Baricco, Cofferati e frate Cipolla

“Robinson” di questa settimana (n° 22) contiene due corposi articoli-saggio, rispettivamente di Alessandro Baricco e Maurizio Ferraris, sul tema della Post-verità, termine che è stato nominato parola dell’anno dagli Oxford Dictionnaries. Per chi ancora non lo sapesse, “Il neologismo post-verità, derivante dall’inglese post-truth, indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza.” (da Wikipedia).

L’articolo di Baricco si intitola: “Perché questa definizione è infondata“. Inizia così: “Avrei una notizia da dare: questa storia della post-verità è una bufala. Vorrei essere più preciso: sarebbe bello se la smettessimo, tutti, di usare l’espressione ‘adesso che viviamo nell’epoca della post-verità‘ perché è infondata e fuorviante. Non aiuta a capire. In compenso aiuta spesso a sdoganare comportamenti discutibili e idee sciocche. Fine.

Cioè, fine per quelli che hanno fretta. Per gli altri, provo ad argomentare“.

Mi sovviene subito il saggio di Giulio Ferroni contenuto nel libro: “Sul banco dei cattivi“, sottotitolo: A proposito di Baricco e di altri scrittori alla moda (Editore: Donzelli), in cui egli ci avvisa che l’autore di Oceano mare è un furbetto a partire dal rapporto con il lettore: “Baricco misura il suo rapporto con il lettore, cercato sempre nei termini più disinvolti, sempre con una manata sulle spalle, come strizzandogli l’occhio, facendogli capire che siamo tra gente tra cui si capisce, che si condividono abitudini quotidiane, che si vive sull’onda di un compartecipe movimento del mondo, da cui sembra esclusa ogni contraddizione e ogni vera conflittualità.” Ecco, appunto.

Ma l’articolo su “Robinson” continua, e pure argomentando:”Per quel che ne capisco io, il termine di post-verità registra, un po’ in ritardo, e sintetizza, in modo piuttosto efficace, alcune cose che abbiamo scoperto recentemente sul nostro rapporto con la verità. (…) È più vera una notizia inesatta raccontata bene che una notizia esatta raccontata male”, e quindi aggiunge che “è da stupidi credere che da una parte ci sia la verità e dall’altra lo storytelling.”

Nel mio piccolo, tenderei invece a condividere l’opinione secondo cui “post verità” sia il termine idoneo a descrivere un tempo in cui i fatti  e la loro accurata descrizione contano molto meno, nella formazione dei giudizi e delle opinioni, rispetto al famigerato storytelling.  E delle bugie in esso contenute. Dando conseguenza al sillogismo secondo cui è da stupidi credere che storytelling e verità possano essere separati, senza dubbio faccio parte della categoria degli stupidi. Mentre Baricco ricorda invece il frate Cipolla dell’omonima novella di Boccaccio (Decameron, novella 10 della sesta giornata), che si può riassumere così:

A Certaldo vi è un certo frate Cipolla che di frate ha ben poco, essendo lui un buontempone e un gran retorico.  Un giorno, frate Cipolla, promette ai contadini presenti alla messa, di mostrar loro una importante reliquia: la penna dell’arcangelo Gabriele.  Due suoi vecchi amici, molto astuti, organizzano una beffa sottraendo la penna al frate. Mentre frate Cipolla è fuori per il pranzo e il suo servitore si distrae con una donzella, i due entrano nella sua stanza, trovano la cassetta contenente una piuma di pappagallo, che lui diceva essere quella dell’angelo, e dopo averla prelevata riempiono la cassetta con alcuni carboni.  Nel pomeriggio, al momento di mostrare la reliquia, frate Cipolla, aprendo la cassetta, si accorge dei carboni e, senza mostrare alcuno stupore, improvvisa una storia per la quale, fra le tante reliquie che lui possiede, ci sono due cassette identiche per la piuma e per i carboni con i quali fu arso S. Lorenzo.  Dicendo quindi di aver sbagliato cassetta, mostra con molto “successo” i carboni.  I contadini ugualmente contenti e onorati, rendono vana la beffa dei due briganti che stupiti e divertiti dal rimedio di frate Cipolla, gli rendono la penna che gli avevano rubato.

Inutile aggiungere che la parte dei contadini, creduloni ma contenti, la dobbiamo sostenere noi comuni cittadini. Del resto, a Bologna abbiamo avuto un sindaco che prima di andarsene dichiarò: “Se mi candido in Europa potete chiamarmi cialtrone“. E dopo essere stato eletto al Parlamento Europeo, a chi gli rinfacciava le sue perentorie affermazioni, Cofferati ha risposto così: “Infatti non mi sono candidato! Io non mi sono mai candidato a nulla! Il partito mi ha chiesto con molta insistenza di candidarmi. La politica per me è servizio.” Si trovano sempre due cassette identiche da poter scambiare.

L’intellettuale autore di Seta ci insegna insomma che l’arte di raccontare storie, impiegata come strategia di comunicazione persuasiva, alla prova dei fatti nell’Italia di oggi funziona (eccome se funziona) e coincide con la verità. Anzi, con la post-verità, e il tradimento dei chierici nel frattempo si fa sistema.

(Nel’immagine qui sopra: i giovani protagonisti del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse, A Tale from Decameron, 1916, Lady Lever Art Gallery, Liverpool)

 

 

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