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Per loro

Un «Moloch mostruoso che mette a rischio la conservazione del patrimonio architettonico». Questo il pacato giudizio di “Italia Nostra, associazione bolognese in difesa del patrimonio artistico”, che troviamo in una lettera aperta indirizzata a Comune e Belle Arti. Anche i comitati dei residenti, ovviamente, scrivono al sindaco Virginio Merola e al soprintendente minacciando ricorsi. “È bufera su Comune e soprintendenza per il “castello di container” in piazza Verdi (…) Una sollevazione collettiva che tuttavia non impressiona l’assessore Matteo Lepore: «I container resteranno lì da un minimo di due settimane a un massimo di un mese e mezzo, per accogliere anche eventi legati ad Artefiera. Sono provvisori» ha spiegato l’assessore ieri in question time. Contro di lui si scaglia però mezzo consiglio comunale, dalla Lega, al M5S, a Coalizione civica.” (Silvia Bignami su la Repubblica Bologna  del 13 gennaio scorso).

Visto l’argomento “dirompente” (qui a Bologna), scendono in campo i pezzi da novanta: “Philippe Daverio va controcorrente: «I container? Non li condannerei, li trovo interessanti e piazza Verdi non è certo lo spazio più importante della città». Un giudizio che deflagrerà come una molotov tra i bolognesi, i quali in massa hanno condannato gli “scatoloni” installati di fronte al Teatro Comunale. (…) Insomma, i container sono promossi? «Guardi, sono sicuro che se una cosa di questo tipo l’avessero realizzata a Berlino, tutti avrebbero detto: che gran trovata questi berlinesi! Noi, invece, non siamo per nulla attratti dall’innovazione. Anzi, il nuovo ci spaventa». (Intervista di Valerio Varesi, la Repubblica Bologna, 14 gennaio 2018).

Obbligatorio, a questo punto, sentire il parere di Eugenio Riccomini, il critico e divulgatore d’arte più famoso della provincia, notoriamente avverso a ogni genere di innovazione, ma dalla cui opinione – sempre qui da noi – pare non si possa prescindere. Infatti: «Una delle caratteristiche dell’età moderna cui nessuno pensa è proprio quella di difendere l’antico. Il nostro dovere, lo dico pensando prima di tutto a sindaco e soprintendente, è far sì che dentro le mura la città rimanga così com’è. Io lì non ci metterei proprio niente, al limite un mercatino di libri usati, che si smonta velocemente». Così il critico d’arte Eugenio Riccomini interviene sul tema molto dibattuto del Winter Village in piazza Verdi, rispondendo anche a Philippe Daverio che dalle pagine di Repubblica Bologna aveva mostrato apprezzamento per la struttura di container appena ultimata.” (Intervista di Eleonora Capelli su la Repubblica Bologna del 16 gennaio 2018)

La pietra dello scandalo, il “Moloch mostruoso” (per di più temporaneo) è questo:

Nel mio piccolo, comunque, condivido in pieno il punto di vista di Claudio Favelli, il quale scrive:“se un architetto mette, per qualche mese, una torre di ferro di un colore approvato dai controllori del contesto, nella città delle torri, e si grida allo scandalo, bisogna iniziare a chiedersi delle cose. Una storiella, non proprio da buttare e da raccontare ai nipotini, potrebbe essere che questi benedetti container che stanno negli interporti e nelle periferie (che sono brutte, mentre invece le piazze del centro sono belle) sono proprio il simbolo della globalizzazione e sono quelli che ci portano, come Babbo Natale, tutta la nostra cara merce che ogni giorno desideriamo che ci arrivi al pianerottolo di casa. È l’altra faccia della medaglia, insieme, ad esempio, alla condizione di quelli che ci lavorano o al contesto di enormi capannoni fatti per contenere tutti i desideri che arrivano col corriere. Se per una volta, per qualche mese, le cose che stanno nei posti brutti, vengono (riverniciate) nei posti belli, non sembrerebbe un gran scandalo, a meno che non si voglia mettere sempre la polvere sotto il tappeto.”

