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Non è una partita a bocce

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. (Winston Churchill)

UNO

Il 3 febbraio 2018, verso le ore 11, a Macerata, un certo Luca Traini esplode  alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, ferendo diverse persone e colpendo anche negozi ed edifici. Nella sparatoria rimangono ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana dai 20 ai 32 anni. Poi Traini scende dall’auto con il tricolore legato al collo,  fa il saluto romano e grida “Viva l’Italia” davanti al monumento ai Caduti, prima di arrendersi alle Forze dell’Ordine. “Nella sua casa vengono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra, tra cui una copia del Mein Kampf e una bandiera con la croce celtica.Verrà inoltre accertato che Traini era candidato con la Lega Nord per le comunali di Corridonia del 2017, tuttavia non aveva ricevuto alcuna preferenza.” (da Wikipedia)

Traini aveva un obiettivo molto preciso: sparare addosso, con la sua Glock regolarmente detenuta, a tutti i neri di Macerata: «Vuoi sapere come mi chiamo? — diceva a chi incontrava sulla sua strada — Ce l’ho scritto addosso, guarda qua…». Alla testa rasata Luca Traini è sempre piaciuto farsi chiamare «Lupo» e la scritta, in gotico nero, se l’era infatti tatuata sul collo, insieme a una croce celtica su un braccio e a un dente di lupo, il simbolo nazista, vicino alla tempia destra.  (da Corriere.it).

Solo tre settimane prima, il settimanale “l’Espresso” (n. 3 del 14 gennaio 2018) aveva pubblicato nelle pagine centrali un fumetto di 14 pagine di Zerocalcare, dal titolo “Questa non è una partita a bocce – Dieci banalità che renderebbero più igienico il dibattito sui nazisti”. Nella dodicesima pagina il fumettista ricorda i nomi «di chi è stato ammazzato dai militanti neofascisti o da chi proveniva da ambienti direttamente limitrofi, dal 2003 ad oggi». Eccoli: Davide Cesare – ucciso a coltellate a Milano nel 2003; Renato Biagetti – ucciso a coltellate a Focene nel 2006; Nicola Tommasoli – pestato a morte a Verona nel 2008; Samb Modou – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Dip Mor – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Emmanuel Chidinnamdi – pestato a morte a Fermo nel 2016.

Reazioni politiche e/o sociali e/o culturali, approssimando per eccesso: zero virgola.

DUE

“L’Espresso” attualmente in edicola (n. 36 del 22/07/2018) pubblica invece un forum cui partecipano il direttore Marco Damilano, la scrittrice Michela Murgia e lo stesso Zerocalcare. Che dice:  «Una cosa che mi ha colpito più di tutto quello che gli intellettuali di questo Paese non hanno saputo dire» l’ha sentita in un’aula di tribunale: «Se facciamo un bilancio delle cose di questi anni, e ci guardiamo attorno oggi, di sicuro sentiamo il peso delle responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Ma pesa immensamente di più la responsabilità di ciò che non abbiamo fatto».

“La Repubblica” del 25 luglio 2018 pubblica ora l’appello di Roberto Saviano: “Rompiamo il muro del silenzio“. Inizia così: «Dove siete? Amici scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, oggi non possiamo permetterci più di essere solo questo. Oggi chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Ogni parola ha una conseguenza, certo, ma anche il silenzio ha conseguenze, diceva Sartre. E il silenzio, oggi, è un lusso che non possiamo permetterci».

E termina così: «Ho riflettuto molto prima di scrivere queste righe: non vi sto chiamando a raccolta per difendere me, ma il tempo per restare nelle retrovie è finito. Se non prenderete parte vorrà dire che quello che sta accadendo sta bene anche a voi: o complici o ribelli. “La storia degli uomini — scrisse Vasilij Grossman in Vita e destino — non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell’uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Ma se, in momenti come questo, l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere”. Voi siete il piccolo seme dell’umanità, senza di voi l’Italia è perduta. Allora, da che parte state?».

Ho letto le parole di Roberto Saviano che accolgo, perché sono sincere oneste e ci mette la faccia laddove nel mondo vige la tenenza a nickname, anonimato e fake. Ma siamo sempre al solito punto. Si fa appello a scrittori, registi e intellettuali per sostituire la mancanza di qualcun altro“. Così inizia la videorisposta all’appello di Roberto Saviano ad “uscire dal silenzio” di Stefano Massini, scrittore e drammaturgo. “Io ho delegato ciò che ho di più prezioso, i miei valori e le mie idee, a qualcun altro perché siamo in una democrazia. Alle urne sono stati sconfitti degli uomini non quei valori. Ora mi sento uno che ha affidato propri figli a qualcuno che è venuto meno al patto, se ne sta disinteressando. Magari è in ferie o perso in faide di partito fra tenenti e luogotenenti, mentre non sta facendo il suo lavoro. Quel qualcuno si vergogni profondamente“. (da Repubblica.it)

Ma come? Le vibranti e corpose iniziative politiche della fantomatica “sinistra” non sono affatto mancate. E continuano ancora oggi. Per esempio: «Matteo Renzi si sente (ancora) come Barack Obama e passa dalla politica alla tv». (il Giornale.it). Vengono poi segnalate numerose altre attività: «Silvio Berlusconi e Maria Elena Boschi si ritrovano al Palace di Merano. Entrambi hanno deciso di affidarsi alle cure del guru Henri Chenot, mago delle terapie anti-age». (il Corriere.it) Per non parlare poi delle iniziative per esempio di Luca Lotti (detto «Biondo», regista dei ripetuti soccorsi dei verdiniani all’esecutivo), di Francesco Bonifazi, Marco Carrai, Antonella Manzione, Franco Bellacci, Tiberio Barchielli, Pilade Cantini, Erasmo D’Angelis, Filippo Bonaccorsi, ecc. ecc. tutti gli “statisti” del cosiddetto “Giglio Magico” che lottano ogni giorno contro i mali del mondo. Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi… ma forse è meglio fermarsi qui.

