Tutti gli articoli di maurimell

Turisti e viaggiatori

 

(SAREBBE ANCHE UN POSTO CARINO SE SOLO NON CI FOSSERO TUTTI QUESTI SCHIFOSI TURISTI!)

Pensando al tema del “viaggio”, un autore che viene subito in mente, coi suoi racconti di terre sconfinate e lontane, è lo scrittore e viaggiatore britannico Bruce Chatwin (1940- 1989), secondo il quale «Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma» (da Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi, 1996)

Chatwin, «… temendo di ammalarsi agli occhi – ha rischiato addirittura la cecità -, ha presto deciso di staccarsi da una ricerca “privata” del bello, per dedicarsi a più vasti orizzonti. Ha avuto così inizio un vero e proprio “elogio al vagabondare” che, per il primo viaggio, lo ha portato in Sudan. In seguito si è recato in Marocco, Afghanistan, Patagonia, Himalaya e Australia.

Proprio grazie a questo suo continuo errare, Chatwin ha potuto dare libero sfogo ad un animo inquieto e al desiderio di scrivere a proposito del mondo. La seguente frase diventerà il suo mantra: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”». (da L’undici.it)

Un’altra grande viaggiatrice è stata Alexandra David-Néel, la quale ha scritto: «Non esiste, credo, fonte di giovinezza più efficace della combinazione di queste due cose: viaggio e attività intellettuale». Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi di grandi viaggiatori e/o turisti e/o scrittori. Purtroppo o per fortuna, e comunque la si pensi, di fatto  il turismo è ormai divenuta la più importante industria di questo nuovo secolo.

Scrive infatti Marco d’Eramo, che «Tra il 1950 e il 1992 il turismo internazionale, misurato in numero di arrivi, crebbe a un ritmo annuo del 7,2%. Nel decennio 1980-1990 le entrate del turismo internazionale crebbero al ritmo annuo del 9,2%, ben oltre il tasso di crescita del commercio mondiale nel suo insieme.”32 “Nel 1951 la Grecia fu visitata solo da cinquantamila turisti; dieci anni dopo erano saliti a mezzo milione e nel 1981 a cinque milioni e mezzo”, 33 e nel 2015 – si potrebbe aggiungere – erano 23,1 milioni.

Complessivamente, i viaggiatori internazionali erano 25,3 milioni nel 1950; 69,3 nel 1960; 158,7 milioni nel 1970; 204 milioni nel 1980; 425 milioni nel 1990; 753 milioni nel 2000; 946 milioni nel 2010; un miliardo 186 milioni nel 2015 (dati della World Tourism Organization). Come si vede, nei primi venti anni il numero di arrivi raddoppiava ogni decennio, mentre complessivamente negli ultimi 63 anni il numero dei viaggiatori si è moltiplicato per 50! (Nel decennio 2000-2010 la crescita è stata “solo” del 25% a causa di due eventi eccezionali: prima l’11 settembre 2001 e poi la grande crisi economica del 2007-2008.)”

“Con i voli low cost, il turismo si è globalizzato: mentre nel 1950 le prime 15 destinazioni assorbivano il 98% degli arrivi turistici internazionali, nel 1970 la proporzione era del 75%, per scendere al 57% nel 2007. E che il turismo sia ormai globale non c’è dubbio: un miliardo e 138 milioni di arrivi l’anno significa che un umano su sette compie viaggi internazionali: una marea mostruosa, un’orda di cui a ognuno di noi tocca far parte. Se si contassero poi i viaggi del turismo interno (di solito per valutare il numero di turisti domestici si moltiplica per 4 quello dei turisti internazionali), si avrebbe l’immagine di tutta un’umanità in perenne, inesausto viavai». (da “Il selfie del mondo: Indagine sull’età del turismo” di Marco d’Eramo – Feltrinelli, 2017)

Aggiunge però d’Eramo che «A Pevas, villaggio peruviano sul Rio delle Amazzoni a est di Iquitos, io stesso ho visto attivisti indios che si toglievano blue-jeans, magliette e occhiali e cominciavano a dipingersi la pelle; e quando ho chiesto loro perché, la loro risposta è stata fulminante: “Il mercoledì arriva il battello coi turisti”». Allora la domanda che ci si pone è la seguente: «ma cosa è che motiva il turista? che lo spinge a viaggiare, ad affrontare spese e fatiche? A estenuarsi durante l’unico breve periodo di riposo che gli è concesso? A che pro?» 

C’è chi pensa al turismo come desiderio di fuga dalla vita quotidiana, come impulso  liberarsi , per il breve periodo delle ferie, dai vincoli della società. E chi invece ritiene che
«L’utilità del viaggiare è di regolare l’immaginazione per mezzo della realtà, e invece di pensare come le cose possono essere, vederle come sono”. L’utilità del viaggiare sta nel confrontare (e quindi tarare, correggere, modificare) quel che si vede con ciò che si era immaginato in precedenza». Semplificando, la differenza tra turista e viaggiatore si potrebbe schematizzare in questo modo: il viaggiatore è un individuo attivo, mentre il turista è passivo e aspetta che cose interessanti gli succedano. Con l’ulteriore paradossale contraddizione determinata dal fatto (oggettivo) che proprio il desiderio di vedere “il mondo come realmente è” modifica irreversibilmente il mondo stesso e rischia di trasformarlo in un unico, sterminato e fasullo Disneyland.

