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Orgogliosamente disumani

GLI INUMANI (Inhumans) sono una specie immaginaria dei fumetti, creata da Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni), pubblicata dalla Marvel Comics. La loro prima apparizione avviene in The Fantastic Four (Vol. 1) n. 45 (dicembre 1965). (da Wikipedia)

Invece la capogruppo della Lega nel Consiglio comunale di Bologna , Francesca Scarano, non appartiene affatto ad una specie immaginaria dei fumetti. Al contraria, ella rappresenta una reale tipologia umana che da qualche tempo prolifera in modo esponenziale sia nella società “civile” che in quella “politica”. Infatti: “… i toni usati da Scarano non coincidono col profilo moderato che la capogruppo ha sempre mantenuto in Consiglio comunale. «Non siamo la pattumiera dell’Europa e non agevoleremo più il vergognoso business del terzo millennio», un passaggio del suo lungo post su Facebook. E soprattutto: «Siamo orgogliosamente disumani, se l’umanità vuol dire gestire come fatto sinora un’immigrazione incontrollata»“. (Corriere di Bologna, 13 giugno 2018)

IL VANGELO. Non la pensa per nulla allo stesso modo il cardinale Ravasi, che nel frattempo twittava un versetto del Vangelo a proposito della nave Aquarius bloccata dal ministro Salvini. Una citazione di Gesù, e sono partiti gli attacchi degli haters nei social contro il cardinale Ravasi, che dal vangelo di Matteo (25, 31 sgg.) ha citato il versetto con il quale Cristo indica quale destino di perdizione attenda chi si rende colpevole di certe mancanze: «Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato »

«Ho solo ricordato il Vangelo, Matteo 25,43. Non aggiungo altro. In generale dico che l’importante è essere spina nel fianco. E questo forse la scuola non lo insegna più, accontentandosi della tecnica, di competenze e non di sapere. (…) non basta solo la tecnologia, ma occorrono le scienze umane per poter far cantare il cuore».  (la Repubblica Bologna, 13 giugno 2018)

En passant, ricordo che il cattolico e pacioso Matteo Salvini, rosario e Vangelo sempre alla mano, ha definito i giovani frequentatori dei centri sociali con il poco biblico appellativo di “zecche rosse“.

CATTIVI E IPOCRITI. Fatti i doverosi distinguo e le necessarie distinzioni storiche nonché socio-economiche, si riporta di seguito un estratto dall’importante discorso segreto del 10 novembre 1938 di Adolf Hitler  (il cui rapporto pubblico con la religione era segnato dal pragmatismo più opportunista “adattato” ai suoi fini politici più immediati) ai dirigenti della stampa tedesca. Egli si espresse come segue: «Le circostanze mi hanno costretto a parlare, per decenni, quasi solo di pace. Soltanto sottolineando di continuo la volontà di pace e le prospettive di pace tedesche mi è stato possibile conquistare passo passo la libertà al popolo tedesco e assicurargli quella potenza militare che costituiva, volta per volta, la premessa per la tappa successiva. Va da sé che una propaganda pacifista del genere, proseguita per tanto tempo, ha anche i suoi aspetti negativi, nel senso che fin troppo facilmente può provocare il radicarsi, nel cervello di molti, della convinzione che il regime attuale sia, in sé e per sé, identificabile con la decisione e la volontà di preservare a ogni costo la pace. Ciò però, non soltanto avrebbe per effetto un’errata interpretazione degli obiettivi di questo sistema, ma anche e soprattutto porterebbe la nazione tedesca… a essere pervasa da uno spirito che, a lungo andare, si trasformerebbe in disfattismo, mandando in fumo inevitabilmente i successi dell’attuale regime. Se per anni ho parlato soltanto di pace, è stato perché vi ero costretto. In seguito si è manifestata la necessità di dare un po’ alla volta un altro indirizzo psicologico al popolo tedesco, in modo che, sia pure lentamente, si rendesse conto che ci sono cose le quali, quando non possono essere realizzate mediante mezzi pacifici, devono esserlo col ricorso alla forza… È un lavoro che ha richiesto mesi: un lavoro che è stato iniziato, proseguito, perfezionato, programmaticamente». (da “Hitler: Una biografia” di Joachim Fest – Garzanti)

«È un po’ prima dell’una un po’ dopo mezzogiorno, l’ora dei soci anziani, di quelli che contano nel Circolo e non solo nel Circolo, capi, notabili, decani di questo e di quello, si stanno spogliando in fretta e furia, paroliandosi allegramente, manate, colpetti sulle pance, urlati commenti sui reciproci corpaccioni che sono veramente uno schifo… no, ha ragione mamma, non è un ambiente molto chic questo, pensa Ninì. E dire che lei non li ha visti negli spogliatoi, li vede solo nelle sale del Circolo dove assumono un contegno. Qui li dovrebbe vedere, è un’altra cosa qui, sono diversi, si lasciano andare al rutto, al peto, girano tutti nudi con quei piedi unghiogialluti, li senti euforici sotto le docce che si raccontano storie di casino, che parlano di troie con competenza, rispondono cordialmente ad un insulto, e sempre esagerati nelle parole e nei movimenti, con quelle facce segnate, come dice Massimo, dalle rughe degli infiniti sorrisi servili rivolti ai potenti, e degli austeri cipigli rivolti agli inferiori. Poi te li trovi nelle sale del Circolo, in doppiopetto, al tavolo di ramino o di baccarà a discutere di questioni di precedenza e di procedure, ti fanno la lezione, statti zitto, io sono più vecchio di te, queste cose le so, ho l’esperienza. Esperienza un cacchio!» (Raffaele La Capria, Ferito a Morte – Mondadori, 2017)

GIUSTI E INGIUSTI. «I più vecchi di noi hanno intanto ben chiara la memoria di un tempo non molto lontano in cui schierarsi da una parte o dall’altra e identificare nel mondo all’intorno il giusto e l’ingiusto era una cosa di una semplicità estrema. In quel tempo, l’immagine della verità era chiara, inconfondibile e incrollabile davanti a noi e si sapeva sempre dove era situata. Mai avremmo pensato allora che ci potesse apparire un giorno segreta e sfuggente. Non solo i fatti che un tempo accadevano erano semplici da giudicare, offrendosi ai nostri occhi in colori chiari e risplendendo al disopra di essi un’immagine chiara e solare della verità, e non solo noi avevamo davanti al nostro pensiero una realtà ben meno affollata e meno immensa, dove ci muovevamo sicuri nello sdegno e nell’assentimento. Ma in noi allora non si era insinuata l’idea che l’innocenza e la colpa sono tanto spesso mescolate e aggrovigliate in nodi così stretti che l’uomo, con il suo metro inadeguato e rozzo e con i suoi sensi poveri, non è in grado di districarle. Non si era ancora insinuata in noi l’idea che l’uomo si trova debole e sprovveduto dinanzi alla complessità dei fatti». (Natalia Ginzburg, da “Pietà universale” in “Mai devi domandarmi” – Einaudi).

