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Finalmente Natale

UNO. «Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine.»

È l’incipit di Le correzioni, terzo romanzo di Jonathan Franzen, dove si racconta la storia della famiglia Lambert, composta da Enid, Alfred e i i loro figli Chip, Denise e Gary. Enid Lambert (la madre), delusa dal matrimonio («Enid scelse di credere alla promessa dell’apparenza. Da allora per lei vivere significò aspettare che Alfred cambiasse personalità»), e alla ricerca di un piacere illusorio su cui proiettare la propria felicità (Le sembrava che lei e Al fossero le uniche persone intelligenti della sua generazione a non essersi arricchite), si è imposta un obiettivo: riunire per un “ultimo” grande Natale tutta la famiglia. Questo desiderio per lei è un’ossessione. Perché Enid, nell’osservare la realtà, non può esimersi dall’applicare “correzioni”: ha infatti la presunzione di aver capito “cos’è che non funziona”, e perché le cose “vanno così male”.  Quindi il suo scopo è correggerle, le cose, nella perpetua illusione che il proprio mondo piccolo borghese sia quello giusto. Naturalmente anche Alfred (il padre) ha le sue correzioni da imporre [«Alfred temette che la “realtà” assediata per cui si era battuto non fosse la realtà (…) che tutto fosse relativo], solo che è ammalato e bisognoso di assistenza. Anche gli altri hanno correzioni da imporre. Quasi tutti, lo sappiamo bene…

Dalle note di copertina del libro: «Enid e Alfred Lambert trascinano le giornate accumulando oggetti, ricordi, delusioni e frustrazioni del loro matrimonio: l’uno in preda ai sintomi di un Parkinson che preferisce ignorare, l’altra con il desiderio, ormai diventato scopo di vita, di radunare per un «ultimo» Natale i tre figli allevati secondo le regole e i valori dell’America del dopoguerra, attenti a «correggere» ogni deviazione dal «giusto». (…) Impossibile non riconoscere che i Lambert siamo noi: in un momento della nostra vita, in qualsiasi luogo del primo mondo».

(…) Molto spesso Gary aveva la sensazione che ci fosse qualcosa di sgradevole che la sua famiglia voleva dimenticare, qualcosa che solo lui insisteva a ricordare; qualcosa che richiedeva soltanto il suo assenso, la sua approvazione, per poter essere dimenticato.

È ovvio, i Lambert siamo noi; e le nostre famiglie sono la famiglia Lambert.

DUE. A proposito di famiglie: Roma è un film del 2018 scritto e diretto da Alfonso Cuarón, vincitore del Leone d’oro alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La pellicola segue le vicende di una famiglia messicana a Città del Messico negli anni settanta.

Cleo è una giovane domestica di etnia mixteca che lavora presso una famiglia borghese del quartiere ROMA di Città del Messico. Il suo compito è quello di accudire i quattro bambini della famiglia, di lavare e cucinare. Cleo esegue il suo compito con amore e dedizione e sente per i fanciulli che gli sono affidati un vero affetto. Nel frattempo la famiglia si sfalda e nel Paese le rivolte diventano violente. «Era lei che volevo raccontare. La Cleo del film è la mia Limo, la mia baby sitter, la mia seconda madre. Che fosse donna, indigena e povera ne sono diventato consapevole dopo. È come con tua madre. Che sia una donna te ne rendi conto dopo: quando sei bambino lei è tua mamma e basta”». Le attrici/non attrici si chiamano Yalitza Aparicio e Nancy Garcia.

«A Venezia Alfonso Cuaron, raccontava come Roma sia la sua storia.  Sullo schermo vedi quattro ragazzini crescere con mamma, papà che se ne andrà, nonna e due domestiche che parlano una lingua tutta loro. Vedi i ragazzini che giocano con la pista delle macchinine che nei primi Anni 70 ci regalavano per Natale e che, tanto era più grande, tanto finiva per occupare tutta la stanza e tu in mezzo ci mettevi il bicchierone del latte… Dice il regista di Roma“Io sono tutti e quattro loro, anche un po’ la sorella maggiore. Poi c’è quello più creativo che forse mi somiglia. Ma io volevo raccontare come davvero sono cresciuto in una famiglia di donne. A un certo punto la madre dice a Cleo “siamo destinate a essere sole”. Sole come possono esserlo i guerrieri più coraggiosi, quelli che già ‘sanno’ perché sanno leggere la vita come noi maschi spesso non riusciamo». (da amica.it)

TRE. Velluto blu (Blue Velvet) è un film del 1986 scritto e diretto da David Lynch. Il titolo originale è tratto dall’omonima canzone di Bobby Vinton, cantata nel film da Isabella Rossellini in un locale notturno, lo Slow Club. Il film narra la storia di Jeffrey Beaumont, un giovane studente che, indagando personalmente su un macabro ritrovamento, scopre che nella sua cittadina esiste un ignobile mondo sotterraneo fatto di violenza, sesso, traffico di droghe e polizia corrotta. (da Wikipedia) Il mondo sotterraneo non è solo quello dei cosiddetti”fuorilegge”, ma anche quello nascosto dietro il sorriso perbenista di chi preferisce non vedere, da chi sceglie di non accorgersi di nulla. Oppure da chi proprio non ci riesce. È composto da coloro che scelgono di non scegliere, che scelgono di adeguarsi e dimenticare.