TRE

«A oggi è impossibile prevedere quale sarà il destino ultimo del nostro sistema politico. Forse l’ascesa dei populisti sarà una fase di breve durata, che tra cento anni verrà rievocata con un misto di sconcerto e curiosità. O forse sarà un cambiamento epocale, il preannuncio di un ordine mondiale in cui i diritti individuali verranno violati a ogni piè sospinto e il vero autogoverno sparirà dalla faccia della terra. Nessuno può prometterci un lieto fine. Ma quanti di noi hanno davvero a cuore i nostri valori e le nostre istituzioni sono decisi a combattere per le nostre convinzioni senza pensare alle conseguenze. Anche se i frutti del nostro lavoro rimarranno incerti, faremo il possibile per salvare la democrazia liberale».

Con queste parole termina “Popolo vs Democrazia – Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale” di Yascha Mounk (Feltrinelli, 2018). Il libro è stato pubblicato nel marzo di quest’anno dalla Harvard University Press con il titolo originale “The People vs Democracy – Why Our Freedom Is In Danger And How To Save It” (Popolo vs Democrazia – Per quale motivo la nostra libertà è in pericolo e come salvarla).  Yascha Mounk è nato a Monaco di Baviera nel 1982, insegna Teoria politica al dipartimento di Studi governativi di Harvard, è Postdoctoral Fellow presso la German Marshall Fund’s Transatlantic Academy e Nonresident Fellow del Political Reform Program presso New America. Scrive su diverse testate internazionali.

Donald Trump, Marine Le Pen, Viktor Orbán, Vladimir Putin, Matteo Salvini. Il deterioramento della democrazia liberale, fenomeno che ora è sotto gli occhi di tutti da Mosca a Washington, fino a poco tempo fa era classificato come una pulsione marginale, merce per estremisti e sobillatori. Mounk è un giovane teorico politico che, già nel suo precoce libro di memorie, notava che le frizioni fra la sua identità ebraica e l’appartenenza nazionale tedesca fossero un esempio della postmoderna incapacità di produrre identità multiculturali. Così ha preso a studiare con gli strumenti dell’indagine sociologica la tenuta del sistema democratico.

«Negli ultimi quindici anni, dopo una delle più lunghe e complesse crisi del mondo occidentale, le democrazie liberali stanno iniziando a scricchiolare sotto il peso della rabbia, della frustrazione e della delusione delle loro cittadinanze, ma soprattutto dei movimenti politici populisti che prima hanno soffiato sul fuoco di questa rabbia e ora la cavalcano. E quello che fino a qualche decennio fa era impensabile, il crollo del sistema politico su cui l’Occidente ha costruito la propria identità novecentesca, diventa di giorno in giorno più realistico. (…)

Democrazia viene dall’unione di due parole Demos e Crazia. Tu ora mi hai parlato di un problema della Crazia, ovvero del potere, che ha deluso le aspettative della gente. Ma la gente, il Demos, non ha la sua parte di colpe?
Il nostro sistema politico è la democrazia liberale e si regge su due aspetti fondamentali: la libertà individuale e l’idea che il popolo governi, ovvero che la gente possa avere un’influenza sulla politica. Secondo me è da un po’ di tempo che questo non è più vero. La colpa della gente forse è stata quella di pensare che tutto fosse garantito, che non ci fosse più bisogno di sorvegliare il sistema, di difendere le proprie libertà e i propri diritti». (da Linkiesta.it – intervista di Andrea Coccia)

Noi siamo il popolo,” ha detto una volta Erdogan ai suoi oppositori. “Voi chi siete?” Norbert Hofer, leader del Partito della libertà austriaco, uno schieramento di destra, ha fatto eco allo stesso sentimento in una recente campagna elettorale. “Voi avete l’alta società dietro di voi” ha detto. “Io ho il popolo con me.La promessa di dare espressione alla voce autentica della gente è la caratteristica centrale del populismo. Quando la loro popolarità cala, i populisti smantellano i meccanismi indipendenti di controllo del potere. In Turchia e Venezuela, per esempio, malgrado gli sforzi compiuti, i difensori della democrazia liberale non sono riusciti a impedire che i loro paesi scivolassero nella dittatura, e che loro venissero condannati e perseguitati.

In quanto “nemici del popolo”, è ovvio. Benito Mussolini e Adolf Hitler sono andati al potere esattamente in questo modo. È impossibile negarlo: anche se qualcuno sembra considerarla tale, questa non è davvero una partita a bocce.

E voi quante vite pensate di avere? Comunque sia, buone vacanze a (quasi) tutti.

In testata: un murale di Banksy, che è stato cancellato dal consiglio comunale di un paesino dell’Essex, Clacton-on-Sea,  perché reputato “razzista”. Traduzione delle scritte:“Gli immigrati non sono benvenuti” – “Tornate in Africa” – “Alla larga dai nostri vermi”.   

Pride (In the Name of Love) degli U2, estratto come primo singolo dall’album The Unforgettable Fire il 4 settembre 1984, è dedicata a Martin Luther King.

