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Inconvenienti dell’intelligenza emotiva

Ricevo – I’m very onored for this – questa nota dal prof.  John Hawthorne, che ringrazio di cuore:

“…I noticed you are linking to a post regarding being emotionally intelligent. I’d like to get your opinion on an article I recently wrote which is on the downsides. I figured it is not a common stance on the topic and you might be interested….”

Poiché sono molto interessato, apprezzo e condivido il contenuto dell’articolo, ne propongo di seguito la mia traduzione. Eccola:

SE HAI UN’INTELLIGENZA EMOTIVA, FAI ATTENZIONE A QUESTI SVANTAGGI

L’intelligenza emotiva (IE) è un dono meraviglioso. Ti rende sensibile ai sentimenti degli altri, ti dà la capacità di controllare le tue emozioni e ti permette di utilizzarle sempre al meglio.

Ognuno di noi ha avuto a che far con qualche persona di scarsa intelligenza emotiva. E’ una cosa davvero frustrante. Se gli dici che hai un problema oppure che ti senti un po’ giù, loro ti guardano come se fossi un androide. E’ una cosa che  proprio non riescono a capire.

Oppure se vedono che sei perfettamente calmo nel bel mezzo di una situazione caotica, ne concludono di avere a che fare con un qualche tipo di extraterrestre, dal momento che non ti arrabbi o non ti metti in posizione fetale per il panico. La realtà invece  è molto più semplice: ed è che hai un’intelligenza emotiva piuttosto alta.

Il ricercatore Daniel Goleman la mette giù così:

“Se le vostre capacità emozionali non si fanno sentire, se non possedete auto-consapevolezza, se non riuscite a controllare le vostre angosce, se non siete capaci di empatia e di reale disposizione alle relazioni, allora non importa quanto intelligenti voi siate: non farete comunque molta strada.”

Ma avere un’intelligenza emozionale non è tutto rose e fiori. Ogni dono comporta infatti una sfida. Per esempio, i capi troppo forti possono essere tirannici, i geni creativi possono avere problemi organizzativi.

La natura dell’uomo è fatta così: siamo tutti in qualche maniera imperfetti e difettosi.

Chi  possiede un’intelligenza emotiva, comunque, deve assolutamente essere consapevole degli svantaggi che comporta questo dono. Chi invece non lo è, deve riuscire a trovare se stesso affrontando situazioni impegnative o addirittura pericolose. Può sembrare un’affermazione estrema, ma le cose stanno così.

Quali sono allora questi svantaggi? Approfondiamo un po’ meglio la questione.

DEVI ACCETTARE I COMPROMESSI

Nel caso tu possieda un’intelligenza emotiva, allora sei anche molto ben consapevole di ciò che gli altri pensano o sentono in ogni determinata situazione. Ma se da un lato questo fatto può essere positivo, dall’altro invece può condurti a sbagliare nella scelta tra le tue stesse sensazioni.

Per fare un esempio, potresti dire al capo che ti avesse chiesto di modificare leggermente i dati finanziari che questo è sbagliato. Ma potresti anche al tempo stesso renderti conto che lui, in questa situazione, si trova in difficoltà perché sta rischiando il posto di lavoro.  Nonostante tu sappia che non dovresti farlo, potresti quindi essere tentato di fare ciò che ti viene richiesto proprio perché senti il peso delle sue emozioni.

POTRESTI ESSERE TENTATO DI MANIPOLARE GLI ALTRI

L’altra faccia della medaglia è che la tua intelligenza emotiva può darti la tentazione di manipolare il prossimo, intenzionalmente o meno. Le emozioni infatti sono molto motivanti per gli esseri umani, quindi possono essere utilizzate per fare pressione sulle persone e far eseguire determinate azioni.

Alcuni soggetti, soprattutto quelli piuttosto narcisisti e con tendenze sociopatiche, possono essere molto abili nel manipolare la particolare sensibilità delle persone dotate di intelligenza emotiva.

