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L’asino di Buridano

Giorgio Gaber ha pubblicato l’album “La mia generazione ha perso” nel 2001, due anni prima della sua prematura scomparsa.  Parte del materiale dell’album appartiene alle memorabili stagioni teatrali degli anni ’70 e ’80: il “Signor G” aveva l’occhio lungo e molti degli anatemi di allora contro il pericolo di una graduale trasformazione degli uomini in pecore sono sono forse più attuali oggi di allora. “La razza in estinzione” contiene il verso che dà il titolo all’album ed è forse il momento di disperazione più nera: Gaber si sente davvero solo contro tutti, non trova nessun riferimento in un mondo che sperava “magari con un po’ di presunzione di cambiare”, e se lo ritrova sì cambiato, ma in senso opposto. Gaber vedeva «avanzare paurosamente figure grottesche, come “Il conformista“, ritratto molto italico di voltagabbana sempre pronto a “pensare per sentito dire” a seconda delle convenienze, e “L’obeso”, personaggio più universale, una mostruosa cloaca umana che ingurgita tonnellate di dati, notizie, informazioni, uno che sa sempre tutto senza capire mai nulla». (da Debaser.it)

Michele Serra concorda con Gaber: in quanto perfetto baby-boomer (è del ’54), appartiene a una generazione (troppo fortunata e troppo narcisa) che ha perso, e quindi ha pensato fosse ora di passare il testimone a quella dei quarantenni. «Ora, però, è la “loro” generazione che perde: non so se altrettanto fortunata, certo perfino più narcisa, indisposta a inchinarsi ad altro che al proprio arbitrio. Avessi la bacchetta magica affiderei l’incarico [di formare il nuovo governo, N.d.R.] a un ventenne, meglio ancora a una ventenne, visto che la scena è ingombra di maschi prepotenti che si mostrano le zanne l’uno con l’altro». In altre parole, anche i quarantenni non si distinguono granché dalla media. La loro generazione ha perso, ma almeno ci ha provato. E invece la mia generazione, lei, questa entità astratta, cosa ha fatto in tutto questo tempo? La mia generazione, a dirla tutta, a lottare non ci ha nemmeno pensato, non ci ha quindi neanche mai provato. Che poi è il modo peggiore e più sicuro di perdere sempre.

Precisiamo. Quella che considero “la mia generazione” è la categoria di persone nate nell’intervallo di tempo guarda caso intermedio a quelli considerati sopra, cioè i nati  poco prima o poco dopo il 1960. Una generazione non pervenuta, il cui emblema, più ancora di Narciso, dovrebbe essere l’asino di Buridano.

Per chi non lo sapesse, l’asino di Buridano (o “Paradosso dell’asino”) è un apologo tradizionalmente attribuito al filosofo Giovanni Buridano. « Un asino affamato e assetato è accovacciato esattamente tra due mucchi di fieno con, vicino a ognuno, un secchio d’acqua, ma non c’è niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall’altra. Perciò, resta fermo e muore».

Intendiamoci. Il cibo che non sappiamo scegliere non è certo quello culinario fisico-energetico (al contrario, a tavola ci distinguiamo), bensì quello etico, morale, filosofico, culturale, spirituale… quello relativo alla nostra coscienza più intima e profonda, nascosta dietro le chiacchiere e le apparenze. L’opportunismo e l’indifferenza: la mafia non è solo il boss con la coppola né solo il picciotto con la lupara, ma quella del “ Mondo di mezzo” dei Buzzi e dei Carminati, degli appalti gonfiati, ma anche quella dei falsi invalidi, degli assenteisti, dei costruttori che costruiscono con la sabbia e non col cemento. La mafia insomma siamo noi. Noi incapaci di scegliere, di denunciare, di nutrire il nostro spirito tra due diversi mucchi di fieno. E il nostro spirito di conseguenza è morto di fame.

Forse un giorno capiremo che per uscire da una crisi non dobbiamo cambiare l’Europa ma noi stessi, la nostra società, il nostro modo di pensare e di vivere. Farla finita con le sottintese complicità, la strizzatina d’occhio e le reciproche coperture, divenendo ricattabili ingranaggi del sistema. Come scrive Raffaele La Capria, bisogna rompere «la paternalistica unità psicologica che incanaglisce e amalgama le classi in una fluida massa (…) perché a qualsiasi partito appartenga il cavaliereavvocatocommendatore resta, e rimesta sempre nel solito impasto d’imposture – lo diceva pure Salvemini. E dunque il Circolo lo potevi definire: una comunione di ozi, frivolo tirocinio di grande ozio sociale cui cooperano fino alla morte tutti gli appartenenti alla cosiddetta classe dirigente. La loro alleanza: un viluppo di boria, di sconcezza, di borbonica ingerenza. La vera classe digerente meridionale». (Raffaele La Capria, Ferito a Morte – Mondadori, 2017)

La mia generazione no: ha preferito a priori accettare i principi dei “genitori”, integrarsi, adattarsi, fingere di non vedere, stare alla finestra, non contestare, salire sul carro del vincitore di turno. Aggirare i problemi e i conflitti. Quando impossibile, tra due opzioni scegliere non certo la più giusta, ma sempre la più facile.  Puntigliosi sui dettagli più microscopici della cornice, cinicamente indifferenti sul quadro macroscopico dipinto dalla realtà. In sostanza: complici. In fondo, essere complici senza ammetterlo è molto più rilassante per l’intelletto pigro e codardo.

Non era per nulla inevitabile; The Who, per fare un solo esempio, la pensavano diversamente:

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

 

La cosiddetta normalità

Quando Ulisse partì da Itaca per fare la guerra a Troia, affidò suo figlio Telemaco alle cure di Mentore – figlio del suo caro amico Alcino, che partì con lui. Etimologicamente, il vocabolo mentore viene oggi utilizzato con il significato di consigliere; per antonomasia, il vocabolo mentore ha poi assunto nel linguaggio comune il significato di consigliere fidatoguida saggiaprecettore.