Il brano “Le quattro volte” di Brunori Sas è contenuto nell’album “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi (2014)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

La storia degli altri

IN RICORDO DI PHILIP ROTH

«Quante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. E la parola gioco è forse la più importante di tutte, perché è proprio l’utilizzo “ludico” dei nuovi “facilitatori di comunicazione” – chat, whatsapp, mail, sms, selfie, app, t9, skype, social – a svelarne la natura più pericolosa: la superficialità con cui (quasi) tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio smartphone (o tablet, o pc) credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze, o peggio ancora, flirtando con quelle conseguenze per rendere tutto più eccitante. I “perfetti sconosciuti” di Genovese in realtà si conoscono da una vita, si reggono il gioco a vicenda e fanno fin da piccoli il gioco della verità, ben sapendo che di divertente in certi esperimenti c’è ben poco. E si ostinano a non capire che è la protezione dell’altro, anche da tutto questo, a riempire la vita di senso.» (su “Perfetti sconosciuti”  di Paolo Genovese, 2016 – da mymovies.it)

«Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezze di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci» (Philip Roth, “Pastorale americana” – Einaudi 2013)

«In un misurato appartamento di Brooklyn due coppie provano a risolvere uno smisurato accidente. Zachary e Ethan, i loro figli adolescenti, si sono confrontati incivilmente nel parco. Due incisivi rotti dopo, i rispettivi genitori si incontrano per appianare i conflitti adolescenziali e riconciliarne gli animi. Ricevuti con le migliori intenzioni dai coniugi Longstreet, genitori della parte lesa, i Cowan, legale col vizio del BlackBerry lui, broker finanziario debole di stomaco lei, corrispondono proponimenti e gentilezza. Almeno fino a quando la nausea della signora Cowan non viene rigettata sui preziosi libri d’arte della signora Longstreet, scrittrice di un solo libro, attivista politica di troppe cause e consorte imbarazzata di un grossista di maniglie e sciacquoni. L’imprevisto ‘dare di stomaco’ sbriglia le rispettive nature, sospendendo maschere e buone maniere, innescando un’esilarante carneficina dialettica (…) Polanski, naturalizzato francese ma apolide per vocazione, satura l’inquadratura di uomini e donne che si sentono ostinatamente migliori dell’ambiente che li circonda, che rimandano a se stessi come gli specchi dell’appartamento, ubicato fuori dalla finzione a Parigi e dimostrazione della condizione di “perseguitato” di Polanski. In cattività, congiuntamente ai suoi coniugi (in)stabili e (ir)ragionevoli, il regista ribadisce l’impraticabilità di introdurre un ordine nella realtà perché basta un conato di bile, un cellulare annegato, un libro imbrattato, una borsetta rovesciata a disperdere equilibrio e ‘democrazia’». (su “Carnage” di Roman Polanski, 2011 – da mymovies.it)

«….Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati». (Philip Roth, “Pastorale americana” – Einaudi 2013)

La grandezza di Roth non prevede il lieto fine;  prevede “solo” la verità. O quantomeno, la sua, di verità. Accettarla o meno rimane una nostra scelta:

Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.” (Philip Roth, “Pastorale americana” – Einaudi 2013)

Comunque sia, grazie di tutto, Maestro.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

 

 

Interazioni

COLORI

Corre l’anno 1824 quando il chimico Michel Eugène Chevreul (1786-1889) viene nominato direttore delle manifatture reali di Gobelins a Parigi, rinomate in tutto il mondo per la tessitura degli arazzi. Chevreul si propone di organizzare e razionalizzare la nomenclatura delle ventimila sfumature diverse che i tintori si vantano di saper distinguere. Subito però «si imbatte in un problema che fa dannare gli artigiani delle manifatture e cioè la beffa che il nero dei disegni ricamati sulle stoffe a tinta unita non sembri davvero nero ma cambi a seconda del contesto: appare verdastro su fondo rosso e giallastro su fondo blu».

Ispirato da Goethe, egli capisce che l’effetto non è dovuto alla tintura, ma all’occhio dell’osservatore: è cioè la costruzione di un complementare psicologico. Ne conclude che l’unico modo di risolvere il problema è barare. «Se un grigio messo sopra a un rosso risulta troppo verdastro, sarà sufficiente aggiungere al filato grigio un pizzico di di rosso per farlo apparire davvero neutro. Bisogna modificare le tinte per farle sembrare quello che vogliamo quando vengono accostate le une alle altre.

Da questo momento in poi, il mondo degli artisti e dei designer prende atto che non basta creare le cose: bisogna progettare anche il modo in cui vengono guardate, cioè preoccuparsi della loro rappresentazione nella mente del pubblico». Il fenomeno viene denominato “contrasto simultaneo“. «…nella vita, d’altronde, raramente ci troviamo di fronte a colori isolati, quello che vediamo sono sempre vicinanze cromatiche. L’interpretazione del mondo attraverso tali confronti comporta così che le tinte non contino mai come cose in sé ma siano relative al contesto (…)

Il gioco di far apparire uno stesso colore come fossero due tinte diverse è stato un classico del metodo di insegnamento di Josef Albers (1888-1976), prima al Bauhaus, poi a Yale, durante un arco di insegnamento trentennale». Nella figura in testata vediamo la riproduzione di un suo esercizio ormai storico: «una striscia di carta ocra, poggiata su un fondo metà azzurro  e metà arancione (e coperte da due fascette, una gialla e una blu) risulta giallastra o marrone a seconda del contesto (…) Il lavoro di Albers è appunto incentrato su esercizi mirati ad allenare l’occhio. In questo modo, in anticipo sulle neuroscienze, arriva a sostenere che non esistano per la percezione tinte isolate ma soltanto interazioni tra colori.