«In fondo, quello del turismo è il problema della modernità: in ogni momento della nostra vita siamo alla ricerca di un’autenticità che la nostra stessa ricerca rende irraggiungibile, inautentica

Soluzioni non ne abbiamo; dubbi invece tantissimi. Nel suo “Ritratto di  Natalia Ginzburg (La corsara – Neri Pozza, 2018) Sandra Petrignani, commentando la Ginzburg che tratta il tema dell’incomunicabilità, scrive: «Natalia avverte l’epoca che la circonda come “Una faccenda di giorno in giorno più sudicia” abitata da un doppio silenzio, quello con se stessi e quello con gli altri. (…) Diviso fra panico e e senso di colpa, ciascuno reagisce a modo suo, chi viaggiando, chi ubriacandosi “per dimenticare i propri torbidi fantasmi”, chi facendosi psicanalizzare, senza risolvere nulla».

Forse una possibilità era stata proposta (inconsciamente?) dalla stessa Petrignani qualche anno addietro: «Un po’ pellegrinaggio e un po’ seduta spiritica, questo libro porta dalla Sardegna di Grazia Deledda all’America di Marguerite Yourcenar, dalla Francia di Colette all’Oriente di Alexandra David-Néel, dall’Africa alla Danimarca di Karen Blixen, all’Inghilterra di Virginia Woolf. Un lunghissimo viaggio in case-museo che, attraverso mobili e suppellettili, stanze e giardini raccontano la storia sentimentale delle più significative scrittrici del Novecento». (dalle note di copertina di  Sandra Petrignani: “La scrittrice abita qui – Neri Pozza, 2003). Forse il suo progetto  di visitare le case e i luoghi di Grazia DeleddaMarguerite YourcenarColette, Alexandra David-Néel, Karen Blixen,  Virginia Woolf presupponeva la condivisione del pensiero di Marcel Proust. cioè la convinzione che:

«Delle ali, e un altro apparato respiratorio, che ci permettessero di attraversare l’immensità degli spazi, ci sarebbero inutili, perché se salissimo su Marte o Venere conservando gli stessi sesnsi, questi rivestirebbero dello stesso aspetto  delle cose della Terra tutto quel che potremmo vedere. L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è». (Marcel ProustAlla ricerca del tempo perduto, vol. 5: La prigioniera – Einaudi, 1978)

Il viaggiatore è colui che ha il progetto utopistico di capire e di cambiare se stesso e il mondo (viaggio e attività intellettuale); il turista invece  è colui che vuol distrarsi e non cambierà mai, ovunque si sposti nell’intero universo.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Verità, sostantivo plurale

 

1.Vacanze romane (Roman Holiday)” è un film del 1953 diretto da William Wyler, interpretato da Gregory Peck e Audrey Hepburn. Vi si racconta di una principessa in visita ufficiale a Roma che si sottrae alla sorveglianza dei dignitari e se ne va in incognito per la città in compagnia di un giornalista che incontra per caso. A Roma la principessa si concede una piccola vacanza e gira in Vespa con il giornalista per il centro della città. Quando arrivano davanti alla Bocca della Verità e il giornalista chiede alla donna di mettere la mano nella fessura (cioè nella bocca) per sapere se dice la verità.

La Bocca della Verità, infatti,  è la testa in marmo di un dio fluviale, con una grande
bocca aperta che si trova a Roma all’ingresso della basilica di Santa Maria
in Cosmedin. Dice appunto la leggenda che quando una persona, dopo aver infilato la
mano in questa bocca, fa un’affermazione, se dice il vero potrà tirar fuori la mano senza
conseguenze. Ma se l’affermazione è falsa la mano sarà tagliata. Il film Vacanze Romane ha quindi consacrato la Bocca della Verità ad una indiscussa fama  e da allora è entrato nell’immaginario turistico.

2. Nella realtà, la faccenda è naturalmente molto più complessa. «La locuzione “la verità” può essere anagrammata in una ventina di modi diversi. Tre di questi sono particolarmente significativi: relativa, rivelata, evitarla. Ognuno di questi anagrammi sintetizza un’opinione filosofica fondamentale appunto sul tema della verità. La verità rivelata è quella della metafisica o della religione. La verità da evitare è quella dello scetticismo, di chi dice che la verità non esiste o, se esiste, è comunque impossibile da raggiungere e dunque conviene evitare di confrontarsi con il concetto. La verità relativa – nota che l’anagramma funziona anche al plurale: le verità relative – allude all’idea che stiamo cercando di definire: quella cioè che esistono punti di vista diversi, in generale rispettabili se praticati in buona fede, e che ciascuno di essi contiene qualcosa che può aiutarci. La verità, insomma, si dice al plurale e nasce dal confronto rispettoso dei punti di vista.» (da Gianrico CarofiglioCon i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità – Edizioni Gruppo Abele, 2018)

 

Nel loro libro “The Enigma of Reason“, Hugo Mercier e Dan Sperber si pongono una domanda precisa: «Ma che cos’è la ragione? La maggior parte dei filosofi e degli psicologi sostiene che sia una facoltà di ordine superiore la cui funzione è di permetterci di arrivare ad avere credenze più certe. Ma allora, se abbiamo tutti questa facoltà, come mai non convergiamo tutti sulla verità? Com’è possibile che la ragione a volte sembri esacerbare i disaccordi invece che risolverli?»

