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Conformismo e merito

1) DIRITTI. Il 26 agosto 1789, ventidue giorni dopo l’abolizione dei privilegi dell’aristocrazia in Francia, venne emanata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. L’articolo 6 della dichiarazione afferma che “Tutti i cittadini, essendo uguali agli occhi della legge, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici, secondo la loro capacità e senz’altra distinzione che quelle delle loro virtù e dei loro talenti. La “capacità”, le “virtù” e i “talenti” sono posti alla base di una nuova gerarchia sociale. La meritocrazia prende il posto di nascita, ricchezza o relazioni sociali nell’attribuzione del potere, che ora ha un legame diretto con il merito personale. Respingendo la vecchia società di classe, spostandoci verso l’ideale meritocratico, abbiamo creduto di eliminare ogni traccia delle gerarchie del passato.

2) MERITOCRAZIA. Michel Young, considerato uno dei più importanti sociologi del novecento, aveva capito che le cose nella realtà non vanno esattamente così. «Young sentiva che le gerarchie di classe avrebbero resistito alle riforme che voleva realizzare. Spiegò in che modo nel suo secondo best seller, L’avvento della meritocrazia, un’opera satirica pubblicata nel 1958. Come molti altri fenomeni, la meritocrazia deve il suo nome a un avversario. Il libro di Young si presentava come un testo scritto nel 2033, in cui uno storico analizzava la nuova società britannica sorta nei decenni precedenti. In quel lontano futuro soldi e autorità si guadagnavano, non si ereditavano. La nuova classe dirigente era determinata dalla formula “quoziente d’intelligenza (qi) + sforzo = merito“. La democrazia avrebbe ceduto il passo al governo dei più intelligenti, “non un’aristocrazia della nascita, non una plutocrazia della ricchezza, ma una vera meritocrazia del talento”. Era la prima volta che la parola “meritocrazia” si leggeva stampata su una pagina, e il libro vole va mostrare  come sarebbe stata una società costruita su questo principio. (…)

Uno dei primi intoppi del sistema è che “quasi tutti i genitori proveranno a favorire in modo sleale i figli”. E in una situazione di disparità dei redditi, è proprio una delle cose che i soldi permettono di fare. Se le condizioni economiche dei genitori contribuiscono a determinare i compensi dei figli, non siamo più in una società basata sulla formula “qi + sforzo = merito” Come sappiamo, i timori di Young erano fondati. (…) In poche parole, uno dei modi migliori per conquistare un posto tra chi ha più soldi, potere e privilegi è partire da lì. (…) Quelli che dovevano essere meccanismi di mobilità erano diventati fortezze di privilegi». (Kwame Anthony Appiah – “Contro la meritocrazia”, Internazionale n. 1286)

Per Michael Young, autore de L’avvento della meritocrazia, ripubblicato recentemente dalle Edizioni di Comunità (pp. 232, euro 15), la meritocrazia è un regime totalitario dove la posizione di un individuo viene determinata in base ai test di intelligenza somministrati dalla scuola elementare in poi e dove la ricchezza e il potere vengono distribuiti da una casta di «meritocrati» ancora più opprimente e arrogante delle oligarchie che oggi sfruttano privilegi nepotistici o espropriano la ricchezza comune con la corruzione e criminalità. (…)

Per Young la meritocrazia è sinonimo di un potere arbitrario in un sistema che tende ad autodistruggersi. Lo Stato moderno è incapace, almeno quanto lo è il mercato, di determinare un’equa redistribuzione delle competenze e dei meriti. Più che un sistema efficiente, la meritocrazia indica l’attitudine di una classe dominante che rende i suoi esponenti impermeabili ad ogni critica o a slanci verso una redistribuzione sociale che non sia quella imposta dall’interesse di classe. Una tesi sostenuta da Young in un articolo pubblicato sul Guardian nel 2001, intitolato «Abbasso la meritocrazia». Facendo i conti con Blair, Young sostenne che la meritocrazia non serve a migliorare le prestazioni di un sistema, ma semmai a peggiorarle in una burocrazia kafkiana. Essa afferma il senso di superiorità basato sul privilegio della proprietà, sulle rendite di posizione e sulla centralità acritica e indiscutibile dell’impresa.

La meritocrazia serve «ad alimentare un business che va di moda – scrive Young – Se i meritocrati credono che il loro avanzamento dipende da ciò che gli spetta, si convinceranno che meritano qualsiasi cosa possono avere». «I nuovi arrivati oggi possono davvero credere di avere la moralità dalla propria parte».” (da ilmanifesto.it)

3) QUOZIENTE D’INTELLIGENZA (QI). «Sin da quando sono stati elaborati, nel 1912, i test del QI sono molto controversi e sono numerosi gli studi che ne denunciano la mancanza di fondatezza. (…) Quando l’uomo vuole misurare l’intelligenza, infatti, di rado lo fa per scopi umanitari. Si cercò soprattutto di confermare dei pregiudizi razziali, di giustificare il dominio della classe borghese sul proletariato e di dimostrare l’ereditarietà dell’idiozia.

Questi test che pretendono di essere rigorosamente scientifici sono in realtà molto soggettivi. Il termine QI in origine indicava il quoziente tra l’età mentale e quella biologica moltiplicato per 100. (…) Per di più, i test del QI non prendono in considerazione il livello sociale né la cultura dell’individuo. Per esiste un’innegabile correlazione tra il punteggio ottenuto e il livello socio-professionale della persona. Ciò può essere spiegato dal fatto che questi test misurano solo la capacità di effettuare alcune attività intellettive più diffuse negli ambienti privilegiati che nelle classi popolari. Lo stesso vale per il lessico, che penalizza inevitabilmente il QI verbale dei proletari. Infine, il carattere scolastico del test si addice meglio a chi a chi proviene da famiglie elitarie, più allenato a questo tipo di prestazione.

Allora che cosa misurano? L’innegabile abilità delle classi socio-professionalmente privilegiate nelle svolgere alcuni compiti intellettivi mirati. Appare pertanto evidente che i risultati ottenuti sono del tutto artificiali. I test del QI sono concepiti in modo tale che i risultati si distribuiscano simmetrici attorno al numero 100, che è la media, in un grafico a forma di campana chiamato “curva di Gauss”.

Il 95,44% della popolazione ha un QI compreso tra 7 e 13. Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 13 e 145. Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 55 e 7. Quindi in una data popolazione ci sarebbe esattamente lo stesso numero di idioti e di geni. Che straordinario equilibrio! Se i risultati dei test del QI si inseriscono così armoniosamente nella curva di Gauss è perché sono studiati per farlo. (…) E poi che cosa vuol dire essere intelligenti? Significa essere portati per qualcosa in particolare? Per gli studi, la musica, gli affari? Come viene valutata l’intelligenza del cuore e il QE (quoziente emotivo)? Che cosa dovremmo pensare di un intellettuale brillante ma freddo ed egoista? E una madre di famiglia semplice ma istintiva e piena di buonsenso?