Ma c’è anche chi dice no: “…Ballard era specializzato nel prendere ciò che sembra “naturale” – ciò che sembra normale, familiare e razionale – e smascherarne la psicopatologia. Come è stato osservato molte volte, anche dall’autore stesso, il talento per lo straniamento del quotidiano era, in parte, frutto della sua insolita biografia: «Una delle cose che ho imparato dalle mie esperienze in tempo di guerra è stata che la realtà era come una scenografia teatrale […] la comoda vita di tutti i giorni, la scuola, la casa dove si abita e tutto il resto […] poteva essere smantellato dalla sera alla mattina» (…)

Pensate a quella famosa inquadratura di Velluto blu di David Lynch, in cui la macchina da presa si intrufola sotto il curatissimo praticello suburbano rivelando lo scenario brulicante e distopico che vi si annida dentro [vedi video sopra, N.d.R.] L’intenzione di Ballard è simile, ma più provocatoria. In Ballard la distopia non è nascosta sotto un bel niente. (…) Nel caso delle auto, siamo sempre incoraggiati a credere che ci sia una convergenza naturale fra accoppiate irrazionali di concetti come la velocità e l’autostima, o gli interni in pelle e la felicità in famiglia. Ballard insiste su una serie di convergenze del tutto diverse, di quelle che preferiremmo tenere nascoste e ignorare.” (Zadie SmithFeel free –  Edizioni SUR, 2018)

Ma sbirciare nel vaso di Pandora – anche senza scoperchiarlo – non è uno scherzo, e può costare molto caro.

CONCLUDENDO: «Una ricerca Coop-Nomisma mette in luce che un Paese litigioso e diviso quasi su tutto si ricompatta intorno alla festa più attesa. E non sente lo stress da regali perché adora farli. I più richiesti? I buoni sentimenti. Natale, la grande medicina. La festa più attesa è come un balsamo sulle ferite di un’Italia divisa e litigiosa, «senza grandi passioni», commenta Albinio Russo, responsabile dell’ufficio Studi Coop che con Nomisma ha realizzato la ricerca Il Natale che verrà, «ma che ha un grande bisogno di pace e di tranquillità».(Aurelio Magistà – la Repubblica 21 dicembre 2018)

Prudenza, quindi: “In questo Natale 2018 in cui, secondo il Censis, la parola dell’anno è «cattiveria», pranzi e cene del 24 e 25 dicembre sono a rischio di «olocausto nucleare» più di quanto Vladimir Putin tema nuovi missili in Polonia o nei Paesi Baltici. Il desco natalizio era già di suo, e ancora di più da quando proliferano le famiglie allargate, il luogo e il momento in cui precipitano dissapori e odi incrociati sopiti per un anno intero. Ci si ritrova a tavola con parenti evitati per mesi, ex mogli, nuovi partner degli ex consorti, figli di provenienze disparate, suoceri ed ex suoceri. Ciascuno ha un suo motivo di scontento. Ogni sguardo può far deflagrare un conflitto.Per giungere incolumi a Santo Stefano, è raccomandabile sorvegliare la conversazione. Spiega l’esperta di galateo Laura Pranzetti Lombardini: «Gli argomenti da evitare assolutamente sono tre: religione, calcio e politica. (…)

«Bisogna evitare ogni argomento che può potenzialmente innescare tensione», raccomanda l’esperta. Se proprio si arriva a discutere della rabbia che imperversa, si dirotti in fretta sui gilet gialli francesi, da cui si può facilmente virare discettando di se all’Eliseo comandi Macron o Brigitte e di come sia possibile spendere 500mila euro per un servizio di piatti. Da qui si va facile al genio di Michel Houellebecq, che ha visto lontano, raccontando in Serotonina l’astio verso le élite e il politicamente corretto che erano prossimi a esplodere. «Parlare di libri e cinema è sempre auspicabile», assicura la specialista in etichetta. L’autobiografia di Michelle Obama è ad atterraggio morbido: è davvero il preludio a una candidatura alla Casa Bianca? Finirà come in House of Cards con Claire Underwood? Avete visto gli stivaloni dorati con cui ha oscurato Sarah Jessica Parker? Sono perfette, inutili chiacchiere da cappone e panettone. Bello il passaggio del libro in cui Michelle e Barack s’incontrano la prima volta, lei è la sua tutor, lui il suo stagista, lei si aspetta sia un pirla e invece è amore.

Poi, inevitabile, si finisce sul leggero. Tornano insieme Al Bano e Romina? Era una bufala su contratto la love story fra Asia Argento e Fabrizio Corona? A voi piace il nuovo fidanzato di Monica Bellucci? Con l’arrivo di questo Nicolas Lefebvre torneranno di moda i capelloni? Finirà così, che per non litigare, si parlerà di niente. Sempre meglio che respirare solo silenzi pesanti. “(Candida Morvillo – Corriere della Sera, 22 dicembre 2018)

Citiamo dalla “informazione pubblicitaria” di un noto marchio della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) attualmente diffusa sulla stampa nazionale:

«È Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese». (Charles Bukovski)

E se lo dicono pure loro,  buon Natale a tutti!  E che per un anno non se ne parli più. 