SCHIERARSI. Natalia Ginzburg ha scritto queste parole nell’ottobre del 1970. Dopo quasi cinquant’anni, purtroppo sembrano tornare tempi in cui “schierarsi da una parte o dall’altra e identificare nel mondo all’intorno il giusto e l’ingiusto era una cosa di una semplicità estrema“. Ci auguriamo di sbagliare, è ovvio. Urge comunque citare per l’ennesima volta George Santayana, da “La vita della ragione”: «Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo». Perché in realtà siamo e rimaniamo sempre semplicemente umani.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Casuisti si nasce?

La dottrina del cattolicesimo prevede peccato mortale quando, nelle nostre azioni, si verificano tre condizioni contemporaneamente: 1) Materia grave; 2) Piena consapevolezza; 3) Deliberato consenso. Altrimenti si tratta di peccato veniale. Il peccato mortale,  secondo la Chiesa cattolica e alcune chiese protestanti, condanna l’anima di una persona all’inferno dopo la morte. Mentre il peccato veniale, in quanto  trasgressione di una legge di importanza secondaria, è sempre un’offesa a Dio, ma non priva l’anima della grazia ed è emendato con una pena temporanea. Si capisce così per quale motivo il ruolo del casuista sia davvero fondamentale.

Le “Lettere persiane” di Montesquieu, romanzo epistolare di straordinario successo, furono pubblicate anonime ad Amsterdam nel 1721. «È una pungente satira dei costumi francesi, analizzati dal punto di vista di due viaggiatori persiani, Usbek e Rica, due giovani colti e ricchi, appartenenti all’alta società. I sarcasmi delle lettere non risparmiano né le istituzioni, né gli uomini del tempo. I personaggi, essendo stranieri, vedono la Francia in modo distaccato, criticando vita e costumi di una società cattolica e assolutistica.» (da Wikipedia)

Montesquieu scrive: “L’altro giorno andai in un convento di questi dervisci. Uno di loro, venerando, con i capelli bianchi, mi accolse con grande gentilezza (…) «Padre», gli dissi, «qual è il vostro ruolo nella comunità?» «Signore», mi rispose con un’aria molto soddisfatta per la mia domanda, «sono casuista.» «Casuista?» ripresi, «da quando sono in Francia non ho mai sentito parlare di questa carica.» «Come! non sapete cos’è un casuista? Ebbene, ascoltate, ve ne darò un’idea più che esauriente. Ci sono due specie di peccati: quelli mortali, che escludono assolutamente dal paradiso, e quelli veniali, che a dire il vero offendono Dio ma non lo irritano al punto di privarci della beatitudine.

Ora, tutta la nostra arte consiste nel distinguere bene  queste due specie di peccati, perché, a eccezione di qualche libertino, tutti i cristiani vogliono guadagnarsi il paradiso, ma non c’è nessuno che non voglia guadagnarselo a buon mercato (…) Non è l’azione a costituire il crimine, ma il grado di consapevolezza di chi la compie: chi fa del male, fino a quando può credere che non sia tale, ha la coscienza a posto; e poiché c’è un numero infinito di azioni equivoche, un casuista può attribuire loro un grado di bontà che non hanno, dichiarandole buone; e, purché riesca a convincere che non hanno veleno, glielo toglie del tutto.»

«Vi sto svelando il segreto di un mestiere in cui sono invecchiato, ve ne mostro le sottigliezze: tutto può essere rigirato, anche le cose che sembrano indiscutibili.» «Padre», gli dissi, «è una gran bella cosa; ma come ve la cavate con il cielo? Se il Sofi avesse alla sua corte uno che facesse nei suoi confronti quello che voi fate contro il vostro dio, che introducesse delle distinzioni nei suoi ordini, e che insegnasse ai suoi sudditi in quali casi devono eseguirli e in quali possono violarli, lo farebbe impalare all’istante.» Salutai il mio derviscio e lo lasciai senza attendere la sua risposta.” (Montesquieu – Lettere persiane: LVII • Usbek a Rhedi – Garzanti, 2016)

Con un salto nel tempo, passiamo ora al contemporaneo senatore Matteo Renzi, 43 anni, segretario del PD dal dicembre 2013 al marzo 2018:

«Renzi, nelle settimane scorse, era già volato in Kazakistan per tenere uno speech, pochi giorni dopo essere già stato in Qatar, assieme al fidato Marco Carrai, per incontrare l’emiro Tamim Bin Hamad al-thani, che gestisce un fondo sovrano da 250 miliardi di dollari. (…) Ieri l’ex premier si trovava a Pechino per tenere un discorso sulla Via della Seta e la cultura, ingaggiato da una società che recluta personaggi famosi.  Poi sarò negli Stati Uniti per i 50 anni dalla morte di Bob Kennedy, poi in Sudafrica per l’anniversario della nascita di Mandela.

Tutti appuntamenti sui quali, sgravato dalle responsabilità di governo e di gestione del partito, Renzi sta lavorando: «Ma adesso tocca a loro». Come gli hanno detto le persone a lui più vicine analizzando i motivi del doppio crollo referendum-elezioni: «Bisogna riprendere il contatto con la realtà delle cose, con i problemi della gente fuori». (sic!) È anche per questo che il senatore fiorentino ha inviato una email a tutti i cittadini e le imprese del suo collegio, che nelle prossime settimane andrà ad incontrare.

