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Verità, sostantivo plurale

 

1.Vacanze romane (Roman Holiday)” è un film del 1953 diretto da William Wyler, interpretato da Gregory Peck e Audrey Hepburn. Vi si racconta di una principessa in visita ufficiale a Roma che si sottrae alla sorveglianza dei dignitari e se ne va in incognito per la città in compagnia di un giornalista che incontra per caso. A Roma la principessa si concede una piccola vacanza e gira in Vespa con il giornalista per il centro della città. Quando arrivano davanti alla Bocca della Verità e il giornalista chiede alla donna di mettere la mano nella fessura (cioè nella bocca) per sapere se dice la verità.

La Bocca della Verità, infatti,  è la testa in marmo di un dio fluviale, con una grande
bocca aperta che si trova a Roma all’ingresso della basilica di Santa Maria
in Cosmedin. Dice appunto la leggenda che quando una persona, dopo aver infilato la
mano in questa bocca, fa un’affermazione, se dice il vero potrà tirar fuori la mano senza
conseguenze. Ma se l’affermazione è falsa la mano sarà tagliata. Il film Vacanze Romane ha quindi consacrato la Bocca della Verità ad una indiscussa fama  e da allora è entrato nell’immaginario turistico.

2. Nella realtà, la faccenda è naturalmente molto più complessa. «La locuzione “la verità” può essere anagrammata in una ventina di modi diversi. Tre di questi sono particolarmente significativi: relativa, rivelata, evitarla. Ognuno di questi anagrammi sintetizza un’opinione filosofica fondamentale appunto sul tema della verità. La verità rivelata è quella della metafisica o della religione. La verità da evitare è quella dello scetticismo, di chi dice che la verità non esiste o, se esiste, è comunque impossibile da raggiungere e dunque conviene evitare di confrontarsi con il concetto. La verità relativa – nota che l’anagramma funziona anche al plurale: le verità relative – allude all’idea che stiamo cercando di definire: quella cioè che esistono punti di vista diversi, in generale rispettabili se praticati in buona fede, e che ciascuno di essi contiene qualcosa che può aiutarci. La verità, insomma, si dice al plurale e nasce dal confronto rispettoso dei punti di vista.» (da Gianrico CarofiglioCon i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità – Edizioni Gruppo Abele, 2018)

 

Nel loro libro “The Enigma of Reason“, Hugo Mercier e Dan Sperber si pongono una domanda precisa: «Ma che cos’è la ragione? La maggior parte dei filosofi e degli psicologi sostiene che sia una facoltà di ordine superiore la cui funzione è di permetterci di arrivare ad avere credenze più certe. Ma allora, se abbiamo tutti questa facoltà, come mai non convergiamo tutti sulla verità? Com’è possibile che la ragione a volte sembri esacerbare i disaccordi invece che risolverli?»

La loro opinione è che «la funzione della ragione non sia tanto di permetterci individualmente di acquisire conoscenze più certe, quanto di scambiare informazioni e opinioni in modo più efficace: «Usiamo la ragione per convincere gli altri. Soppesiamo le ragioni che gli altri ci danno per decidere se credere o no a quello che ci dicono. Quando produciamo ragioni in un dialogo, non siamo oggettivi: il nostro scopo non è di scoprire la verità, ma di convincere gli altri di un’opinione che noi pensiamo già sia vera. Anche quando ragioniamo da soli, lo facciamo come se stessimo cercando di convincere un interlocutore, e anche in questo caso non siamo oggettivi. In un dialogo, un pubblico reticente ad accettare il nostro punto di vista ci obbligherà ad affinare i nostri argomenti e, a volte, a cambiare idea.»

E questo ovviamente è un limite: «Quando ragioniamo da soli (o con persone che hanno le stesse opinioni), l’uso della ragione tende a renderci ancora più convinti di quel che già crediamo, più “polarizzati” di quanto fossimo prima. Dunque sì, la maggior parte di noi pensa che ci sia un’opinione giusta e una sbagliata sui vaccini e su altre questioni controverse. Pensiamo tutti che le nostre opinioni siano giuste (altrimenti le avremmo scartate) e che quelle di chi sta dall’altra parte siano sbagliate.»

Mercier e Sperber sono convinti che la differenza di opinioni non dipenda dal fatto che le persone che la pensano come loro siano razionali e che gli altri non sappiano usare la ragione: «La ragione non è uno strumento per scoprire la verità, ma per produrre argomenti. Per usare così la ragione, ci deve essere un dialogo con una differenza iniziale di opinioni e un interesse comune per la verità. Ci dev’essere anche da entrambi i lati sufficiente modestia cognitiva per considerare la possibilità che ci stiamo sbagliando ed esaminare gli argomenti degli altri con apertura mentale. Anche se abbiamo tutti la facoltà della ragione, la modestia cognitiva, l’apertura mentale e la tolleranza reciproca sono qualità più rare. Si può pensare però, in una prospettiva storica, che queste qualità tendano ad aumentare nel tempo». (la Repubblica – 9 settembre 2018)

È la tesi espressa anche da Peter Weir nel suo film “L’attimo fuggente” del 1989:

3. “La corsia n°6” è un racconto di Anton Čechov del 1892.  Andrej Efimjc è medico di un ospedale di provincia, dove nel reparto n.6 sono rinchiusi cinque malati, sorvegliati e picchiati dal guardiano. Ivan Dmitric soffre di mania di persecuzione, si distingue dagli altri per nobili origini ed è un filosofo: con lui il medico dialoga frequentemente fino a immedesimarsi nel suo interlocutore. Dice il dottore Andrej Efimjc al paziente Ivan Dmitric:

Il freddo, come in generale ogni dolore, si può non sentirlo. Marco Aurelio disse: «Il dolore è la viva rappresentazione del dolore: fai uno sforzo di volontà, per mutare questa rappresentazione, respingila, cessa di lagnarti, e il dolore sparirà». Questo è giusto. Il saggio, o semplicemente il pensatore, l’uomo riflessivo, si distingue proprio perché disprezza il dolore; egli è sempre contento e non si meraviglia di niente”.

