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Libera nos Domine

„Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura, dai preti d’ogni credo, da ogni loro impostura, da inferni e paradisi, da una vita futura, da utopie per lenire questa morte sicura, da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura, da fedeli invasati d’ogni tipo e natura, libera, libera nos Domine.“ — Francesco Guccini, da “Libera nos Domine

Nel 1976, Primo Levi ha scritto un’appendice per l’edizione scolastica di Se questo è un uomo per rispondere alle domande che gli venivano costantemente rivolte dai lettori studenti. Poiché esse coincidevano ampiamente con le domande che riceveva dai lettori adulti, ha poi riportato integralmente le sue risposte anche nell’edizione in due volumi “Opere complete” pubblicata nel  1997 da Einaudi. Ecco la prima domanda e la prima risposta:

«Nel suo libro non si trovano espressioni di odio nei confronti dei tedeschi , né rancore né desiderio di vendetta. Li ha perdonati?

Come mia indole personale, non sono facile all’odio. Lo ritengo un sentimento animalesco e rozzo, e preferisco che invece le mie azioni e i miei pensieri, nel limite del possibile, nascano dalla ragione; per questo motivo, non ho mai coltivato contro me stesso l’odio come desiderio primitivo di rivalsa, di sofferenza inflitta al mio nemico vero o presunto, di vendetta privata. Devo aggiungere che, a quanto mi pare di vedere, l’odio è personale,  rivolto contro una persona, un nome, un viso: ora, i nostri persecutori di allora non avevano viso né nome, lo si ricava da queste stesse pagine: erano lontani, invisibili, inaccessibili. Prudentemente, il sistema nazista faceva sì che i contatti diretti fra gli schiavi e i signori fossero ridotti al minimo. Avrete notato che, in questo libro si descrive un solo incontro dell’autore protagonista con una SS (p. 155) e non per caso esso ha luogo solo negli ultimi giorni, nel Lager in disfacimento, quando il sistema  saltato.

Del resto, nei mesi in cui questo libro è stato scritto, e cioè nel 1946, il nazismo e il fascismo sembravano veramente senza volto: sembravano ritornati al nulla, svaniti come un sogno mostruoso, giustamente e meritatamente, cos’ come spariscono i fantasmi  al canto del gallo. Come avrei potuto coltivare rancore, volere vendetta, contro una schiera di fantasmi?

Non molti anni dopo, l’Europa e l’Italia si sono accorti che questa era una ingenua illusione: il fascismo era ben lontano dall’esser morto, era soltanto nascosto, incistato; stava facendo la sua muta, per ricomparire poi in una veste nuova, un po’ meno riconoscibile, un po’ più rispettabile, più adatta al nuovo mondo che era uscito dalla catastrofe della seconda guerra mondiale che il fascismo stesso aveva provocato. Devo confessare che davanti a certi visi non nuovi, a certe vecchie bugie, a certe figure in cerca di rispettabilità, a certe indulgenze, a certe connivenze, la tentazione dell’odio la provo, ed anche con una certa violenza: ma io non sono un fascista, io credo nella ragione e nella discussione come supremi strumenti di progresso, e perciò all’odio antepongo la giustizia.

Proprio per questo motivo, nello scrivere questo libro, ho assunto deliberatamente il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore: pensavo che la mia parola sarebbe stata tanto più credibile ed utile quanto più apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata; solo così il testimone in giudizio adempie alla sua funzione, che è quella di preparare il terreno al giudice. I giudici siete voi.

Non vorrei tuttavia che questo mio astenermi dal giudizio esplicito fosse confuso con un perdono indiscriminato. No, non ho perdonato nessuno dei colpevoli, né sono disposto ora o in avvenire a perdonarne alcuno, a meno che non abbia dimostrato (coi fatti: non con le parole, e non troppo tardi) di essere diventato consapevole delle colpe e degli errori del fascismo nostrano e straniero, e deciso a condannarli, a sradicarli dalla sua coscienza e a quella degli altri. In questo caso sì, io non cristiano sono disposto a seguire il precetto ebraico e cristiano di perdonare il mio nemico: ma un nemico che si ravvede ha cessato di essere un nemico». (Primo Levi – Appendice a Se questo  un uomo – in Opere complete Einaudi, 1997)

«Bompiani ha pubblicato «un libro, anzi un’antologia letteraria di Bompiani, chiamata semplicemente «Canzoni», in cui la filologa Gabriella Fenocchio scarnifica i testi gucciniani come se fossero di Dante o Shakespeare (…) quale canzone infine di quelle contenute nel libro lo descriverebbe meglio? «Una che non c’è- conclude- “Libera Nos Domine”, un signore immaginario spazzava via tutto quello che non mi piaceva. Ne avrei bisogno oggi». (Matteo Cruccu – Corriere della Sera, 16 febbraio 2019)

Ecco, appunto.

Il brano “Libera nos Domina” di Francesco Guccini  è contenuto nell’album “Amerigo” (1978) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il candido idiota

 

Tra le molte opere di Dostoevskij che adoro, la preferita è senz’altro  L’idiotaLa stesura di questo romanzo fu iniziata a Ginevra nel settembre del 1867, proseguì poi a Vevey (sul lago di Ginevra), poi a Milano, e terminò nel gennaio del 1869 a Firenze.

Secondo Dostoevskij, quelli fra i suoi lettori che preferivano L’idiota avevano dei tratti comuni, che gli erano assai simpatici. (…) Il proposito di Dostoevskij era stato di creare un personaggio “assolutamente buono”, in cui la bontà fosse “positiva”, non derivasse cioè, per reazione, dal dolore e dall’ingiustizia patita, come in tanti romanzi ottocenteschi (egli citava i Miserabili); e fosse invece un naturale stato di grazia, sbocciato dalla semplicità e dalla purezza d’animo. (…) Quello che più aveva reso vitale il personaggio del principe Myškin era il suo indissolubile legame, nell’iniziale concepimento fantastico dell’autore, con l’altro e contrapposto personaggio di Nastas’ja Filíppovna, impastata di orgoglio e di autodenigrazione fino ai limiti della follia: di modo che la perfezione morale di lui e la sua superiore ragionevolezza e penetrazione psicologica trovavano finalmente un ostacolo insormontabile, dinanzi al quale non c’era che da indietreggiare o sacrificarsi. (…)

L’idiota è davvero un libro consolante e vivificatore come pochi altri libri venuti dopo il Vangelo; e il suo fascino ha radici profonde nella personalità di Dostoevskij, o piuttosto in quella miglior parte di lui che era, nonostante i dubbi dogmatici, naturalmente cristiana e sinceramente buona. Fu con ogni probabilità per la sua spirituale parentela con il principe Myškin che egli volle affidare proprio a questo personaggio il ricordo, illuminato dalla poesia, di esperienze personali di cui non pens mai di valersi altrove nell’opera sua creativa. (…)