Ecco, appunto. Gridare allo scandalo ogni volta che si attua un intervento nel contesto storico consolidato, equivale a mettere sempre la polvere sotto il tappeto. Gli esempi si sprecano: le “barriere di protezione” del portico dei Servi in strada Maggiore vengono giudicate “maniglie di una valigia” (Riccomini); i fittoni collocati sotto le due torri per proteggere l’area pedonale invece uno “scempio”, una “selva fallica”  da parte di una trentina di singoli fra urbanisti, architetti e storici – fra loro anche Eugenio Riccomini e Pier Luigi Cervellati – e di tre associazioni: Italia Nostra, Comitato per Bologna storico artistica, Società di Santa Cecilia – Amici della Pinacoteca di Bologna.

Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi. Invece non si ricordano analoghe alzate di scudi rispetto recenti (quanto indecenti) mostruose realizzazioni effettuate nell’immediata periferia dai potentati politici, economici e progettuali locali; come (per fare un solo esempio) la famigerata “porta Europa” di via Stalingrado, orrenda accozzaglia di forme insensate, tra cui torri merlate, ponti e bottiglie: migliaia e migliaia di metri cubi ammassati uno sull’altro all’ingresso nord della città, vero e proprio “ecomostro” urbano voluto da Unipol e promosso grazie ai metodi e alla sollecitudine del sottogoverno e della burocrazia. Di modo che, per chi arriva in città da quella parte, sia già tutto chiaro.

Smettiamo allora una buona volta di mettere la polvere sotto il tappeto. Bisogna ricominciare a chiedersi (e a chiedere)  molte cose, ma per davvero. Come faceva (uscendo una buona volta dallo strapaese) Bruno Zevi (Roma, 22 gennaio 1918 – 9 gennaio 200), del quale il 22 gennaio scorso ricorreva il centenario della nascita. Architetto, urbanista, politico e accademico italiano, noto soprattutto come storico e critico d’architettura. Egli metteva l’arte alla base dell’antifascismo e condannava il degrado urbanistico e morale del Paese. Molto da fare, quindi, da queste parti. Ed egli  manifestava il suo impegno anche nella politica attiva.

“Questa occupa grande spazio nella sua vita fin da quando, fuggito dall’Italia per le leggi razziali, nel 1939, Zevi approda a Londra e poi negli Usa, dove si laurea – ad Harvard – e dove dirige i Quaderni italiani di Giustizia e Libertà insieme ad Aldo Garosci ed Enzo Tagliacozzo. Rientrato a Roma, partecipa alla Resistenza con il Partito d’Azione. Verranno poi il Psi e il Partito radicale, di cui sarà presidente fra l’88 e il ’91 e nelle cui liste verrà eletto in Parlamento nell’87. (Francesco Erbani – La Repubblica 22 gennaio 2018)

In “Il linguaggio moderno dell’architettura” (Piccola Biblioteca Einaudi, 1973) scriveva: Contro ogni teoria dell’ambientamento. Quando si affronta l’argomento dell’incontro fra architettura moderna e ambienti storici, s’intende che esso implichi esclusivamente la difesa dell’antico minacciato dall’invadenza del nuovo. Questo è, senza dubbio, un polo saliente della questione. Ne viene tuttavia trascurato un secondo di pari rilievo, che a molti sembra meno urgente: l’affermazione dei valori architettonici contemporanei, insidiati da un cumulo di prregiudizi accademici (…) tutte le teorie miranti ad un ambientamento del nuovo nell’antico – tutte: dalle più retrive a quelle in apparenza progressiste – conducono a reprimere o, peggio, a corrompere il nuovo senza perciò rispettare l’antico.