La loro opinione è che «la funzione della ragione non sia tanto di permetterci individualmente di acquisire conoscenze più certe, quanto di scambiare informazioni e opinioni in modo più efficace: «Usiamo la ragione per convincere gli altri. Soppesiamo le ragioni che gli altri ci danno per decidere se credere o no a quello che ci dicono. Quando produciamo ragioni in un dialogo, non siamo oggettivi: il nostro scopo non è di scoprire la verità, ma di convincere gli altri di un’opinione che noi pensiamo già sia vera. Anche quando ragioniamo da soli, lo facciamo come se stessimo cercando di convincere un interlocutore, e anche in questo caso non siamo oggettivi. In un dialogo, un pubblico reticente ad accettare il nostro punto di vista ci obbligherà ad affinare i nostri argomenti e, a volte, a cambiare idea.»

E questo ovviamente è un limite: «Quando ragioniamo da soli (o con persone che hanno le stesse opinioni), l’uso della ragione tende a renderci ancora più convinti di quel che già crediamo, più “polarizzati” di quanto fossimo prima. Dunque sì, la maggior parte di noi pensa che ci sia un’opinione giusta e una sbagliata sui vaccini e su altre questioni controverse. Pensiamo tutti che le nostre opinioni siano giuste (altrimenti le avremmo scartate) e che quelle di chi sta dall’altra parte siano sbagliate.»

Mercier e Sperber sono convinti che la differenza di opinioni non dipenda dal fatto che le persone che la pensano come loro siano razionali e che gli altri non sappiano usare la ragione: «La ragione non è uno strumento per scoprire la verità, ma per produrre argomenti. Per usare così la ragione, ci deve essere un dialogo con una differenza iniziale di opinioni e un interesse comune per la verità. Ci dev’essere anche da entrambi i lati sufficiente modestia cognitiva per considerare la possibilità che ci stiamo sbagliando ed esaminare gli argomenti degli altri con apertura mentale. Anche se abbiamo tutti la facoltà della ragione, la modestia cognitiva, l’apertura mentale e la tolleranza reciproca sono qualità più rare. Si può pensare però, in una prospettiva storica, che queste qualità tendano ad aumentare nel tempo». (la Repubblica – 9 settembre 2018)

È la tesi espressa anche da Peter Weir nel suo film “L’attimo fuggente” del 1989:

3. “La corsia n°6” è un racconto di Anton Čechov del 1892.  Andrej Efimjc è medico di un ospedale di provincia, dove nel reparto n.6 sono rinchiusi cinque malati, sorvegliati e picchiati dal guardiano. Ivan Dmitric soffre di mania di persecuzione, si distingue dagli altri per nobili origini ed è un filosofo: con lui il medico dialoga frequentemente fino a immedesimarsi nel suo interlocutore. Dice il dottore Andrej Efimjc al paziente Ivan Dmitric:

Il freddo, come in generale ogni dolore, si può non sentirlo. Marco Aurelio disse: «Il dolore è la viva rappresentazione del dolore: fai uno sforzo di volontà, per mutare questa rappresentazione, respingila, cessa di lagnarti, e il dolore sparirà». Questo è giusto. Il saggio, o semplicemente il pensatore, l’uomo riflessivo, si distingue proprio perché disprezza il dolore; egli è sempre contento e non si meraviglia di niente”.

“Dunque io sono un idiota, poiché soffro, son scontento e mi meraviglio della bassezza di certi uomini”.
“E fa male. Se rifletterà più spesso, capirà quanto siano insignificanti tutte queste cose esteriori che la turbano. Bisogna tendere alla comprensione della vita, in questo è il bene autentico”.
“Comprensione…” si accigliò Ivan Dmitrič. “Esteriore, interiore… Mi scusi, ma queste cose non le capisco. Io so soltanto” disse, alzandosi e guardando arrabbiato il dottore, “io so soltanto che son fatto di sangue caldo e nervi, sissignore! E i tessuti organici, se sono vitali, devono reagire a qualsiasi stimolo. E io reagisco! Al dolore rispondo con un grido e con le lacrime, alla bassezza con l’indignazione, alla turpitudine con l’avversione. Secondo me, è proprio questo che chiamiamo vita. Quanto più un organismo è inferiore, tanto meno è sensibile e tanto più debolmente risponde allo stimolo, e quanto più esso è superiore,
tanto più ricettivamente ed energicamente reagisce alla realtà. Come si fa a non saperlo? Lei è dottore, e non sa delle cose così semplici? Per disprezzare il dolore, esser sempre contenti e non meravigliarsi di nulla bisogna raggiungere questo stato, guardi” ― e Ivan Dmitrič indicò un contadino grassissimo, quasi tondo, con una faccia ottusa, completamente ebete, un essere inerte, vorace, sudicio, che emanava costantemente un fetore acuto, asfissiante, e che da tempo ormai aveva perso la facoltà di pensare
e di sentire ― “oppure temprarsi talmente nella sofferenza da perdere ogni sensibilità. Ovvero, in altre parole, cessare di vivere. Mi scusi, io non sono un saggio né un filosofo” continuò Ivan Dmitrič, irritato, “e non capisco niente di queste cose. Non sono in grado di ragionare“. (…)

