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Turisti e viaggiatori

 

(SAREBBE ANCHE UN POSTO CARINO SE SOLO NON CI FOSSERO TUTTI QUESTI SCHIFOSI TURISTI!)

Pensando al tema del “viaggio”, un autore che viene subito in mente, coi suoi racconti di terre sconfinate e lontane, è lo scrittore e viaggiatore britannico Bruce Chatwin (1940- 1989), secondo il quale «Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma» (da Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi, 1996)

Chatwin, «… temendo di ammalarsi agli occhi – ha rischiato addirittura la cecità -, ha presto deciso di staccarsi da una ricerca “privata” del bello, per dedicarsi a più vasti orizzonti. Ha avuto così inizio un vero e proprio “elogio al vagabondare” che, per il primo viaggio, lo ha portato in Sudan. In seguito si è recato in Marocco, Afghanistan, Patagonia, Himalaya e Australia.

Proprio grazie a questo suo continuo errare, Chatwin ha potuto dare libero sfogo ad un animo inquieto e al desiderio di scrivere a proposito del mondo. La seguente frase diventerà il suo mantra: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”». (da L’undici.it)

Un’altra grande viaggiatrice è stata Alexandra David-Néel, la quale ha scritto: «Non esiste, credo, fonte di giovinezza più efficace della combinazione di queste due cose: viaggio e attività intellettuale». Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi di grandi viaggiatori e/o turisti e/o scrittori. Purtroppo o per fortuna, e comunque la si pensi, di fatto  il turismo è ormai divenuta la più importante industria di questo nuovo secolo.

Scrive infatti Marco d’Eramo, che «Tra il 1950 e il 1992 il turismo internazionale, misurato in numero di arrivi, crebbe a un ritmo annuo del 7,2%. Nel decennio 1980-1990 le entrate del turismo internazionale crebbero al ritmo annuo del 9,2%, ben oltre il tasso di crescita del commercio mondiale nel suo insieme.”32 “Nel 1951 la Grecia fu visitata solo da cinquantamila turisti; dieci anni dopo erano saliti a mezzo milione e nel 1981 a cinque milioni e mezzo”, 33 e nel 2015 – si potrebbe aggiungere – erano 23,1 milioni.

Complessivamente, i viaggiatori internazionali erano 25,3 milioni nel 1950; 69,3 nel 1960; 158,7 milioni nel 1970; 204 milioni nel 1980; 425 milioni nel 1990; 753 milioni nel 2000; 946 milioni nel 2010; un miliardo 186 milioni nel 2015 (dati della World Tourism Organization). Come si vede, nei primi venti anni il numero di arrivi raddoppiava ogni decennio, mentre complessivamente negli ultimi 63 anni il numero dei viaggiatori si è moltiplicato per 50! (Nel decennio 2000-2010 la crescita è stata “solo” del 25% a causa di due eventi eccezionali: prima l’11 settembre 2001 e poi la grande crisi economica del 2007-2008.)”

“Con i voli low cost, il turismo si è globalizzato: mentre nel 1950 le prime 15 destinazioni assorbivano il 98% degli arrivi turistici internazionali, nel 1970 la proporzione era del 75%, per scendere al 57% nel 2007. E che il turismo sia ormai globale non c’è dubbio: un miliardo e 138 milioni di arrivi l’anno significa che un umano su sette compie viaggi internazionali: una marea mostruosa, un’orda di cui a ognuno di noi tocca far parte. Se si contassero poi i viaggi del turismo interno (di solito per valutare il numero di turisti domestici si moltiplica per 4 quello dei turisti internazionali), si avrebbe l’immagine di tutta un’umanità in perenne, inesausto viavai». (da “Il selfie del mondo: Indagine sull’età del turismo” di Marco d’Eramo – Feltrinelli, 2017)

Aggiunge però d’Eramo che «A Pevas, villaggio peruviano sul Rio delle Amazzoni a est di Iquitos, io stesso ho visto attivisti indios che si toglievano blue-jeans, magliette e occhiali e cominciavano a dipingersi la pelle; e quando ho chiesto loro perché, la loro risposta è stata fulminante: “Il mercoledì arriva il battello coi turisti”». Allora la domanda che ci si pone è la seguente: «ma cosa è che motiva il turista? che lo spinge a viaggiare, ad affrontare spese e fatiche? A estenuarsi durante l’unico breve periodo di riposo che gli è concesso? A che pro?» 

C’è chi pensa al turismo come desiderio di fuga dalla vita quotidiana, come impulso  liberarsi , per il breve periodo delle ferie, dai vincoli della società. E chi invece ritiene che
«L’utilità del viaggiare è di regolare l’immaginazione per mezzo della realtà, e invece di pensare come le cose possono essere, vederle come sono”. L’utilità del viaggiare sta nel confrontare (e quindi tarare, correggere, modificare) quel che si vede con ciò che si era immaginato in precedenza». Semplificando, la differenza tra turista e viaggiatore si potrebbe schematizzare in questo modo: il viaggiatore è un individuo attivo, mentre il turista è passivo e aspetta che cose interessanti gli succedano. Con l’ulteriore paradossale contraddizione determinata dal fatto (oggettivo) che proprio il desiderio di vedere “il mondo come realmente è” modifica irreversibilmente il mondo stesso e rischia di trasformarlo in un unico, sterminato e fasullo Disneyland.

«In fondo, quello del turismo è il problema della modernità: in ogni momento della nostra vita siamo alla ricerca di un’autenticità che la nostra stessa ricerca rende irraggiungibile, inautentica

Soluzioni non ne abbiamo; dubbi invece tantissimi. Nel suo “Ritratto di  Natalia Ginzburg (La corsara – Neri Pozza, 2018) Sandra Petrignani, commentando la Ginzburg che tratta il tema dell’incomunicabilità, scrive: «Natalia avverte l’epoca che la circonda come “Una faccenda di giorno in giorno più sudicia” abitata da un doppio silenzio, quello con se stessi e quello con gli altri. (…) Diviso fra panico e e senso di colpa, ciascuno reagisce a modo suo, chi viaggiando, chi ubriacandosi “per dimenticare i propri torbidi fantasmi”, chi facendosi psicanalizzare, senza risolvere nulla».