I mesi di basso profilo dell’ex premier, se stavolta riuscisse davvero a tenersi dietro le quinte, dovrebbero durare fino ad ottobre, quando (dal 19 al 21) a Firenze tornerà la Leopolda, appuntamento al quale Renzi si presenterà durante il lancio del nuovo libro che sta scrivendo: «Sarà un evento vecchio stile, come all’inizio, con protagonista la società civile». E con un ultimo sassolino: «Chi mi ha combattuto per anni dall’interno del Pd, dicendo che ero poco di sinistra, ora si trova Salvini al Viminale». (di Claudio Bozza – Corriere della Sera, 4 giugno 2018). L’ex premier vorrebbe insomma convincerci che lui (padre di questa oscena legge elettorale denominata “Rosatellum”) e il suo “cerchio magico”   non abbiano alcuna responsabilità rispetto all’attuale  situazione. Situazione determinata però da loro stessi.

“Tutto può essere rigirato, anche le cose che sembrano indiscutibili.” Perfino l’appartenenza di tanti personaggi riprovevoli (per usare un eufemismo) e delle loro politiche reazionarie al campo progressista. A questi ennesimi venditori di fumo,  ha da poco risposto molto lucidamente Federico Rampini:

«Com’è accaduto che lo spread Btp- Bund sia diventato la Linea Maginot dietro la quale la sinistra italiana è asserragliata, il baluardo a cui si aggrappa in questa tempesta istituzionale? È normale che lo slogan dei progressisti sia “attenti al giudizio dei mercati”? Rifiutare il piano B dell’uscita dall’euro significa sdraiarsi sull’austerity germanica? Proprio quella che abbiamo criticato per anni?

Capisco che abbia suscitato tante passioni l’Amaca di Michele Serra, in cui ha rifiutato l’alternativa tra “governo dei mercati e governo del popolo”. Molti di noi si sentono stritolati in questa opzione. Ci sentiamo traditi da una sinistra che fa di tutto per dar ragione a chi la descrive come establishment. Chi commenta l’indice Mib come fosse un giudizio divino sembra dimenticare che in altre circostanze la Borsa premia le aziende che tagliano i costi licenziando o ingrassano i profitti eludendo le imposte nei paradisi fiscali. La Borsa ha i suoi criteri. Non dovrebbero essere i nostri. (…)

…vorrei che la sinistra smettesse di usare le oscillazioni dei mercati finanziari come una clava da sferrare con opportunismo contro Lega e M5S. I mercati sono una realtà concreta dove si muovono interessi (non quelli delle classi lavoratrici) e ideologie (neoliberismo), su cui troppi governanti di sinistra si sono appiattiti, pagando un prezzo altissimo. Se la salvezza è un tecnocrate del Fondo monetario internazionale, la nostra storia la stiamo buttando via. Non stupisce che la classe operaia vecchia e nuova si senta più rappresentata da altri.» (Federico Rampini: “Ma la borsa non è di sinistra” – La Repubblica, 31 maggio 2018)

I casuisti televisivi della politica italiana, intanto, aspettano e sdrammatizzano con una battuta: tranquilli, «Ora tocca a loro e pop-corn per tutti!». Tanto poi, dal 19 al 21 ottobre, andranno tutti alla fucina politico-intellettuale della Leopolda, evento che ha forgiato statisti del calibro di Maria Elena Boschi e Luca Lotti (per citarne solo due), “al quale Renzi si presenterà durante il lancio del nuovo libro che sta scrivendo”. Mica pizza e fichi.

E dire che ci sono ancora in giro tanti “gufi” che vanno a raccontare come la sinistra e la destra in politica mantengano oggi grande senso e significato; e come però la sinistra, grazie ai suoi “dirigenti-banderuola”, ha perso gran parte del suo radicamento appiattendosi ipocritamente – in termini di iniziativa, identità e progettualità – sul solito, qualunquista luogo comune dello status quo:”Non ci sono alternative“!

Come il sottoscritto, per fare un esempio. Sarà peccato veniale o peccato mortale?

In testata: Paul Klee: “Wall Painting from the Temple of Longing”, 1922 (collezione privata) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Repubblica BO 1 giugno – Prima
MAGNA CARTA
Luca Bottura
Merola fa benissimo ad additare le aziende che hanno disertato la firma della carta di Bologna per i fattorini del cibo a domicilio. Ricordiamole: Justeat, Deliveroo, Glovo, Foodora e poi… aspetta… c’era quell’altra, quella che ha scritto il jobs-act… niente.
Vabbé, mi verrà in mente.

La cosiddetta normalità

Quando Ulisse partì da Itaca per fare la guerra a Troia, affidò suo figlio Telemaco alle cure di Mentore – figlio del suo caro amico Alcino, che partì con lui. Etimologicamente, il vocabolo mentore viene oggi utilizzato con il significato di consigliere; per antonomasia, il vocabolo mentore ha poi assunto nel linguaggio comune il significato di consigliere fidatoguida saggiaprecettore.

Nel racconto dell’OdisseaTelemaco ha circa vent’anni quando compare; vive con la madre Penelope e con i proci, ovvero 119 nobili di Itaca che pretendono in sposa la presunta vedova, per ottenere la corona, saccheggiandone al tempo stesso le sostanze in quanto ospiti della sua stessa  proprietà. Penelope, sperando ancora nel ritorno del marito, promette da lungo tempo che sceglierà un nuovo re quando  riuscirà a concludere un sudario per il suocero Laerte, prima che ritorni Ulisse. Per evitare le nozze tuttavia, Penelope disfa durante la notte la tela tessuta di giorno.

