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L’autismo degli specialisti

Raymond-Aron

Ecco una citazione che richiama alla mente uno dei temi che ritengo fondamentali e che mi ossessionano da molti, troppi anni.

Nella “Divisione del lavoro socialeDurkheim pone il seguente problema: la società moderna comporta una differenziazione estrema di funzioni e mestieri; come fare perché una società suddivisa in innumerevoli specializzazioni mantenga la coerenza intellettuale e morale necessaria?
R. ARON

La mia modesta opinione è che questa coerenza sia impossibile, se non uscendo in qualche disperata maniera dalla gabbia dorata e maledetta delle specializzazioni. La qual cosa però è in assoluta contraddizione con moltissime fondamentali necessità sociali nonché individuali.Un vicolo cieco? Ennio Flaiano la pensava così: “L’Evo moderno è finito, comincia il Medioevo degli specialisti: oggi anche i cretini sono specializzati”. Niente di più vero. L’unica possibilità è quella di specializzarsi comunque, essendo però coscienti che si tratta fondamentalmente di un grave errore. La visione a 360 gradi è impossibile ma auspicabile, quella ad angolo acuto è quasi possibile ma intellettualmente e moralmente ottusa, perché ha come destino ultimo  una diminuzione dell’integrazione socio-relazionale, della comunicazione con gli altri ed un parallelo ritiro interno al proprio campo di pertinenza. In poche parole, l’autismo.

(Nella foto: Raymond Aron)

 

Platone, i sofisti e noi

platone

Dalla “Storia della Filosofia” di Nicola Abbagnano: ”….l’oggetto dell’insegnamento sofistico si limitava a discipline formali, quali la retorica o la grammatica, o a nozioni varie e brillanti ma prive di solidità scientifica, quali potevano riuscire utili alla carriera di un avvocato o di un uomo politico. E la loro creazione fondamentale fu la retorica, cioè l’arte di persuadere, indipendentemente dalla validità delle ragioni addotte. Della retorica essi affermavano l’indipendenza e l’onnipotenza: l’indipendenza da ogni valore assoluto conoscitivo o morale; l’onnipotenza rispetto ad ogni fine da raggiungere. (…) Platone ci ha lasciato, nel dialogo da lui intitolato a Protagora, un ritratto vivente, se pure ironico, del sofista; ce lo rappresenta come un uomo di mondo, pieno d’anni e d’esperienza, magniloquente, vanitoso, preoccupato nelle discussioni più di ottenere ad ogni costo un successo personale che di raggiungere la verità.”
Ancora :”E’ chiaro che la parola ha, secondo Gorgia, forza necessitante perché non trova limiti al suo potere in alcun criterio o valore oggettivo, in alcuna idea nel senso platonico del termine: l’uomo non può resistere ad essa afferrandosi alla verità o al bene ed è completamente privo di difesa nei suoi confronti. Il relativismo teoretico e pratico della sofistica trova qui un corollario importante: l’onnipotenza della parola e la forza necessitante della retorica che la guida con i suoi accorgimenti infallibili (…). Ciò che distingue la retorica di Gorgia come arte onnipotente della persuasione, dalla retorica di Platone come educazione dell’anima al vero e al giusto è il presupposto fondamentale del platonismo: l’esistenza di idee come criteri o valori assoluti”. Da parte dei sofisti sussisteva almeno quella onestà intellettuale che permetteva loro di riconoscere una mancanza di valori cui fare riferimento, in quanto perennemente mutevoli ed ugualmente validi. Molto peggio, invece, è il comportamento di chi procede in modo tale da porre a fondamento dei propri ragionamenti valori falsi o di comodo, ugualmente mutevoli e falsi in assoluto perché basati  unicamente sul loro valore strumentale rispetto al fine dell’altrui sopraffazione.