Forse una possibilità era stata proposta (inconsciamente?) dalla stessa Petrignani qualche anno addietro: «Un po’ pellegrinaggio e un po’ seduta spiritica, questo libro porta dalla Sardegna di Grazia Deledda all’America di Marguerite Yourcenar, dalla Francia di Colette all’Oriente di Alexandra David-Néel, dall’Africa alla Danimarca di Karen Blixen, all’Inghilterra di Virginia Woolf. Un lunghissimo viaggio in case-museo che, attraverso mobili e suppellettili, stanze e giardini raccontano la storia sentimentale delle più significative scrittrici del Novecento». (dalle note di copertina di  Sandra Petrignani: “La scrittrice abita qui – Neri Pozza, 2003). Forse il suo progetto  di visitare le case e i luoghi di Grazia DeleddaMarguerite YourcenarColette, Alexandra David-Néel, Karen Blixen,  Virginia Woolf presupponeva la condivisione del pensiero di Marcel Proust. cioè la convinzione che:

«Delle ali, e un altro apparato respiratorio, che ci permettessero di attraversare l’immensità degli spazi, ci sarebbero inutili, perché se salissimo su Marte o Venere conservando gli stessi sesnsi, questi rivestirebbero dello stesso aspetto  delle cose della Terra tutto quel che potremmo vedere. L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è». (Marcel ProustAlla ricerca del tempo perduto, vol. 5: La prigioniera – Einaudi, 1978)

Il viaggiatore è colui che ha il progetto utopistico di capire e di cambiare se stesso e il mondo (viaggio e attività intellettuale); il turista invece  è colui che vuol distrarsi e non cambierà mai, ovunque si sposti nell’intero universo.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Verità, sostantivo plurale

 

1.Vacanze romane (Roman Holiday)” è un film del 1953 diretto da William Wyler, interpretato da Gregory Peck e Audrey Hepburn. Vi si racconta di una principessa in visita ufficiale a Roma che si sottrae alla sorveglianza dei dignitari e se ne va in incognito per la città in compagnia di un giornalista che incontra per caso. A Roma la principessa si concede una piccola vacanza e gira in Vespa con il giornalista per il centro della città. Quando arrivano davanti alla Bocca della Verità e il giornalista chiede alla donna di mettere la mano nella fessura (cioè nella bocca) per sapere se dice la verità.

La Bocca della Verità, infatti,  è la testa in marmo di un dio fluviale, con una grande
bocca aperta che si trova a Roma all’ingresso della basilica di Santa Maria
in Cosmedin. Dice appunto la leggenda che quando una persona, dopo aver infilato la
mano in questa bocca, fa un’affermazione, se dice il vero potrà tirar fuori la mano senza
conseguenze. Ma se l’affermazione è falsa la mano sarà tagliata. Il film Vacanze Romane ha quindi consacrato la Bocca della Verità ad una indiscussa fama  e da allora è entrato nell’immaginario turistico.

2. Nella realtà, la faccenda è naturalmente molto più complessa. «La locuzione “la verità” può essere anagrammata in una ventina di modi diversi. Tre di questi sono particolarmente significativi: relativa, rivelata, evitarla. Ognuno di questi anagrammi sintetizza un’opinione filosofica fondamentale appunto sul tema della verità. La verità rivelata è quella della metafisica o della religione. La verità da evitare è quella dello scetticismo, di chi dice che la verità non esiste o, se esiste, è comunque impossibile da raggiungere e dunque conviene evitare di confrontarsi con il concetto. La verità relativa – nota che l’anagramma funziona anche al plurale: le verità relative – allude all’idea che stiamo cercando di definire: quella cioè che esistono punti di vista diversi, in generale rispettabili se praticati in buona fede, e che ciascuno di essi contiene qualcosa che può aiutarci. La verità, insomma, si dice al plurale e nasce dal confronto rispettoso dei punti di vista.» (da Gianrico CarofiglioCon i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità – Edizioni Gruppo Abele, 2018)

 

Nel loro libro “The Enigma of Reason“, Hugo Mercier e Dan Sperber si pongono una domanda precisa: «Ma che cos’è la ragione? La maggior parte dei filosofi e degli psicologi sostiene che sia una facoltà di ordine superiore la cui funzione è di permetterci di arrivare ad avere credenze più certe. Ma allora, se abbiamo tutti questa facoltà, come mai non convergiamo tutti sulla verità? Com’è possibile che la ragione a volte sembri esacerbare i disaccordi invece che risolverli?»

La loro opinione è che «la funzione della ragione non sia tanto di permetterci individualmente di acquisire conoscenze più certe, quanto di scambiare informazioni e opinioni in modo più efficace: «Usiamo la ragione per convincere gli altri. Soppesiamo le ragioni che gli altri ci danno per decidere se credere o no a quello che ci dicono. Quando produciamo ragioni in un dialogo, non siamo oggettivi: il nostro scopo non è di scoprire la verità, ma di convincere gli altri di un’opinione che noi pensiamo già sia vera. Anche quando ragioniamo da soli, lo facciamo come se stessimo cercando di convincere un interlocutore, e anche in questo caso non siamo oggettivi. In un dialogo, un pubblico reticente ad accettare il nostro punto di vista ci obbligherà ad affinare i nostri argomenti e, a volte, a cambiare idea.»

E questo ovviamente è un limite: «Quando ragioniamo da soli (o con persone che hanno le stesse opinioni), l’uso della ragione tende a renderci ancora più convinti di quel che già crediamo, più “polarizzati” di quanto fossimo prima. Dunque sì, la maggior parte di noi pensa che ci sia un’opinione giusta e una sbagliata sui vaccini e su altre questioni controverse. Pensiamo tutti che le nostre opinioni siano giuste (altrimenti le avremmo scartate) e che quelle di chi sta dall’altra parte siano sbagliate.»