In questa intricata situazione, ecco però come Mentore affronta l’assemblea che riunisce gli itacesi:

«…Io non accuso
I petulanti Proci, che al ritorno
Dell’eroe non pensando, il focolare
Ne invasero, sciupandone gli averi
A rischio della vita. Io ben m’adiro,
Cittadini, con voi, che il figlio suo
Non osate aiutar d’una parola,
Con voi che molti siete incontro a pochi…»   (Omero – Odissea, libro secondo. Traduzione di Paolo Maspero)

Vocabolario alla mano, il temine conformismo indica “Abitudinaria, acritica, piatta adesione e deferenza nei confronti delle opinioni e dei gusti della maggioranza o delle direttive del potere.” Dal che si deduce che Mentore, al contrario della maggioranza dei suoi conterranei, era tutt’altro che un conformista. Di lui, della sua parola e dei suoi princìpi ci si poteva fidare. Non altrettanto invece di coloro che, pur essendo molti contro pochi, non osano dire una parola in difesa dei perdenti del momento…

L’Odissea, così come l’Iliade, viene presumibilmente composta nella Ionia d’Asia intorno al IX secolo a.C., anche se alcuni autori pensano che sia nata intorno al 720 a.C. Tanti secoli sono trascorsi, ma le caratteristiche dell’umanità non sembrano per nulla mutate col tempo. Da cosa deriva, allora, questo istintivo, tanto nefasto quanto innato desiderio di adesione e deferenza alla maggioranza e al potere?

«È un fatto, c’è una tendenza all’omologazione che spinge le persone a rinunciare alla propria specificità, obbedendo alla logica del gruppo — la terribile logica delle tre N: è normale; se è normale vuol dire che è naturale; e allora è necessario, deve essere così, non può che essere così. E chi non rientra in quest’ordine? Chi non rispetta la regola, e non ha un posto nell’ordine previsto delle cose?» (Mauro Bonazzi – La Lettura, 29 Apr 2018)

Ecco, appunto. «Tra il 1951 e il 1956 (…) lo psicologo Solomon Asch condusse una serie di esperimenti ormai celebri sui pericoli del condizionamento da parte del gruppo. Asch suddivise un insieme di studenti e li sottopose a un test ottico in cui mostrava loro tre linee di lunghezza variabile chiedendo un’opinione sul rapporto tra di esse: quale fosse la più lunga, quale avesse la stessa lunghezza di una quarta linea e così via. Le sue domande erano così semplici che il 95% degli studenti rispose correttamente a ciascuna di esse. Quando però Asch inserì gli studenti in gruppi composti da attori che, con aria sicura, fornivano la medesima risposta sbagliata, la percentuale di soggetti capaci di rispondere correttamente a tutte le domande crollò al 25%». (da Susan CainQuiet. Il potere degli introversi, Bompiani 2012)

Poiché questi esperimenti, per quanto illuminanti, non dicevano tuttavia perché siamo così portati a conformarci, nel 2005, un neuroscienziato della Emory University, Gregory Berns, ha voluto condurre una versione aggiornata degli esperimenti di Asch. Questi rivelarono che la pressione del gruppo non è soltanto un fenomeno spiacevole, ma riesce addirittura ad alterare il nostro punto di vista su un determinato problema. «Quello che Berns chiama “dolore dell’indipendenza” ha implicazioni profonde. Molte delle nostre più importanti istituzioni civili, dalle elezioni democratiche alle giurie dei tribunali fino al concetto stesso di governo della maggioranza, dipendono dalle voci del dissenso. Se però il gruppo è letteralmente capace di alterare la nostra percezione e se prendere una posizione contraria significa attivare primitivi, potenti e inconsci sentimenti di rifiuto, allora queste istituzioni ci appaiono improvvisamente più vulnerabili di quanto pensassimo». (da Susan Cain – Quiet. Il potere degli introversi, Bompiani 2012)

Secondo Platone  ciò che più serve, per essere un vero filosofo, è il coraggio.  Cerchiamo quello che ci manca per essere noi stessi. Capire chi siamo, quale è il nostro posto nel mondo, e il senso che vorremo dare alla nostra esistenza: lì è il desiderio profondo. Per questo il coraggio è così importante: ci vuole coraggio per cercare sé stessi, riconoscendosi nei propri limiti e difetti. Esattamente il contrario dell’abbandonarsi alla corrente dei luoghi comuni, delle abitudini e dei pregiudizi, alla via meno faticosa, quella più facile, più generosa di riconoscimenti pubblici; il coraggio è l’opposto di questo pigro gettare il cervello nel bugliolo delle convenienze immediate; è antitetico alla mancanza di visione, al consueto”Programma del Subito” – analogo al “Sofort Programm” di Schleicher, che non a caso Hitler riprese nel 1933 per ridare una illusoria fiducia a un popolo sfibrato dalla crisi del 1929. Con le conseguenze che tutti conosciamo.

Il coraggio della coerenza, invece, possiede un solido e inossidabile peso specifico. Ad esempio «Pertini poteva permettersi di andare a visitare il neofascista Di Nella in ospedale, perché aveva un’idea di società, il progetto costituzionale, un modello pedagogico con cui poteva persino immaginare, anzi essere convinto, che il socialismo e l’antifascismo avrebbero costruito un orizzonte di senso anche per chi aveva creduto nel fascismo (…) Oggi quest’idea di società a sinistra fa fatica a esistere; anche perché è stata combattuta in nome delle varie declinazioni del THERE’S NO ALTERNATIVE, della sudditanza nei confronti del potere spacciata per senso di responsabilità, dei voti utili delle retoriche della paura». (Christian RaimoHo 16 anni e sono fascista – Piemme 2018)

Anche di Massimo Fini nessuno può negare la coerenza:

«…Anche Pasolini non aveva idee convenzionali. Eppure Piero Ottone lo chiamò al Corriere.

Non facciamo paragoni blasfemi! Erano anche altri tempi, in cui il Corriere si permetteva il lusso di ospitare un intellettuale totalmente fuori dagli schemi. Adesso questa figura del bastian contrario di livello – in cui metto, con le dovute differenze, anche Bocca e Montanelli – non esiste più.

Veniamo al Conformista, anche se non è in questa raccolta, in cui lei fa l’elogio dell’anticonformismo in tempi in cui – tra gli anni Ottanta e Novanta – era una bandierina della borghesia. Oggi, nell’assoluta assenza di pensiero critico, assistiamo a un conformismo di ritorno.