Nel racconto dell’OdisseaTelemaco ha circa vent’anni quando compare; vive con la madre Penelope e con i proci, ovvero 119 nobili di Itaca che pretendono in sposa la presunta vedova, per ottenere la corona, saccheggiandone al tempo stesso le sostanze in quanto ospiti della sua stessa  proprietà. Penelope, sperando ancora nel ritorno del marito, promette da lungo tempo che sceglierà un nuovo re quando  riuscirà a concludere un sudario per il suocero Laerte, prima che ritorni Ulisse. Per evitare le nozze tuttavia, Penelope disfa durante la notte la tela tessuta di giorno.

In questa intricata situazione, ecco però come Mentore affronta l’assemblea che riunisce gli itacesi:

«…Io non accuso
I petulanti Proci, che al ritorno
Dell’eroe non pensando, il focolare
Ne invasero, sciupandone gli averi
A rischio della vita. Io ben m’adiro,
Cittadini, con voi, che il figlio suo
Non osate aiutar d’una parola,
Con voi che molti siete incontro a pochi…»   (Omero – Odissea, libro secondo. Traduzione di Paolo Maspero)

Vocabolario alla mano, il temine conformismo indica “Abitudinaria, acritica, piatta adesione e deferenza nei confronti delle opinioni e dei gusti della maggioranza o delle direttive del potere.” Dal che si deduce che Mentore, al contrario della maggioranza dei suoi conterranei, era tutt’altro che un conformista. Di lui, della sua parola e dei suoi princìpi ci si poteva fidare. Non altrettanto invece di coloro che, pur essendo molti contro pochi, non osano dire una parola in difesa dei perdenti del momento…

L’Odissea, così come l’Iliade, viene presumibilmente composta nella Ionia d’Asia intorno al IX secolo a.C., anche se alcuni autori pensano che sia nata intorno al 720 a.C. Tanti secoli sono trascorsi, ma le caratteristiche dell’umanità non sembrano per nulla mutate col tempo. Da cosa deriva, allora, questo istintivo, tanto nefasto quanto innato desiderio di adesione e deferenza alla maggioranza e al potere?

«È un fatto, c’è una tendenza all’omologazione che spinge le persone a rinunciare alla propria specificità, obbedendo alla logica del gruppo — la terribile logica delle tre N: è normale; se è normale vuol dire che è naturale; e allora è necessario, deve essere così, non può che essere così. E chi non rientra in quest’ordine? Chi non rispetta la regola, e non ha un posto nell’ordine previsto delle cose?» (Mauro Bonazzi – La Lettura, 29 Apr 2018)

Ecco, appunto. «Tra il 1951 e il 1956 (…) lo psicologo Solomon Asch condusse una serie di esperimenti ormai celebri sui pericoli del condizionamento da parte del gruppo. Asch suddivise un insieme di studenti e li sottopose a un test ottico in cui mostrava loro tre linee di lunghezza variabile chiedendo un’opinione sul rapporto tra di esse: quale fosse la più lunga, quale avesse la stessa lunghezza di una quarta linea e così via. Le sue domande erano così semplici che il 95% degli studenti rispose correttamente a ciascuna di esse. Quando però Asch inserì gli studenti in gruppi composti da attori che, con aria sicura, fornivano la medesima risposta sbagliata, la percentuale di soggetti capaci di rispondere correttamente a tutte le domande crollò al 25%». (da Susan CainQuiet. Il potere degli introversi, Bompiani 2012)

Poiché questi esperimenti, per quanto illuminanti, non dicevano tuttavia perché siamo così portati a conformarci, nel 2005, un neuroscienziato della Emory University, Gregory Berns, ha voluto condurre una versione aggiornata degli esperimenti di Asch. Questi rivelarono che la pressione del gruppo non è soltanto un fenomeno spiacevole, ma riesce addirittura ad alterare il nostro punto di vista su un determinato problema. «Quello che Berns chiama “dolore dell’indipendenza” ha implicazioni profonde. Molte delle nostre più importanti istituzioni civili, dalle elezioni democratiche alle giurie dei tribunali fino al concetto stesso di governo della maggioranza, dipendono dalle voci del dissenso. Se però il gruppo è letteralmente capace di alterare la nostra percezione e se prendere una posizione contraria significa attivare primitivi, potenti e inconsci sentimenti di rifiuto, allora queste istituzioni ci appaiono improvvisamente più vulnerabili di quanto pensassimo». (da Susan Cain – Quiet. Il potere degli introversi, Bompiani 2012)

Secondo Platone  ciò che più serve, per essere un vero filosofo, è il coraggio.  Cerchiamo quello che ci manca per essere noi stessi. Capire chi siamo, quale è il nostro posto nel mondo, e il senso che vorremo dare alla nostra esistenza: lì è il desiderio profondo. Per questo il coraggio è così importante: ci vuole coraggio per cercare sé stessi, riconoscendosi nei propri limiti e difetti. Esattamente il contrario dell’abbandonarsi alla corrente dei luoghi comuni, delle abitudini e dei pregiudizi, alla via meno faticosa, quella più facile, più generosa di riconoscimenti pubblici; il coraggio è l’opposto di questo pigro gettare il cervello nel bugliolo delle convenienze immediate; è antitetico alla mancanza di visione, al consueto”Programma del Subito” – analogo al “Sofort Programm” di Schleicher, che non a caso Hitler riprese nel 1933 per ridare una illusoria fiducia a un popolo sfibrato dalla crisi del 1929. Con le conseguenze che tutti conosciamo.

Il coraggio della coerenza, invece, possiede un solido e inossidabile peso specifico. Ad esempio «Pertini poteva permettersi di andare a visitare il neofascista Di Nella in ospedale, perché aveva un’idea di società, il progetto costituzionale, un modello pedagogico con cui poteva persino immaginare, anzi essere convinto, che il socialismo e l’antifascismo avrebbero costruito un orizzonte di senso anche per chi aveva creduto nel fascismo (…) Oggi quest’idea di società a sinistra fa fatica a esistere; anche perché è stata combattuta in nome delle varie declinazioni del THERE’S NO ALTERNATIVE, della sudditanza nei confronti del potere spacciata per senso di responsabilità, dei voti utili delle retoriche della paura». (Christian RaimoHo 16 anni e sono fascista – Piemme 2018)

Anche di Massimo Fini nessuno può negare la coerenza:

«…Anche Pasolini non aveva idee convenzionali. Eppure Piero Ottone lo chiamò al Corriere.