“Dunque io sono un idiota, poiché soffro, son scontento e mi meraviglio della bassezza di certi uomini”.
“E fa male. Se rifletterà più spesso, capirà quanto siano insignificanti tutte queste cose esteriori che la turbano. Bisogna tendere alla comprensione della vita, in questo è il bene autentico”.
“Comprensione…” si accigliò Ivan Dmitrič. “Esteriore, interiore… Mi scusi, ma queste cose non le capisco. Io so soltanto” disse, alzandosi e guardando arrabbiato il dottore, “io so soltanto che son fatto di sangue caldo e nervi, sissignore! E i tessuti organici, se sono vitali, devono reagire a qualsiasi stimolo. E io reagisco! Al dolore rispondo con un grido e con le lacrime, alla bassezza con l’indignazione, alla turpitudine con l’avversione. Secondo me, è proprio questo che chiamiamo vita. Quanto più un organismo è inferiore, tanto meno è sensibile e tanto più debolmente risponde allo stimolo, e quanto più esso è superiore,
tanto più ricettivamente ed energicamente reagisce alla realtà. Come si fa a non saperlo? Lei è dottore, e non sa delle cose così semplici? Per disprezzare il dolore, esser sempre contenti e non meravigliarsi di nulla bisogna raggiungere questo stato, guardi” ― e Ivan Dmitrič indicò un contadino grassissimo, quasi tondo, con una faccia ottusa, completamente ebete, un essere inerte, vorace, sudicio, che emanava costantemente un fetore acuto, asfissiante, e che da tempo ormai aveva perso la facoltà di pensare
e di sentire ― “oppure temprarsi talmente nella sofferenza da perdere ogni sensibilità. Ovvero, in altre parole, cessare di vivere. Mi scusi, io non sono un saggio né un filosofo” continuò Ivan Dmitrič, irritato, “e non capisco niente di queste cose. Non sono in grado di ragionare“. (…)

E quanto al vostro disprezzo delle sofferenze e al vostro non stupirsi di nulla, hanno un movente semplicissimo: la vanità delle vanità, l’esteriorità e l’interiorità, il disprezzo della vita, delle sofferenze e della morte, la comprensione, il bene verace, costituiscono, tutti insieme, una filosofia, che par fatta su misura per il poltrone russo. (…) Oh la comoda filosofia: da fare non c’è nulla, la coscienza è netta, e hai la sensazione di essere un sapiente… Ah no, illustre signore: non è filosofia codesta, non è meditazione, né larghezza di vedute; bensì è pigrizia, è fachirismo, è sonnolenta ebetaggine… Sì! – tornò a incollerirsi Ivàn Dmítric – Le sofferenze voi le disprezzate, ma fate che vi si schiacci un dito  nella porta, e vedrete se non vi mettete a urlare a squarciagola!“(da Anton Cechov – Racconti. Einaudi 1974)

Concludendo. Il paziente Ivan Dmitrič non possiede verità assolute e rassicuranti da condividere con gli altri, infatti è rinchiuso e picchiato dal guardiano del reparto dove sono rinchiusi “i matti”. Norberto Bobbio, nell’introduzione al Trattato dell’argomentazione di Perelman Olbrechts-Tyteca, scrive: «La teoria dell’argomentazione rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta degli invasati e e la non-verità degli scettici c’è posto per le verità da sottoporsi a continua revisione mercè la tecnica di addurre ragioni pro o contro. Sa che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza.»

Serve aggiungere altro? Forse solo una cosa: l’Arte non può mentire. Mai.

L’attimo fuggente (Dead Poets Society) è un film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Il dipinto Ritratto di Čechov (1898) è di Osip Braz

Il brano “La Verità” di  Brunori Sas è tratto dall’album “A casa tutto bene (2017)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Sei pagine di Boschi

Pur non  conoscendolo personalmente, ho la massima stima del giornalista Beppe Severgnini, attualmente  direttore del settimanale “7” del Corriere della Sera, per le cose che scrive e per i suoi interventi alla trasmissione “Otto e mezzo”. Pare comunque che Severgnini abbia accusato Marco Travaglio – attualmente direttore del “Fatto Quotidiano” – di essere ossessionato dalla figura di Maria Elena Boschi.

Comunque sia, l’ex ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento (governo Renzi) ed ex Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri (governo Gentiloni) rilascia ora una lunga intervista (comprendendo le numerose fotografie a colori, sei pagine intere) al citato settimanale diretto da Severgnini. Il titolo è: “Maria Elena Boschi: «È ancora difficile in Italia accettare una donna di potere»“. Ne propongo di seguito qualche estratto:

(…) Com’è adesso la sua vita? 
«Ho più tempo per me, gli amici e la famiglia. Ho riscoperto la bellezza di avere una mezza giornata nel weekend per leggermi un libro o guardare un film: anche quello serve a ripartire. Lavoro tanto – tra Parlamento e studio legale – ma rispetto a prima è come se facessi un part-time! Negli anni di governo non ho mai spento il cellulare. Quando ho avuto anche la responsabilità di seguire la Protezione Civile, ero abituata a svegliarmi più volte di notte per verificare di non perdere telefonate o messaggi. La notte del 1° giugno, quando si è insediato il nuovo governo, l’ho spento per la prima volta. Per qualche settimana continuavo a svegliarmi, controllavo lo schermo, poi pensavo: “No, non tocca più a me”».

Lei ha fatto un percorso abbastanza unico: ministro a 33 anni, sottosegretario a 35, a 37 è tornata ad essere deputata semplice.
«Le mie montagne russe le ho vissute già da ministro. È stata un’esperienza formativa dal punto di vista umano: ho dovuto combattere, appena nominata, i pregiudizi per cui “be’, è arrivata al governo giovane e senza esperienza, faceva comodo avere delle donne in squadra” oppure “è carina, ma non è così brava”».

Come li ha affrontati? 
«Con umiltà, spero, e determinazione. Ho cercato di andare avanti per la mia strada, sapendo che era una bellissima opportunità, che me la dovevo meritare e che stava a me dimostrare ogni giorno di esserne all’altezza». (…)

Crede che invece politicamente le abbiano fatto pagare il fatto di essere donna e, aggiungo, una bella donna? Si è sentita un capro espiatorio?
«Non so se sono stata il capro espiatorio, però il fatto che la vicenda di Banca Etruria abbia colpito indirettamente anche me…».

Indirettamente? 
«Sì, perché non ho mai avuto un’indagine né ho mai avuto un ruolo in quell’istituto, però ha toccato me politicamente. Mi hanno massacrata per nulla. E anche chi scriveva articoli di fuoco contro di me, in privato mi diceva: “Sappiamo che tu non c’entri niente”».

La Commissione bicamerale ha appurato che non vi furono pressioni, ma col senno di poi userebbe più cautela?
«No, perché non mi sono mai occupata della vicenda di mio padre. L’ha ribadito il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco: l’unica volta che parlai di Banca Etruria dissi che la mia preoccupazione era per i dipendenti dell’istituto e per il mio territorio e che non avrei voluto alcuno sconto, alcun favoritismo su mio padre. La vicenda di Banca Etruria è stata scelta per assorbire l’attenzione mediatica e non parlare di altre crisi bancarie, soprattutto delle Venete, dove ci sono forti interessi della Lega. Ed è servita come arma di battaglia politica: colpendo me, colpivano un intero progetto politico».

L’essere donna crede abbia influito? 
«Un po’ sì. Credo che quello che ho fatto io, nel bene o nel male, sia stato accettato con più fatica che non se l’avesse fatto un uomo».