Mercier e Sperber sono convinti che la differenza di opinioni non dipenda dal fatto che le persone che la pensano come loro siano razionali e che gli altri non sappiano usare la ragione: «La ragione non è uno strumento per scoprire la verità, ma per produrre argomenti. Per usare così la ragione, ci deve essere un dialogo con una differenza iniziale di opinioni e un interesse comune per la verità. Ci dev’essere anche da entrambi i lati sufficiente modestia cognitiva per considerare la possibilità che ci stiamo sbagliando ed esaminare gli argomenti degli altri con apertura mentale. Anche se abbiamo tutti la facoltà della ragione, la modestia cognitiva, l’apertura mentale e la tolleranza reciproca sono qualità più rare. Si può pensare però, in una prospettiva storica, che queste qualità tendano ad aumentare nel tempo». (la Repubblica – 9 settembre 2018)

È la tesi espressa anche da Peter Weir nel suo film “L’attimo fuggente” del 1989:

3. “La corsia n°6” è un racconto di Anton Čechov del 1892.  Andrej Efimjc è medico di un ospedale di provincia, dove nel reparto n.6 sono rinchiusi cinque malati, sorvegliati e picchiati dal guardiano. Ivan Dmitric soffre di mania di persecuzione, si distingue dagli altri per nobili origini ed è un filosofo: con lui il medico dialoga frequentemente fino a immedesimarsi nel suo interlocutore. Dice il dottore Andrej Efimjc al paziente Ivan Dmitric:

Il freddo, come in generale ogni dolore, si può non sentirlo. Marco Aurelio disse: «Il dolore è la viva rappresentazione del dolore: fai uno sforzo di volontà, per mutare questa rappresentazione, respingila, cessa di lagnarti, e il dolore sparirà». Questo è giusto. Il saggio, o semplicemente il pensatore, l’uomo riflessivo, si distingue proprio perché disprezza il dolore; egli è sempre contento e non si meraviglia di niente”.

“Dunque io sono un idiota, poiché soffro, son scontento e mi meraviglio della bassezza di certi uomini”.
“E fa male. Se rifletterà più spesso, capirà quanto siano insignificanti tutte queste cose esteriori che la turbano. Bisogna tendere alla comprensione della vita, in questo è il bene autentico”.
“Comprensione…” si accigliò Ivan Dmitrič. “Esteriore, interiore… Mi scusi, ma queste cose non le capisco. Io so soltanto” disse, alzandosi e guardando arrabbiato il dottore, “io so soltanto che son fatto di sangue caldo e nervi, sissignore! E i tessuti organici, se sono vitali, devono reagire a qualsiasi stimolo. E io reagisco! Al dolore rispondo con un grido e con le lacrime, alla bassezza con l’indignazione, alla turpitudine con l’avversione. Secondo me, è proprio questo che chiamiamo vita. Quanto più un organismo è inferiore, tanto meno è sensibile e tanto più debolmente risponde allo stimolo, e quanto più esso è superiore,
tanto più ricettivamente ed energicamente reagisce alla realtà. Come si fa a non saperlo? Lei è dottore, e non sa delle cose così semplici? Per disprezzare il dolore, esser sempre contenti e non meravigliarsi di nulla bisogna raggiungere questo stato, guardi” ― e Ivan Dmitrič indicò un contadino grassissimo, quasi tondo, con una faccia ottusa, completamente ebete, un essere inerte, vorace, sudicio, che emanava costantemente un fetore acuto, asfissiante, e che da tempo ormai aveva perso la facoltà di pensare
e di sentire ― “oppure temprarsi talmente nella sofferenza da perdere ogni sensibilità. Ovvero, in altre parole, cessare di vivere. Mi scusi, io non sono un saggio né un filosofo” continuò Ivan Dmitrič, irritato, “e non capisco niente di queste cose. Non sono in grado di ragionare“. (…)

E quanto al vostro disprezzo delle sofferenze e al vostro non stupirsi di nulla, hanno un movente semplicissimo: la vanità delle vanità, l’esteriorità e l’interiorità, il disprezzo della vita, delle sofferenze e della morte, la comprensione, il bene verace, costituiscono, tutti insieme, una filosofia, che par fatta su misura per il poltrone russo. (…) Oh la comoda filosofia: da fare non c’è nulla, la coscienza è netta, e hai la sensazione di essere un sapiente… Ah no, illustre signore: non è filosofia codesta, non è meditazione, né larghezza di vedute; bensì è pigrizia, è fachirismo, è sonnolenta ebetaggine… Sì! – tornò a incollerirsi Ivàn Dmítric – Le sofferenze voi le disprezzate, ma fate che vi si schiacci un dito  nella porta, e vedrete se non vi mettete a urlare a squarciagola!“(da Anton Cechov – Racconti. Einaudi 1974)

Concludendo. Il paziente Ivan Dmitrič non possiede verità assolute e rassicuranti da condividere con gli altri, infatti è rinchiuso e picchiato dal guardiano del reparto dove sono rinchiusi “i matti”. Norberto Bobbio, nell’introduzione al Trattato dell’argomentazione di Perelman Olbrechts-Tyteca, scrive: «La teoria dell’argomentazione rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta degli invasati e e la non-verità degli scettici c’è posto per le verità da sottoporsi a continua revisione mercè la tecnica di addurre ragioni pro o contro. Sa che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza.»

Serve aggiungere altro? Forse solo una cosa: l’Arte non può mentire. Mai.