In testata: Paul Klee: “Angelo smemorato“, 1939 – Nell’immagine centrale: una scena da «La cena di Natale» (2016) diretto da Marco Ponti – Il brano Merry Christmas (I Don’t Want to Fight Tonight) dei Ramones è contenuto nell’album Brain Drain (1989) – Il brano “Tinsel and Lights” di Tracey Thorne è tratto dall’album omonimo (2012) L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il buono pasto

1. La ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs) è un film a episodi del 2018 scritto e diretto dai fratelli Coen, con protagonisti Tim Blake NelsonLiam NeesonJames FrancoZoe KazanTyne Daly e Tom Waits.  Il film illustra sei storie appartenenti al libro La ballata di Buster Scruggs e altre storie della frontiera americana. Mentre una mano sfoglia le pagine, troveremo delle immagini a colori che introdurranno ognuno dei sei capitoli e che rappresenteranno un episodio degli stessi. (da Wikipedia)

Il terzo episodio di questo straordinario film si intitola “Meal ticket“, che tradotto letteralmente significa “Buono pasto”; per estensione: “la pagnotta”. Esso  tratta di un impresario che viaggia di città in città con il suo carro per presentare lo spettacolo  “Il tordo senza ali”, un monologo – ispirato e profondo – di un giovane ragazzo inglese, di nome Harrison, mutilato sia di gambe che di braccia. Alla fine l’impresario chiede un’offerta sfruttando la situazione tragica del ragazzo, che così riesce comunque a sopravvivere.

Una sera l’impresario inizia girare per la città, preoccupato per il continuo  calo di spettatori; d’improvviso nota una piccola folla attirata dallo spettacolo costituito da una”gallina intelligente” che esegue operazioni matematiche di base indicando con il becco il risultato delle operazioni. Decide così di comprare il pollo. Provvisto di sacchi di mangime riprende quindi il suo viaggio. Un giorno però si ferma su un ponte e butta una grossa pietra nel fiume sottostante, come per sondarne la profondità. Nella scena finale, l’unico passeggero rimasto all’interno del carro è la “gallina intelligente”. La svolta “artistica” dell’impresario è davvero drastica, e ormai irreversibile.

2. “Se sei stanco della vita vai al cinema, se hai troppi pensieri vai al cinema…”. Così recitava, ai tempi della Grande Depressione economica, lo slogan di uno Studio hollywoodiano. Passano i decenni e le crisi si susseguono, però la logica rimane la stessa: in sala, i più premiati sono i film scacciapensieri in tutte le loro declinazioni. Lo conferma, ancora una volta, l’edizione delle Giornate Professionali del cinema (in corso a Sorrento) con il Premio Biglietto d’Oro, assegnato dagli esercenti italiani ai money- maker della stagione. La classifica dei film che, secondo Cinetel, hanno staccato più biglietti tra dicembre 2017 e novembre di quest’anno non lascia dubbi. In testa ci sono tre blockbuster di produzione americana: Avengers: Infinity war, Assassinio sull’Orient ExpressStar Wars: gli ultimi jedi. (…)

Cambia la forma, ma non la sostanza, se si passa alla triade di film italiani più visti della stagione, i cui registi e attori saranno premiati domani all’Hilton di Sorrento con le “Chiavi d’oro del successo”. Secondo la più consolidata tradizione autarchica sono tutte commedie: a conferma della predilezione per il genere “leggero” dello spettatore, che sa di potervi trovare la sospirata evasione dal quotidiano. I tre titoli italiani leader al botteghino sono Come un gatto in tangenziale, A casa tutti bene e Benedetta follia. Con la parziale eccezione del film di Gabriele Muccino, dal retrosapore amaro (ma anche con una pletora di facce note per attrarre il pubblico), gli altri due hanno soggetti in fondo simili che accarezzano lo spettatore nel verso del pelo mostrandogli come gli opposti (due uomini maturi e disillusi: Albanese e Verdone; due donne più giovani e “coatte”: Cortellesi e Pastorelli) s’incontrino e, alla fine, si capiscano. Per i film delle Rohrwacher, dei Garrone, dei De Angelis bisognerà aspettare altre stagioni.” (Roberto Nepoti – la Repubblica 4 dicembre 2018)

3. «In questa continua ed universale frivolezza di tutte le pubbliche e private radunanze, dove ognuno cerca l’altrui compagnia per fuggire se stesso e liberarsi  da un grave peso di noia, se voi poteste per mezzo a’ piaceri mescere qualche util vero, e qualche buon concetto, porreste nelle menti un poco di serio e di pensoso, che le disporrebbe a divenir buone per qualche cosa.» (Madame de Stäel – Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni – «Biblioteca italiana», gennaio 1816)

4. «Però quando sento lodare il lieto fine, oppure sento criticare un racconto perché si conclude in modo negativo – non voglio fare illazioni sui rapporti tra racconto e vita ecc. – dico solo che in generale gli uomini non credono molto al lieto fine. Quando compaiono i titoli di coda in un film che si conclude positivamente, la metà degli spettatori si è già alzata: non ci crede affatto. Fino a quel momento ha partecipato alla tragedia, al dramma. Così le telenovelas: quando uno capisce che c’è il lieto fine, spegne il televisore, non vuole neanche vederlo, non ci crede. In realtà è una convenzione che è più immaginaria, anche agli occhi di coloro che la chiedono, che reale. Cioè quello in cui si crede è la difficoltà, l’angoscia, l’incertezza; e sono anche, naturalmente, squarci di felicità, ma la vita non abbiamo molto bisogno di illustrarla.