Perché? 
«Perché nonostante gli enormi passi in avanti non riusciamo ancora ad accettare che le donne, a maggior ragione se giovani, possano avere dei ruoli in cui si gestisce il potere. E io li ho avuti. Non siamo ancora davvero abituati in politica e neanche in altri settori: quante sono le donne direttrici di giornali o che firmano editoriali? Se ce ne fossero di più, non avremmo forse un punto di vista diverso sulle donne in politica?». (…)

Che fine ha fatto il Pd? Chi l’ha votato e ancora lo vorrebbe vedere al governo, non se ne capacita. 
«È normale che dopo una sconfitta ci sia un po’ di spaesamento».

Dove ha sbagliato Matteo Renzi? 
«Se abbiamo sbagliato, abbiamo sbagliato tutti – io compresa – perché abbiamo condiviso con lui le scelte in Consiglio dei ministri e nel Pd. Renzi, da vero leader, si è assunto ogni responsabilità ma non vuol dire che decidesse tutto da solo. Forse abbiamo voluto affrontare in una sola volta, tutte insieme, troppe riforme. Ma non penso che ci fosse un altro modo per cambiare il Paese dopo 20 anni di scelte rinviate».

In cosa avete sbagliato? 
«Sul piano politico non abbiamo capito che il voto sul referendum sarebbe stato un voto politico. E poi non siamo stati capaci di comunicare quello che facevamo in modo efficace, forse. Si accusa il Pd di non essere stato presente nei luoghi della povertà, del disagio, nelle periferie. Francamente siamo stati più noi nelle periferie del M5S, che ne ha appena cancellato i fondi. Abbiamo cercato di dare risposte alle esigenze delle persone più fragili, ma non siamo stati capaci di dire loro in modo convincente: “Non riusciremo a risolvere tutti i problemi, perché non abbiamo la bacchetta magica, però proviamo insieme a superarli, siamo con voi”».

Un punto di forza e un difetto di Matteo Renzi? 
«Il coraggio. È il politico più coraggioso che conosco. Il difetto? Si fida troppo degli altri. Pensi a quanti debbono tutto a Renzi e il giorno dopo lo hanno scaricato in modo vergognoso».

Vi si rivolge la stessa critica: aver promesso di ritirarvi in caso di sconfitta e non averlo poi fatto… 
«Col senno di poi ho sbagliato. Ma l’ho detto perché credevo in quella battaglia. Se c’è ancora qualcuno che a 35 anni fa politica con passione, e magari si lascia scappare una frase per un eccesso di entusiasmo, non mi sembra così grave..!». (…)

Lei ha qualcosa da rimproverarsi?
«Non ridirei la frase “se perdo, lascio”: questa è facile! Poi è chiaro che certe cose le farei meglio. Non credo diverse però, sono sincera. So che non mi sono risparmiata».

Si reputa una donna felice? 
«Sì, sono felice. Perché sono dove volevo essere, mi posso occupare di politica, che mi ha travolto e sconvolto la vita, che mi appassiona e mi piace ancora, dopo i colpi bassi e la sconfitta. E poi sono felice perché ho una vita piena di persone a cui voglio bene. Per me i rapporti umani sono il bene più prezioso e li ho coltivati anche se a volte con qualche fatica, negli ultimi anni, perché il mio lavoro mi assorbiva molto».

Una curiosità, il libro che sta leggendo?
«Ne sto leggendo due in contemporanea, uno però magari poi non lo scriva sennò mi fanno mille battute».

Vada col primo. 
«Non si abbandona mai la battaglia, di Eric Greitens. È il racconto di un ex Navy Seal a un commilitone sulla resilienza, su come ci si reinventa tornati dall’Afghanistan».

E quello col titolo compromettente? 
«Il desiderio di essere come tutti, di Francesco Piccolo». (L’intervista è di  Stefania Chiale)

In definitiva, stupisce molto che nelle sei pagine di (tutt’altro che aggressiva) intervista manchi una domanda molto semplice, ma anche molto importante: “Perché ha scelto la causa civile contro De Bortoli e non l’ha querelato per diffamazione, come  nell’immediato invece sbandierò  ai quattro venti mediatici? Infatti: «Dopo sette mesi dall’uscita del libro “Poteri forti (o quasi)”, Maria Elena Boschi ha dato mandato ai suoi legali di citare in giudizio l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli. La tempistica non è passata inosservata: l’allora ministra delle Riforme – che, secondo il giornalista, avrebbe chiesto nel 2015 all’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni di “valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”, nel cda della quale sedeva il padre Pier Luigi Boschi – ha aspettato sette mesi prima di “portare in tribunale” De Bortoli nonostante avesse annunciato azioni legali all’indomani dell’uscita delle rivelazioni dell’ex direttore. Perché?» (da huffingtonpost.it)

Niente di preoccupante per lui, è ovvio, ma dopo aver letto questa intervista ho perso un piccolo frammento della mia stima per Severgnini. Inoltre, non so se sia vero che Marco Travaglio sia ossessionato da Maria Elena Boschi.  Ora però ho il serio sospetto di esserne ossessionato io. Forse perché  alle favole non ci credo più da un pezzo.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

 

Un torbido passato

  

Si fa un gran discutere sul concetto di “populismo”; concetto in verità piuttosto confuso e ambiguo per i più. Nessun problema: ci pensa il nostro Ministro dell’Interno a chiarircene il significato. Nella sua peggiore accezione, è ovvio, ma in modo esplicito. Così: «”E’ alla fine della diretta Facebook che sfodera l’arma letale, pericolosissima per ogni tenuta democratica: “Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno“.

Raccontano che quando nel pomeriggio i carabinieri si sono presentati al ministero con la busta della procura di Palermo, Matteo Salvini non ha avuto dubbi. Già era furioso per gli attacchi di Magistratura Democratica (Salvini “eversivo”). La busta portata dai due gendarmi gli fa brillare gli occhi: sa che è l’avviso di garanzia per il caso Diciotti, lo prende come un regalo prezioso da scartare con cura di fronte ai fans in diretta Facebook. Insieme alla busta, Salvini apre consapevolmente una voragine di scontro con la magistratura che nemmeno ai tempi di Silvio Berlusconi. “Io sono stato eletto, loro no“: è lo Stato contro lo Stato, il popolo contro i pm. Letale». (da huffingtonpost.it)

Ma di cosa davvero ci stupiamo, ipocriti noi? Come scrive Tomaso Montanari, la Lega è un partito guidato da un leader che, parlando di migranti, ha dichiarato: “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia… via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve”(febbraio 2017). Che pensa che “il fascismo ha fatto tante cose buone”( gennaio 2018). Che vuole “un cittadino su due armato” (febbraio 2018). Che si è fatto fotografare mentre dà la mano a un candidato della Lega con una croce celtica tatuata sul braccio: un candidato che poi tutta Italia conoscerà come il terrorista fascista di Macerata. Quindi, ripeto, di cosa mai ci possiamo stupire? L’abitudine di evitare il rendiconto con il proprio passato, con le proprie radici storiche potrà anche far comodo nell’immediato, ma prima o poi si paga. E l’Italia, i conti più scottanti con le sue radici e responsabilità  davvero non li ha mai fatti. Anzi, al contrario lo ha sempre accuratamente e strategicamente evitato e ha sempre messo troppa polvere sotto il tappeto. Di conseguenza ha poi dovuto, giocoforza isolare e/o eliminare coloro che osavano denunciare questa semplice, banale ma sporca e inconfessabile verità.