L’attimo fuggente (Dead Poets Society) è un film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Il dipinto Ritratto di Čechov (1898) è di Osip Braz

Il brano “La Verità” di  Brunori Sas è tratto dall’album “A casa tutto bene (2017)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Le piccole virtù

Cominciamo con una citazione: “Quando incontra Alberto [Moravia, N.d.R.], la giovane vita della Maraini è già stata segnata da due episodi drammatici. Durante la seconda guerra mondiale, Dacia è in Giappone con la famiglia, al seguito del padre Fosco che sta compiendo degli studi sugli Hainu, una popolazione del nord. Ma nel 1943 il governo nipponico chiede a Fosco e a Topazia [la madre, N.d.R.] di aderire alla Repubblica di Salò. Al loro rifiuto i Maraini, con tre bambine piccole, vengono rinchiusi in un campo di concentramento e per mesi le loro razioni di cibo sono talmente scarse che rischiano tutti di morire di fame. «È stata un’esperienza traumatica – ricorda Dacia -, ogni sera mi stupivo di essere ancora viva e la fame era un’ossessione che non mi lasciava mai»

Disperato per le condizioni delle sue bambine, Fosco alla fine decide di seguire un antico rituale giapponese dei samurai: si taglia un dito e lo lancia contro i suoi carcerieri. Con questo estremo gesto di coraggio vuole costringerli a fare qualcosa per loro. Quella di Fosco sembra una pazzia, in realtà in questo modo cruento riesce a suscitare il rispetto delle guardie che dopo molte proteste portano al campo una capretta. E grazie al suo latte le tre sorelle Maraini sopravvivono.” (da Anna Folli – MoranteMoravia. Una storia d’amore. Neri Pozza, 2018)

Saggezza, coraggio, umanità, trascendenza, giustizia, moderazione. Sono queste le sei classi di virtù a loro volta composte di ventiquattro forze caratteriali, secondo un gruppo di psicologi ricercatori che hanno pubblicato un apposito  “manuale” su  positivepsychologyprogram.com. Nella religione cattolica invece le virtù cardinali, che sono denominate anche virtù umane principali,  sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. (da Wikipedia) Altri propongono una classificazione basata sulle classi secondo temperanza coraggio, liberalità, magnanimità, mansuetudine e giustizia. Ma questa volontà di classificazione non importa più di tanto.

Le piccole virtù” è un breve saggio di Natalia Ginzburg, che è contenuto nella omonima raccolta pubblicata per la prima volta nel 1962 da Einaudi. La Ginzburg vi tratta dell’educazione dei figli. Inizia così:

«Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere. Di solito invece facciamo il contrario: ci affrettiamo a insegnare il rispetto per le piccole virtù, fondando su di esse tutto il nostro sistema educativo. Scegliamo, in questo modo, la via più comoda: perché le piccole virtù non racchiudono alcun pericolo materiale, e anzi tengono al riparo dai colpi della fortuna.

Trascuriamo d’insegnare le grandi virtù, e tuttavia le amiamo, e vorremmo che i nostri
figli le avessero: ma nutriamo fiducia che scaturiscano spontaneamente nel loro animo, un
giorno avvenire, ritenendole di natura istintiva, mentre le altre, le piccole, ci sembrano il frutto d’una riflessione e di un calcolo e perciò noi pensiamo che debbano assolutamente essere insegnate. In realtà la differenza è solo apparente. Anche le piccole virtù provengono dal profondo del nostro istinto, da un istinto di difesa: ma in esse la ragione parla, sentenzia, disserta, brillante avvocato dell’incolumità personale. Le grandi virtù sgorgano da un istinto in cui la ragione non parla, un istinto a cui mi sarebbe difficile dare un nome. E il meglio di noi è in quel muto istinto: e non nel nostro istinto di difesa, che argomenta, sentenzia, disserta con la voce della ragione.

L’educazione non è che un certo rapporto che stabiliamo fra noi e i nostri figli, un certo clima in cui fioriscono i sentimenti, gli istinti, i pensieri. Ora io credo che un clima tutto ispirato al rispetto per le piccole virtù, maturi insensibilmente al cinismo, o alla paura di vivere. Le piccole virtù, in se stesse, non hanno nulla da fare col cinismo, o con la paura di vivere: ma tutte insieme, e senza le grandi, generano un’atmosfera che porta a quelle conseguenze. Non che le piccole virtù, in se stesse, siano spregevoli: ma il loro valore è di ordine complementare e non sostanziale; esse non possono stare da sole senza le altre, e sono, da sole senza le altre, per la natura umana un povero cibo.

Il modo di esercitare le piccole virtù, in misura temperata e quando sia del tutto indispensabile, l’uomo può trovarlo intorno a sé e berlo nell’aria: perché le piccole virtù sono di un ordine assai comune e diffuso tra gli uomini. Ma le grandi virtù, quelle non si respirano nell’aria: e debbono essere la prima sostanza del nostro rapporto coi nostri figli, il primo fondamento dell’educazione. Inoltre, il grande può anche contenere il piccolo: ma il piccolo, per legge di natura, non può in alcun modo contenere il grande.»

Fosco Maraini senza dubbio aveva come riferimento le grandi virtù, più che le piccole. Così come senza dubbio lo aveva anche Leone Ginzburg, primo marito di Natalia; fu arrestato dai fascisti il 20 novembre 1943, consegnato ai tedeschi come ebreo, incarcerato, quindi torturato e di conseguenza  ucciso tre mesi dopo. La sua ultima lettera a Natalia non porta la data: «Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza, che tu lavori e scriva e sia utile agli altri

Scriveva nel ’500 il filosofo francese Étienne de La Boétie, nel Discorso sulla servitù volontaria: “Vorrei capire come sia possibile che tanti uomini… talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finché sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anziché opporglisi… Sono i popoli stessi che si lasciano incatenare, perché se smettessero di servire, sarebbero liberi. È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo, che potendo scegliere tra servitù e libertà, rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo… Il padrone che vi domina ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di diverso dall’ultimo dei cittadini… salvo i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite… Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi”.

Dostoevskij scrisse una volta che l’uomo non teme nulla più della vera libertà. Forse è proprio questo il motivo per cui insegniamo e adottiamo soprattutto il rispetto per le piccole, di virtù. Perché quelle grandi potrebbero magari renderci davvero più liberi. E questo ci spaventa.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Decadenza

1. Gattopardi

A proposito del grandissimo – nonché unico – romanzo di Giuseppe Tomasi principe di Lampedusa, “Il Gattopardo”,  è d’obbligo ricordare la più celebre delle citazioni: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.» Tutto sommato, però,  il senso di questa frase potrebbe risultare abbastanza oscuro, qualora non si consideri il fatto che a pronunciarla non è il maturo Principe Fabrizio di Salina (il Gattopardo, appunto), ma il suo giovane, prediletto nipote Tancredi. Il quale Tancredi motiva in questo modo, salutando lo zio prima di partire per la battaglia,  l’arruolamento nelle truppe garibaldine  appena sbarcate in Sicilia. Nelle truppe di Garibaldi, il rivoluzionario nemico delle antiche, storiche aristocrazie locali.

