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Meme o non meme?

“Ieri il Senato della Repubblica ha approvato con 257 voti favorevole e 165 astenuti il disegno di legge del Senatore Cirenga che prevede la nascita del fondo per i “parlamentari in crisi” creato in vista dell’imminente fine legislatura. Questo fondo prevede lo stanziamento di 134 miliardi di euro da destinarsi a tutti i deputati che non troveranno lavoro nell’anno successivo alla fine del mandato. Questo quando in Italia i malati di SLA sono costretti a pagarsi da soli le cure. Rifletti e fai girare.”

Che cos’è un “meme“? E’ un pezzo di informazione che tende a replicarsi e a passare da un utente all’altro come fanno i virus. Il termine è una abbreviazione della parola greca mìmema, che significa imitazione, utilizzato da Richard Dawkins nel Gene egoista. Si tratta di un’entità che è replicabile da una mente; un elemento di una cultura o civiltà trasmesso da mezzi non genetici, soprattutto per imitazione.

Quello riportato sopra è appunto un “meme“. Durante la campagna elettorale del 2012, infatti, su Facebook divenne virale la pagina riguardante una fantomatica proposta di legge del Senatore Cirenga. Il problema è che la notizia era palesemente falsa, e non era poi così difficile capirlo: come prima cosa, il suddetto Senatore non esiste; secondo, il Senato della Repubblica è composto da 315 Senatori e non da 422 (257+165 come i voti citati nel messaggio); terzo, 134 miliardi di euro corrispondono più o meno al PIL di uno Stato come la Romania…

Insomma si trattava – diciamo così – di uno scherzo. Tra l’altro ai piedi dell’immagine si leggeva: “E’ solo colpa del popolo caprone che l’ha votata ma che ha soprattutto condiviso questa immane boiata falsa che solo dei boccaloni  come voi potevate reputare vera”. Eppure il messaggio è diventato virale e ha determinato commenti indignati e seria partecipazione. Esistono innumerevoli altri casi simili: ci si domanda allora come tutto questo possa succedere.

Una possibile risposta è la seguente: “Come già spiegato nell’articolo pubblicato dal World Economic Forum a inizio 2016 dal titolo “How does misinformation spread online?“, molteplici sono i fattori che hanno creato il terreno fertile per la diffusione in rete della disinformazione. Uno di questi si chiama proprio narcisismo. Il virus di Narciso abita, cresce e si riproduce nella rete

Un mondo in cui la disinformazione accidentale si trasforma in intenzionale – è questa la differenza in inglese fra misinformation e disinformation – tanto da far prevedere gli effetti che si avranno sottoponendo il processo della comunicazione/informazione a stimoli precisi. Come dire che immettendo nel circuito dell’informazione notizie volutamente false si potrebbero scatenare processi in una direzione o in un’altra“, scrivono Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini in Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità (Franco Angeli, 2016).

Non c’è problema, si dirà: alle notizie palesemente false (fake) diffuse in rete basterà contrapporre la relativa informazione veritiera. Com’è noto, infatti, si dice spesso che “le bugie hanno sempre le gambe corte”. Purtroppo, qui cominciano le  pessime notizie: “Il 18 dicembre 2015 Caitlin Dewey, columnist del Washington Post, annunciava la chiusura della sua rubrica What was fake on the Internet this week (Che c’era di falso su Internet questa settimana). (…)

Per quella settimana avrebbe preparato la rubrica come sempre, se non si fosse imbattuta negli ultimi risultati del gruppo di Walter Quattrociocchi, direttore del Laboratorio di Computational Social Science all’Istituto IMT di Alti Studi di Lucca, il quale le aveva spiegato che la sfiducia nelle istituzioni è così alta, ora, e i pregiudizio cognitivi così forti, sempre, che le persone che seguono le bufale spesso sono interessate soltanto nel consumare l’informazione che si conforma alla loro visione, anche quando è possibile dimostrare che sia falsa.” (dalla prefazione di Marco Cattaneo)

Scrive Antonio Nicita di AGCOM: “Nel mercato digitale delle idee, l’offerta di informazioni tende ad essere sempre più profilata, con algoritmi che tendono a raccontarci una realtà che somiglia ai nostri desideri, al nostro “tipo”, in base al comportamento che riveliamo nel web. Allo stesso modo, dal lato della domanda, tendiamo a ricercare ciò che ci interessa, che ci dà ragione, che conferma i nostri “pre-giudizi” ( confirmation bias), trascurando o cancellando dal nostro orizzonte informativo tutto ciò che falsifica la nostra pregressa visione del mondo.