E quanto al vostro disprezzo delle sofferenze e al vostro non stupirsi di nulla, hanno un movente semplicissimo: la vanità delle vanità, l’esteriorità e l’interiorità, il disprezzo della vita, delle sofferenze e della morte, la comprensione, il bene verace, costituiscono, tutti insieme, una filosofia, che par fatta su misura per il poltrone russo. (…) Oh la comoda filosofia: da fare non c’è nulla, la coscienza è netta, e hai la sensazione di essere un sapiente… Ah no, illustre signore: non è filosofia codesta, non è meditazione, né larghezza di vedute; bensì è pigrizia, è fachirismo, è sonnolenta ebetaggine… Sì! – tornò a incollerirsi Ivàn Dmítric – Le sofferenze voi le disprezzate, ma fate che vi si schiacci un dito  nella porta, e vedrete se non vi mettete a urlare a squarciagola!“(da Anton Cechov – Racconti. Einaudi 1974)

Concludendo. Il paziente Ivan Dmitrič non possiede verità assolute e rassicuranti da condividere con gli altri, infatti è rinchiuso e picchiato dal guardiano del reparto dove sono rinchiusi “i matti”. Norberto Bobbio, nell’introduzione al Trattato dell’argomentazione di Perelman Olbrechts-Tyteca, scrive: «La teoria dell’argomentazione rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta degli invasati e e la non-verità degli scettici c’è posto per le verità da sottoporsi a continua revisione mercè la tecnica di addurre ragioni pro o contro. Sa che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza.»

Serve aggiungere altro? Forse solo una cosa: l’Arte non può mentire. Mai.

L’attimo fuggente (Dead Poets Society) è un film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Il dipinto Ritratto di Čechov (1898) è di Osip Braz

Il brano “La Verità” di  Brunori Sas è tratto dall’album “A casa tutto bene (2017)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Le piccole virtù

Cominciamo con una citazione: “Quando incontra Alberto [Moravia, N.d.R.], la giovane vita della Maraini è già stata segnata da due episodi drammatici. Durante la seconda guerra mondiale, Dacia è in Giappone con la famiglia, al seguito del padre Fosco che sta compiendo degli studi sugli Hainu, una popolazione del nord. Ma nel 1943 il governo nipponico chiede a Fosco e a Topazia [la madre, N.d.R.] di aderire alla Repubblica di Salò. Al loro rifiuto i Maraini, con tre bambine piccole, vengono rinchiusi in un campo di concentramento e per mesi le loro razioni di cibo sono talmente scarse che rischiano tutti di morire di fame. «È stata un’esperienza traumatica – ricorda Dacia -, ogni sera mi stupivo di essere ancora viva e la fame era un’ossessione che non mi lasciava mai»

Disperato per le condizioni delle sue bambine, Fosco alla fine decide di seguire un antico rituale giapponese dei samurai: si taglia un dito e lo lancia contro i suoi carcerieri. Con questo estremo gesto di coraggio vuole costringerli a fare qualcosa per loro. Quella di Fosco sembra una pazzia, in realtà in questo modo cruento riesce a suscitare il rispetto delle guardie che dopo molte proteste portano al campo una capretta. E grazie al suo latte le tre sorelle Maraini sopravvivono.” (da Anna Folli – MoranteMoravia. Una storia d’amore. Neri Pozza, 2018)

Saggezza, coraggio, umanità, trascendenza, giustizia, moderazione. Sono queste le sei classi di virtù a loro volta composte di ventiquattro forze caratteriali, secondo un gruppo di psicologi ricercatori che hanno pubblicato un apposito  “manuale” su  positivepsychologyprogram.com. Nella religione cattolica invece le virtù cardinali, che sono denominate anche virtù umane principali,  sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. (da Wikipedia) Altri propongono una classificazione basata sulle classi secondo temperanza coraggio, liberalità, magnanimità, mansuetudine e giustizia. Ma questa volontà di classificazione non importa più di tanto.

Le piccole virtù” è un breve saggio di Natalia Ginzburg, che è contenuto nella omonima raccolta pubblicata per la prima volta nel 1962 da Einaudi. La Ginzburg vi tratta dell’educazione dei figli. Inizia così:

«Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere. Di solito invece facciamo il contrario: ci affrettiamo a insegnare il rispetto per le piccole virtù, fondando su di esse tutto il nostro sistema educativo. Scegliamo, in questo modo, la via più comoda: perché le piccole virtù non racchiudono alcun pericolo materiale, e anzi tengono al riparo dai colpi della fortuna.

Trascuriamo d’insegnare le grandi virtù, e tuttavia le amiamo, e vorremmo che i nostri
figli le avessero: ma nutriamo fiducia che scaturiscano spontaneamente nel loro animo, un
giorno avvenire, ritenendole di natura istintiva, mentre le altre, le piccole, ci sembrano il frutto d’una riflessione e di un calcolo e perciò noi pensiamo che debbano assolutamente essere insegnate. In realtà la differenza è solo apparente. Anche le piccole virtù provengono dal profondo del nostro istinto, da un istinto di difesa: ma in esse la ragione parla, sentenzia, disserta, brillante avvocato dell’incolumità personale. Le grandi virtù sgorgano da un istinto in cui la ragione non parla, un istinto a cui mi sarebbe difficile dare un nome. E il meglio di noi è in quel muto istinto: e non nel nostro istinto di difesa, che argomenta, sentenzia, disserta con la voce della ragione.

