Archivi categoria: Musica

Quella cosa senza nome

I poeti non inventano le poesie / la poesia è in qualche posto là dietro / è là da moltissimo tempo / il poeta non fa che scoprirla (Jan Skàcel)

William Somerset Maugham una volta ha scritto: «Vi sono tre regole fondamentali per scrivere un romanzo. Sfortunatamente nessuno le conosce». Ovviamente queste tre regole che nessuno conosce sono sempre le stesse per tutte le forme artistiche, oltre che per il romanzo. Milan Kundera, nel suo “L’arte del romanzo” (Adelphi, 1988 – cap. VI) fornisce la sua personale definizione di  sessantasei parole, una delle quali è proprio “romanzo“. Che viene definito: «La grande forma della prosa in cui l’autore, attraverso degli io sperimentali (i personaggi), esamina fino in fondo alcuni temi dell’esistenza».

Nello stesso libro aveva però in precedenza fatto notare che «Il romanzo (come tutta la cultura) si trova sempre più nelle mani dei mass media; e questi, essendo agenti dell’unificazione della storia planetaria, amplificano e canalizzano il processo di riduzione; distribuiscono nel mondo intero le stesse semplificazioni e gli stessi luoghi comuni che si prestano a essere accettati dalla maggioranza, da tutti, dall’umanità intera. E poco importa che nei loro diversi organi affiorino i diversi interessi politici. Dietro questa differenza di superficie regna uno spirito comune. (…) Questo spirito comune dei mass media che si dissimula dietro la loro diversità politica è lo spirito del nostro tempo. E questo spirito mi sembra contrario allo spirito del romanzo.

Lo spirito del romanzo è lo spirito di complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo, sempre meno udibile, però, nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda e la escludono». (Milan KunderaL’arte del romanzo, Adelphi 1988)

Facciamo un esempio.  La parola romantico, che all’inizio (tra la fine del sec. XVIII e i primi decenni del sec. XIX) si riferiva all’inquieta sensibilità moderna per distinguerla da quella «classica», finì per fare riferimento a qualcosa di patetico e sentimentale e – nel più banale linguaggio dei mass media – all’amore più languido e appassionato. Superfluo aggiungere che questa pericolosa tendenza alla banalizzazione esiste in ogni autentica forma artistica; tuttavia, come scrive Giulio Ferroni «La musica è la forma artistica preferita dal romanticismo, perché consente di tessere associazioni segrete di suoni, di dar voce all’inesprimibile, di suscitare e seguire il movimento delle passioni ». Con il conseguente, inevitabile rischio  di oscurare lo spirito di complessità dietro l’individualismo sentimentale ed egocentrico di più bassa lega.

Tuttavia, secondo Wynton Marsalis, questo pericoloso conflitto tra banalità e complessità, nel jazz e nel blues (quelli veri, s’intende) viene sublimato:  «Non c’è una parola che possa descrivere certi silenzi di un viaggio in macchina a tarda notte con tuo padre, o quanto adori il sorriso di tua moglie quando provi a canzonarla. Eppure sono sentimenti reali, ancora più reali perché non si possono tradurre in parole. Il jazz concede al musicista di comunicare all’istante la precisa sensazione di un’esperienza di vita; di converso, la schiettezza della rivelazione induce l’ascoltatore a condividere la stessa esperienza. (…) Il jazz fa sì che ogni individuo plasmi un linguaggio con i propri sentimenti e usi questo linguaggio, assolutamente personale, per comunicare la propria visione del mondo. (…)

Il jazz ti ricorda che devi far funzionare le cose insieme ad altri. È difficile ma si può fare. Quando un gruppo di persone cerca di inventare qualcosa insieme è facile che nascano conflitti. Il jazz ti obbliga ad accettare le decisioni di altri: a volte ti tocca guidare, a volte seguire, ma non puoi rinunciare a nessuno dei due ruoli. È l’arte di negoziare le variazioni con stile. Lo scopo di ogni performance è di creare qualcosa a partire da circostanze definite: produrre insieme ed essere insieme (…) l’importanza di esprimere l’essenza dei tuoi sentimenti e la disponibilità a condividere un progetto con altri (…) La creatività non te la devi guadagnare, ce l’hai da quando sei nato. Tutto quello che devi fare è riconoscerla e darle libero sfogo.» (Wynton Marsalis – Come il jazz può cambiarti la vita. Feltrinelli, 2011)

David Byrne, musicista, compositore e produttore discografico statunitense di origine scozzese, fondatore e animatore dei Talking Heads, oltre che scrittore, ritiene che l’idea romantica del lavoro creativo, quella del senso comune «secondo cui la creazione emerge da un’intima emozione, dallo sgorgare della passione o del sentimento, e l’impulso creativo non tollera restrizioni, deve semplicemente trovare uno sbocco per farsi sentire, leggere o vedere» sia il contrario della realtà: «credo che il vero cammino della creazione si situi agli antipodi da questo modello. Credo che, inconsciamente e istintivamente, adeguiamo il nostro lavoro a schemi preesistenti. Naturalmente ciò non significa che la passione non sia presente.»