Ovvero (…) il Pantone 456 si mostra di due colori diversi a seconda di quello che gli mettiamo intorno e quindi questa nomenclatura rimarrà sempre un po’ distaccata dall’esperienza reale (…) come accade nel cosiddetto effetto Munker-White [vedi sotto, N.d.R.] dove le righe blu ci paiono ora più scure ora più chiare a seconda del reticolo che le inframmezza». (da Ricccardo FalcinelliCromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo – Einaudi 2017)

BUROCRATI

Nella seconda metà dello scorso maggio, qui a Bologna la Soprintendenza diede parere negativo al concerto degli “Stato Sociale” in piazza Maggiore. La motivazione era che: «L’ente non ha riconosciuto “l’alto valore culturale” all’evento: “Mica sono Morandi, Dalla o Nek…”»

Lo rende noto il sindaco Virginio Merola, a margine del Consiglio comunale.  Il primo cittadino bolognese riferisce che la Soprintendenza abbia ritenuto “inadeguata piazza Maggiore al tipo di concerto“. Va anche detto che la piazza da sempre ospita abitualmente concerti.

Soprintendente Andrea Capelli, come mai avete detto no al concerto?

«Non abbiamo detto no, siamo in fase interlocutoria. Abbiamo detto solo che ci sono dei problemi».

Quali problemi? Il sindaco dice che voi non ritenete che lo Stato Sociale rispetti le caratteristiche della piazza.

«Guardi, esiste un protocollo delle Soprintendenze che dice che nelle piazze storiche si fanno iniziative istituzionali o di alto valore culturale. Chi sono questi dello Stato Sociale? Io non li ho mai sentiti. Non sono mica Gianni Morandi, o Lucio Dalla, o Vasco Rossi, o Nek. Arrivo fino a Nek, che è di Sassuolo… Abbiamo ritenuto che questo concerto non avesse i requisiti. Ma chi sono?».

Sono arrivati secondi a Sanremo. Ha presente “Una vita in vacanza?”

«No, no, non ho presente. In ogni caso queste sono cose complicate.» (Silvia Bignami – La Repubblica Bologna, 22 maggio 2018)

Per fortuna tutto si è poi concluso bene e il concerto si è tenuto. Tuttavia, come scrive Michele Smargiassi:  «Se il problema è la tutela di un bene, la piazza, be’, un palco per un concerto di “alto valore culturale” ha lo stesso impatto di uno di “basso valore”. Se vuole tutelare l’orecchio di qualche “spirito della piazza” offeso da musica “non di valore”, chi giudica quale musica ha valore? Non certo un soprintendente che, per sua stessa ammissione, non sapeva neppure cosa stava vietando, ma riteneva di vestire i panni, che nessuno gli ha cucito, del censore della musica che siamo autorizzati ad ascoltare. Bene, di autocratici soprintendenti ai gusti musicali dei cittadini francamente non sentiamo il bisogno».

Molto giusto. Il fatto è che certi burocrati sono specialisti nel sopracitato “contrasto simultaneo”. Sono cioè in grado di conoscere a priori la definizione precisa di tutte le tinte interagenti, di tutti colori in tutte le manifestazioni pubbliche (non solo quelle cromatiche…) in modo da ottenere quel risultato che ritengono l’unico adatto per comparire “con decoro” in un determinato ambiente. Questo però solo alla precisa condizione di aver avuto in precedenza idonee e soddisfacenti interazioni con il relativo contesto.

Altrimenti, caro risultato “difforme alla pubblica convenienza”, sei fuori. Ma proprio  fuori. Nell’interesse generale, s’intende.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Il circolo vizioso

1) LIMITI                                                                                                                                                       Giovanni Orsina è professore di Storia contemporanea e vicedirettore della School of Government all’Università LUISS «Guido Carli» di Roma. È anche editorialista della «Stampa» e ha recentemente pubblicato un libro dal titolo “La democrazia del narcisismo – Breve storia dell’antipolitica” (Marsilio, 2108). Nell’introduzione Orsina cita un sondaggio pubblicato nel gennaio del 2018 da cui risulta che «il 54% degli intervistati pensa di essere in credito con l’Italia – di averle dato più di quanto non ne abbia ricevuto -, a fronte del 7% che si sente in debito, e del 35% che ritiene di aver avuto tanto quanto ha dato. Due anni prima, nel 2016, le cifre erano rispettivamente 49, 7 e 43%».

Sembrano trascorse ere geologiche dal celebre discorso del presidente americano J.F. Kennedy: «non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese» (“Ask not what your country can do for you; ask what you can do for your country”.  Campidoglio, Stati Uniti  Washington D.C.  – 20 gennaio 1961) Tutto è cambiato, da allora, e Orsina si interroga proprio sulle ragioni per cui questo è successo. La sua tesi (che ovviamente qui semplifico) parla di una malintesa concezione della parola “democrazia” e di conseguenza della società democratica. Tale concezione intende la democrazia come «la promessa che ciascun essere umano abbia pieno e assoluto controllo sulla propria esistenza, conducendola come e dove meglio crede; e la pretesa da parte degli esseri umani che quella promessa sia mantenuta». Come già aveva evidenziato Tocqueville, nel concetto di democrazia esistono alcune contraddizioni, la principale delle quali è che, se da un lato essa garantisce che tutti possano essere quello che desiderano, dall’altro però la democrazia funziona solo se questi desideri hanno dei limiti. Il problema è che spingendo – per sua stessa natura – gli individui a desiderare senza limiti, essa mette a rischio proprio l’esistenza di quel cittadino del quale non può fare a meno.

