hitler, ma senza che questi avesse mai impartito un singolo ed esplicito ordine, anche soltanto verbale, per l’avvio della “soluzione finale”» (Ian KershawHitler e l’enigma del consenso – Laterza, 2006)

Guido Ottolenghi, presidente della Fondazione del Museo ebraico di via Valdonica a Bologna, invita a leggere gli eventi che celebrano il Giorno della Memoria nella giusta dimensione «senza voler appiattire la storia sull’oggi, che è un modo per banalizzare la Shoah, ma con la consapevolezza che l’affermazione dei diritti di pochi a scapito degli altri e il desiderio di uniformità sono sempre pericolosi».

Oggi si inaugura al Museo ebraico la mostra “1938 La storia”, sulle leggi razziali in Italia. Perché questa scelta?

«È una pagina di storia che fatichiamo ad accettare, continuando a coltivare un mito di bonarietà degli italiani, che non ha riscontro. Ci sono stati i “giusti”, ma la leggi razziali passarono nell’indifferenza dei più. La mostra ripercorre quei passaggi, prima culturali, poi legali, fino a quelli amministrativi, che hanno condotto al razzismo e alla persecuzione».

Secondo lei quali sono le iniziative più efficaci per ricordare di ricordare?

«Quelle che con semplicità rivelano uno studio approfondito, senza puntare sull’emotività, alla lunga dannosa» (la Repubblica Bologna, 26 gennaio 2019 – intervista di Emanuela Giampaoli)

Lo studio della storia e i documenti, per chi vuole sapere, stanno lì a dimostrarlo: l’ideologia e l’azione nazifascista prevede(vano)  che i nemici politici fossero non solo sconfitti ma anche eliminati con la violenza, e la società fosse  ricostruita sulla base della purezza razziale, “escludendo” quindi tutti i «diversi».

Sostenere, come qualcuno – per quanto incredibile sia – sostiene ancora oggi, che i nazifascisti consideravano “un avversario da eliminare [solo] chi si fosse posto apertamente in contrasto con lui” equivale a commuoversi davanti al quadro di Banksy. Offendendo in questo modo la memoria collettiva, mancando al tempo stesso di sagacia e onestà intellettuale. La banalità della  banalità  sulla verità del male.

Il brano di Francesco De Gregori “Il cuoco di Salò” è contenuto nell’album “Amore nel pomeriggio” (2001) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Io non c’ero

Prendiamola alla larga: «Nel 2008, la regina Elisabetta in visita alla massima istituzione economica britannica, la London School of Economics, ha evitato sorrisi e chiacchiere formali, chiedendo ai professori riuniti: «Com’è possibile che nessuno si sia accorto dell’arrivo di questa crisi spaventosa?». Il padrone di casa, il professor Luis Garicano, direttore del dipartimento di management della Lse, ha risposto: «Vede, in ogni momento di questa fase qualcuno faceva affidamento su qualcun altro e tutti pensavano di fare la cosa giusta». Vengono naturali due domande: perché il fior fiore degli economisti non aveva previsto la crisi? E, considerando vera l’ipotesi della buona fede, cosa vuol dire che tutti pensavano di fare la cosa giusta?» (il fatto quotidiano.it)

Altro esempio “a caso”: qui a Bologna I carabinieri hanno appena smantellato due cartelli di imprese di pompe funebri che controllavano le camere mortuarie dei due principali ospedali cittadini, riuscendo in pratica ad avere il monopolio nell’aggiudicazione dei servizi funebri. 30 misure cautelari (9 in carcere, 18 arresti domiciliari e 3 divieti di esercizio dell’attività d’impresa) e 43 le perquisizioni eseguite da 300 militari che hanno sequestrato un patrimonio di 13 milioni di euro. «Funziona così da almeno trent’anni, se volevi lavorare non potevi sottrarti a quel meccanismo». «… le cose andavano in questo modo …sia i titolari e i dipendenti delle agenzie di pompe che il personale degli ospedali Maggiore e Sant’Orsola, hanno confermato l’esistenza di un diffuso sistema corruttivo per accaparrarsi i funerali».

