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Il buono pasto

1. La ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs) è un film a episodi del 2018 scritto e diretto dai fratelli Coen, con protagonisti Tim Blake NelsonLiam NeesonJames FrancoZoe KazanTyne Daly e Tom Waits.  Il film illustra sei storie appartenenti al libro La ballata di Buster Scruggs e altre storie della frontiera americana. Mentre una mano sfoglia le pagine, troveremo delle immagini a colori che introdurranno ognuno dei sei capitoli e che rappresenteranno un episodio degli stessi. (da Wikipedia)

Il terzo episodio di questo straordinario film si intitola “Meal ticket“, che tradotto letteralmente significa “Buono pasto”; per estensione: “la pagnotta”. Esso  tratta di un impresario che viaggia di città in città con il suo carro per presentare lo spettacolo  “Il tordo senza ali”, un monologo – ispirato e profondo – di un giovane ragazzo inglese, di nome Harrison, mutilato sia di gambe che di braccia. Alla fine l’impresario chiede un’offerta sfruttando la situazione tragica del ragazzo, che così riesce comunque a sopravvivere.

Una sera l’impresario inizia girare per la città, preoccupato per il continuo  calo di spettatori; d’improvviso nota una piccola folla attirata dallo spettacolo costituito da una”gallina intelligente” che esegue operazioni matematiche di base indicando con il becco il risultato delle operazioni. Decide così di comprare il pollo. Provvisto di sacchi di mangime riprende il viaggio. Un giorno si ferma su un ponte e butta una grossa pietra nel fiume sottostante, come per sondarne la profondità. Nella scena finale, l’unico passeggero rimasto all’interno del carro è la “gallina intelligente”. La svolta “artistica” dell’impresario è davvero drastica, e ormai irreversibile.

2. “Se sei stanco della vita vai al cinema, se hai troppi pensieri vai al cinema…”. Così recitava, ai tempi della Grande Depressione economica, lo slogan di uno Studio hollywoodiano. Passano i decenni e le crisi si susseguono, però la logica rimane la stessa: in sala, i più premiati sono i film scacciapensieri in tutte le loro declinazioni. Lo conferma, ancora una volta, l’edizione delle Giornate Professionali del cinema (in corso a Sorrento) con il Premio Biglietto d’Oro, assegnato dagli esercenti italiani ai money- maker della stagione. La classifica dei film che, secondo Cinetel, hanno staccato più biglietti tra dicembre 2017 e novembre di quest’anno non lascia dubbi. In testa ci sono tre blockbuster di produzione americana: Avengers: Infinity war, Assassinio sull’Orient Express e Star Wars: gli ultimi jedi. (…)

Cambia la forma, ma non la sostanza, se si passa alla triade di film italiani più visti della stagione, i cui registi e attori saranno premiati domani all’Hilton di Sorrento con le “Chiavi d’oro del successo”. Secondo la più consolidata tradizione autarchica sono tutte commedie: a conferma della predilezione per il genere “leggero” dello spettatore, che sa di potervi trovare la sospirata evasione dal quotidiano. I tre titoli italiani leader al botteghino sono Come un gatto in tangenziale, A casa tutti bene e Benedetta follia. Con la parziale eccezione del film di Gabriele Muccino, dal retrosapore amaro (ma anche con una pletora di facce note per attrarre il pubblico), gli altri due hanno soggetti in fondo simili che accarezzano lo spettatore nel verso del pelo mostrandogli come gli opposti (due uomini maturi e disillusi: Albanese e Verdone; due donne più giovani e “coatte”: Cortellesi e Pastorelli) s’incontrino e, alla fine, si capiscano. Per i film delle Rohrwacher, dei Garrone, dei De Angelis bisognerà aspettare altre stagioni.” (Roberto Nepoti – la Repubblica 4 dicembre 2018)

3. «In questa continua ed universale frivolezza di tutte le pubbliche e private radunanze, dove ognuno cerca l’altrui compagnia per fuggire se stesso e liberarsi  da un grave peso di noia, se voi poteste per mezzo a’ piaceri mescere qualche util vero, e qualche buon concetto, porreste nelle menti un poco di serio e di pensoso, che le disporrebbe a divenir buone per qualche cosa.» (Madame de Stäel – Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni – «Biblioteca italiana», gennaio 1816)

4. «Però quando sento lodare il lieto fine, oppure sento criticare un racconto perché si conclude in modo negativo – non voglio fare illazioni sui rapporti tra racconto e vita ecc. – dico solo che in generale gli uomini non credono molto al lieto fine. Quando compaiono i titoli di coda in un film che si conclude positivamente, la metà degli spettatori si è già alzata: non ci crede affatto. Fino a quel momento ha partecipato alla tragedia, al dramma. Così le telenovelas: quando uno capisce che c’è il lieto fine, spegne il televisore, non vuole neanche vederlo, non ci crede. In realtà è una convenzione che è più immaginaria, anche agli occhi di coloro che la chiedono, che reale. Cioè quello in cui si crede è la difficoltà, l’angoscia, l’incertezza; e sono anche, naturalmente, squarci di felicità, ma la vita non abbiamo molto bisogno di illustrarla.

Anche I promessi sposi sono una storia terribile, terrificante di violenze, di sopraffazioni, di angosce, di omicidi, di stupri. È una storia tremenda. Il finale, oltretutto, è un lieto fine? Manzoni comincia col dire che i paesani di Lucia si stupivano che si fosse creata una tale tragedia per una donna che, in fondo, non meritava tanto riguardo, tanta attenzione. Manzoni parla della separazione della coppia per l’inevitabile fine che li dividerà. quindi, a quelli che hanno sempre in mente che le cose nell’arte debbano concludersi positivamente, vorrei dire che sono i primi loro in generale a non credere. Io penso che anche il linguaggio della fiabe lo confermi. «E vissero felici e contenti». «Felici» è la felicità» piena dell’amore; «contenti», già si accontentano. E dopo sei mesi cosa c’è? Ci sarà il divorzio, forse, non so». (Giuseppe Pontiggia,  Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere  Belleville Editore, 2016)

Concludendo. Abbiamo tutti un’oggettiva necessità del nostro “buono pasto” quotidiano. Resta il fatto che, alla lunga, gli spettacoli delle “galline intelligenti” diventano noiosi e ripetitivi. Per non dire indegni e volgari.  Oltre la frivolezza, ci piacerebbe ogni tanto  veder anche mescere qualche util vero, e qualche buon concetto”. Giusto per non diventare polli a nostra volta, e per giunta d’allevamento.