Ma Dostoevskij non era soltanto colui che da un’enorme spasmodica sensibilità per le sofferenze umane era stato indotto a proclamare il valore sovrano e la potenza della bontà, che sola poteva lenirle. Aveva anche un lato satanico, che dovette impaurire le persone timorate e meschine dalle quali, per ragioni di opportunità politica, venne esaltato dopo morto: era sensuale, superbo anche in certe eccessive umiliazioni, ingiustamente sospettoso, facile all’invidia, partigiano e mutevole nelle opinioni. (…) Accanto alle aspirazioni del principe Myškin, in Dostoevskij c’era molto di Nastas’ja Filíppovna”. (Leone Ginzburg: prefazione a L’idiota, Einaudi, 1941)

Dostoevskij scrive: «…Siate certi che Colombo fu felice non già quando scoprì l’America, ma quando stava per scoprirla; siate certi che il momento supremo della felicità fu per lui forse esattamente tre giorni prima che scoprisse il Nuovo Mondo, quando l’equipaggio in rivolta, disperato, per poco non voltò la nave verso l’Europa per tornare indietro. Poco importava il Nuovo Mondo, quand’anche si fosse inabissato. Colombo morì quasi senza averlo veduto e,in fondo, senza sapere cosa avesse scoperto. Quel che importa è la vita, soltanto la vita, la sua incessante ed eterna scoperta, e non già la scoperta stessa. (…)

Aggiungerò nondimeno che  in ogni pensiero umano geniale o nuovo, anzi semplicemente in ogni pensiero umano serio, che germogli in un cervello, rimane sempre qualcosa che non si può comunicare ad altri, anche se si riempissero interi volumi e si spiegasse il proprio pensiero per trentacinque anni: rimarrà sempre qualche cosa che non vorrà mai uscire dal vostro cranio e che rimarrà in voi per sempre; e così voi morrete forse senza aver comunicato a nessuno la parte essenziale della vostra idea». (Dostoevskij, L’idiota . Einaudi 1963)

Candido, o l’ottimismo (Candide, ou l’Optimisme), è un racconto filosofico di Voltaire che mira a confutare le dottrine ottimistiche quale quella leibniziana. Candido è un giovane piuttosto ingenuo e buono di cuore che vive in Vestfalia nel castello del barone Thunder-Ten Tronckht; il ragazzo compie i suoi studi con la bella figlia del barone, Cunegonda, sotto le cure del precettore Pangloss, fedele discepolo di Leibniz (dal greco pan, “tutto” e glossa, “lingua”) che insegna ai due giovani la dottrina per cui tutte le cose del mondo reale vanno “nel migliore dei modi nel migliore dei mondi possibili”.

«Il precettore Pangloss era l’oracolo di casa, e il giovanetto Candido ne ascoltava le lezioni con tutta la buona fede dell’età sua e del suo carattere. Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmologonigologia. Provava egli a meraviglia che non si dà effetto senza causa, e che in questo mondo, l’ottimo dei possibili, il castello di S. E. il barone era il più bello de’ castelli, e Madama la migliore di tutte le baronesse possibili.
È dimostrato, diceva egli, che le cose non possono essere altrimenti; perché il tutto essendo fatto per un fine, tutto è necessariamente per l’ottimo fine. Osservate bene che il naso è fatto per portar gli occhiali, e così si portano gli occhiali; le gambe son fatte visibilmente per esser calzate, e noi abbiamo delle calze, le pietre sono state formate per tagliarle e farne dei castelli, e così S. E. ha un bellissimo castello; il più grande de’ baroni della provincia dev’essere il meglio alloggiato, e i maiali essendo fatti per mangiarli, si mangia del porco tutto l’anno. Per conseguenza quelli che hanno avanzata la proposizione che tutto è bene; han detto una corbelleria, bisognava dire che tutto è l’ottimo

Alla fine del racconto, dopo terribili disavventure, Candido, disilluso ma non sconfitto, si si ritira con tutti i personaggi del romanzo in una fattoria, dove, anziché filosofare, può dedicarsi al lavoro nel suo “orto”.

In “Lezioni di letteratura” (ora in Adelphi, 2018) Vladimir Nabokov discute e rischiara sette capolavori delle letterature occidentali, da Mansfield Park di Jane Austen all’Ulisse di Joyce. «E lui, il professor Nabokov – docente a Wellesley e quindi alla Cornell tra il 1941 e il 1958 –, li racconta agli studenti americani, e a noi». Nabokov conclude questa raccolta di lezioni con un testo dal titolo L’arte della letteratura e il senso comune:

«…Nell’autunno del 1811 Noah Webster, lavorando indefessamente alla lettera C, definì il senso comune [commonsense] il “buon senso solido, normale… esente da pregiudizi emotivi o da sottigliezze intellettuali…” È una visione piuttosto ottimistica di questa creatura, in quanto la biografia del senso comune costituisce una lettura sgradevole. Il senso comune ha calpestato molti geni delicati i cui occhi si erano deliziati del troppo precoce raggio lunare di qualche verità prematura; il senso comune ha scalciato polvere sui più belli fra i quadri strani perché un albero azzurro pareva follia al suo zoccolo ben intenzionato; il senso comune ha incitato nazioni brutte ma forti a schiacciare i loro vicini belli ma fragili nel momento in cui un vuoto storico offriva un’occasione un’occasione che sarebbe stato ridicolo non sfruttare.

Il senso comune è fondamentalmente immorale, perché la morale naturale dell’umanità è irrazionale quanto i riti magici che essa ha elaborato sin dall’immemorabile oscurità dei tempi. Il senso comune , nel suo aspetto peggiore, il senso reso comune, sicché tutto è confortevolmente deprezzato dal suo contatto. Il senso comune è quadrato mentre tutti i valori e le visioni più essenziali sono meravigliosamente rotondi, rotondi come l’universo o come gli occhi di un bambino, la prima volta che vede uno spettacolo al circo. (…) E quanto più  un uomo è brillante, quanto più è insolito, tanto più è vicino al rogo. Stranger [diverso] rima sempre con danger [pericolo]. Il mite profeta, il mago nella sua grotta, l’artista indignato, lo scolaretto non conformista partecipano di questo sacro pericolo. Stando così le cose, ringraziamoli, ringraziamo i diversi; perché nell’evoluzione naturale delle cose, la scimmia forse non sarebbe mai diventata uomo se non fosse apparso un diverso in famiglia. (…)