In questi ultimi anni la necessità di uscire dal concetto di QI e di chiarire meglio l’intelligenza ha prodotto nuove definizioni. Nel 198 Robert Sternberg ha proposto di distinguere tre aspetti dell’intelligenza: analitico, creativo e pratico; secondo lui, la conoscenza e la gestione delle proprie forze e debolezze in questi tre settori porterebbe all’intelligenza di successo. Nel 1983, Howard Gardner ha distinto otto manifestazioni d’intelligenza: linguistica, logico-matematica, musicale, corporeo-cinestetica, spaziale, interpersonale, intrapersonale e naturalistica. Ma a queste categorie potrebbero aggiungersene altre, tanto l’intelligenza è un concetto vasto e complesso». (Christel Petitcollin – Il potere nascosto degli ipersensibili,  Sperling & Kupfer – Pickwick, 2017)

4) CONFORMISMO. “Il conformista” è un romanzo di Alberto Moravia, pubblicato per la prima volta nel 1951. Nel 1970 ne è stato tratto un film omonimo diretto da Bernardo Bertolucci. (nel film sono state apportate importanti modifiche di trama; paradossalmente, l’immagine riportata nella copertina dell’edizione Bompiani 2018 non corrisponde al testo originale ma ad una variazione dell’adattamento cinematografico ). «Il romanzo, pubblicato nel 1951, è il ritratto di un personaggio e di un atteggiamento morale caratteristici del nostro tempo: il conformista e il conformismo. L’eroe contemporaneo, secondo Moravia, è l’uomo che vuole confondersi, essere uguale a tutti. Ma, in tutti i tempi, l’ingresso in società comporta un prezzo molto alto da pagare, soprattutto in termini di libertà individuale. Storia di un viaggio di nozze a Parigi e di un delitto di stato, biografia di un uomo e descrizione di un’epoca e di una società, l’opera è però più che altro la storia di un prezzo pagato da un conformista moderno per ottenere di entrare a far parte di una società inesistente, e nell’affrontare il grande tema del rapporto tra uomo e società si propone come uno dei lavori più coraggiosi e attuali dello scrittore romano.» (dalle note di copertina)

«… un desiderio di normalità; una volontà di adeguazione ad una regola riconosciuta e generale; una voglia di essere simile a tutti gli altri dal momento che essere diverso voleva dire essere colpevole. (…) Ancora una volta era la normalità che l’attraeva; e tanto più in quanto gli si rivelava non casuale né affidata alle preferenze e alle inclinazioni naturali dell’animo, bensì prestabilita, imparziale, indifferente ai gusti individuali, limitata e sorretta da regole indiscutibili e tutte rivolte a un fine unico. (…) «Come sei strano» dice Giulia, (la futura moglie di Marcello il protagonista del romanzo) «tutti vorrebbero essere diversi da tutti… e tu invece si direbbe che ci tieni ad essere come tutti.» (…) Era poi veramente buono? o non era piuttosto ciò che Giulia e sua madre chiamavano bontà, la sua anormalità, ossia quel suo distacco, quella sua assenza dalla vita comune? Gli uomini normali non erano buoni, pensò ancora, perché la normalità veniva sempre pagata, consapevolmente o no, a caro prezzo, con complicità varie ma tutte negative, di insensibilità, di stupidità di viltà quando non addirittura di criminalità». (Alberto Moravia – Il conformista, Bompiani 2018)

CONCLUSIONI. Di fatto, il valore del quoziente d’intelligenza (quello ufficialmente riconosciuto, il cosiddetto QI) cresce di parecchio grazie al conformismo sociale. Il merito personale cresce poi di conseguenza, secondo la scontata (e altrettanto riconosciuta) equazione: quoziente d’intelligenza+ sforzo = merito. Su che cosa poi significhi essere intelligenti, non è davvero il caso di ragionare troppo. Molto meglio allinearsi il più rapidamente possibile; i conseguenti vantaggi  non tarderanno a manifestarsi.

Oppure no?

Il brano “Il conformista” di Giorgio Gaber è contenuto nell’album “Un’idiozia conquistata a fatica” (1997/1998 – 1998/1999 – 1999/2000)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Finalmente Natale

UNO. «Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine.»

È l’incipit di Le correzioni, terzo romanzo di Jonathan Franzen, dove si racconta la storia della famiglia Lambert, composta da Enid, Alfred e i i loro figli Chip, Denise e Gary. Enid Lambert (la madre), delusa dal matrimonio («Enid scelse di credere alla promessa dell’apparenza. Da allora per lei vivere significò aspettare che Alfred cambiasse personalità»), e alla ricerca di un piacere illusorio su cui proiettare la propria felicità (Le sembrava che lei e Al fossero le uniche persone intelligenti della sua generazione a non essersi arricchite), si è imposta un obiettivo: riunire per un “ultimo” grande Natale tutta la famiglia. Questo desiderio per lei è un’ossessione. Perché Enid, nell’osservare la realtà, non può esimersi dall’applicare “correzioni”: ha infatti la presunzione di aver capito “cos’è che non funziona”, e perché le cose “vanno così male”.  Quindi il suo scopo è correggerle, le cose, nella perpetua illusione che il proprio mondo piccolo borghese sia quello giusto. Naturalmente anche Alfred (il padre) ha le sue correzioni da imporre [«Alfred temette che la “realtà” assediata per cui si era battuto non fosse la realtà (…) che tutto fosse relativo], solo che è ammalato e bisognoso di assistenza. Anche gli altri hanno correzioni da imporre. Quasi tutti, lo sappiamo bene…

Dalle note di copertina del libro: «Enid e Alfred Lambert trascinano le giornate accumulando oggetti, ricordi, delusioni e frustrazioni del loro matrimonio: l’uno in preda ai sintomi di un Parkinson che preferisce ignorare, l’altra con il desiderio, ormai diventato scopo di vita, di radunare per un «ultimo» Natale i tre figli allevati secondo le regole e i valori dell’America del dopoguerra, attenti a «correggere» ogni deviazione dal «giusto». (…) Impossibile non riconoscere che i Lambert siamo noi: in un momento della nostra vita, in qualsiasi luogo del primo mondo».

(…) Molto spesso Gary aveva la sensazione che ci fosse qualcosa di sgradevole che la sua famiglia voleva dimenticare, qualcosa che solo lui insisteva a ricordare; qualcosa che richiedeva soltanto il suo assenso, la sua approvazione, per poter essere dimenticato.

È ovvio, i Lambert siamo noi; e le nostre famiglie sono la famiglia Lambert.

DUE. A proposito di famiglie: Roma è un film del 2018 scritto e diretto da Alfonso Cuarón, vincitore del Leone d’oro alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La pellicola segue le vicende di una famiglia messicana a Città del Messico negli anni settanta.

Cleo è una giovane domestica di etnia mixteca che lavora presso una famiglia borghese del quartiere ROMA di Città del Messico. Il suo compito è quello di accudire i quattro bambini della famiglia, di lavare e cucinare. Cleo esegue il suo compito con amore e dedizione e sente per i fanciulli che gli sono affidati un vero affetto. Nel frattempo la famiglia si sfalda e nel Paese le rivolte diventano violente. «Era lei che volevo raccontare. La Cleo del film è la mia Limo, la mia baby sitter, la mia seconda madre. Che fosse donna, indigena e povera ne sono diventato consapevole dopo. È come con tua madre. Che sia una donna te ne rendi conto dopo: quando sei bambino lei è tua mamma e basta”». Le attrici/non attrici si chiamano Yalitza Aparicio e Nancy Garcia.

«A Venezia Alfonso Cuaron, raccontava come Roma sia la sua storia.  Sullo schermo vedi quattro ragazzini crescere con mamma, papà che se ne andrà, nonna e due domestiche che parlano una lingua tutta loro. Vedi i ragazzini che giocano con la pista delle macchinine che nei primi Anni 70 ci regalavano per Natale e che, tanto era più grande, tanto finiva per occupare tutta la stanza e tu in mezzo ci mettevi il bicchierone del latte… Dice il regista di Roma“Io sono tutti e quattro loro, anche un po’ la sorella maggiore. Poi c’è quello più creativo che forse mi somiglia. Ma io volevo raccontare come davvero sono cresciuto in una famiglia di donne. A un certo punto la madre dice a Cleo “siamo destinate a essere sole”. Sole come possono esserlo i guerrieri più coraggiosi, quelli che già ‘sanno’ perché sanno leggere la vita come noi maschi spesso non riusciamo». (da amica.it)

TRE. Velluto blu (Blue Velvet) è un film del 1986 scritto e diretto da David Lynch. Il titolo originale è tratto dall’omonima canzone di Bobby Vinton, cantata nel film da Isabella Rossellini in un locale notturno, lo Slow Club. Il film narra la storia di Jeffrey Beaumont, un giovane studente che, indagando personalmente su un macabro ritrovamento, scopre che nella sua cittadina esiste un ignobile mondo sotterraneo fatto di violenza, sesso, traffico di droghe e polizia corrotta. (da Wikipedia) Il mondo sotterraneo non è solo quello dei cosiddetti”fuorilegge”, ma anche quello nascosto dietro il sorriso perbenista di chi preferisce non vedere, da chi sceglie di non accorgersi di nulla. Oppure da chi proprio non ci riesce. È composto da coloro che scelgono di non scegliere, che scelgono di adeguarsi e dimenticare.