Anche I promessi sposi sono una storia terribile, terrificante di violenze, di sopraffazioni, di angosce, di omicidi, di stupri. È una storia tremenda. Il finale, oltretutto, è un lieto fine? Manzoni comincia col dire che i paesani di Lucia si stupivano che si fosse creata una tale tragedia per una donna che, in fondo, non meritava tanto riguardo, tanta attenzione. Manzoni parla della separazione della coppia per l’inevitabile fine che li dividerà. quindi, a quelli che hanno sempre in mente che le cose nell’arte debbano concludersi positivamente, vorrei dire che sono i primi loro in generale a non credere. Io penso che anche il linguaggio della fiabe lo confermi. «E vissero felici e contenti». «Felici» è la felicità» piena dell’amore; «contenti», già si accontentano. E dopo sei mesi cosa c’è? Ci sarà il divorzio, forse, non so». (Giuseppe Pontiggia,  Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere  Belleville Editore, 2016)

Concludendo. Abbiamo tutti un’oggettiva necessità del nostro “buono pasto” quotidiano. Resta il fatto che, alla lunga, gli spettacoli delle “galline intelligenti” diventano noiosi e ripetitivi. Per non dire indegni e volgari.  Oltre la frivolezza, ci piacerebbe ogni tanto  veder anche mescere qualche util vero, e qualche buon concetto”. Giusto per non diventare polli a nostra volta, e per giunta d’allevamento.

Sopra: Raffaello Sanzio: La scuola d’Atene, affresco, 1509-1511 circa (particolare)  – Musei Vaticani, Città del Vaticano –  Il brano “Canzone contro la paura” di  Brunori Sas è tratto dall’album “A casa tutto bene (2017) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

La storia degli altri

IN RICORDO DI PHILIP ROTH

«Quante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. E la parola gioco è forse la più importante di tutte, perché è proprio l’utilizzo “ludico” dei nuovi “facilitatori di comunicazione” – chat, whatsapp, mail, sms, selfie, app, t9, skype, social – a svelarne la natura più pericolosa: la superficialità con cui (quasi) tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio smartphone (o tablet, o pc) credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze, o peggio ancora, flirtando con quelle conseguenze per rendere tutto più eccitante. I “perfetti sconosciuti” di Genovese in realtà si conoscono da una vita, si reggono il gioco a vicenda e fanno fin da piccoli il gioco della verità, ben sapendo che di divertente in certi esperimenti c’è ben poco. E si ostinano a non capire che è la protezione dell’altro, anche da tutto questo, a riempire la vita di senso.» (su “Perfetti sconosciuti”  di Paolo Genovese, 2016 – da mymovies.it)

«Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezze di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci» (Philip Roth, “Pastorale americana” – Einaudi 2013)

«In un misurato appartamento di Brooklyn due coppie provano a risolvere uno smisurato accidente. Zachary e Ethan, i loro figli adolescenti, si sono confrontati incivilmente nel parco. Due incisivi rotti dopo, i rispettivi genitori si incontrano per appianare i conflitti adolescenziali e riconciliarne gli animi. Ricevuti con le migliori intenzioni dai coniugi Longstreet, genitori della parte lesa, i Cowan, legale col vizio del BlackBerry lui, broker finanziario debole di stomaco lei, corrispondono proponimenti e gentilezza. Almeno fino a quando la nausea della signora Cowan non viene rigettata sui preziosi libri d’arte della signora Longstreet, scrittrice di un solo libro, attivista politica di troppe cause e consorte imbarazzata di un grossista di maniglie e sciacquoni. L’imprevisto ‘dare di stomaco’ sbriglia le rispettive nature, sospendendo maschere e buone maniere, innescando un’esilarante carneficina dialettica (…) Polanski, naturalizzato francese ma apolide per vocazione, satura l’inquadratura di uomini e donne che si sentono ostinatamente migliori dell’ambiente che li circonda, che rimandano a se stessi come gli specchi dell’appartamento, ubicato fuori dalla finzione a Parigi e dimostrazione della condizione di “perseguitato” di Polanski. In cattività, congiuntamente ai suoi coniugi (in)stabili e (ir)ragionevoli, il regista ribadisce l’impraticabilità di introdurre un ordine nella realtà perché basta un conato di bile, un cellulare annegato, un libro imbrattato, una borsetta rovesciata a disperdere equilibrio e ‘democrazia’». (su “Carnage” di Roman Polanski, 2011 – da mymovies.it)

«….Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati». (Philip Roth, “Pastorale americana” – Einaudi 2013)

La grandezza di Roth non prevede il lieto fine;  prevede “solo” la verità. O quantomeno, la sua, di verità. Accettarla o meno rimane una nostra scelta:

Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.” (Philip Roth, “Pastorale americana” – Einaudi 2013)

Comunque sia, grazie di tutto, Maestro.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

 

 

Il cavaliere aspetta fuori

Il grande Gatsby” è il terzo romanzo di Francis Scott Fitzgerald (dopo “Di qua dal paradiso” e “Belli e dannati“). Pubblicato per la prima volta a New York il 10 aprile 1925, venne definito da T.S. Eliot «il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Da allora ne sono state tratte (finora) quattro versioni cinematografiche.