Ora dunque egli è pronto a scrivere. Ha tutto ci che gli occorre. La sua penna stilografica è confortevolmente carica, la casa è silenziosa, il tabacco e i fiammiferi sono vicini, la notte è giovane… e noi lo lasceremo in questa piacevole situazione e usciremo delicatamente di soppiatto e chiuderemo la porta e, andandocene, spingeremo decisamente fuori il mostro del bieco senso comune che ingombra i gradini gemendo che il libro non è per il grande pubblico, che il libro non potrà mai mai… E proprio allora, prima che espettori la parola,         v, e, n, d, e, r, s, i, lo pseudo senso comune deve essere ucciso con una rivoltellata». (Vladimir Nabokov: Lezioni di letteratura – Garzanti, 1982)

Contrariamente a quanto sostenuto a suo tempo prima dalla signora Thatcher, poi dal senso comune dei tanti Pangloss neoliberisti-banderuola (anche “di sinistra”:TINA: There Is No Alternative – non c’è alternativa) un’alternativa in realtà sarebbe possibile: ogni disilluso, candido idiota come chi scrive ne è più che convinto. Purtroppo, c’è una sola cosa che ai potenti non manca mai, il denaro. E un piatto di lenticchie spesso è più che sufficiente per…

In testata: Marcel DuchampFontana (Urinoir), 1917, ready-made, terracotta bianca ricoperta di smalto e vernice ceramica, cm 63 x 48 x 35. Parigi, Musée National d’Art Modern, Centre Pompidou – Al centro: Robert Rauschenberg:  Axle1964; oil and screen print on canvas, 275.7 × 610 × 4.7 cm; Museum Ludwig Köln / Schenkung Ludwig – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Io non c’ero

Prendiamola alla larga: «Nel 2008, la regina Elisabetta in visita alla massima istituzione economica britannica, la London School of Economics, ha evitato sorrisi e chiacchiere formali, chiedendo ai professori riuniti: «Com’è possibile che nessuno si sia accorto dell’arrivo di questa crisi spaventosa?». Il padrone di casa, il professor Luis Garicano, direttore del dipartimento di management della Lse, ha risposto: «Vede, in ogni momento di questa fase qualcuno faceva affidamento su qualcun altro e tutti pensavano di fare la cosa giusta». Vengono naturali due domande: perché il fior fiore degli economisti non aveva previsto la crisi? E, considerando vera l’ipotesi della buona fede, cosa vuol dire che tutti pensavano di fare la cosa giusta?» (il fatto quotidiano.it)

Altro esempio “a caso”: qui a Bologna I carabinieri hanno appena smantellato due cartelli di imprese di pompe funebri che controllavano le camere mortuarie dei due principali ospedali cittadini, riuscendo in pratica ad avere il monopolio nell’aggiudicazione dei servizi funebri. 30 misure cautelari (9 in carcere, 18 arresti domiciliari e 3 divieti di esercizio dell’attività d’impresa) e 43 le perquisizioni eseguite da 300 militari che hanno sequestrato un patrimonio di 13 milioni di euro. «Funziona così da almeno trent’anni, se volevi lavorare non potevi sottrarti a quel meccanismo». «… le cose andavano in questo modo …sia i titolari e i dipendenti delle agenzie di pompe che il personale degli ospedali Maggiore e Sant’Orsola, hanno confermato l’esistenza di un diffuso sistema corruttivo per accaparrarsi i funerali».

Purtroppo nessuno tra i responsabili dirigenti tecnici e/o politici (o tra manager e operatori) aveva notato nulla: «A quanto si è saputo il traffico intorno all’accaparramento dei funerali andava avanti da un decennio. Un cartello che controllava tutto, come eravamo abituati a vedere solo in Gomorra, un fiume di denaro in nero che non si sa dove andasse a finire. E non stiamo parlando di qualche piccolo ospedale di periferia, ma dei due nosocomi d’eccellenza della città, il Maggiore e il Sant’Orsola. È curioso, a questo proposito, l’atteggiamento delle istituzioni, tutte pronte a chiamarsi fuori: io non c’entro, non è roba mia, siamo estranei a tutto. (…)  Quel che appare incredibile è che nessuno, per tanti anni, si sia accorto di quanto stava accadendo sotto i suoi occhi. Tra le tante dichiarazioni di scarico di responsabilità ascoltate in questi giorni è mancata quella che sarebbe sembrata la più adeguata: io non c’ero, e se c’ero dormivo.» (Aldo Balzanelli – la Repubblica Bologna)

E con gli esempi si potrebbe continuare a lungo.

Un saggio di  Alessandro Baricco pubblicato su Repubblica l’11 gennaio 2019 (E ora le élite si mettano in gioco) ha aperto un opportuno (forse un po’ tardivo) dibattito sul tema delle classi dirigenti. La tesi di Baricco si può sintetizzare così:  «È andato in pezzi un certo patto tra le élites e la gente, (…) le élites hanno fallito e se ne devono andare (…)  è saltato quel tacito patto (…) che descriverei così: la gente concede alle élites dei privilegi e perfino una sorta di sfumata impunità, e le élites si prendono la responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere. Tradotto in termini molto pratici descrive una comunità in cui le élites lavorano per un mondo migliore e la gente crede ai medici, rispetta gli insegnanti dei figli, si fida dei numeri dati dagli economisti, sta ad ascoltare i giornalisti e volendo crede ai preti. Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più.»

Il problema è che – oltre ad essere in ritardo di almeno vent’anni – i termini del dibattito sembrano davvero malposti. Un primo dubbio  è stato opportunamente sollevato da Michele Serra nella sua Amaca del 16 gennaio scorso: «Prima di prendere parte al dibattito “popolo versus élite”, sollevato dal denso intervento di Baricco su Repubblica, avrei bisogno di un chiarimento. Anzi, più che di un chiarimento si tratta di una pre-condizione. Senza la quale sono i termini di partenza del dibattito che mi sfuggono; figuratevi dunque le sue conclusioni». Che cosa si intende quando si parla di élites da una parte, di “gente” e di “popolo” dall’altra? Chi è che appartiene all’una e chi invece all’altra categoria? Sono domande strutturali, perché «Se la risposta dovesse essere, come io penso, che tanto la qualifica di “popolo” quanto quella di “élite” sono banalizzazioni (nella migliore delle ipotesi) o contraffazioni ideologiche (nella peggiore), questo dibattito andrebbe ripensato daccapo».

