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Il cavaliere aspetta fuori

Il grande Gatsby” è il terzo romanzo di Francis Scott Fitzgerald (dopo “Di qua dal paradiso” e “Belli e dannati“). Pubblicato per la prima volta a New York il 10 aprile 1925, venne definito da T.S. Eliot «il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Da allora ne sono state tratte (finora) quattro versioni cinematografiche.

La prima, quasi immediata, è The Great Gatsby, un film muto del 1926, diretto da Herbert Brenon, interpretata da Warner Baxter e Lois Wilson, che però è andata definitivamente persa. Ne sono sono seguiti tre altri adattamenti.

La seconda è stata girata nel 1949; il film fu diretto da Elliott Nugent, con protagonisti  Alan Ladd e Betty Field.

La terza è del 1974. La pellicola viene diretta da Jack Clayton, con Robert Redford, Mia Farrow e la sceneggiatura di Francis Ford Coppola:

L’ultima versione è del 2013, film diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire:

Un confronto tra le due ultime versioni (Clayton del 1974 e Luhrman del 2013) evidenzia notevoli differenze di lettura del testo originario.

Stile e ritmo: il Gatsby del 1974 è diretto con incredibile distacco formale, mentre la colorata vorticosità e il ritmo serrato delle scene (soprattutto negli animatissimi Party di Gatsby), determinano un’atmosfera più passionale e “veloce” in quella del 2013.

Attori: decisamente freddi e glaciali nella versione di Clayton, passionali e fragili in quella di Luhrman.

Sceneggiatura:  quella più recente è molto incentrata sull’amore fra i due protagonisti e poco sulla disillusa e dissacrante descrizione del Sogno Americano e della società U.S.A. degli anni ruggenti presente nel cartaceo originale. A questa si attiene invece la versione del 1974 di Coppola, molto fedele al romanzo non solo nell’intreccio ma anche nei dialoghi.

 Colonna sonora: il film con Redford e Farrow è classico e pulito, musica anni ’20 e ’30 (l’età del jazz) per le feste, musica “hollywoodiana” per i momenti di tensione, di romanticismo, di tristezza, nessun azzardo “contemporaneo”. La scelta Luhrmanniana è invece di inserire musica moderna (Alternative Rock, House, Hip-Hop…) all’interno dei party di Gatsby, questo dona maggior “attualità” alla pellicola e al contempo garantisce un ritmo vorticoso e frenetico al tutto; intensità travolgente ma forse ridondante.

Afa e calura: Luhrmann esclude il sudore  determinato dalla soffocante atmosfera delle calde giornate estive di Long Island, vero sottofondo ambientale nel romanzo di Fitzgerald; quel copioso sudore che è invece spesso presente sui visi dei protagonisti nella versione di Clayton. Pare futile, ma è una differenza importante.

Questo per quanto riguarda il cinema. Ma dal 1925 ad oggi sono state effettuate centinaia di traduzioni e riedizioni in tutte le lingue del mondo di questo romanzo. Il quale, in realtà, appena uscito non ebbe alcun successo commerciale. Vendette poche copie, nonostante  le buone recensioni; era come se solo i recensori e alcuni “addetti ai lavori” si fossero accorti della sua importanza.  Edward Wilson, compagno di università di Fitzgerald, e dopo la sua morte principale artefice della sua riscoperta, gli scrisse che i personaggi sono troppo sgradevoli perché chi legge si appassioni veramente. Maxwell Perkins, editor di cui Fitzgerald si fidava ciecamente, gli scrisse che la tiepida accoglienza era dovuta al fatto che la sua creatura “…passa sopra la testa della gente, più di quanto tu nemmeno immagini“.

Per quale motivo, allora, questo breve romanzo e questo discutibile personaggio – Gatsby -che si rifiuta di accettare la realtà (“Non si può ripetere il passato?” esclamò incredulo. “Come no? Certo che si può!“) continua a colpire e affascinare intere generazioni: lettori, spettatori, registi, autori o scrittori o sceneggiatori che siano, in tempi tanto diversi? La risposta potrebbe essere contenuta e riassunta in due soli termini: il primo sostantivo è sincerità, il secondo è speranza.