Sopra: Raffaello Sanzio: La scuola d’Atene, affresco, 1509-1511 circa (particolare)  – Musei Vaticani, Città del Vaticano –  Il brano “Canzone contro la paura” di  Brunori Sas è tratto dall’album “A casa tutto bene (2017) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Scrivere, non trascrivere

Sabato 10 novembre scorso si è svolta a Torino una manifestazione che è stata definita “pro TAV” (o anche “SÌ TAV”): «La piazza è quella aulica tra Palazzo Reale e Palazzo Madama, nel cuore di Torino. Un luogo simbolico che nei secoli ha visto scorrere la storia della città, rievocata oggi da chi ha scelto piazza Castello per dire sì alla Torino-Lione. Oltre 30 mila persone, per gli organizzatori, 25 mila per la questura: un successo, al di là dei numeri, che alimenta il dibattito sulle grandi opere. E, alla filosofia della decrescita felice, oppone una visione di futuro incentrata sulla crescita e sullo sviluppo. 

“Torino scende in piazza per dire tanti sì – a partire da quello per la Tav – che sappiano interpretare i bisogni della gente e che riscrivano il futuro di una città e di una regione“, spiegano gli organizzatori. Un camion scoperto sarà il palco della manifestazione. Vi saliranno le sette donne del Comitato Sì, Torino va avanti, Mino Giachino, promotore del Sì Tav- Sì Lavoro, Gianmarco Moschella, studente di Economia, e Guglielmo Nappi, studente di Ingegneria dell’AutoVeicolo.»  (ansa.it)

il successivo 12 novembre, nel corso del programma di approfondimento Otto e mezzo (su LA7), la conduttrice Lilli Gruber ha intervistato Patrizia Ghiazza, una delle sette organizzatrici della manifestazione “SÌ TAV”. Patrizia Ghiazza, all’osservazione del giornalista Scanzi del Fatto Quotidiano, ha risposto così: «Ci chiedeva Scanzi se siamo a conoscenza degli elementi tecnici, ambientali e  delle relative competenze di carattere più tecnico. Io posso solo dire che non siamo, né io né le persone che hanno organizzato questa manifestazione, le persone competenti per poter entrare nel merito, in quanto si tratta ormai di leggi dello Stato ratificate nel 2012 e ratificate nel 2015 dallo Stato Italiano. Quindi qualcuno prima di noi ha deciso attraverso un’analisi di contenuti e di valori economici la bontà di questo progetto. Quindi quello che noi desideriamo sostenere è che si possa proseguire e che si vada avanti. Nel senso che ci sono due trattati ratificati a livello internazionale Italia-Francia firmati dai rispettivi Capi di Stato italiano e francese.»

Confesso che queste affermazioni mi hanno lasciato davvero stupefatto. Per non dire basito. Cercherò quindi di spiegare, prima di tutto a me stesso, il motivo di questo stupore.

Giuseppe Pontiggia ha tenuto un ciclo di venticinque Conversazioni sullo scrivere per il programma Dentro la sera di RAI-Radio Due tra maggio e luglio 1994. Belleville Editore ha poi pubblicato nel 2016 il volume della trascrizione comprensivo di CD audio. Nella Conversazione 2, Pontiggia dice:

«Las Casas, un gesuita geniale del Cinquecento (…) aveva sostenuto che il compito di ogni vera educazione è di liberarci di quella che abbiamo ricevuto. In effetti, se noi applichiamo questa intuizione alla esperienza dello scrivere, constatiamo di avere ricevuto dall’ambiente famigliare e sociale e soprattutto dalla scuola una serie di pregiudizi pericolosi, di pregiudizi fuorvianti rispetto a uno scrivere che punti all’efficacia, all’espressività, all’intensità. (…)

Uno è che lo scrivere sia trascrivere. Alle elementari si insegna, comprensibilmente, che per fare un tema bisogna riflettere a lungo, avere le idee chiare e poi trascrivere quello che si è pensato. Bene, può essere un procedimento pedagogico funzionale alle elementari, ma questo atteggiamento di fronte alla scrittura dovrebbe essere superato quando si passa a una maturazione ulteriore. Io penso che lo scrivere sia soprattutto inventare nel senso etimologico di invenire. Invenire in latino voleva dire trovare. «Inventare» è un frequentativo di invenire e vuol dire essenzialmente scoprire quello che non si sapeva di conoscere, trovare quello che non si sapeva esistesse.

Penso che una delle mete di un narratore sia di dar vita a un testo che alla fine ne sappia più di lui, un testo che rappresenti per lui una fonte di sorpresa, di curiosità, di conoscenza, che non lo deluda alla rilettura, ma anzi riveli significati nascosti che lui stesso non poteva prevedere. Un testo è riuscito se ne sa più dell’autore, e questo è confermato sia dalla nostra esperienza, sia dall’esperienza storica. (…) l’aspetto idealmente e speculativamente più affascinante dello scrivere – un fascino pagato a duro prezzo – è che la conoscenza si realizza durante il percorso, attraverso il percorso. È un viaggio nell’ignoto. È un’avventura di cui non si sa mai l’esito, ma quando l’esito è felice ripaga degli sforzi che si sono compiuti per raggiungerlo»

Nella Conversazione 7 poi aggiunge che: « imparare a scrivere vuol dire anche imparare a leggere; e, se uno vuole impadronirsi dello strumento  della scrittura, deve – non può che – imparare a leggere con una particolare concentrazione, con un’attenzione, direi millimetrica, al linguaggio.» (Giuseppe Pontiggia: Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere – Belleville Editore, 2016)

Mario Vargas Llosa ha scritto: «Viviamo in un’epoca di specialisti. Il livello di conoscenza è aumentato e si è talmente diversificato che è impossibile riuscire ad avere la padronanza di diversi gradi di conoscenza. La nostra epoca ha creato gli specialisti, individui che sanno molto di un tema ma ignorano tutto il resto. Senza la letteratura, questa realtà si comporrebbe di individui solitari, incapaci di comunicare a causa della loro stessa specializzazione, capaci di confrontarsi soltanto con altri specialisti del proprio settore. Le discipline umanistiche, ma soprattutto la letteratura, ci ricordano quei denominatori comuni che ci astraggono dalla nostra specializzazione e ci fanno sentire parte di una comunità. (…)

Sono convinto che lo spirito critico sia fondamentale per il progresso della società. La civiltà si impoverirebbe molto se la letteratura sparisse o se diventasse un puro divertimento, uno svago passeggero e superficiale. La letteratura, senza dubbio, ci seduce, ci diverte, è un sistema enormemente ricco di distrazioni. Tuttavia, può anche spaventare, poiché suscita in noi il pensiero che il mondo non riesca a soddisfare tutti i nostri desideri. Se lo spirito critico scomparisse, probabilmente il mondo più avanzato, quello scientifico e tecnologico, diventerebbe un mondo di automi, di robot, e quegli incubi che la letteratura è stata capace di inventare, per esempio quelli di Zamjatin o Orwell, potrebbero concretizzarsi. Per tutte queste ragioni, credo che sia importante difendere il romanzo dalle minacce che incombono su di esso.

