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Cuore e tenebra

Per Milan Kundera  (ma non solo per lui) lo spirito del romanzo consiste  nello spirito di complessità («Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”» ). Ma non tutti la pensano così.  Ad esempio  Edmondo De Amicis. A quanto pare, per lui lo spirito giusto consisteva nella  semplificazione “educativa”. Almeno a giudicare dal suo celeberrimo libro “Cuore“. Umberto Eco già nel 1962 aveva scritto un “Elogio di Franti” (in Diario Minimo – Bompiani), mentre Natalia Ginzburg  scriveva nel 1970:

«A parte l’affetto, giudicando oggi Cuore trovo che non è per niente un bel libro. È abile e falso. È furbissimo e illustra con efficacia retorica un mondo che, in verità, nella sua sostanza, non è mai esistito se non nei libri. I suoi personaggi non hanno nessuna vita; definiti all’inizio, percorrono fino alla fine il cammino e compiono i gesti che fin dall’inizio ci eravamo aspettati: Garrone è sempre giusto e generoso; Franti è sempre perfido; il muratorino fa sempre il muso di lepre. Vi sono, è vero, alcuni ravvedimenti (…) Ma simili trasformazioni sono in qualche modo prevedibili: la virtù vince il male, il cuore trionfa, la scuola intesa come fucina di buoni sentimenti irradia un fuoco benefico, istruisce al bene. Chi non si ravvede mai, per fortuna, è il perfido Franti». (da “Mai devi domandarmi” – Einaudi, 2013)

Verifichiamo infatti che De Amicis descriveva  il “perfido” Franti in questo modo: «Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, (ma non tremava davanti a Garrone, n.d.r…?) ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni dalla giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libro, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni ch’egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo.  (…) Derossi gli disse un giorno: – Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, – ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre. Ma questa mattina, finalmente, si fece scacciare come un cane. Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia del Tamburino sardo, il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gittò sul pavimento un petardo che scoppiò facendo rintronar la scuola come una fucilata. Tutta la classe ebbe un riscossone. Il maestro balzò in piedi e gridò: – Franti! fuori di scuola! – Egli rispose: – Non son io! – Ma rideva. Il maestro ripeté: – Va’ fuori! – Non mi muovo, – rispose. Allora il maestro perdette i lumi, gli si lanciò addosso, lo afferrò per le braccia, lo strappò dal banco. Egli si dibatteva, digrignava i denti: si fece trascinar fuori di viva forza. Il maestro lo portò quasi di peso dal Direttore, e poi tornò in classe solo e sedette al tavolino, pigliandosi il capo fra le mani, affannato, con un’espressione così stanca e afflitta, che faceva male a vederlo. – Dopo trent’anni che faccio scuola! – esclamò tristamente, crollando il capo. Nessuno fiatava. Le mani gli tremavano dall’ira, e la ruga diritta che ha in mezzo alla fronte, era così profonda, che pareva una ferita. Povero maestro! Tutti ne pativano. Derossi s’alzò e disse: – Signor maestro, non si affligga. Noi le vogliamo bene. – E allora egli si rasserenò un poco e disse: – Riprendiamo la lezione, ragazzi. » (Edmondo De Amicis – “Cuore”, 1886)

Un mostro, insomma, l’incarnazione del male, Franti. Povero ragazzino: nessuna pietà per lui, irredimibile “cattivo per natura”. Un diverso. Però, però… però la realtà è un’altra cosa! Anche se  qualcuno trova molto comodo credere al contrario, la vita non è così semplice; essa è molto più complicata di così. Nella realtà i mulini bianchi non esistono, vengono creati e diffusi ad arte nell’immaginario collettivo al fine di suggestionarci, per convincerci ad acquistare senza alcun sforzo di ragionamento qualche genere di prodotto. Non necessariamente materiale. Anche e soprattutto politico.

È perciò evidente che il cosiddetto “libro Cuore” non è affatto un romanzo. Non ne possiede le caratteristiche. Il il suo centro consiste, infatti, proprio nel rifiuto della complessità, nella schematizzazione senza sfumature di grigio. Il socialista (!) De Amicis credeva solo nel bianco o nel nero, nel buono o nel cattivo (lui era il buono, ovvio), nell’innocente o nel colpevole. Credeva in una realtà di fantasia, che non è mai esistita. Fantascienza sociologica non dichiarata. Ma allora se il libro Cuore non è un romanzo,  cos’è? Lo spiega molto bene ancora Natalia Ginzburg: «In verità quello che mi affascinava in Cuore era il trovarvi un mondo più ordinato, e in fondo per me più rassicurante, del mondo nel quale vivevo. Che fosse quello di Cuore un mondo falso, libresco e inesistente nella realtà, io allora non lo capivo; i bambini spesso sono attratti dalla falsità; spesso essi preferiscono lo splendore delle sete artificiali, il luccichio delle perle false, alle vere perle e alla vera seta. E io ero, da bambina, retorica, conformista, e con ideali piccolo-borghesi. »

Corrado Augias approfondisce e articola da par suo la questione: «Fin dalle prime pagine, Cuore si presenta con le caratteristiche d’una “epopea” o se si vuole della drammaturgia d’agitazione e di propaganda. Come nel teatro dei gesuiti, o di Brecht, come nell’Odissea, per risalire fino ad un archetipo sommo e remoto. La presentazione dei personaggi, la fissità dei comportamenti, servono per dire al lettore che le figurine che ha di fronte sono mosse da forze che sfuggono al controllo della volontà, obbediscono alla funzione che devono svolgere.È appena uscito un volume di storia e critica letteraria (“La letteratura circostante” di Gianluigi Simonetti — Il Mulino ed.) nel quale l’autore descrive tra l’altro quella che chiama “ La letteratura in senso forte”, vale a dire quella che si prefiggeva di plasmare le coscienze dei lettori, addirittura di dare un colpo di pollice al corso degli eventi. Forme (e propositi) scomparsi dalla letteratura contemporanea. “ Cuore” rientra proprio in quel tipo di narrazione.» La Repubblica, 10 aprile 2018)

In altre parole, si trattava di uno strumento il cui fine era la pura e semplice gestione del potere. Propaganda e tutela preventiva dell’ordine così come veniva concepito e desiderato dall’alto.

