Born to run

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Partirei dal presupposto che, a meno di essere critici letterari di professione, di solito tendiamo a leggere l’autobiografia di personaggi che ammiriamo. Personalmente infatti non leggerei  mai, per esempio, l’autobiografia di Liala o, chessò, di Raoul Casadei, ammesso che esse esistano.

Leggere l’autobiografia di Bruce Springsteen, (Born To Run, pubblicata in Italia da Mondadori) equivale quindi in un certo senso già di per sé ad una “dichiarazione d’amore” per l’autore. Anche perché si tratta di un volume non certo di difficile lettura ma nemmeno “leggero” in senso stretto (pensiamo alle impegnative descrizioni dei problemi di rapporto con il padre, nonché delle periodiche crisi depressive) e comunque abbastanza ponderoso: 536 pagine + foto.

Una volta chiarito che amo da sempre la sua musica, rinuncio di conseguenza a tentare qualsivoglia (per me impossibile in tutti i sensi) “critica letteraria”. La sensazione è comunque  che la copertina stessa del libro, tutta in bianco e nero, anzi in toni di grigio quasi si trattasse di una fotocopia dell’originale, stia a segnalare il fatto che le luci e i colori della vita da rockstar non è detto si mantengano sempre, una volta scesi dal palco e spento i riflettori. Dopodiché, leggendo il libro, l’urgenza immediata è quella di ascoltare ancora una volta la sua musica. Come ad esempio Hungry Heart:

Oppure di rivedere il video del suo Super Bowl Halftime Show 2009, del quale Springsteen scrive:

“Ancora una volta, la teoria della relatività si dimostra valida. Sul palco, l’euforia è direttamente proporzionale al vuoto sopra il quale stai ballando. Una performance che fino ad allora avevo guardato con sospetto aveva suscitato una reazione emotiva imprevedibile in me e nella mia band. Fu un momento clou, quasi uno spartiacque, tanto da aggiungersi ai concerti più indimenticabili della nostra carriera. La NFL ci aveva organizzato una festa di quelle che mai ci saremmo sognati, addirittura i fuochi d’artificio! Nel bel mezzo della partita di football, ci avevano permesso di raccontare una piccola parte della nostra storia.” (pag.479-480)

Che altro dire, a questo punto? Pare tutto superfluo e tutto indispensabile al tempo stesso. Limitiamoci quindi a questa citazione da pagina 37, dove parla della sua infanzia:

“Quando scoppiava un temporale, la nonna mi prendeva per mano e mi portava di corsa a casa di zia Jane, oltre la chiesa. Qui assistevo alla magia nera delle donne, che mormoravano preghiere mentre la zia ci aspergeva di acqua santa da una boccetta. A ogni lampo la sommessa isteria saliva un poco, finché sembrava che Dio stesso fosse lì lì per incenerirci. Si raccontavano storie di vittime di fulmini, e un giorno qualcuno commise l’errore di dirmi che il rifugio più sicuro durante i temporali erano le automobili, perché gli pneumatici facevano da isolanti. da quel momento, al primo tuono iniziavo a frignare, i miei mi portavano in macchina e mi lasciavano lì finché non spioveva. Non a caso avrei scritto testi sulle auto per tutta la vita.”

E forse non a caso avrebbe scritto anche “Thunder Road“:

 

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