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The story of film

Odissey

The Story of Film: An Odyssey è un documentario che parla della storia del cinema, dalla sua nascita alla fine dell’ottocento fino agli anni 2000. Il documentario è formato da 15 episodi che hanno una durata di un’ora l’uno con una lunghezza complessiva di oltre 900 minuti. È stato diretto e narrato da Mark Cousins, un critico cinematografico dall’Irlanda del Nord, anche autore dell’omonimo libro del 2004 The Story of Film.
Quando il documentario è stato trasmesso a partire dal settembre 2011 il Telegraph titolava che era “l’evento cinematografico dell’anno”, descrivendolo come “visivamente ammaliante e intellettualmente stimolante, è allo stesso tempo una lettera d’amore al cinema, un imperdibile corso di cinema ed una riscrittura radicale del mondo del cinema.” Il documentario ha vinto il Peabody Award nel 2013.” (da Vintage Movies)

“Cinque anni di lavoro, sei continenti, quasi 130 anni di film, interviste a registi e attori di tutto il mondo, un fantastico percorso che illustra come i cineasti siano influenzati sia dagli eventi storici del loro tempo sia gli uni dagli altri. Non c’è una linea cronologica ben definita, si viaggia avanti e indietro nel tempo, negli anni, nei vari paesi del mondo, dai fratelli Lumière a James Cameron, da Thomas Edison a Martin Scorsese, usando un linguaggio molto semplice e senza farsi prendere da noiosi nozionismi e assolutamente non impersonale o freddo. Cousins ci offre ritratti inediti di protagonisti del cinema come Orson Welles, Alfred Hitchcock, Francis Ford Coppola, Claudia Cardinale, Bernardo Bertolucci, Kyoko Kagawa, Gus Van Sant, Terrence Malick, Lars Von Trier e tantissimi altri, ripercorrendo le tappe fondamentali, le innovazioni tecnologiche, il sogno hollywoodiano”. (da cinema.fanpage.it)

Bellissimo.

 

 

Il bene e il male

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Jean Renoir , secondo figlio del pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir, nel 1939 ha diretto un film, “Le regole del gioco” in cui il regista stesso si riserva la parte di Octave, un musicista fallito e squattrinato, che a un certo punto dice: « Ho voglia di sparire in un buco. (…) Non vedere più niente, non dover scegliere ciò che è bene, ciò che è male. Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni. »

Era la vigilia della seconda guerra mondiale.

La famiglia Bélier

La famiglia Bélier

La famiglia Bélier” è un film francese del 2014 di Eric Lartigau. “Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.” (Marzia Gandolfi – Mymovies.it).

Il film non ha contenuti particolarmente originali (se non per il fatto che tre componenti su quattro della famiglia sono sordomuti) ma è una commedia carina e ben fatta, che sfiora con delicatezza sia commozione sia comicità senza indulgere né in retorica né in romanticismo o eccessivo sentimentalismo. Ma ne scrivo qui solo a causa della scena che più mi ha colpito, quella cioè nella quale Paula, dopo varie traversie e indecisioni, riesce a dimostrare e finalmente convincere tutti del suo talento (anche i suoi familiari) grazie alla classica recita scolastica. Si esibisce infatti in un duetto vocale con un suo compagno. duetto che non ci viene fatto ascoltare, ma che possiamo solamente percepire, sordi anche noi, come fossimo sott’acqua, attraverso lo stesso sguardo rallentato dall’ipersensibilità dei suoi tre familiari sordomuti, padre, madre e fratello. Essi si convincono solo ora delle sue grandi capacità, e solo grazie alla loro particolare”percezione extrasensoriale”, del clima di straordinaria emozione artistica che si è creato all’interno dell’auditorium. Senza sentire assolutamente nulla, acusticamente parlando, anche loro entrano in contatto diretto con il magnetismo emanato dal puro talento che alla fine si manifesta in tutto il suo splendore, superiore e indipendente dai miseri limiti della mutevole e fragile percezione sensoriale umana. Dopotutto non era sordo anche Beethoven?

Jep Gambardella è ipersensibile?

Jep-Gambardella-la-grande-bellezza

Nella parte iniziale di “La Grande Bellezza“, (premio Oscar come miglior film straniero, di Paolo Sorrentino) c’è un ballo collettivo, “alcolico” e scatenato. Si tratta evidentemente di una festa notturna, che si svolge su una terrazza romana al ritmo di “Far l’amore” di Raffaella Carrà, nella versione remix  realizzata da .

Ad un certo punto la musica cambia, le persone si dispongono in due parti sulle note di Mueve la colita (El Gato DJ), d’un tratto le immagini rallentano e in mezzo alle due ali di ballerini avanza lentamente accendendosi una sigaretta su sfondo buio, lui,  Jep Gambardella (uno strepitoso Toni Servillo), la cui voce fuori campo esprime un pensiero evidentemente introduttivo al proprio personaggio, quindi al film:

« A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa“. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?”. Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella. »

Jep Gambardella non sarà per caso un’ipersensibile?

Burocrazia criminale

arbeit macht frei

Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno, di Eyal Sivan, produzione francese del 1999, è un documentario sul processo di primo grado al tenente colonnello Otto Adolph Eichmann.