«Molti credono che ci sia una qualche misteriosa qualità insita nella grande arte, e che sia questa sostanza invisibile a suscitare in noi una reazione tanto profonda. Questa entità ineffabile non è stata ancora identificata, ma sappiamo che le forze sociali, storiche, economiche e psicologiche influenzano le nostre reazioni tanto quanto l’opera stessa. L’arte non può esistere nell’isolamento. E tra tutte le arti la musica, essendo effimera, è la più prossima a essere un’esperienza più che un’oggetto: è legata al luogo in cui l’hai ascoltata, a quanto l’hai pagata e a chi era con te in quel momento. (…)

Si ha spesso l’impressione che gli uomini di potere non vogliano vederci fare qualcosa da soli: preferiscono stabilire una gerarchia culturale che svaluta i nostri tentativi amatoriali e incoraggia il consumo a scapito della creazione. (…) Il capitalismo tende a creare consumatori passivi, e tale tendenza è per molti aspetti controproducente». (David Byrne – Come funziona la musica, Bompiani 2013/2014)

Bettye LaVette (vero nome Betty Haskins) è una cantante e compositrice soul-blues americana che a soli sedici anni, nel 1962, ha registrato il suo primo 45 giri. «La sua carriera altalenante è iniziata nel 1962, a quattordici anni ha avuto una figlia, a quindici il primo divorzio, poi molto sesso («una groupie di talento ma una pessima prostituta»), molto alcol, fiumi di cocaina (sniffava anche con Aretha Franklin e suo marito Ted White, del quale fu segretamente amante), molte canne con Marvin Gaye e un acido «memorabile» con George Clinton. Riscoperta all’inizio del nuovo millennio dall’etichetta indipendente Anti, che ha pubblicato i suoi primi album dopo quasi quarant’anni da sfigata, nel 2009 è stata invitata dal presidente Obama, un suo fan, a cantare al Kennedy Center. (…)

In oltre cinquant’anni ha inciso solo dieci dischi, cosa non ha funzionato?

«Niente ha funzionato! Sfortuna, brutti incontri, cattive abitudini: spararono in testa al mio manager che non ero ancora maggiorenne; capitai alla Atlantic nel momento in cui Jerry Wexler e Ahmet Ertegun avevano litigato a morte e il mio album, già inciso, rimase impantanato; mi accusavano di non avere il background gospel di tutte le altre dive del soul; alcol e cocaina per alleviare la frustrazione (mai bucata, gli eroinomani mi fanno orrore); squattrinata al punto di prostituirmi e diventare ostaggio di un pappone che minacciò di buttarmi giù dal ventesimo piano. Ma alla fine è sempre arrivato qualcuno a dirmi, ti va di fare un’altra canzone?». (Intervista di Giuseppe Videtti – La Repubblica 28 marzo 2018)

Bettye LaVette è la dimostrazione vivente di quanto sostiene David Byrne. Se non fosse così, questa grandissima artista avrebbe avuto i riconoscimenti che si merita:

Guarda caso, il capitolo numero nove di “Come funziona la musica”  si intitola “Dilettanti!“. Infatti «Il consulente all’istruzione Sir Ken Robinson fa notare che tutti i sistemi scolastici del pianeta sono stati concepiti per soddisfare le esigenze dell’industrializzazione del XIX secolo. (…) Come scrive Robinson: “Ho perso il conto delle persone brillanti che ho conosciuto in tutti i campi, che a scuola non se l’erano cavata troppo bene. Alcuni c’erano riusciti, naturalmente, ma altri ebbero successo e scoprirono le loro doti dopo esseri ripresi dalle proprie esperienze scolastiche. Ciò è dovuto in larga parte al fatto  che gli attuali sistemi scolastici non furono studiati per sviluppare le doti naturali di tutte le persone. Erano concepiti con il fine di favorire certi tipi di abilità nell’interesse delle economie industriali di cui erano al servizio.”»

Vale anche per gli artisti (in quanto intellettuali essi stessi) quello che scrive Edward W. Said a proposito degli intellettuali: «Ogni intellettuale ha un pubblico e dei sostenitori. Ma quel pubblico va lusingato alla stregua di un cliente da soddisfare? Oppure sollecitato a porsi apertamente all’opposizione, a scegliere una partecipazione sociale a più vasto raggio, più democratica? In ambo i casi, al potere e all’autorità non si sfugge, né l’intellettuale può eludere quel rapporto. Quale atteggiamento assumere? Da professionista supplice oppure da dilettante senza medaglie, coscienza critica del potere?» (Dire la verità – Feltrinelli 1994)