Ma c’è anche chi dice no: “…Ballard era specializzato nel prendere ciò che sembra “naturale” – ciò che sembra normale, familiare e razionale – e smascherarne la psicopatologia. Come è stato osservato molte volte, anche dall’autore stesso, il talento per lo straniamento del quotidiano era, in parte, frutto della sua insolita biografia: «Una delle cose che ho imparato dalle mie esperienze in tempo di guerra è stata che la realtà era come una scenografia teatrale […] la comoda vita di tutti i giorni, la scuola, la casa dove si abita e tutto il resto […] poteva essere smantellato dalla sera alla mattina» (…)

Pensate a quella famosa inquadratura di Velluto blu di David Lynch, in cui la macchina da presa si intrufola sotto il curatissimo praticello suburbano rivelando lo scenario brulicante e distopico che vi si annida dentro [vedi video sopra, N.d.R.] L’intenzione di Ballard è simile, ma più provocatoria. In Ballard la distopia non è nascosta sotto un bel niente. (…) Nel caso delle auto, siamo sempre incoraggiati a credere che ci sia una convergenza naturale fra accoppiate irrazionali di concetti come la velocità e l’autostima, o gli interni in pelle e la felicità in famiglia. Ballard insiste su una serie di convergenze del tutto diverse, di quelle che preferiremmo tenere nascoste e ignorare.” (Zadie SmithFeel free –  Edizioni SUR, 2018)

Ma sbirciare nel vaso di Pandora – anche senza scoperchiarlo – non è uno scherzo, e può costare molto caro.

CONCLUDENDO: «Una ricerca Coop-Nomisma mette in luce che un Paese litigioso e diviso quasi su tutto si ricompatta intorno alla festa più attesa. E non sente lo stress da regali perché adora farli. I più richiesti? I buoni sentimenti. Natale, la grande medicina. La festa più attesa è come un balsamo sulle ferite di un’Italia divisa e litigiosa, «senza grandi passioni», commenta Albinio Russo, responsabile dell’ufficio Studi Coop che con Nomisma ha realizzato la ricerca Il Natale che verrà, «ma che ha un grande bisogno di pace e di tranquillità».(Aurelio Magistà – la Repubblica 21 dicembre 2018)

Prudenza, quindi: “In questo Natale 2018 in cui, secondo il Censis, la parola dell’anno è «cattiveria», pranzi e cene del 24 e 25 dicembre sono a rischio di «olocausto nucleare» più di quanto Vladimir Putin tema nuovi missili in Polonia o nei Paesi Baltici. Il desco natalizio era già di suo, e ancora di più da quando proliferano le famiglie allargate, il luogo e il momento in cui precipitano dissapori e odi incrociati sopiti per un anno intero. Ci si ritrova a tavola con parenti evitati per mesi, ex mogli, nuovi partner degli ex consorti, figli di provenienze disparate, suoceri ed ex suoceri. Ciascuno ha un suo motivo di scontento. Ogni sguardo può far deflagrare un conflitto.Per giungere incolumi a Santo Stefano, è raccomandabile sorvegliare la conversazione. Spiega l’esperta di galateo Laura Pranzetti Lombardini: «Gli argomenti da evitare assolutamente sono tre: religione, calcio e politica. (…)

«Bisogna evitare ogni argomento che può potenzialmente innescare tensione», raccomanda l’esperta. Se proprio si arriva a discutere della rabbia che imperversa, si dirotti in fretta sui gilet gialli francesi, da cui si può facilmente virare discettando di se all’Eliseo comandi Macron o Brigitte e di come sia possibile spendere 500mila euro per un servizio di piatti. Da qui si va facile al genio di Michel Houellebecq, che ha visto lontano, raccontando in Serotonina l’astio verso le élite e il politicamente corretto che erano prossimi a esplodere. «Parlare di libri e cinema è sempre auspicabile», assicura la specialista in etichetta. L’autobiografia di Michelle Obama è ad atterraggio morbido: è davvero il preludio a una candidatura alla Casa Bianca? Finirà come in House of Cards con Claire Underwood? Avete visto gli stivaloni dorati con cui ha oscurato Sarah Jessica Parker? Sono perfette, inutili chiacchiere da cappone e panettone. Bello il passaggio del libro in cui Michelle e Barack s’incontrano la prima volta, lei è la sua tutor, lui il suo stagista, lei si aspetta sia un pirla e invece è amore.

Poi, inevitabile, si finisce sul leggero. Tornano insieme Al Bano e Romina? Era una bufala su contratto la love story fra Asia Argento e Fabrizio Corona? A voi piace il nuovo fidanzato di Monica Bellucci? Con l’arrivo di questo Nicolas Lefebvre torneranno di moda i capelloni? Finirà così, che per non litigare, si parlerà di niente. Sempre meglio che respirare solo silenzi pesanti. “(Candida Morvillo – Corriere della Sera, 22 dicembre 2018)

Citiamo dalla “informazione pubblicitaria” di un noto marchio della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) attualmente diffusa sulla stampa nazionale:

«È Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese». (Charles Bukovski)

E se lo dicono pure loro,  buon Natale a tutti!  E che per un anno non se ne parli più. 

In testata: Paul Klee: “Angelo smemorato“, 1939 – Nell’immagine centrale: una scena da «La cena di Natale» (2016) diretto da Marco Ponti – Il brano Merry Christmas (I Don’t Want to Fight Tonight) dei Ramones è contenuto nell’album Brain Drain (1989) – Il brano “Tinsel and Lights” di Tracey Thorne è tratto dall’album omonimo (2012) L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Creatività o ripiegamento

UNO. Giuseppe Pontiggia scrive: «…la prospettiva oggi dominante, quella della “creatività”, la trovo un po’ fatua, un po’ futile. Sposta l’accento, insomma, dall’oggetto al soggetto, sposta l’attenzione dalla cosa a colui che la fa. (…) Io non penso che sia importante la creatività come capacità di inventare, escogitare trovate, soluzioni brillanti. […] L’importante non è la capacità un po’ fine a se stessa, narcisistica, di cui uno si può compiacere, perché effettivamente dà una sensazione di leggerezza, di levità, appunto, di inventività; di cui non nego in un certo senso il piacere, però l’importante è la cosa che si fa, è l’oggetto a cui si dà vita. Non spostare l’attenzione su chi crea, ma sull’oggetto che è il frutto del suo lavoro. Questo lavoro, tra l’altro, può essere pagato a prezzo durissimo. (…)

L’atteggiamento che suggerirei è quello di una concentrazione  fiduciosa su se stessi, nel senso di attingere a se stessi per arrivare a dire quello che solamente chi scrive può dire. Un’altra cosa, che si collega a questa, è che l’originalità non va cercata, secondo me, in modi artificiosi, forati, voluti. Dev’essere il frutto spontaneo di un lavoro serio. Quando uno lavora con continuità, con precisione, con accanimento, alla fine non potrà che esprimere una personalità individuale. Non deve porselo come obiettivo a tutti i costi;…» Giuseppe Pontiggia: Conversazioni sullo scrivere –  Belleville Editore, 2016