Non facciamo paragoni blasfemi! Erano anche altri tempi, in cui il Corriere si permetteva il lusso di ospitare un intellettuale totalmente fuori dagli schemi. Adesso questa figura del bastian contrario di livello – in cui metto, con le dovute differenze, anche Bocca e Montanelli – non esiste più.

Veniamo al Conformista, anche se non è in questa raccolta, in cui lei fa l’elogio dell’anticonformismo in tempi in cui – tra gli anni Ottanta e Novanta – era una bandierina della borghesia. Oggi, nell’assoluta assenza di pensiero critico, assistiamo a un conformismo di ritorno.

Si è abbassato il livello della classe politica e di quella intellettuale, non si riesce più a opporsi all’orrendo politically correct e al pensiero dominante. La responsabilità, oltre che della politica, è degli intellettuali e dei giornalisti. Il “tengo famiglia”? Il tengo famiglia, che era una dinamica tipica del Fascismo perché se non prendevi la tessera finivi al confino, non è una spiegazione sufficiente. La situazione che viviamo è più subdola: la censura oggi è difficilmente diretta. La sanzione è l’emarginazione lenta, un isolamento molto duro da sopportare». (Intervista di Silvia Truzzi a Massimo Fini – Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2018 sulla pubblicazione di Confesso che ho vissuto – Marsilio 2018)

Anaïs Nin ha scritto: «La nostra cultura ha fatto della vita da estroversi l’unica virtù. A forza di scoraggiare il viaggio interiore e la ricerca di un centro, abbiamo finito per perderlo, il nostro centro. E ora dobbiamo metterci di nuovo a cercarlo».

Che Mentore ci assista.

In testata: “Rickshaw kid”,  di Banksy –  John William Waterhouse-Penelope and the Suitors(1912) – a seguire altra opera di Banksy –  L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Dietro la lavagna

Nel precedente post citavo David Byrne (che a sua volta citava Sir Ken Robinson): «Si ha spesso l’impressione che gli uomini di potere non vogliano vederci fare qualcosa da soli: preferiscono stabilire una gerarchia culturale che svaluta i nostri tentativi amatoriali e incoraggia il consumo a scapito della creazione. (…)

Il consulente all’istruzione Sir Ken Robinson fa notare che tutti i sistemi scolastici del pianeta sono stati concepiti per soddisfare le esigenze dell’industrializzazione del XIX secolo. (…)  gli attuali sistemi scolastici non furono studiati per sviluppare le doti naturali di tutte le persone. Erano concepiti con il fine di favorire certi tipi di abilità nell’interesse delle economie industriali di cui erano al servizio.”» (Come funziona la musica, Bompiani 2013/2014)

Per puro caso, la cronaca spicciola fornisce ora qualche valido supporto a questa opinione, divenuta ormai, purtroppo, pura e semplice (mai superflua) constatazione:

Carpi: «Studente minorenne che frequenta la quarta dell’Itis Da Vinci attacca il programma scuola-lavoro e l’azienda che non lo paga e scatta la punizione. Il preside: «Il messaggio offendeva la ditta e l’impegno degli insegnanti». Mascioli di Sisma.12: «Atteggiamento repressivo dell’istituto» (di Serena Arbizzi – Gazzetta di Modena)

«A Carpi il consiglio di classe ha punito col 6 in condotta uno studente che aveva criticato l’alternanza scuola-lavoro in un post su Facebook». (Ivan Francese – il Giornale)

Sul caso è intervenuto il Movimento giovanile della sinistra di Modena, parlando di un atto «vergognoso, una intimidazione gravissima. Nel comunicato del preside – aggiunge il movimento in una nota – si fa riferimento a un non meglio identificato pregiudizio ideologico del ragazzo. A noi pare che di ideologico (e della peggior ideologia) vi sia unicamente l’atteggiamento di chi vuole una scuola fatta di tanti soldatini obbedienti, sottomessi e silenziosi, disposti ad accettare in silenzio qualsiasi cosa». (il Secolo XIX)

Invece «Sta dalla parte della scuola il parlamentare Pd Edoardo Patriarca» (Gazzetta di Modena). Il che, se  per caso ce ne fosse bisogno, spiega ancora una volta molte cose…

«Non sono sicuro che l’alternanza scuola-lavoro sia sempre un inferno di sfruttamento di lavoro non pagato. Ma di certo, come tutte le cose della società, può e deve essere suscettibile di critica, anche aspra. Voto punitivo o “segnale” che fosse, quel 6 che una scuola di Carpi ha appioppato a uno studente che ha fatto precisamente questo, cosa insegna agli studenti? Temo una vecchia cosa ingiusta, che quando saranno adulti dovranno lavorare e tacere. (…) Insomma, occasione perduta per coltivare lo spirito critico, vero cuore di ogni educazione libera.» (Michele Smargiassi – la Repubblica Bologna).

Tra le due, in questo caso nessun dubbio da che parte stia il vero somaro.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Effetto Regina Rossa

 

In una recente convention (loro la chiamano così) nazionale di una nota multinazionale svoltasi a Torino, la giovane e bella General Manager (Direttrice Generale)  tra le altre cose ha annunciato lo slogan del 2018: “Fast Forward“. Che tradotto in italiano significa più o meno “Avanti veloci”  e suona vagamente come il motto “Sempre Avanti!” del ventennio mussoliniano… Dopodiché è comparso il testimonial:  nientedimeno che Massimiliano Allegri. Proprio lui, l’allenatore della Juventus. Ebbene, il senso della sua presenza era quello di raccontare “come si costruisce una squadra vincente“. E come si fa, allora, secondo il suo disinteressato contributo, a ottenere tale obiettivo? Il mister ha svelato in tale contesto assembleare la sua ricetta per diventare e rimanere vincenti nella vita: la consapevolezza che “una squadra si cambia quando si vince, non quando si perde!” (sic) 

Se avete letto Attraverso lo Specchio di Lewis Carroll avrete forse sentito parlare dell’Effetto Regina Rossa o dell’Ipotesi della Regina Rossa.