Cambiamo i parametri: il dottor Francesco Ingravallo è l’investigatore protagonista di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda. Tutti lo chiamano don Ciccio: «uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. (…) Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo». (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – Garzanti, 1993)

Carlo Emilio Gadda, come si vede, era tutt’altro che “deamicisiano”, così come non lo è Aldo Grasso:

«Quando sono uscite in America serie come The Wire, I Soprano, Breaking Bad e altre ancora, e in Italia Romanzo criminale, Gomorra, Suburra, in molti si sono chiesti se fosse giusto mettere in scena la violenza, la criminalità, il male. Dobbiamo far finta che non esistano? Dobbiamo produrre solo fiction agiografica per consolarci con un’immagine positiva, gratificante? Dobbiamo chiedere alla tv, al cinema e ad altre forme espressive di esimersi dal raccontare la criminalità, nel timore che ciò dia origine a comportamenti emulativi? Una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza in favore del male. (…) Il primo dovere che una serie deve porsi non è l’argomento trattato ma la scrittura, l’unica in grado di restituire la complessità del reale, di esplorare temi centrali rispetto alla sensibilità condivisa, di costruire un «racconto mondo» capace anche di rappresentare il male». (Aldo Grasso, La Lettura n. 333)

Proprio così: una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza in favore del male. Vincenzo Paglia ha scritto: «La radice di ogni totalitarismo sta nel sentirsi talmente gratificati dalla pienezza della verità da non sentire più il bisogno dell’altro o da non avvertirne la mancanza. In questi casi il dialogo non solo non viene praticato, ma è addirittura sentito come un pericolo e quindi escluso. Al contrario, il dialogo tende per sua natura a costruire relazioni al cui interno si tesse la ricchezza stessa del vivere assieme. Mai comunque il dialogo può essere rinuncia alle proprie convinzioni e tantomeno tolleranza del male e delle ingiustizie». (Il crollo del noi – Laterza 2017)

Di più: una conoscenza che non tenga conto del male è una conoscenza ipocrita in favore del male. Ciò è ben descritto nella scena del film “The Untouchables – Gli intoccabili” di Brian De Palma: Al Capone (Robert De Niro) piange  ascoltando l’aria “Vesti la giubba”, un’aria  molto commovente dell’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, proprio mentre il suo scagnozzo gli comunica di aver appena eseguito il suo ordine di uccidere il poliziotto irlandese Jimmy Malone (Sean Connery):

Chiudo con un doveroso e doppiamente opportuno omaggio al grande Miloš Forman,  da poco scomparso. Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è un film del 1975. È tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey, pubblicato nel 1962 e tradotto in italiano nel 1976 da Rizzoli Editore. L’autore scrisse il libro in seguito alla propria esperienza da volontario all’interno del Veterans Administration Hospital di Palo Alto, in California.

Protagonista del film uno straordinario Jack Nicholson. Nel reparto di un ospedale psichiatrico dell’Oregon, malati che vengono considerati inguaribili sono segregati tra pareti impietose e diretti con pugno di ferro da Miss Ratched, la “Grande Infermiera”. Tutti ne sono succubi. Ma un giorno arriva McMurphy, novello Franti, un irlandese cocciuto, spavaldo, allegro e ribelle. Con l’aiuto di Bromden, risveglierà i pazienti ormai avviliti dalle “terapie” e riuscirà a portare una ventata di umanità, di calore e di meditata ribellione. La trasparente metafora sui sistemi di potere che tendono a marginalizzare, recludere o addirittura eliminare ogni presunta “diversità” non necessita di ulteriori commenti. Il rifiuto delle banali schematiche semplificazioni genera conflitto, ma senza dialogo o conflitto tra diversità non esiste nessuna vera libertà.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Quella cosa senza nome

I poeti non inventano le poesie / la poesia è in qualche posto là dietro / è là da moltissimo tempo / il poeta non fa che scoprirla (Jan Skàcel)

William Somerset Maugham una volta ha scritto: «Vi sono tre regole fondamentali per scrivere un romanzo. Sfortunatamente nessuno le conosce». Ovviamente queste tre regole che nessuno conosce sono sempre le stesse per tutte le forme artistiche, oltre che per il romanzo. Milan Kundera, nel suo “L’arte del romanzo” (Adelphi, 1988 – cap. VI) fornisce la sua personale definizione di  sessantasei parole, una delle quali è proprio “romanzo“. Che viene definito: «La grande forma della prosa in cui l’autore, attraverso degli io sperimentali (i personaggi), esamina fino in fondo alcuni temi dell’esistenza».

Nello stesso libro aveva però in precedenza fatto notare che «Il romanzo (come tutta la cultura) si trova sempre più nelle mani dei mass media; e questi, essendo agenti dell’unificazione della storia planetaria, amplificano e canalizzano il processo di riduzione; distribuiscono nel mondo intero le stesse semplificazioni e gli stessi luoghi comuni che si prestano a essere accettati dalla maggioranza, da tutti, dall’umanità intera. E poco importa che nei loro diversi organi affiorino i diversi interessi politici. Dietro questa differenza di superficie regna uno spirito comune. (…) Questo spirito comune dei mass media che si dissimula dietro la loro diversità politica è lo spirito del nostro tempo. E questo spirito mi sembra contrario allo spirito del romanzo.

Lo spirito del romanzo è lo spirito di complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo, sempre meno udibile, però, nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda e la escludono». (Milan KunderaL’arte del romanzo, Adelphi 1988)

Facciamo un esempio.  La parola romantico, che all’inizio (tra la fine del sec. XVIII e i primi decenni del sec. XIX) si riferiva all’inquieta sensibilità moderna per distinguerla da quella «classica», finì per fare riferimento a qualcosa di patetico e sentimentale e – nel più banale linguaggio dei mass media – all’amore più languido e appassionato. Superfluo aggiungere che questa pericolosa tendenza alla banalizzazione esiste in ogni autentica forma artistica; tuttavia, come scrive Giulio Ferroni «La musica è la forma artistica preferita dal romanticismo, perché consente di tessere associazioni segrete di suoni, di dar voce all’inesprimibile, di suscitare e seguire il movimento delle passioni ». Con il conseguente, inevitabile rischio  di oscurare lo spirito di complessità dietro l’individualismo sentimentale ed egocentrico di più bassa lega.