Da questo derivano purtroppo alcune conseguenze nefaste: «Una prima categoria di conseguenze negative del'”assetto sociale democratico” ha a che vedere col modo in cui si conosce la realtà. Chi vive in quelle società la conosce di fretta, innanzitutto, perché il richiamo della vita pratica, con la sua promessa di benessere materiale, non gli lascia il tempo di studiare e approfondire. Ama le generalizzazioni facili, che sembrano dischiudere rapidamente ogni porta. Ama le nozioni che hanno un’immediata ricaduta pratica, e tende a ignorare la conoscenza astratta. Eppure, malgrado questa sua superficialità, poiché non riconosce niente e nessuno al di sopra di se e rifiuta qualsiasi autorità, il cittadino democratico confida unicamente nel valore delle proprie opinioni». Come già scrisse Tocqueville nel 1835, «ciascuno si chiude, dunque, strettamente in se stesso e pretende, da qui, di giudicare il mondo». (La democrazia in America – UTET, 1968)

2) COMPETENZA                                                                                                                                         Socrate diceva: «Il sapiente è colui che sa di non sapere». Erano davvero altri tempi, come argomenta Tom Nichols, professore allo U.S. Naval War College e alla Harvard Extension School e autore di numerosi saggi. La LUISS University Press ha pubblicato nel 2017 il suo “La conoscenza e i suoi nemici – L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia“. Che nel libro cita tra l’altro, con ragionamenti molto solidi, anche  l’effetto Dunning-Kruger:

«Non è la vostra immaginazione: le persone che strabordano su argomenti di cui sanno pochissimo, con una sicurezza del tutto infondata, esistono davvero e finalmente la scienza l’ha capito. Questo fenomeno è chiamato “effetto Dunning-Kruger”, dai nomi di David Dunning e Justin Kruger, ricercatori di psicologia della Cornell University che lo hanno identificato in un fondamentale studio del 1999. L’effetto Dunning-Kruger, in sintesi, è il fenomeno per cui più si è ottusi, più si è convinti di non esserlo. Dunning e Kruger più gentilmente definiscono persone di questo tipo “non specializzate” o “incompetenti”. Ma ciò non cambia la loro scoperta più importante: “Non solo giungono a conclusioni erronee e compiono scelte infelici, ma la loro incompetenza li priva della capacità di rendersene conto”.

(…) Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli “spiegatori” e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini.

Sta prendendo piede una sorta di Legge di Gresham applicata al campo intellettuale: se un tempo questa legge recitava «la moneta cattiva scaccia quella buona», ora viviamo in un’epoca in cui la cattiva informazione scaccia la vera conoscenza. Quando, un tempo, ogni colono si tagliava da solo gli alberi e si costruiva la sua casa, si trattava di un sistema inefficiente e, per di più, si producevano soltanto abitazioni rudimentali.

C’è una ragione se non facciamo più così. Quando costruiamo dei grattacieli non ci aspettiamo che l’esperto di metallurgia che sa che materiale si debba mettere in una trave maestra, l’architetto, che disegna l’edificio, e il vetraio, che installa le finestre, siano la stessa persona. E questo è il motivo per il quale possiamo goderci la vista sulla città dall’altezza di un centinaio di piani: tutti gli esperti, pur avendo competenze che si sovrappongono parzialmente, rispettano le capacità professionali di molti altri e si concentrano nel fare quello che conoscono meglio. La loro fiducia e la loro collaborazione conducono a un prodotto finale più grande e migliore di qualunque cosa avrebbero potuto costruire da soli.

Il punto è che se non ammettiamo i limiti delle nostre conoscenze e non ci fidiamo delle competenze degli altri la cosa non può funzionare. Talvolta abbiamo delle resistenze ad accettarlo perché questo indebolisce il nostro senso di indipendenza e di autonomia. Vogliamo credere di essere capaci di prendere ogni tipo di decisione e ci infastidiamo con chi ci corregge o ci dice che ci sbagliamo o ci dà istruzioni su qualcosa che non capiamo. Questa reazione umana, naturale nei rapporti tra individui, è pericolosa quando diventa una caratteristica diffusa dell’intera società».

3) FIDUCIA                                                                                                                                                                  Su Netflix è da poco disponibile la quarta stagione della serie “Black Mirror”(«per raccontare le contraddizioni del nostro presente, il nostro rapporto con la tecnologia e a ipotizzare scenari possibili per il futuro» – da Wired.it).  Hang the DJ (quarta puntata della nuova serie) ci porta nel purgatorio dei single. In pratica è una prigione a cielo aperto (che ricorda The Truman Show, il film del 1998 diretto da Peter Weir e interpretato da Jim Carrey) in cui i malcapitati sono costretti a trascorrere periodi di tempo variabili – da poche ore ad anni interi – con persone pescate a caso dall’algoritmo. «Persone per lo più piacenti, ma spesso un po’ irritanti, e qualche volta insopportabili. Così la ricerca dell’anima gemella non si trasforma nell’inferno della ripetizione, un meccanico e infruttuoso passare da un abbraccio indifferente al successivo; una routine in cui scommettiamo che l’utente medio di Tinder e omologhi, il millennial disperatamente in cerca d’amore, si riconoscerà mestamente. 

Fanno eccezione però Amy e Frank, a cui, proprio in quel primo incontro, succede qualcosa di speciale. C’è una simpatia, una curiosità epidermica, una misteriosa reazione chimica che rende anche solo il gesto di tenersi per mano emozionante. (…) Ma Frank, il più insicuro, ansioso e debole dei due, è vittima del terrificante rovello: quanto può durare? Quanto ancora prima che torni il silenzio, il freddo, il senso di vuoto e di sconfitta? Bisognoso di essere rassicurato, Frank tradisce la fiducia di Amy, sbalestra il sistema e manda tutto all’aria».( da Movieplayer.it) L’insicurezza e il tradimento della fiducia rischiano di rovinare tutto quello che funzionava bene.

Credo che in questo sia contenuta una potente metafora della situazione socio-politica dell’occidente contemporaneo. Come scrive Tom Nichols: «Il rapporto tra esperti e cittadini, al pari di quasi tutte le relazioni in una democrazia, si basa sulla fiducia. Quando questa crolla, esperti e profani entrano in guerra. E quando questo accade, la democrazia può avvitarsi in una spirale della morte che presenta un pericolo immediato: degenerare nel governo delle masse o in una tecnocrazie elitaria, due esiti autoritari che oggi come oggi minacciano gli Stati Uniti».