La realtà quotidiana dimostra che non esistono  rilevanti differenze, dal punto di vista etico e morale (onestà, correttezza, responsabilità, altruismo, ecc.), tra i comportamenti della cosiddetta “élite” e quelli della cosiddetta “gente”. Da questo punto di vista noi italiani siamo un “popolo” davvero compatto. «Il punto è, invece, come debbano avvenire la genesi e il ricambio dell’élite. Senza considerare la qualità della minoranza dominante e senza quell’unico ammissibile giudizio che può nascere solo dalla valutazione del rapporto tra processo di selezione sociale e capacità naturali, ogni discorso su massa ed élite è vano», scrive Silvia Ronchey. «Se guardiamo con occhio altrettanto distaccato alla democrazia attuale dell’Italia, vediamo che il disagio delle sue masse nasce da un incepparsi, ormai tanto durevole da potersi definire storico, del meccanismo di ricambio delle élite. Non è di oggi l’impossibilità di un reclutamento trasparente nei quadri delle docenze scolastiche e universitarie, che assicurano il primo filtro di selezione dell’élite.

Non è di oggi l’accesso a posizioni di potere suggerito, come nel mondo feudale, da privilegi di clan quando non di sangue. Impasse logiche e ideologiche, familismi, settarismi, lobbismi partitici e automatismi clientelari, quando non criminali, hanno sempre più, nel corso dei decenni, a partire almeno dalla Guerra Fredda, impedito l’accesso egualitario a quelle risorse il cui possesso definisce un’élite — di denari o di saperi, di funzioni o di onori o semplicemente di presenza e influenza». (Silvia Ronchey – la Repubblica 21 gennaio 2019)

Il problema  è che cambiare una élite corrotta con rappresentanti di un popolo altrettanto corrotto non porta di certo molto lontano. Si critica dall’esterno, ma il desiderio inespresso sembra essere quello di entrare finalmente a farne parte, piuttosto che migliorarla dall’interno.

A proposito dell “classi dirigenti”, scriveva invece Lev Tolstoj: «Giudicando in base a questi rapporti necessariamente inesatti, Napoleone impartiva le sue disposizioni che, o erano già state messe in atto prima che egli le impartisse o non potevano essere e non venivano eseguite. I marescialli e i generali, che si trovavano a più breve distanza dal campo di battaglia, ma che, come Napoleone, non partecipavano alla battaglia stessa e solo di tanto in tanto si inoltravano sotto il fuoco delle palle, senza consultare Napoleone, davano le loro disposizioni e impartivano i loro ordini, sia su dove e da dove sparare, sia dove dovesse galoppare la cavalleria e dove correre la fanteria. Ma anche le loro disposizioni, esattamente come quelle di Napoleone, venivano eseguite in minima parte e raramente. Per lo più accadeva il contrario di quanto essi avevano ordinato». Così, in Guerra e pace, Lev Tolstoj descrive la battaglia di Borodino.

Senza esserne consapevoli (nella migliore delle ipotesi) o forse sì (nella peggiore), le nostre classi dirigenti – le cosiddette elites – si sono comportate allo stesso modo, con la differenza che in questo caso non si è visto nessun Napoleone.  Di fronte alla «presa d’atto della crisi, percepita come irrimediabile, dei tre pilastri sui quali l’Occidente aveva realizzato la sua ricostruzione politica postbellica: a) la crisi religiosa del cristianesimo in progressiva ritirata di fronte all’offensiva della secolarizzazione; b) la crisi del Welfare State, cioè della redistribuzione del reddito nazionale pietra angolare della mediazione sociale praticata da parte di tutte le forze di governo a cominciare da quelle socialdemocratiche; c) la crisi dello Stato nazionale messo nell’angolo dal multiforme internazionalismo egemone sulla scena mondiale.

Di fronte a tale crisi, che in sostanza era la crisi dell’intero universo politico che le aveva viste protagoniste per oltre mezzo secolo, le élite occidentali abbracciano una nuova prospettiva: la globalizzazione. E con essa fanno propri i suoi presupposti ideologici: a) il liberismo e una piena fiducia nei meccanismi del mercato, b) un individualismo di fondo, c) la presunta insignificanza storico-culturale dei confini nazionali e la necessità del loro superamento. Ma naturalmente per mantenere il consenso su cui si reggono esse non possono sottrarsi dal promettere alle rispettive opinioni pubbliche che comunque la svolta alle porte non solo vedrà la continuazione dello sviluppo economico e dell’aumento dei redditi precedenti, ma significherà anche un’espansione mondiale della libertà e della democrazia (la disintegrazione del blocco comunista appena avvenuta, la prima guerra del Golfo, la rivolta di piazza Tien An Men a Pechino non stanno forse lì a dimostrarlo?).

 La storia degli ultimi dieci anni è la storia del fallimento di tali promesse». (Ernesto Galli della LoggiaCorriere della Sera, 9 gennaio 2019). La realtà è che queste indegne “classi dirigenti” non hanno affatto diretto gli eventi, al contrario li hanno subiti fingendo di dirigerli; al tempo stesso hanno fatto di tutto per accaparrarsi e difendere ogni privilegio connesso alle rendite di posizione nell’immediato, senza metter in campo un credibile progetto di futuro. Risultato: «Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l’Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il rapporto evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere». (sky tg24.it)

Qualcuno se n’era forse accorto? Nessuno, ovvio. La testa sotto la sabbia, come gli struzzi. E la risposta è sempre la stessa: “Io non c’ero, e se c’ero dormivo…“.

Il problema è culturale e ci riguarda tutti. È su questo livello che bisogna agire da subito per poi ottenere risultati apprezzabili nei tempi medio-lunghi. Proprio quelli che non interessano alle nostre “élite”. Per il momento non ci resta dunque che Johnny il Bassotto.

Sopra il video di Johnny il Bassotto: una vignetta di Makkox (Marco Dambrosio) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Finalmente Natale

UNO. «Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine.»

È l’incipit di Le correzioni, terzo romanzo di Jonathan Franzen, dove si racconta la storia della famiglia Lambert, composta da Enid, Alfred e i i loro figli Chip, Denise e Gary. Enid Lambert (la madre), delusa dal matrimonio («Enid scelse di credere alla promessa dell’apparenza. Da allora per lei vivere significò aspettare che Alfred cambiasse personalità»), e alla ricerca di un piacere illusorio su cui proiettare la propria felicità (Le sembrava che lei e Al fossero le uniche persone intelligenti della sua generazione a non essersi arricchite), si è imposta un obiettivo: riunire per un “ultimo” grande Natale tutta la famiglia. Questo desiderio per lei è un’ossessione. Perché Enid, nell’osservare la realtà, non può esimersi dall’applicare “correzioni”: ha infatti la presunzione di aver capito “cos’è che non funziona”, e perché le cose “vanno così male”.  Quindi il suo scopo è correggerle, le cose, nella perpetua illusione che il proprio mondo piccolo borghese sia quello giusto. Naturalmente anche Alfred (il padre) ha le sue correzioni da imporre [«Alfred temette che la “realtà” assediata per cui si era battuto non fosse la realtà (…) che tutto fosse relativo], solo che è ammalato e bisognoso di assistenza. Anche gli altri hanno correzioni da imporre. Quasi tutti, lo sappiamo bene…

Dalle note di copertina del libro: «Enid e Alfred Lambert trascinano le giornate accumulando oggetti, ricordi, delusioni e frustrazioni del loro matrimonio: l’uno in preda ai sintomi di un Parkinson che preferisce ignorare, l’altra con il desiderio, ormai diventato scopo di vita, di radunare per un «ultimo» Natale i tre figli allevati secondo le regole e i valori dell’America del dopoguerra, attenti a «correggere» ogni deviazione dal «giusto». (…) Impossibile non riconoscere che i Lambert siamo noi: in un momento della nostra vita, in qualsiasi luogo del primo mondo».