Questo doppio filtro dal lato della domanda e dell’offerta, fatto di echo chamber e di profilazione, ci restituisce un mondo informativo parziale e “su misura”, la cui effettiva dimensione dipende dalla nostra curiosità, dalla disponibilità a sperimentare cose nuove, a misurarci con idee diverse dalle nostre e così via. E più diamo spazio alle emozioni nella ricerca di “verità”, più quel mondo informativo diventa uno specchio delle nostre brame, con l’illusione che ciò che lo specchio ci restituisce sia la verità su come vanno effettivamente le cose, dalla politica ai vaccini.

Sono i limiti cognitivi dal lato della domanda di informazione, studiati dai premi Nobel Daniel Kahneman e Richard Thaler, a generare le distorsioni informative. Non le bugie in sé, dunque, ma le illusioni, dal momento che — come scriveva Demostene — «ciò che un uomo desidera, crede anche che sia vero».”

A quanto pare, chi utilizza Facebook lo fa soprattutto al fine di: 1) acquisire informazioni che aderiscono al suo sistema di credenze (information bias o pregiudizio di conferma); 2) trovare persone con attitudini molto simili (omofilia ed echo chambers); 3) rinforzare vicendevolmente le proprie posizioni. Tutto questo mi pare si possa riassumere con un termine banale ma efficace: conformismo. Diffusissimo, comodissimo banale ed endemico conformismo.

Dalle conclusioni di Misinformation: “Pregiudizi di conferma, processi di aggregazione, tendenza a rinchiudersi in clan e tribù non sono il prodotto maligno di un marchingegno infernale da cui stare alla larga, ma sono dinamiche che riguardano in maniera diversa ognuno di noi, anche fuori da Internet, da cui probabilmente il web e la struttura dei social network hanno amplificato la portata.

Se ne può uscire? E se sì, come? “Il tutto richiede uno sforzo collettivo e la formazione di un pensiero complesso, analitico e consapevole.” Cioè il contrario dell’imperante conformismo. Per finire, due citazioni. La prima è di Samantha Power, ambasciatrice degli USA all’ONU: “… le nostre principali fonti di informazione sono sempre più progettate per rifletterci il mondo come già lo vediamo. Ci danno il comfort delle nostre opinioni, senza il disagio del pensiero. Dobbiamo trovare il modo di uscire dalle nostre echo chamber.

La seconda è del Presidente Sergio Mattarella: “… Quando l’io perde l’opportunità del noi, tutta la società diventa più debole e meno creativa.” Il libro si chiude con queste precise parole: “Dobbiamo ricominciare ad ascoltare. Come reagirebbe Narciso all’empatia?” La domanda è retorica, ma è meglio precisare subito la risposta: “Male. Molto ma molto male”, perché egli è socievole solo con chi rispetta il suo patologico complesso di superiorità.

Nell’immagine in testata: “Eco e Narciso” (1903), di John William Waterhouse.

Sulla “modernità” (1)