Purtroppo nessuno tra i responsabili dirigenti tecnici e/o politici (o tra manager e operatori) aveva notato nulla: «A quanto si è saputo il traffico intorno all’accaparramento dei funerali andava avanti da un decennio. Un cartello che controllava tutto, come eravamo abituati a vedere solo in Gomorra, un fiume di denaro in nero che non si sa dove andasse a finire. E non stiamo parlando di qualche piccolo ospedale di periferia, ma dei due nosocomi d’eccellenza della città, il Maggiore e il Sant’Orsola. È curioso, a questo proposito, l’atteggiamento delle istituzioni, tutte pronte a chiamarsi fuori: io non c’entro, non è roba mia, siamo estranei a tutto. (…)  Quel che appare incredibile è che nessuno, per tanti anni, si sia accorto di quanto stava accadendo sotto i suoi occhi. Tra le tante dichiarazioni di scarico di responsabilità ascoltate in questi giorni è mancata quella che sarebbe sembrata la più adeguata: io non c’ero, e se c’ero dormivo.» (Aldo Balzanelli – la Repubblica Bologna)

E con gli esempi si potrebbe continuare a lungo.

Un saggio di  Alessandro Baricco pubblicato su Repubblica l’11 gennaio 2019 (E ora le élite si mettano in gioco) ha aperto un opportuno (forse un po’ tardivo) dibattito sul tema delle classi dirigenti. La tesi di Baricco si può sintetizzare così:  «È andato in pezzi un certo patto tra le élites e la gente, (…) le élites hanno fallito e se ne devono andare (…)  è saltato quel tacito patto (…) che descriverei così: la gente concede alle élites dei privilegi e perfino una sorta di sfumata impunità, e le élites si prendono la responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere. Tradotto in termini molto pratici descrive una comunità in cui le élites lavorano per un mondo migliore e la gente crede ai medici, rispetta gli insegnanti dei figli, si fida dei numeri dati dagli economisti, sta ad ascoltare i giornalisti e volendo crede ai preti. Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più.»

Il problema è che – oltre ad essere in ritardo di almeno vent’anni – i termini del dibattito sembrano davvero malposti. Un primo dubbio  è stato opportunamente sollevato da Michele Serra nella sua Amaca del 16 gennaio scorso: «Prima di prendere parte al dibattito “popolo versus élite”, sollevato dal denso intervento di Baricco su Repubblica, avrei bisogno di un chiarimento. Anzi, più che di un chiarimento si tratta di una pre-condizione. Senza la quale sono i termini di partenza del dibattito che mi sfuggono; figuratevi dunque le sue conclusioni». Che cosa si intende quando si parla di élites da una parte, di “gente” e di “popolo” dall’altra? Chi è che appartiene all’una e chi invece all’altra categoria? Sono domande strutturali, perché «Se la risposta dovesse essere, come io penso, che tanto la qualifica di “popolo” quanto quella di “élite” sono banalizzazioni (nella migliore delle ipotesi) o contraffazioni ideologiche (nella peggiore), questo dibattito andrebbe ripensato daccapo».

La realtà quotidiana dimostra che non esistono  rilevanti differenze, dal punto di vista etico e morale (onestà, correttezza, responsabilità, altruismo, ecc.), tra i comportamenti della cosiddetta “élite” e quelli della cosiddetta “gente”. Da questo punto di vista noi italiani siamo un “popolo” davvero compatto. «Il punto è, invece, come debbano avvenire la genesi e il ricambio dell’élite. Senza considerare la qualità della minoranza dominante e senza quell’unico ammissibile giudizio che può nascere solo dalla valutazione del rapporto tra processo di selezione sociale e capacità naturali, ogni discorso su massa ed élite è vano», scrive Silvia Ronchey. «Se guardiamo con occhio altrettanto distaccato alla democrazia attuale dell’Italia, vediamo che il disagio delle sue masse nasce da un incepparsi, ormai tanto durevole da potersi definire storico, del meccanismo di ricambio delle élite. Non è di oggi l’impossibilità di un reclutamento trasparente nei quadri delle docenze scolastiche e universitarie, che assicurano il primo filtro di selezione dell’élite.

Non è di oggi l’accesso a posizioni di potere suggerito, come nel mondo feudale, da privilegi di clan quando non di sangue. Impasse logiche e ideologiche, familismi, settarismi, lobbismi partitici e automatismi clientelari, quando non criminali, hanno sempre più, nel corso dei decenni, a partire almeno dalla Guerra Fredda, impedito l’accesso egualitario a quelle risorse il cui possesso definisce un’élite — di denari o di saperi, di funzioni o di onori o semplicemente di presenza e influenza». (Silvia Ronchey – la Repubblica 21 gennaio 2019)

Il problema  è che cambiare una élite corrotta con rappresentanti di un popolo altrettanto corrotto non porta di certo molto lontano. Si critica dall’esterno, ma il desiderio inespresso sembra essere quello di entrare finalmente a farne parte, piuttosto che migliorarla dall’interno.

