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La Regina del Soul

E’ morta a Detroit, all’età di 76 anni Aretha Franklin. La Queen of Soul, come era stata soprannominata, è deceduta dopo una lunga malattia. Lo ha annunciato – riferisce l’Associated Press – la sua portavoce Gwendolyn Quinn.

Icona riconosciuta della cultura nera, con una forte personalità e un carattere non sempre facile, ma soprattutto artista dalla voce sublime, Aretha, nata a Memphis il 25 marzo 1942, è andata oltre le definizioni, rompendo schemi e imponendosi come un vero e proprio fenomeno della natura. Tra i suoi brani più famosi, Respect e Think (che cantò anche nel film The Blues Brothers). La sua ultima esibizione è stata lo scorso novembre a New York al gala della fondazione di Elton John per la lotta all’Aids. Il suo ultimo concerto, invece, nel giugno 2017. Nel 2009 ha cantato per l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca (e si è rifiutata, invece, di farlo quando è stata la volta di Donald Trump). (ansa.it)

Queste le sue “10 greatest songs”, secondo l’Independent:

10) Do Right Woman, Do Right Man (1967)

 

9) Don’t Play That Song (1970)

 

8) Chain of Fools (1967)

 

7) (You Make Me Feel Like) A Natural Woman (1967)

 

6) Ain’t No Way (1968)

 

5) I Say a Little Prayer (1968)

 

4) Dr Feelgood (Love Is a Serious Business) (1967)

 

3) Think (1968)

 

2) Respect (1967)

 

1) I Never Loved a Man (The Way I loved You) (1967)

Aggiungo poi che non può mancare lo spezzone di  “Think“tratto  dal film dei Blues Brothers

Grazie, Regina.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

L’asino di Buridano

Giorgio Gaber ha pubblicato l’album “La mia generazione ha perso” nel 2001, due anni prima della sua prematura scomparsa.  Parte del materiale dell’album appartiene alle memorabili stagioni teatrali degli anni ’70 e ’80: il “Signor G” aveva l’occhio lungo e molti degli anatemi di allora contro il pericolo di una graduale trasformazione degli uomini in pecore sono forse più attuali oggi di allora. “La razza in estinzione” contiene il verso che dà il titolo all’album ed è forse il momento di disperazione più nera: Gaber si sente davvero solo contro tutti, non trova nessun riferimento in un mondo che sperava “magari con un po’ di presunzione di cambiare”, e se lo ritrova sì cambiato, ma in senso opposto. Gaber vedeva «avanzare paurosamente figure grottesche, come “Il conformista“, ritratto molto italico di voltagabbana sempre pronto a “pensare per sentito dire” a seconda delle convenienze, e “L’obeso”, personaggio più universale, una mostruosa cloaca umana che ingurgita tonnellate di dati, notizie, informazioni, uno che sa sempre tutto senza capire mai nulla». (da Debaser.it)

Michele Serra concorda con Gaber: in quanto perfetto baby-boomer (è del ’54), appartiene a una generazione (troppo fortunata e troppo narcisa) che ha perso, e quindi ha pensato fosse ora di passare il testimone a quella dei quarantenni. «Ora, però, è la “loro” generazione che perde: non so se altrettanto fortunata, certo perfino più narcisa, indisposta a inchinarsi ad altro che al proprio arbitrio. Avessi la bacchetta magica affiderei l’incarico [di formare il nuovo governo, N.d.R.] a un ventenne, meglio ancora a una ventenne, visto che la scena è ingombra di maschi prepotenti che si mostrano le zanne l’uno con l’altro». In altre parole, anche i quarantenni non si distinguono granché dalla media. La loro generazione ha perso, ma almeno ci ha provato. E invece la mia generazione, essa, questa entità astratta, cosa ha fatto in tutto questo tempo? La mia generazione, a dirla tutta, a lottare non ci ha nemmeno pensato, non ci ha quindi neanche mai provato. Che poi è il modo peggiore e più sicuro di perdere sempre.

Precisiamo. Quella che considero “la mia generazione” è la categoria di persone nate nell’intervallo di tempo guarda caso intermedio a quelli considerati sopra, cioè i nati  poco prima o poco dopo il 1960. Una generazione non pervenuta, il cui emblema, più ancora di Narciso, dovrebbe essere l’asino di Buridano.

Per chi non lo sapesse, l’asino di Buridano (o “Paradosso dell’asino”) è un apologo tradizionalmente attribuito al filosofo Giovanni Buridano. « Un asino affamato e assetato è accovacciato esattamente tra due mucchi di fieno con, vicino a ognuno, un secchio d’acqua, ma non c’è niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall’altra. Perciò, resta fermo e muore».