Nel secondo capitolo (The garden of live flowers – Il giardino dei fiori parlanti) di Attraverso lo Specchio Alice incontra la Regina Rossa [badate bene che non si tratta della Regina di Cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie]. Questa strana signora (…) le dice: «Qui, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio!».

Questo concetto, inventato da Carroll, è geniale e semplicemente vero in molti ambiti. Infatti esistono determinati ambienti in cui per rimanere nella propria posizione non si può sperare di rimanere fermi ma bisogna anzi muoversi più in fretta degli altri. Raddoppiando ovviamente gli sforzi se ci si vuole allontanare molto da loro. (da Carrollpedia.it)

L’antropologo Thomas Hylland Eriksen, nel libro “Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato” (Einaudi, 2016) parla di “Sindromi da tapis roulant“: «In un libro del 2012, il biologo Dag O. Hessen e io abbiamo esplorato questo aspetto della competizione in diverse aree, dall’evoluzione biologica al cambiamento tecnologico, dalla pubblicità allo sport, fino all’attività di pubblicazione in ambito accademico. Se i tuoi concorrenti migliorano o l’ambiente cambia, è necessario migliorare e adattarsi solo per mantenere il proprio posto nell’ecosistema, nel mercato o nella gerarchia accademica. Anche se nel nostro mondo vediamo un’intensificazione di questo tipo di competizione, a volte distruttiva sia in senso ambientale sia esistenziale, non la associamo al cambiamento globale surriscaldato o accelerato. In ogni caso, questo tipo di competizione è allo stesso tempo una premessa, una parte integrante e un risultato dei processi incontrollati che creano il mondo surriscaldato».

Poi, più specificamente sul tema dell’informazione: «…la comunicazione internazionale ad alta velocità si è sviluppata ad altissima velocità. Non esiste infatti altro ambito che, dai tardi anni Ottanta a oggi, abbia goduto di una crescita esponenziale tanto evidente e tangibile quanto quella che ha interessato la sfera dell’informazione (…) la quantità  di conoscenza potenziale è enormemente più vasta di quella realmente sfruttabile in maniera pertinente e utile (…) La quantità di informazioni disponibili, ma anche la velocità del loro ricambio, sono nemiche della profondità di pensiero e della produzione intellettuale di qualità (…) Le informazioni in eccesso possono essere considerate  una sorta di rifiuto, che non inquina solo la mente ma anche il tempo, riempiendo gli spazi e rendendo la lentezza una risorsa rara».

La giornalista francese Lorraine de Foucher scrive su Le Monde, in un articolo dal titolo “I pirati del cervello ”  (tradotto e pubblicato su Internazionale n. 1239), che «Tutto sembra portare  nella stessa direzione: l’attenzione si è trasformata in una risorsa naturale preziosa, al pari dell’acqua e del petrolio. Una risorsa inquinata, che diventa scarsa e quindi acquista valore. (…) L’idea di “economia dell’attenzione” è comparsa intorno al 1995 con lo sviluppo di internet, ma è sempre stata al centro della guerra del capitalismo. “Alla fine dell’ottocento bisognava controllare l’attenzione dell’operaio per fare in modo che fosse produttivo, poi creare il desiderio per il suo tempo libero, per spingerlo ad acquistare i beni che aveva prodotto”, spiega Yves Citton, professore di letteratura francese all’università di Grenoble e autore di Pour une ecologie de l’attention (Seuil, 2014)»

E Michele Ainis, in un testo pubblicato su Repubblica del 28 gennaio scorso (Dalle leggi ai “like”, è ora di decrescere), scrive:

«Troppi libri, per dirne una. Nel 2016 i circa 1500 editori italiani hanno pubblicato 61.188 titoli, stampandone 129 milioni di copie.Significa il 3,7% in più rispetto all’anno precedente, significa un incremento del 20% in un ventennio. Però i lettori calano, svaniscono come polvere nell’aria. Nel 2010 costituivano il 46,8% della popolazione; cinque anni più tardi erano scesi al 42%; nel 2016 sono precipitati al 40,5%. E la flessione colpisce soprattutto i giovani, i meno attrezzati a districarsi nella selva di pagine che tracima in libreria. Perché c’è un nesso, una relazione che suonerebbe evidente pure per un cieco, fra il troppo stampato e il poco letto. E perché a soffrirne sono specialmente i buoni libri, che rischiano d’essere sommersi, confusi, nascosti.

Troppi dischi, per fare un altro esempio. Nel nostro Paese vengono pubblicati ogni anno circa 1500 nuovi album d’artisti italiani (almeno il triplo contando gli album stranieri). Tutta questa musica rimbalza dalla radio, dal tablet, dallo smartphone, viene ascoltata in streaming (ciascuno di noi ha accesso a circa 35 milioni di brani), viaggia su supporti vecchi e nuovi (….)

Capita lo stesso anche nel cinema (223 film italiani prodotti nel 2016, 38 in più rispetto all’anno precedente), per non dire della televisione, dove occupiamo il primo posto nell’Europa occidentale, quanto al tempo speso da ciascuno davanti alla tv: 4 ore e 40 minuti al giorno, secondo una ricerca di Ihs Technology. Già, ma come trascorriamo questo tempo? Facendo zapping fra un canale e l’altro: la sola Rai dispone di 13 canali nazionali, 5 interregionali e 3 regionali, da cui trasmette per 24 ore al giorno. (…)

E c’è infine il diritto, lo specchio infranto nel quale si riflette la nostra esistenza collettiva. Nel 2007 la commissione Pajno contò 21.691 leggi in vigore, ma la somma comprendeva unicamente quelle dello Stato; bisogna invece aggiungere altrettante leggi regionali, bisogna immergersi nel gran mare dei regolamenti (all’incirca 70 mila), bisogna incamminarsi nel terreno minato dei reati (35 mila). Perciò il cerchio si chiude: quando le leggi sono troppe s’elidono a vicenda, e ciascuno fa come gli pare. Dal pieno nasce il vuoto, l’eccesso di diritto genera una crisi della legalità.

Ecco, è da quest’ambiente saturo che scaturisce la nostra insofferenza. Troppe regole, troppe parole, troppe immagini, troppi like su Facebook.»