A proposito dell “classi dirigenti”, scriveva invece Lev Tolstoj: «Giudicando in base a questi rapporti necessariamente inesatti, Napoleone impartiva le sue disposizioni che, o erano già state messe in atto prima che egli le impartisse o non potevano essere e non venivano eseguite. I marescialli e i generali, che si trovavano a più breve distanza dal campo di battaglia, ma che, come Napoleone, non partecipavano alla battaglia stessa e solo di tanto in tanto si inoltravano sotto il fuoco delle palle, senza consultare Napoleone, davano le loro disposizioni e impartivano i loro ordini, sia su dove e da dove sparare, sia dove dovesse galoppare la cavalleria e dove correre la fanteria. Ma anche le loro disposizioni, esattamente come quelle di Napoleone, venivano eseguite in minima parte e raramente. Per lo più accadeva il contrario di quanto essi avevano ordinato». Così, in Guerra e pace, Lev Tolstoj descrive la battaglia di Borodino.

Senza esserne consapevoli (nella migliore delle ipotesi) o forse sì (nella peggiore), le nostre classi dirigenti – le cosiddette elites – si sono comportate allo stesso modo, con la differenza che in questo caso non si è visto nessun Napoleone.  Di fronte alla «presa d’atto della crisi, percepita come irrimediabile, dei tre pilastri sui quali l’Occidente aveva realizzato la sua ricostruzione politica postbellica: a) la crisi religiosa del cristianesimo in progressiva ritirata di fronte all’offensiva della secolarizzazione; b) la crisi del Welfare State, cioè della redistribuzione del reddito nazionale pietra angolare della mediazione sociale praticata da parte di tutte le forze di governo a cominciare da quelle socialdemocratiche; c) la crisi dello Stato nazionale messo nell’angolo dal multiforme internazionalismo egemone sulla scena mondiale.

Di fronte a tale crisi, che in sostanza era la crisi dell’intero universo politico che le aveva viste protagoniste per oltre mezzo secolo, le élite occidentali abbracciano una nuova prospettiva: la globalizzazione. E con essa fanno propri i suoi presupposti ideologici: a) il liberismo e una piena fiducia nei meccanismi del mercato, b) un individualismo di fondo, c) la presunta insignificanza storico-culturale dei confini nazionali e la necessità del loro superamento. Ma naturalmente per mantenere il consenso su cui si reggono esse non possono sottrarsi dal promettere alle rispettive opinioni pubbliche che comunque la svolta alle porte non solo vedrà la continuazione dello sviluppo economico e dell’aumento dei redditi precedenti, ma significherà anche un’espansione mondiale della libertà e della democrazia (la disintegrazione del blocco comunista appena avvenuta, la prima guerra del Golfo, la rivolta di piazza Tien An Men a Pechino non stanno forse lì a dimostrarlo?).

 La storia degli ultimi dieci anni è la storia del fallimento di tali promesse». (Ernesto Galli della LoggiaCorriere della Sera, 9 gennaio 2019). La realtà è che queste indegne “classi dirigenti” non hanno affatto diretto gli eventi, al contrario li hanno subiti fingendo di dirigerli; al tempo stesso hanno fatto di tutto per accaparrarsi e difendere ogni privilegio connesso alle rendite di posizione nell’immediato, senza metter in campo un credibile progetto di futuro. Risultato: «Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l’Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il rapporto evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere». (sky tg24.it)

Qualcuno se n’era forse accorto? Nessuno, ovvio. La testa sotto la sabbia, come gli struzzi. E la risposta è sempre la stessa: “Io non c’ero, e se c’ero dormivo…“.

Il problema è culturale e ci riguarda tutti. È su questo livello che bisogna agire da subito per poi ottenere risultati apprezzabili nei tempi medio-lunghi. Proprio quelli che non interessano alle nostre “élite”. Per il momento non ci resta dunque che Johnny il Bassotto.