Tuttavia, secondo Wynton Marsalis, questo pericoloso conflitto tra banalità e complessità, nel jazz e nel blues (quelli veri, s’intende) viene sublimato:  «Non c’è una parola che possa descrivere certi silenzi di un viaggio in macchina a tarda notte con tuo padre, o quanto adori il sorriso di tua moglie quando provi a canzonarla. Eppure sono sentimenti reali, ancora più reali perché non si possono tradurre in parole. Il jazz concede al musicista di comunicare all’istante la precisa sensazione di un’esperienza di vita; di converso, la schiettezza della rivelazione induce l’ascoltatore a condividere la stessa esperienza. (…) Il jazz fa sì che ogni individuo plasmi un linguaggio con i propri sentimenti e usi questo linguaggio, assolutamente personale, per comunicare la propria visione del mondo. (…)

Il jazz ti ricorda che devi far funzionare le cose insieme ad altri. È difficile ma si può fare. Quando un gruppo di persone cerca di inventare qualcosa insieme è facile che nascano conflitti. Il jazz ti obbliga ad accettare le decisioni di altri: a volte ti tocca guidare, a volte seguire, ma non puoi rinunciare a nessuno dei due ruoli. È l’arte di negoziare le variazioni con stile. Lo scopo di ogni performance è di creare qualcosa a partire da circostanze definite: produrre insieme ed essere insieme (…) l’importanza di esprimere l’essenza dei tuoi sentimenti e la disponibilità a condividere un progetto con altri (…) La creatività non te la devi guadagnare, ce l’hai da quando sei nato. Tutto quello che devi fare è riconoscerla e darle libero sfogo.» (Wynton Marsalis – Come il jazz può cambiarti la vita. Feltrinelli, 2011)

David Byrne, musicista, compositore e produttore discografico statunitense di origine scozzese, fondatore e animatore dei Talking Heads, oltre che scrittore, ritiene che l’idea romantica del lavoro creativo, quella del senso comune «secondo cui la creazione emerge da un’intima emozione, dallo sgorgare della passione o del sentimento, e l’impulso creativo non tollera restrizioni, deve semplicemente trovare uno sbocco per farsi sentire, leggere o vedere» sia il contrario della realtà: «credo che il vero cammino della creazione si situi agli antipodi da questo modello. Credo che, inconsciamente e istintivamente, adeguiamo il nostro lavoro a schemi preesistenti. Naturalmente ciò non significa che la passione non sia presente.»

«Molti credono che ci sia una qualche misteriosa qualità insita nella grande arte, e che sia questa sostanza invisibile a suscitare in noi una reazione tanto profonda. Questa entità ineffabile non è stata ancora identificata, ma sappiamo che le forze sociali, storiche, economiche e psicologiche influenzano le nostre reazioni tanto quanto l’opera stessa. L’arte non può esistere nell’isolamento. E tra tutte le arti la musica, essendo effimera, è la più prossima a essere un’esperienza più che un’oggetto: è legata al luogo in cui l’hai ascoltata, a quanto l’hai pagata e a chi era con te in quel momento. (…)

Si ha spesso l’impressione che gli uomini di potere non vogliano vederci fare qualcosa da soli: preferiscono stabilire una gerarchia culturale che svaluta i nostri tentativi amatoriali e incoraggia il consumo a scapito della creazione. (…) Il capitalismo tende a creare consumatori passivi, e tale tendenza è per molti aspetti controproducente». (David Byrne – Come funziona la musica, Bompiani 2013/2014)

Bettye LaVette (vero nome Betty Haskins) è una cantante e compositrice soul-blues americana che a soli sedici anni, nel 1962, ha registrato il suo primo 45 giri. «La sua carriera altalenante è iniziata nel 1962, a quattordici anni ha avuto una figlia, a quindici il primo divorzio, poi molto sesso («una groupie di talento ma una pessima prostituta»), molto alcol, fiumi di cocaina (sniffava anche con Aretha Franklin e suo marito Ted White, del quale fu segretamente amante), molte canne con Marvin Gaye e un acido «memorabile» con George Clinton. Riscoperta all’inizio del nuovo millennio dall’etichetta indipendente Anti, che ha pubblicato i suoi primi album dopo quasi quarant’anni da sfigata, nel 2009 è stata invitata dal presidente Obama, un suo fan, a cantare al Kennedy Center. (…)

In oltre cinquant’anni ha inciso solo dieci dischi, cosa non ha funzionato?

«Niente ha funzionato! Sfortuna, brutti incontri, cattive abitudini: spararono in testa al mio manager che non ero ancora maggiorenne; capitai alla Atlantic nel momento in cui Jerry Wexler e Ahmet Ertegun avevano litigato a morte e il mio album, già inciso, rimase impantanato; mi accusavano di non avere il background gospel di tutte le altre dive del soul; alcol e cocaina per alleviare la frustrazione (mai bucata, gli eroinomani mi fanno orrore); squattrinata al punto di prostituirmi e diventare ostaggio di un pappone che minacciò di buttarmi giù dal ventesimo piano. Ma alla fine è sempre arrivato qualcuno a dirmi, ti va di fare un’altra canzone?». (Intervista di Giuseppe Videtti – La Repubblica 28 marzo 2018)

Bettye LaVette è la dimostrazione vivente di quanto sostiene David Byrne. Se non fosse così, questa grandissima artista avrebbe avuto i riconoscimenti che si merita:

Guarda caso, il capitolo numero nove di “Come funziona la musica”  si intitola “Dilettanti!“. Infatti «Il consulente all’istruzione Sir Ken Robinson fa notare che tutti i sistemi scolastici del pianeta sono stati concepiti per soddisfare le esigenze dell’industrializzazione del XIX secolo. (…) Come scrive Robinson: “Ho perso il conto delle persone brillanti che ho conosciuto in tutti i campi, che a scuola non se l’erano cavata troppo bene. Alcuni c’erano riusciti, naturalmente, ma altri ebbero successo e scoprirono le loro doti dopo esseri ripresi dalle proprie esperienze scolastiche. Ciò è dovuto in larga parte al fatto  che gli attuali sistemi scolastici non furono studiati per sviluppare le doti naturali di tutte le persone. Erano concepiti con il fine di favorire certi tipi di abilità nell’interesse delle economie industriali di cui erano al servizio.”»

Vale anche per gli artisti (in quanto intellettuali essi stessi) quello che scrive Edward W. Said a proposito degli intellettuali: «Ogni intellettuale ha un pubblico e dei sostenitori. Ma quel pubblico va lusingato alla stregua di un cliente da soddisfare? Oppure sollecitato a porsi apertamente all’opposizione, a scegliere una partecipazione sociale a più vasto raggio, più democratica? In ambo i casi, al potere e all’autorità non si sfugge, né l’intellettuale può eludere quel rapporto. Quale atteggiamento assumere? Da professionista supplice oppure da dilettante senza medaglie, coscienza critica del potere?» (Dire la verità – Feltrinelli 1994)

«Se infatti, invece di cercare “la poesia nascosta in qualche posto là dietro”, il poeta si impegna a servire una verità già nota (che si offre da sé e che è “là davanti”), egli rinuncia con ciò stesso alla missione che è propria del fare poesia. E poco importa che la verità preconcetta si chiami rivoluzione o dissidenza, fede cristiana o ateismo, che sia più o meno giusta; il poeta che si mette al servizio di una verità altra da quella che è da scoprire (che è abbagliamento) è un falso poeta» (Milan Kundera)

Su un solo punto mi permetto di dissentire da quanto scrive Wynton Marsalis nel suo libro. Egli afferma che Miles Davis (un grande maestro), a un certo punto della sua carriera, «si vendette al rock. Cercava di accaparrarsi i soldi e il grande pubblico del rock». In altre parole, tradì il jazz. Beh… se i venduti fossero in grado di scovare, come lui, quella cosa senza nome, nascosta in qualche posto là dietro da tantissimo tempo, allora siano benvenuti tutti i traditori!