Si è abbassato il livello della classe politica e di quella intellettuale, non si riesce più a opporsi all’orrendo politically correct e al pensiero dominante. La responsabilità, oltre che della politica, è degli intellettuali e dei giornalisti. Il “tengo famiglia”? Il tengo famiglia, che era una dinamica tipica del Fascismo perché se non prendevi la tessera finivi al confino, non è una spiegazione sufficiente. La situazione che viviamo è più subdola: la censura oggi è difficilmente diretta. La sanzione è l’emarginazione lenta, un isolamento molto duro da sopportare». (Intervista di Silvia Truzzi a Massimo Fini – Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2018 sulla pubblicazione di Confesso che ho vissuto – Marsilio 2018)

Anaïs Nin ha scritto: «La nostra cultura ha fatto della vita da estroversi l’unica virtù. A forza di scoraggiare il viaggio interiore e la ricerca di un centro, abbiamo finito per perderlo, il nostro centro. E ora dobbiamo metterci di nuovo a cercarlo».

Che Mentore ci assista.

In testata: “Rickshaw kid”,  di Banksy –  John William Waterhouse-Penelope and the Suitors(1912) – a seguire altra opera di Banksy –  L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il cavaliere aspetta fuori

Il grande Gatsby” è il terzo romanzo di Francis Scott Fitzgerald (dopo “Di qua dal paradiso” e “Belli e dannati“). Pubblicato per la prima volta a New York il 10 aprile 1925, venne definito da T.S. Eliot «il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Da allora ne sono state tratte (finora) quattro versioni cinematografiche.

La prima, quasi immediata, è The Great Gatsby, un film muto del 1926, diretto da Herbert Brenon, interpretata da Warner Baxter e Lois Wilson, che però è andata definitivamente persa. Ne sono sono seguiti tre altri adattamenti.

La seconda è stata girata nel 1949; il film fu diretto da Elliott Nugent, con protagonisti  Alan Ladd e Betty Field.

La terza è del 1974. La pellicola viene diretta da Jack Clayton, con Robert Redford, Mia Farrow e la sceneggiatura di Francis Ford Coppola:

L’ultima versione è del 2013, film diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire:

Un confronto tra le due ultime versioni (Clayton del 1974 e Luhrman del 2013) evidenzia notevoli differenze di lettura del testo originario.

Stile e ritmo: il Gatsby del 1974 è diretto con incredibile distacco formale, mentre la colorata vorticosità e il ritmo serrato delle scene (soprattutto negli animatissimi Party di Gatsby), determinano un’atmosfera più passionale e “veloce” in quella del 2013.

Attori: decisamente freddi e glaciali nella versione di Clayton, passionali e fragili in quella di Luhrman.

Sceneggiatura:  quella più recente è molto incentrata sull’amore fra i due protagonisti e poco sulla disillusa e dissacrante descrizione del Sogno Americano e della società U.S.A. degli anni ruggenti presente nel cartaceo originale. A questa si attiene invece la versione del 1974 di Coppola, molto fedele al romanzo non solo nell’intreccio ma anche nei dialoghi.

 Colonna sonora: il film con Redford e Farrow è classico e pulito, musica anni ’20 e ’30 (l’età del jazz) per le feste, musica “hollywoodiana” per i momenti di tensione, di romanticismo, di tristezza, nessun azzardo “contemporaneo”. La scelta Luhrmanniana è invece di inserire musica moderna (Alternative Rock, House, Hip-Hop…) all’interno dei party di Gatsby, questo dona maggior “attualità” alla pellicola e al contempo garantisce un ritmo vorticoso e frenetico al tutto; intensità travolgente ma forse ridondante.

Afa e calura: Luhrmann esclude il sudore  determinato dalla soffocante atmosfera delle calde giornate estive di Long Island, vero sottofondo ambientale nel romanzo di Fitzgerald; quel copioso sudore che è invece spesso presente sui visi dei protagonisti nella versione di Clayton. Pare futile, ma è una differenza importante.

Questo per quanto riguarda il cinema. Ma dal 1925 ad oggi sono state effettuate centinaia di traduzioni e riedizioni in tutte le lingue del mondo di questo romanzo. Il quale, in realtà, appena uscito non ebbe alcun successo commerciale. Vendette poche copie, nonostante  le buone recensioni; era come se solo i recensori e alcuni “addetti ai lavori” si fossero accorti della sua importanza.  Edward Wilson, compagno di università di Fitzgerald, e dopo la sua morte principale artefice della sua riscoperta, gli scrisse che i personaggi sono troppo sgradevoli perché chi legge si appassioni veramente. Maxwell Perkins, editor di cui Fitzgerald si fidava ciecamente, gli scrisse che la tiepida accoglienza era dovuta al fatto che la sua creatura “…passa sopra la testa della gente, più di quanto tu nemmeno immagini“.

Per quale motivo, allora, questo breve romanzo e questo discutibile personaggio – Gatsby -che si rifiuta di accettare la realtà (“Non si può ripetere il passato?” esclamò incredulo. “Come no? Certo che si può!“) continua a colpire e affascinare intere generazioni: lettori, spettatori, registi, autori o scrittori o sceneggiatori che siano, in tempi tanto diversi? La risposta potrebbe essere contenuta e riassunta in due soli termini: il primo sostantivo è sincerità, il secondo è speranza.

Sul “Corriere della Sera” del 17 aprile scorso è uscita un’intervista di Aldo Cazzullo alla signora Maria Romana De Gasperi, figlia di Alcide De Gasperi: fondatore della Democrazia Cristiana, è stato l’ultimo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, il primo della Repubblica Italiana ed è reputato uno dei padri della Repubblica Italiana.

Chi era Alcide De Gasperi?
«Un intellettuale. Dalla prigione scriveva lettere in latino. Quand’era presidente del Consiglio, la sera per rilassarsi leggeva le egloghe di Virgilio e l’Anabasi di Senofonte in greco. Durante il fascismo lavorava il mattino in Vaticano come bibliotecario, e il pomeriggio per arrotondare traduceva testi in tedesco, che parlava come l’italiano. Papà dettava ad alta voce, mamma batteva a macchina, e noi dovevamo mettere le pantofole per non far rumore». (…)

Il suo testamento morale è considerato il discorso alla Conferenza di pace di Parigi.
«Di solito si cita l’incipit».

Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto tranne la vostra personale cortesia è contro di me… 
«Rappresentava un Paese che aveva fatto la guerra accanto a Hitler, e l’aveva persa. Ma io trovo più significativo il finale di quel discorso, là dove dice ai rappresentanti delle democrazie: “Vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia; un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano”. Era questo lo spirito del nostro Paese, settant’anni fa».