Curiosamente i pericoli oggi giorno non sono rappresentati dai sistemi della censura, ovvero da quelle ideologie o sistemi autoritari che vorrebbero controllare interamente la vita umana. Viviamo un’epoca in cui, probabilmente, non si è mai letto così tanto. Tuttavia, questo è un tempo in cui la letteratura ha sperimentato una trasformazione: ci distrae, ci addormenta, ci fa sprofondare in uno stato di sottomissione rispetto all’idea del mondo così com’è. Ed emergiamo dalla letteratura come alleviati e soggiogati da quella realtà che, invece, la vecchia letteratura ci esortava a mettere in discussione. Viviamo in un mondo in cui la cultura aspira all’intrattenimento. (…)

Mi rattrista anche immaginare un’umanità che smette di sognare poiché è stata convinta che il mondo in cui vive è perfetto e che ciò che ci circonda è sufficiente per soddisfare le nostre aspettative e realizzare i nostri sogni. Se questo dovesse succedere, tutto si esaurirebbe dove la storia ha avuto inizio: in un mondo senza libertà, interamente manipolato, non dalla paura ma da quei sistemi che hanno pensato che smettere di sognare qualcosa di diverso fosse un buon modo di condurre la vita. Non lo credo, non lo desidero e spero che i giovani siano capaci di capire la straordinaria importanza che ha, non solo per la vita degli individui ma anche per le società, la buona letteratura.» (Lectio magistralis di Mario Vargas Llosa– da Robinson 11 novembre 2018))

Nella Necessaria premessa di metodo del suo Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi 2018), Michela Murgia scrive: «In questo preciso momento storico abbiamo infatti a disposizione un’esuberanza di strumenti di controllo delle masse che nessun fascismo del secolo scorso ha avuto mai e questo si permette di sperimentare qualcosa di inedito: sorgere dal cuore di un sistema democratico pluridecennale e dominarlo senza mai dover ricorrere a un’azione militare interna o esterna. Manipolando gli strumenti democratici si può rendere fascista un intero paese senza nemmeno mai pronunciare la parola “fascista”, che comunque un po’ di ostilità potrebbe sollevarla anche in una democrazia scolorita, ma facendo in modo che il linguaggio fascista sia accettato socialmente in tutti i discorsi, buono per tutti i temi, come fosse una scatola senza etichette – né di destra né di sinistra – che pu passare di mano in mano senza avere a che fare direttamente con il suo contenuto. (…)

Quelle che seguono sono quindi istruzioni di metodo e in particolare istruzioni di linguaggio, l’infrastruttura culturale più manipolabile che abbiamo. Perché mai uno dovrebbe rovesciare le istituzioni se per ottenere il controllo gli basta cambiare di segno a una parola e metterla sulla bocca di tutti? Le parole generano comportamenti e chi controlla le parole controlla i comportamenti. È da lì, dai nomi che diamo alle cose da come le raccontiamo che il fascismo pi affrontare la sfida di tornare contemporaneo. Se riusciamo a convincere un democratico al giorno a usare una parola che gli abbiamo dato noi, quella sfida possiamo vincerla. (…)

Il popolo con un leader sarà litigioso, pretenderà di essere ascoltato, di discutere le decisioni che non gli piacciono, cercherà di far mancare il consenso, sarà irrispettoso dell’autorità, scenderà in piazza e si lamenterà, non sarà grato né ubbidiente. Il popolo che ha invocato il capo è invece fiducioso e si affida, riconosce la maggiore visione di chi prende le decisioni, non mette di continuo i bastoni fra le ruote e se scende in piazza è per dare sostegno e applaudire chi ha il gravoso e generoso compito di comandare. (…)

Le persone comuni, che in democrazia sono costrette a interessarsi, informarsi e decidere, col fascismo vivranno invece in pace, si occuperanno dei fatti propri e delegheranno volentieri al capo tutto il resto. Per questo, far loro capire nei dettagli quel che sta accadendo è una perdita di tempo: è sufficiente dire le cose necessarie e permettergli di affidarsi a chi sta decidendo. Non serve nemmeno che quello che si trasmette sia sempre vero, perché la verità in sé non esiste: è un dato politico, non un dato di realtà, e quindi chi governa la politica governa anche la realtà.(…)

A questo punto si potrebbe pensare che il fascismo sui social media debba comunicare attraverso messaggi semplici, ma sarebbe un grosso errore, peraltro uno dei preferiti dai democratici. La complessità non si deve semplificare, si deve banalizzare. Semplificare, oltre a essere complicatissimo, significa togliere il superfluo e tenere l’essenziale, ma è proprio il superfluo che genera l’utile rumore di fondo che rende tutte le voci uguali e neutralizza il maledetto dissenso.»

Vorrei ricordare alle sette “candide e ingenue” organizzatrici della manifestazione di Torino che nel mondo reale non sempre chi detiene il potere decisionale possiede l’innato dono della sincerità e dell’innocenza. Per fare un “piccolo” esempio, ricorderanno senz’altro  come Bush presentò la guerra in Iraq al popolo americano, e Colin Powell alle Nazioni Unite: Saddam – dissero – è il Male, ma quello che lo rende pericoloso, e rende necessaria una guerra preventiva, sono le sue “Armi di Distruzione di Massa ” . È stato poi candidamente ammesso che era una bugia (sostenuta in Europa anche da Blair e compagnia), un bieco pretesto per coprire i reali interessi di parte. Bugie  che la maggioranza dei media ha poi trascritto acriticamente – tali e quali – per molto tempo a venire. Oppure un fatto più recente: quando le agenzie americane di intelligence dichiararono che Putin aveva interferito nelle elezioni del 2016, Trump ha detto che Putin gli aveva detto di non averlo fatto. Tanto ci deve bastare, a suo parere. E si potrebbe continuare all’infinito.