DUE. «Helen è una persona essenziale per il quartiere. Il motivo per cui è essenziale lo riassumerei così: “Dà alla gente quello che la gente non sa di di volere”. Una categoria importante. Ben diversa dal concetto reso popolare da Rupert Murdoch: “Dare alla gente quello che vuole”. Ormai la versione  murdochiana di ci che è bene per la società la conosciamo tutti: ci viene imposta da trent’anni. La versione di Helen è diversa, e viene necessariamente applicata su scala minore. Helen dà agli abitanti di Willesden quello che non sapevano di volere. Libri intelligenti, libri strani, libri sul paese da cui provengono, o su quello in cui si trovano. Libri per bambini con dentro bambini che assomigliano almeno un poco ai bambini che li stanno leggendo. Libri militanti. Libri classici. Libri strampalati. Helen legge tantissimo, sa dare consigli. Se siete fortunati, avete anche voi una Helen in una libreria dalle vostre parti e capite di cosa sto parlando. (…)

A mio parere, un vero “Creativo” non dovrebbe accontentarsi di soddisfare un domanda preesistente, ma dovrebbe modificare  la nostra idea di ciò che desideriamo. Un’opera d’arte forma il pubblico che le è necessario, crea un gusto per sé stessa. In questo senso, al cuore della creatività si trova un rifiuto. Perché un’opera veramente creativa evita sempre di vedere il mondo come lo vedono gli altri, come viene generalmente descritto. Rifiuta le opinioni convenzionali e generiche: “rinnova”.

(…) …c’è una cosa molto importante che l’era digitale può insegnare ai giovani Creativi: la mancanza di sentimentalismo. La passione per il nuovo. La tecnologia è fondamentalmente priva di nostalgia, e i giovani che vogliono essere creativi farebbero bene a a coltivare questo istinto. Nella mia esperienza di artista, lottare contro la nostalgia è un lavoro a tempo pieno.

(…) E se la cosa più creativa da fare in questo momento fosse rifiutare? Dimostrarci scontenti di introdurre le nostre energie nel meccanismo ben oliato dell’ordine attuale? Immaginare un mondo diverso appare oggi come un dovere creativo, e dovunque si guardi sembra prendere piede un principio di rifiuto». (Zadie Smith: Feel free –  Edizioni SUR, 2018)

TRE. «La democrazia si basa sul principio di Abramo Lincoln secondo cui “potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo”. Se un governo è corrotto e fallisce nel migliorare le vite dei cittadini, una quantità sufficiente di cittadini alla fine se ne renderà conto e lo farà cadere. Ma il controllo governativo dei media mette in crisi la logica di Lincoln, poiché impedisce ai cittadini di comprendere la verità. Grazie al suo monopolio sui media, l’oligarchia al potere può costantemente rimproverare gli altri di tutti i suoi fallimenti  deviare l’attenzione verso minacce esterne, reali o immaginarie che siano.

Quando vivete sotto un’oligarchia del genere, c’è sempre qualche crisi o altro evento che diventa prioritario rispetto a questioni noiose come l’assistenza sanitaria e l’inquinamento. Se la nazione sta affrontando un’invasione da parte dei nemici esterni o un diabolico tentativo di sovversione dall’interno, chi ha il tempo di preoccuparsi dell’affollamento delle strutture sanitarie e dei fiumi inquinati? Producendo un flusso continuo di crisi, un’oligarchia corrotta può prolungare il suo dominio all’infinito. (…)

La ricerca si concentra su sullo sviluppo delle nostre abilità in particolare alle esigenze immediate del sistema economico e politico, piuttosto che di quelle legate alle nostre esigenze di lungo termine come esseri consapevoli (…) In questo gli esseri umani sono simili a tanti animali domestici. Abbiamo allevato docili mucche che producono notevoli quantità di latte, ma per il resto sono di gran lunga inferiori alle loro antenate selvatiche. Sono meno agili, meno curiose e meno intraprendenti. Stiamo creando esseri umani mansueti, che producono enormi quantità di dati e funzionano come chip molto efficienti in una gigantesca rete di calcolo, ma queste mucche-da- dati non sono capaci di coltivare il loro potenziale umano. Infatti non abbiamo idea di quale sia il massimo potenziale del nostro cervello, perché sappiamo così poco della mente. (…)

Nel XXI secolo le nazioni si trovano nella stessa situazione delle antiche tribù: hanno cessato di essere la giusta struttura per gestire le sfide più impegnative di questa epoca. Abbiamo bisogno di una nuova identità globale, perché le istituzioni nazionali non sono in grado di affrontare e risolvere una serie di situazioni difficili mai verificatesi prima. Ora abbiamo un’ecologia globale, un’economia globale e una scienza globale – ma siamo ancora bloccati con le sole politiche nazionali. Questa disparità impedisce al sistema politico di contrastare con efficacia i nostri problemi principali. Per avere politiche adeguate dobbiamo o de-globalizzare l’ecologia, l’economia e il progresso della scienza – oppure dobbiamo globalizzare la politica». (Yuval Noah Harari: 21 lezioni per il XXI secolo – Bompiani, 2018)

Concludendo. «Il potere economico-finanziario ha  da tempo preso il sopravvento su quello politico. Con il crollo del Muro di Berlino e la caduta del modello sovietico, all’economia di mercato si aprirono spazi enormi. Proprio l’esito incruento del conflitto Est-Ovest evidenziava il ruolo decisivo assunto dall’economia nelle società moderne e imponeva la priorità, il primato dei temi economici nelle scelte dei governi. Nell’89 le forze economiche acquistarono un’influenza decisiva. Ottennero, per così dire, un via libera nel determinare gli orientamenti delle amministrazioni, sostituendosi ai governi. Si verificò quasi una delega da parte dei governi ai manager delle maggiori corporationi. Il capitalismo, si è così trasformato in «turbocapitalismo» o «globalizzazione selvaggia». L’esito disastroso del capitalismo selvaggio si è manifestato con il collasso della Lehman Brothers nel 2008 e, a cascata, con la crisi che ne è derivata. Ne è stato investito tutto il mondo. Ma i Paesi occidentali ne hanno risentito più di altri. 

L’allarme si aggrava in ragione degli effetti corrosivi che la crisi ha prodotto nelle democrazie occidentali, con veri e propri sconvolgimenti che si stanno producendo nella società. Nel ventennio 1989-2008 è emersa non solo una mutazione genetica del modello economico, ma anche una concezione distorta dell’impresa, basata sulla ricerca esasperata dei profitti. Funzionale alla ricerca smodata dei profitti è stato il processo incontrollato di finanziarizzazione: nella sola area euro, le risorse finanziarie raccolte dal settore privato aumentarono dal 160% del Pil nel 1996 al 240% nel 2007. Nel frattempo si è bloccata la mobilità sociale e si sono radicalizzate le disuguaglianze. Di conseguenza oggi assistiamo alla rivolta delle popolazioni contro le élites a cui avevano affidato il compito di rappresentarle. Si stanno imponendo ideologie e governi di stampo sovranista che contrastano la globalizzazione in nome di un principio: privilegiare gli interessi nazionali o delle aree economiche e politiche a cui appartengono.

Ma fronteggiare da soli i problemi è puro velleitarismo. La globalizzazione, ci piaccia o meno,  è un fenomeno irreversibile, anche per effetto delle applicazioni tecnologiche. L’occidente ha perso la capacità di visione che dimostrarono gli Stati Uniti e i padri fondatori dell’Unione Europea alla fine della seconda guerra mondiale: cioè quell’intelligenza creativa, quella genialità di progettare il futuro, da cui sono nate le grandi realizzazioni della storia occidentale. Il male più insidioso che mina il tessuto sociale dei nostri Paesi è l’egoismo dell’hic et nunc; l’illusione del presente: ciò che conta è la velocità con cui si ottengono risultati e beni materiali. 