Si tratta, in sostanza, di una forma di trasformismo “ante litteram“. Infatti il giovane – nobile ma squattrinato – avendo intuito l’esito delle modificazioni politico-sociali in atto nel particolare momento storico (decadenza della vecchia nobiltà terriera e avvento della nuova borghesia) decide di anticipare gli eventi con un “salto della quaglia” finalizzato alla tutela dei privilegi di classe e al miglioramento della propria condizione economica. Una strategia a parole molto disprezzata nelle moralistiche enunciazioni ufficiali del nostro paese; tale comportamento risulta tuttavia molto efficace, ovunque praticato e diffuso nella molto meno etica realtà della nostra vita quotidiana.

Molte altre citazioni dal romanzo, sebbene meno note, descrivono l’opinione dell’autore  sulla natura del popolo al quale appartiene. Per esempio la seguente: «Ancora una volta il Principe si trovò di fronte a uno degli enigmi siciliani. In questa isola segreta dove le case sono sbarrate e i contadini dicono d’ignorare la via per andare al paese nel quale vivono e che si vede li sul colle a dieci minuti di strada, in quest’isola, malgrado l’ostentato lusso di mistero, la riservatezza è un mito.» In altre parole, la riservatezza, qui, non esiste. Oppure le parole messe in bocca al Gattopardo: «…i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una diecina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che da loro diritto a funerali sontuosi.»

Questo bellissimo romanzo contiene senza dubbio  un’analisi lucida e impietosa del carattere siciliano, analisi critica che venne effettuata da un autentico, profondo poeta e  intellettuale siciliano, vero conoscitore del suo popolo. E tale analisi non è certo intrisa di ottimismo illimitato, come dimostra qualche altro esempio: «In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’». Oppure: «Il Principe era depresso: “Tutto questo” pensava “non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli… ; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.”»

Il libro è stato scritto tra la fine del 1954 e il 1957, ma uscì solo dopo la morte dell’autore. Dopo essere stato rifiutato da Mondadori e da Einaudi, fu pubblicato l’11 novembre 1958 da Feltrinelli e vinse il premio Strega nel 1959. Erede di un mondo che vede con distacco e ironia, ispirandosi alla figura del bisnonno paterno, Giuseppe Tomasi vi descrive la fine di un mondo, di un’epoca e di un modo di vivere, del declino e risorgenza sotto altre spoglie di una famiglia, di un’isola e forse anche di una nazione. Mentre il termine “Gattopardo” indica ancora oggi i potenti di un tempo, quelli che si aggrappano alle vestigia di un passato che non c’è più.

2. Cripte

La Cripta dei Cappuccini è l’ultimo romanzo che lo scrittore Joseph Roth scrisse ormai esule a Parigi nel 1938, l’anno prima di morire. È il romanzo che più lo rappresenta, in cui descrive da testimone e brillante narratore la decadenza dell’impero austroungarico che aveva a cuore la civiltà ebraica, la sua, e tutto ciò che ne seguì, la prima guerra mondiale e il buio sul mondo che avanzava con Hitler. Un tema caro a Roth, grande cantore della finis Austriae, che si avvale nella narrazione delle sue esperienze personali avendo vissuto sulla propria pelle la condizione di quell’epoca di primo Novecento: è stato infatti sottufficiale dell’esercito asburgico, combattente, prigioniero in Siberia, reduce ed esule in Francia quando l’Austria venne annessa alla Germania nazista.

La Cripta dei Cappuccini, nella Chiesa di S. Maria degli Angeli a Vienna, accoglie le tombe degli imperatori e delle imperatrici d’Austria e degli altri membri della famiglia imperiale. Nel romanzo diviene il simbolo di un’epoca di fasti e magnificenze nelle arti e nella cultura e che era riuscita, inoltre, a far convivere popoli di diverse nazionalità e di diverse religioni. Siamo nel 1913 e il personaggio principale del romanzo è Francesco Ferdinando, giovane e brillante erede della casata dei Trotta, la stessa a cui apparteneva l’eroe della battaglia di Solferino, che aveva salvato la vita all’Imperatore Francesco Giuseppe. Il giovane ventenne trascorre le sue giornate con i suoi amici aristocratici in giro nei vari caffè viennesi, fra disinteresse e divertimento. Una vita agiata e frivola che terminerà di lì a poco quando verrà diffuso il proclama che porterà allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il giovane Francesco decide di arruolarsi, ma prima di partire sposerà Elisabeth, la bella diciannovenne di cui è innamorato da tempo.

La Cripta dei Cappuccini è un romanzo nostalgico della vita e del credo di un uomo che vede svanire la sua patria e i suoi ideali. L’Impero rappresentava qualcosa di più nobile di una semplice patria e in un difficile dopoguerra, il protagonista è costretto a fare il bilancio della sua vita così discordante come fu la stessa vita dell’autore: ebreo e infine cattolico, socialista e poi monarchico. È il romanzo di uno dei più grandi scrittori della letteratura mitteleuropea, che non solo rappresenta un affresco struggente della fine di un’epoca, ma è anche il racconto di una sconfitta e dell’impossibilità di adeguarsi ad un nuovo modello di mondo.” (da sololibri.net)

3. Consolazioni

Scrive Mario Tancredi (lettera su Repubblica 23 agosto 2018): «…prendo uno dei ” valori” fondanti la nostra [repubblica], quello della ” uguaglianza”. In assenza di una gestione della Cultura, si è verificata una deriva, passando dall’uguaglianza delle opportunità a quella dei trattamenti. Questo fa sì che tutti chiedano tutto arrivando a rivendicare come diritti anche i capricci, rendendo difficoltosa non solo l’attività governativa, ma anche sterilizzando come “valore” la meritocrazia. Di cui, infatti, si parla e si scrive soltanto. E così si scade nella mediocrità, nella “mediocrazia”che fa da lievito alla fuga di cervelli all’estero, nei Paesi in cui la meritocrazia è salvaguardata. La Politica va a rimorchio degli elettori nel celebrare il valore dell’uguaglianza che gli individui rivendicano per non esporsi all’ansia della competitività e all’impegno per evolvere.