Sopra il video di Johnny il Bassotto: una vignetta di Makkox (Marco Dambrosio) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Conformismo e merito

1) DIRITTI. Il 26 agosto 1789, ventidue giorni dopo l’abolizione dei privilegi dell’aristocrazia in Francia, venne emanata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. L’articolo 6 della dichiarazione afferma che “Tutti i cittadini, essendo uguali agli occhi della legge, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici, secondo la loro capacità e senz’altra distinzione che quelle delle loro virtù e dei loro talenti. La “capacità”, le “virtù” e i “talenti” sono posti alla base di una nuova gerarchia sociale. La meritocrazia prende il posto di nascita, ricchezza o relazioni sociali nell’attribuzione del potere, che ora ha un legame diretto con il merito personale. Respingendo la vecchia società di classe, spostandoci verso l’ideale meritocratico, abbiamo creduto di eliminare ogni traccia delle gerarchie del passato.

2) MERITOCRAZIA. Michel Young, considerato uno dei più importanti sociologi del novecento, aveva capito che le cose nella realtà non vanno esattamente così. «Young sentiva che le gerarchie di classe avrebbero resistito alle riforme che voleva realizzare. Spiegò in che modo nel suo secondo best seller, L’avvento della meritocrazia, un’opera satirica pubblicata nel 1958. Come molti altri fenomeni, la meritocrazia deve il suo nome a un avversario. Il libro di Young si presentava come un testo scritto nel 2033, in cui uno storico analizzava la nuova società britannica sorta nei decenni precedenti. In quel lontano futuro soldi e autorità si guadagnavano, non si ereditavano. La nuova classe dirigente era determinata dalla formula “quoziente d’intelligenza (qi) + sforzo = merito“. La democrazia avrebbe ceduto il passo al governo dei più intelligenti, “non un’aristocrazia della nascita, non una plutocrazia della ricchezza, ma una vera meritocrazia del talento”. Era la prima volta che la parola “meritocrazia” si leggeva stampata su una pagina, e il libro vole va mostrare  come sarebbe stata una società costruita su questo principio. (…)

Uno dei primi intoppi del sistema è che “quasi tutti i genitori proveranno a favorire in modo sleale i figli”. E in una situazione di disparità dei redditi, è proprio una delle cose che i soldi permettono di fare. Se le condizioni economiche dei genitori contribuiscono a determinare i compensi dei figli, non siamo più in una società basata sulla formula “qi + sforzo = merito” Come sappiamo, i timori di Young erano fondati. (…) In poche parole, uno dei modi migliori per conquistare un posto tra chi ha più soldi, potere e privilegi è partire da lì. (…) Quelli che dovevano essere meccanismi di mobilità erano diventati fortezze di privilegi». (Kwame Anthony Appiah – “Contro la meritocrazia”, Internazionale n. 1286)

Per Michael Young, autore de L’avvento della meritocrazia, ripubblicato recentemente dalle Edizioni di Comunità (pp. 232, euro 15), la meritocrazia è un regime totalitario dove la posizione di un individuo viene determinata in base ai test di intelligenza somministrati dalla scuola elementare in poi e dove la ricchezza e il potere vengono distribuiti da una casta di «meritocrati» ancora più opprimente e arrogante delle oligarchie che oggi sfruttano privilegi nepotistici o espropriano la ricchezza comune con la corruzione e criminalità. (…)

Per Young la meritocrazia è sinonimo di un potere arbitrario in un sistema che tende ad autodistruggersi. Lo Stato moderno è incapace, almeno quanto lo è il mercato, di determinare un’equa redistribuzione delle competenze e dei meriti. Più che un sistema efficiente, la meritocrazia indica l’attitudine di una classe dominante che rende i suoi esponenti impermeabili ad ogni critica o a slanci verso una redistribuzione sociale che non sia quella imposta dall’interesse di classe. Una tesi sostenuta da Young in un articolo pubblicato sul Guardian nel 2001, intitolato «Abbasso la meritocrazia». Facendo i conti con Blair, Young sostenne che la meritocrazia non serve a migliorare le prestazioni di un sistema, ma semmai a peggiorarle in una burocrazia kafkiana. Essa afferma il senso di superiorità basato sul privilegio della proprietà, sulle rendite di posizione e sulla centralità acritica e indiscutibile dell’impresa.