La sparizione di ideali e progetti collettivi, cioè politici e sociali, ha prodotto un ripiegamento nella sfera degli interessi individuali e privati. Se l’occidente non ritroverà lo spirito creativo di un tempo, verrà emarginato. Se invece ritroverà quello spirito tutto sarà ancora possibile». (Giovanni Bazoli – dalla Lectio Cathedrae Magistralis della facoltà di Scienze politiche e sociali dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, 4 dicembre 2018 – Corriere della Sera, 8 dicembre 2018)

Nella seconda immagine dall’alto: ritratto di Salvador Dalì (1904- 1989) – Nell’immagine qui sopra: il murales di BanksyDreams” –   L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il buono pasto

1. La ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs) è un film a episodi del 2018 scritto e diretto dai fratelli Coen, con protagonisti Tim Blake NelsonLiam NeesonJames FrancoZoe KazanTyne Daly e Tom Waits.  Il film illustra sei storie appartenenti al libro La ballata di Buster Scruggs e altre storie della frontiera americana. Mentre una mano sfoglia le pagine, troveremo delle immagini a colori che introdurranno ognuno dei sei capitoli e che rappresenteranno un episodio degli stessi. (da Wikipedia)

Il terzo episodio di questo straordinario film si intitola “Meal ticket“, che tradotto letteralmente significa “Buono pasto”; per estensione: “la pagnotta”. Esso  tratta di un impresario che viaggia di città in città con il suo carro per presentare lo spettacolo  “Il tordo senza ali”, un monologo – ispirato e profondo – di un giovane ragazzo inglese, di nome Harrison, mutilato sia di gambe che di braccia. Alla fine l’impresario chiede un’offerta sfruttando la situazione tragica del ragazzo, che così riesce comunque a sopravvivere.

Una sera l’impresario inizia girare per la città, preoccupato per il continuo  calo di spettatori; d’improvviso nota una piccola folla attirata dallo spettacolo costituito da una”gallina intelligente” che esegue operazioni matematiche di base indicando con il becco il risultato delle operazioni. Decide così di comprare il pollo. Provvisto di sacchi di mangime riprende quindi il suo viaggio. Un giorno però si ferma su un ponte e butta una grossa pietra nel fiume sottostante, come per sondarne la profondità. Nella scena finale, l’unico passeggero rimasto all’interno del carro è la “gallina intelligente”. La svolta “artistica” dell’impresario è davvero drastica, e ormai irreversibile.

2. “Se sei stanco della vita vai al cinema, se hai troppi pensieri vai al cinema…”. Così recitava, ai tempi della Grande Depressione economica, lo slogan di uno Studio hollywoodiano. Passano i decenni e le crisi si susseguono, però la logica rimane la stessa: in sala, i più premiati sono i film scacciapensieri in tutte le loro declinazioni. Lo conferma, ancora una volta, l’edizione delle Giornate Professionali del cinema (in corso a Sorrento) con il Premio Biglietto d’Oro, assegnato dagli esercenti italiani ai money- maker della stagione. La classifica dei film che, secondo Cinetel, hanno staccato più biglietti tra dicembre 2017 e novembre di quest’anno non lascia dubbi. In testa ci sono tre blockbuster di produzione americana: Avengers: Infinity war, Assassinio sull’Orient ExpressStar Wars: gli ultimi jedi. (…)

Cambia la forma, ma non la sostanza, se si passa alla triade di film italiani più visti della stagione, i cui registi e attori saranno premiati domani all’Hilton di Sorrento con le “Chiavi d’oro del successo”. Secondo la più consolidata tradizione autarchica sono tutte commedie: a conferma della predilezione per il genere “leggero” dello spettatore, che sa di potervi trovare la sospirata evasione dal quotidiano. I tre titoli italiani leader al botteghino sono Come un gatto in tangenziale, A casa tutti bene e Benedetta follia. Con la parziale eccezione del film di Gabriele Muccino, dal retrosapore amaro (ma anche con una pletora di facce note per attrarre il pubblico), gli altri due hanno soggetti in fondo simili che accarezzano lo spettatore nel verso del pelo mostrandogli come gli opposti (due uomini maturi e disillusi: Albanese e Verdone; due donne più giovani e “coatte”: Cortellesi e Pastorelli) s’incontrino e, alla fine, si capiscano. Per i film delle Rohrwacher, dei Garrone, dei De Angelis bisognerà aspettare altre stagioni.” (Roberto Nepoti – la Repubblica 4 dicembre 2018)

3. «In questa continua ed universale frivolezza di tutte le pubbliche e private radunanze, dove ognuno cerca l’altrui compagnia per fuggire se stesso e liberarsi  da un grave peso di noia, se voi poteste per mezzo a’ piaceri mescere qualche util vero, e qualche buon concetto, porreste nelle menti un poco di serio e di pensoso, che le disporrebbe a divenir buone per qualche cosa.» (Madame de Stäel – Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni – «Biblioteca italiana», gennaio 1816)

4. «Però quando sento lodare il lieto fine, oppure sento criticare un racconto perché si conclude in modo negativo – non voglio fare illazioni sui rapporti tra racconto e vita ecc. – dico solo che in generale gli uomini non credono molto al lieto fine. Quando compaiono i titoli di coda in un film che si conclude positivamente, la metà degli spettatori si è già alzata: non ci crede affatto. Fino a quel momento ha partecipato alla tragedia, al dramma. Così le telenovelas: quando uno capisce che c’è il lieto fine, spegne il televisore, non vuole neanche vederlo, non ci crede. In realtà è una convenzione che è più immaginaria, anche agli occhi di coloro che la chiedono, che reale. Cioè quello in cui si crede è la difficoltà, l’angoscia, l’incertezza; e sono anche, naturalmente, squarci di felicità, ma la vita non abbiamo molto bisogno di illustrarla.

Anche I promessi sposi sono una storia terribile, terrificante di violenze, di sopraffazioni, di angosce, di omicidi, di stupri. È una storia tremenda. Il finale, oltretutto, è un lieto fine? Manzoni comincia col dire che i paesani di Lucia si stupivano che si fosse creata una tale tragedia per una donna che, in fondo, non meritava tanto riguardo, tanta attenzione. Manzoni parla della separazione della coppia per l’inevitabile fine che li dividerà. quindi, a quelli che hanno sempre in mente che le cose nell’arte debbano concludersi positivamente, vorrei dire che sono i primi loro in generale a non credere. Io penso che anche il linguaggio della fiabe lo confermi. «E vissero felici e contenti». «Felici» è la felicità» piena dell’amore; «contenti», già si accontentano. E dopo sei mesi cosa c’è? Ci sarà il divorzio, forse, non so». (Giuseppe Pontiggia,  Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere  Belleville Editore, 2016)

Concludendo. Abbiamo tutti un’oggettiva necessità del nostro “buono pasto” quotidiano. Resta il fatto che, alla lunga, gli spettacoli delle “galline intelligenti” diventano noiosi e ripetitivi. Per non dire indegni e volgari.  Oltre la frivolezza, ci piacerebbe ogni tanto  veder anche mescere qualche util vero, e qualche buon concetto”. Giusto per non diventare polli a nostra volta, e per giunta d’allevamento.