Come sempre, il problema è culturale. Paradossalmente, le rispose ai problemi dell’accelerazione cui non siamo preparati richiedono… tempo e pazienza. Cioè lentezza e profondità. Non è nemmeno una novità assoluta: infatti, appena dopo la Prima guerra mondiale, il sociologo William Ogburn propose il termine di cultural lag, scarto culturale, per descrivere una situazione in cui le idee e i concetti che riguardano il mondo rimangono indietro rispetto ai cambiamenti del mondo fisico.

Comunque sia – dice il saggio – ogni lungo viaggio inizia con un primo passo: e il primo passo, anche nel nostro caso, consiste nel prendere coscienza del problema. La domanda di fondo rimane sempre la stessa, se cioè il mercato e la tecnologia debbano continuare a essere al servizio dell’uomo, oppure il contrario. Se lo chiedeva già nel 1944 lo storico dell’economia Karl Polanyi, pubblicando La grande trasformazione: il fine dell’economia è quello di produrre crescita e profitto o invece, soprattutto, di soddisfare i bisogni umani? Per qualcuno la risposta non è così ovvia. Soluzioni in tasca non ne abbiamo. Tuttavia, come sempre, spirito e ironia aiutano ad affrontare le difficoltà e a rendere più serena la giornata. In questo, Groucho Marx rimane un maestro insuperabile.

Nel giugno 1947 Groucho scrisse un articolo per «Variety» e lo mandò al direttore Abel Green con il seguente biglietto:

7 giugno 1947

Caro Abel, credo che questo pezzo sia abbastanza illetterato, perfino per il tuo giornaletto. Saluti. Groucho

«Variety», che si definisce la Bibbia dello spettacolo (mentre in realtà ne è la Babele), ha recentemente pubblicato la notizia che Al Jolson avrebbe percepito un compenso di tre milioni e mezzo di dollari per il film Al Jolson, sebbene vi appaia soltanto per pochi minuti.

Io sono apparso in molti film nel corso degli anni (al momento mi si può vedere in tutta la mia pristina leggiadria in Copacabana), ma giuro su una tempia di Shirley Temple che non ho mai beccato niente di neppure lontanamente paragonabile a una simile cifra. Forse questo è il segnale che l’industria dello spettacolo attendeva da tempo: se un film su Jolson può fare dieci milioni di dollari lordi senza Jolson, quanti avrebbe potuto farne senza Evelyn Keys e William Demarest? Probabilmente gli studios hanno imboccato la strada sbagliata. Forse dovrebbero smetterla di riunire sette o otto star in un film come fanno ora, e anzi eliminare tutti gli attori famosi.

Mi sembra di vedere la locandina davanti al cinema del mio quartiere. Settimana prossima: Tutti baciarono la sposa, senza Olivia de Crawford e Clark Power. Successo assicurato. Sono sicuro che milioni di persone stanno alla larga dei loro Odeon perché detestano i divi che recitano nei film; se avessero la certezza che il taldeitali non mostrerà il suo brutto muso sullo schermo, secondo me sfonderebbero le porte per entrare.

Parlo per esperienza personale. Ai miei tempi ho incontrato centinaia di persone che mi dicevano: «Ehi, fesso, quand’è che lasci il cinema e ti trovi un lavoro?», e se questo vale per me, deve certamente valere per altre decine di attori dal talento perfino inferiore al mio.

Questo sistema potrebbe essere applicato anche in altri settori. Sono sicuro che molti candidati politici vengono battuti perchè al pubblico è stata data l’opportunità di vederli. La prossima grande vittoria politica sarà conseguita dal partito che avrà la furbizia di non presentare nessun capolista.

La mia teoria è che ci sono troppe persone e troppe cose. Poniamo che abbiate appena ricevuto dal vostro dentista il biglietto semestrale in cui vi si notifica l’imminente caduta di quasi tutte le vostre zanne, e l’invito a recarvi nel suo mattatoio se non volete trascorrere il resto della vita a biascicar biada. Non vi ci precipitereste forse con molta più solerzia se foste sicuri che quell’assassino in camice bianco non sarà là a ricevervi con lo scalpello in una mano e le pinze nell’altro? E se gli ippodromi non avessero cavalli, pensate quante migliaia di persone potrebbero andare tutti i giorni alle corse e risparmiare milioni di dollari.

Anni fa era in voga una teoria detta Tecnocrazia. Forse la mia si potrebbe chiamare la Teoria dell’Assenza. Togliamo gli attori dai film, togliamo la zucca e le rape dai menù dei ristoranti, togliamo Slaughter e Musial dai Cardinals e togliamo Gromyko dall’ONU.

Quanto al matrimonio, conosco centinaia di mariti che sarebbero lietissimi di tornare a casa se non ci fosse nessuna moglie ad aspettarli. Togliamo le mogli dai matrimoni e non ci saranno più divorzi. Ma allora, si chiederà qualcuno, come la mettiamo con la prossima generazione? Guardate, ho già dato un’occhiata alla prossima generazione, e forse è meglio se chiudiamo bottega subito. (da Le lettere di Groucho Marx – Adelphi, 1992)

E chiudiamola così: «Grazie alla fotografia di Jerzy Palacz, Deutsch ricrea l’universo visivo ed emotivo di Edward Hopper, valorizzando le sue intrinseche qualità cinematografiche e narrative, le atmosfere scarne e malinconiche, la solitudine. Interni di case, di uffici, di teatri e di locali. I colori brillanti non trasmettono vivacità, gli spazi sono reali ma tutto rimane immobile, sospeso, immerso nel silenzio.» (da Collater.al)

Shirley: Visions of Reality racconta la vita di una donna tra gli anni Trenta e gli Anni Sessanta, interpretata dalla ballerina e coreografa Stephanie Cummings.