La prima, quasi immediata, è The Great Gatsby, un film muto del 1926, diretto da Herbert Brenon, interpretata da Warner Baxter e Lois Wilson, che però è andata definitivamente persa. Ne sono sono seguiti tre altri adattamenti.

La seconda è stata girata nel 1949; il film fu diretto da Elliott Nugent, con protagonisti  Alan Ladd e Betty Field.

La terza è del 1974. La pellicola viene diretta da Jack Clayton, con Robert Redford, Mia Farrow e la sceneggiatura di Francis Ford Coppola:

L’ultima versione è del 2013, film diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire:

Un confronto tra le due ultime versioni (Clayton del 1974 e Luhrman del 2013) evidenzia notevoli differenze di lettura del testo originario.

Stile e ritmo: il Gatsby del 1974 è diretto con incredibile distacco formale, mentre la colorata vorticosità e il ritmo serrato delle scene (soprattutto negli animatissimi Party di Gatsby), determinano un’atmosfera più passionale e “veloce” in quella del 2013.

Attori: decisamente freddi e glaciali nella versione di Clayton, passionali e fragili in quella di Luhrman.

Sceneggiatura:  quella più recente è molto incentrata sull’amore fra i due protagonisti e poco sulla disillusa e dissacrante descrizione del Sogno Americano e della società U.S.A. degli anni ruggenti presente nel cartaceo originale. A questa si attiene invece la versione del 1974 di Coppola, molto fedele al romanzo non solo nell’intreccio ma anche nei dialoghi.

 Colonna sonora: il film con Redford e Farrow è classico e pulito, musica anni ’20 e ’30 (l’età del jazz) per le feste, musica “hollywoodiana” per i momenti di tensione, di romanticismo, di tristezza, nessun azzardo “contemporaneo”. La scelta Luhrmanniana è invece di inserire musica moderna (Alternative Rock, House, Hip-Hop…) all’interno dei party di Gatsby, questo dona maggior “attualità” alla pellicola e al contempo garantisce un ritmo vorticoso e frenetico al tutto; intensità travolgente ma forse ridondante.

Afa e calura: Luhrmann esclude il sudore  determinato dalla soffocante atmosfera delle calde giornate estive di Long Island, vero sottofondo ambientale nel romanzo di Fitzgerald; quel copioso sudore che è invece spesso presente sui visi dei protagonisti nella versione di Clayton. Pare futile, ma è una differenza importante.

Questo per quanto riguarda il cinema. Ma dal 1925 ad oggi sono state effettuate centinaia di traduzioni e riedizioni in tutte le lingue del mondo di questo romanzo. Il quale, in realtà, appena uscito non ebbe alcun successo commerciale. Vendette poche copie, nonostante  le buone recensioni; era come se solo i recensori e alcuni “addetti ai lavori” si fossero accorti della sua importanza.  Edward Wilson, compagno di università di Fitzgerald, e dopo la sua morte principale artefice della sua riscoperta, gli scrisse che i personaggi sono troppo sgradevoli perché chi legge si appassioni veramente. Maxwell Perkins, editor di cui Fitzgerald si fidava ciecamente, gli scrisse che la tiepida accoglienza era dovuta al fatto che la sua creatura “…passa sopra la testa della gente, più di quanto tu nemmeno immagini“.

Per quale motivo, allora, questo breve romanzo e questo discutibile personaggio – Gatsby -che si rifiuta di accettare la realtà (“Non si può ripetere il passato?” esclamò incredulo. “Come no? Certo che si può!“) continua a colpire e affascinare intere generazioni: lettori, spettatori, registi, autori o scrittori o sceneggiatori che siano, in tempi tanto diversi? La risposta potrebbe essere contenuta e riassunta in due soli termini: il primo sostantivo è sincerità, il secondo è speranza.

Sul “Corriere della Sera” del 17 aprile scorso è uscita un’intervista di Aldo Cazzullo alla signora Maria Romana De Gasperi, figlia di Alcide De Gasperi: fondatore della Democrazia Cristiana, è stato l’ultimo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, il primo della Repubblica Italiana ed è reputato uno dei padri della Repubblica Italiana.

Chi era Alcide De Gasperi?
«Un intellettuale. Dalla prigione scriveva lettere in latino. Quand’era presidente del Consiglio, la sera per rilassarsi leggeva le egloghe di Virgilio e l’Anabasi di Senofonte in greco. Durante il fascismo lavorava il mattino in Vaticano come bibliotecario, e il pomeriggio per arrotondare traduceva testi in tedesco, che parlava come l’italiano. Papà dettava ad alta voce, mamma batteva a macchina, e noi dovevamo mettere le pantofole per non far rumore». (…)

Il suo testamento morale è considerato il discorso alla Conferenza di pace di Parigi.
«Di solito si cita l’incipit».

Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto tranne la vostra personale cortesia è contro di me… 
«Rappresentava un Paese che aveva fatto la guerra accanto a Hitler, e l’aveva persa. Ma io trovo più significativo il finale di quel discorso, là dove dice ai rappresentanti delle democrazie: “Vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia; un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano”. Era questo lo spirito del nostro Paese, settant’anni fa».

Rispondendo poi alle lettere dei lettori, il 19 aprile Cazzullo scrive che «La cosa più importante che Maria Romana De Gasperi ha detto al Corriere riguarda lo spirito del 1948, il modo prodigioso in cui un Paese umiliato ritrovò la fiducia in se stesso

Nell’ introduzione a”L’ età del jazz” di Fitzgerald  tradotto dal Saggiatore negli Anni Sessanta, Elémire Zolla vede Francis Scott Fitzgerald come un cavaliere antico: con qualche macchia ma senza alcuna paura. “Il bellissimo Ruggiero è ammaliato dalla maga Alcina finché non gli giunge da Bradamante il dono dell’ anello che disincanta.” Una storia di disincanto è quella di Francis Scott Fitzgerald, dice Zolla.

 Franca Cavagnoli, nell’introduzione alla sua traduzione per le edizioni Feltrinelli, scrive: «La purezza della figura di Gatsby, la sua disarmante credulità, è poi riassunta molto bene da ciò che Sylvia Plath annota sul margine della sua copia. Nel punto in cui Gatsby rimane in giardino a sorvegliare la finestra di Daisy, convinto che lei sia nella sua stanza mentre in realtà è in cucina con Tom a preparare irresponsabilmente il piano di fuga, Sylvia Plath scrive:”Il cavaliere aspetta fuori; il drago va a letto con la principessa“». In fondo, questo «…è un romanzo sulla facilità con cui a quel tempo si facevano i soldi e su come a nessuno interessasse il modo in cui venivano fatti».   Vi ricorda qualcosa?
 Però Nick Carraway, voce narrante del romanzo, l’ultima volta che vede Gatsby lo saluta così: «Bene, arrivederci». Ci stringemmo la mano e m’incamminai. Appena prima di raggiungere la siepe mi venne in mente qualcosa e mi voltai. «Sono tutti marci», gridai attraverso il prato. «Tu da solo, per la miseria, vali più di tutti loro messi assieme». Il grande Jay Gatsby è il cavaliere-gangster, che cerca Daisy come si cercava un tempo il Santo Graal. A rendere Gatsby grande è un dono che poche persone possiedono: il dono della speranza e della sincerità. Proprio quello che sembra mancare – sia in termini di stile, che di ritmo, di attori, di sceneggiatura, di colonna sonora – al film del nostro tempo, nel quale i cavalieri (anche gli ex) di solito sono tutta un’altra cosa. Mentre l’afa, la calura, le sudate  nelle soffocanti giornate estive, quelle invece sembrano proprio sempre uguali. Ce ne fossero, di Gatsby!

In testata: Giorgione, Ritratto di guerriero con scudiero detto Gattamelata, 1501 ca., Olio su tela, Firenze, Galleria degli Uffizi

In mezzo: Giovanni Bilivert, Angelica si cela a Ruggiero, ante 1624. Firenze, Galleria Palatina

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Cuore e tenebra

Per Milan Kundera  (ma non solo per lui) lo spirito del romanzo consiste  nello spirito di complessità («Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”» ). Ma non tutti la pensano così.  Ad esempio  Edmondo De Amicis. A quanto pare, per lui lo spirito giusto consisteva nella  semplificazione “educativa”. Almeno a giudicare dal suo celeberrimo libro “Cuore“. Umberto Eco già nel 1962 aveva scritto un “Elogio di Franti” (in Diario Minimo – Bompiani), mentre Natalia Ginzburg  scriveva nel 1970:

«A parte l’affetto, giudicando oggi Cuore trovo che non è per niente un bel libro. È abile e falso. È furbissimo e illustra con efficacia retorica un mondo che, in verità, nella sua sostanza, non è mai esistito se non nei libri. I suoi personaggi non hanno nessuna vita; definiti all’inizio, percorrono fino alla fine il cammino e compiono i gesti che fin dall’inizio ci eravamo aspettati: Garrone è sempre giusto e generoso; Franti è sempre perfido; il muratorino fa sempre il muso di lepre. Vi sono, è vero, alcuni ravvedimenti (…) Ma simili trasformazioni sono in qualche modo prevedibili: la virtù vince il male, il cuore trionfa, la scuola intesa come fucina di buoni sentimenti irradia un fuoco benefico, istruisce al bene. Chi non si ravvede mai, per fortuna, è il perfido Franti». (da “Mai devi domandarmi” – Einaudi, 2013)