La meritocrazia serve «ad alimentare un business che va di moda – scrive Young – Se i meritocrati credono che il loro avanzamento dipende da ciò che gli spetta, si convinceranno che meritano qualsiasi cosa possono avere». «I nuovi arrivati oggi possono davvero credere di avere la moralità dalla propria parte».” (da ilmanifesto.it)

3) QUOZIENTE D’INTELLIGENZA (QI). «Sin da quando sono stati elaborati, nel 1912, i test del QI sono molto controversi e sono numerosi gli studi che ne denunciano la mancanza di fondatezza. (…) Quando l’uomo vuole misurare l’intelligenza, infatti, di rado lo fa per scopi umanitari. Si cercò soprattutto di confermare dei pregiudizi razziali, di giustificare il dominio della classe borghese sul proletariato e di dimostrare l’ereditarietà dell’idiozia.

Questi test che pretendono di essere rigorosamente scientifici sono in realtà molto soggettivi. Il termine QI in origine indicava il quoziente tra l’età mentale e quella biologica moltiplicato per 100. (…) Per di più, i test del QI non prendono in considerazione il livello sociale né la cultura dell’individuo. Per esiste un’innegabile correlazione tra il punteggio ottenuto e il livello socio-professionale della persona. Ciò può essere spiegato dal fatto che questi test misurano solo la capacità di effettuare alcune attività intellettive più diffuse negli ambienti privilegiati che nelle classi popolari. Lo stesso vale per il lessico, che penalizza inevitabilmente il QI verbale dei proletari. Infine, il carattere scolastico del test si addice meglio a chi a chi proviene da famiglie elitarie, più allenato a questo tipo di prestazione.

Allora che cosa misurano? L’innegabile abilità delle classi socio-professionalmente privilegiate nelle svolgere alcuni compiti intellettivi mirati. Appare pertanto evidente che i risultati ottenuti sono del tutto artificiali. I test del QI sono concepiti in modo tale che i risultati si distribuiscano simmetrici attorno al numero 100, che è la media, in un grafico a forma di campana chiamato “curva di Gauss”.

Il 95,44% della popolazione ha un QI compreso tra 7 e 13. Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 13 e 145. Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 55 e 7. Quindi in una data popolazione ci sarebbe esattamente lo stesso numero di idioti e di geni. Che straordinario equilibrio! Se i risultati dei test del QI si inseriscono così armoniosamente nella curva di Gauss è perché sono studiati per farlo. (…) E poi che cosa vuol dire essere intelligenti? Significa essere portati per qualcosa in particolare? Per gli studi, la musica, gli affari? Come viene valutata l’intelligenza del cuore e il QE (quoziente emotivo)? Che cosa dovremmo pensare di un intellettuale brillante ma freddo ed egoista? E una madre di famiglia semplice ma istintiva e piena di buonsenso?

In questi ultimi anni la necessità di uscire dal concetto di QI e di chiarire meglio l’intelligenza ha prodotto nuove definizioni. Nel 198 Robert Sternberg ha proposto di distinguere tre aspetti dell’intelligenza: analitico, creativo e pratico; secondo lui, la conoscenza e la gestione delle proprie forze e debolezze in questi tre settori porterebbe all’intelligenza di successo. Nel 1983, Howard Gardner ha distinto otto manifestazioni d’intelligenza: linguistica, logico-matematica, musicale, corporeo-cinestetica, spaziale, interpersonale, intrapersonale e naturalistica. Ma a queste categorie potrebbero aggiungersene altre, tanto l’intelligenza è un concetto vasto e complesso». (Christel Petitcollin – Il potere nascosto degli ipersensibili,  Sperling & Kupfer – Pickwick, 2017)

4) CONFORMISMO. “Il conformista” è un romanzo di Alberto Moravia, pubblicato per la prima volta nel 1951. Nel 1970 ne è stato tratto un film omonimo diretto da Bernardo Bertolucci. (nel film sono state apportate importanti modifiche di trama; paradossalmente, l’immagine riportata nella copertina dell’edizione Bompiani 2018 non corrisponde al testo originale ma ad una variazione dell’adattamento cinematografico ). «Il romanzo, pubblicato nel 1951, è il ritratto di un personaggio e di un atteggiamento morale caratteristici del nostro tempo: il conformista e il conformismo. L’eroe contemporaneo, secondo Moravia, è l’uomo che vuole confondersi, essere uguale a tutti. Ma, in tutti i tempi, l’ingresso in società comporta un prezzo molto alto da pagare, soprattutto in termini di libertà individuale. Storia di un viaggio di nozze a Parigi e di un delitto di stato, biografia di un uomo e descrizione di un’epoca e di una società, l’opera è però più che altro la storia di un prezzo pagato da un conformista moderno per ottenere di entrare a far parte di una società inesistente, e nell’affrontare il grande tema del rapporto tra uomo e società si propone come uno dei lavori più coraggiosi e attuali dello scrittore romano.» (dalle note di copertina)