«Se infatti, invece di cercare “la poesia nascosta in qualche posto là dietro”, il poeta si impegna a servire una verità già nota (che si offre da sé e che è “là davanti”), egli rinuncia con ciò stesso alla missione che è propria del fare poesia. E poco importa che la verità preconcetta si chiami rivoluzione o dissidenza, fede cristiana o ateismo, che sia più o meno giusta; il poeta che si mette al servizio di una verità altra da quella che è da scoprire (che è abbagliamento) è un falso poeta» (Milan Kundera)

Su un solo punto mi permetto di dissentire da quanto scrive Wynton Marsalis nel suo libro. Egli afferma che Miles Davis (un grande maestro), a un certo punto della sua carriera, «si vendette al rock. Cercava di accaparrarsi i soldi e il grande pubblico del rock». In altre parole, tradì il jazz. Beh… se i venduti fossero in grado di scovare, come lui, quella cosa senza nome, nascosta in qualche posto là dietro da tantissimo tempo, allora siano benvenuti tutti i traditori!

Negli audio-video:
Bettye LaVette – Thru the Winter (da A Woman Like Me – 2003 )
Miles Davis – Time After Time – Live around the world – June 5, 1989 Chicago
In testata: Stuart Davis’s “Swing Landscape,”  1938 

Di fake news e (di)speranza

Fare pulizia delle fake news. Bloccare i teppisti da tastiera. Inseguire chi diffama, inneggia al fascismo, attenta alle istituzioni democratiche cavalcando le piattaforme social. È il cuore del progetto di legge targato PD che sarà depositato nelle prossime ore al Senato dal capogruppo dem Luigi Zanda. Con una rivoluzione copernicana importata dalla Germania: gli spazzini della Rete dovranno essere i social network. A Facebook, Twitter, Instagram spetterà infatti filtrare le segnalazioni degli utenti. Vigilare. E se falliranno, la sanzione sarà salatissima: mezzo milione di euro per ogni singolo caso, cinque milioni per gli errori “di sistema”. (La Repubblica, 27 novembre 2017 – Fake news, legge del PD multe fino a 5 milioni – di Tommaso Ciriaco e Annalisa Cuzzocrea)

Dichiarare guerra alle “fake news” è giusto: ma come non vedere che la pretesa di trasformarle nel “grande problema della democrazia moderna” diventa essa stessa una fake news?” scrive Massimo Giannini sullo stesso giornale, in un commento dal titolo significativo: “L’Italia della disperanza“. E spiega:  “Tanti anni fa Josè Donoso scrisse un magnifico romanzo sul suo Cile: “La disperanza”. Credo che questo sia oggi lo stato d’animo prevalente di tanti italiani: la disperanza, cioè la condizione esistenziale e morale di chi ha già varcato i confini del disincanto ma non ha ancora raggiunto quelli della disperazione.

Continua poi Giannini: “Questa Italia si comporta oggi come Donoso diceva nell’87: «Tutto quello che puoi fare è il piccolo, inglorioso lavoro di sopravvivere, in attesa di un cambiamento” che non arriva mai. Mezzo Paese diserta le urne: non crede più a Renzi, non crederà mai a Grillo, non vuole credere di nuovo a Berlusconi. Considera inaccettabile il “ricatto” sul male minore (scegli il Cavaliere o Di Maio? Come dice Michele Serra “meglio la cicuta”, a sapere dove comprarla). Ritiene improbabile il “riscatto” del PD renziano (“unico argine ai populismi”? Nei sondaggi i populismi avanzano, l’argine salta).

Eppure è a questa “Italia della disperanza” che la politica dovrebbe riprovare a parlare. Di Maio ci prova con le solite pezze a colori, e M5S ha esaurito il suo potenziale: a Ostia e in Sicilia raddoppia i consensi ma non drena voti dall’astensionismo. Alla faccia della “rivoluzione culturale”.

Come sempre, è questione di punti di vista: “Walter Quattrociocchi ha spiegato che “la verità è percettiva”: se è così, quali sono le “true news” del PD, contro le “fake” fabbricate da Casaleggio e Salvini?“. Personalmente credo fino a un certo punto a certe notizie. Posso forse credere, sottolineo forse, che Silvio Berlusconi sia stato ancora una volta intervistato da Fabio Fazio in prima serata a “Che tempo che fa“.  Posso perfino credere (per quanto ciò sia stupefacente) che Eugenio Scalfari, intervistato da Giovanni Floris a “Dimartedì“, dichiari che tra Berlusconi e Di Maio preferirebbe votare il primo. In fondo, una delle poche sicurezze della vita è che per tutte le classi dirigenti l’imperativo è l’autoconservazione.