Verifichiamo infatti che De Amicis descriveva  il “perfido” Franti in questo modo: «Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, (ma non tremava davanti a Garrone, n.d.r…?) ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni dalla giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libro, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni ch’egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo.  (…) Derossi gli disse un giorno: – Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, – ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre. Ma questa mattina, finalmente, si fece scacciare come un cane. Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia del Tamburino sardo, il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gittò sul pavimento un petardo che scoppiò facendo rintronar la scuola come una fucilata. Tutta la classe ebbe un riscossone. Il maestro balzò in piedi e gridò: – Franti! fuori di scuola! – Egli rispose: – Non son io! – Ma rideva. Il maestro ripeté: – Va’ fuori! – Non mi muovo, – rispose. Allora il maestro perdette i lumi, gli si lanciò addosso, lo afferrò per le braccia, lo strappò dal banco. Egli si dibatteva, digrignava i denti: si fece trascinar fuori di viva forza. Il maestro lo portò quasi di peso dal Direttore, e poi tornò in classe solo e sedette al tavolino, pigliandosi il capo fra le mani, affannato, con un’espressione così stanca e afflitta, che faceva male a vederlo. – Dopo trent’anni che faccio scuola! – esclamò tristamente, crollando il capo. Nessuno fiatava. Le mani gli tremavano dall’ira, e la ruga diritta che ha in mezzo alla fronte, era così profonda, che pareva una ferita. Povero maestro! Tutti ne pativano. Derossi s’alzò e disse: – Signor maestro, non si affligga. Noi le vogliamo bene. – E allora egli si rasserenò un poco e disse: – Riprendiamo la lezione, ragazzi. » (Edmondo De Amicis – “Cuore”, 1886)

Un mostro, insomma, l’incarnazione del male, Franti. Povero ragazzino: nessuna pietà per lui, irredimibile “cattivo per natura”. Un diverso. Però, però… però la realtà è un’altra cosa! Anche se  qualcuno trova molto comodo credere al contrario, la vita non è così semplice; essa è molto più complicata di così. Nella realtà i mulini bianchi non esistono, vengono creati e diffusi ad arte nell’immaginario collettivo al fine di suggestionarci, per convincerci ad acquistare senza alcun sforzo di ragionamento qualche genere di prodotto. Non necessariamente materiale. Anche e soprattutto politico.

È perciò evidente che il cosiddetto “libro Cuore” non è affatto un romanzo. Non ne possiede le caratteristiche. Il il suo centro consiste, infatti, proprio nel rifiuto della complessità, nella schematizzazione senza sfumature di grigio. Il socialista (!) De Amicis credeva solo nel bianco o nel nero, nel buono o nel cattivo (lui era il buono, ovvio), nell’innocente o nel colpevole. Credeva in una realtà di fantasia, che non è mai esistita. Fantascienza sociologica non dichiarata. Ma allora se il libro Cuore non è un romanzo,  cos’è? Lo spiega molto bene ancora Natalia Ginzburg: «In verità quello che mi affascinava in Cuore era il trovarvi un mondo più ordinato, e in fondo per me più rassicurante, del mondo nel quale vivevo. Che fosse quello di Cuore un mondo falso, libresco e inesistente nella realtà, io allora non lo capivo; i bambini spesso sono attratti dalla falsità; spesso essi preferiscono lo splendore delle sete artificiali, il luccichio delle perle false, alle vere perle e alla vera seta. E io ero, da bambina, retorica, conformista, e con ideali piccolo-borghesi. »

Corrado Augias approfondisce e articola da par suo la questione: «Fin dalle prime pagine, Cuore si presenta con le caratteristiche d’una “epopea” o se si vuole della drammaturgia d’agitazione e di propaganda. Come nel teatro dei gesuiti, o di Brecht, come nell’Odissea, per risalire fino ad un archetipo sommo e remoto. La presentazione dei personaggi, la fissità dei comportamenti, servono per dire al lettore che le figurine che ha di fronte sono mosse da forze che sfuggono al controllo della volontà, obbediscono alla funzione che devono svolgere.È appena uscito un volume di storia e critica letteraria (“La letteratura circostante” di Gianluigi Simonetti — Il Mulino ed.) nel quale l’autore descrive tra l’altro quella che chiama “ La letteratura in senso forte”, vale a dire quella che si prefiggeva di plasmare le coscienze dei lettori, addirittura di dare un colpo di pollice al corso degli eventi. Forme (e propositi) scomparsi dalla letteratura contemporanea. “ Cuore” rientra proprio in quel tipo di narrazione.» La Repubblica, 10 aprile 2018)

In altre parole, si trattava di uno strumento il cui fine era la pura e semplice gestione del potere. Propaganda e tutela preventiva dell’ordine così come veniva concepito e desiderato dall’alto.