Sul “Corriere della Sera” del 17 aprile scorso è uscita un’intervista di Aldo Cazzullo alla signora Maria Romana De Gasperi, figlia di Alcide De Gasperi: fondatore della Democrazia Cristiana, è stato l’ultimo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, il primo della Repubblica Italiana ed è reputato uno dei padri della Repubblica Italiana.

Chi era Alcide De Gasperi?
«Un intellettuale. Dalla prigione scriveva lettere in latino. Quand’era presidente del Consiglio, la sera per rilassarsi leggeva le egloghe di Virgilio e l’Anabasi di Senofonte in greco. Durante il fascismo lavorava il mattino in Vaticano come bibliotecario, e il pomeriggio per arrotondare traduceva testi in tedesco, che parlava come l’italiano. Papà dettava ad alta voce, mamma batteva a macchina, e noi dovevamo mettere le pantofole per non far rumore». (…)

Il suo testamento morale è considerato il discorso alla Conferenza di pace di Parigi.
«Di solito si cita l’incipit».

Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto tranne la vostra personale cortesia è contro di me… 
«Rappresentava un Paese che aveva fatto la guerra accanto a Hitler, e l’aveva persa. Ma io trovo più significativo il finale di quel discorso, là dove dice ai rappresentanti delle democrazie: “Vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia; un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano”. Era questo lo spirito del nostro Paese, settant’anni fa».

Rispondendo poi alle lettere dei lettori, il 19 aprile Cazzullo scrive che «La cosa più importante che Maria Romana De Gasperi ha detto al Corriere riguarda lo spirito del 1948, il modo prodigioso in cui un Paese umiliato ritrovò la fiducia in se stesso

Nell’ introduzione a”L’ età del jazz” di Fitzgerald  tradotto dal Saggiatore negli Anni Sessanta, Elémire Zolla vede Francis Scott Fitzgerald come un cavaliere antico: con qualche macchia ma senza alcuna paura. “Il bellissimo Ruggiero è ammaliato dalla maga Alcina finché non gli giunge da Bradamante il dono dell’ anello che disincanta.” Una storia di disincanto è quella di Francis Scott Fitzgerald, dice Zolla.

 Franca Cavagnoli, nell’introduzione alla sua traduzione per le edizioni Feltrinelli, scrive: «La purezza della figura di Gatsby, la sua disarmante credulità, è poi riassunta molto bene da ciò che Sylvia Plath annota sul margine della sua copia. Nel punto in cui Gatsby rimane in giardino a sorvegliare la finestra di Daisy, convinto che lei sia nella sua stanza mentre in realtà è in cucina con Tom a preparare irresponsabilmente il piano di fuga, Sylvia Plath scrive:”Il cavaliere aspetta fuori; il drago va a letto con la principessa“». In fondo, questo «…è un romanzo sulla facilità con cui a quel tempo si facevano i soldi e su come a nessuno interessasse il modo in cui venivano fatti».   Vi ricorda qualcosa?
 Però Nick Carraway, voce narrante del romanzo, l’ultima volta che vede Gatsby lo saluta così: «Bene, arrivederci». Ci stringemmo la mano e m’incamminai. Appena prima di raggiungere la siepe mi venne in mente qualcosa e mi voltai. «Sono tutti marci», gridai attraverso il prato. «Tu da solo, per la miseria, vali più di tutti loro messi assieme». Il grande Jay Gatsby è il cavaliere-gangster, che cerca Daisy come si cercava un tempo il Santo Graal. A rendere Gatsby grande è un dono che poche persone possiedono: il dono della speranza e della sincerità. Proprio quello che sembra mancare – sia in termini di stile, che di ritmo, di attori, di sceneggiatura, di colonna sonora – al film del nostro tempo, nel quale i cavalieri (anche gli ex) di solito sono tutta un’altra cosa. Mentre l’afa, la calura, le sudate  nelle soffocanti giornate estive, quelle invece sembrano proprio sempre uguali. Ce ne fossero, di Gatsby!