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Dalla rivoluzione industriale in poi, la modernità ha avuto senza dubbio uno straordinario successo sul piano del dominio della natura. Essa ha segnato il modo si vivere, di lavorare, di produrre e anche di pensare in tutto il nostro mondo sviluppato. Si dimentica spesso, però, che la modernità aveva anche promesso di “liberare” le persone, di sviluppare la loro capacità di autodeterminazione, la loro creatività, ecc.
Su questi temi essa ha invece clamorosamente fallito: spersonalizzando tutte le sue scelte e affidandole ad efficienti meccanismi e automatismi sociali e/o produttivi, ha infatti permesso che le persone diventassero semplici ingranaggi di una macchina cieca il cui unico fine consiste nella crescita continua dei valori utili e delle quantità coinvolte ai fini del “progresso”.
Per meglio potenziare e controllare questa macchina – tentando al tempo stesso di scongiurare il pericolo di crisi di sistema – si è scelto di suddividere in diversi settori “efficienti” gli automatismi di realizzazione della modernità. Questo processo si sviluppa sulla base del cosiddetto taylorismo, una teoria che si propone di organizzare il modello lavorativo secondo tre fasi:
1. analizzare le caratteristiche della mansione da svolgere,
2. creare il prototipo del lavoratore adatto a quel tipo di mansione,
3. selezionare il lavoratore ideale, al fine di formarlo e introdurlo nell’azienda.
Il punto chiave è il secondo, con il quale Taylor aveva proposto di identificare per ogni mansione da svolgere un lavoratore adatto al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Lo straordinario successo ottenuto dal fordismo, a partire dal primo decennio del ‘900 applicando questa teoria nella catena di montaggio industriale, ha segnato il XX° secolo in tutti i suoi aspetti. La forte interdipendenza che sempre ricorre tra mutamento delle norme sociali, etiche e culturali da un lato, e il mutamento delle strutture economiche, finanziarie e industriali dall’altro, ha condizionato profondamente le caratteristiche del nostro paradigma di civiltà.
Tale paradigma fondamentale consiste proprio nella cosiddetta specializzazione operativa settoriale. Questa in origine costituiva solo una teoria di management (appunto il taylorismo), ma poi ha allargato a macchia d’olio la sua influenza all’esterno della fabbrica, fino a divenire cultura, sistema di pensiero di un’intera civiltà. L’occidente industrializzato, che ha poi dominato il mondo e la natura appunto per tutto il periodo della cosiddetta rivoluzione industriale  – almeno fino ad oggi, in cui però è entrato in tutta evidenza in una profonda crisi – ha fatto questo semplicemente delegando sistematicamente la sua guida ai portatori di ad una teoria di management industriale, quella appena descritta.
Le deleghe sono state assegnate: alla scienza, che garantisce la veridicità delle affermazioni teoriche; alla tecnologia, che mette al nostro servizio la potenza della natura; al mercato, che confronta e sceglie tra le alternative in campo; al calcolo economico, che ottimizza il comportamento delle imprese; alle procedure organizzative, che consolidano le regole ripetitive; alla politica democratica, che, nello stato di diritto, assegna il controllo del potere pubblico a chi è in grado di attrarre maggiore consenso elettorale.

Ma non è tutto oro quello che luccica. La separazione delle sfere d’azione nel tempo ha infatti messo in moto un gigantesco apparato di subsistemi specializzati; all’interno di ciascun settore si sono installate gerarchie, sistemi di valori, linguaggi e metri di giudizio differenti. I loro dirigenti sono tutti specialisti, ciascuno dei quali persegue prestazioni settoriali distinte, le quali vengono valutate con logiche e parametri autoreferenti; ognuno poi considera irrilevante gli effetti prodotti sugli altri sub sistemi o sul quadro generale e persegue solamente il raggiungimento dei propri obiettivi e la propria efficienza. Inoltre, la complessità terminologica rende impossibile la comunicazione intersettoriale ed assume spesso funzionalità di difesa corporativa. Tutto ciò conduce ad un sistema sicuramente  efficace nel breve o medio periodo; ma sicuramente miope  o addirittura cieco in quello lungo . Ed è proprio quest’ultimo il periodo storico in cui ci troviamo ora. (1. continua)

Nella foto, un celebre fotogramma del film “Tempi Moderni”, di Charlie Chaplin

Viva il presente

Il tempo

Ho ritrovato tra i miei appunti questo pezzo di  Steven Pinker. Dev’essere un articolo, uscito su chissà quale giornale chissà quanto tempo fa, ritengo almeno un paio d’anni. Purtroppo non ho segnato la data (come spesso mi capita) e la riproduzione sarà riservata, immagino. Ad ogni modo lo ripropongo qui di seguito, tale e quale me lo sono ritrovato da qualche parte proprio oggi. Inutile aggiungere che lo sottoscrivo in toto, virgole comprese.