Intendiamoci. Il cibo che non sappiamo scegliere non è certo quello culinario fisico-energetico (al contrario, a tavola ci distinguiamo), bensì quello etico, morale, filosofico, culturale, spirituale… quello relativo alla nostra coscienza più intima e profonda, nascosta dietro le chiacchiere e le apparenze. L’opportunismo e l’indifferenza: la mafia non è solo il boss con la coppola né solo il picciotto con la lupara, ma quella del “ Mondo di mezzo” dei Buzzi e dei Carminati, degli appalti gonfiati, ma anche quella dei falsi invalidi, degli assenteisti, dei costruttori che costruiscono con la sabbia e non col cemento. La mafia insomma siamo noi. Noi incapaci di scegliere, di denunciare, di nutrire il nostro spirito tra due diversi mucchi di fieno. E il nostro spirito di conseguenza è morto di fame.

Forse un giorno capiremo che per uscire da una crisi non dobbiamo cambiare l’Europa ma noi stessi, la nostra società, il nostro modo di pensare e di vivere. Farla finita con le sottintese complicità, la strizzatina d’occhio e le reciproche coperture, divenendo ricattabili ingranaggi del sistema. Come scrive Raffaele La Capria, bisogna rompere «la paternalistica unità psicologica che incanaglisce e amalgama le classi in una fluida massa (…) perché a qualsiasi partito appartenga il cavaliereavvocatocommendatore resta, e rimesta sempre nel solito impasto d’imposture – lo diceva pure Salvemini. E dunque il Circolo lo potevi definire: una comunione di ozi, frivolo tirocinio di grande ozio sociale cui cooperano fino alla morte tutti gli appartenenti alla cosiddetta classe dirigente. La loro alleanza: un viluppo di boria, di sconcezza, di borbonica ingerenza. La vera classe digerente meridionale». (Raffaele La Capria, Ferito a Morte – Mondadori, 2017)

La mia generazione no: ha preferito a priori accettare i principi dei “genitori”, integrarsi, adattarsi, fingere di non vedere, stare alla finestra, non contestare, salire sul carro del vincitore di turno. Aggirare i problemi e i conflitti. Quando impossibile, tra due opzioni scegliere non certo la più giusta, ma sempre la più facile.  Puntigliosi sui dettagli più microscopici della cornice, cinicamente indifferenti sul quadro macroscopico dipinto dalla realtà. In sostanza: complici. In fondo, essere complici senza ammetterlo è molto più rilassante per l’intelletto pigro e codardo.

Non era per nulla inevitabile; The Who, per fare un solo esempio, la pensavano diversamente:

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

 

La musica di Hornby. Tre

Da: Nick Hornby , “31 canzoni” (Guanda, 2003). Terza puntata di tre (la prima QUI, la seconda invece QUI):

«…Abbiamo tutti vissuto quel raccapricciante momento in cui un genitore entra in una stanza e ripete, con sardonica incredulità, due versi appena sentiti allo stereo o alla TV. “E cosa vorrebbe dire?” mi chiese mia madre durante “Tops of the Pops“. “Get it on/Bang a gong? Quanto ci ha messo a pensarla secondo te?” E la risposta giusta da dare – “Due secondi, ma non importa” – non ti viene mai, così le dici solo di chiudere il becco, mentre dentro di te odi  Marc Bolan perché ti piace anche se canta di “prender su e suonare un gong” (temo che questa umiliazione continui, e che non abbia importanza se il genitore che che la infligge sia cresciuto a pane e T. Rex o Spandau Ballet o Sham 69: farebbe meglio a non imbarcarsi in considerazioni di tipo letterario….. Demolire i gusti dei nostri figli è uno dei pochi piaceri che ci rimangono quando diventiamo vecchi, superflui e culturalmente esclusi)…»

22. Ian Dury & The Blockheads – Reasons to Be Cheerful, part 3

23. Richard & Linda Thompson – The Calvary Cross

«…Più la ascolto, più mi convinco che Reasons to Be Cheerful  è il miglior inno nazionale: infonde un po’ di orgoglio persino in chi, come me, passa troppo tempo a sentirsi imbarazzato di appartenere al proprio paese (…) Per essere un capriccio funk,  Reasons to Be Cheerful  è culturalmente molto precisa, se la si ascolta bene; solo il tempo ci saprà dire se si riferisce a un’età dell’oro ormai definitivamente tramontata. In The Calvary Cross, di Richard Thompson, si sente un’Inghilterra più antica, quella di Blake e delle sorelle Brontë: vecchia, spaventosa, piena di contadini satanici, venti ululanti, vesciche di maiale e quant’altro…»

 