Rispondendo poi alle lettere dei lettori, il 19 aprile Cazzullo scrive che «La cosa più importante che Maria Romana De Gasperi ha detto al Corriere riguarda lo spirito del 1948, il modo prodigioso in cui un Paese umiliato ritrovò la fiducia in se stesso

Nell’ introduzione a”L’ età del jazz” di Fitzgerald  tradotto dal Saggiatore negli Anni Sessanta, Elémire Zolla vede Francis Scott Fitzgerald come un cavaliere antico: con qualche macchia ma senza alcuna paura. “Il bellissimo Ruggiero è ammaliato dalla maga Alcina finché non gli giunge da Bradamante il dono dell’ anello che disincanta.” Una storia di disincanto è quella di Francis Scott Fitzgerald, dice Zolla.

 Franca Cavagnoli, nell’introduzione alla sua traduzione per le edizioni Feltrinelli, scrive: «La purezza della figura di Gatsby, la sua disarmante credulità, è poi riassunta molto bene da ciò che Sylvia Plath annota sul margine della sua copia. Nel punto in cui Gatsby rimane in giardino a sorvegliare la finestra di Daisy, convinto che lei sia nella sua stanza mentre in realtà è in cucina con Tom a preparare irresponsabilmente il piano di fuga, Sylvia Plath scrive:”Il cavaliere aspetta fuori; il drago va a letto con la principessa“». In fondo, questo «…è un romanzo sulla facilità con cui a quel tempo si facevano i soldi e su come a nessuno interessasse il modo in cui venivano fatti».   Vi ricorda qualcosa?
 Però Nick Carraway, voce narrante del romanzo, l’ultima volta che vede Gatsby lo saluta così: «Bene, arrivederci». Ci stringemmo la mano e m’incamminai. Appena prima di raggiungere la siepe mi venne in mente qualcosa e mi voltai. «Sono tutti marci», gridai attraverso il prato. «Tu da solo, per la miseria, vali più di tutti loro messi assieme». Il grande Jay Gatsby è il cavaliere-gangster, che cerca Daisy come si cercava un tempo il Santo Graal. A rendere Gatsby grande è un dono che poche persone possiedono: il dono della speranza e della sincerità. Proprio quello che sembra mancare – sia in termini di stile, che di ritmo, di attori, di sceneggiatura, di colonna sonora – al film del nostro tempo, nel quale i cavalieri (anche gli ex) di solito sono tutta un’altra cosa. Mentre l’afa, la calura, le sudate  nelle soffocanti giornate estive, quelle invece sembrano proprio sempre uguali. Ce ne fossero, di Gatsby!

In testata: Giorgione, Ritratto di guerriero con scudiero detto Gattamelata, 1501 ca., Olio su tela, Firenze, Galleria degli Uffizi

In mezzo: Giovanni Bilivert, Angelica si cela a Ruggiero, ante 1624. Firenze, Galleria Palatina

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Da uno a quattordici

Il fascismo eterno” di Umberto Eco (La Nave di Teseo, 2018) è un discorso pronunciato in inglese a un simposio organizzato dai dipartimenti d’italiano e francese della Columbia University, il 25 aprile 1995 per celebrare la liberazione dell’Europa. Eco utilizzò, in occasione del suo discorso, il termine Ur-Fascismo, o “fascismo eterno”, dove il prefisso tedesco “Ur” si riferisce all’essenza primigenia di un concetto.

« ….ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l'”Ur-Fascismo”, o il “Fascismo Eterno”. Tali caratteristiche non possono venire irregimentate in un sistema; molte si contraddicono reciprocamente, e sono tipiche di altre forme di dispotismo o di fanatismo. Ma è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una nebulosa fascista (…)».

Gli elementi che generano l’Ur-fascismo sono:

1) Il culto della tradizione. La cultura non è quindi avanzamento del sapere, ma recupero dal messaggio originario.
2) Il rifiuto del modernismo ma la difesa della tecnologia. I fascismi sono fieri delle loro innovazioni tecnologiche ma rifiutano ciò che è moderno sul piano delle idee e dei valori.
3) Il culto dell’azione per l’azione e il rifiuto del pensiero critico. L’impulsività, l’istinto, l’azione come atto estetico vengono preferiti alla riflessione. Da qui il sospetto e l’avversione verso la cultura e gli intellettuali.
4) Il disaccordo come tradimento. L’Ur-Fascismo rifiuta tutto questo e tratta il disaccordo come tradimento, celebrando al contrario l’unità, il pensiero unico, la concordia in seno alla tradizione.
5) La paura del diverso. L’Ur-Fascismo chiama alla lotta contro il diverso, lo straniero, il non-allineato.
6) L’appello alle classi medie frustrate. L’Ur-Fascismo trova terreno fertile nel malessere delle classi pressate da crisi economiche.
7) L’ossessione del complotto. L’Ur-Fascismo ricorre allo spauracchio del nemico esterno, appellandosi al nazionalismo e alla xenofobia.
8) I nemici sono molto forti ma anche molto deboli. L’Ur-Fascismo dà, ai suoi seguaci, dei nemici da odiare che devono apparire, allo stesso tempo, abbastanza deboli da dare agli adepti l’idea di poterli sconfiggere e abbastanza forti per avvalorare l’eventuale vittoria.
9) La vita è guerra permanente. Il pensiero fascista implica un nemico da combattere. Solo dallo scontro può nascere la pace.