Sopra: Raffaello Sanzio: La scuola d’Atene, affresco, 1509-1511 circa (particolare)  – Musei Vaticani, Città del Vaticano –  Il brano “Canzone contro la paura” di  Brunori Sas è tratto dall’album “A casa tutto bene (2017) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Auto-referenzialità

Il settimanale culturale della domenica di Repubblica, “Robinson“, il 25 novembre scorso ha pubblicata una “Intervista con Alessandro Baricco di Marco Bracconi” dal titolo Il mio manuale per i giovani Holden. L’intervista inizia così:

Le mie antologie quando andavo a scuola? Non mi piacevano per niente. I docenti erano bravi, ma i testi su cui ci facevano lavorare erano molto arretrati. Pensi che in primo liceo avevo un professore che aveva scritto una letteratura greca, ed era un insegnante fantastico; malgrado ciò il suo libro era illeggibile. Anche per questo, quando Zanichelli mi ha cercato, mi sono buttato in questa avventura».  La seconda luna, progetto di antologie e manuali letterari della Scuola Holden per il biennio delle superiori, è un’avventura che inizia sul palco bolognese di Repubblica delle idee nel 2016, quando Alessandro Baricco si lancia in un’intemerata contro i testi scolastici. Passa qualche giorno e dalla Zanichelli parte la telefonata: “Caro Alessandro, perché allora non ne fai una tu?” (…)

Tutto chiaro, e siamo d’accordo: le antologie scolastiche molto spesso sono scostanti, a volte addirittura  illeggibili; rischiano di intimorire i giovani studenti anziché affascinarli e avvicinarli alla letteratura. Perciò Baricco – viene da pensare – ci spiegherà ora nel modo più chiaro quali sono  i principi a cui si è attenuto nella redazione del suo nuovo manuale. Continuiamo fiduciosi a leggere:

Nemmeno due anni dopo ne escono Leggere 1 e 2, Scrivere e Narrare, quattro volumi dall’approccio innovativo « come dev’essere ai tempi del Game », spiega Baricco seduto alla scrivania di preside sulla quale, tra una traduzione di Seta in coreano e un album illustrato di Pinocchio, stanno appoggiate un paio di copie del suo ultimo libro dedicato al mondo di internet. « È pensando agli abitanti del Game che è nata la netta divisione tra parte antologica e teoria letteraria, ed è sempre pensando a loro che abbiamo strutturato esercizi ibridati con l’ambiente dei social network, deciso di inserire solo racconti che iniziano e finiscono e fatto scelte molto poco tradizionali, dove puoi trovare David Foster Wallace o Dave Eggers accanto a Maupassant e Umberto Saba». (…)

Ci domandiamo: “…i tempi del Game…!? …gli abitanti del Game…?!

Baricco  ci spiegherà senz’altro… quindi continuiamo:

“Perché avete scelto di separare i testi letterari dalla teoria?

«Lo dirò in modo semplice: non si interrompe un’emozione. La prima cosa che vedi aprendo La seconda luna è che nelle pagine di antologia non ci sono note ai testi. Meglio non capire cosa significa una parola e andare avanti, perché siamo voluti partire dalla fascinazione e dalla necessità di mantenere teso il filo costruito dallo scrittore. A quel punto i ragazzi hanno una strada davanti a loro e, coerentemente con le regole del Game, questa strada li porta a ordinare il materiale nel modo più facile da usare. Noi gli diciamo con chiarezza: qui stai leggendo, qui stai assumendo informazioni, qui invece stiamo parlando di come si scrive. Altre antologie, peraltro splendide, mettono le tre cose una dentro l’altra, così che mentre leggi devi anche imparare a scrivere e intanto memorizzare le regole di narratologia. Ma questo oggetto ( prende lo smartphone in mano ), non è fatto mica così. Con questo clic!, e si parte. E allora con la nostra antologia abbiamo fatto sostanzialmente un iPhone ( ride, ndr)… poi dentro questi libri, come è giusto, ci sono contenuti alti e importanti».”

“…coerentemente con le regole del Game”…!?

Prima o poi lo spiegherà, per forza… Dunque procediamo:

“Così tra gli esercizi per i ragazzi c’è anche scrivere uno stato di Facebook o il messaggio WhatsApp perfetto.

«Certo. Così come c’è il classico riassunto o il test di comprensione. Ma il punto è che un esercizio deve essere veloce e non stupidamente oscuro. Sono i concetti alla base del Game.»” (…)

“I concetti alla base del Game”…

Ancora niente.

“Dice che è arduo immedesimarsi in Renzo e Lucia, eh?

« Beh, sì. Tranne quando incontri l’insegnante pazzesco, quello che riesce sempre e comunque a farti capire che ciò che leggi ti riguarda». All’inizio dei testi è indicato il tempo di lettura, nella teoria abbondano engagement e discorso diretto rivolto allo studente. «Abbiamo avuto l’ossessione di costruire un oggetto che potesse essere usato, che servisse davvero. Anche per questo ho affidato molto della realizzazione delle antologie a persone giovani. Sono loro gli abitanti veri del Game.»” (…)

“Gli abitanti veri del Game”…?

Verrà spiegato forse più avanti:

“Non ci sono brani, solo racconti che iniziano e finiscono.

«È stata una scelta dura, ma fondamentale. Proporre il “brano tratto da” è un modo di fare molto novecentesco, affligge il ragazzo con l’idea che la fatica faccia bene. Se per leggere tre pagine di Maupassant devo prima leggere tutta la storia che contestualizza il brano, e magari poi non so nemmeno come andrà a finire… quanto lavoro devo fare per poter accedere all’esperienza di quelle tre pagine? Se ne può fare a meno, come oggi facciamo a meno del filo del telefono. Meglio un altro tragitto, come nei device del Game: leggere cose che hanno un inizio, uno sviluppo e una fine. (…)

I “device del Game”…?

Ultime righe, ormai:

Su ” Robinson” di qualche settimana fa titolammo il suo dialogo con Ian McEwan “Intellettuali buttatevi nel Game”. E se titolassimo questa intervista “Professori buttatevi nel Game”?

«Direi che sarebbe un ottimo titolo, ne sarei contentissimo. In fondo questo è quello che volevamo fare, e abbiamo fatto».

A proposito, ma perché l’avete chiamata “La seconda luna”?

«Perché forse le storie che tutti leggiamo, scriviamo o raccontiamo non sono che una seconda luna, inventata da noi umani per sconfiggere il buio nelle notti di tempesta». 

Così finisce l’intervista, senza spiegare nulla sul “Game”.

Giuseppe Pontiggia, nel magistrale ciclo di venticinque Conversazioni sullo scrivere per il programma Dentro la sera di RAI-Radio (poi pubblicato nel 2016 col titolo Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere da Belleville Editore), nella conversazione 8 ha detto:

«… l’uso del linguaggio settoriale o specialistico, da un punto di vista espressivo, dovrebbe essere evitato, eluso tutte le volte che è possibile. (…) il linguaggio specialistico nasce, appunto, dall’accordo di un gruppo circoscritto di persone circa il significato di certe parole. Ma non è la strada maestra, è una scorciatoia del pensare. (…) Ricordo d’aver fatto una conferenza a Milano, anni fa, in cui parlavo delle forme del linguaggio autoritario e vedevo nell’uso del gergo per esempio medico o per esempio tecnico, scientifico in certi casi, una delle forme del linguaggio autoritario.»