Dovremmo smetterla di idealizzare il passato e cominciare ad apprezzare il presente. Se diventassi il grande dominatore globale, con il mio primo editto imporrei a tutti i grandi sapientoni le seguenti regole: nessuno può intonare lamentazioni su decadenza, declino o degrado senza fornire a) una valutazione di com’è il mondo oggi; b) una valutazione di com’era il mondo in un dato periodo del passato; c) una dimostrazione che a) è peggiore di b). Questo decreto eliminerebbe, innanzitutto, gli irritanti piagnistei sul declino della lingua. Questo genere imperversa da secoli, e se le cassandre avessero ragione oggi grugniremmo tutti come Tarzan. Eppure abbiamo continuamente sotto gli occhi non solo numerosi esempi di prosa chiara e competente in strumenti di consultazione quotidiana come Wikipedia o le recensioni di Amazon, ma un’autentica miniera di magnifica scrittura, come può confermare chiunque abbia perso una mattinata su siti come The Browser o Arts and Letters Daily. Di solito i puristi confondono le loro fissazioni con un peggioramento del linguaggio. Un secolo fa i giornalisti scagliavano anatemi contro innovazioni barbare come “velivolo” e “gestire un’impresa”. Qualche decennio fa tuonavano contro “manager” o “ministra” (invece di ministro donna) e contro i verbi “contattare” e “implementare”. Oggi questi illeciti linguistici sono completamente accettati, se non indispensabili. Molto deprecata è anche l’infiltrazione del nuovo gergo tecnologico (settare, cliccare, randomizzare). Eppure il vecchio gergo tecnologico (placebo, falso positivo, gruppo di controllo) ci ha aiutato a capire alcuni concetti astratti e potrebbe perfino aver contribuito all’effetto Flynn, l’incessante aumento dei quozienti intellettivi nel novecento. E parlando di tecnologia, i luddisti di oggi hanno la memoria corta. I genitori che criticano gli iPod e i cellulari incollati alle orecchie degli adolescenti dimenticano che anche i loro genitori si lamentavano dei telefoni in camera da letto e delle radio a transistor. È improbabile che la prosa abbreviata dei tweet e dei messaggi possa corrompere la lingua o diminuire la capacità di concentrazione più dei telegrammi, degli spot radiofonici e degli slogan pubblicitari di ieri. Le email possono sembrare una maledizione, ma chi vuole tornare ai francobolli, alle cabine telefoniche, alla carta carbone e a montagne di messaggi telefonici? E ora che a cena possiamo controllare la fondatezza di qualunque affermazione sull’iPhone, ci stiamo finalmente rendendo conto di quante nostre convinzioni quotidiane siano sbagliate: una lezione preziosa sulla fallibilità della memoria. Ma in nessun altro campo la confusione tra i dati e una tendenza è sbagliata e dannosa come nella nostra interpretazione della violenza. Un terrorista fa esplodere una bomba, un cecchino provoca il caos, un drone uccide un innocente, e i commentatori si chiedono: “Dove sta andando il mondo?”. Eppure non si chiedono mai: “Quanto era crudele il mondo del passato?”. Secondo qualunque criterio quantitativo, nel passato il mondo era decisamente peggiore. Nel medio evo il tasso di omicidi era 35 volte maggiore di quello di oggi, e il tasso di morte nelle guerre tribali era superiore di 15 volte. Il crollo degli imperi, le invasioni di tribù a cavallo, le crociate, la tratta degli schiavi, le guerre di religione e la colonizzazione delle Americhe ebbero un costo di vite umane che, rispetto alla popolazione, eguaglia o supera quello delle guerre mondiali. Nei secoli scorsi una moglie adultera poteva essere condannata al taglio del naso, una bambina di sette anni poteva essere impiccata per aver rubato una sottogonna, una strega poteva essere segata a metà e i marinai potevano essere frustati a morte. La Russia dell’ottocento ci ha regalato il termine pogrom. Le morti in azioni di guerra si sono ridotte non costantemente ma in misura sensibile dopo il picco raggiunto nel 1950. Le morti per terrorismo sono meno comuni nell’odierna “epoca del terrore” di quanto fossero negli anni sessanta e settanta, con i continui attentati dinamitardi, i dirottamenti e gli scontri a fuoco portati avanti da vari eserciti, gruppi, coalizioni, brigate, fazioni e fronti. Non sto cercando di suggerire una “nuova inquietante tendenza”. Nel 1777 David Hume scriveva: “Il desiderio di criticare il presente e ammirare il passato ha profonde radici nella natura umana”. Un secolo prima di lui, Thomas Hobbes ne individuava la ragione: “La competizione per la lode inclina a una riverenza per l’antichità, poiché gli uomini contendono con i vivi, non con i morti”. Le persone biasimano il presente anche per ignoranza storica e analfabetismo statistico, e perché scambiano i cambiamenti in loro stesse – le responsabilità della vita adulta, la necessità di vigilare sui figli, le involuzioni dell’invecchiamento – con cambiamenti in atto nel mondo. A prescindere dalle cause del nostro comportamento, muovere accuse infondate al presente è una debolezza che forse non sarà mai messa al bando, ma dovrebbe essere contrastata. Anche se di solito viene ostentata come segno di raffinatezza, può offrire un pretesto per avere la meglio e una scusa per la misantropia, soprattutto nei confronti dei giovani. E corrode il nostro apprezzamento di grandi istituzioni della modernità come la democrazia, la scienza e il cosmopolitismo che hanno reso la nostra vita molto più ricca e sicura.