Cambiamo i parametri: il dottor Francesco Ingravallo è l’investigatore protagonista di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda. Tutti lo chiamano don Ciccio: «uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. (…) Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo». (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – Garzanti, 1993)

Carlo Emilio Gadda, come si vede, era tutt’altro che “deamicisiano”, così come non lo è Aldo Grasso:

«Quando sono uscite in America serie come The Wire, I Soprano, Breaking Bad e altre ancora, e in Italia Romanzo criminale, Gomorra, Suburra, in molti si sono chiesti se fosse giusto mettere in scena la violenza, la criminalità, il male. Dobbiamo far finta che non esistano? Dobbiamo produrre solo fiction agiografica per consolarci con un’immagine positiva, gratificante? Dobbiamo chiedere alla tv, al cinema e ad altre forme espressive di esimersi dal raccontare la criminalità, nel timore che ciò dia origine a comportamenti emulativi? Una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza in favore del male. (…) Il primo dovere che una serie deve porsi non è l’argomento trattato ma la scrittura, l’unica in grado di restituire la complessità del reale, di esplorare temi centrali rispetto alla sensibilità condivisa, di costruire un «racconto mondo» capace anche di rappresentare il male». (Aldo Grasso, La Lettura n. 333)

Proprio così: una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza in favore del male. Vincenzo Paglia ha scritto: «La radice di ogni totalitarismo sta nel sentirsi talmente gratificati dalla pienezza della verità da non sentire più il bisogno dell’altro o da non avvertirne la mancanza. In questi casi il dialogo non solo non viene praticato, ma è addirittura sentito come un pericolo e quindi escluso. Al contrario, il dialogo tende per sua natura a costruire relazioni al cui interno si tesse la ricchezza stessa del vivere assieme. Mai comunque il dialogo può essere rinuncia alle proprie convinzioni e tantomeno tolleranza del male e delle ingiustizie». (Il crollo del noi – Laterza 2017)

Di più: una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza ipocrita in favore del male. Ciò è ben descritto nella scena del film “The Untouchables – Gli intoccabili” di Brian De Palma: Al Capone (Robert De Niro) piange  ascoltando l’aria “Vesti la giubba”, un’aria  molto commovente dell’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, proprio mentre il suo scagnozzo gli comunica di aver appena eseguito il suo ordine di uccidere il poliziotto irlandese Jimmy Malone (Sean Connery):

Chiudo con un doveroso e doppiamente opportuno omaggio al grande Miloš Forman,  da poco scomparso. Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è un film del 1975. È tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey, pubblicato nel 1962 e tradotto in italiano nel 1976 da Rizzoli Editore. L’autore scrisse il libro in seguito alla propria esperienza da volontario all’interno del Veterans Administration Hospital di Palo Alto, in California.

Protagonista del film uno straordinario Jack Nicholson. Nel reparto di un ospedale psichiatrico dell’Oregon, malati che vengono considerati inguaribili sono segregati tra pareti impietose e diretti con pugno di ferro da Miss Ratched, la “Grande Infermiera”. Tutti ne sono succubi. Ma un giorno arriva McMurphy, novello Franti, un irlandese cocciuto, spavaldo, allegro e ribelle. Con l’aiuto di Bromden, risveglierà i pazienti ormai avviliti dalle “terapie” e riuscirà a portare una ventata di umanità, di calore e di meditata ribellione. La trasparente metafora sui sistemi di potere che tendono a marginalizzare, recludere o addirittura eliminare ogni presunta “diversità” non necessita di ulteriori commenti. Il rifiuto delle banali schematiche semplificazioni genera conflitto, ma senza dialogo o conflitto tra diversità non esiste nessuna vera libertà.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

I diabolici

I diabolci

“Sono passati 60 anni dal romanzo d’esordio di Boileau-Narcejac che da allora diedero vita a una lunga serie di noir fino alla loro morte. A ragione sono considerati tra i pilastri del genere in Francia e furono molto amati da Alfred Hitchcock che trasse da uno dei loro libri quell’immenso capolavoro interpretato da James Stewart e Kim Novak  La donna che visse due volte. Il genio del brivido rimase colpito anche da I diabolici, ma non riusci ad acquistare i diritti in tempo, facendosi precedere da un altro grande regista, ovvero Henri-Georges Clouzot. Il maestro francese ne fece una pellicola di gran valore con Simone Signoret.” (da Huffington Post).

Ma l’abito fa il monaco? Quasi sempre sì. Tuttavia, leggere la prestigiosa edizione Adelphi di questo pur pregevole romanzo noir (Simenon, cui gli autori vengono accostati, appartiene a un’altro livello) non impedisce di riconoscerne la tipica struttura e ad un certo punto anche il prevedibile – seppur coraggioso per i tempi – finale. Tipico stile e tipica prevedibilità dall’affascinante richiamo, elegante tutt’altro che banale, di quella bella collana nazionalpopolare di grande successo che per tanti anni (passati) fu distribuito in edicola. Poi, subito dopo, nelle bancarelle dell’usato. Mai in libreria. Erano i “Gialli Mondadori”, con il loro caratteristico colore dominante e  la grafica caratterizzata dal cerchio in copertina. Infatti, ecco la precedente edizione italiana:

Diabolici

Eppure, oggi, se dovessimo leggere questo testo in bus, in metropolitana o in treno, insomma in pubblico quale edizione sceglieremmo? Non avrei dubbi, ipocritamente sceglierei quella Adelphi. Ma questo dato di fatto lascia parecchio su cui pensare.

(Nota di colore, citazione tratta dalla pag. 46 dell’edizione Adelphi: “Ravinel esce precipitosamente. Si rimprovera di non avere abbastanza sangue freddo, ma è colpa sua se è un ipersensibile? Chissà se un altro al suo posto…).