Mentre in “Editoriali di Architettura” (Piccola Biblioteca Einaudi, 1979: una raccolta di provocazioni, volte a prospettare un diverso rapporto tra cultura e politica) aggiunge: “No all’ambientamento. Da tempo immemorabile, certo da quando l’Accademia di San Luca sferrò l’attacco contro il barocco, l’architettura italiana è ipotecata dalle teorie dell’ambientamento, formulate nelle più varie maniere e in nome delle finalità più diverse. (…) I discorsi sull’esigenza che l’architettura moderna «si ambienti» nel contesto in cui s’inserisce sembrano dettati dal buon senso; ma, come avviene quasi sempre, la via del buon senso conduce alla catastrofe (…) Le teorie dell’ambientamento dovrebbero servire a tutelare l’antico sacrificando le nuove espressioni. La storia dimostra che accade esattamente il contrario. (…) l’antico si tutela riconoscendo i diritti del moderno. Se manca questa integrazione culturale, si subisce una duplice sconfitta.” Ecco, appunto, proprio quello che sta succedendo. O forse è già successo.

«Odio l’accademia, il classicismo, la simmetria, i rapporti proporzionali», scrive Bruno Zevi in quel singolarissimo diario intellettuale che è Zevi su Zevi, pubblicato nel 1993 e che aveva come sottotitolo Architettura come profezia. Lo storico e critico dell’architettura, di cui ricorre oggi il centenario della nascita (che sarà celebrato con una mostra al Maxxi di Roma, con diversi convegni, compreso uno ad Harvard, e con la riedizione di molti suoi libri), così proseguiva elencando fra gli oggetti della sua avversione «le cadenze armoniche, gli effetti scenografici e monumentali, la retorica e lo spreco degli “ordini”, i vincoli prospettici». E concludeva con un «Per loro». “Loro” sono «i morti di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, della Resistenza che si fondono con i sei milioni dei campi di sterminio». (Francesco Erbani – La Repubblica 22 gennaio 2018)

Zevi scriveva: «per loro». I progressisti fasulli, i conservatori autentici, i progettisti ipocriti del giorno d’oggi, invece, per conto di chi – esattamente – scrivono e lavorano? Oltre che per se stessi, intendo. Insisto: chiediamocela, una buona volta, questa cosa.

Nell’immagine in testata: Bruno Zevi.

Le confessioni di un architetto

Lo ammetto, sono un architetto. E ammetto anche di non essere particolarmente fiero di appartenere ad una categoria professionale (e intellettuale) la quale, in teoria, avrebbe tutti i mezzi culturali per apportare un contributo positivo nel clima di degrado civile da “fine impero” innegabilmente padrone del tessuto sociale nel nostro paese. L’amara verità è invece che, almeno nel suo complesso e a parte rare eccezioni, all’atto pratico di queste nobili questioni l’architetto non si preoccupa minimamente. Al solito, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare.

Prendiamo il nostro codice deontologico. Il “Preambolo” inizia così: “La professione di Architetto (…) è espressione di cultura e tecnica che impone doveri nei confronti della Società, che storicamente ne ha riconosciuto il ruolo nelle trasformazioni fisiche del territorio, nella valorizzazione e conservazione dei paesaggi, naturali e urbani, del patrimonio storico e artistico e nella pianificazione della città e del territorio, nell’ambito delle rispettive competenze. Con la sua attività, il Professionista nel comprendere e tradurre le esigenze degli individui, dei gruppi sociali e delle autorità in materia di assetto dello spazio concorre alla realizzazione e tutela dei valori e degli interessi generali; come espressi dalla legislazione di settore in attuazione della Costituzione e nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi
internazionali.” Belle parole no? Magari un po’ paludate. Ecco, qualcuno di noi può affermare in buona fede che la nostra azione in quanto categoria stia perseguendo realmente e nel suo complesso questi obiettivi? Ho i miei dubbi. Almeno: senza ridere.

Ma non voglio sparare sulla Croce Rossa, anche perché in qualche misura ciò equivarrebbe a dimostrare propensione per la famosa “sindrome Tafazzi”. Per carità di patria, mi limito quindi a riportare alcune citazioni di un articolo-intervista di Francesco Erbani uscito su Repubblica del 12 luglio scorso,  dal titolo Vittorio Gregotti “L’architettura non interessa più a nessuno”  Confesso al tempo stesso che, nel mio piccolo, mi trovo perfettamente d’accordo con il Maestro Gregotti.