Pier Paolo Pasolini,  per esempio. Pasolini che già  sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 scriveva:

«Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.


Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.»

Di cosa ci stupiamo, lo sappiamo da sempre: «È nei limiti storici dell’antifascismo italiano, e nella profondità delle radici fasciste che bisogna ricercare le cause lontane che hanno permesso alla continuità dello Stato di resistere alla crisi determinata  dal crollo del fascismo e dall’avvento della repubblica, e di durare fino a oggi,malgrado le indicazioni rinnovatrici della Costituzione italiana». (Giovanni Amendola – La continuità dello Stato e i limiti storici dell’antifascismo – Editori Riuniti 1975)

Leggiamo nel libro di Davide Conti: «Le biografie pubbliche dei militari italiani rappresentate nel testo sono segnate e connesse tra loro da una comune provenienza ovvero tutti operarono, con funzioni di alto profilo, in seno all’esercito eo agli apparati di forza del fascismo nel quadro della disposizione della politica imperiale del regime, prima e durante la Seconda guerra mondiale.
La gran parte di loro, non tutti, vennero accusati dalla Jugoslavia, dalla Grecia, dall’Albania, dalla Francia e dagli angloamericani di crimini di guerra al termine del conflitto. Nessuno venne mai processato in Italia o effettivamente epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri della neonata Repubblica democratica (…) …analizzarne la dinamica e l’incidenza sul processo e sulle modalità di cesura intervenute nella transizione dall’assetto monarchico-fascista a quello repubblicano-democratico fornisce una chiave di lettura di rilievo per l’interpretazione dello sviluppo storico della democrazia in Italia e per l’individuazione dei punti di rottura e di quelli di persistenza tra le due fasi (…)
…il peso della Guerra fredda e la progressiva cristallizzazione degli equilibri geopolitici da essa definiti crearono i presupposti per una soluzione della questione dei crimini di guerra italiani che sul piano internazionale garantì l’immunità ai militari del regio esercito rispetto alle richieste degli Stati esteri, su quello interno determinò l’impunità per i crimini nazifascisti compiuti in Italia». (Davide Conti – Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana – Einaudi 2017)
E allora, insisto, di cosa ci stupiamo?
Scrive Piergiorgio Paterlini (Repubblica Bologna 7 settembre 218): «Fa bene il comune di Marzabotto a opporsi all’archiviazione del caso di Eugenio Maria Luppi, il calciatore che quasi un anno fa dopo un gol aveva esultato con il saluto romano. Per i giudici non c’è stata apologia di fascismo o pericolo all’ordinamento democratico. A me sembra vero il contrario, ma non è questo, la giustizia farà il suo corso, per continuare con le frasi d’obbligo. Mi preme però il senso generale della vicenda, il segnale che questa storia dà e darà. Come si può far cadere nel vuoto un saluto romano, con tanto di bandiera della Repubblica Sociale Italiana? A Marzabotto, oltretutto, teatro di una tragica strage nazifascista nel settembre-ottobre del 1944.
So che su questo non siamo tutti d’accordo, ma io sono fra coloro che pensano stiamo sottovalutando il pericolo. E non voglio essere fra quelli che se ne pentiranno troppo tardi.»

Norberto Bobbio diceva che dobbiamo essere “democratici sempre in allarme”. E davvero è il momento di suonare l’allarme. Ma di cosa ci stupiamo?

In testata: anti-nazi cartoon di Marian Kamensky

A seguire:

Un’immagine di Pier Paolo Pasolini

Il corpo di Pasolini all’idroscalo di Roma, 2 novembre 1975

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Decadenza

1. Gattopardi

A proposito del grandissimo – nonché unico – romanzo di Giuseppe Tomasi principe di Lampedusa, “Il Gattopardo”,  è d’obbligo ricordare la più celebre delle citazioni: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.» Tutto sommato, però,  il senso di questa frase potrebbe risultare abbastanza oscuro, qualora non si consideri il fatto che a pronunciarla non è il maturo Principe Fabrizio di Salina (il Gattopardo, appunto), ma il suo giovane, prediletto nipote Tancredi. Il quale Tancredi motiva in questo modo, salutando lo zio prima di partire per la battaglia,  l’arruolamento nelle truppe garibaldine  appena sbarcate in Sicilia. Nelle truppe di Garibaldi, il rivoluzionario nemico delle antiche, storiche aristocrazie locali.

Si tratta, in sostanza, di una forma di trasformismo “ante litteram“. Infatti il giovane – nobile ma squattrinato – avendo intuito l’esito delle modificazioni politico-sociali in atto nel particolare momento storico (decadenza della vecchia nobiltà terriera e avvento della nuova borghesia) decide di anticipare gli eventi con un “salto della quaglia” finalizzato alla tutela dei privilegi di classe e al miglioramento della propria condizione economica. Una strategia a parole molto disprezzata nelle moralistiche enunciazioni ufficiali del nostro paese; tale comportamento risulta tuttavia molto efficace, ovunque praticato e diffuso nella molto meno etica realtà della nostra vita quotidiana.

Molte altre citazioni dal romanzo, sebbene meno note, descrivono l’opinione dell’autore  sulla natura del popolo al quale appartiene. Per esempio la seguente: «Ancora una volta il Principe si trovò di fronte a uno degli enigmi siciliani. In questa isola segreta dove le case sono sbarrate e i contadini dicono d’ignorare la via per andare al paese nel quale vivono e che si vede li sul colle a dieci minuti di strada, in quest’isola, malgrado l’ostentato lusso di mistero, la riservatezza è un mito.» In altre parole, la riservatezza, qui, non esiste. Oppure le parole messe in bocca al Gattopardo: «…i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una diecina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che da loro diritto a funerali sontuosi.»

Questo bellissimo romanzo contiene senza dubbio  un’analisi lucida e impietosa del carattere siciliano, analisi critica che venne effettuata da un autentico, profondo poeta e  intellettuale siciliano, vero conoscitore del suo popolo. E tale analisi non è certo intrisa di ottimismo illimitato, come dimostra qualche altro esempio: «In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’». Oppure: «Il Principe era depresso: “Tutto questo” pensava “non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli… ; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.”»