«… un desiderio di normalità; una volontà di adeguazione ad una regola riconosciuta e generale; una voglia di essere simile a tutti gli altri dal momento che essere diverso voleva dire essere colpevole. (…) Ancora una volta era la normalità che l’attraeva; e tanto più in quanto gli si rivelava non casuale né affidata alle preferenze e alle inclinazioni naturali dell’animo, bensì prestabilita, imparziale, indifferente ai gusti individuali, limitata e sorretta da regole indiscutibili e tutte rivolte a un fine unico. (…) «Come sei strano» dice Giulia, (la futura moglie di Marcello il protagonista del romanzo) «tutti vorrebbero essere diversi da tutti… e tu invece si direbbe che ci tieni ad essere come tutti.» (…) Era poi veramente buono? o non era piuttosto ciò che Giulia e sua madre chiamavano bontà, la sua anormalità, ossia quel suo distacco, quella sua assenza dalla vita comune? Gli uomini normali non erano buoni, pensò ancora, perché la normalità veniva sempre pagata, consapevolmente o no, a caro prezzo, con complicità varie ma tutte negative, di insensibilità, di stupidità di viltà quando non addirittura di criminalità». (Alberto Moravia – Il conformista, Bompiani 2018)

CONCLUSIONI. Di fatto, il valore del quoziente d’intelligenza (quello ufficialmente riconosciuto, il cosiddetto QI) cresce di parecchio grazie al conformismo sociale. Il merito personale cresce poi di conseguenza, secondo la scontata (e altrettanto riconosciuta) equazione: quoziente d’intelligenza+ sforzo = merito. Su che cosa poi significhi essere intelligenti, non è davvero il caso di ragionare troppo. Molto meglio allinearsi il più rapidamente possibile; i conseguenti vantaggi  non tarderanno a manifestarsi.

Oppure no?

Il brano “Il conformista” di Giorgio Gaber è contenuto nell’album “Un’idiozia conquistata a fatica” (1997/1998 – 1998/1999 – 1999/2000)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Finalmente Natale

UNO. «Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine.»

È l’incipit di Le correzioni, terzo romanzo di Jonathan Franzen, dove si racconta la storia della famiglia Lambert, composta da Enid, Alfred e i i loro figli Chip, Denise e Gary. Enid Lambert (la madre), delusa dal matrimonio («Enid scelse di credere alla promessa dell’apparenza. Da allora per lei vivere significò aspettare che Alfred cambiasse personalità»), e alla ricerca di un piacere illusorio su cui proiettare la propria felicità (Le sembrava che lei e Al fossero le uniche persone intelligenti della sua generazione a non essersi arricchite), si è imposta un obiettivo: riunire per un “ultimo” grande Natale tutta la famiglia. Questo desiderio per lei è un’ossessione. Perché Enid, nell’osservare la realtà, non può esimersi dall’applicare “correzioni”: ha infatti la presunzione di aver capito “cos’è che non funziona”, e perché le cose “vanno così male”.  Quindi il suo scopo è correggerle, le cose, nella perpetua illusione che il proprio mondo piccolo borghese sia quello giusto. Naturalmente anche Alfred (il padre) ha le sue correzioni da imporre [«Alfred temette che la “realtà” assediata per cui si era battuto non fosse la realtà (…) che tutto fosse relativo], solo che è ammalato e bisognoso di assistenza. Anche gli altri hanno correzioni da imporre. Quasi tutti, lo sappiamo bene…

Dalle note di copertina del libro: «Enid e Alfred Lambert trascinano le giornate accumulando oggetti, ricordi, delusioni e frustrazioni del loro matrimonio: l’uno in preda ai sintomi di un Parkinson che preferisce ignorare, l’altra con il desiderio, ormai diventato scopo di vita, di radunare per un «ultimo» Natale i tre figli allevati secondo le regole e i valori dell’America del dopoguerra, attenti a «correggere» ogni deviazione dal «giusto». (…) Impossibile non riconoscere che i Lambert siamo noi: in un momento della nostra vita, in qualsiasi luogo del primo mondo».