Estremizzando il concetto, Adam Grant scrive:

Riconoscendo il potere delle emozioni, uno dei più influenti leader del ventesimo secolo ha speso lunghi anni per studiare gli effetti emozionali del proprio linguaggio del corpo. Esercitare i suoi gesti manuali e analizzare le immagini dei suoi movimenti gli ha permesso di diventare “un avvincente oratore pubblico”, ha detto lo storico Roger Moorhouse. – Ci ha lavorato sopra davvero duramente.” Si chiamava Adolf Hitler.

Oppure, come ulteriore esempio, poniamo che tu chieda ad un collega di aiutarti in un determinato progetto. Dal momento che  riesci a interpretare le reali emozioni delle persone, capiresti se lui sta cercando di rifiutarsi e non sa come fare. In quel momento puoi essere tentato di utilizzare le tue capacità per forzarlo ad aiutarti, nonostante la consapevolezza che questo sia contrario alla sua volontà.

In proposito, il dott. Martin Kildare, presidente del Management Comportamentale all’ University College London, ci induce a riflettere con la seguente affermazione:

[Alcune persone con intelligenza emotiva possono] modellare le proprie emozioni al fine di produrre impressioni favorevoli di se stessi. Il mascheramento strategico delle proprie emozioni e la manipolazione di quelle altrui per fini strategici sono comportamenti evidenti non solo nel teatro di Shakespeare, ma anche negli uffici e nei corridoi nei quali potere e influenza vengono commercializzati.

Naturalmente, se sei consapevole di questa tendenza, puoi attivare azioni specifiche per contrastarla. Puoi ad esempio rassicurare le persone dicendo loro che comunque hanno sempre la possibilità di dirti di no, ed essere particolarmente cauto nel fare pressione emotiva sul prossimo.

POTRESTI PREVENIRE LE OPINIONI CRITICHE  ALTRUI

Se hai un’intelligenza emotiva, sai bene come comportarti per condizionare un pubblico. Sai quindi come utilizzare le tue emozioni, le tue parole e anche le tue  espressioni facciali per massimizzarne l’impatto.

Consideriamo per esempio  Steve Jobs. Egli è stato capace di convincere milioni di persone ad acquistare i suoi prodotti grazie ad un’incredibile abilità oratoria. L’iPhone è forse  il miglior prodotto tecnologico di tutti i tempi? Probabilmente no, ma Steve Jobs ci ha invece convinti che lo sia.

Nel suo libro “Steve Jobs”, Walter Isaacson scrive che un collega di Jobs ha detto:

Steve possiede un campo di distorsione della realtà.  In sua presenza, la realtà risulta malleabile. Lui può convincere chiunque di qualsiasi cosa. Poi la cosa ti passa quando lui non è più nei pressi, ma questo fatto rende comunque difficile farti un quadro davvero realistico delle situazioni.

Se hai un’elevata IE, potresti quindi essere tentato di utilizzare tecniche di “distorsione della realtà” simili a questa. Sollecitare le emozioni, piuttosto che aiutare ad affrontare i problemi con pensiero critico, in genere conduce a prendere decisioni tutt’altro che valide.

Un modo molto semplice per evitare che questo succeda, è quello di fare in modo che le persone abbiano tempo sufficiente per elaborare quanto viene loro richiesto e consentire di fare domande prima di attivarsi in proposito. Le emozioni tendono a sfumarsi nel tempo, e questo permette alla gente di ragionare più criticamente e con più cura sull’intero quadro della situazione.

POTRESTI AVERE DIFFICOLTÀ NEL DEFINIRE LE PRIORITÀ’

Se hai un’intelligenza emotiva, probabilmente eccelli negli impegni faccia a faccia. Sei sensibile alle necessità altrui, quindi sei anche in grado di corrispondere alle loro emozioni e sai cosa sia necessario per farli sentire apprezzati.

Ma può essere difficile applicare questa grande talento quando si ha a che fare con gruppi di molte persone. Nel caso tu sia un leader, comunque devi gestire molte esigenze in competizione tra loro. Devi quindi essere in grado di gestire incontri di gruppo e tentare necessariamente di realizzare gli inevitabili compromessi. Al tempo stesso, sarai allora consapevole della frustrazione di una persona e della soddisfazione di un’altra. Il che ti creerà un peso.