È forse superfluo aggiungere che gli stessi esiti minacciano anche l’Italia?

In testata: Maurits Cornelis Escher:  Vincolo d’unione, 1956 litografia cm 25,3 x 33,9 -Collezione Federico Giudiceandrea All M.C. Escher works

Al centro un fotogramma tratto da Ratatouille, film d’animazione del 2007 diretto da Brad Bird e Jan Pinkava

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Orgogliosamente disumani

GLI INUMANI (Inhumans) sono una specie immaginaria dei fumetti, creata da Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni), pubblicata dalla Marvel Comics. La loro prima apparizione avviene in The Fantastic Four (Vol. 1) n. 45 (dicembre 1965). (da Wikipedia)

Invece la capogruppo della Lega nel Consiglio comunale di Bologna , Francesca Scarano, non appartiene affatto ad una specie immaginaria dei fumetti. Al contraria, ella rappresenta una reale tipologia umana che da qualche tempo prolifera in modo esponenziale sia nella società “civile” che in quella “politica”. Infatti: “… i toni usati da Scarano non coincidono col profilo moderato che la capogruppo ha sempre mantenuto in Consiglio comunale. «Non siamo la pattumiera dell’Europa e non agevoleremo più il vergognoso business del terzo millennio», un passaggio del suo lungo post su Facebook. E soprattutto: «Siamo orgogliosamente disumani, se l’umanità vuol dire gestire come fatto sinora un’immigrazione incontrollata»“. (Corriere di Bologna, 13 giugno 2018)

IL VANGELO. Non la pensa per nulla allo stesso modo il cardinale Ravasi, che nel frattempo twittava un versetto del Vangelo a proposito della nave Aquarius bloccata dal ministro Salvini. Una citazione di Gesù, e sono partiti gli attacchi degli haters nei social contro il cardinale Ravasi, che dal vangelo di Matteo (25, 31 sgg.) ha citato il versetto con il quale Cristo indica quale destino di perdizione attenda chi si rende colpevole di certe mancanze: «Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato »

«Ho solo ricordato il Vangelo, Matteo 25,43. Non aggiungo altro. In generale dico che l’importante è essere spina nel fianco. E questo forse la scuola non lo insegna più, accontentandosi della tecnica, di competenze e non di sapere. (…) non basta solo la tecnologia, ma occorrono le scienze umane per poter far cantare il cuore».  (la Repubblica Bologna, 13 giugno 2018)

En passant, ricordo che il cattolico e pacioso Matteo Salvini, rosario e Vangelo sempre alla mano, ha definito i giovani frequentatori dei centri sociali con il poco biblico appellativo di “zecche rosse“.

CATTIVI E IPOCRITI. Fatti i doverosi distinguo e le necessarie distinzioni storiche nonché socio-economiche, si riporta di seguito un estratto dall’importante discorso segreto del 10 novembre 1938 di Adolf Hitler  (il cui rapporto pubblico con la religione era segnato dal pragmatismo più opportunista “adattato” ai suoi fini politici più immediati) ai dirigenti della stampa tedesca. Egli si espresse come segue: «Le circostanze mi hanno costretto a parlare, per decenni, quasi solo di pace. Soltanto sottolineando di continuo la volontà di pace e le prospettive di pace tedesche mi è stato possibile conquistare passo passo la libertà al popolo tedesco e assicurargli quella potenza militare che costituiva, volta per volta, la premessa per la tappa successiva. Va da sé che una propaganda pacifista del genere, proseguita per tanto tempo, ha anche i suoi aspetti negativi, nel senso che fin troppo facilmente può provocare il radicarsi, nel cervello di molti, della convinzione che il regime attuale sia, in sé e per sé, identificabile con la decisione e la volontà di preservare a ogni costo la pace. Ciò però, non soltanto avrebbe per effetto un’errata interpretazione degli obiettivi di questo sistema, ma anche e soprattutto porterebbe la nazione tedesca… a essere pervasa da uno spirito che, a lungo andare, si trasformerebbe in disfattismo, mandando in fumo inevitabilmente i successi dell’attuale regime. Se per anni ho parlato soltanto di pace, è stato perché vi ero costretto. In seguito si è manifestata la necessità di dare un po’ alla volta un altro indirizzo psicologico al popolo tedesco, in modo che, sia pure lentamente, si rendesse conto che ci sono cose le quali, quando non possono essere realizzate mediante mezzi pacifici, devono esserlo col ricorso alla forza… È un lavoro che ha richiesto mesi: un lavoro che è stato iniziato, proseguito, perfezionato, programmaticamente». (da “Hitler: Una biografia” di Joachim Fest – Garzanti)

«È un po’ prima dell’una un po’ dopo mezzogiorno, l’ora dei soci anziani, di quelli che contano nel Circolo e non solo nel Circolo, capi, notabili, decani di questo e di quello, si stanno spogliando in fretta e furia, paroliandosi allegramente, manate, colpetti sulle pance, urlati commenti sui reciproci corpaccioni che sono veramente uno schifo… no, ha ragione mamma, non è un ambiente molto chic questo, pensa Ninì. E dire che lei non li ha visti negli spogliatoi, li vede solo nelle sale del Circolo dove assumono un contegno. Qui li dovrebbe vedere, è un’altra cosa qui, sono diversi, si lasciano andare al rutto, al peto, girano tutti nudi con quei piedi unghiogialluti, li senti euforici sotto le docce che si raccontano storie di casino, che parlano di troie con competenza, rispondono cordialmente ad un insulto, e sempre esagerati nelle parole e nei movimenti, con quelle facce segnate, come dice Massimo, dalle rughe degli infiniti sorrisi servili rivolti ai potenti, e degli austeri cipigli rivolti agli inferiori. Poi te li trovi nelle sale del Circolo, in doppiopetto, al tavolo di ramino o di baccarà a discutere di questioni di precedenza e di procedure, ti fanno la lezione, statti zitto, io sono più vecchio di te, queste cose le so, ho l’esperienza. Esperienza un cacchio!» (Raffaele La Capria, Ferito a Morte – Mondadori, 2017)