Gentile signora Ghiazza: sbaglierò, ma in tutta sincerità rimane l’impressione che la vostra manifestazione non abbia scritto una pagina nuova. La sensazione è che con essa voi abbiate piuttosto trascritto un tema sulle solite leziose e banali, immaginifiche ma fatue verità che ci insegnavano alle elementari. Ammesso che siano verità. È un procedimento pedagogico giusto e funzionale allo scopo per i bambini delle elementari; ma le scuole elementari finiscono presto. Non tutti gradiscono venire trattati anche dopo come alunni con tanto di fiocco e grembiulino. Essere adulti e maturi, informati e responsabili è certo più faticoso (“È un viaggio nell’ignoto. È un’avventura di cui non si sa mai l’esito”) e può costare molto caro prendere liberamente posizioni coerenti alla propria coscienza e alla dignità personale. Tuttavia ciò è sempre necessario, nell’interesse di tutti i cittadini, e non solo di una ristretta minoranza composta dai soliti decisionisti, tanto allineati quanto privilegiati. Come diceva Pontiggia, “imparare a scrivere vuol dire anche imparare a leggere”.

In testata: Leonid Pasternak: The Throes of Creation  – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

L’asino di Buridano

Giorgio Gaber ha pubblicato l’album “La mia generazione ha perso” nel 2001, due anni prima della sua prematura scomparsa.  Parte del materiale dell’album appartiene alle memorabili stagioni teatrali degli anni ’70 e ’80: il “Signor G” aveva l’occhio lungo e molti degli anatemi di allora contro il pericolo di una graduale trasformazione degli uomini in pecore sono forse più attuali oggi di allora. “La razza in estinzione” contiene il verso che dà il titolo all’album ed è forse il momento di disperazione più nera: Gaber si sente davvero solo contro tutti, non trova nessun riferimento in un mondo che sperava “magari con un po’ di presunzione di cambiare”, e se lo ritrova sì cambiato, ma in senso opposto. Gaber vedeva «avanzare paurosamente figure grottesche, come “Il conformista“, ritratto molto italico di voltagabbana sempre pronto a “pensare per sentito dire” a seconda delle convenienze, e “L’obeso”, personaggio più universale, una mostruosa cloaca umana che ingurgita tonnellate di dati, notizie, informazioni, uno che sa sempre tutto senza capire mai nulla». (da Debaser.it)

Michele Serra concorda con Gaber: in quanto perfetto baby-boomer (è del ’54), appartiene a una generazione (troppo fortunata e troppo narcisa) che ha perso, e quindi ha pensato fosse ora di passare il testimone a quella dei quarantenni. «Ora, però, è la “loro” generazione che perde: non so se altrettanto fortunata, certo perfino più narcisa, indisposta a inchinarsi ad altro che al proprio arbitrio. Avessi la bacchetta magica affiderei l’incarico [di formare il nuovo governo, N.d.R.] a un ventenne, meglio ancora a una ventenne, visto che la scena è ingombra di maschi prepotenti che si mostrano le zanne l’uno con l’altro». In altre parole, anche i quarantenni non si distinguono granché dalla media. La loro generazione ha perso, ma almeno ci ha provato. E invece la mia generazione, essa, questa entità astratta, cosa ha fatto in tutto questo tempo? La mia generazione, a dirla tutta, a lottare non ci ha nemmeno pensato, non ci ha quindi neanche mai provato. Che poi è il modo peggiore e più sicuro di perdere sempre.

Precisiamo. Quella che considero “la mia generazione” è la categoria di persone nate nell’intervallo di tempo guarda caso intermedio a quelli considerati sopra, cioè i nati  poco prima o poco dopo il 1960. Una generazione non pervenuta, il cui emblema, più ancora di Narciso, dovrebbe essere l’asino di Buridano.

Per chi non lo sapesse, l’asino di Buridano (o “Paradosso dell’asino”) è un apologo tradizionalmente attribuito al filosofo Giovanni Buridano. « Un asino affamato e assetato è accovacciato esattamente tra due mucchi di fieno con, vicino a ognuno, un secchio d’acqua, ma non c’è niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall’altra. Perciò, resta fermo e muore».

Intendiamoci. Il cibo che non sappiamo scegliere non è certo quello culinario fisico-energetico (al contrario, a tavola ci distinguiamo), bensì quello etico, morale, filosofico, culturale, spirituale… quello relativo alla nostra coscienza più intima e profonda, nascosta dietro le chiacchiere e le apparenze. L’opportunismo e l’indifferenza: la mafia non è solo il boss con la coppola né solo il picciotto con la lupara, ma quella del “ Mondo di mezzo” dei Buzzi e dei Carminati, degli appalti gonfiati, ma anche quella dei falsi invalidi, degli assenteisti, dei costruttori che costruiscono con la sabbia e non col cemento. La mafia insomma siamo noi. Noi incapaci di scegliere, di denunciare, di nutrire il nostro spirito tra due diversi mucchi di fieno. E il nostro spirito di conseguenza è morto di fame.

Forse un giorno capiremo che per uscire da una crisi non dobbiamo cambiare l’Europa ma noi stessi, la nostra società, il nostro modo di pensare e di vivere. Farla finita con le sottintese complicità, la strizzatina d’occhio e le reciproche coperture, divenendo ricattabili ingranaggi del sistema. Come scrive Raffaele La Capria, bisogna rompere «la paternalistica unità psicologica che incanaglisce e amalgama le classi in una fluida massa (…) perché a qualsiasi partito appartenga il cavaliereavvocatocommendatore resta, e rimesta sempre nel solito impasto d’imposture – lo diceva pure Salvemini. E dunque il Circolo lo potevi definire: una comunione di ozi, frivolo tirocinio di grande ozio sociale cui cooperano fino alla morte tutti gli appartenenti alla cosiddetta classe dirigente. La loro alleanza: un viluppo di boria, di sconcezza, di borbonica ingerenza. La vera classe digerente meridionale». (Raffaele La Capria, Ferito a Morte – Mondadori, 2017)

La mia generazione no: ha preferito a priori accettare i principi dei “genitori”, integrarsi, adattarsi, fingere di non vedere, stare alla finestra, non contestare, salire sul carro del vincitore di turno. Aggirare i problemi e i conflitti. Quando impossibile, tra due opzioni scegliere non certo la più giusta, ma sempre la più facile.  Puntigliosi sui dettagli più microscopici della cornice, cinicamente indifferenti sul quadro macroscopico dipinto dalla realtà. In sostanza: complici. In fondo, essere complici senza ammetterlo è molto più rilassante per l’intelletto pigro e codardo.