Però c’è un limite a tutto. Come nei casi delle scie chimiche, dei gattini nei vasi, dei vaccini-autismo e di tante altre analoghe stupidaggini: quante sono le fake news inverosimili che vengono irresponsabilmente messe in giro tutti i giorni che dio manda in terra? Solo i più ingenui possono cascarci sempre. Ma non tutti, e non certo io. Io non ci casco. Per esempio, un’altra palese bufala che circola di recente è questa:

“Tutti uniti per far diventare il liscio patrimonio dell’umanità attraverso l’Unesco.” (Cesenatoday.it)

Sostenere la candidatura all’Unesco del ballo folkloristico romagnolo come “patrimonio immateriale dell’umanità”: è il tema della risoluzione firmata dal Partito Democratico con Manuela Rontini prima firmataria. Si tratta di una proposta lanciata dalla presidente di Apt, Liviana Zanetti, che ha già raccolto “numerosi consensi da parte di amministratori e imprenditori del mondo turistico”.  (bologna.repubblica.it)

… E così è nata la proposta: far diventare il liscio patrimonio immateriale dell’umanità attraverso l’Unesco. L’idea è di Liviana Zanetti, presidente dell’Azienda di promozione turistica dell’Emilia-Romagna, ex assessore comunale a Forlì e politica democratica che qualche anno fa ha sfiorato l’elezione al Senato. «L’iter è lungo, ma il traguardo è raggiungibile», ha detto.

La proposta è maturata nell’ambito della Notte del Liscio, l’evento che lo scorso fine settimana ha animato la Romagna con la sua musica più tradizionale, un evento promosso dalla Regione e finalizzato a rafforzare la proposta turistica romagnola, come spiegato dall’assessore al turismo Andrea Corsini, ravennate e uomo di fiducia del governatore Stefano Bonaccini….” (italiaoggi.it)

Per dimostrare l’assurdità della presunta richiesta, propongo di seguito un classico esempio dell’insulso  “liscio” tradizionale, genere “musicale”, per definizione insipido e superficiale, che qualcuno (ma vi par possibile?) propone addirittura di candidare come “patrimonio immateriale dell’umanità” (sic!):

Che questa paradossale iniziativa venga proposta dalla stessa classe politica che il primo giugno 1980 portò in Piazza Maggiore a Bologna i  Clash per un concerto gratuito, è una cosa che non può essere vera. Deve essere per forza falsa. Se non lo fosse, infatti, dai confini del disincanto (dalla disperanza) avremmo già raggiunto quelli della disperazione. Perciò per me non è vero niente, si tratta dell’ennesima bufala. Non ci voglio credere. Anche perché, se fosse vera, si spiegherebbero davvero troppo facilmente tante cose.

P.S. Mi sovviene ora che l’assessore Corsini è lo stesso che  intendeva posticipare l’ingresso in aula degli studenti al terzo lunedì di settembre, per «allungare» l’estate e gonfiare l’indotto della riviera romagnola. Non sarà mica che…. ?!?

 

 

Harry Potter e i pirati MP3

 

All’inizio di questo secolo, Dell Glover, dipendente dello stabilimento di stampaggio della Universal Music, nella Carolina del Nord, cominciò a commettere un nuovo tipo di reato. A quelli poco informati sugli straordinari progressi della compressione delle registrazioni digitali (e quasi tutti eravamo poco informati, quindici anni fa) non sarebbe sembrato che Glover stesse facendo qualcosa di particolarmente innovativo. Si portava a casa senza autorizzazione il prodotto dei suoi datori di lavoro, come fanno i dipendenti più o meno da quando è stato inventato il concetto di lavoro dipendente. E non è che si fregasse roba del valore di migliaia di dollari: una copia dell’album di Jay-Z “The Blueprint”, per esempio, aveva un prezzo al dettaglio intorno ai 15 dollari e un costo di fabbricazione di appena 2 o 3 dollari. Per certi versi, era come rubare una teiera o un asciugamano. La grande differenza, naturalmente, è che anche oggi digitalizzare un asciugamano e condividere un link su Dropbox con tutti quelli appena usciti dalla doccia è impossibile.

Glover, per disgrazia della Universal Music, era contemporaneamente un esperto di informatica e un membro della Scene, un losco gruppo di appassionati di musica pirateggianti che frequentava le nascenti chat room su Internet cercando di mettere le mani su qualsiasi nuovo album che i giovani potessero voler ascoltare. Quando Glover rubava un singolo cd (e gliene è sempre bastato uno solo), nel giro di poche ore, attraverso la magia della compressione digitale, The Blueprint diventava accessibile, prima della pubblicazione ufficiale e gratuitamente, a chiunque fosse dotato di un modem, in qualsiasi parte del mondo. Nel giro di cinque anni, solo i babbei – cioè chiunque avesse più di trent’anni – si prendevano ancora il disturbo di pagare per comprare musica registrata.” (Nick HornbyIl giorno in cui ascoltare musica diventò gratis – La Repubblica.it)

Durante una riunione nell’istituto tedesco, Karlheinz Brandenburg (ingegnere della Fraunhofer che ha inventato la tecnologia dell’Mp3 dimostrando che esisteva un metodo per registrare un CD occupando un dodicesimo dello spazio), venne ripreso da un collega in modo brutale: “Ehi ma ti rendi conto di quello che hai fatto? Hai ucciso l’industria musicale”.

