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Comandi nascosti, grilletti ipnotici

Ogni volta che vedo l’acronimo PNL stampato sulla copertina di un libro mi viene in mente il Prodotto Nazionale Lordo, cioè “il valore monetario di tutti i beni e servizi finali prodotti da fattori posseduti da cittadini di una determinata nazione in un determinato periodo di tempo.” (da Wikipedia) Invece no, di solito il libro tratta di tutta un’altra cosa: della cosiddetta “programmazione neuro linguistica” (in inglese Neurolinguistic programming, NLP). L’Oxford English Dictionary descrive la PNL come “un modello di comunicazione interpersonale che si occupa principalmente della relazione fra gli schemi di comportamento di successo e le esperienze soggettive (in particolare gli schemi di pensiero) che ne sono alla base” e “un sistema di terapia alternativa basato su questo che cerca di istruire le persone all’autoconsapevolezza e alla comunicazione efficace, e a cambiare i propri schemi di comportamento mentale ed emozionale“(ancora da Wikipedia).

Area 51 Publishing ha pubblicato vari testi su questo tema, alcuni dei quali sono firmati da un certo Robert James, ad esempio: “PNL. Comandi nascosti“. «Le strategie di comunicazione verbale, paraverbale e non verbale per migliorare la tua comunicazione persuasiva». L’e-book inizia così: «INTRODUZIONE AL METODO GUIDATO – I comandi nascosti fanno parte di quell’ampia area della PNL conosciuta come “ipnosi conversazionale”: l’utilizzo strategico del linguaggio conscio e inconscio per oltrepassare le difese consce e inconsce dell’ascoltatore per convincerlo, persuaderlo e guidarlo” (…) i comandi nascosti sono a tutti gli effetti una tecnica ipnotica, proprio perché saltano la parte conscia per arrivare alla comunicazione diretta con la parte subconscia. Sono una tecnica di ipnosi conversazionale perché utilizzano la conversazione, utilizzano le parole, il linguaggio conscio per arrivare al proprio obiettivo. »

Si tratta di ipnosi, quindi. Più avanti l’autore definisce due tipi di comandi: il comando diretto e il comando indiretto. «Un comando diretto che si esprime con frasi tipo “fai questo”, “concentrati su questo”, “svegliati”, “muoviti” è un approccio traumatico. La reazione dell’inconscio è la chiusura, la difesa o il contrattacco. Costruire in modo troppo diretto il discorso, costruire i comandi che sono orientati all’altra persona, dare istruzioni all’altro in modo troppo diretto è molto rischioso, rischia di ottenere l’effetto opposto rispetto a quello che vogliamo. Rischiamo di inimicarci chi vogliamo farci amico, rischiamo che la persona faccia il contrario di quello che vorremmo che facesse, rischiamo che l’ascoltatore si ponga contro di noi anziché con noi, rischiamo di ottenere un dissenso anziché un consenso. L’utilizzo del modo indiretto ci permette di ottenere i risultati che vogliamo senza doverlo dichiarare o affermare direttamente ma nascondendolo all’interno di un discorso che apparentemente, a livello conscio, non implica alcun tipo di indicazione, istruzione o comando diretto. Perciò, in generale, se vuoi ottenere risultati è meglio utilizzare la forma indiretta. Si tratta di una costruzione più articolata, ma a livello inconscio è la più potente, è quella che viene meglio recepita. (…) 

I comandi nascosti attivano un’azione che è guidata o sollecitata da parte chi parla e che l’interlocutore esegue pensando sia il frutto di una sua autonoma decisione. Questa è l’intenzione con cui apprendiamo e usiamo lo strumento dei comandi nascosti, il risultato dipende sempre dall’abilità che si acquisisce approfondendo, praticando, perseverando. Questa abilità può essere utilizzata sia come oratori, per dare comandi nascosti, sia come ascoltatori, per individuare quando ci vengono dati i comandi nascosti.» (…)