Non era per nulla inevitabile; The Who, per fare un solo esempio, la pensavano diversamente:

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

 

La cosiddetta normalità

Quando Ulisse partì da Itaca per fare la guerra a Troia, affidò suo figlio Telemaco alle cure di Mentore – figlio del suo caro amico Alcino, che partì con lui. Etimologicamente, il vocabolo mentore viene oggi utilizzato con il significato di consigliere; per antonomasia, il vocabolo mentore ha poi assunto nel linguaggio comune il significato di consigliere fidatoguida saggiaprecettore.

Nel racconto dell’OdisseaTelemaco ha circa vent’anni quando compare; vive con la madre Penelope e con i proci, ovvero 119 nobili di Itaca che pretendono in sposa la presunta vedova, per ottenere la corona, saccheggiandone al tempo stesso le sostanze in quanto ospiti della sua stessa  proprietà. Penelope, sperando ancora nel ritorno del marito, promette da lungo tempo che sceglierà un nuovo re quando  riuscirà a concludere un sudario per il suocero Laerte, prima che ritorni Ulisse. Per evitare le nozze tuttavia, Penelope disfa durante la notte la tela tessuta di giorno.

In questa intricata situazione, ecco però come Mentore affronta l’assemblea che riunisce gli itacesi:

«…Io non accuso
I petulanti Proci, che al ritorno
Dell’eroe non pensando, il focolare
Ne invasero, sciupandone gli averi
A rischio della vita. Io ben m’adiro,
Cittadini, con voi, che il figlio suo
Non osate aiutar d’una parola,
Con voi che molti siete incontro a pochi…»   (Omero – Odissea, libro secondo. Traduzione di Paolo Maspero)

Vocabolario alla mano, il temine conformismo indica “Abitudinaria, acritica, piatta adesione e deferenza nei confronti delle opinioni e dei gusti della maggioranza o delle direttive del potere.” Dal che si deduce che Mentore, al contrario della maggioranza dei suoi conterranei, era tutt’altro che un conformista. Di lui, della sua parola e dei suoi princìpi ci si poteva fidare. Non altrettanto invece di coloro che, pur essendo molti contro pochi, non osano dire una parola in difesa dei perdenti del momento…

L’Odissea, così come l’Iliade, viene presumibilmente composta nella Ionia d’Asia intorno al IX secolo a.C., anche se alcuni autori pensano che sia nata intorno al 720 a.C. Tanti secoli sono trascorsi, ma le caratteristiche dell’umanità non sembrano per nulla mutate col tempo. Da cosa deriva, allora, questo istintivo, tanto nefasto quanto innato desiderio di adesione e deferenza alla maggioranza e al potere?

«È un fatto, c’è una tendenza all’omologazione che spinge le persone a rinunciare alla propria specificità, obbedendo alla logica del gruppo — la terribile logica delle tre N: è normale; se è normale vuol dire che è naturale; e allora è necessario, deve essere così, non può che essere così. E chi non rientra in quest’ordine? Chi non rispetta la regola, e non ha un posto nell’ordine previsto delle cose?» (Mauro Bonazzi – La Lettura, 29 Apr 2018)

Ecco, appunto. «Tra il 1951 e il 1956 (…) lo psicologo Solomon Asch condusse una serie di esperimenti ormai celebri sui pericoli del condizionamento da parte del gruppo. Asch suddivise un insieme di studenti e li sottopose a un test ottico in cui mostrava loro tre linee di lunghezza variabile chiedendo un’opinione sul rapporto tra di esse: quale fosse la più lunga, quale avesse la stessa lunghezza di una quarta linea e così via. Le sue domande erano così semplici che il 95% degli studenti rispose correttamente a ciascuna di esse. Quando però Asch inserì gli studenti in gruppi composti da attori che, con aria sicura, fornivano la medesima risposta sbagliata, la percentuale di soggetti capaci di rispondere correttamente a tutte le domande crollò al 25%». (da Susan CainQuiet. Il potere degli introversi, Bompiani 2012)

Poiché questi esperimenti, per quanto illuminanti, non dicevano tuttavia perché siamo così portati a conformarci, nel 2005, un neuroscienziato della Emory University, Gregory Berns, ha voluto condurre una versione aggiornata degli esperimenti di Asch. Questi rivelarono che la pressione del gruppo non è soltanto un fenomeno spiacevole, ma riesce addirittura ad alterare il nostro punto di vista su un determinato problema. «Quello che Berns chiama “dolore dell’indipendenza” ha implicazioni profonde. Molte delle nostre più importanti istituzioni civili, dalle elezioni democratiche alle giurie dei tribunali fino al concetto stesso di governo della maggioranza, dipendono dalle voci del dissenso. Se però il gruppo è letteralmente capace di alterare la nostra percezione e se prendere una posizione contraria significa attivare primitivi, potenti e inconsci sentimenti di rifiuto, allora queste istituzioni ci appaiono improvvisamente più vulnerabili di quanto pensassimo». (da Susan Cain – Quiet. Il potere degli introversi, Bompiani 2012)

Secondo Platone  ciò che più serve, per essere un vero filosofo, è il coraggio.  Cerchiamo quello che ci manca per essere noi stessi. Capire chi siamo, quale è il nostro posto nel mondo, e il senso che vorremo dare alla nostra esistenza: lì è il desiderio profondo. Per questo il coraggio è così importante: ci vuole coraggio per cercare sé stessi, riconoscendosi nei propri limiti e difetti. Esattamente il contrario dell’abbandonarsi alla corrente dei luoghi comuni, delle abitudini e dei pregiudizi, alla via meno faticosa, quella più facile, più generosa di riconoscimenti pubblici; il coraggio è l’opposto di questo pigro gettare il cervello nel bugliolo delle convenienze immediate; è antitetico alla mancanza di visione, al consueto”Programma del Subito” – analogo al “Sofort Programm” di Schleicher, che non a caso Hitler riprese nel 1933 per ridare una illusoria fiducia a un popolo sfibrato dalla crisi del 1929. Con le conseguenze che tutti conosciamo.