Quando, nel 1997, Brandenburg improvvisamente si rese conto dei problemi che i suoi Mp3 avrebbero provocato, organizzò un incontro con l’Associazione americana dell’industria discografica, per mostrare loro come fare per rendere più difficile duplicare i file, ma fu messo cortesemente alla porta. Le case discografiche si trovavano benissimo col cd, gli dissero. Nessuno, nel settore, sembrava rendersi conto che avevano già imboccato la strada per la rovina, e che un cd era semplicemente un modo senza futuro per immagazzinare informazioni codificate. Infatti l’industria discografica si è praticamente dimezzata tra il 2000 e il 2007, e l’arrivo di Spotify, con le sue tariffe irrisorie e la sua praticità estrema, ha liquidato buona parte di quello che restava.

In questo libro “la genesi, l’esplosione e la fine della stagione della pirateria viene raccontata da tre punti di vista. Il primo, quello tecnico, con la storia di Karlheinz Brandenburg. Il secondo, quello industriale, attraverso Doug Morris, presidente della Universal Music Group e ultimo residuato bellico dell’industria musicale tradizionale. Il terzo, quello pratico, con l’epopea di Dell Glover, operaio di una fabbrica di cd della Polygram a Kings Mountain, North Carolina: un lavoratore instancabile che, ad un certo punto, ha cominciato a mettere online tutti i cd che gli passavano sottomano. Glover è il «paziente zero», il più grande pirata della storia, l’uomo che «ha distrutto l’industria discografica per rifarsi i cerchioni dell’auto». (Hamilton Santià – Rollingstone.it)”

Ladri da incarcerare o santi da glorificare? Mai come per la storia della musica gratis in download il giudizio finale può situarsi nel mezzo,”  scrive Davide Turrini su Il Fatto Quotidiano.it. Di certo nemmeno l’industria musicale (paradigma dell’intero sistema industriale mondiale) ne esce granché bene: grazie ai soliti accordi di cartello (dimostrati da indagini federali statunitensi) messi in atto dai “Big Six”, poi “Big Five” poi “Big Four”, per aggirare i vincoli del libero mercato (leggi concorrenza), fregare il pubblico e tenere artificiosamente alti i prezzi a danno dei giovani polli appassionati melomani, di solito squattrinati. Anche lo schema capillare di distribuzione di tangenti pagate in contante dai promoter ai dj delle radio  perché mandassero in onda i loro brani; oppure i call center pagati per telefonare a ripetizione alle stazioni radio per domandare “hit” che, a forza di richieste artificiali, lo diventavano senza prima esserlo state (come pare facesse la Universal): tutto questo non farebbe parte dei “principi” del puro capitalismo, la cui tanto decantata “mano” risulta spesso tutt’altro che invisibile.

Curioso e paradossale rimane comunque il fatto che il primo grosso colpo alla pirateria Mp3 fu inferto da J.K. Rowlings, autrice della saga di Harry Potter; e non a causa di file musicali, bensì di audiolibri. “Sul mercato letterario [Harry Potter] era il libro più venduto nella storia dell’editoria, sul mercato cinematografico era il film con gli incassi di botteghino più alti. L’audiolibro era altrettanto richiesto. Narrato dall’amatissimo attore inglese Stephen Fry, anche quello era il più venduto nella storia degli audiolibri. (…) Alla fine del decennio sarebbe stata la prima miliardaria nella storia dell’editoria. E, come sempre, il valore delle sue proprietà intellettuali dipendeva drammaticamente dal vigore con cui veniva combattuta la pirateria. Rowling aveva assunto uno studio legale di nome Addleshaw Goddard per fare il lavoro sporco.”  

E il “lavoro sporco” portò, in verità senza molta fatica, all’indirizzo completo di codice postale di Alan Ellis, fondatore di Oink, (il più importante sito al mondo di torrent) dopo un blitz delle autorità svedesi nel maggio 2006  alla server farm che ospitava Pirate Bay (che si autodefiniva come «Il sito BitTorrent più resistente al mondo), sequestrando i server e arrestando i fondatori. I legali di Rowling girarono i contatti di Ellis alla polizia non appena li ricevettero. Simbolicamente, è l’inizio della fine, non certo del download abusivo, ma di una intera “generazione pirata” e di una pluridecennale modalità di fruizione musicale. Ora è davvero tutto cambiato.