Nel 1871 il filosofo Henri- Frédéric Amiel scriveva nei ” Frammenti di diario intimo“: « La democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle conseguenze. Perché non riconosce la diseguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga.»

4. Conclusioni

La fuga dalle responsabilità, l’adorazione delle apparenze, nascondersi dietro i paraventi della burocrazia quando fa comodo, all’opposto lamentarsene quando esse non acconsentono ai nostri egoismi: tutto questo si paga. Prendiamoci finalmente  le nostre responsabilità: se l’Italia è in decadenza, se la nostra cultura, la nostra società, NOI stessi decadiamo e lasciamo ai nostri figli un paese peggiore di quello che abbiamo ricevuto. Di tutto questo, la colpa è anche e soprattutto nostra, di un popolo cambiato che non è più comunità ma un insieme di singoli individui. Di un sistema burocratico che ha una passione viscerale per gli arcani, fondamentali – come teorizzava Max Weber – per  impadronirsi di un potere autonomo e autogestito, di cui è leva fondamentale la trasformazione del sapere d’ufficio in un sapere segreto, che costituisce il più importante strumento di potenza della burocrazia stessa. Ma contro questi politici arroganti, contro questi abusi, contro questi  burocrati miopi ed egoisti, chi è che protesta più? Intendo protestare seriamente, rischiando di persona. Ci limitiamo invece alle continue sterili lamentele, ad addossare colpe agli altri, al Male che vuole nuocere al Bene. Ma al nostro, in particolare, di Bene.

La verità è che ci si adatta splendidamente  la celebre tirata di John Belushi (nei Blues Brothers) di fronte alla fidanzata inferocita, che vuole ucciderlo per essere stata abbandonata davanti all’altare: «Non è stata colpa mia. Non ti ho tradito, ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette, non è stata colpa mia!» Come ricorda Michele Serra (Repubblica 29 agosto 2018), il problema è che la fidanzata gli crede. Si commuove, depone il fucile e lo bacia.

Come scrive Giuseppe Tomasi nell’epilogo del suo romanzo, descrivendo  Concetta, la figlia del principe ormai anziana alle prese di una inaspettata rivelazione su un evento fondamentale del suo passato che lei ritiene abbia deciso della sua vita: «…questi sentimenti derivati che avevano costituito lo scheletro di tutto il suo modo di pensare si disfacevano anch’essi; non vi erano stati nemici ma una sola avversaria, essa stessa; il suo avvenire era stato ucciso dalla propria imprudenza, dall’impeto rabbioso dei Salina; le veniva meno adesso, proprio nel momento in cui dopo decenni i ricordi ritornavano a farsi vivi, la consolazione di poter attribuire ad altri la propria infelicità, consolazione che è l’ultimo ingannevole filtro dei disperati.»

Forse Giuseppe Tomasi di Lampedusa non parlava solo di siciliani, ma di tutti noi: i cosiddetti italiani, sempre alla ricerca di ulteriori, ingannevoli filtri da disperati.

In testata:

The Dying Gaul, anche chiamato The Dying Galatian (in Italiano: Galata Morente) o The Dying Gladiator (Il Gladiatore Morente). copia marmorea di epoca romana conservata nei Musei Capitolini di Roma di una scultura bronzea attribuita a Epigono

Seguono:

Un fotogramma del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti (1963)

Un’immagine di Philip Roth

Les Romains de la décadence (1847) di Thomas Couture(Musée d’Orsay)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Non è una partita a bocce

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. (Winston Churchill)

UNO

Il 3 febbraio 2018, verso le ore 11, a Macerata, un certo Luca Traini esplode  alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, ferendo diverse persone e colpendo anche negozi ed edifici. Nella sparatoria rimangono ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana dai 20 ai 32 anni. Poi Traini scende dall’auto con il tricolore legato al collo,  fa il saluto romano e grida “Viva l’Italia” davanti al monumento ai Caduti, prima di arrendersi alle Forze dell’Ordine. “Nella sua casa vengono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra, tra cui una copia del Mein Kampf e una bandiera con la croce celtica.Verrà inoltre accertato che Traini era candidato con la Lega Nord per le comunali di Corridonia del 2017, tuttavia non aveva ricevuto alcuna preferenza.” (da Wikipedia)

Traini aveva un obiettivo molto preciso: sparare addosso, con la sua Glock regolarmente detenuta, a tutti i neri di Macerata: «Vuoi sapere come mi chiamo? — diceva a chi incontrava sulla sua strada — Ce l’ho scritto addosso, guarda qua…». Alla testa rasata Luca Traini è sempre piaciuto farsi chiamare «Lupo» e la scritta, in gotico nero, se l’era infatti tatuata sul collo, insieme a una croce celtica su un braccio e a un dente di lupo, il simbolo nazista, vicino alla tempia destra.  (da Corriere.it).

Solo tre settimane prima, il settimanale “l’Espresso” (n. 3 del 14 gennaio 2018) aveva pubblicato nelle pagine centrali un fumetto di 14 pagine di Zerocalcare, dal titolo “Questa non è una partita a bocce – Dieci banalità che renderebbero più igienico il dibattito sui nazisti”. Nella dodicesima pagina il fumettista ricorda i nomi «di chi è stato ammazzato dai militanti neofascisti o da chi proveniva da ambienti direttamente limitrofi, dal 2003 ad oggi». Eccoli: Davide Cesare – ucciso a coltellate a Milano nel 2003; Renato Biagetti – ucciso a coltellate a Focene nel 2006; Nicola Tommasoli – pestato a morte a Verona nel 2008; Samb Modou – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Dip Mor – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Emmanuel Chidinnamdi – pestato a morte a Fermo nel 2016.