Queste emozioni conflittuali possono rendere difficile risolvere davvero le priorità conflittuali che si verificano in qualsiasi organizzazione strutturata. Può succederti di sentire un costante senso di colpa, oppure di non essere abbastanza equilibrato con tutti. Nonostante tutto questo sia davvero difficile, devi comunque portare questo peso.

Se il tuo desiderio è di dirigere, devi essere consapevole che all’interno del”pacchetto” del tuo mestiere  questo è incluso in partenza. Non è che sia un tuo problema particolare o un difetto innato. Ogni leader deve affrontare molteplicità di desideri e dire di no ad alcune persone.  Non dovresti prenderla come fatto un personale.

LE TUE CAPACITA’ POTREBBERO NON ESSERE VALORIZZATE

Nel tuo ambiente di lavoro, potresti trovare che qualcuno non valorizza la tua intelligenza emotiva come ti sembrerebbe giusto. In mestieri che hanno a che fare con il trattamento di numeri o dati, come ad esempio nell’amministrazione o nell’informatica, si tende a valorizzare maggiormente le capacità analitiche rispetto a quelle emozionali.

Di conseguenza, sfortunatamente può succedere che la tua intelligenza emotiva venga ignorata o perfino disprezzata. In questi casi, potresti sentirti scoraggiato o frustrato, e avere la sensazione che i tuoi suggerimenti e le tue idee non siano necessarie.

E’ allora essenziale ricordare che in ogni mestiere l’intelligenza emotiva è comunque un talento molto prezioso. Anche nelle professioni relative alla gestione dati, si dovrà comunque lavorare in qualche modo con altre persone. Si dovrà per forza interagire con managers, colleghi e clienti. Ci sarà anche bisogno di gestire dal punto di vista emozionale riunioni importanti. Nonostante possa apparire che tutto questo non venga apprezzato, le tue capacità rimangono fondamentali.

CONCLUDENDO

L’intelligenza emotiva è un talento formidabile. Essa ti rende empatico, intuitivo sulle gioie e gli sforzi altrui e ti aiuta a gestire le emozioni nel modo più opportuno. Ognuno di noi usufruisce di qualche tipo di sensibilità emozionale.

Ci sono delle controindicazioni in tutto ciò? Ovviamente sì. Ma se sai  porre la giusta attenzione e conosci le tue debolezze, puoi effettivamente tutelarti e proteggerti da questi aspetti negativi.

In conclusione, si può affermare che è comunque molto meglio possedere un’intelligenza emotiva, piuttosto che essere privi di sensibilità nei confronti del prossimo. L’intelligenza emotiva è un dono da apprezzare, e non un difetto da criticare. Il nostro mondo sarebbe un posto davvero migliore se ognuno di noi avesse un po’più di intelligenza emozionale.

Leo Buscaglia ha detto:

“Troppo spesso sottovalutiamo il valore di un contatto, un sorriso, una parola cortese, un ascolto, un complimento onesto, o il minimo gesto di interesse, ognuno dei quali ha il potenziale di cambiare una vita.”

Non potremmo essere più d’accordo.

 

 

 

Downsizing

Nel 2013 fece molto discutere negli USA un articolo di Camille Paglia:  “Care donne, rassegnatevi: il mondo appartiene, e continuerà ad appartenere agli uomini. Voi vi siete scavate un ruolo importante, e meritate che vi sia riconosciuto, però smettetela di augurarvi la fine del maschio, perché tanto non succederà“. Questa la parafrasi del suo saggio, pubblicato da “Time”, che provocò la rivolta delle femministe americane. L’articolo si intitola “It’s a Man’s World, and It Always Will Be”. La professoressa della Pennsylvania cominciò attaccando il mito della “fine dell’uomo”, come aveva scritto nel suo recente libro Hanna Rosin.

La quale Hanna Rosin è invece convinta che le donne stiano correndo verso il futuro, mentre gli uomini stanno a guardare (o si voltano indietro cercando di far funzionare il microonde) fossilizzati in abitudini e certezze superate dalla storia. Giornalista americana, moglie di giornalista, madre di tre figli, lei è certa che sia accaduta la più grande svolta in duecentomila anni di storia dell’umanità: “La fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)”, che è anche il titolo del libro uscito nel 2012 in America.