Giulio Ferroni, nel suo saggio “Profondità di superficie” contenuto in “Sul banco dei cattivi – A proposito di Baricco e di altri scrittori alla moda (Donzelli, 2006) scrive: «Al suo lettore Baricco garantisce che è possibile trarre alla luce ciò che è difficile, complicato, insondabile, che l’intrico dei linguaggi della comunicazione può essere  catturato senza sofferenze, ma come giocando e conversando, come scambiandosi delle battute con il vicino di poltrona nell’intervallo dello spettacolo. (…) In questa sua funzione di rivelatore della profondità, di maieuta che mostra come ciò che è difficile possa in definitiva risultare facile, lo scrittore afferma tutto il proprio prestigio spettacolare, l’eccezionalità della propria posizione. (…)

Egli vi dice che che il banale è essenziale, che la mediocrità è distinzione, che il facile è difficile, e per converso che l’essenziale è banale, che la distinzione è mediocrità, che il difficile è facile: ma, nel modo in cui ve lo dice, nel percorso attraverso cui giunge a rivelarvelo, sancisce continuamente il proprio essere dalla parte di un’essenzialità, di una distinzione, di una difficoltà, di qualcosa che comunque resta inafferrabile e segreto, che dovete considerare di sua suprema competenza, dono esclusivo del suo essere artista (…)

Un singolare nichilismo buonista e mediatico, narcisistico e combinatorio, quello di Baricco, che ha tanto successo perché va incontro alla brama di illusione, di proiezione estetica facile e “dolce”, di spettacolo leggero ed evanescente, di progressismo senza distinzione e senza contraddizione, della buona coscienza culturale contemporanea. Abbiamo bisogno di tessuti diversi

A proposito di auto-referenzialità. Ci credereste? Alessandro Baricco ha appena pubblicato un libro dal titolo The Game – (Einaudi Stile Libero Big, 2018).  La prossima volta che vi imbattete in un’intervista con Alessandro Baricco, perciò, prima comprate il libro appena pubblicato, leggete prima il libro poi l’intervista. Come si vede, lui lo dà per scontato. L’arroganza intellettuale è la premessa necessaria (e forse sufficiente) del linguaggio narcisistico e autoritario.

In testata: M.C. Escher, Mani che disegnano – Litografia, 1948. L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

 

Scrivere, non trascrivere

Sabato 10 novembre scorso si è svolta a Torino una manifestazione che è stata definita “pro TAV” (o anche “SÌ TAV”): «La piazza è quella aulica tra Palazzo Reale e Palazzo Madama, nel cuore di Torino. Un luogo simbolico che nei secoli ha visto scorrere la storia della città, rievocata oggi da chi ha scelto piazza Castello per dire sì alla Torino-Lione. Oltre 30 mila persone, per gli organizzatori, 25 mila per la questura: un successo, al di là dei numeri, che alimenta il dibattito sulle grandi opere. E, alla filosofia della decrescita felice, oppone una visione di futuro incentrata sulla crescita e sullo sviluppo. 

“Torino scende in piazza per dire tanti sì – a partire da quello per la Tav – che sappiano interpretare i bisogni della gente e che riscrivano il futuro di una città e di una regione“, spiegano gli organizzatori. Un camion scoperto sarà il palco della manifestazione. Vi saliranno le sette donne del Comitato Sì, Torino va avanti, Mino Giachino, promotore del Sì Tav- Sì Lavoro, Gianmarco Moschella, studente di Economia, e Guglielmo Nappi, studente di Ingegneria dell’AutoVeicolo.»  (ansa.it)

il successivo 12 novembre, nel corso del programma di approfondimento Otto e mezzo (su LA7), la conduttrice Lilli Gruber ha intervistato Patrizia Ghiazza, una delle sette organizzatrici della manifestazione “SÌ TAV”. Patrizia Ghiazza, all’osservazione del giornalista Scanzi del Fatto Quotidiano, ha risposto così: «Ci chiedeva Scanzi se siamo a conoscenza degli elementi tecnici, ambientali e  delle relative competenze di carattere più tecnico. Io posso solo dire che non siamo, né io né le persone che hanno organizzato questa manifestazione, le persone competenti per poter entrare nel merito, in quanto si tratta ormai di leggi dello Stato ratificate nel 2012 e ratificate nel 2015 dallo Stato Italiano. Quindi qualcuno prima di noi ha deciso attraverso un’analisi di contenuti e di valori economici la bontà di questo progetto. Quindi quello che noi desideriamo sostenere è che si possa proseguire e che si vada avanti. Nel senso che ci sono due trattati ratificati a livello internazionale Italia-Francia firmati dai rispettivi Capi di Stato italiano e francese.»

Confesso che queste affermazioni mi hanno lasciato davvero stupefatto. Per non dire basito. Cercherò quindi di spiegare, prima di tutto a me stesso, il motivo di questo stupore.

Giuseppe Pontiggia ha tenuto un ciclo di venticinque Conversazioni sullo scrivere per il programma Dentro la sera di RAI-Radio Due tra maggio e luglio 1994. Belleville Editore ha poi pubblicato nel 2016 il volume della trascrizione comprensivo di CD audio. Nella Conversazione 2, Pontiggia dice:

«Las Casas, un gesuita geniale del Cinquecento (…) aveva sostenuto che il compito di ogni vera educazione è di liberarci di quella che abbiamo ricevuto. In effetti, se noi applichiamo questa intuizione alla esperienza dello scrivere, constatiamo di avere ricevuto dall’ambiente famigliare e sociale e soprattutto dalla scuola una serie di pregiudizi pericolosi, di pregiudizi fuorvianti rispetto a uno scrivere che punti all’efficacia, all’espressività, all’intensità. (…)

Uno è che lo scrivere sia trascrivere. Alle elementari si insegna, comprensibilmente, che per fare un tema bisogna riflettere a lungo, avere le idee chiare e poi trascrivere quello che si è pensato. Bene, può essere un procedimento pedagogico funzionale alle elementari, ma questo atteggiamento di fronte alla scrittura dovrebbe essere superato quando si passa a una maturazione ulteriore. Io penso che lo scrivere sia soprattutto inventare nel senso etimologico di invenire. Invenire in latino voleva dire trovare. «Inventare» è un frequentativo di invenire e vuol dire essenzialmente scoprire quello che non si sapeva di conoscere, trovare quello che non si sapeva esistesse.

Penso che una delle mete di un narratore sia di dar vita a un testo che alla fine ne sappia più di lui, un testo che rappresenti per lui una fonte di sorpresa, di curiosità, di conoscenza, che non lo deluda alla rilettura, ma anzi riveli significati nascosti che lui stesso non poteva prevedere. Un testo è riuscito se ne sa più dell’autore, e questo è confermato sia dalla nostra esperienza, sia dall’esperienza storica. (…) l’aspetto idealmente e speculativamente più affascinante dello scrivere – un fascino pagato a duro prezzo – è che la conoscenza si realizza durante il percorso, attraverso il percorso. È un viaggio nell’ignoto. È un’avventura di cui non si sa mai l’esito, ma quando l’esito è felice ripaga degli sforzi che si sono compiuti per raggiungerlo»

Nella Conversazione 7 poi aggiunge che: « imparare a scrivere vuol dire anche imparare a leggere; e, se uno vuole impadronirsi dello strumento  della scrittura, deve – non può che – imparare a leggere con una particolare concentrazione, con un’attenzione, direi millimetrica, al linguaggio.» (Giuseppe Pontiggia: Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere – Belleville Editore, 2016)

Mario Vargas Llosa ha scritto: «Viviamo in un’epoca di specialisti. Il livello di conoscenza è aumentato e si è talmente diversificato che è impossibile riuscire ad avere la padronanza di diversi gradi di conoscenza. La nostra epoca ha creato gli specialisti, individui che sanno molto di un tema ma ignorano tutto il resto. Senza la letteratura, questa realtà si comporrebbe di individui solitari, incapaci di comunicare a causa della loro stessa specializzazione, capaci di confrontarsi soltanto con altri specialisti del proprio settore. Le discipline umanistiche, ma soprattutto la letteratura, ci ricordano quei denominatori comuni che ci astraggono dalla nostra specializzazione e ci fanno sentire parte di una comunità. (…)

Sono convinto che lo spirito critico sia fondamentale per il progresso della società. La civiltà si impoverirebbe molto se la letteratura sparisse o se diventasse un puro divertimento, uno svago passeggero e superficiale. La letteratura, senza dubbio, ci seduce, ci diverte, è un sistema enormemente ricco di distrazioni. Tuttavia, può anche spaventare, poiché suscita in noi il pensiero che il mondo non riesca a soddisfare tutti i nostri desideri. Se lo spirito critico scomparisse, probabilmente il mondo più avanzato, quello scientifico e tecnologico, diventerebbe un mondo di automi, di robot, e quegli incubi che la letteratura è stata capace di inventare, per esempio quelli di Zamjatin o Orwell, potrebbero concretizzarsi. Per tutte queste ragioni, credo che sia importante difendere il romanzo dalle minacce che incombono su di esso.