GIUSTI E INGIUSTI. «I più vecchi di noi hanno intanto ben chiara la memoria di un tempo non molto lontano in cui schierarsi da una parte o dall’altra e identificare nel mondo all’intorno il giusto e l’ingiusto era una cosa di una semplicità estrema. In quel tempo, l’immagine della verità era chiara, inconfondibile e incrollabile davanti a noi e si sapeva sempre dove era situata. Mai avremmo pensato allora che ci potesse apparire un giorno segreta e sfuggente. Non solo i fatti che un tempo accadevano erano semplici da giudicare, offrendosi ai nostri occhi in colori chiari e risplendendo al disopra di essi un’immagine chiara e solare della verità, e non solo noi avevamo davanti al nostro pensiero una realtà ben meno affollata e meno immensa, dove ci muovevamo sicuri nello sdegno e nell’assentimento. Ma in noi allora non si era insinuata l’idea che l’innocenza e la colpa sono tanto spesso mescolate e aggrovigliate in nodi così stretti che l’uomo, con il suo metro inadeguato e rozzo e con i suoi sensi poveri, non è in grado di districarle. Non si era ancora insinuata in noi l’idea che l’uomo si trova debole e sprovveduto dinanzi alla complessità dei fatti». (Natalia Ginzburg, da “Pietà universale” in “Mai devi domandarmi” – Einaudi).

SCHIERARSI. Natalia Ginzburg ha scritto queste parole nell’ottobre del 1970. Dopo quasi cinquant’anni, purtroppo sembrano tornare tempi in cui “schierarsi da una parte o dall’altra e identificare nel mondo all’intorno il giusto e l’ingiusto era una cosa di una semplicità estrema“. Ci auguriamo di sbagliare, è ovvio. Urge comunque citare per l’ennesima volta George Santayana, da “La vita della ragione”: «Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo». Perché in realtà siamo e rimaniamo sempre semplicemente umani.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Casuisti si nasce?

La dottrina del cattolicesimo prevede peccato mortale quando, nelle nostre azioni, si verificano tre condizioni contemporaneamente: 1) Materia grave; 2) Piena consapevolezza; 3) Deliberato consenso. Altrimenti si tratta di peccato veniale. Il peccato mortale,  secondo la Chiesa cattolica e alcune chiese protestanti, condanna l’anima di una persona all’inferno dopo la morte. Mentre il peccato veniale, in quanto  trasgressione di una legge di importanza secondaria, è sempre un’offesa a Dio, ma non priva l’anima della grazia ed è emendato con una pena temporanea. Si capisce così per quale motivo il ruolo del casuista sia davvero fondamentale.

Le “Lettere persiane” di Montesquieu, romanzo epistolare di straordinario successo, furono pubblicate anonime ad Amsterdam nel 1721. «È una pungente satira dei costumi francesi, analizzati dal punto di vista di due viaggiatori persiani, Usbek e Rica, due giovani colti e ricchi, appartenenti all’alta società. I sarcasmi delle lettere non risparmiano né le istituzioni, né gli uomini del tempo. I personaggi, essendo stranieri, vedono la Francia in modo distaccato, criticando vita e costumi di una società cattolica e assolutistica.» (da Wikipedia)

Montesquieu scrive: “L’altro giorno andai in un convento di questi dervisci. Uno di loro, venerando, con i capelli bianchi, mi accolse con grande gentilezza (…) «Padre», gli dissi, «qual è il vostro ruolo nella comunità?» «Signore», mi rispose con un’aria molto soddisfatta per la mia domanda, «sono casuista.» «Casuista?» ripresi, «da quando sono in Francia non ho mai sentito parlare di questa carica.» «Come! non sapete cos’è un casuista? Ebbene, ascoltate, ve ne darò un’idea più che esauriente. Ci sono due specie di peccati: quelli mortali, che escludono assolutamente dal paradiso, e quelli veniali, che a dire il vero offendono Dio ma non lo irritano al punto di privarci della beatitudine.

Ora, tutta la nostra arte consiste nel distinguere bene  queste due specie di peccati, perché, a eccezione di qualche libertino, tutti i cristiani vogliono guadagnarsi il paradiso, ma non c’è nessuno che non voglia guadagnarselo a buon mercato (…) Non è l’azione a costituire il crimine, ma il grado di consapevolezza di chi la compie: chi fa del male, fino a quando può credere che non sia tale, ha la coscienza a posto; e poiché c’è un numero infinito di azioni equivoche, un casuista può attribuire loro un grado di bontà che non hanno, dichiarandole buone; e, purché riesca a convincere che non hanno veleno, glielo toglie del tutto.»

«Vi sto svelando il segreto di un mestiere in cui sono invecchiato, ve ne mostro le sottigliezze: tutto può essere rigirato, anche le cose che sembrano indiscutibili.» «Padre», gli dissi, «è una gran bella cosa; ma come ve la cavate con il cielo? Se il Sofi avesse alla sua corte uno che facesse nei suoi confronti quello che voi fate contro il vostro dio, che introducesse delle distinzioni nei suoi ordini, e che insegnasse ai suoi sudditi in quali casi devono eseguirli e in quali possono violarli, lo farebbe impalare all’istante.» Salutai il mio derviscio e lo lasciai senza attendere la sua risposta.” (Montesquieu – Lettere persiane: LVII • Usbek a Rhedi – Garzanti, 2016)

Con un salto nel tempo, passiamo ora al contemporaneo senatore Matteo Renzi, 43 anni, segretario del PD dal dicembre 2013 al marzo 2018:

«Renzi, nelle settimane scorse, era già volato in Kazakistan per tenere uno speech, pochi giorni dopo essere già stato in Qatar, assieme al fidato Marco Carrai, per incontrare l’emiro Tamim Bin Hamad al-thani, che gestisce un fondo sovrano da 250 miliardi di dollari. (…) Ieri l’ex premier si trovava a Pechino per tenere un discorso sulla Via della Seta e la cultura, ingaggiato da una società che recluta personaggi famosi.  Poi sarò negli Stati Uniti per i 50 anni dalla morte di Bob Kennedy, poi in Sudafrica per l’anniversario della nascita di Mandela.