Negli audio-video:
Bettye LaVette – Thru the Winter (da A Woman Like Me – 2003 )
Miles Davis – Time After Time – Live around the world – June 5, 1989 Chicago
In testata: Stuart Davis’s “Swing Landscape,”  1938 

Leggerezza e pesantezza

Tomáš e Tereza sono due tra i principali protagonisti del grande romanzo di Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” (1984, tradotto e pubblicato in Italia da Adelphi nel 1985). All’inizio del romanzo Tomáš decide di regalare a Tereza un cucciolo di cane e propone di chiamarlo Tolstoj. «Non può chiamarsi Tolstoj», obiettò Tereza «è una femminuccia. Può chiamarsi Anna Karenina». «Non può chiamarsi Anna Karenina, nessuna donna può avere un musetto buffo come questo» disse Tomáš. «Karenin, piuttosto. Sì, Karenin. Me lo sono sempre immaginato proprio così». Il cucciolo si chiamerà Karenin.

Aleksèj Aleksàndrovič Karènin, ufficiale governativo, è il marito di Anna Karenina. Per quale motivo Tomáš se lo fosse sempre immaginato «con un musetto buffo come questo», Kundera non lo spiega ; così come non spiega affatto per quale motivo la cucciola femmina Karenin divenga poi un cane adulto maschio nelle successive apparizioni, (almeno nella traduzione italiana) da pag. 137 in poi dell’edizione sopra citata. Errore suo? Del traduttore? A questo punto, però,  si potrebbe fare un’ osservazione che  in inglese si scrive: “Who cares?” e che in italiano suona più o meno: “E chi se ne frega?“. Il resto del libro dimostra infatti che occuparsi di questo è del tutto irrilevante.

Con questa “sottile” metafora si intende qui rappresentare un possibile, sempre troppo diffuso approccio al tema della leggerezza. Perché il modo sbagliato di farlo è sottovalutarne il peso e apprezzarne solo il lato effimero. Kundera lo spiega benissimo  nel suo romanzo, ancor prima che ricompaia il Karenin “transgender”: «Dopo quattro anni passati a Ginevra, Sabina si era stabilita a Parigi senza riuscire a riprendersi dalla malinconia. Se le avessero chiesto che cosa le era successo, non avrebbe trovato le parole per dirlo. Un dramma umano si può sempre esprimere con la metafora della pesantezza. Diciamo, ad esempio, che ci è caduto un fardello sulle spalle. Sopportiamo o non sopportiamo questo fardello, sprofondiamo sotto il suo peso, lottiamo con esso, perdiamo o vinciamo. Ma cos’era successo a Sabina? Niente. Aveva lasciato un uomo perché voleva lasciarlo. Lui l’aveva forse perseguitata? Aveva cercato di vendicarsi? No. Il suo non era un dramma della pesantezza, ma della leggerezza. Sulle spalle di Sabina non era caduto un fardello, ma l’insostenibile leggerezza dell’essere

«Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza? Questa domanda se l’era posta Parmenide nel sesto secolo avanti Cristo. Egli vedeva l’intero universo diviso in coppie di opposizioni: luce-buio, spesso-sottile, caldo-freddo, essere-non essere. Uno dei poli dell’opposizione era per lui positivo (la luce, il caldo, il sottile, l’essere), l’altro negativo. Questa suddivisione in un polo positivo e in uno negativo può apparirci di una semplicità puerile. Salvo in un caso: che cos’è positivo, la pesantezza o la leggerezza? Parmenide rispose: il leggero è il positivo, il pesante è negativo. Aveva ragione oppure no? Questo è il problema. Una sola cosa è certa: l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni

Italo Calvino, nella prima delle sue “Lezioni americane” (Mondadori, 1993) dedicata appunto alla “leggerezza”, comincia così: «Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire». Questo è il modo giusto di considerare la nostra opposizione tra pesante e leggero. E poco più avanti Calvino continua: «L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere è in realtà un’amara constatazione dell’Ineluttabile Pesantezza del Vivere (…) Il suo romanzo [di Kundera, n.d.r.] ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartiene a un altro universo da quello del vivere. (…) Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell’aria, e soprattutto la luna.»

Con triplo salto carpiato, passiamo allora alla meccanica quantistica. Semplificando – ma non troppo – si può dire che  il principio di indeterminazione di Heisenberg da un punto di vista concettuale significa che l’osservatore, cioè lo scienziato che fa la misura, non può mai essere considerato un semplice spettatore, ma che il suo intervento, nel misurare le cose, produce degli effetti non calcolabili, e dunque un’indeterminazione che non si può eliminare. Per estensione, questo significa, anche per la scienza, che esiste un ineluttabile collegamento tra l’osservazione di un fenomeno e il condizionamento che l’osservazione stessa apporta al fenomeno in oggetto.

Esiste cioè una stretta correlazione, in positivo e in negativo, tra i fenomeni, tra le cose, le azioni che compiamo e a cui assistiamo: ognuna dipende, è contenuta ed è intrecciata e condizionata almeno in parte all’altra. In fondo è sempre impossibile definire e quindi comunicare con assoluta, precisa determinazione qualsiasi cosa ci riguardi. Molto meglio prenderne atto. È quindi superfluo aggiungere che non esiste leggerezza senza pesantezza e viceversa, che l’una senza l’altra sarebbe insostenibile per chiunque. Il perenne inseguimento dell'”indefinibile immaginabile” è in fondo quanto di più vicino possiamo immaginare per descrivere l’assurda, tragica e stupida bellezza dell’insondabile mistero della vita. Al tempo stesso così leggera, così pesante e viceversa. Parmenide ci scuserà.

In testata: un’illustrazione di Gianni De Conno – Il brano “La vita dei Baustelle è contenuta nell’album “L’amore e la violenza” (2017) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Del senso comune

«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume….»