10) L’elitismo di massa. I seguaci devono sentirsi parte di un’élite e avere bisogno di una guida autoritaria che li coordini. Così il forte domina sul debole ma quest’ultimo continua a sentirsi parte di un’élite apparentemente egualitaria.
11) Il culto dell’eroismo. Il fascismo chiama tutti ad essere eroi. I seguaci del fascismo vengono educati ad essere i migliori. Proprio questa possibilità di essere eroi seduce eventuali adepti.
12) Il machismo. L’Ur-Fascismo canalizza le pulsioni guerresche nel sesso. Il maschio dominante è l’emblema del fascismo eterno.
13) Il Populismo qualitativo. Il Popolo è rappresentato come entità portatrice di una volontà unica e non di una pluralità di bisogni. Così, il Popolo non ha peso come quantità ma come simbolo di una sola volontà, di una giusta “qualità”. Ciò segna la fine della tutela della pluralità di pensiero.
14) La “neolingua”. L’Ur-Fascismo parla una lingua propria, fatta di parole e simboli propri, di formule e di motti. In questo modo rafforza l’identità collettiva. (da derivatisanniti.com)

«Alla fine della Seconda guerra mondiale molti tra i più alti vertici militari delle Forze armate italiane avrebbero dovuto rispondere di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia e all’estero. A salvarli furono gli equilibri della Guerra fredda e il decisivo appoggio degli alleati occidentali grazie a cui l’Italia eluse ogni forma di sanzione per i suoi militari. Diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti e ministri della Repubblica e coinvolti nei principali eventi del dopoguerra: il referendum del 2 giugno; la strage di Portella della Ginestra; la riorganizzazione degli apparati di forza anticomunisti e la nascita dei gruppi coinvolti nel «golpe Borghese» e nel «golpe Sogno» del 1970 e 1974. Il loro reinserimento diede corpo a quella «continuità dello Stato» che rappresentò una pesante ipoteca sulla storia repubblicana. Attraverso documenti inediti, Conti ricostruisce vicende personali, profili militari, provvedimenti di grazia e nuove carriere nell’Italia democratica di alcuni dei principali funzionari del regime di Mussolini.

Nel corso degli ultimi anni la storiografia si è occupata approfonditamente dei crimini di guerra italiani all’estero durante il secondo conflitto mondiale e delle ragioni storiche e politiche che resero possibile una sostanziale impunità per i responsabili. Meno indagati sono stati i destini, le carriere e le funzioni svolte dai «presunti» (in quanto mai processati e perciò giuridicamente non ascrivibili nella categoria dei «colpevoli») criminali di guerra nella Repubblica democratica e antifascista. Le biografie pubbliche dei militari italiani qui rappresentate sono connesse da una comune provenienza: tutti operarono, con funzioni di alto profilo, in seno all’esercito o agli apparati di forza del fascismo nel quadro della disposizione della politica imperiale del regime, prima e durante la Seconda guerra mondiale. La gran parte di loro venne accusata, al termine del conflitto, da Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia e dagli angloamericani, di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia o epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano. Le loro biografie dunque rappresentano esempi significativi del complessivo processo di continuità dello Stato caratterizzato dalla reimmissione nei gangli istituzionali di un personale politico e militare non solo organico al Ventennio ma il cui nome, nella maggior parte dei casi, figurava nelle liste dei criminali di guerra delle Nazioni Unite». (dalle note di copertina di: Davide Conti – Gli uomini di Mussolini, Einaudi 2017)

«L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata nelle piazze italiane!” Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo». (Umberto Eco)

La crisi, il dubbio, la ricerca e il pensiero critico sono tutte cose che l’Ur-fascismo teme. Il dubbio è l’unica arma che abbiamo per tenere a bada l’Ur-Fascismo. La domanda di Eco, sottintesa, era questa: “E tu, quanto sei fascista da 1 a 14?

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Del senso comune

«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume….»

Ok, tutti, o quasi tutti, conoscono il celeberrimo incipit dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, probabilmente il più noto romanzo della letteratura italiana. Quello che segue, invece, è l’inizio di un’altro scritto dello stesso autore, molto meno noto, ma forse altrettanto importante e “moderno”:

«Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’ supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente memorabile…»

Il libro è la “Storia della colonna infame“: «Destinato in un primo tempo ad essere un capitolo dei Promessi sposi, poi cresciuto troppo per poterlo includere nel romanzo, è stato pubblicato nel 1840 come appendice al capolavoro del Manzoni. Largamente ispirato alle “Osservazioni sulla tortura” del Verri, racconta la disgraziata storia del Mora e del Piazza, ingiustamente accusati di unzione nella peste del 1630, e costretti con la tortura a confessare falsamente la loro colpa. Sulla casa del Mora, rasa al suolo per decreto del senato milanese, fu eretta, a perenne ricordo del delitto (ma in realtà a perenne vergogna di chi l’aveva eretta) una colonna, detta “la colonna infame». (Rosario Di Mauro, da liberliber.it) Non è un romanzo, è storia.

Nei “Promessi sposi” (cap. 32), Manzoni a proposito dell’isteria collettiva sui presunti  untori, commenta  che la collera popolare che consegue a minacce oscure e incontrollate, aspira sempre a punire qualcuno, a individuare colpevoli veri o presunti. Infatti: «le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa fare le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole piú che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malíe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà.»

«Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza di una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne dovevano scoprire, quasi infallibilmente; tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore.» I giudici avevano voluto trovare «i colpevoli d’un delitto che non c’era, ma che si voleva»; e «se non seppero quel che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere». Il ragionamento manzoniano risulta quantomai d’attualità.

Il quale ragionamento continua poi per constatare amaramente che “il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.” Il senso comune: quale concetto è più indefinito, più ambiguo e pericoloso? Oscar Wilde suggeriva di non discutere mai con un imbecille, perché ti porta sul suo terreno e ti batte con l’esperienza. E molto spesso questa esperienza, purtroppo, coincide proprio con il cosiddetto senso comune. Diviene un comodo paravento per chiacchiere vuote e superficiali, ma non per questo meno pericolose. Schermo tartufesco e perbenista dietro cui nascondere pregiudizi, pettegolezzi, invidie, ipocrisie, malignità, cattiverie; collateralismo e complicità opportunista e disimpegnata, pur di aderire al vigente sistema di potere, quale esso sia. La facciata conformista dietro cui nascondere vizi privati e pubbliche virtù, assumendo nei fatti totale indifferenza al tema dei valori e della giustizia.

Tema della giustizia che invece è al centro del pensiero di Manzoni, in queste come in tutte le sue opere: da questa dipende infatti secondo lui  il bene e il male delle persone e della società nella vita terrena, in attesa della perfetta realizzazione ultraterrena nel regno di Dio. In questo senso, egli ha svolto con grande coerenza e sincerità il proprio ruolo di intellettuale, di artista e di cittadino (religioso). «Di fronte alla scandalosa evidenza del male che corrompe i rapporti umani e sociali portando dolore e violenza soprattutto ai più deboli, Manzoni denuncia le gravi responsabilità degli uomini» (A. Jacomuzzi). La sua lezione impone una domanda: possiamo dire altrettanto di noi stessi, oggi, dei nostri doveri come singoli e come comunità, ognuno nei rispettivi ruoli pubblici e privati e secondo le proprie competenze?