Poi c’è l’inglese Naomi Alderman, che nel suo romanzo “Ragazze elettriche”  si domanda cosa accadrebbe se le donne diventassero più forti degli uomini, se i rapporti di forza si invertissero totalmente e i maschi fossero ridotti a esseri inferiori sottomessi (…) Una metafora sul potere, i suoi usi e abusi:

“Miss Alderman, come le è venuta l’idea delle “Ragazze elettriche”?

«Mi sembrava strano leggere in tutti quei resoconti pseudoscientifici sul “perché gli uomini e le donne hanno ruoli diversi nella società”, risposte tipo “le bambine guardano di più le facce, e quindi le donne sono più empatiche”, o teorie religiose fuori dal tempo. Nessuno mai che dicesse “perché in media gli uomini possono gettare una donna dall’altro capo della stanza e non viceversa”. È davvero incredibile che non si parta da questo ragionamento. Se i poteri coloniali hanno potuto opprimere gli indigeni dell’Africa, delle Americhe, dell’Oceania, non è stato per degli ormoni cerebrali diversi… non è stato il DNA britannico a vincere in modo brutale e disgustoso sugli aborigeni australiani, era semplicemente che potevamo farlo perché avevamo i fucili. È il Rasoio di Occam– cerca la spiegazione più semplice. Perché gli uomini nella storia sono sempre stati al potere? Perché le donne avevano giustamente paura di loro». (dall’articolo di Susanna Nirenstein – La Repubblica, 30 agosto 2017)

Dubito fortemente che sia arrivata “la fine degli uomini (e l’ascesa delle donne)“. Allo stesso modo dubito che i “poteri coloniali” di vario genere smetteranno mai  di opprimere (o tentare di farlo) le parti deboli della popolazione mondiale. Questo per le banali, ma indiscutibili ragioni illustrate con chiarezza da Naomi Alderman; discutere poi su quanto tutto questo sia ingiusto è tutta un’altra cosa; i fatti e la storia parlano chiaro sulla nostra natura prevaricatrice: nel corso della storia noi esseri umani abbiamo sempre provato a rinchiuderci in categorie e liquidarci a vicenda come subumani o inferiori. “Mi affascina e mi sconcerta il modo in cui esseri altrimenti civili e intelligenti riescano a razionalizzare con pervicace ostinazione filosofie sbagliate e discriminatorie“, scrive Frances Hardinge.
Condivido. Rimango perciò molto perplesso, pur non avendolo ancora letto, dal titolo nonché dall’orribile copertina dell’ultimo libro di  Susan Cain. Non credo proprio – infatti – che esista alcun “superpotere” degli introversi. E meno male. Ma ascoltiamo la Cain, che sembra più che altro preoccuparsi del modello di business prevalente in America e del relativo sistema educativo:

“Studi recenti mostrano che gli introversi, benché preferiscano stare un passo indietro, possono diventare leader migliori degli estroversi.” (…) 

Lei offre consulenza a decine di aziende americane. Ma dopo averla sentita, hanno effettuato cambiamenti concreti?

«Le aziende si stanno rendendo conto che un terzo o metà dei loro dipendenti sono introversi, e se non sanno come ottenere il meglio da queste persone — che lavorano in settori diversi, dalla tecnologia alla finanza —, vuol dire che non stanno gestendo il business nel modo più efficace. I cambiamenti sono sottili. Per esempio, riducono il numero di riunioni, formulano strategie per far sì che tutti esprimano le loro opinioni. Sono piccoli passi, ma sta succedendo». (…)

Lei ha visitato decine di scuole in America ed è molto critica nei confronti degli insegnanti che valutano le capacità dei bambini sulla base del numero di volte che alzano la mano o che assegnano lavori di gruppo anche quando sarebbe utile che i ragazzi lavorassero da soli. È cambiato qualcosa?