«Luso impersonale indiretto è la sintesi o l’essenza dell’uso indiretto nell’ipnosi conversazionale. Possiamo considerare questa strategia anche come una sintesi dei comandi nascosti nel loro insieme. Inoltre sfrutta il potente trigger (grilletto) ipnotico del nome, infatti l’uso impersonale indiretto segue questa costruzione: forma impersonale + nome della persona + infinito. La prima parte dell’espressione è dedicata all’utilizzo della forma impersonale. Poi, prima dell’azione suggerita, prima del comando nascosto che viene espresso con il verbo all’infinito, si aggiunge il nome. Il nome trasforma la forma impersonale e l’infinito, che denotano distanza, impersonalità, anonima oggettività, in un comando. Ti porto un esempio: “è molto semplice, Francesco, rilassarsi. Basta chiudere gli occhi e concentrarsi sul respiro. (…) Possiamo usare i comandi nascosti per qualunque obiettivo: per motivare, per vendere un prodotto o servizio.

Un altro esempio: “è molto eccitante, Francesca, indossare questo vestito e queste fantastiche scarpe”. La forma impersonale identifica l’inizio dell’azione che si vuole guidare o a comandare. L’espressione “è molto eccitante” identifica l’obiettivo di creare un senso di eccitazione, di piacere fisico, di frivolezza che viene rafforzato dal verbo infinito “indossare”. L’utilizzo del nome è il trigger ipnotico attiva la trasformazione dalla forma impersonale, apparentemente oggettiva e neutrale, in comando diretto. Il subconscio di Francesca automaticamente recepirà l’eccitazione dell’indossare il vestito.» (…)

«L’aneddoto ipnotico è un’ulteriore articolazione dell’uso impersonale indiretto, si intreccia a un altro strumento molto efficace che è il cosiddetto “storytelling ipnotico”, la costruzione di storie persuasive. Possiamo considerare l’aneddoto ipnotico come una delle strategie di storytelling ipnotico, la strategia che utilizza il racconto autobiografico, vero o inventato che sia. (…) Se, per esempio, il tuo obiettivo è di far vivere a Francesco una meravigliosa esperienza in quel bed&breakfast, l’utilizzo di queste strategie verbali è unicamente indirizzata al suo bene. Quindi apprendi e utilizzi strategie costruite perché sai che devi bypassare comunque il suo livello conscio e le sue resistenze consce. Si tratta di un percorso di evoluzione. Se invece il tuo obiettivo è “fregare” Francesco mandandolo in villeggiatura in un posto brutto, dove magari tu hai una provvigione, sono affari tuoi. La PNL è uno strumento, ha un valore neutro e la responsabilità del suo utilizzo è solo tua. Non diamo la colpa alla PNL se usiamo la PNL per obiettivi sbagliati o manipolatori. Diamo la colpa a chi usa questi strumenti per obiettivi sbagliati.» E ti pareva…. Ma vediamo qualche applicazione pratica, interpretata da un attore professionista:

 

Lo statunitense Anthony “Tony” Robbins è il più famoso formatore motivazionale ed esperto di PNL del mondo. Su Netflix è possibile vedere il documentario originale “I Am Not Your Guru” (regia di Joe Berlinger) E’ un documento davvero interessante (e anche commovente, siete avvisati!) «Il lungometraggio di 115 minuti è girato da Joe Berlinger (Metallica: Some Kind of Monster) che, dopo aver partecipato a un seminario di Robbins nel 2012, ha detto di voler raccontare un’esperienza che, appunto, gli «ha cambiato la vita».

Il regista è andato così dietro le quinte dell’annuale Appuntamento con il destino, il più famoso seminario del coach (quello filmato si è svolto nel 2014 a Boca Raton, in Florida), a cui partecipano più di 2000 persone, arrivate da tutto il mondo per voltare pagina al prezzo di quasi $5000.

È uno spettacolo, quello che mette in scena Robbins, sul palco davanti a una folla pronta a tutto per superare i propri limiti, liberarsi da traumi e dipendenze, ritrovare se stessi e raggiungere il successo. Come promette loro l’esperto. 