Il libro è stato scritto tra la fine del 1954 e il 1957, ma uscì solo dopo la morte dell’autore. Dopo essere stato rifiutato da Mondadori e da Einaudi, fu pubblicato l’11 novembre 1958 da Feltrinelli e vinse il premio Strega nel 1959. Erede di un mondo che vede con distacco e ironia, ispirandosi alla figura del bisnonno paterno, Giuseppe Tomasi vi descrive la fine di un mondo, di un’epoca e di un modo di vivere, del declino e risorgenza sotto altre spoglie di una famiglia, di un’isola e forse anche di una nazione. Mentre il termine “Gattopardo” indica ancora oggi i potenti di un tempo, quelli che si aggrappano alle vestigia di un passato che non c’è più.

2. Cripte

La Cripta dei Cappuccini è l’ultimo romanzo che lo scrittore Joseph Roth scrisse ormai esule a Parigi nel 1938, l’anno prima di morire. È il romanzo che più lo rappresenta, in cui descrive da testimone e brillante narratore la decadenza dell’impero austroungarico che aveva a cuore la civiltà ebraica, la sua, e tutto ciò che ne seguì, la prima guerra mondiale e il buio sul mondo che avanzava con Hitler. Un tema caro a Roth, grande cantore della finis Austriae, che si avvale nella narrazione delle sue esperienze personali avendo vissuto sulla propria pelle la condizione di quell’epoca di primo Novecento: è stato infatti sottufficiale dell’esercito asburgico, combattente, prigioniero in Siberia, reduce ed esule in Francia quando l’Austria venne annessa alla Germania nazista.

La Cripta dei Cappuccini, nella Chiesa di S. Maria degli Angeli a Vienna, accoglie le tombe degli imperatori e delle imperatrici d’Austria e degli altri membri della famiglia imperiale. Nel romanzo diviene il simbolo di un’epoca di fasti e magnificenze nelle arti e nella cultura e che era riuscita, inoltre, a far convivere popoli di diverse nazionalità e di diverse religioni. Siamo nel 1913 e il personaggio principale del romanzo è Francesco Ferdinando, giovane e brillante erede della casata dei Trotta, la stessa a cui apparteneva l’eroe della battaglia di Solferino, che aveva salvato la vita all’Imperatore Francesco Giuseppe. Il giovane ventenne trascorre le sue giornate con i suoi amici aristocratici in giro nei vari caffè viennesi, fra disinteresse e divertimento. Una vita agiata e frivola che terminerà di lì a poco quando verrà diffuso il proclama che porterà allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il giovane Francesco decide di arruolarsi, ma prima di partire sposerà Elisabeth, la bella diciannovenne di cui è innamorato da tempo.

La Cripta dei Cappuccini è un romanzo nostalgico della vita e del credo di un uomo che vede svanire la sua patria e i suoi ideali. L’Impero rappresentava qualcosa di più nobile di una semplice patria e in un difficile dopoguerra, il protagonista è costretto a fare il bilancio della sua vita così discordante come fu la stessa vita dell’autore: ebreo e infine cattolico, socialista e poi monarchico. È il romanzo di uno dei più grandi scrittori della letteratura mitteleuropea, che non solo rappresenta un affresco struggente della fine di un’epoca, ma è anche il racconto di una sconfitta e dell’impossibilità di adeguarsi ad un nuovo modello di mondo.” (da sololibri.net)

3. Consolazioni

Scrive Mario Tancredi (lettera su Repubblica 23 agosto 2018): «…prendo uno dei ” valori” fondanti la nostra [repubblica], quello della ” uguaglianza”. In assenza di una gestione della Cultura, si è verificata una deriva, passando dall’uguaglianza delle opportunità a quella dei trattamenti. Questo fa sì che tutti chiedano tutto arrivando a rivendicare come diritti anche i capricci, rendendo difficoltosa non solo l’attività governativa, ma anche sterilizzando come “valore” la meritocrazia. Di cui, infatti, si parla e si scrive soltanto. E così si scade nella mediocrità, nella “mediocrazia”che fa da lievito alla fuga di cervelli all’estero, nei Paesi in cui la meritocrazia è salvaguardata. La Politica va a rimorchio degli elettori nel celebrare il valore dell’uguaglianza che gli individui rivendicano per non esporsi all’ansia della competitività e all’impegno per evolvere.

Nel 1871 il filosofo Henri- Frédéric Amiel scriveva nei ” Frammenti di diario intimo“: « La democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle conseguenze. Perché non riconosce la diseguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga.»

4. Conclusioni

La fuga dalle responsabilità, l’adorazione delle apparenze, nascondersi dietro i paraventi della burocrazia quando fa comodo, all’opposto lamentarsene quando esse non acconsentono ai nostri egoismi: tutto questo si paga. Prendiamoci finalmente  le nostre responsabilità: se l’Italia è in decadenza, se la nostra cultura, la nostra società, NOI stessi decadiamo e lasciamo ai nostri figli un paese peggiore di quello che abbiamo ricevuto. Di tutto questo, la colpa è anche e soprattutto nostra, di un popolo cambiato che non è più comunità ma un insieme di singoli individui. Di un sistema burocratico che ha una passione viscerale per gli arcani, fondamentali – come teorizzava Max Weber – per  impadronirsi di un potere autonomo e autogestito, di cui è leva fondamentale la trasformazione del sapere d’ufficio in un sapere segreto, che costituisce il più importante strumento di potenza della burocrazia stessa. Ma contro questi politici arroganti, contro questi abusi, contro questi  burocrati miopi ed egoisti, chi è che protesta più? Intendo protestare seriamente, rischiando di persona. Ci limitiamo invece alle continue sterili lamentele, ad addossare colpe agli altri, al Male che vuole nuocere al Bene. Ma al nostro, in particolare, di Bene.

La verità è che ci si adatta splendidamente  la celebre tirata di John Belushi (nei Blues Brothers) di fronte alla fidanzata inferocita, che vuole ucciderlo per essere stata abbandonata davanti all’altare: «Non è stata colpa mia. Non ti ho tradito, ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette, non è stata colpa mia!» Come ricorda Michele Serra (Repubblica 29 agosto 2018), il problema è che la fidanzata gli crede. Si commuove, depone il fucile e lo bacia.