24. Jackson Browne – Late for the Sky

«… È necessario aver vissuto un po’, credo, per essere in grado di comprendere la profondità di sentimenti che ha dato forma a queste canzoni, e se Late for the Sky è un perfetto accompagnamento musicale per un divorzio, questo non dipende solo dal tono dolente dei testi, ma perché il divorzio strappa via un ulteriore strato di pelle (chi immaginava che ne avessimo così tanti, o che rimuoverli facesse così male?) e quindi ci consente di sentire davvero, fino in fondo e come si deve, gli accordi, gli assolo, le armonie e tutto il resto. Devo aggiungere che preferirei non saperli sentire come si deve…»

25. Mark Mulcahy – Hey Self Defeater

«Hey Self Defeater, che si è guadagnato un posto più o meno in tutte le compilation in cassetta registrate da me quest’anno, esprime un solido ottimismo, un senso di compassionevole partecipazione col mondo attraverso i filtri della verità e un dimesso, quotidiano sarcasmo: ci parla, rivolgendosi alla gente sarcastica e compassionevole proprio come noi, e siccome, a quanto pare, non siamo in molti (Dio sola sa perché, visto che il sarcasmo e la compassione sono due delle qualità che rendono sopportabile la vita sulla terra), era una canzone destinata a trovare un pubblico solo tramite passaparola o il suggerimento di qualcuno che ha i tuoi stessi gusti…»

26. The Velvelettes – Needle in a  Haystack

«…Ma poi, alla metà degli anni ottanta, mi ritrovai di nuovo ad andare a ballare di mia spontanea volontà, e senza neanche lo scopo di rimorchiare. Ci andavo perché mi piaceva. La serata si chiamava The Locomotion, e aveva luogo ogni venerdì sera a Kentish Town, Londra Nord. Quando non potevo andarci ero triste, proprio come quando non potevo veder giocare la mia squadra di calcio. La DJ, una certa Wendy May, metteva su una fantastica miscela di funk, Motown, ska, pop gay (…) Wendy May sapeva il fatto suo. Le canzoni della Motown che metteva su erano perfette, ma a eccezione dei pezzi Motown, che conoscevo e di cui mi ero stancato, lì sentii per la prima volta cose come la tagliente Needle in a Haystack delle Velvettes (che andai dritto a comprare…

27. O.V. Wright – Let’s Straighten It Out

«…Una sera una mia compagna di appartamento portò in casa il suo nuovo ragazzo. Era un tipo più grande, uno scrittore che indossava un cappello di feltro floscio e metteva parecchia soggezione. Attaccammo a parlare di musica; ovviamente lui era un appassionato di jazz e non ascoltava la roba che piaceva a me: era troppo da ragazzini, come se non ci fosse nessuna differenza tra gli Osmonds e i Clash – e per lui forse non c’era. In un’illuminazione improvvisa – probabilmente quella fu la volta che arrivai più vicino a un atto di ritorsione – calai di nuovo la puntina sulla traccia che avevo appena ascoltato . la versione di O.V. Wright della bellissima Let’s Straighten It Out, di Latimore – e nel sorriso del jazzofilo vidi la sconfitta e una richiesta di perdono…»

28. Röyksopp – Röyksopp’s Night Out

«…Per qualche mese , verso la fine del 21, ho ascoltato i Röyksopp nei momenti di ozio. Il mio pezzo preferito era Röyksopp’s Night Out, che è un po’ più mossa e vivace rispetto agli altri pezzi dall’atmosfera sognante contenuti nell’album (purtroppo non mi affatico abbastanza per aver bisogno di tirarmi su con la musica ambient). Ma proprio quando avevo deciso che Röyksopp’s Night Out era una Buona Cosa – o perlomeno che era Okay – ho cominciato a ritrovarmela tra i piedi ovunque…»

29. The Avalanches – Frontier Psychiatrist

30. Soulwax – No Fun/Push It

«…gli Avalanches hanno un modo tutto loro per usare brandelli di materiale altrui; il risultato è che, in pratica, creano dal nulla. Il ritmo di Frontier Psychiatrist nasce da frammenti di dialoghi tratti da vecchi film, rumori vari e un riff di corno rubato a un disco attempato e presumibilmente poco funky di Bert Kaempfert. Pur partendo da questo materiale così poco promettente, gli Avalanches ti trascinano via  in un crescendo di vertiginosa potenza (e riescono perfino a mettere insieme due frammenti di dialogo per mezzo della rima). (…) Nel frattempo, il fenomeno dei bootleg, per cui i DJ tagliano un paio di canzoni per il lungo e le sovrappongono una all’altra, si delinea come il movimento musicale più allegramente nichilista dai tempi del punk, anche se forse i punk, conservando il dolce antiquato bisogno di creare da sé la propria musica, aderivano solo a parole agli ideali del nichilismo. Gente come i Soulwax e i Freelance Hellraiser (i quali hanno fuso insieme, con risultati sorprendentemente ottimi, Christina Aguilera e gli Strokes) ci dicono che è finita e che ormai loro stanno usando i resti che gli abbiamo lasciato come legna da ardere per fare un fuoco attorno a cui stringersi mentre l’inferno del mondo musicale si congela…»