Reazioni politiche e/o sociali e/o culturali, approssimando per eccesso: zero virgola.

DUE

“L’Espresso” attualmente in edicola (n. 36 del 22/07/2018) pubblica invece un forum cui partecipano il direttore Marco Damilano, la scrittrice Michela Murgia e lo stesso Zerocalcare. Che dice:  «Una cosa che mi ha colpito più di tutto quello che gli intellettuali di questo Paese non hanno saputo dire» l’ha sentita in un’aula di tribunale: «Se facciamo un bilancio delle cose di questi anni, e ci guardiamo attorno oggi, di sicuro sentiamo il peso delle responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Ma pesa immensamente di più la responsabilità di ciò che non abbiamo fatto».

“La Repubblica” del 25 luglio 2018 pubblica ora l’appello di Roberto Saviano: “Rompiamo il muro del silenzio“. Inizia così: «Dove siete? Amici scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, oggi non possiamo permetterci più di essere solo questo. Oggi chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Ogni parola ha una conseguenza, certo, ma anche il silenzio ha conseguenze, diceva Sartre. E il silenzio, oggi, è un lusso che non possiamo permetterci».

E termina così: «Ho riflettuto molto prima di scrivere queste righe: non vi sto chiamando a raccolta per difendere me, ma il tempo per restare nelle retrovie è finito. Se non prenderete parte vorrà dire che quello che sta accadendo sta bene anche a voi: o complici o ribelli. “La storia degli uomini — scrisse Vasilij Grossman in Vita e destino — non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell’uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Ma se, in momenti come questo, l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere”. Voi siete il piccolo seme dell’umanità, senza di voi l’Italia è perduta. Allora, da che parte state?».

Ho letto le parole di Roberto Saviano che accolgo, perché sono sincere oneste e ci mette la faccia laddove nel mondo vige la tenenza a nickname, anonimato e fake. Ma siamo sempre al solito punto. Si fa appello a scrittori, registi e intellettuali per sostituire la mancanza di qualcun altro“. Così inizia la videorisposta all’appello di Roberto Saviano ad “uscire dal silenzio” di Stefano Massini, scrittore e drammaturgo. “Io ho delegato ciò che ho di più prezioso, i miei valori e le mie idee, a qualcun altro perché siamo in una democrazia. Alle urne sono stati sconfitti degli uomini non quei valori. Ora mi sento uno che ha affidato propri figli a qualcuno che è venuto meno al patto, se ne sta disinteressando. Magari è in ferie o perso in faide di partito fra tenenti e luogotenenti, mentre non sta facendo il suo lavoro. Quel qualcuno si vergogni profondamente“. (da Repubblica.it)

Ma come? Le vibranti e corpose iniziative politiche della fantomatica “sinistra” non sono affatto mancate. E continuano ancora oggi. Per esempio: «Matteo Renzi si sente (ancora) come Barack Obama e passa dalla politica alla tv». (il Giornale.it). Vengono poi segnalate numerose altre attività: «Silvio Berlusconi e Maria Elena Boschi si ritrovano al Palace di Merano. Entrambi hanno deciso di affidarsi alle cure del guru Henri Chenot, mago delle terapie anti-age». (il Corriere.it) Per non parlare poi delle iniziative per esempio di Luca Lotti (detto «Biondo», regista dei ripetuti soccorsi dei verdiniani all’esecutivo), di Francesco Bonifazi, Marco Carrai, Antonella Manzione, Franco Bellacci, Tiberio Barchielli, Pilade Cantini, Erasmo D’Angelis, Filippo Bonaccorsi, ecc. ecc. tutti gli “statisti” del cosiddetto “Giglio Magico” che lottano ogni giorno contro i mali del mondo. Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi… ma forse è meglio fermarsi qui.

TRE

«A oggi è impossibile prevedere quale sarà il destino ultimo del nostro sistema politico. Forse l’ascesa dei populisti sarà una fase di breve durata, che tra cento anni verrà rievocata con un misto di sconcerto e curiosità. O forse sarà un cambiamento epocale, il preannuncio di un ordine mondiale in cui i diritti individuali verranno violati a ogni piè sospinto e il vero autogoverno sparirà dalla faccia della terra. Nessuno può prometterci un lieto fine. Ma quanti di noi hanno davvero a cuore i nostri valori e le nostre istituzioni sono decisi a combattere per le nostre convinzioni senza pensare alle conseguenze. Anche se i frutti del nostro lavoro rimarranno incerti, faremo il possibile per salvare la democrazia liberale».

Con queste parole termina “Popolo vs Democrazia – Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale” di Yascha Mounk (Feltrinelli, 2018). Il libro è stato pubblicato nel marzo di quest’anno dalla Harvard University Press con il titolo originale “The People vs Democracy – Why Our Freedom Is In Danger And How To Save It” (Popolo vs Democrazia – Per quale motivo la nostra libertà è in pericolo e come salvarla).  Yascha Mounk è nato a Monaco di Baviera nel 1982, insegna Teoria politica al dipartimento di Studi governativi di Harvard, è Postdoctoral Fellow presso la German Marshall Fund’s Transatlantic Academy e Nonresident Fellow del Political Reform Program presso New America. Scrive su diverse testate internazionali.

Donald Trump, Marine Le Pen, Viktor Orbán, Vladimir Putin, Matteo Salvini. Il deterioramento della democrazia liberale, fenomeno che ora è sotto gli occhi di tutti da Mosca a Washington, fino a poco tempo fa era classificato come una pulsione marginale, merce per estremisti e sobillatori. Mounk è un giovane teorico politico che, già nel suo precoce libro di memorie, notava che le frizioni fra la sua identità ebraica e l’appartenenza nazionale tedesca fossero un esempio della postmoderna incapacità di produrre identità multiculturali. Così ha preso a studiare con gli strumenti dell’indagine sociologica la tenuta del sistema democratico.