«A volte è più facile respingere le critiche che provare a cambiare, ma ho scoperto che alcune scuole hanno cominciato a pensare in modo diverso a come strutturare le giornate, al curriculum e al modo in cui viene valutata la partecipazione in classe. Un problema che c’era — e c’è ancora — sono le pagelle in cui si legge: “La piccola Sophie ha ottime idee ma non parla abbastanza in classe”».

Questo modello di insegnamento è un problema perlopiù americano o lo ha riscontrato anche altrove?

«Il mio lavoro è focalizzato sul sistema scolastico americano, ma mi arrivano lettere da tutto il mondo che si rivelano molto simili. Mi è capitato di riceverne anche da Paesi di tradizione confuciana, dove essere pacati è più accettato». (da La rivincita degli introversi, di Viviana Mazza – La Lettura, 20 Agosto 2017)

Cambiamo campo, passiamo al cinema: “Downsizing (in sala a gennaio) di Alexander Payne  ha aperto, alla presenza del presidente Mattarella, una Mostra (del cinema di Venezia, ndr) in edizione extralarge con un protagonista alto dodici centimetri — Matt Damon in versione ristretta — che si ritrova affrontare questioni immense, dal senso della vita al destino del pianeta. (…) 

Il rimpicciolirsi suggerito dal film non è solo fisico, nell’era del grande ego social.

«Innanzitutto vorrei ricordare che noi siamo già piccoli, basta guardare all’universo. E poi sì, il grande nemico è l’ego, i buddisti lo sanno da secoli».”(Intervista di Arianna Finos a Alexander Payne – La Repubblica 31 agosto 2017)

“Downsizing” significa più o meno “riducendo“. Se ognuno di noi riducesse un po’ il proprio ego ed aumentasse la consapevolezza della nostra complementarietà nei diversi ruoli e delle diverse sensibilità nel contesto generale, invece di seguire il connaturato quanto animalesco istinto di sottomettere, sopraffare o escludere il prossimo (soprattutto quello debole e diverso) avremmo fatto un grande passo avanti nella direzione dell’interesse “universale”.

Un concetto banale ed elementare dovrebbe poi essere chiaro a tutti (purtroppo constato che i “razionalizzatori  pervicaci e ostinati di filosofie sbagliate e discriminatorie” non sono d’accordo): le colpe, i delitti, le violenze e i soprusi – colonialisti o meno – dei nostri avi non ricadono sulla nostre coscienze solo a condizione di prenderne con coerenza le distanze, di “dissociarsi” da esse, di non assorbirne i malefici principi. La tacita condivisione, magari pigramente passiva e nostalgica, di presunti gloriosi eventi e idee criminali del passato implica di fatto la sostanziale connivenza nel presente e il possibile collaborazionismo col male nel futuro: chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. I sintomi e le condizioni al contorno di una sua diabolica ripetizione sono tutti già presenti. Ci piaccia o meno, si tratta ormai di scegliere da che parte stare, e la parte giusta molto raramente coincide con quella più comoda e confortevole.

 

Mammolette

Sul “Dizionario dei Sinonimi e Contrari” Garzanti (ed. 2006), come sinonimi della parola “timido” figurano termini quali “timoroso, pauroso, pavido, vile, vigliacco“; come contrari invece gli aggettivi “coraggioso, audace, temerario, ardimentoso“. Per fare una battuta, da parte dei cosiddetti grand timides (come li chiamava lo psichiatra francese Ludovic Degas) ce ne sarebbe a sufficienza per fare causa agli autori del suddetto dizionario. Battute a parte,  lo sfondo culturale (e ideologico) implicito è molto chiaro: Terminator vs Mammolo. In realtà, come scrive Megan Garber su “The Atlantic” in un articolo tradotto e pubblicato su “Internazionale” n° 1200 con il titolo “Timidi vantaggi“, la timidezza “esprime tante emozioni diverse: imbarazzo, timore di un rifiuto e riluttanza a disturbare gli altri. E’ comune e al tempo stesso misteriosa.”