Stephen Witt – FreeEinaudi 2016 (Titolo originale: How Music Got Free)

 

A mezzanotte circa

“Round midnight significa intorno alla mezzanotte e fa riferimento ad una celebre composizione di Thelonious Monk. Secondo alcuni indica l’ora magica, in cui in un jazz club notturno si celebra il rito di una musica particolare.” (da Wikipedia)

Round MidnightA mezzanotte circa è anche il titolo di un film del 1986 diretto da Bertrand Tavernier, è ispirato alla vita dei jazzisti Lester Young e Bud Powell e ha come vero protagonista la musica jazz, musica notturna per eccellenza.

La musica jazz ha prodotto moltissimi capolavori della cultura mondiale, per fare un solo esempio Kind of Blue , album realizzato da Miles Davis nel 1959 ed entrato nella storia del jazz, essendo fra i più venduti di sempre. Nel 2003 la celebre rivista musicale Rolling Stone, nella sua classifica sui 500 migliori album di ogni tempo, indicò Kind of Blue al 12º posto. Ma Bologna, a quanto pare, non ama il jazz.

Bologna dovrebbe rinunciare al titolo di Città della Musica Unesco, perchè ormai per i musicisti è impossibile lavorarci, dovremmo andarcene tutti.” La provocazione è di Guglielmo Pagnozzi, famoso sassofonista e clarinettista noto nell’ambiente artistico cittadino, che ieri si è sfogato su Facebook in merito a un provvedimento che per 15 giorni ha limitato i concerti all’interno della Cantina Bentivoglio di via Mascarella, vero proprio tempio bolognese del jazz, obbligata a sospendere i live alle 22. (…) E’ vero, per 15 giorni abbiamo ricevuto un provvedimento restrittivo in seguito a delle rilevazioni scaturite da segnalazioni dei vicini – commenta Serrazanetti (uno dei soci della Cantina) – Adesso siamo tornati alla normalità, con la sospensione a mezzanotte.” (Dal Corriere di Bologna).

L’attività di proposta jazz della Cantina Bentivoglio, che esiste dal 1989, ha avuto il riconoscimento della famosa rivista americana “DownBeat” che dal 2002, ormai per 12 volte, ha inserito la Cantina Bentivoglio nell’elenco dei 100 più importanti jazz club del mondo. Alla Cantina va tutta la mia solidarietà: interrompere un concerto jazz alle 22 è come visitare gli Uffizi nottetempo al buio perché ai frontisti danno fastidio le luci.

Nel video che segue (da YouTube): Thelonious Monk Quartet – Round Midnight, Thelonious Monk(p),  Charlie Rouse(ts),  Larry Gales(b) Ben Riley(ds),  Recorded in Norway 1966 dvd “LIVE in ’66”

Post Scriptum per il vicinato: il titolo del pezzo non è per niente casuale.

Una perla d’uomo

“Pearl Jam Twenty è un album dei Pearl Jam uscito nel settembre del 2011, colonna sonora dell’omonimo documentario di Cameron Crowe che celebrava i primi venti anni di carriera del gruppo. È stato pubblicato il 19 settembre in Europa e il 20 settembre negli Stati Uniti.” (da Wikipedia)

Questo è il trailer ufficiale del film:

Ma non vorrei parlare dell’album (che amo) e neanche del film-documentario (che adoro) di cui esso è la colonna sonora. In realtà con questo pretesto vorrei parlare di Eddie Vedder. Dunque:

“Edward Louis Severson III, conosciuto come Eddie Vedder, è un cantautore e chitarrista statunitense, noto principalmente per essere il cantante del gruppo musicale grunge/alternative rock Pearl Jam. A San Diego, (dove per mantenersi faceva l’agente di sicurezza) Vedder fonda alcuni gruppi musicali,  tra cui i Bad Radio. Proprio mentre è a San Diego riceve, da un neonato gruppo musicale di Seattle in cerca di un cantante, un demo contenente dei brani strumentali. Vedder scrive alcuni testi, incide le parti vocali e rispedisce il nastro.”(da Wikipedia).

Mike Mc Ready, chitarra solista del gruppo, commenta così: “Ricordo che ho pensato: è davvero così o sta fingendo? Chi è questo tizio? In quella voce avevo sentito una persona vera, non qualcuno che cercava di fingersi un’altro. Avevo sentito qualcuno. Non lo conoscevo ma c’era tutto in quella voce.” Vedder viene così contattato e nel giro di una settimana divenne il cantante del gruppo che poi verrà denominato appunto Pearl Jam: la nonna di Eddie Vedder si chiamava Pearl e cucinava una marmellata (in inglese jam) di peyote che i componenti della band chiamavano appunto Pearl Jam (“la marmellata di Pearl”).

Siamo nel 1990. Il ragazzo si trasferisce da San Diego al nuovo ambiente urbano e musicale di Seattle; chiaro che deve ancora ambientarsi, è evidentemente disorientato e nei primi tempi viene descritto come una persona “timida, riservata, impacciata”, sul palco come fuori.