Ok, tutti, o quasi tutti, conoscono il celeberrimo incipit dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, probabilmente il più noto romanzo della letteratura italiana. Quello che segue, invece, è l’inizio di un’altro scritto dello stesso autore, molto meno noto, ma forse altrettanto importante e “moderno”:

«Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile…»

Il libro è la “Storia della colonna infame“: «Destinato in un primo tempo ad essere un capitolo dei Promessi sposi, poi cresciuto troppo per poterlo includere nel romanzo, è stato pubblicato nel 1840 come appendice al capolavoro del Manzoni. Largamente ispirato alle “Osservazioni sulla tortura” del Verri, racconta la disgraziata storia del Mora e del Piazza, ingiustamente accusati di unzione nella peste del 1630, e costretti con la tortura a confessare falsamente la loro colpa. Sulla casa del Mora, rasa al suolo per decreto del senato milanese, fu eretta, a perenne ricordo del delitto (ma in realtà a perenne vergogna di chi l’aveva eretta) una colonna, detta “la colonna infame». (Rosario Di Mauro, da liberliber.it) Non è un romanzo, è storia.

Nei “Promessi sposi” (cap. 32), Manzoni a proposito dell’isteria collettiva sui presunti  untori, commenta  che la collera popolare che consegue a minacce oscure e incontrollate, aspira sempre a punire qualcuno, a individuare colpevoli veri o presunti. Infatti: «le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa fare le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole piú che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malíe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà.»

«Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza di una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne dovevano scoprire, quasi infallibilmente; tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore.» I giudici avevano voluto trovare «i colpevoli d’un delitto che non c’era, ma che si voleva»; e «se non seppero quel che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere». Il ragionamento manzoniano risulta quantomai d’attualità.

Il quale ragionamento continua poi per constatare amaramente che “il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.” Il senso comune: quale concetto è più indefinito, più ambiguo e pericoloso? Oscar Wilde suggeriva di non discutere mai con un imbecille, perché ti porta sul suo terreno e ti batte con l’esperienza. E molto spesso questa esperienza, purtroppo, coincide proprio con il cosiddetto senso comune. Diviene un comodo paravento per chiacchiere vuote e superficiali, ma non per questo meno pericolose. Schermo tartufesco e perbenista dietro cui nascondere pregiudizi, pettegolezzi, invidie, ipocrisie, malignità, cattiverie; collateralismo e complicità opportunista e disimpegnata, pur di aderire al vigente sistema di potere, quale esso sia. La facciata conformista dietro cui nascondere vizi privati e pubbliche virtù, assumendo nei fatti totale indifferenza al tema dei valori e della giustizia.

Tema della giustizia che invece è al centro del pensiero di Manzoni, in queste come in tutte le sue opere: da questa dipende infatti secondo lui  il bene e il male delle persone e della società nella vita terrena, in attesa della perfetta realizzazione ultraterrena nel regno di Dio. In questo senso, egli ha svolto con grande coerenza e sincerità il proprio ruolo di intellettuale, di artista e di cittadino (religioso). «Di fronte alla scandalosa evidenza del male che corrompe i rapporti umani e sociali portando dolore e violenza soprattutto ai più deboli, Manzoni denuncia le gravi responsabilità degli uomini» (A. Jacomuzzi). La sua lezione impone una domanda: possiamo dire altrettanto di noi stessi, oggi, dei nostri doveri come singoli e come comunità, ognuno nei rispettivi ruoli pubblici e privati e secondo le proprie competenze?

La risposta non può che essere negativa; a prevalere, oggi come allora è ancora una volta il cosiddetto senso comune, il quale, di volta in volta, cambia il proprio oggetto ma non il proprio fine: il conformismo. Oggi come oggi il suo strumento ideologico è il senso della “necessità”: «Il discorso politico contemporaneo, soprattutto in Europa, è sempre più intriso di «necessità». La globalizzazione, si dice, impone conformità alle logiche di mercato. Le tecnostrutture sovranazionali dettano regole vincolanti basate su semplici numeri. Il motto di Margareth Thatcher — there is no alternative — domina le scelte di governo e sempre più anche quelle individuali (pensiamo al mercato del lavoro). È il trionfo di quella colonizzione del «mondo della vita» da parte degli «imperativi sistemici» di cui parlano da molto tempo autori come Jürgen Habermas o Axel Honneth.

Nel suo ultimo libro Il senso della possibilità (Feltrinelli), Salvatore Veca indica invece una strada per uscire da questo vicolo cieco. «Di fronte alla dittatura del presente e delle sue supposte necessità, sostiene, occorre recuperare appunto il «senso della possibilità». L’idea che non vi siano alternative nasce dalla nostra ignavia, dal mancato esercizio di spirito critico nei confronti dello status quo, dei paradigmi dominanti e delle loro false necessità. E, soprattutto, dalla diffusa rinuncia a usare l’immaginazione, a elaborare futuri possibili, a «prenderci per mano, ragionare e operare per forme più decenti di convivenza» (Maurizio Ferrera – Corriere della Sera, 16 marzo 2018)

La giornalista britannica Laurie Penny ha scritto: «il neoliberismo molto semplicemente, descrive un modo di organizzare la società – dalla politica alla cultura al commercio – in cui i bisogni del mercato e l’adorazione del profitto privato hanno la precedenza su tutto il resto. Dove niente è più importante di cosa si può vendere e a quanto (…) come ogni forma di capitalismo, non mira solo a controllare  ciò che le persone fanno, ma anche quello che provano, e nello specifico ciò che provano nei confronti del capitalismo. Quando un sistema produce una quantità d’infelicità tale da non poter più contare sull’arrendevolezza delle masse, questo sistema crolla. Qualcosa si spezza.

Ora siamo arrivati a un punto di rottura, e questo crea un varco per il fascismo. Il fascismo funziona in modo simile, ma la sua è una violenza dichiarata, e le sue ingiustizie  sono celebrate  anziché occultate con la razionalità. Al fascismo non interessa cosa provano le persone, basta che restino al loro posto. (…) Cambiamenti del genere non arrivano da un giorno all’altro. Non c’è un momento magico in cui il fascismo esplicito emerge dalla crisalide neoliberista e comincia a sbattere le ali maculate di svastiche. È una metamorfosi lenta, che siamo costantemente incoraggiati a giustificare fingendo che sia tutto normale o, se non normale, almeno sopportabile o, se non sopportabile, almeno qualcosa a cui si può sopravvivere.» (da “Questa non è libertà” – Internazionale n. 1246)