Curiosamente i pericoli oggi giorno non sono rappresentati dai sistemi della censura, ovvero da quelle ideologie o sistemi autoritari che vorrebbero controllare interamente la vita umana. Viviamo un’epoca in cui, probabilmente, non si è mai letto così tanto. Tuttavia, questo è un tempo in cui la letteratura ha sperimentato una trasformazione: ci distrae, ci addormenta, ci fa sprofondare in uno stato di sottomissione rispetto all’idea del mondo così com’è. Ed emergiamo dalla letteratura come alleviati e soggiogati da quella realtà che, invece, la vecchia letteratura ci esortava a mettere in discussione. Viviamo in un mondo in cui la cultura aspira all’intrattenimento. (…)

Mi rattrista anche immaginare un’umanità che smette di sognare poiché è stata convinta che il mondo in cui vive è perfetto e che ciò che ci circonda è sufficiente per soddisfare le nostre aspettative e realizzare i nostri sogni. Se questo dovesse succedere, tutto si esaurirebbe dove la storia ha avuto inizio: in un mondo senza libertà, interamente manipolato, non dalla paura ma da quei sistemi che hanno pensato che smettere di sognare qualcosa di diverso fosse un buon modo di condurre la vita. Non lo credo, non lo desidero e spero che i giovani siano capaci di capire la straordinaria importanza che ha, non solo per la vita degli individui ma anche per le società, la buona letteratura.» (Lectio magistralis di Mario Vargas Llosa– da Robinson 11 novembre 2018))

Nella Necessaria premessa di metodo del suo Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi 2018), Michela Murgia scrive: «In questo preciso momento storico abbiamo infatti a disposizione un’esuberanza di strumenti di controllo delle masse che nessun fascismo del secolo scorso ha avuto mai e questo si permette di sperimentare qualcosa di inedito: sorgere dal cuore di un sistema democratico pluridecennale e dominarlo senza mai dover ricorrere a un’azione militare interna o esterna. Manipolando gli strumenti democratici si può rendere fascista un intero paese senza nemmeno mai pronunciare la parola “fascista”, che comunque un po’ di ostilità potrebbe sollevarla anche in una democrazia scolorita, ma facendo in modo che il linguaggio fascista sia accettato socialmente in tutti i discorsi, buono per tutti i temi, come fosse una scatola senza etichette – né di destra né di sinistra – che pu passare di mano in mano senza avere a che fare direttamente con il suo contenuto. (…)

Quelle che seguono sono quindi istruzioni di metodo e in particolare istruzioni di linguaggio, l’infrastruttura culturale più manipolabile che abbiamo. Perché mai uno dovrebbe rovesciare le istituzioni se per ottenere il controllo gli basta cambiare di segno a una parola e metterla sulla bocca di tutti? Le parole generano comportamenti e chi controlla le parole controlla i comportamenti. È da lì, dai nomi che diamo alle cose da come le raccontiamo che il fascismo pi affrontare la sfida di tornare contemporaneo. Se riusciamo a convincere un democratico al giorno a usare una parola che gli abbiamo dato noi, quella sfida possiamo vincerla. (…)

Il popolo con un leader sarà litigioso, pretenderà di essere ascoltato, di discutere le decisioni che non gli piacciono, cercherà di far mancare il consenso, sarà irrispettoso dell’autorità, scenderà in piazza e si lamenterà, non sarà grato né ubbidiente. Il popolo che ha invocato il capo è invece fiducioso e si affida, riconosce la maggiore visione di chi prende le decisioni, non mette di continuo i bastoni fra le ruote e se scende in piazza è per dare sostegno e applaudire chi ha il gravoso e generoso compito di comandare. (…)

Le persone comuni, che in democrazia sono costrette a interessarsi, informarsi e decidere, col fascismo vivranno invece in pace, si occuperanno dei fatti propri e delegheranno volentieri al capo tutto il resto. Per questo, far loro capire nei dettagli quel che sta accadendo è una perdita di tempo: è sufficiente dire le cose necessarie e permettergli di affidarsi a chi sta decidendo. Non serve nemmeno che quello che si trasmette sia sempre vero, perché la verità in sé non esiste: è un dato politico, non un dato di realtà, e quindi chi governa la politica governa anche la realtà.(…)

A questo punto si potrebbe pensare che il fascismo sui social media debba comunicare attraverso messaggi semplici, ma sarebbe un grosso errore, peraltro uno dei preferiti dai democratici. La complessità non si deve semplificare, si deve banalizzare. Semplificare, oltre a essere complicatissimo, significa togliere il superfluo e tenere l’essenziale, ma è proprio il superfluo che genera l’utile rumore di fondo che rende tutte le voci uguali e neutralizza il maledetto dissenso.»

Vorrei ricordare alle sette “candide e ingenue” organizzatrici della manifestazione di Torino che nel mondo reale non sempre chi detiene il potere decisionale possiede l’innato dono della sincerità e dell’innocenza. Per fare un “piccolo” esempio, ricorderanno senz’altro  come Bush presentò la guerra in Iraq al popolo americano, e Colin Powell alle Nazioni Unite: Saddam – dissero – è il Male, ma quello che lo rende pericoloso, e rende necessaria una guerra preventiva, sono le sue “Armi di Distruzione di Massa ” . È stato poi candidamente ammesso che era una bugia (sostenuta in Europa anche da Blair e compagnia), un bieco pretesto per coprire i reali interessi di parte. Bugie  che la maggioranza dei media ha poi trascritto acriticamente – tali e quali – per molto tempo a venire. Oppure un fatto più recente: quando le agenzie americane di intelligence dichiararono che Putin aveva interferito nelle elezioni del 2016, Trump ha detto che Putin gli aveva detto di non averlo fatto. Tanto ci deve bastare, a suo parere. E si potrebbe continuare all’infinito.

Gentile signora Ghiazza: sbaglierò, ma in tutta sincerità rimane l’impressione che la vostra manifestazione non abbia scritto una pagina nuova. La sensazione è che con essa voi abbiate piuttosto trascritto un tema sulle solite leziose e banali, immaginifiche ma fatue verità che ci insegnavano alle elementari. Ammesso che siano verità. È un procedimento pedagogico giusto e funzionale allo scopo per i bambini delle elementari; ma le scuole elementari finiscono presto. Non tutti gradiscono venire trattati anche dopo come alunni con tanto di fiocco e grembiulino. Essere adulti e maturi, informati e responsabili è certo più faticoso (“È un viaggio nell’ignoto. È un’avventura di cui non si sa mai l’esito”) e può costare molto caro prendere liberamente posizioni coerenti alla propria coscienza e alla dignità personale. Tuttavia ciò è sempre necessario, nell’interesse di tutti i cittadini, e non solo di una ristretta minoranza composta dai soliti decisionisti, tanto allineati quanto privilegiati. Come diceva Pontiggia, “imparare a scrivere vuol dire anche imparare a leggere”.

In testata: Leonid Pasternak: The Throes of Creation  – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)