L’11 gennaio 1991, a Vancouver, il gruppo apre la serata per gli Alice in Chains in un locale chiamato Town Pump. A un certo punto succede qualcosa. Una cosa che nel film viene descritta al ventisettesimo minuto (circa) dalla voce di Kevin, “T-Shirt guy” del gruppo. Ecco le sue parole: “Mentre suonavano ‘Breath’ gli agenti della sicurezza hanno portato fuori un ragazzo ubriaco. Sono stati eccessivamente aggressivi. L’hanno portato fuori con la forza. Eddie l’ha notato e li ha osservati. Abbiamo notato chiaramente un cambiamento in lui. Quel ragazzo così timido, che la gente non conosceva bene, come lui non conosceva noi, d’improvviso ha cambiato voce e atteggiamento, diventando energico ed espressivo.” 

La farfalla è uscita dalla crisalide. L’audio e le immagini sono davvero impressionanti:  si percepisce chiaramente come la rabbia per la prepotenza eseguita sotto i suoi occhi abbia fatto scattare qualcosa. Una maturazione istantanea che ci ha consegnato l’uomo e l’artista (i due termini sono inscindibili) che conosciamo.

Ma mentre l’artista è forse molto noto nel mondo intero, credo che l’uomo lo sia un po’ meno. Eccoci allora al 22 agosto 2016:

“Stop! Stop! Stop”, grida la voce di Eddie Vedder interrompendo il brano. Un po’ sorpresi i musicisti e gli altri componenti dei Pearl Jam smettono di suonare. Il cantante, nel silenzio generale dei 41mila accorsi per il concerto, si rivolge a uno spettatore: «Ehi, signore, togli il dito dalla faccia di quella donna. Signore, tutte le dita puntano contro di te. Vattene».

Al Wrigley Field di Chicago, lo stadio dove gioca la squadra di baseball dei Cubs, la folla applaude mentre la sicurezza scorta fuori dall’arena il molestatore. Sono in tanti a riprendere la scena con il cellulare e a postarla immediatamente su YouTube. «Signora, sta bene?», si è accertato Vedder prima di riprendere a cantare il brano ‘Lukin’ dal punto in cui si era interrotto. (da iodonna.it)

Mike Mc Ready nel 1990 ci aveva visto molto bene: per quanto timido, riservato e impacciato, in quella voce registrata c’era una persona vera, non qualcuno che cercava di fingersi un’altro. Dietro quella voce c’era una perla d’uomo.

Libri di musicisti

music-literature

A pagina 150 di “Born To Run“, l’autobiografia di cui al precedente post, Bruce Springsteen scrive: “La prima volta che senti la tua musica su un nastro professionale inizi a sudare freddo e ti viene voglia di uscire dalla stanza strisciando. Nella mente e nei sogni l’effetto è sempre migliore che alla fredda luce dello studio. Il tuo vero sound è quello, e ti schiaccia come un peso da duecento chili. All’improvviso ti rendi conto di essere un cantante meno straordinario, un chitarrista meno dotato e naturalmente – come del resto tutti, musicisti e non – un tipo meno attraente di quanto pensassi. Il nastro se ne frega delle preziose illusioni che ti sei costruito per farti coraggio, devi farci il callo.”

david-byrneUn concetto molto simile è espresso da David Byrne nel suo bellissimo “Come funziona la musica” (edito in Italia da Bompiani nel 2013/2014); testo che pur non essendo una vera e propria autobiografia, giocoforza richiama e ragiona sulle numerosissime esperienze della propria pluridecennale e splendida carriera. A pagina 147, infatti, Byrne scrive: “Quando infine registrammo il nostro primo vero disco, “Talking Heads: 77“, nel complesso si trattò di un’esperienza orribile. Niente suonava come lo sentivamo nelle nostre teste, o come eravamo abituati a sentirlo in concerto, anche se ciò potrebbe dirla lunga sulle nostre teste, le nostre speranze e il suono che immaginavamo oltre che sul risultato della registrazione. O forse era semplicemente mancata l’alchimia. Tutti conoscono lo strano effetto di sentire la propria voce registrata. Immaginate quindi un intero gruppo che sente la propria “voce” registrata praticamente per la prima volta. Fu deprimente, sconfortante e ci sentivamo disorientati.”

Ma Bruce Springsteen è anche coautore del primo grande successo mondiale di Patti Smith: just_kids_patti_smithBecause The Night, (“Perché la notte appartiene agli amanti – Perché la notte appartiene alla lussuria –  Perché la notte appartiene a noi”, qui con gli U2), inserito nel suo terzo album, “Easter“. Ecco allora che diventa obbligatorio ricordare “Just Kids“, straordinario libro autobiografico di Patti Smith, da lei dedicato al suo grande “amico-compagno-complice” di gioventù, il fotografo Robert Mapplethorpe, (assieme a lei in copertina): “Su Robert è stato detto molto, e molto altro si dirà. I giovani faranno propria la sua andatura. Le giovani vestiranno di bianco e piangeranno i suoi riccioli. Verrà condannato e venerato. I suoi eccessi biasimati oppure romanzati. Alla fine, la verità potrà essere ritrovata soltanto nella sua opera, il corpo materiale dell’artista. Essa non svanirà. Gli uomini non possono giudicarla. Poiché l’arte canta di Dio, e a lui appartiene in ultima istanza.” E poi, a pagina 17: “Nel corso degli anni i nostri ruoli si sono invertiti, poi invertiti di nuovo, finché non abbiamo accettato la nostra natura duplice. Entrambi racchiudevamo principi opposti, luce e tenebra.”