Le immagini sono integralmente tratte dalle riprese originali effettuate dal regista americano Leo H. Hurwitz, che aveva nascosto quattro telecamere dietro finte pareti. Esperto in questioni ebraiche e responsabile dell’emigrazione coatta prima, e dell’evacuazione forzata dal ’41 al ’45, venne rapito dai servizi segreti israeliani a Buenos Aires nel ‘60, dove si era rifugiato dopo la guerra. Il maggior responsabile dello sterminio di 6 milioni di ebrei (calcolo desunto dai verbali minuziosamente redatti dai burocrati della morte dei vari universi concentrazionari) era stato catturato dopo 15 anni di ricerche forsennate e per lungo tempo infruttuose. Il rito venne celebrato nel ‘61, nella Casa del Popolo di Gerusalemme. Il 31 maggio 1962, Eichmann veniva condotto alla forca. Scritto da Eyal Sivan e Rony Brauman, il film si ispira a La banalità del male di Hannah Arendt, che assistette al dibattimento in aula, quale inviata del New Yorker. Il dibattimento si è svolto in lingua ebraica con traduzione simultanea. Il film è quindi sottotitolato in italiano. Mi sono appuntato alcuni dei dialoghi che più mi hanno colpito. Essi non sono direttamente consequenziali, eccoli.

Un testimone: “Il tenente colonnello Eichmann prese la direzione dell’ufficio centrale per l’emigrazione degli ebrei (…) Era una persona molto posata“.

Domande del P.M.: “E’ esatto che lei ha dichiarato che il suo lavoro in Austria è quello che le ha dato più soddisfazioni e le ha fatto assaporare la gioia della creatività? In pratica il suo lavoro in Austria consisteva nell’espellere gli ebrei.”

Per tutto ciò che riguarda queste emigrazioni forzate, agli occhi dei suoi superiori lei era considerato un qualificato specialista. (…) E’ per questo che lei veniva chiamato ‘lo specialista’?”

Risposta: “Sì, avevo acquisito esperienza in materia” (…)

Ricevevo degli ordini, che la gente venisse uccisa o no, gli ordini dovevano essere eseguiti secondo la procedura amministrativa. Io ero responsabile di una piccola parte delle operazioni. Altri settori si facevano carico delle partenze dei trasporti”. (…)

La Corte: “Allora era inconcepibile che qualcuno fosse in grado di accettare le conseguenze di un rifiuto di obbedienza alle autorità?

Risposta: “Si viveva in un’epoca di crimine legalizzato dallo Stato. La responsabilità era di coloro che davano gli ordini”. (…)

La Corte: “E’ ciò che pensa lei, che si definisce un idealista, uno in grado di eseguire al meglio gli ordini che venivano dall’alto?

Risposta: “Io sentivo che la mia adesione al nazionalismo che veniva predicato significava fare il mio dovere secondo il mio giuramento. Questa era la mia interpretazione. Oggi sono cosciente che qualsiasi nazionalismo condotto all’estremo porta ad un egoismo brutale e da questo si arriva presto al radicalismo.” (…)

La Corte: “Questi Consigli Ebraici in quanto strumenti della politica tedesca nei confronti degli ebrei, facilitavano considerevolmente l’applicazione di misure contro di loro ed erano un risparmio importante del personale sia di polizia che di funzionari civili. Ciò fu possibile ingannando le vittime, facilitando il lavoro, facendo lavorare gli stessi ebrei, affidando a loro l’incarico del proprio sterminio.”

Risposta: “Sì. è vero.” (…)

Eichmann:”… dovevo recarmi nuovamente a Lublino. Dovevo portare una lettera al generale Globcnik nella quale gli veniva affidato il potere e l’autorizzazione di uccidere 150.000 o 200.000 ebrei. Ricordo ancora di aver sentito dire che Globcnik aveva  avuto la curiosa idea di farsi rilasciare, a fatto compiuto (non è chiaro cosa chiedesse, forse una liberatoria, ndt). Sembra l’avesse richiesto. E mi ricordo ancora che, quando attraversai Lemberg in auto, in periferia, vidi una cosa che non avevo mai visto, una fontana di sangue. Passai vicino al luogo dove poco prima erano stati fucilati degli ebrei e dove probabilmente sotto la pressione del gas, il sangue sprizzava fuori dalla terra come una fontana.” (…)

Dopo aver ammesso di considerare lo sterminio del popolo ebraico uno dei più orrendi crimini compiuti dall’umanità, Eichmann afferma: “Per concludere, già allora pensavo che questa soluzione estrema non fosse giustificata. La consideravo un atto mostruoso. Ma ero legato al mio giuramento di obbedienza e dovevo occuparmi nel mio settore dell’organizzazione dei trasporti. Non ero sciolto dal mio giuramento, quindi non mi sento responsabile nel profondo di me stesso e mi sento liberato da ogni colpa. Ero sollevato per non aver avuto nulla a che fare con lo sterminio fisico. Nulla a che fare. Ero fin troppo occupato dal lavoro che mi avevano affidato. Ero capace e svolgevo il mio lavoro su una scrivania, facevo il mio dovere conformemente agli ordini. Non ho mai avuto rimproveri per non aver compiuto il mio dovere o di aver mancato in qualcosa nel fare il mio dovere. E, ancora una volta, oggi, lo voglio ripetere”. Queste sono le ultime parole che Eichmann proferisce in Uno specialista,