Come scrive Giuseppe Tomasi nell’epilogo del suo romanzo, descrivendo  Concetta, la figlia del principe ormai anziana alle prese di una inaspettata rivelazione su un evento fondamentale del suo passato che lei ritiene abbia deciso della sua vita: «…questi sentimenti derivati che avevano costituito lo scheletro di tutto il suo modo di pensare si disfacevano anch’essi; non vi erano stati nemici ma una sola avversaria, essa stessa; il suo avvenire era stato ucciso dalla propria imprudenza, dall’impeto rabbioso dei Salina; le veniva meno adesso, proprio nel momento in cui dopo decenni i ricordi ritornavano a farsi vivi, la consolazione di poter attribuire ad altri la propria infelicità, consolazione che è l’ultimo ingannevole filtro dei disperati.»

Forse Giuseppe Tomasi di Lampedusa non parlava solo di siciliani, ma di tutti noi: i cosiddetti italiani, sempre alla ricerca di ulteriori, ingannevoli filtri da disperati.

In testata:

The Dying Gaul, anche chiamato The Dying Galatian (in Italiano: Galata Morente) o The Dying Gladiator (Il Gladiatore Morente). copia marmorea di epoca romana conservata nei Musei Capitolini di Roma di una scultura bronzea attribuita a Epigono

Seguono:

Un fotogramma del film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti (1963)

Un’immagine di Philip Roth

Les Romains de la décadence (1847) di Thomas Couture(Musée d’Orsay)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Non è una partita a bocce

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. (Winston Churchill)

UNO

Il 3 febbraio 2018, verso le ore 11, a Macerata, un certo Luca Traini esplode  alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, ferendo diverse persone e colpendo anche negozi ed edifici. Nella sparatoria rimangono ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana dai 20 ai 32 anni. Poi Traini scende dall’auto con il tricolore legato al collo,  fa il saluto romano e grida “Viva l’Italia” davanti al monumento ai Caduti, prima di arrendersi alle Forze dell’Ordine. “Nella sua casa vengono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra, tra cui una copia del Mein Kampf e una bandiera con la croce celtica.Verrà inoltre accertato che Traini era candidato con la Lega Nord per le comunali di Corridonia del 2017, tuttavia non aveva ricevuto alcuna preferenza.” (da Wikipedia)

Traini aveva un obiettivo molto preciso: sparare addosso, con la sua Glock regolarmente detenuta, a tutti i neri di Macerata: «Vuoi sapere come mi chiamo? — diceva a chi incontrava sulla sua strada — Ce l’ho scritto addosso, guarda qua…». Alla testa rasata Luca Traini è sempre piaciuto farsi chiamare «Lupo» e la scritta, in gotico nero, se l’era infatti tatuata sul collo, insieme a una croce celtica su un braccio e a un dente di lupo, il simbolo nazista, vicino alla tempia destra.  (da Corriere.it).

Solo tre settimane prima, il settimanale “l’Espresso” (n. 3 del 14 gennaio 2018) aveva pubblicato nelle pagine centrali un fumetto di 14 pagine di Zerocalcare, dal titolo “Questa non è una partita a bocce – Dieci banalità che renderebbero più igienico il dibattito sui nazisti”. Nella dodicesima pagina il fumettista ricorda i nomi «di chi è stato ammazzato dai militanti neofascisti o da chi proveniva da ambienti direttamente limitrofi, dal 2003 ad oggi». Eccoli: Davide Cesare – ucciso a coltellate a Milano nel 2003; Renato Biagetti – ucciso a coltellate a Focene nel 2006; Nicola Tommasoli – pestato a morte a Verona nel 2008; Samb Modou – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Dip Mor – ucciso a colpi di pistola a Firenze nel 2011; Emmanuel Chidinnamdi – pestato a morte a Fermo nel 2016.

Reazioni politiche e/o sociali e/o culturali, approssimando per eccesso: zero virgola.

DUE

“L’Espresso” attualmente in edicola (n. 36 del 22/07/2018) pubblica invece un forum cui partecipano il direttore Marco Damilano, la scrittrice Michela Murgia e lo stesso Zerocalcare. Che dice:  «Una cosa che mi ha colpito più di tutto quello che gli intellettuali di questo Paese non hanno saputo dire» l’ha sentita in un’aula di tribunale: «Se facciamo un bilancio delle cose di questi anni, e ci guardiamo attorno oggi, di sicuro sentiamo il peso delle responsabilità di ciò che abbiamo fatto. Ma pesa immensamente di più la responsabilità di ciò che non abbiamo fatto».

“La Repubblica” del 25 luglio 2018 pubblica ora l’appello di Roberto Saviano: “Rompiamo il muro del silenzio“. Inizia così: «Dove siete? Amici scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber, oggi non possiamo permetterci più di essere solo questo. Oggi chiunque abbia la possibilità di parlare a una comunità deve sentire il dovere di prendere posizione. Ogni parola ha una conseguenza, certo, ma anche il silenzio ha conseguenze, diceva Sartre. E il silenzio, oggi, è un lusso che non possiamo permetterci».

E termina così: «Ho riflettuto molto prima di scrivere queste righe: non vi sto chiamando a raccolta per difendere me, ma il tempo per restare nelle retrovie è finito. Se non prenderete parte vorrà dire che quello che sta accadendo sta bene anche a voi: o complici o ribelli. “La storia degli uomini — scrisse Vasilij Grossman in Vita e destino — non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell’uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Ma se, in momenti come questo, l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere”. Voi siete il piccolo seme dell’umanità, senza di voi l’Italia è perduta. Allora, da che parte state?».

Ho letto le parole di Roberto Saviano che accolgo, perché sono sincere oneste e ci mette la faccia laddove nel mondo vige la tenenza a nickname, anonimato e fake. Ma siamo sempre al solito punto. Si fa appello a scrittori, registi e intellettuali per sostituire la mancanza di qualcun altro“. Così inizia la videorisposta all’appello di Roberto Saviano ad “uscire dal silenzio” di Stefano Massini, scrittore e drammaturgo. “Io ho delegato ciò che ho di più prezioso, i miei valori e le mie idee, a qualcun altro perché siamo in una democrazia. Alle urne sono stati sconfitti degli uomini non quei valori. Ora mi sento uno che ha affidato propri figli a qualcuno che è venuto meno al patto, se ne sta disinteressando. Magari è in ferie o perso in faide di partito fra tenenti e luogotenenti, mentre non sta facendo il suo lavoro. Quel qualcuno si vergogni profondamente“. (da Repubblica.it)

Ma come? Le vibranti e corpose iniziative politiche della fantomatica “sinistra” non sono affatto mancate. E continuano ancora oggi. Per esempio: «Matteo Renzi si sente (ancora) come Barack Obama e passa dalla politica alla tv». (il Giornale.it). Vengono poi segnalate numerose altre attività: «Silvio Berlusconi e Maria Elena Boschi si ritrovano al Palace di Merano. Entrambi hanno deciso di affidarsi alle cure del guru Henri Chenot, mago delle terapie anti-age». (il Corriere.it) Per non parlare poi delle iniziative per esempio di Luca Lotti (detto «Biondo», regista dei ripetuti soccorsi dei verdiniani all’esecutivo), di Francesco Bonifazi, Marco Carrai, Antonella Manzione, Franco Bellacci, Tiberio Barchielli, Pilade Cantini, Erasmo D’Angelis, Filippo Bonaccorsi, ecc. ecc. tutti gli “statisti” del cosiddetto “Giglio Magico” che lottano ogni giorno contro i mali del mondo. Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi… ma forse è meglio fermarsi qui.