L’educazione non è che un certo rapporto che stabiliamo fra noi e i nostri figli, un certo clima in cui fioriscono i sentimenti, gli istinti, i pensieri. Ora io credo che un clima tutto ispirato al rispetto per le piccole virtù, maturi insensibilmente al cinismo, o alla paura di vivere. Le piccole virtù, in se stesse, non hanno nulla da fare col cinismo, o con la paura di vivere: ma tutte insieme, e senza le grandi, generano un’atmosfera che porta a quelle conseguenze. Non che le piccole virtù, in se stesse, siano spregevoli: ma il loro valore è di ordine complementare e non sostanziale; esse non possono stare da sole senza le altre, e sono, da sole senza le altre, per la natura umana un povero cibo.

Il modo di esercitare le piccole virtù, in misura temperata e quando sia del tutto indispensabile, l’uomo può trovarlo intorno a sé e berlo nell’aria: perché le piccole virtù sono di un ordine assai comune e diffuso tra gli uomini. Ma le grandi virtù, quelle non si respirano nell’aria: e debbono essere la prima sostanza del nostro rapporto coi nostri figli, il primo fondamento dell’educazione. Inoltre, il grande può anche contenere il piccolo: ma il piccolo, per legge di natura, non può in alcun modo contenere il grande.»

Fosco Maraini senza dubbio aveva come riferimento le grandi virtù, più che le piccole. Così come senza dubbio lo aveva anche Leone Ginzburg, primo marito di Natalia; fu arrestato dai fascisti il 20 novembre 1943, consegnato ai tedeschi come ebreo, incarcerato, quindi torturato e di conseguenza  ucciso tre mesi dopo. La sua ultima lettera a Natalia non porta la data: «Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza, che tu lavori e scriva e sia utile agli altri

Scriveva nel ’500 il filosofo francese Étienne de La Boétie, nel Discorso sulla servitù volontaria: “Vorrei capire come sia possibile che tanti uomini… talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finché sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anziché opporglisi… Sono i popoli stessi che si lasciano incatenare, perché se smettessero di servire, sarebbero liberi. È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo, che potendo scegliere tra servitù e libertà, rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo… Il padrone che vi domina ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di diverso dall’ultimo dei cittadini… salvo i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite… Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi”.

Dostoevskij scrisse una volta che l’uomo non teme nulla più della vera libertà. Forse è proprio questo il motivo per cui insegniamo e adottiamo soprattutto il rispetto per le piccole, di virtù. Perché quelle grandi potrebbero magari renderci davvero più liberi. E questo ci spaventa.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Sei pagine di Boschi

Pur non  conoscendolo personalmente, ho la massima stima del giornalista Beppe Severgnini, attualmente  direttore del settimanale “7” del Corriere della Sera, per le cose che scrive e per i suoi interventi alla trasmissione “Otto e mezzo”. Pare comunque che Severgnini abbia accusato Marco Travaglio – attualmente direttore del “Fatto Quotidiano” – di essere ossessionato dalla figura di Maria Elena Boschi.

Comunque sia, l’ex ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento (governo Renzi) ed ex Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri (governo Gentiloni) rilascia ora una lunga intervista (comprendendo le numerose fotografie a colori, sei pagine intere) al citato settimanale diretto da Severgnini. Il titolo è: “Maria Elena Boschi: «È ancora difficile in Italia accettare una donna di potere»“. Ne propongo di seguito qualche estratto:

(…) Com’è adesso la sua vita? 
«Ho più tempo per me, gli amici e la famiglia. Ho riscoperto la bellezza di avere una mezza giornata nel weekend per leggermi un libro o guardare un film: anche quello serve a ripartire. Lavoro tanto – tra Parlamento e studio legale – ma rispetto a prima è come se facessi un part-time! Negli anni di governo non ho mai spento il cellulare. Quando ho avuto anche la responsabilità di seguire la Protezione Civile, ero abituata a svegliarmi più volte di notte per verificare di non perdere telefonate o messaggi. La notte del 1° giugno, quando si è insediato il nuovo governo, l’ho spento per la prima volta. Per qualche settimana continuavo a svegliarmi, controllavo lo schermo, poi pensavo: “No, non tocca più a me”».

Lei ha fatto un percorso abbastanza unico: ministro a 33 anni, sottosegretario a 35, a 37 è tornata ad essere deputata semplice.
«Le mie montagne russe le ho vissute già da ministro. È stata un’esperienza formativa dal punto di vista umano: ho dovuto combattere, appena nominata, i pregiudizi per cui “be’, è arrivata al governo giovane e senza esperienza, faceva comodo avere delle donne in squadra” oppure “è carina, ma non è così brava”».

Come li ha affrontati? 
«Con umiltà, spero, e determinazione. Ho cercato di andare avanti per la mia strada, sapendo che era una bellissima opportunità, che me la dovevo meritare e che stava a me dimostrare ogni giorno di esserne all’altezza». (…)

Crede che invece politicamente le abbiano fatto pagare il fatto di essere donna e, aggiungo, una bella donna? Si è sentita un capro espiatorio?
«Non so se sono stata il capro espiatorio, però il fatto che la vicenda di Banca Etruria abbia colpito indirettamente anche me…».