 

31. the Patti Smith Group – Pissing in a River

«…Ci sono  alcune cose di Patti Smith che è impossibile non amare: un inguaribile spirito bohémien e la fame insaziabile per tutto quanto abbia a che fare con l’arte, i libri e la musica. (…) Non ricordavo di aver mai sentito Pissing in a River, ma se l’avevo sentita, allora evidentemente non mi aveva lasciato alcun segno. Invece quella sera, mentre Patti Smith cantava in un crescendo elettrizzante “Everithing I’ve done, I’ve done for you/Oh, I’d give my life for you” dondolandosi nella luce azzurra che arrivava dalle belle vetrate colorate alle sue spalle e invadeva il pulpito, lo sentivi che tutto il pubblico si stava innamorando di lei, della sua canzone e della serata. Fu uno di quei rari momenti – miracolosi nel contesto di uno spettacolo rock – in cui provi gratitudine per la musica che conosci e per quella che devi ancora sentire, per i libri che hai letto e per quelli che leggerai, forse addirittura per la vita che vivi…»

Fine (post n. 3 di 3).

In testata: Nick Hornby – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

La musica di Hornby. Due

Da Nick Hornby , “31 canzoni” (Guanda, 2003) Seconda puntata di tre (la prima qui).

«…Sono le canzoni le cose che ascolto più frequentemente, al punto che non ascolto quasi nient’altro. Qualche volta un po’ di musica classica o di jazz, e quando mi chiedono cosa mi piace, mi risulta molto difficile rispondere: perché dovrei fare dei nomi, mentre io so solo dare titoli di canzoni. E di solito non ho nulla da dire, se non che le adoro, e ci voglio cantare sopra, costringere gli altri ad ascoltarle, mettere il muso se mi accorgo che a loro non piacciono quanto a me…»

12. Paul Westerberg – Born for me

«… Paul Westerberg, noto campione mancato, è tutt’altro che un pianista, ma il suo assolo in Born for Me è semplicemente adorabile – forse perché lui è l’autore del pezzo e sa come  la canzone lo fa sentire, e quindi come dovrebbe far sentire tutti noi…»

13. Suicide – Frankie Teardrop

14. Teenage Funclub – Ain’t That Enough

«Frankie Teardrop, dei Suicide, sono dieci minuti e mezzo di autentico, terrificante rumore industriale, una specie di equivalente sonoro di Eraserhead. Come il film di David Linch, evoca una raggelante, cupa e monocromatica distopia, piena di acuti e clangori da brivido, ma del tutto priva, a differenza del film, di qualche raro momento di tregua, del più piccolo, sporadico sprazzo di una bizzarra e anomala speranza. (…) Se non lo avete ascoltato e ancora desiderate farlo, prendetevi una serata libera, assicuratevi di di non rimanere soli nella stanza (per inciso, ascoltarla in cuffia porta quasi certamente al ricovero in ospedale) e prendetevi il giorno successivo di ferie. Al contrario, Ain’t That Enough, dei Teenage Fanclub, è una raffica di pop byrdsiano di tre minuti, zeppa di solarità, suoni accattivanti, armonie e bontà. Preferisco la canzone dei Teenage Fanclub…»

 

15. the J. Geils Band – First I Look at the Purse

«…Il disco comincia con una solida botta di rumore di pubblico, fischi, incitazioni e grida, seguita da una presentazione urlata e molto non-inglese fatta da uno speaker: “Siete pronti per darci dentro? Siete pronti per un po’ di rock’n’roll? Dico, siete pronti per un po’ di rock’n’roll? Fateci sentire che siete pronti per la J. Geils Band!”. Poi, di colpo (senza accordare gli strumenti né borbottare un “come va?” la band si lancia in First I Look at the Purse, un vecchio pezzo scritto da Smokey Robinson per un gruppo della Motown chiamato The Contours, e a quel punto perfino le vecchie canzoni  di Smokey Robinson sembravano arrivare da un universo parallelo…»

16. Ben Folds Five – Smoke

«… Per me, Smoke è poeticamente perfetta, intelligente, triste e chiara, anche se il mio amico non sarebbe disposto ad ammetterlo. È una delle pochissime canzoni che esprimono un pensiero profondo sull’amore piuttosto che sull’oggetto o sul soggetto, ed è stata la mia fedele compagna durante la fine (lunga ed estenuante) del mio matrimonio. aveva un senso allora e continua ad averlo adesso. Non si può pretendere di più da una canzone…»