Burocrati

Altan

Max Weber (1864 – 192o) ha delineato il modello tipico e ideale della burocrazia in Economia e società, testo uscito postumo nel 1922. Egli spiega che la burocrazia è legata all’affermarsi del capitalismo industriale e si basa su alcuni principi molto precisi: 1) Divisione del lavoro rigidamente determinata da norme e definizione delle qualificazioni (leggi e regolamenti); 2) Gerarchia degli uffici, che determina gli ambiti di autorità e i flussi di comunicazione (sistema rigido di subordinazione, con poteri di verifica e controllo); 3) Impersonalita’ delle relazioni, che evita interferenze di sentimenti nell’assolvimento dei doveri (trattamento imparziale); 4) Il lavoro come professione  e carriera, fondate rispettivamente sulla qualificazione e su prestazioni e grado di anzianità (minuziosa preparazione specializzata del burocrate, che gli conferisce enorme potere); 5) Un sistema di regole generali che governano ogni azione e decisione. Tali regole costituiscono la base di una competenza di tipo specialistico. Secondo Weber, la superiorità tecnica della burocrazia rispetto ai modelli organizzativi preindustriali, è determinata dal fatto che: A) La rigida definizione di diritti e doveri e la gerarchia permettono una maggiore rapidita di risposta; B) Il ricorso a regole scritte e rigide assicura precisione, uniformità, prevedibilità; C) Il coordinamento e’ agevolato dal ricorso a regole; D) La divisione del lavoro consente lo sfruttamento di economie di specializzazione.

Come però scrisse lo stesso Weber, “ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni. Nella misura in cui ne è capace nasconde le sue informazioni e le sue azioni allo scrutinio critico.” Un effetto collaterale è che quando si crea una burocrazia è quasi impossibile sbarazzarsene. Infatti.

Il sociologo statunitense Robert King Merton (1910 – 2003) molto conosciuto per aver coniato espressioni come “profezia che si autoavvera”, ha criticato Weber ed elencato le disfunzioni della burocrazia: 1) Rigidita’ di comportamento (incapacita addestrata). L’indottrinamento dei burocrati al rispetto assoluto delle regole provoca totale mancanza di flessibilità nella loro applicazione; 2)  Riduzione della ricerca di nuove soluzioni; 3) Interiorizzazione delle norme, che divengono un fine in se’ (ritualismo); si perde di vista l’obiettivo originario; 4) Prevalere della necessita’ di rendere difendibile la propria azione rispetto ad altre priorita’.

Alvin Ward Gouldner (1920 – 1980) sociologo e accademico statunitense, ha descritto “il circolo vizioso della burocrazia”: le norme nascondono le relazioni di potere e diminuiscono la tensione tra dipendenti e superiori; le norme spesso stabiliscono un rendimento minimo, con la tacita aspettativa che il rendimento effettivo sia superiore; progressivamente il minimo diventa lo standard il che provoca l’intervento diretto dei capi; questo aumenta la tensione e induce il ricorso a ulteriori norme. Il risultato e’ la proliferazione di norme che non aiutano la produttività, ma che hanno l’unica funzione latente di conservare l’apatia.