La terapia è d’urto: confessioni choc, pugni alzati, abbracci e pianti liberatori. C’è chi ha instinti suicidi, chi viene da un passato di abusi sessuali: Robbins fa parlare tutti, li esorta a liberarsi del peso che non permette loro di andare avanti. Sente il loro dolore, sembra quasi che ne tragga energia: «È come una droga per me», ha spiegato al New York Times. E il risultato sembra garantito» scrive Vanity Fair.it. E conclude così: «Se siete fra gli scettici, potreste ricredervi. Ha convinto perfino Donald Trump.» Questo potrebbe spiegare molte cose. Il documentario inizia con questa domanda che Robbins pone a un iscritto al seminario: “Perché volevi suicidarti?“. Termina poi con queste sue parole dal palco rivolte  ad un pubblico giubilante: “Fate della vostra vita un capolavoro, amici miei, Dio vi benedica!” Il personaggio è senza dubbio un grande comunicatore, magnetico e carismatico. Ognuno tragga liberamente le sue conclusioni. Questo comunque è il trailer del film:

 

Don Ciotti, il pallone e quattro lesbiche

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Il 23 gennaio 2015, in un’intervista a Repubblica TV, don Ciotti, presidente dell’associazione Libera, ha affermato che“Il problema più grave non è chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare. Noi abbiamo bisogno di verità. Qui ci sono giri di imprenditori, di organizzazioni che avevano troppi giochi e interessi, ma l’impostazione del sistema è come fosse mafioso, punto e basta, nella metodologia con cui tutto questo viene fatto””. Nella fattispecie si riferiva ad una speculazione edilizia coraggiosamente bloccata dal sindaco di San Lazzaro di Savena, Isabella Conti, nonché al mondo dei costruttori privati e delle cooperative di costruzione interessate. Se cambiamo settore, allargando l’orizzonte, il discorso non cambia. Ho un figlio che gioca a calcio, ha 12 anni ed ha una grande passione. Anche nel mondo del calcio italiano circola però tanto, troppo denaro pubblico ed esistono molti “giochi ed interessi”. Ed eccoci qua. Il presidente della FGIC (Federazione Italiana Giuoco Calcio, notare il termine “Giuoco” in disuso da decenni), cioè il massimo organismo dirigente del calcio professionistico italiano si chiama Carlo Tavecchio. Uomo di calcio, Tavecchio. Ma soprattutto d’affari e grande amico di Lotito, altro imprenditore molto addentro al giro che conta . Tavecchio, nel corso della sua “campagna elettorale” per la presidenza FIGC si presentò così: “Le questioni di accoglienza sono una cosa, quelle del gioco un’altra. L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che ‘Opti Poba‘ è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così”.  Poi c’è la LND (Lega Nazionale Dilettanti, che tra l’altro organizza anche il campionato di mio figlio) di cui Tavecchio era presidente e che è stato sostituito dal signor Felice Belloli, il quale, secondo il  verbale di Riunione del Consiglio di Dipartimento Calcio Femminile del 5 marzo 2015, avrebbe dichiarato: “Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche”. Belloli si difende così: «Bisogna dimostrare che ho detto certe parole. Avrei detto queste cose? Avrei, appunto… Dimostrino che ho detto così… Dicano pure quello che vogliono. Chiedono le mie dimissioni. Non so chi può chiedere le mie dimissioni. Io, in ogni caso, non ho mire politiche». Infatti sembra impossibile che dirigenti così importanti, i quali occupano posizioni di tali responsabilità, che dovrebbero essere riferimenti e modelli per i nostri figli, dimostrino invece un livello “culturale e intellettuale” così basso, bieco e volgare. Gli organi competenti si esprimeranno in proposito. Il problema però è che un simile livello “culturale e intellettuale” (non parliamo di quello etico e morale) è davvero più diffuso di quanto si creda all’interno dei più importanti quadri dirigenziali di moltissime strutture e amministrazione pubbliche . Talvolta questa subcultura costituisce addirittura il presupposto necessario e quasi sufficiente per avere successo nel meccanismo perverso della cooptazione alla gestione della cosa pubblica. Chiamiamo le cose con il loro nome. Come dice don Ciotti, si tratta di un meccanismo e di una mentalità squisitamente mafioso. I “campioni” di questo sport si presentano in pubblico come ovvio con la loro facciata pulita. Ma siamo sinceri,  i vizi che considerano privati non vengono mai nascosti abbastanza bene dalle scontate pretese di pubbliche virtù. Se vogliamo vederla, questa è la dura verità su una classe dirigente che evidentemente ci meritiamo e che abbiamo costruito a forza di guardare, lasciar fare e voltarci dall’altra parte. Per poi indignarci, naturalmente.