Nell’immagine in testata: La Regina Rossa e Alice – illustrazione di sir John Tenniel

Il “Grande Io” (ovvero della vanità)

Numerose prove sperimentali, tanto empiriche quanto convincenti, dimostrano in modo quasi scientifico che le persone con forte soggettività (eufemismo per ego-narcisismo) tendono con l’avanzare dell’età a limitare in modo quasi patologico l’orizzonte dei propri interessi all’esclusiva valorizzazione di se stesse: del proprio passato, della propria storia e dei propri successi, veri o presunti. In altre parole, il campo dei loro interessi tende a restringersi al proprio “Grande Io“. Con risultati molto spesso davvero imbarazzanti. Facciamo qualche esempio.

Parlar male di Donald Trump, l’inverosimile presidente USA, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. D’altra parte, essendo nato nel giugno del ’46, è poco più che settantenne. Eppure…. Sono un genio… e un genio molto stabile. E’ quanto scrive Donald Trump su Twitter, replicando a suo modo alle rivelazioni di questi ultimi giorni che hanno anticipato l’uscita del libro ‘Fire and Fury: inside the Trump White House’ dello scrittore e giornalista Michael Wolff. E ancora: dopo che nel suo discorso di fine anno Kim Jong-un aveva annunciato di avere un “pulsante nucleare” sulla sua scrivania, Donald Trump replica sostenendo di averne uno “molto più grosso e potente del suo”. “E funziona“, ha minacciato il presidente degli Stati Uniti su Twitter.

La sobrietà comportamentale (etica e morale) del suddetto era comunque nota da tempo: in un video registrato alcuni mesi dopo il terzo matrimonio con la sua attuale moglie Melania, Trump parla del suo fallito tentativo di sedurre una donna. «Ho provato a scoparla, ma era sposata […]». Trump racconta di averla accompagnata a comprare mobili e di aver provato a baciarla, senza riuscirci. A un certo punto Trump e Bush iniziano invece a parlare di Arianne Zucker, l’attrice che li stava aspettando fuori dall’autobus per portarli sul set (la si vede nell’ultimo minuto del video). Dopo averla vista – e dopo aver commentato il suo aspetto – Trump dice: «Devo usare delle Tic Tac nel caso dovessi iniziare a baciarla. Sai, sono automaticamente attratto dalla bellezza – inizio subito a baciarle, è così. È come una calamita. Bacio subito. Nemmeno aspetto». Poi aggiunge: «Quando sei famoso te lo lasciano fare. Puoi fare tutto». Alla fine, prima di scendere dall’autobus, Trump dice, parlando di quel “tutto” che dice di poter fare con le donne: «prenderle per la figa» (“grab them by the pussy”). (da ilPost.it) Non male davvero: ricorda un po’ gli eleganti  apprezzamenti di Berlusconi sulla Merkel. Oppure le sue sofisticate barzellette, come questa, oppure questa. Il retroterra “culturale” di Donald e Silvio è evidentemente molto simile. Ogni popolo ha i “dirigenti politici” che si merita.

Tom Wolfe invece di anni ne ha 86, ed è uno dei più importanti scrittori viventi. Su “Repubblica” del 2 gennaio scorso è uscita una bella intervista di Alexandre Devecchio, dal titolo molto eloquente: “Avevo capito tutto, alla fine i radical chic hanno tradito il popolo”.  “A  86 anni, il dandy reazionario non ha più niente da perdere e non si sottrae a nessun argomento” (…)

In uno dei suoi libri, “Radical Chic”, lei fustiga il politicamente corretto, la sinistra intellettuale, la tirannia delle minoranze. L’elezione di Donald Trump è una conseguenza di quel politicamente corretto?

«In quel reportage, inizialmente pubblicato nel giugno 1970 sul New York Magazine, descrivevo una serata organizzata il 14 gennaio precedente dal compositore Leonard Bernstein nel suo appartamento di tredici stanze con terrazzo, distribuito su due piani. Lo scopo della festa era una raccolta fondi per l’organizzazione Black Panther… Gli ospiti si erano premurati di assumere dei domestici bianchi per non urtare la sensibilità delle Panthers. Il politicamente corretto, da me soprannominato PC — che sta per “polizia cittadina” — è nato dall’idea marxista che tutto quello che separa socialmente gli esseri umani deve essere bandito per evitare il predominio di un gruppo sociale su un altro.

In seguito, ironicamente, il politicamente corretto è diventato uno strumento delle “classi dominanti”, l’idea di un comportamento appropriato per mascherare meglio il loro “predominio sociale” e mettersi la coscienza a posto. A poco a poco, il politicamente corretto è perfino diventato un marcatore di questo “predominio” e uno strumento di controllo sociale, un modo di distinguersi dai “bifolchi” e di censurarli, di delegittimare la loro visione del mondo in nome della morale. Ormai la gente deve fare attenzione a quello che dice. E va di male in peggio, specialmente nelle università. La forza di Trump nasce probabilmente dall’aver rotto con questa cappa di piombo. Per esempio, la gente molto ricca in genere tiene un profilo basso mentre lui se ne vanta. Suppongo che una parte degli elettori preferisca questo all’ipocrisia dei politici conformisti».

Nella sua opera, la posizione sociale è la chiave principale per la comprensione del mondo. Il voto per Trump è il voto di quelli che non hanno o non hanno più una posizione sociale o di quelli la cui posizione sociale è stata disprezzata?

«Attraverso Radical Chic descrivevo l’emergere di quella che oggi chiameremmo la “gauche caviar” o il “progressismo da limousine”, vale a dire una sinistra che si è ampiamente liberata di qualsiasi empatia per la classe operaia americana. Una sinistra che adora l’arte contemporanea, si identifica in cause esotiche e nella sofferenza delle minoranze ma disprezza i rednecks (bifolchi ndr) dell’Ohio. Certi americani hanno avuto la sensazione che il partito democratico fosse così impegnato a fare qualsiasi cosa per sedurre le diverse minoranze da arrivare a trascurare una parte considerevole della popolazione. In pratica quella parte operaia della popolazione che, storicamente, ha sempre costituito il midollo del partito democratico. Durante queste elezioni l’aristocrazia democratica ha deciso di favorire una coalizione di minoranze e di escludere dalle sue preoccupazioni la classe operaia bianca. E a Donald Trump è bastato chinarsi a raccogliere tutti quegli elettori e convogliarli sulla sua candidatura».