17. Badly Drawn Boy – A Minor Incident

«… E dunque ecco qua. È qui che sta la vera emozione: nelle magiche coincidenze e corrispondenze della creatività. Scrivo un libro che non parla di mio figlio, poi qualcuno compone una bella canzone basata su un episodio del libro e scopro che questa ha un significato molto più diretto e profondo del libro stesso…»

18. The Bible – Glorybound

«… un piacevole shuffle mid-tempo che inizia in modo promettente (…) con lo stesso riff di basso a due note di Rikki Don’t Lose That Number (che a sua volta parte con lo stesso riff di basso a due note di Song for My Father, di Horace Silver, per cui si può affermare che i Bible onorano rispettosamente una gloriosa tradizione musicale) e contenente uno stupendo, tirato assolo di chitarra…»

19. Van Morrison – Caravan

«La magnifica versione di Caravan in It’s Too Late to Stop Now (indiscutibilmente il più bell’album di Van Morrison, quindi non provate neanche a discutere) sarebbe degna di accompagnare i titoli di coda del più bel film che abbia visto nella mia vita; e se una canzone mi fa questo effetto, allora di sicuro, per estensione, significa che potrebbe essere suonata al mio funerale. Troppo melodrammatico? Non credo…»

20. Butch Hancock & Marce LaCouture – So I’ll Run

«Non mi ricordo più quando esattamente, negli anni ottanta, andai a sentire il cantautore texano Butch Hancock in un pub grande e pieno di spifferi nella mia zona. ricordo chiaramente lo scarso entusiasmo che provavo strada facendo. (…) Ma Butch Hancock è una figura leggendaria nell’ambito della musica country-folk, e poi veniva da molto lontano e non sarebbe tornato tanto facilmente a Finsbury Park… mi pareva incivile non andare. Ma Butch non suonò da solo. Quella sera era accompagnato da una cantante di nome Marce LaCouture e, appena iniziarono, mi sentii subito risollevato. Era una coppia fantastica, e sembrava un miracolo che due voci e una chitarra acustica potessero trasformare quel pub freddo (e, diciamolo, per tre quarti vuoto) in un luogo in cui potevano accadere belle cose…»

21. Gregory Isaacs – Puff the Magic Dragons

«… É impossibile non fare del sentimentalismo sui primi giorni di vita di un bambino, ma allora ero pronto a scommettere che la musica sarebbe stata importante per mio figlio (…) Danny era costante motivo di preoccupazione (a tre anni gli fu diagnosticato l’autismo) e, com’era prevedibile dato lo stress di quei primi tempi, i cerotti impiegati per rattoppare il rapporto dei suoi genitori si staccarono, mettendo a nudo delle ferite in cancrena. Ma Danny ha continuato a sentire la musica – la sente così tanto da aver coniato una sua parola per indicarla, e non è un’impresa da nulla quando la tua incapacità di comunicare coinvolge tutto il mondo circostante…»

Continua (post n. 2 di 3).

In testata: Nick Hornby – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

La musica di Hornby. Uno

  1. Teenage Fanclub – Your Love Is the Place Where I Come From

«… uno dei pezzi più belli di uno dei miei album preferiti: Songs from Northern Britain..

2. Bruce Springsteen – Thunder Road

«… ho un ricordo di me che ascolto questa canzone di recente e la amo quasi come allora: è stato qualche mese fa (sì ero in macchina, anche se probabilmente non guidavo e di sicuro non stavo correndo lungo qualche autostrada o superstrada americana che fosse e non avevo il vento nei capelli, perché non ho né decappottabile né capelli…»

3. Nelly Furtado – I’m Like a Bird

«…La canzone che mi ha fatto uscire piacevolmente di testa negli ultimi tempi è “I’m Like a Bird, di Nelly Furtado. Sarà la storia a giudicare se Ms Furtado si rivelerà una vera artista; ho il sospetto che che non cambierà il nostro modo di vedere il mondo, ma non posso dire che me ne importi più di tanto: le sarò sempre grato per aver creato in me il bisogno narcotico di ascoltare e riascoltare la sua canzone….»

4. Led Zeppelin – Heartbreaker

«… se mi dovesse mai capitare di canticchiare un riff blues-metal a un alieno con le idee confuse, sceglierei Heartbreaker degli Zeppelin, da Led Zeppelin II. Non sono sicuro se intonando “DANG DANG DANG DANG DA-DA-DANG, DA-DA-DA DA-DA-DA-DANG-DANG DA-DA-DANG” riuscirei a illuminarlo, ma mi sentirei di aver fatto del mio meglio nei limiti delle circostanze….»