Credo che oggi il punto di partenza per ogni ragionamento sulla politica debba essere il rifiuto dell’indifferenza. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare » , dice Gramsci ed è difficile non essere d’accordo, anche se bisogna intendersi sul significato delle parole, su cosa significhi “parteggiare” nell’accezione positiva che stiamo evocando. Certamente nel concetto non rientra la pratica patologica di chi in rete, protetto spesso dall’anonimato, offende, minaccia, inveisce. Questa non è partecipazione ma solo una forma diversa e velenosa di indifferenza. Tradurre in atto il precetto gramsciano oggi, significa fare i conti non solo con l’indifferenza tradizionale di chi si tiene lontano da ogni impegno, ma soprattutto con l’attivismo nevrotico di chi partecipa alla fiera del rancore.» (Gianrico Carofiglio – La Repubblica 8 marzo 2018)

Italo Calvino in una intervista disse che «in Italia le cose semplici non vengono mai dette». E’ ora di ricominciare a dirle. Manzoni lo faceva, parlava dei “birbanti” dei “birboni”, dei “marioli”, dei “furfantoni”; non solo dei don Abbondio e dei don Rodrigo, dei Griso e degli Azecca-garbugli, ma anche delle donna Prassede e dei don Ferrante. Degli indifferenti, di coloro che, come scrisse Ennio Flaiano “son sempre pronti ad accorrere in soccorso ai vincitori“. Degli italiani, insomma, del loro senso comune, che – per usare l’espressione di Manzoni – li induce a portare sempre e solo il soccorso di Pisa. Invece: «Chi governa il presente deve riappropriarsi del senso di possibilità, sfidando i tanti sacerdoti del ‹non si può fare altrimenti›. Chi agita l’inquietudine dei governati (pensiamo ai leader populisti) deve a sua volta calibrare la propria immaginazione in base ai materiali disponibili, oggi, nel reale. I mondi possibili sono tanti, ma non tutti sono accessibili dal punto in cui ci troviamo. E, come ricorda Veca, alcuni non sono neppure desiderabili. Il passato conteneva molte possibilità. Le cose potevano andare altrimenti». (Maurizio Ferrera) Contrariamente a quanto sostiene il senso comune, il futuro contiene molte, diverse e ormai necessarie possibilità.

P.S.: Proverbiale l’espressione figurativa: il soccorso di Pisa è un aiuto che riesce inutile perché arriva troppo tardi; con riferimento ai soccorsi che i Pisani, assediati dai Fiorentini nei primissimi anni del ’500, aspettarono invano dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo: il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il s. di Pisa, pure non volle mancare (Manzoni –  Treccani.it)

Nell’immagine in testata: J.-B. Camille Corot, Veduta del lago di Como (1834). La vignetta che segue è di Zerocalcare (2018)

Giuditta e Oloferne (e Weinstein)

PRIMO FLASHBACK:

Anno 1610. Artemisia Gentileschi dipinge  Susanna e i vecchioni (1610, Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden – vedi sopra) all’età di diciassette anni. “Il soggetto di Susanna e i vecchioni è, tra gli episodi dell’Antico Testamento, uno dei più frequentemente rappresentati, specialmente nel XVI e XVII secolo. L’episodio al quale si riferisce l’opera è narrato nel Libro di Daniele: la casta Susanna, sorpresa al bagno da due anziani signori che frequentavano la casa del marito, è sottoposta a ricatto sessuale: o acconsentirà di sottostare ai loro appetiti o i due diranno al marito di averla sorpresa con un giovane amante. Susanna accetta l’umiliazione di una ingiusta accusa; sarà Daniele a smascherare la menzogna dei due laidi anziani. La rappresentazione di Susanna sorpresa ignuda dai vecchioni ha apparentemente intenti moralistici, ma è spesso un pretesto per soddisfare la “pruderie” di committenti che si compiacciono di soggetti di nudo femminile.” (da Wikipedia)

5 ottobre 2017 “Il New York Times mette nero su bianco quello che si vociferava da anni. Il produttore avrebbe molestato decine di donne: dipendenti, attrici, modelle. Le prime a parlare al quotidiano, che mette insieme molte interviste ad attuali ed ex dipendenti delle case di produzione di Weinstein, diversi documenti legali, ed email, sono Rose McGowan e Ashley JuddQuest’ultima rivela di una colazione di lavoro in hotel di Beverly Hills, trasformatasi in incubo. «Mi fece salire nella sua stanza, dove si presentò in accappatoio e mi chiese di guardarlo mentre faceva la doccia. A quel punto pensai: “Come posso uscire dalla stanza il più velocemente possibile senza indispettire Harvey Weinstein?” Mi sono sentita intrappolata. C’era molto in ballo». Quest’ultima frase accomuna tutte.” (da Vanityfair.it)

23 novembre 2017. “Felice Giorno del Ringraziamento a tutti! (Tranne che a te, Harvey, e a tutti i tuoi malvagi cospiratori – sono felice che la cosa stia andando per le lunghe – non meriti una pallottola).”  (Uma Thurman, post su Instagram sulla faccenda Harvey Weinstein)

SECONDO FLASHBACK:

Anno 1611, giorno imprecisato: « Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne » (Artemisia Gentileschi)

27 novembre 1612: “Mentre Suo Onore parlava, tenevo la schiena dritta e rigida. «Nella presente causa, intentata da Orazio Gentileschi, pittore [padre di Artemisia, N.d.R], contro Agostino Tassi, pittore, imprigionato in Corte Savella, non contestando la dichiarazione e la testimonianza della ragazza Artemisia Gentileschi, di essere stata ripetutamente stuprata dal signor Tassi, considerando che il dipinto mancante è stato restituito e considerando che il ricorrente è d’accordo e che l’accusato ha già scontato otto mesi di carcere nel corso del processo, dichiaro che al prigioniero viene concesso l’indulto. Il caso è chiuso». (Susan Vreeland – “La passione di Artemisia” – Neri Pozza, 2002)

Novembre 2017. “Il fatto che tante donne abbiano trovato il coraggio di di rendere pubbliche le accuse contro Weinstein, Bill Cosby, Roger Ailes e Bill O’Reilly rappresenta una svolta culturale. Un gruppo immenso di vittime ora si sente sollevato. Improvvisamente, si comincia a discutere di una serie di problemi: cosa s’intende per molestie sessuali? Che rapporto c’è tra violenza fisica e  violenza verbale? Gli uomini capiscono che le molestie possono danneggiare una donna?“. (David Remnick – Internazionale n. 1231)