In testata: Giorgione, Ritratto di guerriero con scudiero detto Gattamelata, 1501 ca., Olio su tela, Firenze, Galleria degli Uffizi

In mezzo: Giovanni Bilivert, Angelica si cela a Ruggiero, ante 1624. Firenze, Galleria Palatina

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Cuore e tenebra

Per Milan Kundera  (ma non solo per lui) lo spirito del romanzo consiste  nello spirito di complessità («Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”» ). Ma non tutti la pensano così.  Ad esempio  Edmondo De Amicis. A quanto pare, per lui lo spirito giusto consisteva nella  semplificazione “educativa”. Almeno a giudicare dal suo celeberrimo libro “Cuore“. Umberto Eco già nel 1962 aveva scritto un “Elogio di Franti” (in Diario Minimo – Bompiani), mentre Natalia Ginzburg  scriveva nel 1970:

«A parte l’affetto, giudicando oggi Cuore trovo che non è per niente un bel libro. È abile e falso. È furbissimo e illustra con efficacia retorica un mondo che, in verità, nella sua sostanza, non è mai esistito se non nei libri. I suoi personaggi non hanno nessuna vita; definiti all’inizio, percorrono fino alla fine il cammino e compiono i gesti che fin dall’inizio ci eravamo aspettati: Garrone è sempre giusto e generoso; Franti è sempre perfido; il muratorino fa sempre il muso di lepre. Vi sono, è vero, alcuni ravvedimenti (…) Ma simili trasformazioni sono in qualche modo prevedibili: la virtù vince il male, il cuore trionfa, la scuola intesa come fucina di buoni sentimenti irradia un fuoco benefico, istruisce al bene. Chi non si ravvede mai, per fortuna, è il perfido Franti». (da “Mai devi domandarmi” – Einaudi, 2013)

Verifichiamo infatti che De Amicis descriveva  il “perfido” Franti in questo modo: «Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, (ma non tremava davanti a Garrone, n.d.r…?) ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni dalla giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libro, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni ch’egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo.  (…) Derossi gli disse un giorno: – Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, – ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre. Ma questa mattina, finalmente, si fece scacciare come un cane. Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia del Tamburino sardo, il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gittò sul pavimento un petardo che scoppiò facendo rintronar la scuola come una fucilata. Tutta la classe ebbe un riscossone. Il maestro balzò in piedi e gridò: – Franti! fuori di scuola! – Egli rispose: – Non son io! – Ma rideva. Il maestro ripeté: – Va’ fuori! – Non mi muovo, – rispose. Allora il maestro perdette i lumi, gli si lanciò addosso, lo afferrò per le braccia, lo strappò dal banco. Egli si dibatteva, digrignava i denti: si fece trascinar fuori di viva forza. Il maestro lo portò quasi di peso dal Direttore, e poi tornò in classe solo e sedette al tavolino, pigliandosi il capo fra le mani, affannato, con un’espressione così stanca e afflitta, che faceva male a vederlo. – Dopo trent’anni che faccio scuola! – esclamò tristamente, crollando il capo. Nessuno fiatava. Le mani gli tremavano dall’ira, e la ruga diritta che ha in mezzo alla fronte, era così profonda, che pareva una ferita. Povero maestro! Tutti ne pativano. Derossi s’alzò e disse: – Signor maestro, non si affligga. Noi le vogliamo bene. – E allora egli si rasserenò un poco e disse: – Riprendiamo la lezione, ragazzi. » (Edmondo De Amicis – “Cuore”, 1886)

Un mostro, insomma, l’incarnazione del male, Franti. Povero ragazzino: nessuna pietà per lui, irredimibile “cattivo per natura”. Un diverso. Però, però… però la realtà è un’altra cosa! Anche se  qualcuno trova molto comodo credere al contrario, la vita non è così semplice; essa è molto più complicata di così. Nella realtà i mulini bianchi non esistono, vengono creati e diffusi ad arte nell’immaginario collettivo al fine di suggestionarci, per convincerci ad acquistare senza alcun sforzo di ragionamento qualche genere di prodotto. Non necessariamente materiale. Anche e soprattutto politico.