Il coraggio della coerenza, invece, possiede un solido e inossidabile peso specifico. Ad esempio «Pertini poteva permettersi di andare a visitare il neofascista Di Nella in ospedale, perché aveva un’idea di società, il progetto costituzionale, un modello pedagogico con cui poteva persino immaginare, anzi essere convinto, che il socialismo e l’antifascismo avrebbero costruito un orizzonte di senso anche per chi aveva creduto nel fascismo (…) Oggi quest’idea di società a sinistra fa fatica a esistere; anche perché è stata combattuta in nome delle varie declinazioni del THERE’S NO ALTERNATIVE, della sudditanza nei confronti del potere spacciata per senso di responsabilità, dei voti utili delle retoriche della paura». (Christian RaimoHo 16 anni e sono fascista – Piemme 2018)

Anche di Massimo Fini nessuno può negare la coerenza:

«…Anche Pasolini non aveva idee convenzionali. Eppure Piero Ottone lo chiamò al Corriere.

Non facciamo paragoni blasfemi! Erano anche altri tempi, in cui il Corriere si permetteva il lusso di ospitare un intellettuale totalmente fuori dagli schemi. Adesso questa figura del bastian contrario di livello – in cui metto, con le dovute differenze, anche Bocca e Montanelli – non esiste più.

Veniamo al Conformista, anche se non è in questa raccolta, in cui lei fa l’elogio dell’anticonformismo in tempi in cui – tra gli anni Ottanta e Novanta – era una bandierina della borghesia. Oggi, nell’assoluta assenza di pensiero critico, assistiamo a un conformismo di ritorno.

Si è abbassato il livello della classe politica e di quella intellettuale, non si riesce più a opporsi all’orrendo politically correct e al pensiero dominante. La responsabilità, oltre che della politica, è degli intellettuali e dei giornalisti. Il “tengo famiglia”? Il tengo famiglia, che era una dinamica tipica del Fascismo perché se non prendevi la tessera finivi al confino, non è una spiegazione sufficiente. La situazione che viviamo è più subdola: la censura oggi è difficilmente diretta. La sanzione è l’emarginazione lenta, un isolamento molto duro da sopportare». (Intervista di Silvia Truzzi a Massimo Fini – Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2018 sulla pubblicazione di Confesso che ho vissuto – Marsilio 2018)

Anaïs Nin ha scritto: «La nostra cultura ha fatto della vita da estroversi l’unica virtù. A forza di scoraggiare il viaggio interiore e la ricerca di un centro, abbiamo finito per perderlo, il nostro centro. E ora dobbiamo metterci di nuovo a cercarlo».

Che Mentore ci assista.

In testata: “Rickshaw kid”,  di Banksy –  John William Waterhouse-Penelope and the Suitors(1912) – a seguire altra opera di Banksy –  L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Dietro la lavagna

Nel precedente post citavo David Byrne (che a sua volta citava Sir Ken Robinson): «Si ha spesso l’impressione che gli uomini di potere non vogliano vederci fare qualcosa da soli: preferiscono stabilire una gerarchia culturale che svaluta i nostri tentativi amatoriali e incoraggia il consumo a scapito della creazione. (…)

Il consulente all’istruzione Sir Ken Robinson fa notare che tutti i sistemi scolastici del pianeta sono stati concepiti per soddisfare le esigenze dell’industrializzazione del XIX secolo. (…)  gli attuali sistemi scolastici non furono studiati per sviluppare le doti naturali di tutte le persone. Erano concepiti con il fine di favorire certi tipi di abilità nell’interesse delle economie industriali di cui erano al servizio.”» (Come funziona la musica, Bompiani 2013/2014)

Per puro caso, la cronaca spicciola fornisce ora qualche valido supporto a questa opinione, divenuta ormai, purtroppo, pura e semplice (mai superflua) constatazione:

Carpi: «Studente minorenne che frequenta la quarta dell’Itis Da Vinci attacca il programma scuola-lavoro e l’azienda che non lo paga e scatta la punizione. Il preside: «Il messaggio offendeva la ditta e l’impegno degli insegnanti». Mascioli di Sisma.12: «Atteggiamento repressivo dell’istituto» (di Serena Arbizzi – Gazzetta di Modena)

«A Carpi il consiglio di classe ha punito col 6 in condotta uno studente che aveva criticato l’alternanza scuola-lavoro in un post su Facebook». (Ivan Francese – il Giornale)

Sul caso è intervenuto il Movimento giovanile della sinistra di Modena, parlando di un atto «vergognoso, una intimidazione gravissima. Nel comunicato del preside – aggiunge il movimento in una nota – si fa riferimento a un non meglio identificato pregiudizio ideologico del ragazzo. A noi pare che di ideologico (e della peggior ideologia) vi sia unicamente l’atteggiamento di chi vuole una scuola fatta di tanti soldatini obbedienti, sottomessi e silenziosi, disposti ad accettare in silenzio qualsiasi cosa». (il Secolo XIX)

Invece «Sta dalla parte della scuola il parlamentare Pd Edoardo Patriarca» (Gazzetta di Modena). Il che, se  per caso ce ne fosse bisogno, spiega ancora una volta molte cose…

«Non sono sicuro che l’alternanza scuola-lavoro sia sempre un inferno di sfruttamento di lavoro non pagato. Ma di certo, come tutte le cose della società, può e deve essere suscettibile di critica, anche aspra. Voto punitivo o “segnale” che fosse, quel 6 che una scuola di Carpi ha appioppato a uno studente che ha fatto precisamente questo, cosa insegna agli studenti? Temo una vecchia cosa ingiusta, che quando saranno adulti dovranno lavorare e tacere. (…) Insomma, occasione perduta per coltivare lo spirito critico, vero cuore di ogni educazione libera.» (Michele Smargiassi – la Repubblica Bologna).