5. Rufus Wainwright – One Man Guy

«…Secondo me, Lui compare all’inizio della seconda strofa, appena Rufus e sua sorella Martha cominciano ad armonizzare. Forse è significativo (o magari Lui sta solo dimostrando un senso dell’umorismo fin qui insospettato) che cominci ad avvertire  la Sua presenza quando senti “People meditate, hey, that’s just great, trying to find the Inner You”. Merito dell’armonia, anche se non mi sono chiari i rapporti di causa ed effetto. Dio compare perché Martha e Rufus cantano così bene insieme che Lui sentendoli da lontano si dice: “Ehi, questa è musica che fa per Me, vado giù a dare un’occhiata“…»

6. Santana – Samba Pa Ti

«Samba Pa Ti è un pezzo strumentale, non una canzone, ma per un periodo cruciale della mia adolescenza, quando lo scoprii, mi parlò con la stessa eloquenza di qualsiasi altra cosa fosse composta di parole: ero convinto che fosse l’espressione dell’esperienza sessuale. Più precisamente, sapevo che Samba Pa Ti era il pezzo che avrei ascoltato durante la perdita della mia verginità – se non allo stereo, comunque nella mia testa. All’inizio è lenta e misteriosa e bella, e poi…»

7. Rod Steward – Mama You Been on My Mind

«Mama You Been on My Mind, di Dylan, mi sembra poco più che una strimpellata – una strimpellata squisita, ma pur sempre una strimpellata. Stewart è innamorato di questa canzone e sa valorizzarla, mentre Dylan la butta quasi lì così, dandoci a intendere di avere molte più cartucce da sparare; la devozione di Stewart sembra donargli dignità, la investe di un’epicità che Dylan le ha negato…»

8. Bob Dylan – Can You Please Crawl out Your Window?

9. The Beatles – Rain

« Can You Please Crawl out Your Window? è, capisco, una delle cose minori di Dylan, uno dei suoi stizzosi (e meno che poetici) pezzi a muso duro, ma risale al mio periodo preferito (elettrico, con quel suono di organo chiaro e pulito), e non l’ho sentito un milione di volte; per questo adesso si insinua nelle cassette che tengo in auto. E Rain è una grande canzone dei Beatles risalente a una grande annata, quella che gli Oasis cercano di vivere da dieci anni, ed è fantastico ascoltare Lennon/McCartney in un brano che conserva ancora quasi tutta la sua polpa…»

 

10. Ani DiFranco – You Had Time

11. Aimee Mann – I’ve Had It

«Verrebbe da pensare che le canzoni introspettive sulla vita nel mondo della musica – sulle gioie e i dolori dell’essere una cantautrice di talento in cerca di successo (I’ve Had It) o sulle difficoltà di conciliare una relazione di coppia con una carriera rock (You Had Time) – facciano schifo. Verrebbe da pensare che questi brani puzzino di autocompiacimento o siano indice di carenza di immaginazione, di creatività ed empatia. Verrebbe da pensare che la Mann e la DiFranco non siano molto lontane dallo scrivere canzoni sul servizio in camera, sugli angoli bar al cinema e sull’imbecillità degli speaker delle radio locali. E allora come mai questi sono due tra i brani musicali più commoventi e belli che si possa sperare in un album pop?…»

 

Continua (post n. 1 di 3).

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Quella cosa senza nome

I poeti non inventano le poesie / la poesia è in qualche posto là dietro / è là da moltissimo tempo / il poeta non fa che scoprirla (Jan Skàcel)

William Somerset Maugham una volta ha scritto: «Vi sono tre regole fondamentali per scrivere un romanzo. Sfortunatamente nessuno le conosce». Ovviamente queste tre regole che nessuno conosce sono sempre le stesse per tutte le forme artistiche, oltre che per il romanzo. Milan Kundera, nel suo “L’arte del romanzo” (Adelphi, 1988 – cap. VI) fornisce la sua personale definizione di  sessantasei parole, una delle quali è proprio “romanzo“. Che viene definito: «La grande forma della prosa in cui l’autore, attraverso degli io sperimentali (i personaggi), esamina fino in fondo alcuni temi dell’esistenza».

Nello stesso libro aveva però in precedenza fatto notare che «Il romanzo (come tutta la cultura) si trova sempre più nelle mani dei mass media; e questi, essendo agenti dell’unificazione della storia planetaria, amplificano e canalizzano il processo di riduzione; distribuiscono nel mondo intero le stesse semplificazioni e gli stessi luoghi comuni che si prestano a essere accettati dalla maggioranza, da tutti, dall’umanità intera. E poco importa che nei loro diversi organi affiorino i diversi interessi politici. Dietro questa differenza di superficie regna uno spirito comune. (…) Questo spirito comune dei mass media che si dissimula dietro la loro diversità politica è lo spirito del nostro tempo. E questo spirito mi sembra contrario allo spirito del romanzo.