(…) Molto spesso Gary aveva la sensazione che ci fosse qualcosa di sgradevole che la sua famiglia voleva dimenticare, qualcosa che solo lui insisteva a ricordare; qualcosa che richiedeva soltanto il suo assenso, la sua approvazione, per poter essere dimenticato.

È ovvio, i Lambert siamo noi; e le nostre famiglie sono la famiglia Lambert.

DUE. A proposito di famiglie: Roma è un film del 2018 scritto e diretto da Alfonso Cuarón, vincitore del Leone d’oro alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La pellicola segue le vicende di una famiglia messicana a Città del Messico negli anni settanta.

Cleo è una giovane domestica di etnia mixteca che lavora presso una famiglia borghese del quartiere ROMA di Città del Messico. Il suo compito è quello di accudire i quattro bambini della famiglia, di lavare e cucinare. Cleo esegue il suo compito con amore e dedizione e sente per i fanciulli che gli sono affidati un vero affetto. Nel frattempo la famiglia si sfalda e nel Paese le rivolte diventano violente. «Era lei che volevo raccontare. La Cleo del film è la mia Limo, la mia baby sitter, la mia seconda madre. Che fosse donna, indigena e povera ne sono diventato consapevole dopo. È come con tua madre. Che sia una donna te ne rendi conto dopo: quando sei bambino lei è tua mamma e basta”». Le attrici/non attrici si chiamano Yalitza Aparicio e Nancy Garcia.

«A Venezia Alfonso Cuaron, raccontava come Roma sia la sua storia.  Sullo schermo vedi quattro ragazzini crescere con mamma, papà che se ne andrà, nonna e due domestiche che parlano una lingua tutta loro. Vedi i ragazzini che giocano con la pista delle macchinine che nei primi Anni 70 ci regalavano per Natale e che, tanto era più grande, tanto finiva per occupare tutta la stanza e tu in mezzo ci mettevi il bicchierone del latte… Dice il regista di Roma“Io sono tutti e quattro loro, anche un po’ la sorella maggiore. Poi c’è quello più creativo che forse mi somiglia. Ma io volevo raccontare come davvero sono cresciuto in una famiglia di donne. A un certo punto la madre dice a Cleo “siamo destinate a essere sole”. Sole come possono esserlo i guerrieri più coraggiosi, quelli che già ‘sanno’ perché sanno leggere la vita come noi maschi spesso non riusciamo». (da amica.it)

TRE. Velluto blu (Blue Velvet) è un film del 1986 scritto e diretto da David Lynch. Il titolo originale è tratto dall’omonima canzone di Bobby Vinton, cantata nel film da Isabella Rossellini in un locale notturno, lo Slow Club. Il film narra la storia di Jeffrey Beaumont, un giovane studente che, indagando personalmente su un macabro ritrovamento, scopre che nella sua cittadina esiste un ignobile mondo sotterraneo fatto di violenza, sesso, traffico di droghe e polizia corrotta. (da Wikipedia) Il mondo sotterraneo non è solo quello dei cosiddetti”fuorilegge”, ma anche quello nascosto dietro il sorriso perbenista di chi preferisce non vedere, da chi sceglie di non accorgersi di nulla. Oppure da chi proprio non ci riesce. È composto da coloro che scelgono di non scegliere, che scelgono di adeguarsi e dimenticare.

Ma c’è anche chi dice no: “…Ballard era specializzato nel prendere ciò che sembra “naturale” – ciò che sembra normale, familiare e razionale – e smascherarne la psicopatologia. Come è stato osservato molte volte, anche dall’autore stesso, il talento per lo straniamento del quotidiano era, in parte, frutto della sua insolita biografia: «Una delle cose che ho imparato dalle mie esperienze in tempo di guerra è stata che la realtà era come una scenografia teatrale […] la comoda vita di tutti i giorni, la scuola, la casa dove si abita e tutto il resto […] poteva essere smantellato dalla sera alla mattina» (…)

Pensate a quella famosa inquadratura di Velluto blu di David Lynch, in cui la macchina da presa si intrufola sotto il curatissimo praticello suburbano rivelando lo scenario brulicante e distopico che vi si annida dentro [vedi video sopra, N.d.R.] L’intenzione di Ballard è simile, ma più provocatoria. In Ballard la distopia non è nascosta sotto un bel niente. (…) Nel caso delle auto, siamo sempre incoraggiati a credere che ci sia una convergenza naturale fra accoppiate irrazionali di concetti come la velocità e l’autostima, o gli interni in pelle e la felicità in famiglia. Ballard insiste su una serie di convergenze del tutto diverse, di quelle che preferiremmo tenere nascoste e ignorare.” (Zadie SmithFeel free –  Edizioni SUR, 2018)

Ma sbirciare nel vaso di Pandora – anche senza scoperchiarlo – non è uno scherzo, e può costare molto caro.