Una persona schiva è per forza timorosa e pavida? Parliamone. Lo storico della cultura Joe Moran nel suo libro Shrinking violets. The secret life of shyness (Mammolette. La vita segreta della timidezza) scrive che la timidezza è un mostro irriverente che ha sempre accompagnato, anche se impercettibilmente, tutta la storia dell’umanità. “Tuttavia, afferma Moran, la timidezza può anche essere un grande dono, perché l’impulso all’introversione favorisce l’ingegnosità e la creatività che spesso mancano alle persone estroverse.” (…) La timidezza, comunque scelga di manifestarsi (su questo la persona che la prova non ha quasi voce in capitolo) può essere un vantaggio o una maledizione. In genere le persone timide sono riflessive, a volte geniali. Sono spesso sensibili ai bisogni e agli sguardi degli altri. Il problema è che vivono in un mondo dove la timidezza è comune ma poco tollerata.

Insomma, siamo alle solite: “Forse la timidezza in fin dei conti è solo un’imbarazzante presa di coscienza dell’enorme distanza esistente tra le persone”. Tuttavia, “in una cultura che attribuisce molta importanza alla sicurezza di sé, e che dà per scontato che le abilità sociali siano la prova della propria autostima, la timidezza è vista con sospetto. In un mondo rumoroso, chi tace può facilmente essere considerato un nemico.” Altrettanto succede a chi evidenzia ciò che gli altri, magari in modo inconscio, preferiscono ignorare o fingono di dimenticare. O non sono in grado di capire.

Forse non aveva tutti i torti Sigmund Freud, il quale considerava la timidezza quale prova di un narcisismo rimosso, tuttavia la diffidenza nei confronti dei timidi appare quasi sempre ingiustificata e in qualche misura strumentale, come sempre succede quando si tratta di minoranze socio-culturali. “Le persone timide, sostiene la sociologa britannica Susie Scott, non preferiscono solo la solitudine alla compagnia o i piccoli gruppi a quelli più numerosi. Ogni volta che rifiutano un invito  o si fanno da parte conducono un ‘involontario esperimento di rottura’. Con la loro timidezza deviano dall’ordine sociale. Quindi sono considerate sospette.”

In termini gramsciani, di fatto l’egemonia culturale oggi come oggi ha una collocazione precisa e molto salda: chi strilla di più ne possiede il monopolio. Rimane il sospetto che chi ostenta aggressività in realtà nasconda insicurezza. Seppur rimanga sempre vero il fatto che “in medio stat virtus“, dovendo per forza scegliere tra l’omologazione delle grida da un lato,  la solitudine riflessiva della timidezza dall’altro, per quanto mi riguarda non ho il minimo dubbio. Per citare Corrado Guzzanti, la seconda che hai detto. Alla faccia del dizionario dei sinonimi Garzanti, dalla parte delle “mammolette” e della loro forza tranquilla.

 

 

Il lato oscuro dell’empatia

 

Su scientificamerican.com è uscito un’articolo dal titolo “Too Much Emotional Intelligence Is a Bad Thing – Profound empathy may come at a price” (Un’intelligenza troppo emotiva è negativa – Una forte empatia può avere un prezzo da pagare).

Ecco la mia traduzione:

“Capire quando un collega o un’amico si sente triste, arrabbiato o  sorpreso è la chiave per andare d’accordo con gli altri. Ma uno studio recente suggerisce che la maggiore capacità di comprensione dei sentimenti altrui può comportare a volte una dose supplementare di stress. Questa e altre ricerche mettono alla prova l’opinione prevalente secondo la quale l’intelligenza emozionale sarebbe uniformemente vantaggiosa per chi ne è dotato.

In uno studio pubblicato sul numero di settembre 2016 di Emotion, gli psicologi Myriam Bechtoldt e Vanessa Schneider della Scuola di Finanza e Management di Francoforte in Germania, hanno posto una serie di domande a 166 studenti maschi per valutare la loro intelligenza emotiva. Per esempio, mostravano loro fotografie di visi di persone chiedendo poi loro quale estensione di sentimenti, come felicità o disgusto, venissero espressi. Gli studenti poi dovevano sostenere un colloquio di lavoro di lavoro di fronte a giudici dalla severa espressione facciale. Gli scienziati misurarono la concentrazione di cortisolo, l’ormone dello stress, prima e dopo il colloquio.