Indirettamente? 
«Sì, perché non ho mai avuto un’indagine né ho mai avuto un ruolo in quell’istituto, però ha toccato me politicamente. Mi hanno massacrata per nulla. E anche chi scriveva articoli di fuoco contro di me, in privato mi diceva: “Sappiamo che tu non c’entri niente”».

La Commissione bicamerale ha appurato che non vi furono pressioni, ma col senno di poi userebbe più cautela?
«No, perché non mi sono mai occupata della vicenda di mio padre. L’ha ribadito il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco: l’unica volta che parlai di Banca Etruria dissi che la mia preoccupazione era per i dipendenti dell’istituto e per il mio territorio e che non avrei voluto alcuno sconto, alcun favoritismo su mio padre. La vicenda di Banca Etruria è stata scelta per assorbire l’attenzione mediatica e non parlare di altre crisi bancarie, soprattutto delle Venete, dove ci sono forti interessi della Lega. Ed è servita come arma di battaglia politica: colpendo me, colpivano un intero progetto politico».

L’essere donna crede abbia influito? 
«Un po’ sì. Credo che quello che ho fatto io, nel bene o nel male, sia stato accettato con più fatica che non se l’avesse fatto un uomo».

Perché? 
«Perché nonostante gli enormi passi in avanti non riusciamo ancora ad accettare che le donne, a maggior ragione se giovani, possano avere dei ruoli in cui si gestisce il potere. E io li ho avuti. Non siamo ancora davvero abituati in politica e neanche in altri settori: quante sono le donne direttrici di giornali o che firmano editoriali? Se ce ne fossero di più, non avremmo forse un punto di vista diverso sulle donne in politica?». (…)

Che fine ha fatto il Pd? Chi l’ha votato e ancora lo vorrebbe vedere al governo, non se ne capacita. 
«È normale che dopo una sconfitta ci sia un po’ di spaesamento».

Dove ha sbagliato Matteo Renzi? 
«Se abbiamo sbagliato, abbiamo sbagliato tutti – io compresa – perché abbiamo condiviso con lui le scelte in Consiglio dei ministri e nel Pd. Renzi, da vero leader, si è assunto ogni responsabilità ma non vuol dire che decidesse tutto da solo. Forse abbiamo voluto affrontare in una sola volta, tutte insieme, troppe riforme. Ma non penso che ci fosse un altro modo per cambiare il Paese dopo 20 anni di scelte rinviate».

In cosa avete sbagliato? 
«Sul piano politico non abbiamo capito che il voto sul referendum sarebbe stato un voto politico. E poi non siamo stati capaci di comunicare quello che facevamo in modo efficace, forse. Si accusa il Pd di non essere stato presente nei luoghi della povertà, del disagio, nelle periferie. Francamente siamo stati più noi nelle periferie del M5S, che ne ha appena cancellato i fondi. Abbiamo cercato di dare risposte alle esigenze delle persone più fragili, ma non siamo stati capaci di dire loro in modo convincente: “Non riusciremo a risolvere tutti i problemi, perché non abbiamo la bacchetta magica, però proviamo insieme a superarli, siamo con voi”».

Un punto di forza e un difetto di Matteo Renzi? 
«Il coraggio. È il politico più coraggioso che conosco. Il difetto? Si fida troppo degli altri. Pensi a quanti debbono tutto a Renzi e il giorno dopo lo hanno scaricato in modo vergognoso».

Vi si rivolge la stessa critica: aver promesso di ritirarvi in caso di sconfitta e non averlo poi fatto… 
«Col senno di poi ho sbagliato. Ma l’ho detto perché credevo in quella battaglia. Se c’è ancora qualcuno che a 35 anni fa politica con passione, e magari si lascia scappare una frase per un eccesso di entusiasmo, non mi sembra così grave..!». (…)

Lei ha qualcosa da rimproverarsi?
«Non ridirei la frase “se perdo, lascio”: questa è facile! Poi è chiaro che certe cose le farei meglio. Non credo diverse però, sono sincera. So che non mi sono risparmiata».

Si reputa una donna felice? 
«Sì, sono felice. Perché sono dove volevo essere, mi posso occupare di politica, che mi ha travolto e sconvolto la vita, che mi appassiona e mi piace ancora, dopo i colpi bassi e la sconfitta. E poi sono felice perché ho una vita piena di persone a cui voglio bene. Per me i rapporti umani sono il bene più prezioso e li ho coltivati anche se a volte con qualche fatica, negli ultimi anni, perché il mio lavoro mi assorbiva molto».

Una curiosità, il libro che sta leggendo?
«Ne sto leggendo due in contemporanea, uno però magari poi non lo scriva sennò mi fanno mille battute».

Vada col primo. 
«Non si abbandona mai la battaglia, di Eric Greitens. È il racconto di un ex Navy Seal a un commilitone sulla resilienza, su come ci si reinventa tornati dall’Afghanistan».