Vittorio Gregotti ha chiuso il suo studio d’architetto. Il 10 agosto compie novant’anni, ma il motivo non è solo anagrafico. «L’architettura non interessa più», dice persino sorridendo nel salotto della sua casa milanese 

(…) compio novant’anni, ma cosa sta succedendo nel nostro mondo? Una società immobiliare decide se, con i soldi dell’Arabia Saudita, investire a Berlino, a Shanghai o a Milano, a seconda delle convenienze. Stabilisce il costo economico, compie un’analisi di mercato, fissa le destinazioni. E alla fine arriva l’architetto, a volte à la mode, al quale si chiede di confezionare l’immagine».

Lei fa questo mestiere dall’inizio degli anni Cinquanta: ne avrà visti di periodi bui. O no?

«Certo. Ma non è un caso che nella mia vita sia stato amico più di letterati, di artisti e di musicisti che di architetti. Da Emilio Tadini a Elio Vittorini, da Umberto Eco a Luciano Berio. E poi ho sempre concepito l’architettura come un prodotto collettivo: un valore che si è perso». (…)

Lei si è occupato tanto di letteratura, di filosofia, di musica. Ha fatto il conservatorio. Eppure lamenta che i suoi colleghi oscillano dall’iperspecialismo alla tuttologia.

«Ma mantenere relazioni fra filosofia, letteratura e architettura non è tuttologia. I miei modelli sono il capomastro medievale e il suo sguardo d’insieme. Capii questo a Parigi, nel 1947, dove lavorai nello studio di Auguste Perret. Dovunque girassi incontravo intellettuali che incrociavano le diverse competenze. Tornato a Milano, appena le lezioni del Politecnico me lo consentivano, andavo a sentire Enzo Paci che parlava di filosofia teoretica».

Studiava architettura, ma non le bastava. (…) E i rapporti con gli scrittori?

«Rimasero intensi. Ho anche partecipato al gruppo 63: si ragionava su come vivere il tempo libero senza finire preda del mercato, una questione cruciale per un architetto».

Comunque sempre pochi architetti.

«Gli architetti erano divisi in due categorie. Una prediligeva la natura d’artista e considerava la letteratura o la filosofia discipline distanti. L’altra era quella dei professionisti, che interpretavano il mestiere onorevolmente, ma che non andavano al di là del dato tecnico».

Comunque sia, lei ha sostenuto che allora ci si confrontava con una società in cui prevaleva l’industria. E che oggi, invece, poco ci si rapporta con quella post industriale.

«Oggi non ci si preoccupa di rappresentare una condizione sociale collettiva. È andato smarrendosi il disegno complessivo della città, che viene progettata per pezzi incoerenti, troppo regolata da interessi».

Questo è dovuto all’irruzione del postmoderno?

«Il postmoderno è un’ideologia tramontata. Ma ha avuto effetti significativi. Si è interpretato in modo ingenuo il rapporto con la storia, non ponendosi nei suoi confronti in termini dialettici, ma adottandone lo stile. E l’involucro è stato considerato indipendente dalla funzione di un edificio. Poi il postmoderno ha incrociato il capitalismo globale».

E che cosa è successo?

«Sono saltate le differenze fra culture. Ora ovunque si distribuiscono prodotti uguali. Prevale il riferimento a un contesto globale, che diventa moda, più che a un contesto specifico. Avanzano lo spettacolo, l’esibizione, l’ossessione per la comunicazione».

Mi fa un esempio?

( Sul tavolo davanti al divano pesca una rivista, c’è la foto di un edificio che sembra accartocciato) «Guardi, questo è il centro di ricerca progettato a Las Vegas da Frank Gehry. Gehry è un mio amico, ma ha superato ogni limite nel rapporto fra contenuto e contenitore. È l’ammissione che l’architettura è sfascio».

Le piace la Nuvola di Fuksas?