(…) Molto spesso Gary aveva la sensazione che ci fosse qualcosa di sgradevole che la sua famiglia voleva dimenticare, qualcosa che solo lui insisteva a ricordare; qualcosa che richiedeva soltanto il suo assenso, la sua approvazione, per poter essere dimenticato.

È ovvio, i Lambert siamo noi; e le nostre famiglie sono la famiglia Lambert.

DUE. A proposito di famiglie: Roma è un film del 2018 scritto e diretto da Alfonso Cuarón, vincitore del Leone d’oro alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La pellicola segue le vicende di una famiglia messicana a Città del Messico negli anni settanta.

Cleo è una giovane domestica di etnia mixteca che lavora presso una famiglia borghese del quartiere ROMA di Città del Messico. Il suo compito è quello di accudire i quattro bambini della famiglia, di lavare e cucinare. Cleo esegue il suo compito con amore e dedizione e sente per i fanciulli che gli sono affidati un vero affetto. Nel frattempo la famiglia si sfalda e nel Paese le rivolte diventano violente. «Era lei che volevo raccontare. La Cleo del film è la mia Limo, la mia baby sitter, la mia seconda madre. Che fosse donna, indigena e povera ne sono diventato consapevole dopo. È come con tua madre. Che sia una donna te ne rendi conto dopo: quando sei bambino lei è tua mamma e basta”». Le attrici/non attrici si chiamano Yalitza Aparicio e Nancy Garcia.

«A Venezia Alfonso Cuaron, raccontava come Roma sia la sua storia.  Sullo schermo vedi quattro ragazzini crescere con mamma, papà che se ne andrà, nonna e due domestiche che parlano una lingua tutta loro. Vedi i ragazzini che giocano con la pista delle macchinine che nei primi Anni 70 ci regalavano per Natale e che, tanto era più grande, tanto finiva per occupare tutta la stanza e tu in mezzo ci mettevi il bicchierone del latte… Dice il regista di Roma“Io sono tutti e quattro loro, anche un po’ la sorella maggiore. Poi c’è quello più creativo che forse mi somiglia. Ma io volevo raccontare come davvero sono cresciuto in una famiglia di donne. A un certo punto la madre dice a Cleo “siamo destinate a essere sole”. Sole come possono esserlo i guerrieri più coraggiosi, quelli che già ‘sanno’ perché sanno leggere la vita come noi maschi spesso non riusciamo». (da amica.it)

TRE. Velluto blu (Blue Velvet) è un film del 1986 scritto e diretto da David Lynch. Il titolo originale è tratto dall’omonima canzone di Bobby Vinton, cantata nel film da Isabella Rossellini in un locale notturno, lo Slow Club. Il film narra la storia di Jeffrey Beaumont, un giovane studente che, indagando personalmente su un macabro ritrovamento, scopre che nella sua cittadina esiste un ignobile mondo sotterraneo fatto di violenza, sesso, traffico di droghe e polizia corrotta. (da Wikipedia) Il mondo sotterraneo non è solo quello dei cosiddetti”fuorilegge”, ma anche quello nascosto dietro il sorriso perbenista di chi preferisce non vedere, da chi sceglie di non accorgersi di nulla. Oppure da chi proprio non ci riesce. È composto da coloro che scelgono di non scegliere, che scelgono di adeguarsi e dimenticare.

Ma c’è anche chi dice no: “…Ballard era specializzato nel prendere ciò che sembra “naturale” – ciò che sembra normale, familiare e razionale – e smascherarne la psicopatologia. Come è stato osservato molte volte, anche dall’autore stesso, il talento per lo straniamento del quotidiano era, in parte, frutto della sua insolita biografia: «Una delle cose che ho imparato dalle mie esperienze in tempo di guerra è stata che la realtà era come una scenografia teatrale […] la comoda vita di tutti i giorni, la scuola, la casa dove si abita e tutto il resto […] poteva essere smantellato dalla sera alla mattina» (…)

Pensate a quella famosa inquadratura di Velluto blu di David Lynch, in cui la macchina da presa si intrufola sotto il curatissimo praticello suburbano rivelando lo scenario brulicante e distopico che vi si annida dentro [vedi video sopra, N.d.R.] L’intenzione di Ballard è simile, ma più provocatoria. In Ballard la distopia non è nascosta sotto un bel niente. (…) Nel caso delle auto, siamo sempre incoraggiati a credere che ci sia una convergenza naturale fra accoppiate irrazionali di concetti come la velocità e l’autostima, o gli interni in pelle e la felicità in famiglia. Ballard insiste su una serie di convergenze del tutto diverse, di quelle che preferiremmo tenere nascoste e ignorare.” (Zadie SmithFeel free –  Edizioni SUR, 2018)

Ma sbirciare nel vaso di Pandora – anche senza scoperchiarlo – non è uno scherzo, e può costare molto caro.