È perciò evidente che il cosiddetto “libro Cuore” non è affatto un romanzo. Non ne possiede le caratteristiche. Il il suo centro consiste, infatti, proprio nel rifiuto della complessità, nella schematizzazione senza sfumature di grigio. Il socialista (!) De Amicis credeva solo nel bianco o nel nero, nel buono o nel cattivo (lui era il buono, ovvio), nell’innocente o nel colpevole. Credeva in una realtà di fantasia, che non è mai esistita. Fantascienza sociologica non dichiarata. Ma allora se il libro Cuore non è un romanzo,  cos’è? Lo spiega molto bene ancora Natalia Ginzburg: «In verità quello che mi affascinava in Cuore era il trovarvi un mondo più ordinato, e in fondo per me più rassicurante, del mondo nel quale vivevo. Che fosse quello di Cuore un mondo falso, libresco e inesistente nella realtà, io allora non lo capivo; i bambini spesso sono attratti dalla falsità; spesso essi preferiscono lo splendore delle sete artificiali, il luccichio delle perle false, alle vere perle e alla vera seta. E io ero, da bambina, retorica, conformista, e con ideali piccolo-borghesi. »

Corrado Augias approfondisce e articola da par suo la questione: «Fin dalle prime pagine, Cuore si presenta con le caratteristiche d’una “epopea” o se si vuole della drammaturgia d’agitazione e di propaganda. Come nel teatro dei gesuiti, o di Brecht, come nell’Odissea, per risalire fino ad un archetipo sommo e remoto. La presentazione dei personaggi, la fissità dei comportamenti, servono per dire al lettore che le figurine che ha di fronte sono mosse da forze che sfuggono al controllo della volontà, obbediscono alla funzione che devono svolgere.È appena uscito un volume di storia e critica letteraria (“La letteratura circostante” di Gianluigi Simonetti — Il Mulino ed.) nel quale l’autore descrive tra l’altro quella che chiama “ La letteratura in senso forte”, vale a dire quella che si prefiggeva di plasmare le coscienze dei lettori, addirittura di dare un colpo di pollice al corso degli eventi. Forme (e propositi) scomparsi dalla letteratura contemporanea. “ Cuore” rientra proprio in quel tipo di narrazione.» La Repubblica, 10 aprile 2018)

In altre parole, si trattava di uno strumento il cui fine era la pura e semplice gestione del potere. Propaganda e tutela preventiva dell’ordine così come veniva concepito e desiderato dall’alto.

Cambiamo i parametri: il dottor Francesco Ingravallo è l’investigatore protagonista di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda. Tutti lo chiamano don Ciccio: «uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. (…) Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo». (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – Garzanti, 1993)

Carlo Emilio Gadda, come si vede, era tutt’altro che “deamicisiano”, così come non lo è Aldo Grasso:

«Quando sono uscite in America serie come The Wire, I Soprano, Breaking Bad e altre ancora, e in Italia Romanzo criminale, Gomorra, Suburra, in molti si sono chiesti se fosse giusto mettere in scena la violenza, la criminalità, il male. Dobbiamo far finta che non esistano? Dobbiamo produrre solo fiction agiografica per consolarci con un’immagine positiva, gratificante? Dobbiamo chiedere alla tv, al cinema e ad altre forme espressive di esimersi dal raccontare la criminalità, nel timore che ciò dia origine a comportamenti emulativi? Una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza in favore del male. (…) Il primo dovere che una serie deve porsi non è l’argomento trattato ma la scrittura, l’unica in grado di restituire la complessità del reale, di esplorare temi centrali rispetto alla sensibilità condivisa, di costruire un «racconto mondo» capace anche di rappresentare il male». (Aldo Grasso, La Lettura n. 333)

Proprio così: una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza in favore del male. Vincenzo Paglia ha scritto: «La radice di ogni totalitarismo sta nel sentirsi talmente gratificati dalla pienezza della verità da non sentire più il bisogno dell’altro o da non avvertirne la mancanza. In questi casi il dialogo non solo non viene praticato, ma è addirittura sentito come un pericolo e quindi escluso. Al contrario, il dialogo tende per sua natura a costruire relazioni al cui interno si tesse la ricchezza stessa del vivere assieme. Mai comunque il dialogo può essere rinuncia alle proprie convinzioni e tantomeno tolleranza del male e delle ingiustizie». (Il crollo del noi – Laterza 2017)