Negli studenti classificati come dotati di maggior intelligenza emotiva, i valori relativi allo stress aumentavano maggiormente durante l’esperimento e richiedevano più tempo per tornare ai valori base. Le conclusioni suggeriscono che alcune persone possono essere troppo emotivamente acute per il loro bene, dice Hillary Anger Elfenbein, che insegna comportamento  organizzativo alla Washington University di St. Louis, che era coinvolta nello studio. La quale annota: “A volte la nostra superiore abilità a fare qualcosa ci può creare problemi“.

Di sicuro, lo studio aggiunge alle ricerche precedenti accenni alla parte oscura dell’intelligenza emozionale. Uno studio pubblicato su  Personality and Individual Differences (Personalità e Differenze Individuali) suggerisce che le persone emozionalmente intuitive potrebbero essere particolarmente portate ai sentimenti di depressione e disperazione. Inoltre, numerosi studi, compreso uno pubblicato nel 2013 in PLOS ONE, hanno sottinteso che l’intelligenza emotiva può essere utilizzata per manipolare gli altri al fine di guadagni personali.

E’ necessario fare ulteriore ricerca per capire esattamente quale sia l’apporto della relazione tra intelligenza emotiva e stress nelle donne e in persone di diverso livello di di educazione ed età. Nondimeno, l’intelligenza emotiva costituisce un utile talento per chi la possiede, purché si impari al tempo stesso ad affrontare in modo appropriato le emozioni – sia le proprie sia le altrui, afferma Berchtoldt, docente di comportamento organizzativo. Per esempio, alcune persone sensibili possono assumersi la responsabilità della tristezza o rabbia di altre persone che in fin dei conti li rende ansiosi. Ricorda, dice Berchtoldt, “non sei responsabile di come si sentono le altre persone“.

La forza tranquilla

Susan Cain è un’avvocato americano (il termine avvocatessa non mi piace) che vive nella Hudson River Valley. Ha scritto un libro dal titolo “Quiet. The Power of Introverts in a World That Can’t Stop  Talking“, pubblicato in Italia nel 2014 da Bompiani (Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare), in cui tra l’altro scrive che “Il più importante aspetto, preso singolarmente, della personalità – il “nord e il sud del temperamento” come la mette giù uno scienziato – consiste nel posto in cui ci collochiamo all’interno della gamma introverso-estroverso.” 

Il libro inizia così (traduzione mia dal testo inglese):

“Montgomery, Alabama. 1 dicembre 1955. Prima serata. Un autobus arriva alla fermata, una dignitosa signora quarantenne sale a bordo. Si muove eretta, nonostante abbia trascorso tutta la giornata china su un asse da stiro in un sudicio laboratorio sartoriale sotterraneo del reparto magazzino al Montgomery Fair. I sui piedi sono gonfi, le spalle dolgono. Si siede nella prima fila del settore delle persone di colore e guarda in silenzio il bus riempirsi di passeggeri. Finché l’autista le ordina di cedere il suo posto a un passeggero bianco.

La donna pronuncia una sola parola, la quale parola innescherà una delle più importanti proteste per i diritti civili del ventesimo secolo, una parola che aiuterà l’America a trovare il meglio di sé stessa.

La parola è “No.”

L’autista la minaccia di arresto.

“Lo può fare,” dice Rosa Parks.

Arriva un poliziotto che le chiede perché non vuole spostarsi.

Lei risponde semplicemente: “E perché tutti voi ci maltrattate sempre?”

“Non lo so,” dice lui, “ma la legge è la legge, e tu sei in arresto.”

Nel pomeriggio del suo processo e della condanna per condotta impropria, la “Montgomery Improvement Association organizza una manifestazione per Parks nella Chiesa Battista di Holt Street, nella parte più povera della città. Cinquemila persone si riuniscono per sostenere l’isolato gesto di coraggio di Parks. Si stringono nella chiesa finché non c’è più posto. Gli altri attendono pazientemente fuori, ascoltando gli altoparlanti. Il Reverendo Martin Luther King Jr. si rivolge alla folla. “Arriva un momento in cui le persone si stancano di essere calpestate dal tallone di ferro dell’oppressione,” dice loro. “Arriva un momento in cui la gente si stanca di essere esclusa dalla scintillante luce solare di luglio ed essere lasciata in piedi nel freddo di un novembre alpino.”