CONCLUDENDO: «Una ricerca Coop-Nomisma mette in luce che un Paese litigioso e diviso quasi su tutto si ricompatta intorno alla festa più attesa. E non sente lo stress da regali perché adora farli. I più richiesti? I buoni sentimenti. Natale, la grande medicina. La festa più attesa è come un balsamo sulle ferite di un’Italia divisa e litigiosa, «senza grandi passioni», commenta Albinio Russo, responsabile dell’ufficio Studi Coop che con Nomisma ha realizzato la ricerca Il Natale che verrà, «ma che ha un grande bisogno di pace e di tranquillità».(Aurelio Magistà – la Repubblica 21 dicembre 2018)

Prudenza, quindi: “In questo Natale 2018 in cui, secondo il Censis, la parola dell’anno è «cattiveria», pranzi e cene del 24 e 25 dicembre sono a rischio di «olocausto nucleare» più di quanto Vladimir Putin tema nuovi missili in Polonia o nei Paesi Baltici. Il desco natalizio era già di suo, e ancora di più da quando proliferano le famiglie allargate, il luogo e il momento in cui precipitano dissapori e odi incrociati sopiti per un anno intero. Ci si ritrova a tavola con parenti evitati per mesi, ex mogli, nuovi partner degli ex consorti, figli di provenienze disparate, suoceri ed ex suoceri. Ciascuno ha un suo motivo di scontento. Ogni sguardo può far deflagrare un conflitto.Per giungere incolumi a Santo Stefano, è raccomandabile sorvegliare la conversazione. Spiega l’esperta di galateo Laura Pranzetti Lombardini: «Gli argomenti da evitare assolutamente sono tre: religione, calcio e politica. (…)

«Bisogna evitare ogni argomento che può potenzialmente innescare tensione», raccomanda l’esperta. Se proprio si arriva a discutere della rabbia che imperversa, si dirotti in fretta sui gilet gialli francesi, da cui si può facilmente virare discettando di se all’Eliseo comandi Macron o Brigitte e di come sia possibile spendere 500mila euro per un servizio di piatti. Da qui si va facile al genio di Michel Houellebecq, che ha visto lontano, raccontando in Serotonina l’astio verso le élite e il politicamente corretto che erano prossimi a esplodere. «Parlare di libri e cinema è sempre auspicabile», assicura la specialista in etichetta. L’autobiografia di Michelle Obama è ad atterraggio morbido: è davvero il preludio a una candidatura alla Casa Bianca? Finirà come in House of Cards con Claire Underwood? Avete visto gli stivaloni dorati con cui ha oscurato Sarah Jessica Parker? Sono perfette, inutili chiacchiere da cappone e panettone. Bello il passaggio del libro in cui Michelle e Barack s’incontrano la prima volta, lei è la sua tutor, lui il suo stagista, lei si aspetta sia un pirla e invece è amore.

Poi, inevitabile, si finisce sul leggero. Tornano insieme Al Bano e Romina? Era una bufala su contratto la love story fra Asia Argento e Fabrizio Corona? A voi piace il nuovo fidanzato di Monica Bellucci? Con l’arrivo di questo Nicolas Lefebvre torneranno di moda i capelloni? Finirà così, che per non litigare, si parlerà di niente. Sempre meglio che respirare solo silenzi pesanti. “(Candida Morvillo – Corriere della Sera, 22 dicembre 2018)

Citiamo dalla “informazione pubblicitaria” di un noto marchio della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) attualmente diffusa sulla stampa nazionale:

«È Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese». (Charles Bukovski)

E se lo dicono pure loro,  buon Natale a tutti!  E che per un anno non se ne parli più. 

In testata: Paul Klee: “Angelo smemorato“, 1939 – Nell’immagine centrale: una scena da «La cena di Natale» (2016) diretto da Marco Ponti – Il brano Merry Christmas (I Don’t Want to Fight Tonight) dei Ramones è contenuto nell’album Brain Drain (1989) – Il brano “Tinsel and Lights” di Tracey Thorne è tratto dall’album omonimo (2012) L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Creatività o ripiegamento

UNO. Giuseppe Pontiggia scrive: «…la prospettiva oggi dominante, quella della “creatività”, la trovo un po’ fatua, un po’ futile. Sposta l’accento, insomma, dall’oggetto al soggetto, sposta l’attenzione dalla cosa a colui che la fa. (…) Io non penso che sia importante la creatività come capacità di inventare, escogitare trovate, soluzioni brillanti. […] L’importante non è la capacità un po’ fine a se stessa, narcisistica, di cui uno si può compiacere, perché effettivamente dà una sensazione di leggerezza, di levità, appunto, di inventività; di cui non nego in un certo senso il piacere, però l’importante è la cosa che si fa, è l’oggetto a cui si dà vita. Non spostare l’attenzione su chi crea, ma sull’oggetto che è il frutto del suo lavoro. Questo lavoro, tra l’altro, può essere pagato a prezzo durissimo. (…)

L’atteggiamento che suggerirei è quello di una concentrazione  fiduciosa su se stessi, nel senso di attingere a se stessi per arrivare a dire quello che solamente chi scrive può dire. Un’altra cosa, che si collega a questa, è che l’originalità non va cercata, secondo me, in modi artificiosi, forati, voluti. Dev’essere il frutto spontaneo di un lavoro serio. Quando uno lavora con continuità, con precisione, con accanimento, alla fine non potrà che esprimere una personalità individuale. Non deve porselo come obiettivo a tutti i costi;…» Giuseppe Pontiggia: Conversazioni sullo scrivere –  Belleville Editore, 2016

DUE. «Helen è una persona essenziale per il quartiere. Il motivo per cui è essenziale lo riassumerei così: “Dà alla gente quello che la gente non sa di di volere”. Una categoria importante. Ben diversa dal concetto reso popolare da Rupert Murdoch: “Dare alla gente quello che vuole”. Ormai la versione  murdochiana di ci che è bene per la società la conosciamo tutti: ci viene imposta da trent’anni. La versione di Helen è diversa, e viene necessariamente applicata su scala minore. Helen dà agli abitanti di Willesden quello che non sapevano di volere. Libri intelligenti, libri strani, libri sul paese da cui provengono, o su quello in cui si trovano. Libri per bambini con dentro bambini che assomigliano almeno un poco ai bambini che li stanno leggendo. Libri militanti. Libri classici. Libri strampalati. Helen legge tantissimo, sa dare consigli. Se siete fortunati, avete anche voi una Helen in una libreria dalle vostre parti e capite di cosa sto parlando. (…)

A mio parere, un vero “Creativo” non dovrebbe accontentarsi di soddisfare un domanda preesistente, ma dovrebbe modificare  la nostra idea di ciò che desideriamo. Un’opera d’arte forma il pubblico che le è necessario, crea un gusto per sé stessa. In questo senso, al cuore della creatività si trova un rifiuto. Perché un’opera veramente creativa evita sempre di vedere il mondo come lo vedono gli altri, come viene generalmente descritto. Rifiuta le opinioni convenzionali e generiche: “rinnova”.

(…) …c’è una cosa molto importante che l’era digitale può insegnare ai giovani Creativi: la mancanza di sentimentalismo. La passione per il nuovo. La tecnologia è fondamentalmente priva di nostalgia, e i giovani che vogliono essere creativi farebbero bene a a coltivare questo istinto. Nella mia esperienza di artista, lottare contro la nostalgia è un lavoro a tempo pieno.