keith-richardsAncora, sempre Springsteen scrive dell’emozione e gratitudine provata per l’invito dei Rolling Stone a partecipare come ospite ad un loro concerto: “Per il pubblico di Lisbona rimarrà un ricordo indelebile. Poter vedere contemporaneamente sul palco Rolling Stones e Bruce Springsteen è una cosa che capita forse solo una volta nella vita (…)  in occasione del festival Rock in Rio che si è tenuto nella capitale lusitana, Mick Jagger e compagni hanno voluto regalare al pubblico presente una sorpresa di quelle indimenticabili: a un certo punto dello show, infatti, il Boss è salito palco per duettare con la band britannica.”(da virginradio.it). Il che ci ricorda che anche Keith Richards ha scritto la sua personale autobiografia, intitolata Life  ed edita in Italia da Feltrinelli: è la storia del rock’n’roll, è la storia di un’epoca, è la storia dei Rolling Stones. È una vita raccontata da Keith Richards. Da quel lontano dicembre del 1943 quando il piccolo Keith vede la luce in una cittadina del Kent e dalle prime suggestioni musicali trasmessegli dalla madre (Billie Holiday, Louis Armstrong, Duke Ellington), passando dagli anni della scuola – dove incontra Mick Jagger – fino al riff di chitarra più famoso, quello di (I can’t get no) Satisfaction” (dalle note di copertina).

marsalisQuello che unisce tutto ciò è la musica e la letteratura. Poteva mancare il jazz? No di certo. Infatti Winton Marsalis ha scritto “Come il jazz può cambiarti la vita“, anch’esso pubblicato in Italia da Feltrinelli: “Non è solo musica, il jazz. È anche un modo di stare nel mondo, e un modo di stare con gli altri. Al cuore della sua “filosofia” ci sono l’unicità e il potenziale di ciascun individuo, uniti però alla sua capacità di ascoltare gli altri e improvvisare insieme a loro. È stato creato dai discendenti degli schiavi, ma sa parlare di libertà. È figlio della malinconia del blues, ma sa lasciarsi andare alla felicità più pura. Le sue radici sono nella tradizione, ma la sua sfida è la continua innovazione. E anche se vive di tensioni armoniche e ritmiche, ha saputo e sa essere ancora messaggero di pace. Wynton Marsalis fa leva sulla sua eccezionale storia artistica e sull’eredità dei grandi maestri per introdurci in questo universo fatto di opposti che si riconciliano. Con la passione del protagonista racconta storie del presente e del passato. Con la competenza dello studioso spiega cosa e come ascoltare. E soprattutto mostra come le idee centrali del jazz possano aiutare le persone e le comunità a cambiare il loro modo di pensare e di agire, con se stesse e le une con le altre.”

bob_dylan_chronicles_volume_1La musica, la letteratura; l’Arte può cambiare la vita delle persone, anzi la cambia continuamente. C’è poi chi dice che a lui la musica gliel’ha addirittura salvata, la vita. Come Bob Dylan, per esempio, che pure ha scritto tempo fa la sua autobiografia (Chronicles – edita in Italia tanto per cambiare da Feltrinelli). Di lui Springsteen in “Born To Run” scrive: “Bob mi ringraziò: ‘Se c’è qualcosa che posso fare per te…’. ‘Stai scherzando?’ pensai, quindi risposi: ‘L’hai già fatto’. Era il mio modello, volevo essere anch’io capace di raccontare le esperienze e il mondo in cui vivevo e questo  significava scrivere brani migliori e più personali di quanto avessi mai fatto. (…) mi aveva persuaso che era possibile trasmettere una visione autentica e incontaminata a milioni di persone, cambiare le coscienze, ravvivare gli spiriti, infondere sangue fresco a un paesaggio pop anemico e lanciare un avvertimento, una sfida che potesse diventare parte integrante del discorso americano.” Tanta roba, come si dice. Dylan com’è noto ha addirittura vinto il Nobel per la letteratura. Tante polemiche ha suscitato questo premio Nobel che, per essere chiaro, mi limiterò a dire, così en passant, che questo Nobel è assolutamente giusto e strameritato. Perché lui, di vite, ne ha cambiate e ne ha salvate davvero tante. E perché musica e letteratura nella storia non sono mai state separate una dall’altra. Baricco se ne faccia pure una ragione.