La risposta non può che essere negativa; a prevalere, oggi come allora è ancora una volta il cosiddetto senso comune, il quale, di volta in volta, cambia il proprio oggetto ma non il proprio fine: il conformismo. Oggi come oggi il suo strumento ideologico è il senso della “necessità”: «Il discorso politico contemporaneo, soprattutto in Europa, è sempre più intriso di «necessità». La globalizzazione, si dice, impone conformità alle logiche di mercato. Le tecnostrutture sovranazionali dettano regole vincolanti basate su semplici numeri. Il motto di Margareth Thatcher — there is no alternative — domina le scelte di governo e sempre più anche quelle individuali (pensiamo al mercato del lavoro). È il trionfo di quella colonizzione del «mondo della vita» da parte degli «imperativi sistemici» di cui parlano da molto tempo autori come Jürgen Habermas o Axel Honneth.

Nel suo ultimo libro Il senso della possibilità (Feltrinelli), Salvatore Veca indica invece una strada per uscire da questo vicolo cieco. «Di fronte alla dittatura del presente e delle sue supposte necessità, sostiene, occorre recuperare appunto il «senso della possibilità». L’idea che non vi siano alternative nasce dalla nostra ignavia, dal mancato esercizio di spirito critico nei confronti dello status quo, dei paradigmi dominanti e delle loro false necessità. E, soprattutto, dalla diffusa rinuncia a usare l’immaginazione, a elaborare futuri possibili, a «prenderci per mano, ragionare e operare per forme più decenti di convivenza» (Maurizio Ferrera – Corriere della Sera, 16 marzo 2018)

La giornalista britannica Laurie Penny ha scritto: «il neoliberismo molto semplicemente, descrive un modo di organizzare la società – dalla politica alla cultura al commercio – in cui i bisogni del mercato e l’adorazione del profitto privato hanno la precedenza su tutto il resto. Dove niente è più importante di cosa si può vendere e a quanto (…) come ogni forma di capitalismo, non mira solo a controllare  ciò che le persone fanno, ma anche quello che provano, e nello specifico ciò che provano nei confronti del capitalismo. Quando un sistema produce una quantità d’infelicità tale da non poter più contare sull’arrendevolezza delle masse, questo sistema crolla. Qualcosa si spezza.

Ora siamo arrivati a un punto di rottura, e questo crea un varco per il fascismo. Il fascismo funziona in modo simile, ma la sua è una violenza dichiarata, e le sue ingiustizie  sono celebrate  anziché occultate con la razionalità. Al fascismo non interessa cosa provano le persone, basta che restino al loro posto. (…) Cambiamenti del genere non arrivano da un giorno all’altro. Non c’è un momento magico in cui il fascismo esplicito emerge dalla crisalide neoliberista e comincia a sbattere le ali maculate di svastiche. È una metamorfosi lenta, che siamo costantemente incoraggiati a giustificare fingendo che sia tutto normale o, se non normale, almeno sopportabile o, se non sopportabile, almeno qualcosa a cui si può sopravvivere.» (da “Questa non è libertà” – Internazionale n. 1246)

Credo che oggi il punto di partenza per ogni ragionamento sulla politica debba essere il rifiuto dell’indifferenza. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare » , dice Gramsci ed è difficile non essere d’accordo, anche se bisogna intendersi sul significato delle parole, su cosa significhi “parteggiare” nell’accezione positiva che stiamo evocando. Certamente nel concetto non rientra la pratica patologica di chi in rete, protetto spesso dall’anonimato, offende, minaccia, inveisce. Questa non è partecipazione ma solo una forma diversa e velenosa di indifferenza. Tradurre in atto il precetto gramsciano oggi, significa fare i conti non solo con l’indifferenza tradizionale di chi si tiene lontano da ogni impegno, ma soprattutto con l’attivismo nevrotico di chi partecipa alla fiera del rancore.» (Gianrico Carofiglio – La Repubblica 8 marzo 2018)

Italo Calvino in una intervista disse che «in Italia le cose semplici non vengono mai dette». E’ ora di ricominciare a dirle. Manzoni lo faceva, parlava dei “birbanti” dei “birboni”, dei “marioli”, dei “furfantoni”; non solo dei don Abbondio e dei don Rodrigo, dei Griso e degli Azecca-garbugli, ma anche delle donna Prassede e dei don Ferrante. Degli indifferenti, di coloro che, come scrisse Ennio Flaiano “son sempre pronti ad accorrere in soccorso ai vincitori“. Degli italiani, insomma, del loro senso comune, che – per usare l’espressione di Manzoni – li induce a portare sempre e solo il soccorso di Pisa. Invece: «Chi governa il presente deve riappropriarsi del senso di possibilità, sfidando i tanti sacerdoti del ‹non si può fare altrimenti›. Chi agita l’inquietudine dei governati (pensiamo ai leader populisti) deve a sua volta calibrare la propria immaginazione in base ai materiali disponibili, oggi, nel reale. I mondi possibili sono tanti, ma non tutti sono accessibili dal punto in cui ci troviamo. E, come ricorda Veca, alcuni non sono neppure desiderabili. Il passato conteneva molte possibilità. Le cose potevano andare altrimenti». (Maurizio Ferrera) Contrariamente a quanto sostiene il senso comune, il futuro contiene molte, diverse e ormai necessarie possibilità.

P.S.: Proverbiale l’espressione figurativa: il soccorso di Pisa è un aiuto che riesce inutile perché arriva troppo tardi; con riferimento ai soccorsi che i Pisani, assediati dai Fiorentini nei primissimi anni del ’500, aspettarono invano dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo: il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il s. di Pisa, pure non volle mancare (Manzoni –  Treccani.it)

Nell’immagine in testata: J.-B. Camille Corot, Veduta del lago di Como (1834). La vignetta che segue è di Zerocalcare (2018)