Di più: una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza ipocrita in favore del male. Ciò è ben descritto nella scena del film “The Untouchables – Gli intoccabili” di Brian De Palma: Al Capone (Robert De Niro) piange  ascoltando l’aria “Vesti la giubba”, un’aria  molto commovente dell’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, proprio mentre il suo scagnozzo gli comunica di aver appena eseguito il suo ordine di uccidere il poliziotto irlandese Jimmy Malone (Sean Connery):

Chiudo con un doveroso e doppiamente opportuno omaggio al grande Miloš Forman,  da poco scomparso. Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è un film del 1975. È tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey, pubblicato nel 1962 e tradotto in italiano nel 1976 da Rizzoli Editore. L’autore scrisse il libro in seguito alla propria esperienza da volontario all’interno del Veterans Administration Hospital di Palo Alto, in California.

Protagonista del film uno straordinario Jack Nicholson. Nel reparto di un ospedale psichiatrico dell’Oregon, malati che vengono considerati inguaribili sono segregati tra pareti impietose e diretti con pugno di ferro da Miss Ratched, la “Grande Infermiera”. Tutti ne sono succubi. Ma un giorno arriva McMurphy, novello Franti, un irlandese cocciuto, spavaldo, allegro e ribelle. Con l’aiuto di Bromden, risveglierà i pazienti ormai avviliti dalle “terapie” e riuscirà a portare una ventata di umanità, di calore e di meditata ribellione. La trasparente metafora sui sistemi di potere che tendono a marginalizzare, recludere o addirittura eliminare ogni presunta “diversità” non necessita di ulteriori commenti. Il rifiuto delle banali schematiche semplificazioni genera conflitto, ma senza dialogo o conflitto tra diversità non esiste nessuna vera libertà.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

I diabolici

I diabolci

“Sono passati 60 anni dal romanzo d’esordio di Boileau-Narcejac che da allora diedero vita a una lunga serie di noir fino alla loro morte. A ragione sono considerati tra i pilastri del genere in Francia e furono molto amati da Alfred Hitchcock che trasse da uno dei loro libri quell’immenso capolavoro interpretato da James Stewart e Kim Novak  La donna che visse due volte. Il genio del brivido rimase colpito anche da I diabolici, ma non riusci ad acquistare i diritti in tempo, facendosi precedere da un altro grande regista, ovvero Henri-Georges Clouzot. Il maestro francese ne fece una pellicola di gran valore con Simone Signoret.” (da Huffington Post).

Ma l’abito fa il monaco? Quasi sempre sì. Tuttavia, leggere la prestigiosa edizione Adelphi di questo pur pregevole romanzo noir (Simenon, cui gli autori vengono accostati, appartiene a un’altro livello) non impedisce di riconoscerne la tipica struttura e ad un certo punto anche il prevedibile – seppur coraggioso per i tempi – finale. Tipico stile e tipica prevedibilità dall’affascinante richiamo, elegante tutt’altro che banale, di quella bella collana nazionalpopolare di grande successo che per tanti anni (passati) fu distribuito in edicola. Poi, subito dopo, nelle bancarelle dell’usato. Mai in libreria. Erano i “Gialli Mondadori”, con il loro caratteristico colore dominante e  la grafica caratterizzata dal cerchio in copertina. Infatti, ecco la precedente edizione italiana:

Diabolici

Eppure, oggi, se dovessimo leggere questo testo in bus, in metropolitana o in treno, insomma in pubblico quale edizione sceglieremmo? Non avrei dubbi, ipocritamente sceglierei quella Adelphi. Ma questo dato di fatto lascia parecchio su cui pensare.

(Nota di colore, citazione tratta dalla pag. 46 dell’edizione Adelphi: “Ravinel esce precipitosamente. Si rimprovera di non avere abbastanza sangue freddo, ma è colpa sua se è un ipersensibile? Chissà se un altro al suo posto…).