Michel Crozier (1922 -2013) sociologo francese, parla delle disfunzioni burocratiche che sono conseguenza di razionali strategie di lotte di potere (variabile strategica considerata finora marginalmente) all’interno delle organizzazioni. Secondo Crozier, la burocratizzazione favorisce la centralizzazione delle decisioni. Ciò porta a privilegiare i problemi politici interni a danno del necessario adattamento all’ambiente. Inoltre la centralizzazione delle decisioni, se conduce ad eliminare l’arbitrio e la discrezionalità, conduce ad una maggior rigidità.

Si potrebbe continuare con gli studi sociologici, ma sul Corriere di ieri Ernesto Galli della Loggia ha pubblicato questa “Circolare delle circolari”:

Circolare n. 44. Oggetto: circolazione circolari. Sono state presentate alcune rimostranze da parte di genitori dell’alberghiero e dei loro rappresentanza (sic!) riguarda (sic!) la mancata circolazione di alcune circolari. Si raccomanda di far circolare per le classi agli (sic!) studenti tutte le circolari e di farle ricircolare per le classi uscite prima (sic!). Si raccomando (sic!) di mantenere un flusso continuo di circolazione e di ricircolazione delle circolari anche con l’ausilio attivo e fattivo all’ (sic!) istituto alberghiero degli studenti di accoglienza turistica» . Galli della Loggia aggiunge:  “Sono pronto a fornire in privato a chi ne avesse interesse l’indicazione del nome e cognome del dirigente scolastico che ha redatto e firmato questo testo ufficiale di una scuola della Repubblica italiana.”

A questo punto credo che un piccolo dubbio dovrebbe venire perfino all’ultimo dei mille brontosauri annidati nei gangli vitali della struttura gestionale e amministrativa del nostro paese. Per poi dimenticarlo subito dopo, è ovvio.

L’autismo degli specialisti

Raymond-Aron

Ecco una citazione che richiama alla mente uno dei temi che ritengo fondamentali e che mi ossessionano da molti, troppi anni.

Nella “Divisione del lavoro socialeDurkheim pone il seguente problema: la società moderna comporta una differenziazione estrema di funzioni e mestieri; come fare perché una società suddivisa in innumerevoli specializzazioni mantenga la coerenza intellettuale e morale necessaria?
R. ARON

La mia modesta opinione è che questa coerenza sia impossibile, se non uscendo in qualche disperata maniera dalla gabbia dorata e maledetta delle specializzazioni. La qual cosa però è in assoluta contraddizione con moltissime fondamentali necessità sociali nonché individuali.Un vicolo cieco? Ennio Flaiano la pensava così: “L’Evo moderno è finito, comincia il Medioevo degli specialisti: oggi anche i cretini sono specializzati”. Niente di più vero. L’unica possibilità è quella di specializzarsi comunque, essendo però coscienti che si tratta fondamentalmente di un grave errore. La visione a 360 gradi è impossibile ma auspicabile, quella ad angolo acuto è quasi possibile ma intellettualmente e moralmente ottusa, perché ha come destino ultimo  una diminuzione dell’integrazione socio-relazionale, della comunicazione con gli altri ed un parallelo ritiro interno al proprio campo di pertinenza. In poche parole, l’autismo.

(Nella foto: Raymond Aron)

 

Sensitive, il documentario

Sensitive documentario

E’ in produzione il documentario “Sensitive, The Untold Story”.

Molto significativo, soprattutto dalle nostre parti, il sottotitolo: “La Storia Mai Raccontata”.

QUI il link al sito per maggiori informazioni, in cui si trova tra l’altro, più o meno quanto segue (traduzione mia, scusate):

“Elaine Aron continua il suo lavoro di condivisione del racconto – ancora largamente sottaciuto – sulla caratteristica innata dell’ipersensibilità con questo documentario. Dr Aron e Globaltouch Group, Inc, già vincitore di Emmy-award, stanno lavorando assieme per creare il primo lungometraggio di sempre in cui compaiono la stessa Dr. Aron e un grande numero di personalità, scienziati di grande fama che studiano questa caratteristica, ogni genere di persone ipersensibili (highly sensitive people, HSPs) esse stesse, in più genitori, partners, amici, datori di lavoro di HSPs.”

QUI invece il link al test originale di autovalutazione “Are You Highly Sensitive? (in inglese) Copyright, Elaine N. Aron, 1996.