Luther King elogia il coraggio di Parks, l’abbraccia. Lei rimane silenziosa, la sua sola presenza è sufficiente a galvanizzare la folla. L’associazione lanciò un boicottaggio dei bus che durò 381 giorni. Le persone arrancarono fino al lavoro per miglia. Condivisero le auto con estranei. Cambiarono la direzione della storia americana.

Ho sempre immaginato Rosa Parks come una donna imponente, con un forte temperamento, qualcuno che può facilmente scendere in campo e affrontare tutto un autobus pieno di passeggeri infuriati. Ma quando lei morì nel 2005 all’età di novantadue anni, la marea di necrologi la ricordavano come piccola di statura, dolce e dalla voce carezzevole. Dicevano che lei era “timida e riservata” ma aveva “un coraggio da leone”. Erano pieni di frasi come “profonda umiltà” e “silenziosa forza d’animo. Cosa significa essere tranquillo e avere coraggio? quelle descrizioni chiedono implicitamente. Come puoi essere riservato e coraggioso?

La stessa Parks sembrava consapevole di questo paradosso e  infatti intitolò la sua autobiografia “Quiet Strength”, “Forza Tranquilla” – un titolo che ci stimola a interrogarci sui nostri presupposti ideologici. Per quale motivo infatti la persona tranquilla non dovrebbe essere forte? E quali altre cose di cui non la crediamo capace può al contrario essere in grado di fare?”

«La force tranquille» è anche il famoso slogan utilizzato nel 1981 da François Mitterand, su suggerimento del pubblicitario Jaques Séguéla che a propria volta lo trasse da un famoso discorso del 1936 leader socialista prebellico Léon Blum. Che a sua volta l’avrà preso da qualcun altro… Resta il fatto che il silenzio, la tranquillità, la quiete, gli introversi, anche se godono tutti di poco rispetto, di cattiva fama e di peggiore salute, hanno sempre avuto una un grande potere, ma direi soprattutto importanza, nella realtà dei fatti, come sostiene la stessa Susan Cain in questo delizioso TED Talk del febbraio 2012 (sottotitoli in italiano). Che merita senz’altro la visione e l’ascolto:

Qui il link per il suo sito: Quiet Revolution.com

 

Perplessità

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Dunque, le novità dal “fronte ipersensensibile” americano (dove però la dott.ssa Aron è attualmente in anno sabbatico), secondo la  newsletter “The Comfort Zone” sarebbero le seguenti:

  • se tutti coloro che leggono l’importante mail che hanno ricevuto donassero 10 dollari americani (deducibili dalle tasse in USA), saremmo tutti più sicuri che Sensitive and in Love, questo film “incredibilmente importante” verrebbe finalmente realizzato. Speriamo bene;
  • la trentatreesima “assemblea-ritiro HSP” si svolgerà dall’1 al 4 giugno 2017 presso la La Casa de Maria. Si tratta della stessa località dove si è tenuta la ventireesima assemblea nel 2011. Per ulteriori informazioni, ecco il sito: http://www.lifeworkshelp.com/hspgathering.htm;
  • tutti i partecipanti all’ HSPs and Horses© workshops sono entusiasti. Si sta infatti programmando un nuovo appuntamento per la primavera 2017. Cito letteralmente: “Our herd of rescue horses are experts in high sensitivity. They also teach us about healing from trauma, communicating with others, setting boundaries, self care, and team-building and leadership for businesses“. (Non riesco a tradurre questa frase in italiano, il senso che ne traggo è talmente assurdo che mi rifiuto di credere di aver capito bene). Chi comunque volesse tenersi informato sugli sviluppi della questione è invitato ad unirsi alla mandria (herd = mandria, gregge) presso il sito heartandmindequine.com. Iscrivendosi alla mailing list, si verrà infatti informati sulla relativa programmazione.

OK. Adesso torniamo ad occuparci del mondo reale.