Tutti appuntamenti sui quali, sgravato dalle responsabilità di governo e di gestione del partito, Renzi sta lavorando: «Ma adesso tocca a loro». Come gli hanno detto le persone a lui più vicine analizzando i motivi del doppio crollo referendum-elezioni: «Bisogna riprendere il contatto con la realtà delle cose, con i problemi della gente fuori». (sic!) È anche per questo che il senatore fiorentino ha inviato una email a tutti i cittadini e le imprese del suo collegio, che nelle prossime settimane andrà ad incontrare.

I mesi di basso profilo dell’ex premier, se stavolta riuscisse davvero a tenersi dietro le quinte, dovrebbero durare fino ad ottobre, quando (dal 19 al 21) a Firenze tornerà la Leopolda, appuntamento al quale Renzi si presenterà durante il lancio del nuovo libro che sta scrivendo: «Sarà un evento vecchio stile, come all’inizio, con protagonista la società civile». E con un ultimo sassolino: «Chi mi ha combattuto per anni dall’interno del Pd, dicendo che ero poco di sinistra, ora si trova Salvini al Viminale». (di Claudio Bozza – Corriere della Sera, 4 giugno 2018). L’ex premier vorrebbe insomma convincerci che lui (padre di questa oscena legge elettorale denominata “Rosatellum”) e il suo “cerchio magico”   non abbiano alcuna responsabilità rispetto all’attuale  situazione. Situazione determinata però da loro stessi.

“Tutto può essere rigirato, anche le cose che sembrano indiscutibili.” Perfino l’appartenenza di tanti personaggi riprovevoli (per usare un eufemismo) e delle loro politiche reazionarie al campo progressista. A questi ennesimi venditori di fumo,  ha da poco risposto molto lucidamente Federico Rampini:

«Com’è accaduto che lo spread Btp- Bund sia diventato la Linea Maginot dietro la quale la sinistra italiana è asserragliata, il baluardo a cui si aggrappa in questa tempesta istituzionale? È normale che lo slogan dei progressisti sia “attenti al giudizio dei mercati”? Rifiutare il piano B dell’uscita dall’euro significa sdraiarsi sull’austerity germanica? Proprio quella che abbiamo criticato per anni?

Capisco che abbia suscitato tante passioni l’Amaca di Michele Serra, in cui ha rifiutato l’alternativa tra “governo dei mercati e governo del popolo”. Molti di noi si sentono stritolati in questa opzione. Ci sentiamo traditi da una sinistra che fa di tutto per dar ragione a chi la descrive come establishment. Chi commenta l’indice Mib come fosse un giudizio divino sembra dimenticare che in altre circostanze la Borsa premia le aziende che tagliano i costi licenziando o ingrassano i profitti eludendo le imposte nei paradisi fiscali. La Borsa ha i suoi criteri. Non dovrebbero essere i nostri. (…)

…vorrei che la sinistra smettesse di usare le oscillazioni dei mercati finanziari come una clava da sferrare con opportunismo contro Lega e M5S. I mercati sono una realtà concreta dove si muovono interessi (non quelli delle classi lavoratrici) e ideologie (neoliberismo), su cui troppi governanti di sinistra si sono appiattiti, pagando un prezzo altissimo. Se la salvezza è un tecnocrate del Fondo monetario internazionale, la nostra storia la stiamo buttando via. Non stupisce che la classe operaia vecchia e nuova si senta più rappresentata da altri.» (Federico Rampini: “Ma la borsa non è di sinistra” – La Repubblica, 31 maggio 2018)

I casuisti televisivi della politica italiana, intanto, aspettano e sdrammatizzano con una battuta: tranquilli, «Ora tocca a loro e pop-corn per tutti!». Tanto poi, dal 19 al 21 ottobre, andranno tutti alla fucina politico-intellettuale della Leopolda, evento che ha forgiato statisti del calibro di Maria Elena Boschi e Luca Lotti (per citarne solo due), “al quale Renzi si presenterà durante il lancio del nuovo libro che sta scrivendo”. Mica pizza e fichi.

E dire che ci sono ancora in giro tanti “gufi” che vanno a raccontare come la sinistra e la destra in politica mantengano oggi grande senso e significato; e come però la sinistra, grazie ai suoi “dirigenti-banderuola”, ha perso gran parte del suo radicamento appiattendosi ipocritamente – in termini di iniziativa, identità e progettualità – sul solito, qualunquista luogo comune dello status quo:”Non ci sono alternative“!

Come il sottoscritto, per fare un esempio. Sarà peccato veniale o peccato mortale?

In testata: Paul Klee: “Wall Painting from the Temple of Longing”, 1922 (collezione privata) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Repubblica BO 1 giugno – Prima
MAGNA CARTA
Luca Bottura
Merola fa benissimo ad additare le aziende che hanno disertato la firma della carta di Bologna per i fattorini del cibo a domicilio. Ricordiamole: Justeat, Deliveroo, Glovo, Foodora e poi… aspetta… c’era quell’altra, quella che ha scritto il jobs-act… niente.
Vabbé, mi verrà in mente.