Dicembre 2017. “Oggi sta esplodendo un terzo modo di contestare la forma tradizionale delle identità di genere: le donne che denunciano in massa la violenza sessuale maschile. E’ in corso un cambiamento epocale, un grande risveglio, un nuovo capitolo nella storia dell’uguaglianza. Il modo in cui le relazione tra i sessi sono state regolate e organizzate per migliaia di di anni viene messo in discussione e contestato- E ora la parte che protesta non è una minoranza lgbt+, ma una maggioranza, le donne. Ciò che sta venendo a galla non è niente di nuovo, è qualcosa che noi (almeno vagamente) abbiamo sempre saputo e che  semplicemente non eravamo capaci  (o disposti e pronti a) affrontare apertamente: centinaia di modi di sfruttare sessualmente le donne. Le donne oggi cominciano a far emergere il lato oscuro delle nostre affermazioni ufficiali di uguaglianza e rispetto reciproco, e ciò che stiamo riscoprendo è, tra l’altro, qunto fossero (e siano) ipocrite e unilaterali le nostre crtiche sull’oppressione delle donne nei paesi musulmani: dobbiamo fare i conti con la nostra realtà di abuso e sfruttamento“. (Slavoj Zizek– Internazionale n. 1232)

TERZO FLASHBACK:

È incredibile, ma ancora cinquant’anni fa — come documenta ampiamente Pier Maria Furlan in Sbatti il matto in prima pagina. I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia (Donzelli) — i manicomi erano affollati da donne «sane trattate come pazze solo per punizione». Donne rinchiuse perché avevano palesato un «temperamento ostinato e ribelle», compiendo «fughe frequenti e immotivate da casa», cercando la compagnia di «uomini di qualunque ceto e condizione». In alcuni casi erano accusate di essersi rese protagoniste di litigi «con la portiera e i vicini di casa». In altri di aver condotto «vita irregolare con spiccate tendenze erotiche e rifiuto di qualsiasi ordine o minima regola di vita». Talvolta di aver «tralasciato le preoccupazioni per la famiglia» e qualcuna di aver preferito spendere «sconsideratamente il denaro che il marito le affidava». Oppure di aver esibito, a detta dei parenti più stretti, un «comportamento inadeguato» e «abnorme in campo sessuale».

Qualcuna, anziché dedicarsi alle «faccende», aveva cominciato a «uscire molto spesso e a dimenticare l’ora del rientro a casa». Suo padre raccontava di aver fatto tutto il possibile «per frenarla, ma lei non voleva sentire niente, né consigli, né minacce». Per giunta aveva gettato l’ombra del disonore sulla famiglia «perché la si vedeva spesso coi giovanotti». Un’altra era stata considerata affetta da «disturbi sotto forma di intolleranza alla disciplina familiare» che la portavano a compiere «conquiste amorose, fughe da casa». Un’altra ancora era ripetutamente fuggita dalla famiglia e — a detta dei suoi parenti — aveva preso l’abitudine a «sperperare il proprio denaro regalandolo e facendo acquisti non necessari» (ma i medici avevano accertato che questa «alterazione psichica» si era manifestata dopo che era stata «ripetutamente percossa alla testa con un bastone dal proprio marito, riportando contusioni multiple al capo»).

In qualche caso, dopo che il medico di famiglia aveva diagnosticato «isterismo di alto grado», gli psichiatri, avendo tenuto la paziente in osservazione per oltre un mese, l’avevano considerata «rassegnata per la sua sorte tragica», ma «perfettamente orientata e cosciente» e l’avevano restituita alla famiglia (uno zio che la maltrattava), specificando che non riconoscevano in lei «alcuna malattia mentale».

Questo genere di medici più scrupolosi erano, però, un’eccezione. Quasi sempre la diagnosi di «comportamento quanto mai strano e dovuto senza dubbio a squilibrio mentale» (o cose del genere) era sufficiente per rinchiudere molte di queste povere persone in pubblici lager per malate di mente. Sul finire degli anni Sessanta alcune giovani erano state ricoverate a forza con l’accusa di essersi allontanate da casa e dal lavoro «per unirsi con i capelloni» o perché erano andate «nelle bettole a fare l’amore».

Qualcosa del genere si prolungò ancora per anni e anni. Praticamente fino al 13 maggio del 1978, quando fu approvata la cosiddetta legge Basaglia. Incredibile“. (Paolo Mieli, il Corriere sul della Sera 12 dicembre 2017 – Il pretesto della pazzia. Le donne ribelli o vittime di violenza erano spesso rinchiuse in manicomio)

Incredibile, ma vero. Com’è vero il fatto che ciò che sta venendo a galla non è niente di nuovo. Può capitare di vergognarsi anche solo di appartenere allo stesso genere degli squallidi, laidi individui che – appunto – non meritano nemmeno una pallottola. Le mie scuse.

QUARTO E ULTIMO FLASHBACK:

Giuditta che decapita Oloferne”,  di Artemisia Gentileschi, 1620 circa. Galleria degli Uffizi, Firenze.

Decadenza

I leader dei tre principali (almeno secondo i sondaggi) movimenti politici italiani  hanno recentemente dimostrato per l’ennesima volta il consueto buonsenso, nonché l’innata modestia e moderazione che li caratterizza. Silvio Berlusconi: “Io unico argine al populismo anti europeo” (il Giornale.it). Matteo Renzi: “Il PD unico argine ai populismi” (Agorà24.it). Luigi Di Maio: “M5S unico argine a estremismi in Europa” (ansa.it).  Il famigerato “populismo” viene spesso evocato come il principale pericolo per la civiltà contemporanea. Per nostra fortuna, invece, chiunque vincerà le prossime elezioni considera se stesso quale unico e inimitabile argine alla decadenza. Ma allora di cosa parliamo, con esattezza, quando parliamo del suddetto populismo?

Come scrive Corrado Augias su “La Repubblica”: ”Per il celebre e stimato dizionario Devoto-Oli, la definizione è: «Populista, appartenente ad un movimento politico-culturale moderno di tendenza e d’ispirazione popolare». Dopo aver definito la parte storica del lemma, il dizionario però la completa dandone la versione attuale: «Qualsiasi movimento politico socialistoide, diretto all’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari ». Il Grande Dizionario del Battaglia, dopo aver ricordato l’origine della parola, ne dà poi la versione corrente  «Atteggiamento politico favorevole al popolo (identificato nei ceti sociali economicamente più umili e soprattutto culturalmente più arretrati), ma in modo generico, velleitario, e demagogico (adulando il popolo come depositario di virtù sociali e vittima del cinico egoismo e dell’amoralità dei ceti dominanti, e formulando proposte politiche atte a gratificare il desiderio di rivalsa da parte dello stesso popolo, ma non idonee a incidere efficacemente sui complessi problemi che pone la società moderna)».