E quello col titolo compromettente? 
«Il desiderio di essere come tutti, di Francesco Piccolo». (L’intervista è di  Stefania Chiale)

In definitiva, stupisce molto che nelle sei pagine di (tutt’altro che aggressiva) intervista manchi una domanda molto semplice, ma anche molto importante: “Perché ha scelto la causa civile contro De Bortoli e non l’ha querelato per diffamazione, come  nell’immediato invece sbandierò  ai quattro venti mediatici? Infatti: «Dopo sette mesi dall’uscita del libro “Poteri forti (o quasi)”, Maria Elena Boschi ha dato mandato ai suoi legali di citare in giudizio l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli. La tempistica non è passata inosservata: l’allora ministra delle Riforme – che, secondo il giornalista, avrebbe chiesto nel 2015 all’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni di “valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”, nel cda della quale sedeva il padre Pier Luigi Boschi – ha aspettato sette mesi prima di “portare in tribunale” De Bortoli nonostante avesse annunciato azioni legali all’indomani dell’uscita delle rivelazioni dell’ex direttore. Perché?» (da huffingtonpost.it)

Niente di preoccupante per lui, è ovvio, ma dopo aver letto questa intervista ho perso un piccolo frammento della mia stima per Severgnini. Inoltre, non so se sia vero che Marco Travaglio sia ossessionato da Maria Elena Boschi.  Ora però ho il serio sospetto di esserne ossessionato io. Forse perché  alle favole non ci credo più da un pezzo.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

 

Persone altamente sensibili

Credo comunque nell’aristocrazia, se questa è la parola giusta e se un democratico la può utilizzare. Non un’aristocrazia del potere ma … delle persone sensibili, premurose … I suoi membri si trovano in tutte le nazioni e in tutte le classi sociali, senza distinzione di età, e quando si incontrano si comprendono intuitivamente. Essi rappresentano la vera tradizione umana, la vittoria permanente della nostra strana specie sulla crudeltà e sul caos. Molti di loro muoiono nell’oscurità, pochi hanno raggiunto la fama. Sono sensibili verso gli altri quanto verso se stessi, sono premurosi senza essere assillanti; il loro coraggio non è boria, bensì il potere di resistere.

E.M. FORSTER“What I Believe”, in Two cheers for democracy

The Highly Sensitive Person” di Elaine Aron è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1996. La citazione di Forster riportata sopra si trova all’inizio di tutte le edizioni uscite nel tempo.

«Nel 1986 la psicologa americana Elaine Aron, psicoterapeuta e docente universitaria laureata presso l’università di Berkeley, scoprì la “Highly Sensitive Person” (HSP). Poco dopo comparirono varie pubblicazioni sia in America che in Europa sull’ipersensibilità e, seppure sia un argomento poco trattato in Italia, vari libri.
È impossibile dare una definizione precisa della persona altamente sensibile, che d’ora in poi chiameremo HSP, in quanto circa il 15% delle persone sia altamente sensibile e l’ipersensibilità sia solo una parte del carattere di queste persone. In pratica, le HSP sono più sensibili a stimoli sia esterni che interni di altri.» (da altamentesensibili.wordpress.com)

Da pochi giorni – precisamente dall’11 settembre – è disponile l’edizione italiana: “Persone Altamente Sensibili – Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge” (Mondadori, 2018). L’introduzione all’edizione italiana è della dottoressa Elena Lupo (Advanced Training HSP Consultant Persone Altamente Sensibili – HSP Italia™ www.personealtamentesensibili.it.) che scrive:

«La traduzione italiana di questo testo, pietra miliare per tutti gli studi successivi sul tratto dell’Alta Sensibilità, rappresenta un fondamentale punto di svolta per la sua diffusione anche nel nostro paese.

Per questa ragione, consapevoli della particolare accuratezza necessaria, abbiamo ritenuto utile fare alcune precisazioni terminologiche a favore del lettore.

La prima e più importante riguarda la traduzione del sintagma stesso “High Sensitivity”, che in italiano è spesso reso con “ipersensibilità”. Secondo diretta indicazione della dott.ssa Aron “ipersensibilità” sarebbe in realtà corrispondente a “Hyper Sensitivity”, che rimanderebbe a una condizione anormale, o addirittura patologica. La traduzione corretta, avallata dall’autrice stessa, è quindi il letterale “alta sensibilità”, e si riferisce a un elevato grado di sensibilità, che non è assolutamente da intendersi come patologico ma che rientra nel concetto di “normalità” comunemente intesa, in riferimento alle possibili caratteristiche generali della personalità. Di conseguenza anche l’acronimo HSP, ossia Highly Sensitive Person (o People), è da tradursi con “Persona/e Altamente Sensibile/i” (o PAS), piuttosto che con “ipersensibile/i”….»

Potremmo chiederci per quale motivo siano stati necessari oltre vent’anni per pubblicare questa edizione italiana, mentre altri autori e numerose altre pubblicazioni nel frattempo ne hanno diffuso i contenuti. Ma servirebbe a qualcosa? Forse no. Limitiamoci allora ad una semplice osservazione: “Finalmente!

Un torbido passato

  

Si fa un gran discutere sul concetto di “populismo”; concetto in verità piuttosto confuso e ambiguo per i più. Nessun problema: ci pensa il nostro Ministro dell’Interno a chiarircene il significato. Nella sua peggiore accezione, è ovvio, ma in modo esplicito. Così: «”E’ alla fine della diretta Facebook che sfodera l’arma letale, pericolosissima per ogni tenuta democratica: “Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno“.