 

The story of film

Odissey

The Story of Film: An Odyssey è un documentario che parla della storia del cinema, dalla sua nascita alla fine dell’ottocento fino agli anni 2000. Il documentario è formato da 15 episodi che hanno una durata di un’ora l’uno con una lunghezza complessiva di oltre 900 minuti. È stato diretto e narrato da Mark Cousins, un critico cinematografico dall’Irlanda del Nord, anche autore dell’omonimo libro del 2004 The Story of Film.
Quando il documentario è stato trasmesso a partire dal settembre 2011 il Telegraph titolava che era “l’evento cinematografico dell’anno”, descrivendolo come “visivamente ammaliante e intellettualmente stimolante, è allo stesso tempo una lettera d’amore al cinema, un imperdibile corso di cinema ed una riscrittura radicale del mondo del cinema.” Il documentario ha vinto il Peabody Award nel 2013.” (da Vintage Movies)

“Cinque anni di lavoro, sei continenti, quasi 130 anni di film, interviste a registi e attori di tutto il mondo, un fantastico percorso che illustra come i cineasti siano influenzati sia dagli eventi storici del loro tempo sia gli uni dagli altri. Non c’è una linea cronologica ben definita, si viaggia avanti e indietro nel tempo, negli anni, nei vari paesi del mondo, dai fratelli Lumière a James Cameron, da Thomas Edison a Martin Scorsese, usando un linguaggio molto semplice e senza farsi prendere da noiosi nozionismi e assolutamente non impersonale o freddo. Cousins ci offre ritratti inediti di protagonisti del cinema come Orson Welles, Alfred Hitchcock, Francis Ford Coppola, Claudia Cardinale, Bernardo Bertolucci, Kyoko Kagawa, Gus Van Sant, Terrence Malick, Lars Von Trier e tantissimi altri, ripercorrendo le tappe fondamentali, le innovazioni tecnologiche, il sogno hollywoodiano”. (da cinema.fanpage.it)

Bellissimo.

 

 

Il bene e il male

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Jean Renoir , secondo figlio del pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir, nel 1939 ha diretto un film, “Le regole del gioco” in cui il regista stesso si riserva la parte di Octave, un musicista fallito e squattrinato, che a un certo punto dice: « Ho voglia di sparire in un buco. (…) Non vedere più niente, non dover scegliere ciò che è bene, ciò che è male. Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni. »

Era la vigilia della seconda guerra mondiale.

La famiglia Bélier

La famiglia Bélier

La famiglia Bélier” è un film francese del 2014 di Eric Lartigau. “Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.” (Marzia Gandolfi – Mymovies.it).

Il film non ha contenuti particolarmente originali (se non per il fatto che tre componenti su quattro della famiglia sono sordomuti) ma è una commedia carina e ben fatta, che sfiora con delicatezza sia commozione sia comicità senza indulgere né in retorica né in romanticismo o eccessivo sentimentalismo. Ma ne scrivo qui solo a causa della scena che più mi ha colpito, quella cioè nella quale Paula, dopo varie traversie e indecisioni, riesce a dimostrare e finalmente convincere tutti del suo talento (anche i suoi familiari) grazie alla classica recita scolastica. Si esibisce infatti in un duetto vocale con un suo compagno. duetto che non ci viene fatto ascoltare, ma che possiamo solamente percepire, sordi anche noi, come fossimo sott’acqua, attraverso lo stesso sguardo rallentato dall’ipersensibilità dei suoi tre familiari sordomuti, padre, madre e fratello. Essi si convincono solo ora delle sue grandi capacità, e solo grazie alla loro particolare”percezione extrasensoriale”, del clima di straordinaria emozione artistica che si è creato all’interno dell’auditorium. Senza sentire assolutamente nulla, acusticamente parlando, anche loro entrano in contatto diretto con il magnetismo emanato dal puro talento che alla fine si manifesta in tutto il suo splendore, superiore e indipendente dai miseri limiti della mutevole e fragile percezione sensoriale umana. Dopotutto non era sordo anche Beethoven?