CONCLUDENDO: «Una ricerca Coop-Nomisma mette in luce che un Paese litigioso e diviso quasi su tutto si ricompatta intorno alla festa più attesa. E non sente lo stress da regali perché adora farli. I più richiesti? I buoni sentimenti. Natale, la grande medicina. La festa più attesa è come un balsamo sulle ferite di un’Italia divisa e litigiosa, «senza grandi passioni», commenta Albinio Russo, responsabile dell’ufficio Studi Coop che con Nomisma ha realizzato la ricerca Il Natale che verrà, «ma che ha un grande bisogno di pace e di tranquillità».(Aurelio Magistà – la Repubblica 21 dicembre 2018)

Prudenza, quindi: “In questo Natale 2018 in cui, secondo il Censis, la parola dell’anno è «cattiveria», pranzi e cene del 24 e 25 dicembre sono a rischio di «olocausto nucleare» più di quanto Vladimir Putin tema nuovi missili in Polonia o nei Paesi Baltici. Il desco natalizio era già di suo, e ancora di più da quando proliferano le famiglie allargate, il luogo e il momento in cui precipitano dissapori e odi incrociati sopiti per un anno intero. Ci si ritrova a tavola con parenti evitati per mesi, ex mogli, nuovi partner degli ex consorti, figli di provenienze disparate, suoceri ed ex suoceri. Ciascuno ha un suo motivo di scontento. Ogni sguardo può far deflagrare un conflitto.Per giungere incolumi a Santo Stefano, è raccomandabile sorvegliare la conversazione. Spiega l’esperta di galateo Laura Pranzetti Lombardini: «Gli argomenti da evitare assolutamente sono tre: religione, calcio e politica. (…)

«Bisogna evitare ogni argomento che può potenzialmente innescare tensione», raccomanda l’esperta. Se proprio si arriva a discutere della rabbia che imperversa, si dirotti in fretta sui gilet gialli francesi, da cui si può facilmente virare discettando di se all’Eliseo comandi Macron o Brigitte e di come sia possibile spendere 500mila euro per un servizio di piatti. Da qui si va facile al genio di Michel Houellebecq, che ha visto lontano, raccontando in Serotonina l’astio verso le élite e il politicamente corretto che erano prossimi a esplodere. «Parlare di libri e cinema è sempre auspicabile», assicura la specialista in etichetta. L’autobiografia di Michelle Obama è ad atterraggio morbido: è davvero il preludio a una candidatura alla Casa Bianca? Finirà come in House of Cards con Claire Underwood? Avete visto gli stivaloni dorati con cui ha oscurato Sarah Jessica Parker? Sono perfette, inutili chiacchiere da cappone e panettone. Bello il passaggio del libro in cui Michelle e Barack s’incontrano la prima volta, lei è la sua tutor, lui il suo stagista, lei si aspetta sia un pirla e invece è amore.

Poi, inevitabile, si finisce sul leggero. Tornano insieme Al Bano e Romina? Era una bufala su contratto la love story fra Asia Argento e Fabrizio Corona? A voi piace il nuovo fidanzato di Monica Bellucci? Con l’arrivo di questo Nicolas Lefebvre torneranno di moda i capelloni? Finirà così, che per non litigare, si parlerà di niente. Sempre meglio che respirare solo silenzi pesanti. “(Candida Morvillo – Corriere della Sera, 22 dicembre 2018)

Citiamo dalla “informazione pubblicitaria” di un noto marchio della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) attualmente diffusa sulla stampa nazionale:

«È Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese». (Charles Bukovski)

E se lo dicono pure loro,  buon Natale a tutti!  E che per un anno non se ne parli più. 

In testata: Paul Klee: “Angelo smemorato“, 1939 – Nell’immagine centrale: una scena da «La cena di Natale» (2016) diretto da Marco Ponti – Il brano Merry Christmas (I Don’t Want to Fight Tonight) dei Ramones è contenuto nell’album Brain Drain (1989) – Il brano “Tinsel and Lights” di Tracey Thorne è tratto dall’album omonimo (2012) L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)