La modestia non è certo il suo forte e c’è anche del vero in ciò che dice su certa sinistra: quella dei fighetti radical chic, un po’ snob o addirittura hipster, magari con punto di ritrovo alla Leopolda. Ma la risposta più giusta a Tom Wolfe l’ha già data Michele Serra sullo stesso giornale qualche giorno dopo:

“L’elemento, ridotto all’osso, è questo: ammesso e concesso che i liberal, per i bifolchi dell’Ohio, abbiano fatto poco e male, che cosa fa, per i bifolchi dell’Ohio, Tom Wolfe? Ho la presunzione di conoscere la risposta: non fa assolutamente niente, e non perché sia malvagio o distratto, ma perché per la destra quella vera (quella scettica sulla natura umana, e sui destini della società) le condizioni del popolo non costituiscono un problema di speciale urgenza. Il popolo, alla destra, va benissimo così com’è.”

Tutti sanno che il quotidiano testé citato, la Repubblica, è stato fondato da Eugenio Scalfari. E’ pure noto che la linea editoriale del giornale è sempre stata dettata da lui, zigzagando negli anni nei riferimenti, prima su Berlinguer, poi su Spadolini, poi su De Mita e ora su Renzi. Ma ora siamo in difficoltà, lo ammettiamo, di fronte a questo giornalista 93enne fondatore e direttore “emerito” di Repubblica. Sul giornale del 10 gennaio 2017 il fondatore si presta infatti ad uno dei primi casi mondiali di giornalismo auto-autoreferenziale (cioè autoreferenziale al quadrato); ha cioè pubblicato una auto-intervista a se stesso: uno Scalfari (pseudonimo Zurlino) che fa domande a Scalfari (Eugenio). Eccone uno stralcio:

«Stavo rileggendo un paio di giorni fa Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa. È uno dei capolavori di questo agitato periodo della modernità, con il passo che mi ha più colpito ed è la creazione di se stesso attraverso il personaggio a cui dà il nome di Bernardo Soares. Che Bernardo sia Fernando non è nell’intuizione d’un lettore avveduto ma una dichiarazione dello stesso autore: Bernardo Soares sono io. Questa tecnica letteraria ha ispirato questo mio articolo che è alquanto diverso dal solito: è un’ intervista a me stesso». Eccolo lì, intervista a se stesso: come una sorta di sfizio a fine carriera, come un epilogo dalla grande padronanza di “ego” su inchiostro, si fa quelle domande che forse avrebbe voluto sentirsi fare da altri.

Come gli capita spesso negli ultimi anni, Scalfari tratta nell’auto-intervista di quasi tutti i massimi sistemi dello scibile umano. Qui tralascio di proposito il trattarli (anche sommariamente) per esplicito dispetto nei confronti della più agghiacciante delle affermazioni in essa contenute. Infatti, a una domanda semplice semplice (di Zurlino) : “E il rock?” Scalfari (Eugenio) risponde: “Per me non esisteÈ solo ritmo senza alcuna melodia“.

Eh no Scalfari! questa da lei proprio non ce l’aspettavamo.  Oscar Wilde ha scritto: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio“. Dispiace dirlo, ma in questo caso lei ha davvero perso una buona occasione per tacere. Sulla musica, perlomeno.

Comunque buon anno lo stesso.

In testata: un’immagine del film “La grande bellezza”diretto da Paolo Sorrentino (2013)

Muri di gomma, topi neri e vipere di stato

Il pomeriggio del 27 giugno 1980 Vincenza Calderone lasciava l’ospedale Rizzoli di Bologna dove era ritornata per controlli e cure dopo che era stata sottoposta a intervento chirurgico, di cui riportava i postumi costituiti dalla parziale ingessatura della gamba sinistra (…) pur essendo stata imbarcata sul volo prenotato Bologna-Cagliari (da dove poi avrebbe poi dovuto proseguire con destinazione Palermo con altro volo) per evitarle questo disagio, in considerazione della sua infermità era stato deciso di farla salire sul volo diretto della compagnia Itavia IH 870 con tratta Bologna Palermo (…) Terminate le operazioni di imbarco, alle ore 20,00 il comandante Gatti a bordo del DC9 riceve l’autorizzazione ad accendere i motori. Dopo pochi minuti, alle ore 20,08, la signora Calderone inizierà il suo volo a bordo del DC9 verso Palermo (…) Sono le ore 20,59,45 locali e nel cielo che guarda l’isola di Ustica, il Dc9 invia il suo ultimo segnale di transponder e scompare per sempre, si inabissa nel punto più profondo del mar Tirreno, a 3600 metri di profondità.” (Erminio Amelio, Alessandro Benedetti – IH87 Il volo spezzato. Strage di Ustica: le storie i misteri, i depistaggi, il processo – Editori Riuniti 2005)

C’è a Bologna, in via Saliceto, in un ex magazzino dell’azienda dei trasporti, un museo della memoria che vale la pena di visitare e di far conoscere agli amici più cari. Non è lì da molto, è stato aperto il 27 giugno 2007.

L’aereo adesso è lì, e insieme a lui c’è tutto quello che dal mare venne ripescato, a parte i corpi naturalmente. In quel luogo c’è molto di più di una ricostruzione ma (per fortuna) non c’è niente di spettacolare.

È semplicemente sconvolgente e coinvolgente l’esperienza di avvicinarsi alle lamiere tra le voci dei Tigi. L’intero progetto del museo è frutto di grande sensibilità architettonica, tutto è collocato in modo sensato, ma c’è di più, c’è l’arte al servizio della memoria, Christian Boltanski lavorando a stretto contatto con l’Associazione dei familiari ha creato un museo della stessa qualità e temperatura del Museo dell’Olocausto di Berlino, solo lo ha fatto a Bologna su una storia che a molti italiani è ormai del tutto sconosciuta. Un museo della memoria di cui ci si può dimenticare presto, oppure mai. Dipende.

A me e a Daniele Del Giudice nel maggio del 2000 era stato concesso, insieme a una troupe Rai, di entrare nell’hangar di Pratica di Mare, dove il relitto ripescato con colpevole ritardo dal mare era stato ricostruito a disposizione dei periti e magistrati esattamente come lo si può vedere oggi a Bologna.