Raccontano che quando nel pomeriggio i carabinieri si sono presentati al ministero con la busta della procura di Palermo, Matteo Salvini non ha avuto dubbi. Già era furioso per gli attacchi di Magistratura Democratica (Salvini “eversivo”). La busta portata dai due gendarmi gli fa brillare gli occhi: sa che è l’avviso di garanzia per il caso Diciotti, lo prende come un regalo prezioso da scartare con cura di fronte ai fans in diretta Facebook. Insieme alla busta, Salvini apre consapevolmente una voragine di scontro con la magistratura che nemmeno ai tempi di Silvio Berlusconi. “Io sono stato eletto, loro no“: è lo Stato contro lo Stato, il popolo contro i pm. Letale». (da huffingtonpost.it)

Ma di cosa davvero ci stupiamo, ipocriti noi? Come scrive Tomaso Montanari, la Lega è un partito guidato da un leader che, parlando di migranti, ha dichiarato: “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia… via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve”(febbraio 2017). Che pensa che “il fascismo ha fatto tante cose buone”( gennaio 2018). Che vuole “un cittadino su due armato” (febbraio 2018). Che si è fatto fotografare mentre dà la mano a un candidato della Lega con una croce celtica tatuata sul braccio: un candidato che poi tutta Italia conoscerà come il terrorista fascista di Macerata. Quindi, ripeto, di cosa mai ci possiamo stupire? L’abitudine di evitare il rendiconto con il proprio passato, con le proprie radici storiche potrà anche far comodo nell’immediato, ma prima o poi si paga. E l’Italia, i conti più scottanti con le sue radici e responsabilità  davvero non li ha mai fatti. Anzi, al contrario lo ha sempre accuratamente e strategicamente evitato e ha sempre messo troppa polvere sotto il tappeto. Di conseguenza ha poi dovuto, giocoforza isolare e/o eliminare coloro che osavano denunciare questa semplice, banale ma sporca e inconfessabile verità.

Pier Paolo Pasolini,  per esempio. Pasolini che già  sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 scriveva:

«Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.


Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.»

Di cosa ci stupiamo, lo sappiamo da sempre: «È nei limiti storici dell’antifascismo italiano, e nella profondità delle radici fasciste che bisogna ricercare le cause lontane che hanno permesso alla continuità dello Stato di resistere alla crisi determinata  dal crollo del fascismo e dall’avvento della repubblica, e di durare fino a oggi,malgrado le indicazioni rinnovatrici della Costituzione italiana». (Giovanni Amendola – La continuità dello Stato e i limiti storici dell’antifascismo – Editori Riuniti 1975)

Leggiamo nel libro di Davide Conti: «Le biografie pubbliche dei militari italiani rappresentate nel testo sono segnate e connesse tra loro da una comune provenienza ovvero tutti operarono, con funzioni di alto profilo, in seno all’esercito eo agli apparati di forza del fascismo nel quadro della disposizione della politica imperiale del regime, prima e durante la Seconda guerra mondiale.
La gran parte di loro, non tutti, vennero accusati dalla Jugoslavia, dalla Grecia, dall’Albania, dalla Francia e dagli angloamericani di crimini di guerra al termine del conflitto. Nessuno venne mai processato in Italia o effettivamente epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri della neonata Repubblica democratica (…) …analizzarne la dinamica e l’incidenza sul processo e sulle modalità di cesura intervenute nella transizione dall’assetto monarchico-fascista a quello repubblicano-democratico fornisce una chiave di lettura di rilievo per l’interpretazione dello sviluppo storico della democrazia in Italia e per l’individuazione dei punti di rottura e di quelli di persistenza tra le due fasi (…)
…il peso della Guerra fredda e la progressiva cristallizzazione degli equilibri geopolitici da essa definiti crearono i presupposti per una soluzione della questione dei crimini di guerra italiani che sul piano internazionale garantì l’immunità ai militari del regio esercito rispetto alle richieste degli Stati esteri, su quello interno determinò l’impunità per i crimini nazifascisti compiuti in Italia». (Davide Conti – Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana – Einaudi 2017)
E allora, insisto, di cosa ci stupiamo?
Scrive Piergiorgio Paterlini (Repubblica Bologna 7 settembre 218): «Fa bene il comune di Marzabotto a opporsi all’archiviazione del caso di Eugenio Maria Luppi, il calciatore che quasi un anno fa dopo un gol aveva esultato con il saluto romano. Per i giudici non c’è stata apologia di fascismo o pericolo all’ordinamento democratico. A me sembra vero il contrario, ma non è questo, la giustizia farà il suo corso, per continuare con le frasi d’obbligo. Mi preme però il senso generale della vicenda, il segnale che questa storia dà e darà. Come si può far cadere nel vuoto un saluto romano, con tanto di bandiera della Repubblica Sociale Italiana? A Marzabotto, oltretutto, teatro di una tragica strage nazifascista nel settembre-ottobre del 1944.
So che su questo non siamo tutti d’accordo, ma io sono fra coloro che pensano stiamo sottovalutando il pericolo. E non voglio essere fra quelli che se ne pentiranno troppo tardi.»

Norberto Bobbio diceva che dobbiamo essere “democratici sempre in allarme”. E davvero è il momento di suonare l’allarme. Ma di cosa ci stupiamo?

In testata: anti-nazi cartoon di Marian Kamensky

A seguire:

Un’immagine di Pier Paolo Pasolini

Il corpo di Pasolini all’idroscalo di Roma, 2 novembre 1975

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)