Burocrazia criminale

arbeit macht frei

Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno, di Eyal Sivan, produzione francese del 1999, è un documentario sul processo di primo grado al tenente colonnello Otto Adolph Eichmann.

Le immagini sono integralmente tratte dalle riprese originali effettuate dal regista americano Leo H. Hurwitz, che aveva nascosto quattro telecamere dietro finte pareti. Esperto in questioni ebraiche e responsabile dell’emigrazione coatta prima, e dell’evacuazione forzata dal ’41 al ’45, venne rapito dai servizi segreti israeliani a Buenos Aires nel ‘60, dove si era rifugiato dopo la guerra. Il maggior responsabile dello sterminio di 6 milioni di ebrei (calcolo desunto dai verbali minuziosamente redatti dai burocrati della morte dei vari universi concentrazionari) era stato catturato dopo 15 anni di ricerche forsennate e per lungo tempo infruttuose. Il rito venne celebrato nel ‘61, nella Casa del Popolo di Gerusalemme. Il 31 maggio 1962, Eichmann veniva condotto alla forca. Scritto da Eyal Sivan e Rony Brauman, il film si ispira a La banalità del male di Hannah Arendt, che assistette al dibattimento in aula, quale inviata del New Yorker. Il dibattimento si è svolto in lingua ebraica con traduzione simultanea. Il film è quindi sottotitolato in italiano. Mi sono appuntato alcuni dei dialoghi che più mi hanno colpito. Essi non sono direttamente consequenziali, eccoli.

Un testimone: “Il tenente colonnello Eichmann prese la direzione dell’ufficio centrale per l’emigrazione degli ebrei (…) Era una persona molto posata“.

Domande del P.M.: “E’ esatto che lei ha dichiarato che il suo lavoro in Austria è quello che le ha dato più soddisfazioni e le ha fatto assaporare la gioia della creatività? In pratica il suo lavoro in Austria consisteva nell’espellere gli ebrei.”

Per tutto ciò che riguarda queste emigrazioni forzate, agli occhi dei suoi superiori lei era considerato un qualificato specialista. (…) E’ per questo che lei veniva chiamato ‘lo specialista’?”

Risposta: “Sì, avevo acquisito esperienza in materia” (…)

Ricevevo degli ordini, che la gente venisse uccisa o no, gli ordini dovevano essere eseguiti secondo la procedura amministrativa. Io ero responsabile di una piccola parte delle operazioni. Altri settori si facevano carico delle partenze dei trasporti”. (…)

La Corte: “Allora era inconcepibile che qualcuno fosse in grado di accettare le conseguenze di un rifiuto di obbedienza alle autorità?

Risposta: “Si viveva in un’epoca di crimine legalizzato dallo Stato. La responsabilità era di coloro che davano gli ordini”. (…)

La Corte: “E’ ciò che pensa lei, che si definisce un idealista, uno in grado di eseguire al meglio gli ordini che venivano dall’alto?

Risposta: “Io sentivo che la mia adesione al nazionalismo che veniva predicato significava fare il mio dovere secondo il mio giuramento. Questa era la mia interpretazione. Oggi sono cosciente che qualsiasi nazionalismo condotto all’estremo porta ad un egoismo brutale e da questo si arriva presto al radicalismo.” (…)

La Corte: “Questi Consigli Ebraici in quanto strumenti della politica tedesca nei confronti degli ebrei, facilitavano considerevolmente l’applicazione di misure contro di loro ed erano un risparmio importante del personale sia di polizia che di funzionari civili. Ciò fu possibile ingannando le vittime, facilitando il lavoro, facendo lavorare gli stessi ebrei, affidando a loro l’incarico del proprio sterminio.”

Risposta: “Sì. è vero.” (…)

Eichmann:”… dovevo recarmi nuovamente a Lublino. Dovevo portare una lettera al generale Globcnik nella quale gli veniva affidato il potere e l’autorizzazione di uccidere 150.000 o 200.000 ebrei. Ricordo ancora di aver sentito dire che Globcnik aveva  avuto la curiosa idea di farsi rilasciare, a fatto compiuto (non è chiaro cosa chiedesse, forse una liberatoria, ndt). Sembra l’avesse richiesto. E mi ricordo ancora che, quando attraversai Lemberg in auto, in periferia, vidi una cosa che non avevo mai visto, una fontana di sangue. Passai vicino al luogo dove poco prima erano stati fucilati degli ebrei e dove probabilmente sotto la pressione del gas, il sangue sprizzava fuori dalla terra come una fontana.” (…)

Dopo aver ammesso di considerare lo sterminio del popolo ebraico uno dei più orrendi crimini compiuti dall’umanità, Eichmann afferma: “Per concludere, già allora pensavo che questa soluzione estrema non fosse giustificata. La consideravo un atto mostruoso. Ma ero legato al mio giuramento di obbedienza e dovevo occuparmi nel mio settore dell’organizzazione dei trasporti. Non ero sciolto dal mio giuramento, quindi non mi sento responsabile nel profondo di me stesso e mi sento liberato da ogni colpa. Ero sollevato per non aver avuto nulla a che fare con lo sterminio fisico. Nulla a che fare. Ero fin troppo occupato dal lavoro che mi avevano affidato. Ero capace e svolgevo il mio lavoro su una scrivania, facevo il mio dovere conformemente agli ordini. Non ho mai avuto rimproveri per non aver compiuto il mio dovere o di aver mancato in qualcosa nel fare il mio dovere. E, ancora una volta, oggi, lo voglio ripetere”. Queste sono le ultime parole che Eichmann proferisce in Uno specialista,

 

 

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