Quand’è così, la questione si complica, se è vero – come è vero – quanto ha dichiarato Nichi Vendola allo stesso giornale: “Renzi ha portato a compimento il programma di Berlusconi (…) Avere cultura di governo non significa essere intruppati dal pensiero unico del capitale finanziario. C’è una sinistra che la domenica si commuove per il magistero radicale di Papa Francesco e nei giorni feriali si genuflette dinanzi ai profeti della diseguaglianza, della precarietà del lavoro, della privatizzazione dei beni comuni, della necessità delle trivelle, o del realismo del vendere armi all’Arabia Saudita o del finanziare i lager per migranti in Libia (…) Anche Di Maio è diventato renziano. Una pecorella con Confindustria, ma rumoroso con chi rappresenta il lavoro. Il suo è il ruggito del coniglio”. (intervista di Goffredo De Marchis – La Repubblica, 1 ottobre)

In altre parole, tutti e tre i suddetti “leader”, lungi dall’arginarlo, al contrario fanno del populismo il principale strumento politico e comunicativo. Paradossalmente, il fatto stesso che ognuno di loro se ne dichiari “unico” argine lo dimostra in modo lampante. Eugenio Scalfari nel suo ultimo editoriale domenicale scrive: “In un bel libro di Roberto Calasso uscito in questi giorni e intitolato L’innominabile attuale c’è una splendida immagine di Baudelaire con il quale il libro si chiude e che descrive purtroppo la situazione che stiamo vivendo: «Sintomi di rovina. Edifici immensi. Numerosi, uno sull’altro, appartamenti, camere, templi, gallerie, scale, budelli, belvedere, lanterne, fontane, statue. Fenditure, crepe. Umidità che proviene da una cisterna situata vicino al cielo. Come avvertire la gente e le nazioni?». Purtroppo le cose ora stanno così“.  Ecco, le cose stanno così, purtroppo, ed è meglio prenderne atto. La parola che definisce tutto ciò è una sola: decadenza. La verità è che si sta (de)cadendo; che si sta cadendo verso il basso. Verso ciò che è posto molto in basso e molto a destra, per dirla tutta.

Parlando di decadenza, viene in mente, com’è ovvio, il decadentismo; quindi D’Annunzio, ma soprattutto Oscar WildeIl ritratto di Dorian Gray (The Picture of Dorian Gray), romanzo scritto nel 1890. Esso narra di “un giovane di bell’aspetto, Dorian Gray, che arriverà a fare della sua bellezza un rito insano. Egli inizia a rendersi conto del privilegio del suo fascino quando Basil Hallward, un pittore suo amico, gli regala un ritratto da lui dipinto, che lo riproduce nel pieno della gioventù. Dorian comincia a guardare la giovinezza come qualcosa di veramente importante, tanto da provare invidia verso il suo stesso ritratto, che sarà eternamente bello e giovane mentre lui invecchierà. Colpito dal panico, Dorian arriva a stipulare una sorta di “patto col demonio”, grazie al quale rimarrà eternamente giovane e bello, mentre il quadro mostrerà i segni della decadenza fisica e della corruzione morale del personaggio”. Vi ricorda qualcosa?

Nel romanzo a un certo punto Lord Henry, mentore e ammiratore di Dorian Gray, gli regalerà un misterioso libro giallo di cui Wilde non fa il titolo. Si da’ però per scontato che si tratti di À rebours, un romanzo di Joris Karl Huysmans pubblicato nel 1884, noto in Italia anche con i titoli Contro corrente e A ritroso. Dorian baserà la sua vita e le sue azioni su questo “libro giallo“. Il romanzo “A ritroso“, che viene considerato il manuale del perfetto decadente, “si può definire la «storia di una nevrosi» vissuta da Jean Floressas Des Esseintes, nella Parigi fin de siècle. Educato dai padri gesuiti, unico erede dei beni dei genitori, di cui è rimasto orfano in giovane età, conclusi gli studi, Des Esseintes si immerge nella vita di Parigi; tuttavia, deluso dalla frivola mondanità della vita condotta con i suoi coetanei, il giovane aristocratico decide di sciogliere definitivamente ogni contatto con la società, ormai priva, ai suoi occhi, di qualunque attrattiva.

Si rifugia così in una villa nei pressi di un piccolo paese della campagna parigina, Fontenay, dove inizia il suo eremitaggio, a distanza da qualsiasi distrazione che gli possa offrire la civiltà, evitando il più possibile i contatti con i domestici e con il mondo esterno. A Fontenay Des Esseintes si dedica a soddisfare ogni suo desiderio e piacere: arreda la casa con una cura maniacale, scegliendo meticolosamente i colori e gli abbinamenti che più lo soddisfano; acquista una tartaruga e, insoddisfatto dell’accostamento dei colori di questa con quelli della sua abitazione, le fa incastonare sul carapace una composizione di pietre preziose accuratamente selezionate; allestisce una biblioteca contenente i volumi da lui preferiti, rilegati appositamente su carte pregiate, e così via. La sua vita scorre così tra la lettura, la degustazione di alcolici e bevande, la composizione di profumi e la cura delle piante.” (da Wikipedia)

Lo stesso Huysmans scriverà poi una “Prefazione dell’autore scritta vent’anni dopo il romanzo” che termina con queste parole: “In tanto disordine un solo scrittore vide chiaro, Barbey d’Aurévilly, che d’altronde, non mi conosceva affatto. In un articolo del Constitutionnel con la data 28 luglio 1884, e che è stato raccolto nel suo volume Il romanzo contemporaneo, apparso nel 1902, scriveva: ‘Dopo un libro tale non resta altro all’autore che scegliere tra la canna di una pistola e i piedi della croce.’

Già fatto.”

Mad Men, invece, è una serie televisiva statunitense prodotta dal 2007 al 2015. Ambientata nella New York degli anni sessanta, la serie tratteggia le vite di alcuni pubblicitari che lavorano per l’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper (poi Sterling Cooper Draper Pryce) di Madison Avenue, concentrandosi in particolare sulle vicende del suo direttore creativo, Don Draper. L’ambientazione della serie ritrae i mutamenti sociali in atto negli Stati Uniti in quel determinato periodo storico: fra gli eventi citati nel corso delle varie stagioni, la campagna presidenziale che contrappose John Kennedy a Richard Nixon (1960), la crisi dei missili di Cuba (1962), l’assassinio di Kennedy (1963), le lotte per la conquista dei diritti civili degli afroamericani. (da Wikipedia)

Si dirà: che c’entra Mad Men con il decadentismo, con i personaggi e gli autori descritti sopra? Eppure c’entra eccome, e non solo per la scelta che compirà Don Draper alla fine dell’ultima puntata. Anche in questo caso, mi guardo bene dal fare spoiler. Comunque sia, qualcosa si può dire: sempre di decadenza si tratta.