(…) E se la cosa più creativa da fare in questo momento fosse rifiutare? Dimostrarci scontenti di introdurre le nostre energie nel meccanismo ben oliato dell’ordine attuale? Immaginare un mondo diverso appare oggi come un dovere creativo, e dovunque si guardi sembra prendere piede un principio di rifiuto». (Zadie Smith: Feel free –  Edizioni SUR, 2018)

TRE. «La democrazia si basa sul principio di Abramo Lincoln secondo cui “potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo”. Se un governo è corrotto e fallisce nel migliorare le vite dei cittadini, una quantità sufficiente di cittadini alla fine se ne renderà conto e lo farà cadere. Ma il controllo governativo dei media mette in crisi la logica di Lincoln, poiché impedisce ai cittadini di comprendere la verità. Grazie al suo monopolio sui media, l’oligarchia al potere può costantemente rimproverare gli altri di tutti i suoi fallimenti  deviare l’attenzione verso minacce esterne, reali o immaginarie che siano.

Quando vivete sotto un’oligarchia del genere, c’è sempre qualche crisi o altro evento che diventa prioritario rispetto a questioni noiose come l’assistenza sanitaria e l’inquinamento. Se la nazione sta affrontando un’invasione da parte dei nemici esterni o un diabolico tentativo di sovversione dall’interno, chi ha il tempo di preoccuparsi dell’affollamento delle strutture sanitarie e dei fiumi inquinati? Producendo un flusso continuo di crisi, un’oligarchia corrotta può prolungare il suo dominio all’infinito. (…)

La ricerca si concentra su sullo sviluppo delle nostre abilità in particolare alle esigenze immediate del sistema economico e politico, piuttosto che di quelle legate alle nostre esigenze di lungo termine come esseri consapevoli (…) In questo gli esseri umani sono simili a tanti animali domestici. Abbiamo allevato docili mucche che producono notevoli quantità di latte, ma per il resto sono di gran lunga inferiori alle loro antenate selvatiche. Sono meno agili, meno curiose e meno intraprendenti. Stiamo creando esseri umani mansueti, che producono enormi quantità di dati e funzionano come chip molto efficienti in una gigantesca rete di calcolo, ma queste mucche-da- dati non sono capaci di coltivare il loro potenziale umano. Infatti non abbiamo idea di quale sia il massimo potenziale del nostro cervello, perché sappiamo così poco della mente. (…)

Nel XXI secolo le nazioni si trovano nella stessa situazione delle antiche tribù: hanno cessato di essere la giusta struttura per gestire le sfide più impegnative di questa epoca. Abbiamo bisogno di una nuova identità globale, perché le istituzioni nazionali non sono in grado di affrontare e risolvere una serie di situazioni difficili mai verificatesi prima. Ora abbiamo un’ecologia globale, un’economia globale e una scienza globale – ma siamo ancora bloccati con le sole politiche nazionali. Questa disparità impedisce al sistema politico di contrastare con efficacia i nostri problemi principali. Per avere politiche adeguate dobbiamo o de-globalizzare l’ecologia, l’economia e il progresso della scienza – oppure dobbiamo globalizzare la politica». (Yuval Noah Harari: 21 lezioni per il XXI secolo – Bompiani, 2018)

Concludendo. «Il potere economico-finanziario ha  da tempo preso il sopravvento su quello politico. Con il crollo del Muro di Berlino e la caduta del modello sovietico, all’economia di mercato si aprirono spazi enormi. Proprio l’esito incruento del conflitto Est-Ovest evidenziava il ruolo decisivo assunto dall’economia nelle società moderne e imponeva la priorità, il primato dei temi economici nelle scelte dei governi. Nell’89 le forze economiche acquistarono un’influenza decisiva. Ottennero, per così dire, un via libera nel determinare gli orientamenti delle amministrazioni, sostituendosi ai governi. Si verificò quasi una delega da parte dei governi ai manager delle maggiori corporationi. Il capitalismo, si è così trasformato in «turbocapitalismo» o «globalizzazione selvaggia». L’esito disastroso del capitalismo selvaggio si è manifestato con il collasso della Lehman Brothers nel 2008 e, a cascata, con la crisi che ne è derivata. Ne è stato investito tutto il mondo. Ma i Paesi occidentali ne hanno risentito più di altri. 

L’allarme si aggrava in ragione degli effetti corrosivi che la crisi ha prodotto nelle democrazie occidentali, con veri e propri sconvolgimenti che si stanno producendo nella società. Nel ventennio 1989-2008 è emersa non solo una mutazione genetica del modello economico, ma anche una concezione distorta dell’impresa, basata sulla ricerca esasperata dei profitti. Funzionale alla ricerca smodata dei profitti è stato il processo incontrollato di finanziarizzazione: nella sola area euro, le risorse finanziarie raccolte dal settore privato aumentarono dal 160% del Pil nel 1996 al 240% nel 2007. Nel frattempo si è bloccata la mobilità sociale e si sono radicalizzate le disuguaglianze. Di conseguenza oggi assistiamo alla rivolta delle popolazioni contro le élites a cui avevano affidato il compito di rappresentarle. Si stanno imponendo ideologie e governi di stampo sovranista che contrastano la globalizzazione in nome di un principio: privilegiare gli interessi nazionali o delle aree economiche e politiche a cui appartengono.

Ma fronteggiare da soli i problemi è puro velleitarismo. La globalizzazione, ci piaccia o meno,  è un fenomeno irreversibile, anche per effetto delle applicazioni tecnologiche. L’occidente ha perso la capacità di visione che dimostrarono gli Stati Uniti e i padri fondatori dell’Unione Europea alla fine della seconda guerra mondiale: cioè quell’intelligenza creativa, quella genialità di progettare il futuro, da cui sono nate le grandi realizzazioni della storia occidentale. Il male più insidioso che mina il tessuto sociale dei nostri Paesi è l’egoismo dell’hic et nunc; l’illusione del presente: ciò che conta è la velocità con cui si ottengono risultati e beni materiali. 