«Negli ultimi quindici anni, dopo una delle più lunghe e complesse crisi del mondo occidentale, le democrazie liberali stanno iniziando a scricchiolare sotto il peso della rabbia, della frustrazione e della delusione delle loro cittadinanze, ma soprattutto dei movimenti politici populisti che prima hanno soffiato sul fuoco di questa rabbia e ora la cavalcano. E quello che fino a qualche decennio fa era impensabile, il crollo del sistema politico su cui l’Occidente ha costruito la propria identità novecentesca, diventa di giorno in giorno più realistico. (…)

Democrazia viene dall’unione di due parole Demos e Crazia. Tu ora mi hai parlato di un problema della Crazia, ovvero del potere, che ha deluso le aspettative della gente. Ma la gente, il Demos, non ha la sua parte di colpe?
Il nostro sistema politico è la democrazia liberale e si regge su due aspetti fondamentali: la libertà individuale e l’idea che il popolo governi, ovvero che la gente possa avere un’influenza sulla politica. Secondo me è da un po’ di tempo che questo non è più vero. La colpa della gente forse è stata quella di pensare che tutto fosse garantito, che non ci fosse più bisogno di sorvegliare il sistema, di difendere le proprie libertà e i propri diritti». (da Linkiesta.it – intervista di Andrea Coccia)

Noi siamo il popolo,” ha detto una volta Erdogan ai suoi oppositori. “Voi chi siete?” Norbert Hofer, leader del Partito della libertà austriaco, uno schieramento di destra, ha fatto eco allo stesso sentimento in una recente campagna elettorale. “Voi avete l’alta società dietro di voi” ha detto. “Io ho il popolo con me.La promessa di dare espressione alla voce autentica della gente è la caratteristica centrale del populismo. Quando la loro popolarità cala, i populisti smantellano i meccanismi indipendenti di controllo del potere. In Turchia e Venezuela, per esempio, malgrado gli sforzi compiuti, i difensori della democrazia liberale non sono riusciti a impedire che i loro paesi scivolassero nella dittatura, e che loro venissero condannati e perseguitati.

In quanto “nemici del popolo”, è ovvio. Benito Mussolini e Adolf Hitler sono andati al potere esattamente in questo modo. È impossibile negarlo: anche se qualcuno sembra considerarla tale, questa non è davvero una partita a bocce.

E voi quante vite pensate di avere? Comunque sia, buone vacanze a (quasi) tutti.

In testata: un murale di Banksy, che è stato cancellato dal consiglio comunale di un paesino dell’Essex, Clacton-on-Sea,  perché reputato “razzista”. Traduzione delle scritte:“Gli immigrati non sono benvenuti” – “Tornate in Africa” – “Alla larga dai nostri vermi”.   

Pride (In the Name of Love) degli U2, estratto come primo singolo dall’album The Unforgettable Fire il 4 settembre 1984, è dedicata a Martin Luther King.

Il brano “Le quattro volte” di Brunori Sas è contenuto nell’album “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi (2014)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

La storia degli altri

IN RICORDO DI PHILIP ROTH

«Quante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. E la parola gioco è forse la più importante di tutte, perché è proprio l’utilizzo “ludico” dei nuovi “facilitatori di comunicazione” – chat, whatsapp, mail, sms, selfie, app, t9, skype, social – a svelarne la natura più pericolosa: la superficialità con cui (quasi) tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio smartphone (o tablet, o pc) credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze, o peggio ancora, flirtando con quelle conseguenze per rendere tutto più eccitante. I “perfetti sconosciuti” di Genovese in realtà si conoscono da una vita, si reggono il gioco a vicenda e fanno fin da piccoli il gioco della verità, ben sapendo che di divertente in certi esperimenti c’è ben poco. E si ostinano a non capire che è la protezione dell’altro, anche da tutto questo, a riempire la vita di senso.» (su “Perfetti sconosciuti”  di Paolo Genovese, 2016 – da mymovies.it)

«Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezze di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci» (Philip Roth, “Pastorale americana” – Einaudi 2013)

«In un misurato appartamento di Brooklyn due coppie provano a risolvere uno smisurato accidente. Zachary e Ethan, i loro figli adolescenti, si sono confrontati incivilmente nel parco. Due incisivi rotti dopo, i rispettivi genitori si incontrano per appianare i conflitti adolescenziali e riconciliarne gli animi. Ricevuti con le migliori intenzioni dai coniugi Longstreet, genitori della parte lesa, i Cowan, legale col vizio del BlackBerry lui, broker finanziario debole di stomaco lei, corrispondono proponimenti e gentilezza. Almeno fino a quando la nausea della signora Cowan non viene rigettata sui preziosi libri d’arte della signora Longstreet, scrittrice di un solo libro, attivista politica di troppe cause e consorte imbarazzata di un grossista di maniglie e sciacquoni. L’imprevisto ‘dare di stomaco’ sbriglia le rispettive nature, sospendendo maschere e buone maniere, innescando un’esilarante carneficina dialettica (…) Polanski, naturalizzato francese ma apolide per vocazione, satura l’inquadratura di uomini e donne che si sentono ostinatamente migliori dell’ambiente che li circonda, che rimandano a se stessi come gli specchi dell’appartamento, ubicato fuori dalla finzione a Parigi e dimostrazione della condizione di “perseguitato” di Polanski. In cattività, congiuntamente ai suoi coniugi (in)stabili e (ir)ragionevoli, il regista ribadisce l’impraticabilità di introdurre un ordine nella realtà perché basta un conato di bile, un cellulare annegato, un libro imbrattato, una borsetta rovesciata a disperdere equilibrio e ‘democrazia’». (su “Carnage” di Roman Polanski, 2011 – da mymovies.it)

«….Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati». (Philip Roth, “Pastorale americana” – Einaudi 2013)

La grandezza di Roth non prevede il lieto fine;  prevede “solo” la verità. O quantomeno, la sua, di verità. Accettarla o meno rimane una nostra scelta:

Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.” (Philip Roth, “Pastorale americana” – Einaudi 2013)

Comunque sia, grazie di tutto, Maestro.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)