Lo spirito del romanzo è lo spirito di complessità. Ogni romanzo dice al lettore: “Le cose sono più complicate di quanto tu pensi”. È questa l’eterna verità del romanzo, sempre meno udibile, però, nel frastuono delle risposte semplici e rapide che precedono la domanda e la escludono». (Milan KunderaL’arte del romanzo, Adelphi 1988)

Facciamo un esempio.  La parola romantico, che all’inizio (tra la fine del sec. XVIII e i primi decenni del sec. XIX) si riferiva all’inquieta sensibilità moderna per distinguerla da quella «classica», finì per fare riferimento a qualcosa di patetico e sentimentale e – nel più banale linguaggio dei mass media – all’amore più languido e appassionato. Superfluo aggiungere che questa pericolosa tendenza alla banalizzazione esiste in ogni autentica forma artistica; tuttavia, come scrive Giulio Ferroni «La musica è la forma artistica preferita dal romanticismo, perché consente di tessere associazioni segrete di suoni, di dar voce all’inesprimibile, di suscitare e seguire il movimento delle passioni ». Con il conseguente, inevitabile rischio  di oscurare lo spirito di complessità dietro l’individualismo sentimentale ed egocentrico di più bassa lega.

Tuttavia, secondo Wynton Marsalis, questo pericoloso conflitto tra banalità e complessità, nel jazz e nel blues (quelli veri, s’intende) viene sublimato:  «Non c’è una parola che possa descrivere certi silenzi di un viaggio in macchina a tarda notte con tuo padre, o quanto adori il sorriso di tua moglie quando provi a canzonarla. Eppure sono sentimenti reali, ancora più reali perché non si possono tradurre in parole. Il jazz concede al musicista di comunicare all’istante la precisa sensazione di un’esperienza di vita; di converso, la schiettezza della rivelazione induce l’ascoltatore a condividere la stessa esperienza. (…) Il jazz fa sì che ogni individuo plasmi un linguaggio con i propri sentimenti e usi questo linguaggio, assolutamente personale, per comunicare la propria visione del mondo. (…)

Il jazz ti ricorda che devi far funzionare le cose insieme ad altri. È difficile ma si può fare. Quando un gruppo di persone cerca di inventare qualcosa insieme è facile che nascano conflitti. Il jazz ti obbliga ad accettare le decisioni di altri: a volte ti tocca guidare, a volte seguire, ma non puoi rinunciare a nessuno dei due ruoli. È l’arte di negoziare le variazioni con stile. Lo scopo di ogni performance è di creare qualcosa a partire da circostanze definite: produrre insieme ed essere insieme (…) l’importanza di esprimere l’essenza dei tuoi sentimenti e la disponibilità a condividere un progetto con altri (…) La creatività non te la devi guadagnare, ce l’hai da quando sei nato. Tutto quello che devi fare è riconoscerla e darle libero sfogo.» (Wynton Marsalis – Come il jazz può cambiarti la vita. Feltrinelli, 2011)

David Byrne, musicista, compositore e produttore discografico statunitense di origine scozzese, fondatore e animatore dei Talking Heads, oltre che scrittore, ritiene che l’idea romantica del lavoro creativo, quella del senso comune «secondo cui la creazione emerge da un’intima emozione, dallo sgorgare della passione o del sentimento, e l’impulso creativo non tollera restrizioni, deve semplicemente trovare uno sbocco per farsi sentire, leggere o vedere» sia il contrario della realtà: «credo che il vero cammino della creazione si situi agli antipodi da questo modello. Credo che, inconsciamente e istintivamente, adeguiamo il nostro lavoro a schemi preesistenti. Naturalmente ciò non significa che la passione non sia presente.»

«Molti credono che ci sia una qualche misteriosa qualità insita nella grande arte, e che sia questa sostanza invisibile a suscitare in noi una reazione tanto profonda. Questa entità ineffabile non è stata ancora identificata, ma sappiamo che le forze sociali, storiche, economiche e psicologiche influenzano le nostre reazioni tanto quanto l’opera stessa. L’arte non può esistere nell’isolamento. E tra tutte le arti la musica, essendo effimera, è la più prossima a essere un’esperienza più che un’oggetto: è legata al luogo in cui l’hai ascoltata, a quanto l’hai pagata e a chi era con te in quel momento. (…)

Si ha spesso l’impressione che gli uomini di potere non vogliano vederci fare qualcosa da soli: preferiscono stabilire una gerarchia culturale che svaluta i nostri tentativi amatoriali e incoraggia il consumo a scapito della creazione. (…) Il capitalismo tende a creare consumatori passivi, e tale tendenza è per molti aspetti controproducente». (David Byrne – Come funziona la musica, Bompiani 2013/2014)