Giro sul fianco destro, quello più devastato dall’impatto con l’acqua, mi avvicino, allungo la mano. – «Non toccate nulla». Dice alle mie spalle il sottufficiale che ci ha accompagnato, mi giro, ho un’espressione eloquente, credo. (…) – «Non toccate niente, lo dico per il vostro bene». Non sembra minaccioso ma un po’ ironico. – «Perchè?» – «Attenti alle vipere» – e si ferma lì. – «In che senso, scusi?» È il suo collega a spiegare: – «Siccome l’aeroporto era pieno di topi, hanno portato le vipere. Adesso di topi ce ne sono meno, ma le vipere, siccome in quest’hangar ormai ci viene poca gente, hanno fatto i nidi, in mezzo ai rottami. Già è successo a un perito che da un pezzo che teneva in mano è uscita la vipera, quindi state attenti a dove toccate».

Le vipere custodi dei segreti di Stato.

(da Marco Paolini, Daniele Del Giudice – I-TIGI. Racconto per Ustica – Einaudi Stile Libero 2009)

Ora, “trentasette anni dopo, una nuova testimonianza riaccende la speranza di raggiungere la verità sull’esplosione in volo del Dc-9 che uccise 81 persone sui cieli di Ustica. Brian Sandlin, all’epoca marinaio sulla Saratoga destinata dagli Usa al pattugliamento del Mediterraneo, intervistato (Atlantide su La7) da Andrea Purgatori, autore della prima ricostruzione sulla vicenda, racconta i fatti di cui fu testimone. È la sera del 27 giugno 1980. Dalla plancia della nave che staziona a poche miglia dal golfo di Napoli, il giovane Sandlin assiste al rientro da una missione speciale di due Phantom disarmati, scarichi. Aerei che sarebbero serviti ad abbattere altrettanti Mig libici in volo proprio lungo la traiettoria aerea del Dc-9: «Quella sera — racconta l’ex marinaio — ci hanno detto che avevamo abbattuto due Mig libici. Era quella la ragione per cui siamo salpati: mettere alla prova la Libia». (…)

Ma il suo silenzio in tutti questi decenni? È terrorizzato. Nel 1993 la visione di una puntata di 60 minutes (leggendario programma d’inchiesta della Cbs raccontato anche nel film Insider di Michael Mann con Al Pacino) per un attimo addormenta la paura e restituisce memoria all’ex marinaio. Sandlin, però, non trova ancora il coraggio di mettere a disposizione di altri le proprie informazioni. Un sottoufficiale prossimo alla pensione, racconta, era stato ucciso in una rapina tanto misteriosa quanto anomala. Unico ad essere colpito benché in un gruppo di bersagli possibili. Sapeva qualcosa su Ustica? La paura, spiega Sandlin, scompare nel momento in cui cambiano gli scenari internazionali e lo strapotere della Cia è ridimensionato: «Oggi non credo — dice — che possa ancora mordere». E allora l’ex marinaio della Usa Navy parla, racconta e smentisce verità ufficiali. Ad esempio quella del Pentagono sul fatto che, quella notte, i radar della Saratoga sarebbero stati spenti per non disturbare le frequenze televisive italiane. Impossibile, dice l’uomo. Mai e poi mai una nave così avrebbe potuto spegnere i radar.” (Corriere.it – Strage di Ustica. La verità del militare USA: «Due Mig libici abbattuti dai nostri caccia la sera dell’esplosione». La nuova testimonianza ad «Atlantide», su La7. Torna l’ipotesi del volo colpito per errore – di Ilaria Sacchettoni)

Dopo 272 udienze e dopo aver ascoltato migliaia tra testimoni, consulenti e periti, il 30 aprile 2004, la corte assolve dall’imputazione di alto tradimento – per aver gli imputati turbato (e non impedito) le funzioni di governo – i generali Corrado Melillo e Zeno Tascio “per non aver commesso il fatto”. I generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri vengono invece ritenuti colpevoli ma, essendo ormai passati più di 15 anni, il reato è caduto in prescrizione.

Anche per molte imputazioni relative ad altri militari dell’Aeronautica (falsa testimonianza, favoreggiamento, ecc.) viene dichiarata la prescrizione. Il reato di abuso d’ufficio, invece, non sussiste più per modifiche successive alla legge.

Questa storia dimostra nei fatti come a volte la fedeltà e l’onore siano alibi per non avere coscienza, per coprirsi le spalle a vicenda. Del resto, come documenta Davide Conti, “Alla fine della Seconda guerra mondiale molti tra i più alti vertici militari delle Forze armate italiane avrebbero dovuto rispondere di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia e all’estero [qualcuno – sebbene fosse in teoria ricercato – ha vissuto per decenni sotto falso nome, alla luce del sole con documenti validi e regolare professione, frequentando tranquillamente i familiari, N.d.R.]. A salvarli furono gli equilibri della Guerra fredda e il decisivo appoggio degli alleati occidentali grazie a cui l’Italia eluse ogni forma di sanzione per i suoi militari. Diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti e ministri della Repubblica e coinvolti nei principali eventi del dopoguerra.

Scrive Michele Serra: “Dal 1967 al 1977 in Italia ci sono stati almeno otto tentativi di colpo di Stato, almeno venti attentati alle linee ferroviarie e a luoghi pubblici con l’obiettivo di creare paura e di instaurare una nuova forma di governo. Non hanno mai vinto, ma non hanno mai perso veramente… Un gruppo di orientamento nazista metteva bombe, raccoglieva finanziamenti, si assicurava coperture, tutto sotto l’efficiente organizzazione dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, i cui dirigenti peraltro erano agenti segreti con grande curriculum, e a suo tempo erano stati, anche loro, mussoliniani e hitleriani… Il questore di Milano in carica nel 1969 (l’anno di piazza Fontana, ndr) era stato l’aguzzino del carcere per antifascisti di Ventotene». Sono parole di Enrico Deaglio, dall’introduzione a Patria, un libro che entusiasma per la potenza del giornalismo e sconforta per l’inutilità del giornalismo.” (la Repubblica 20 dicembre 2017). Il quadro è  chiarissimo: sono queste le fragili fondamenta della Repubblica Italiana.