«Assolutamente no».

E il Maxxi di Zaha Hadid?

«Il suo fine è la trovata, la calligrafia, senza rapporto con la funzione. Queste sono architetture popolari, d’altronde se non fossero popolari non potrebbero esistere. Contengono un messaggio pubblicitario. Anche nel Seicento le facciate barocche delle chiese lo contenevano, ma si riferiva a un universo spirituale. Qui è la moda a dettare le prescrizioni».

Lei ha realizzato il quartiere Bicocca, a Milano, e a Pujang, in Cina una città da centomila abitanti. Ha fatto il piano regolatore di Torino e il Centro culturale Belem a Lisbona. Ha collaborato con Leonardo Benevolo al Progetto Fori a Roma, mai realizzato, purtroppo. Ma le viene spesso rinfacciato il quartiere Zen a Palermo: c’è chi ne invoca la demolizione.

«Lo Zen avrebbe dovuto essere diverso da quel che è stato, una parte di città e non una periferia. Palermo ha il centro storico, le espansioni otto-novecentesche e poi doveva esserci lo Zen, con residenza, zone commerciali, teatri, impianti sportivi. Doveva possedere un’autonomia di vita che non si è realizzata».

È il problema di molte periferie pubbliche italiane. Qualche responsabilità ce l’avete voi progettisti?

«Io non sono per demolire lo Zen o Corviale. Sono per demolire il concetto di periferia, non basta il rammendo. Ci siamo illusi in quegli anni di poterlo realizzare? È vero, ci siamo illusi di costruire quartieri mescolati socialmente, dotati delle attrezzature che ne facevano, appunto, parti di città e non luoghi ai margini. Rispondevamo a un’emergenza abitativa. Ma se noi ci siamo illusi, quello che contemporaneamente si costruiva o quello è venuto dopo cos’è stato se non la coincidenza fra interessi speculativi e l’annullamento di ogni ideale progettuale? Corviale ha un’idea, che andava realizzata. Non è solo un tema d’architettura».

Lei è stato insegnante a Palermo e ad Harvard, a Venezia e a Parigi. Come guarda ai futuri architetti?

«Mi preoccupa il loro disorientamento. Vengono spinti a coltivare una pura professionalità, a saper corrispondere alle esigenze del committente, oppure ad avere una formazione figurativa stravagante e capace di essere attraente. È pericoloso l’abbandono del disegno a mano. Con il computer si è precisi, è vero, ma non si arriva all’essenza delle cose. I materiali dell’architettura non sono solo il cemento o il vetro. Sono anche i bisogni, le speranze e la conoscenza storica».

Vittorio Gregotti è l’emblema di una cultura oggi perdente, ma rappresenta anche l’ennesima dimostrazione che la cultura della rottamazione è un vicolo cieco perché butta il bambino con l’acqua sporca ( e spesso solo il bambino) con gravissimi danni per il futuro della collettività. Non si tratta di passatismo nostalgico, il problema è trovare il giusto equilibrio tra gli insegnamenti del passato e le esigenze del futuro. Il periodo artistico e culturale del Rinascimento europeo (e italiano in particolare) sta lì a dimostrarlo. Denunciare a prescindere la “colpa di anzianità” significa nascondere dietro un comodo paravento le proprie reali intenzioni.

Comunque sia, auguri, Maestro.

Carlo Scarpa e i ladri

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Non posso farci nulla. Sembrerà irriverente, ma guardando le immagini del colpo alla Hatton Garden di Londra, mi si richiama immediatamente alla memoria quello che considero il più grande architetto italiano del ‘900: Carlo Scarpa. In particolare, lo show-room Gavina di Bologna, e la tomba Brion di San Vito di Altivole, capolavoro assoluto dell’architettura mondiale. Solo, Scarpa utilizzava due cerchi, i ladri tre. Non si tratta di irriverenza, adoro letteralmente la sua architettura, poesia allo stato puro. Comunque, per Scarpa e per i ladri la domanda è la stessa: ma come diavolo hanno fatto?