Bettye LaVette (vero nome Betty Haskins) è una cantante e compositrice soul-blues americana che a soli sedici anni, nel 1962, ha registrato il suo primo 45 giri. «La sua carriera altalenante è iniziata nel 1962, a quattordici anni ha avuto una figlia, a quindici il primo divorzio, poi molto sesso («una groupie di talento ma una pessima prostituta»), molto alcol, fiumi di cocaina (sniffava anche con Aretha Franklin e suo marito Ted White, del quale fu segretamente amante), molte canne con Marvin Gaye e un acido «memorabile» con George Clinton. Riscoperta all’inizio del nuovo millennio dall’etichetta indipendente Anti, che ha pubblicato i suoi primi album dopo quasi quarant’anni da sfigata, nel 2009 è stata invitata dal presidente Obama, un suo fan, a cantare al Kennedy Center. (…)

In oltre cinquant’anni ha inciso solo dieci dischi, cosa non ha funzionato?

«Niente ha funzionato! Sfortuna, brutti incontri, cattive abitudini: spararono in testa al mio manager che non ero ancora maggiorenne; capitai alla Atlantic nel momento in cui Jerry Wexler e Ahmet Ertegun avevano litigato a morte e il mio album, già inciso, rimase impantanato; mi accusavano di non avere il background gospel di tutte le altre dive del soul; alcol e cocaina per alleviare la frustrazione (mai bucata, gli eroinomani mi fanno orrore); squattrinata al punto di prostituirmi e diventare ostaggio di un pappone che minacciò di buttarmi giù dal ventesimo piano. Ma alla fine è sempre arrivato qualcuno a dirmi, ti va di fare un’altra canzone?». (Intervista di Giuseppe Videtti – La Repubblica 28 marzo 2018)

Bettye LaVette è la dimostrazione vivente di quanto sostiene David Byrne. Se non fosse così, questa grandissima artista avrebbe avuto i riconoscimenti che si merita:

Guarda caso, il capitolo numero nove di “Come funziona la musica”  si intitola “Dilettanti!“. Infatti «Il consulente all’istruzione Sir Ken Robinson fa notare che tutti i sistemi scolastici del pianeta sono stati concepiti per soddisfare le esigenze dell’industrializzazione del XIX secolo. (…) Come scrive Robinson: “Ho perso il conto delle persone brillanti che ho conosciuto in tutti i campi, che a scuola non se l’erano cavata troppo bene. Alcuni c’erano riusciti, naturalmente, ma altri ebbero successo e scoprirono le loro doti dopo esseri ripresi dalle proprie esperienze scolastiche. Ciò è dovuto in larga parte al fatto  che gli attuali sistemi scolastici non furono studiati per sviluppare le doti naturali di tutte le persone. Erano concepiti con il fine di favorire certi tipi di abilità nell’interesse delle economie industriali di cui erano al servizio.”»

Vale anche per gli artisti (in quanto intellettuali essi stessi) quello che scrive Edward W. Said a proposito degli intellettuali: «Ogni intellettuale ha un pubblico e dei sostenitori. Ma quel pubblico va lusingato alla stregua di un cliente da soddisfare? Oppure sollecitato a porsi apertamente all’opposizione, a scegliere una partecipazione sociale a più vasto raggio, più democratica? In ambo i casi, al potere e all’autorità non si sfugge, né l’intellettuale può eludere quel rapporto. Quale atteggiamento assumere? Da professionista supplice oppure da dilettante senza medaglie, coscienza critica del potere?» (Dire la verità – Feltrinelli 1994)

«Se infatti, invece di cercare “la poesia nascosta in qualche posto là dietro”, il poeta si impegna a servire una verità già nota (che si offre da sé e che è “là davanti”), egli rinuncia con ciò stesso alla missione che è propria del fare poesia. E poco importa che la verità preconcetta si chiami rivoluzione o dissidenza, fede cristiana o ateismo, che sia più o meno giusta; il poeta che si mette al servizio di una verità altra da quella che è da scoprire (che è abbagliamento) è un falso poeta» (Milan Kundera)

Su un solo punto mi permetto di dissentire da quanto scrive Wynton Marsalis nel suo libro. Egli afferma che Miles Davis (un grande maestro), a un certo punto della sua carriera, «si vendette al rock. Cercava di accaparrarsi i soldi e il grande pubblico del rock». In altre parole, tradì il jazz. Beh… se i venduti fossero in grado di scovare, come lui, quella cosa senza nome, nascosta in qualche posto là dietro da tantissimo tempo, allora siano benvenuti tutti i traditori!

Negli audio-video:
Bettye LaVette – Thru the Winter (da A Woman Like Me – 2003 )
Miles Davis – Time After Time – Live around the world – June 5, 1989 Chicago
In testata: Stuart Davis’s “Swing Landscape,”  1938