Tra le due, in questo caso nessun dubbio da che parte stia il vero somaro.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Effetto Regina Rossa

 

In una recente convention (loro la chiamano così) nazionale di una nota multinazionale svoltasi a Torino, la giovane e bella General Manager (Direttrice Generale)  tra le altre cose ha annunciato lo slogan del 2018: “Fast Forward“. Che tradotto in italiano significa più o meno “Avanti veloci”  e suona vagamente come il motto “Sempre Avanti!” del ventennio mussoliniano… Dopodiché è comparso il testimonial:  nientedimeno che Massimiliano Allegri. Proprio lui, l’allenatore della Juventus. Ebbene, il senso della sua presenza era quello di raccontare “come si costruisce una squadra vincente“. E come si fa, allora, secondo il suo disinteressato contributo, a ottenere tale obiettivo? Il mister ha svelato in tale contesto assembleare la sua ricetta per diventare e rimanere vincenti nella vita: la consapevolezza che “una squadra si cambia quando si vince, non quando si perde!” (sic) 

Se avete letto Attraverso lo Specchio di Lewis Carroll avrete forse sentito parlare dell’Effetto Regina Rossa o dell’Ipotesi della Regina Rossa.

Nel secondo capitolo (The garden of live flowers – Il giardino dei fiori parlanti) di Attraverso lo Specchio Alice incontra la Regina Rossa [badate bene che non si tratta della Regina di Cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie]. Questa strana signora (…) le dice: «Qui, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio!».

Questo concetto, inventato da Carroll, è geniale e semplicemente vero in molti ambiti. Infatti esistono determinati ambienti in cui per rimanere nella propria posizione non si può sperare di rimanere fermi ma bisogna anzi muoversi più in fretta degli altri. Raddoppiando ovviamente gli sforzi se ci si vuole allontanare molto da loro. (da Carrollpedia.it)

L’antropologo Thomas Hylland Eriksen, nel libro “Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato” (Einaudi, 2016) parla di “Sindromi da tapis roulant“: «In un libro del 2012, il biologo Dag O. Hessen e io abbiamo esplorato questo aspetto della competizione in diverse aree, dall’evoluzione biologica al cambiamento tecnologico, dalla pubblicità allo sport, fino all’attività di pubblicazione in ambito accademico. Se i tuoi concorrenti migliorano o l’ambiente cambia, è necessario migliorare e adattarsi solo per mantenere il proprio posto nell’ecosistema, nel mercato o nella gerarchia accademica. Anche se nel nostro mondo vediamo un’intensificazione di questo tipo di competizione, a volte distruttiva sia in senso ambientale sia esistenziale, non la associamo al cambiamento globale surriscaldato o accelerato. In ogni caso, questo tipo di competizione è allo stesso tempo una premessa, una parte integrante e un risultato dei processi incontrollati che creano il mondo surriscaldato».

Poi, più specificamente sul tema dell’informazione: «…la comunicazione internazionale ad alta velocità si è sviluppata ad altissima velocità. Non esiste infatti altro ambito che, dai tardi anni Ottanta a oggi, abbia goduto di una crescita esponenziale tanto evidente e tangibile quanto quella che ha interessato la sfera dell’informazione (…) la quantità  di conoscenza potenziale è enormemente più vasta di quella realmente sfruttabile in maniera pertinente e utile (…) La quantità di informazioni disponibili, ma anche la velocità del loro ricambio, sono nemiche della profondità di pensiero e della produzione intellettuale di qualità (…) Le informazioni in eccesso possono essere considerate  una sorta di rifiuto, che non inquina solo la mente ma anche il tempo, riempiendo gli spazi e rendendo la lentezza una risorsa rara».

La giornalista francese Lorraine de Foucher scrive su Le Monde, in un articolo dal titolo “I pirati del cervello ”  (tradotto e pubblicato su Internazionale n. 1239), che «Tutto sembra portare  nella stessa direzione: l’attenzione si è trasformata in una risorsa naturale preziosa, al pari dell’acqua e del petrolio. Una risorsa inquinata, che diventa scarsa e quindi acquista valore. (…) L’idea di “economia dell’attenzione” è comparsa intorno al 1995 con lo sviluppo di internet, ma è sempre stata al centro della guerra del capitalismo. “Alla fine dell’ottocento bisognava controllare l’attenzione dell’operaio per fare in modo che fosse produttivo, poi creare il desiderio per il suo tempo libero, per spingerlo ad acquistare i beni che aveva prodotto”, spiega Yves Citton, professore di letteratura francese all’università di Grenoble e autore di Pour une ecologie de l’attention (Seuil, 2014)»

E Michele Ainis, in un testo pubblicato su Repubblica del 28 gennaio scorso (Dalle leggi ai “like”, è ora di decrescere), scrive:

«Troppi libri, per dirne una. Nel 2016 i circa 1500 editori italiani hanno pubblicato 61.188 titoli, stampandone 129 milioni di copie.Significa il 3,7% in più rispetto all’anno precedente, significa un incremento del 20% in un ventennio. Però i lettori calano, svaniscono come polvere nell’aria. Nel 2010 costituivano il 46,8% della popolazione; cinque anni più tardi erano scesi al 42%; nel 2016 sono precipitati al 40,5%. E la flessione colpisce soprattutto i giovani, i meno attrezzati a districarsi nella selva di pagine che tracima in libreria. Perché c’è un nesso, una relazione che suonerebbe evidente pure per un cieco, fra il troppo stampato e il poco letto. E perché a soffrirne sono specialmente i buoni libri, che rischiano d’essere sommersi, confusi, nascosti.

Troppi dischi, per fare un altro esempio. Nel nostro Paese vengono pubblicati ogni anno circa 1500 nuovi album d’artisti italiani (almeno il triplo contando gli album stranieri). Tutta questa musica rimbalza dalla radio, dal tablet, dallo smartphone, viene ascoltata in streaming (ciascuno di noi ha accesso a circa 35 milioni di brani), viaggia su supporti vecchi e nuovi (….)

Capita lo stesso anche nel cinema (223 film italiani prodotti nel 2016, 38 in più rispetto all’anno precedente), per non dire della televisione, dove occupiamo il primo posto nell’Europa occidentale, quanto al tempo speso da ciascuno davanti alla tv: 4 ore e 40 minuti al giorno, secondo una ricerca di Ihs Technology. Già, ma come trascorriamo questo tempo? Facendo zapping fra un canale e l’altro: la sola Rai dispone di 13 canali nazionali, 5 interregionali e 3 regionali, da cui trasmette per 24 ore al giorno. (…)

E c’è infine il diritto, lo specchio infranto nel quale si riflette la nostra esistenza collettiva. Nel 2007 la commissione Pajno contò 21.691 leggi in vigore, ma la somma comprendeva unicamente quelle dello Stato; bisogna invece aggiungere altrettante leggi regionali, bisogna immergersi nel gran mare dei regolamenti (all’incirca 70 mila), bisogna incamminarsi nel terreno minato dei reati (35 mila). Perciò il cerchio si chiude: quando le leggi sono troppe s’elidono a vicenda, e ciascuno fa come gli pare. Dal pieno nasce il vuoto, l’eccesso di diritto genera una crisi della legalità.