TRE

«A oggi è impossibile prevedere quale sarà il destino ultimo del nostro sistema politico. Forse l’ascesa dei populisti sarà una fase di breve durata, che tra cento anni verrà rievocata con un misto di sconcerto e curiosità. O forse sarà un cambiamento epocale, il preannuncio di un ordine mondiale in cui i diritti individuali verranno violati a ogni piè sospinto e il vero autogoverno sparirà dalla faccia della terra. Nessuno può prometterci un lieto fine. Ma quanti di noi hanno davvero a cuore i nostri valori e le nostre istituzioni sono decisi a combattere per le nostre convinzioni senza pensare alle conseguenze. Anche se i frutti del nostro lavoro rimarranno incerti, faremo il possibile per salvare la democrazia liberale».

Con queste parole termina “Popolo vs Democrazia – Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale” di Yascha Mounk (Feltrinelli, 2018). Il libro è stato pubblicato nel marzo di quest’anno dalla Harvard University Press con il titolo originale “The People vs Democracy – Why Our Freedom Is In Danger And How To Save It” (Popolo vs Democrazia – Per quale motivo la nostra libertà è in pericolo e come salvarla).  Yascha Mounk è nato a Monaco di Baviera nel 1982, insegna Teoria politica al dipartimento di Studi governativi di Harvard, è Postdoctoral Fellow presso la German Marshall Fund’s Transatlantic Academy e Nonresident Fellow del Political Reform Program presso New America. Scrive su diverse testate internazionali.

Donald Trump, Marine Le Pen, Viktor Orbán, Vladimir Putin, Matteo Salvini. Il deterioramento della democrazia liberale, fenomeno che ora è sotto gli occhi di tutti da Mosca a Washington, fino a poco tempo fa era classificato come una pulsione marginale, merce per estremisti e sobillatori. Mounk è un giovane teorico politico che, già nel suo precoce libro di memorie, notava che le frizioni fra la sua identità ebraica e l’appartenenza nazionale tedesca fossero un esempio della postmoderna incapacità di produrre identità multiculturali. Così ha preso a studiare con gli strumenti dell’indagine sociologica la tenuta del sistema democratico.

«Negli ultimi quindici anni, dopo una delle più lunghe e complesse crisi del mondo occidentale, le democrazie liberali stanno iniziando a scricchiolare sotto il peso della rabbia, della frustrazione e della delusione delle loro cittadinanze, ma soprattutto dei movimenti politici populisti che prima hanno soffiato sul fuoco di questa rabbia e ora la cavalcano. E quello che fino a qualche decennio fa era impensabile, il crollo del sistema politico su cui l’Occidente ha costruito la propria identità novecentesca, diventa di giorno in giorno più realistico. (…)

Democrazia viene dall’unione di due parole Demos e Crazia. Tu ora mi hai parlato di un problema della Crazia, ovvero del potere, che ha deluso le aspettative della gente. Ma la gente, il Demos, non ha la sua parte di colpe?
Il nostro sistema politico è la democrazia liberale e si regge su due aspetti fondamentali: la libertà individuale e l’idea che il popolo governi, ovvero che la gente possa avere un’influenza sulla politica. Secondo me è da un po’ di tempo che questo non è più vero. La colpa della gente forse è stata quella di pensare che tutto fosse garantito, che non ci fosse più bisogno di sorvegliare il sistema, di difendere le proprie libertà e i propri diritti». (da Linkiesta.it – intervista di Andrea Coccia)

Noi siamo il popolo,” ha detto una volta Erdogan ai suoi oppositori. “Voi chi siete?” Norbert Hofer, leader del Partito della libertà austriaco, uno schieramento di destra, ha fatto eco allo stesso sentimento in una recente campagna elettorale. “Voi avete l’alta società dietro di voi” ha detto. “Io ho il popolo con me.La promessa di dare espressione alla voce autentica della gente è la caratteristica centrale del populismo. Quando la loro popolarità cala, i populisti smantellano i meccanismi indipendenti di controllo del potere. In Turchia e Venezuela, per esempio, malgrado gli sforzi compiuti, i difensori della democrazia liberale non sono riusciti a impedire che i loro paesi scivolassero nella dittatura, e che loro venissero condannati e perseguitati.

In quanto “nemici del popolo”, è ovvio. Benito Mussolini e Adolf Hitler sono andati al potere esattamente in questo modo. È impossibile negarlo: anche se qualcuno sembra considerarla tale, questa non è davvero una partita a bocce.

E voi quante vite pensate di avere? Comunque sia, buone vacanze a (quasi) tutti.

In testata: un murale di Banksy, che è stato cancellato dal consiglio comunale di un paesino dell’Essex, Clacton-on-Sea,  perché reputato “razzista”. Traduzione delle scritte:“Gli immigrati non sono benvenuti” – “Tornate in Africa” – “Alla larga dai nostri vermi”.   

Pride (In the Name of Love) degli U2, estratto come primo singolo dall’album The Unforgettable Fire il 4 settembre 1984, è dedicata a Martin Luther King.

Il brano “Le quattro volte” di Brunori Sas è contenuto nell’album “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi (2014)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Il circolo vizioso

1) LIMITI                                                                                                                                                       Giovanni Orsina è professore di Storia contemporanea e vicedirettore della School of Government all’Università LUISS «Guido Carli» di Roma. È anche editorialista della «Stampa» e ha recentemente pubblicato un libro dal titolo “La democrazia del narcisismo – Breve storia dell’antipolitica” (Marsilio, 2108). Nell’introduzione Orsina cita un sondaggio pubblicato nel gennaio del 2018 da cui risulta che «il 54% degli intervistati pensa di essere in credito con l’Italia – di averle dato più di quanto non ne abbia ricevuto -, a fronte del 7% che si sente in debito, e del 35% che ritiene di aver avuto tanto quanto ha dato. Due anni prima, nel 2016, le cifre erano rispettivamente 49, 7 e 43%».