La sparizione di ideali e progetti collettivi, cioè politici e sociali, ha prodotto un ripiegamento nella sfera degli interessi individuali e privati. Se l’occidente non ritroverà lo spirito creativo di un tempo, verrà emarginato. Se invece ritroverà quello spirito tutto sarà ancora possibile». (Giovanni Bazoli – dalla Lectio Cathedrae Magistralis della facoltà di Scienze politiche e sociali dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, 4 dicembre 2018 – Corriere della Sera, 8 dicembre 2018)

Nella seconda immagine dall’alto: ritratto di Salvador Dalì (1904- 1989) – Nell’immagine qui sopra: il murales di BanksyDreams” –   L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il buono pasto

1. La ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs) è un film a episodi del 2018 scritto e diretto dai fratelli Coen, con protagonisti Tim Blake NelsonLiam NeesonJames FrancoZoe KazanTyne Daly e Tom Waits.  Il film illustra sei storie appartenenti al libro La ballata di Buster Scruggs e altre storie della frontiera americana. Mentre una mano sfoglia le pagine, troveremo delle immagini a colori che introdurranno ognuno dei sei capitoli e che rappresenteranno un episodio degli stessi. (da Wikipedia)

Il terzo episodio di questo straordinario film si intitola “Meal ticket“, che tradotto letteralmente significa “Buono pasto”; per estensione: “la pagnotta”. Esso  tratta di un impresario che viaggia di città in città con il suo carro per presentare lo spettacolo  “Il tordo senza ali”, un monologo – ispirato e profondo – di un giovane ragazzo inglese, di nome Harrison, mutilato sia di gambe che di braccia. Alla fine l’impresario chiede un’offerta sfruttando la situazione tragica del ragazzo, che così riesce comunque a sopravvivere.

Una sera l’impresario inizia girare per la città, preoccupato per il continuo  calo di spettatori; d’improvviso nota una piccola folla attirata dallo spettacolo costituito da una”gallina intelligente” che esegue operazioni matematiche di base indicando con il becco il risultato delle operazioni. Decide così di comprare il pollo. Provvisto di sacchi di mangime riprende quindi il suo viaggio. Un giorno però si ferma su un ponte e butta una grossa pietra nel fiume sottostante, come per sondarne la profondità. Nella scena finale, l’unico passeggero rimasto all’interno del carro è la “gallina intelligente”. La svolta “artistica” dell’impresario è davvero drastica, e ormai irreversibile.

2. “Se sei stanco della vita vai al cinema, se hai troppi pensieri vai al cinema…”. Così recitava, ai tempi della Grande Depressione economica, lo slogan di uno Studio hollywoodiano. Passano i decenni e le crisi si susseguono, però la logica rimane la stessa: in sala, i più premiati sono i film scacciapensieri in tutte le loro declinazioni. Lo conferma, ancora una volta, l’edizione delle Giornate Professionali del cinema (in corso a Sorrento) con il Premio Biglietto d’Oro, assegnato dagli esercenti italiani ai money- maker della stagione. La classifica dei film che, secondo Cinetel, hanno staccato più biglietti tra dicembre 2017 e novembre di quest’anno non lascia dubbi. In testa ci sono tre blockbuster di produzione americana: Avengers: Infinity war, Assassinio sull’Orient ExpressStar Wars: gli ultimi jedi. (…)

Cambia la forma, ma non la sostanza, se si passa alla triade di film italiani più visti della stagione, i cui registi e attori saranno premiati domani all’Hilton di Sorrento con le “Chiavi d’oro del successo”. Secondo la più consolidata tradizione autarchica sono tutte commedie: a conferma della predilezione per il genere “leggero” dello spettatore, che sa di potervi trovare la sospirata evasione dal quotidiano. I tre titoli italiani leader al botteghino sono Come un gatto in tangenziale, A casa tutti bene e Benedetta follia. Con la parziale eccezione del film di Gabriele Muccino, dal retrosapore amaro (ma anche con una pletora di facce note per attrarre il pubblico), gli altri due hanno soggetti in fondo simili che accarezzano lo spettatore nel verso del pelo mostrandogli come gli opposti (due uomini maturi e disillusi: Albanese e Verdone; due donne più giovani e “coatte”: Cortellesi e Pastorelli) s’incontrino e, alla fine, si capiscano. Per i film delle Rohrwacher, dei Garrone, dei De Angelis bisognerà aspettare altre stagioni.” (Roberto Nepoti – la Repubblica 4 dicembre 2018)

3. «In questa continua ed universale frivolezza di tutte le pubbliche e private radunanze, dove ognuno cerca l’altrui compagnia per fuggire se stesso e liberarsi  da un grave peso di noia, se voi poteste per mezzo a’ piaceri mescere qualche util vero, e qualche buon concetto, porreste nelle menti un poco di serio e di pensoso, che le disporrebbe a divenir buone per qualche cosa.» (Madame de Stäel – Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni – «Biblioteca italiana», gennaio 1816)

4. «Però quando sento lodare il lieto fine, oppure sento criticare un racconto perché si conclude in modo negativo – non voglio fare illazioni sui rapporti tra racconto e vita ecc. – dico solo che in generale gli uomini non credono molto al lieto fine. Quando compaiono i titoli di coda in un film che si conclude positivamente, la metà degli spettatori si è già alzata: non ci crede affatto. Fino a quel momento ha partecipato alla tragedia, al dramma. Così le telenovelas: quando uno capisce che c’è il lieto fine, spegne il televisore, non vuole neanche vederlo, non ci crede. In realtà è una convenzione che è più immaginaria, anche agli occhi di coloro che la chiedono, che reale. Cioè quello in cui si crede è la difficoltà, l’angoscia, l’incertezza; e sono anche, naturalmente, squarci di felicità, ma la vita non abbiamo molto bisogno di illustrarla.

Anche I promessi sposi sono una storia terribile, terrificante di violenze, di sopraffazioni, di angosce, di omicidi, di stupri. È una storia tremenda. Il finale, oltretutto, è un lieto fine? Manzoni comincia col dire che i paesani di Lucia si stupivano che si fosse creata una tale tragedia per una donna che, in fondo, non meritava tanto riguardo, tanta attenzione. Manzoni parla della separazione della coppia per l’inevitabile fine che li dividerà. quindi, a quelli che hanno sempre in mente che le cose nell’arte debbano concludersi positivamente, vorrei dire che sono i primi loro in generale a non credere. Io penso che anche il linguaggio della fiabe lo confermi. «E vissero felici e contenti». «Felici» è la felicità» piena dell’amore; «contenti», già si accontentano. E dopo sei mesi cosa c’è? Ci sarà il divorzio, forse, non so». (Giuseppe Pontiggia,  Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere  Belleville Editore, 2016)

Concludendo. Abbiamo tutti un’oggettiva necessità del nostro “buono pasto” quotidiano. Resta il fatto che, alla lunga, gli spettacoli delle “galline intelligenti” diventano noiosi e ripetitivi. Per non dire indegni e volgari.  Oltre la frivolezza, ci piacerebbe ogni tanto  veder anche mescere qualche util vero, e qualche buon concetto”. Giusto per non diventare polli a nostra volta, e per giunta d’allevamento.

Sopra: Raffaello Sanzio: La scuola d’Atene, affresco, 1509-1511 circa (particolare)  – Musei Vaticani, Città del Vaticano –  Il brano “Canzone contro la paura” di  Brunori Sas è tratto dall’album “A casa tutto bene (2017) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)