Ecco, è da quest’ambiente saturo che scaturisce la nostra insofferenza. Troppe regole, troppe parole, troppe immagini, troppi like su Facebook.»

Come sempre, il problema è culturale. Paradossalmente, le rispose ai problemi dell’accelerazione cui non siamo preparati richiedono… tempo e pazienza. Cioè lentezza e profondità. Non è nemmeno una novità assoluta: infatti, appena dopo la Prima guerra mondiale, il sociologo William Ogburn propose il termine di cultural lag, scarto culturale, per descrivere una situazione in cui le idee e i concetti che riguardano il mondo rimangono indietro rispetto ai cambiamenti del mondo fisico.

Comunque sia – dice il saggio – ogni lungo viaggio inizia con un primo passo: e il primo passo, anche nel nostro caso, consiste nel prendere coscienza del problema. La domanda di fondo rimane sempre la stessa, se cioè il mercato e la tecnologia debbano continuare a essere al servizio dell’uomo, oppure il contrario. Se lo chiedeva già nel 1944 lo storico dell’economia Karl Polanyi, pubblicando La grande trasformazione: il fine dell’economia è quello di produrre crescita e profitto o invece, soprattutto, di soddisfare i bisogni umani? Per qualcuno la risposta non è così ovvia. Soluzioni in tasca non ne abbiamo. Tuttavia, come sempre, spirito e ironia aiutano ad affrontare le difficoltà e a rendere più serena la giornata. In questo, Groucho Marx rimane un maestro insuperabile.

Nel giugno 1947 Groucho scrisse un articolo per «Variety» e lo mandò al direttore Abel Green con il seguente biglietto:

7 giugno 1947

Caro Abel, credo che questo pezzo sia abbastanza illetterato, perfino per il tuo giornaletto. Saluti. Groucho

«Variety», che si definisce la Bibbia dello spettacolo (mentre in realtà ne è la Babele), ha recentemente pubblicato la notizia che Al Jolson avrebbe percepito un compenso di tre milioni e mezzo di dollari per il film Al Jolson, sebbene vi appaia soltanto per pochi minuti.

Io sono apparso in molti film nel corso degli anni (al momento mi si può vedere in tutta la mia pristina leggiadria in Copacabana), ma giuro su una tempia di Shirley Temple che non ho mai beccato niente di neppure lontanamente paragonabile a una simile cifra. Forse questo è il segnale che l’industria dello spettacolo attendeva da tempo: se un film su Jolson può fare dieci milioni di dollari lordi senza Jolson, quanti avrebbe potuto farne senza Evelyn Keys e William Demarest? Probabilmente gli studios hanno imboccato la strada sbagliata. Forse dovrebbero smetterla di riunire sette o otto star in un film come fanno ora, e anzi eliminare tutti gli attori famosi.

Mi sembra di vedere la locandina davanti al cinema del mio quartiere. Settimana prossima: Tutti baciarono la sposa, senza Olivia de Crawford e Clark Power. Successo assicurato. Sono sicuro che milioni di persone stanno alla larga dei loro Odeon perché detestano i divi che recitano nei film; se avessero la certezza che il taldeitali non mostrerà il suo brutto muso sullo schermo, secondo me sfonderebbero le porte per entrare.

Parlo per esperienza personale. Ai miei tempi ho incontrato centinaia di persone che mi dicevano: «Ehi, fesso, quand’è che lasci il cinema e ti trovi un lavoro?», e se questo vale per me, deve certamente valere per altre decine di attori dal talento perfino inferiore al mio.

Questo sistema potrebbe essere applicato anche in altri settori. Sono sicuro che molti candidati politici vengono battuti perchè al pubblico è stata data l’opportunità di vederli. La prossima grande vittoria politica sarà conseguita dal partito che avrà la furbizia di non presentare nessun capolista.

La mia teoria è che ci sono troppe persone e troppe cose. Poniamo che abbiate appena ricevuto dal vostro dentista il biglietto semestrale in cui vi si notifica l’imminente caduta di quasi tutte le vostre zanne, e l’invito a recarvi nel suo mattatoio se non volete trascorrere il resto della vita a biascicar biada. Non vi ci precipitereste forse con molta più solerzia se foste sicuri che quell’assassino in camice bianco non sarà là a ricevervi con lo scalpello in una mano e le pinze nell’altro? E se gli ippodromi non avessero cavalli, pensate quante migliaia di persone potrebbero andare tutti i giorni alle corse e risparmiare milioni di dollari.

Anni fa era in voga una teoria detta Tecnocrazia. Forse la mia si potrebbe chiamare la Teoria dell’Assenza. Togliamo gli attori dai film, togliamo la zucca e le rape dai menù dei ristoranti, togliamo Slaughter e Musial dai Cardinals e togliamo Gromyko dall’ONU.

Quanto al matrimonio, conosco centinaia di mariti che sarebbero lietissimi di tornare a casa se non ci fosse nessuna moglie ad aspettarli. Togliamo le mogli dai matrimoni e non ci saranno più divorzi. Ma allora, si chiederà qualcuno, come la mettiamo con la prossima generazione? Guardate, ho già dato un’occhiata alla prossima generazione, e forse è meglio se chiudiamo bottega subito. (da Le lettere di Groucho Marx – Adelphi, 1992)

E chiudiamola così: «Grazie alla fotografia di Jerzy Palacz, Deutsch ricrea l’universo visivo ed emotivo di Edward Hopper, valorizzando le sue intrinseche qualità cinematografiche e narrative, le atmosfere scarne e malinconiche, la solitudine. Interni di case, di uffici, di teatri e di locali. I colori brillanti non trasmettono vivacità, gli spazi sono reali ma tutto rimane immobile, sospeso, immerso nel silenzio.» (da Collater.al)

Shirley: Visions of Reality racconta la vita di una donna tra gli anni Trenta e gli Anni Sessanta, interpretata dalla ballerina e coreografa Stephanie Cummings.

Nell’immagine in testata: La Regina Rossa e Alice – illustrazione di sir John Tenniel