Sembrano trascorse ere geologiche dal celebre discorso del presidente americano J.F. Kennedy: «non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese» (“Ask not what your country can do for you; ask what you can do for your country”.  Campidoglio, Stati Uniti  Washington D.C.  – 20 gennaio 1961) Tutto è cambiato, da allora, e Orsina si interroga proprio sulle ragioni per cui questo è successo. La sua tesi (che ovviamente qui semplifico) parla di una malintesa concezione della parola “democrazia” e di conseguenza della società democratica. Tale concezione intende la democrazia come «la promessa che ciascun essere umano abbia pieno e assoluto controllo sulla propria esistenza, conducendola come e dove meglio crede; e la pretesa da parte degli esseri umani che quella promessa sia mantenuta». Come già aveva evidenziato Tocqueville, nel concetto di democrazia esistono alcune contraddizioni, la principale delle quali è che, se da un lato essa garantisce che tutti possano essere quello che desiderano, dall’altro però la democrazia funziona solo se questi desideri hanno dei limiti. Il problema è che spingendo – per sua stessa natura – gli individui a desiderare senza limiti, essa mette a rischio proprio l’esistenza di quel cittadino del quale non può fare a meno.

Da questo derivano purtroppo alcune conseguenze nefaste: «Una prima categoria di conseguenze negative del'”assetto sociale democratico” ha a che vedere col modo in cui si conosce la realtà. Chi vive in quelle società la conosce di fretta, innanzitutto, perché il richiamo della vita pratica, con la sua promessa di benessere materiale, non gli lascia il tempo di studiare e approfondire. Ama le generalizzazioni facili, che sembrano dischiudere rapidamente ogni porta. Ama le nozioni che hanno un’immediata ricaduta pratica, e tende a ignorare la conoscenza astratta. Eppure, malgrado questa sua superficialità, poiché non riconosce niente e nessuno al di sopra di se e rifiuta qualsiasi autorità, il cittadino democratico confida unicamente nel valore delle proprie opinioni». Come già scrisse Tocqueville nel 1835, «ciascuno si chiude, dunque, strettamente in se stesso e pretende, da qui, di giudicare il mondo». (La democrazia in America – UTET, 1968)

2) COMPETENZA                                                                                                                                         Socrate diceva: «Il sapiente è colui che sa di non sapere». Erano davvero altri tempi, come argomenta Tom Nichols, professore allo U.S. Naval War College e alla Harvard Extension School e autore di numerosi saggi. La LUISS University Press ha pubblicato nel 2017 il suo “La conoscenza e i suoi nemici – L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia“. Che nel libro cita tra l’altro, con ragionamenti molto solidi, anche  l’effetto Dunning-Kruger:

«Non è la vostra immaginazione: le persone che strabordano su argomenti di cui sanno pochissimo, con una sicurezza del tutto infondata, esistono davvero e finalmente la scienza l’ha capito. Questo fenomeno è chiamato “effetto Dunning-Kruger”, dai nomi di David Dunning e Justin Kruger, ricercatori di psicologia della Cornell University che lo hanno identificato in un fondamentale studio del 1999. L’effetto Dunning-Kruger, in sintesi, è il fenomeno per cui più si è ottusi, più si è convinti di non esserlo. Dunning e Kruger più gentilmente definiscono persone di questo tipo “non specializzate” o “incompetenti”. Ma ciò non cambia la loro scoperta più importante: “Non solo giungono a conclusioni erronee e compiono scelte infelici, ma la loro incompetenza li priva della capacità di rendersene conto”.

(…) Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli “spiegatori” e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini.

Sta prendendo piede una sorta di Legge di Gresham applicata al campo intellettuale: se un tempo questa legge recitava «la moneta cattiva scaccia quella buona», ora viviamo in un’epoca in cui la cattiva informazione scaccia la vera conoscenza. Quando, un tempo, ogni colono si tagliava da solo gli alberi e si costruiva la sua casa, si trattava di un sistema inefficiente e, per di più, si producevano soltanto abitazioni rudimentali.

C’è una ragione se non facciamo più così. Quando costruiamo dei grattacieli non ci aspettiamo che l’esperto di metallurgia che sa che materiale si debba mettere in una trave maestra, l’architetto, che disegna l’edificio, e il vetraio, che installa le finestre, siano la stessa persona. E questo è il motivo per il quale possiamo goderci la vista sulla città dall’altezza di un centinaio di piani: tutti gli esperti, pur avendo competenze che si sovrappongono parzialmente, rispettano le capacità professionali di molti altri e si concentrano nel fare quello che conoscono meglio. La loro fiducia e la loro collaborazione conducono a un prodotto finale più grande e migliore di qualunque cosa avrebbero potuto costruire da soli.

Il punto è che se non ammettiamo i limiti delle nostre conoscenze e non ci fidiamo delle competenze degli altri la cosa non può funzionare. Talvolta abbiamo delle resistenze ad accettarlo perché questo indebolisce il nostro senso di indipendenza e di autonomia. Vogliamo credere di essere capaci di prendere ogni tipo di decisione e ci infastidiamo con chi ci corregge o ci dice che ci sbagliamo o ci dà istruzioni su qualcosa che non capiamo. Questa reazione umana, naturale nei rapporti tra individui, è pericolosa quando diventa una caratteristica diffusa dell’intera società».

3) FIDUCIA                                                                                                                                                                  Su Netflix è da poco disponibile la quarta stagione della serie “Black Mirror”(«per raccontare le contraddizioni del nostro presente, il nostro rapporto con la tecnologia e a ipotizzare scenari possibili per il futuro» – da Wired.it).  Hang the DJ (quarta puntata della nuova serie) ci porta nel purgatorio dei single. In pratica è una prigione a cielo aperto (che ricorda The Truman Show, il film del 1998 diretto da Peter Weir e interpretato da Jim Carrey) in cui i malcapitati sono costretti a trascorrere periodi di tempo variabili – da poche ore ad anni interi – con persone pescate a caso dall’algoritmo. «Persone per lo più piacenti, ma spesso un po’ irritanti, e qualche volta insopportabili. Così la ricerca dell’anima gemella non si trasforma nell’inferno della ripetizione, un meccanico e infruttuoso passare da un abbraccio indifferente al successivo; una routine in cui scommettiamo che l’utente medio di Tinder e omologhi, il millennial disperatamente in cerca d’amore, si riconoscerà mestamente. 

Fanno eccezione però Amy e Frank, a cui, proprio in quel primo incontro, succede qualcosa di speciale. C’è una simpatia, una curiosità epidermica, una misteriosa reazione chimica che rende anche solo il gesto di tenersi per mano emozionante. (…) Ma Frank, il più insicuro, ansioso e debole dei due, è vittima del terrificante rovello: quanto può durare? Quanto ancora prima che torni il silenzio, il freddo, il senso di vuoto e di sconfitta? Bisognoso di essere rassicurato, Frank tradisce la fiducia di Amy, sbalestra il sistema e manda tutto all’aria».( da Movieplayer.it) L’insicurezza e il tradimento della fiducia rischiano di rovinare tutto quello che funzionava bene.

Credo che in questo sia contenuta una potente metafora della situazione socio-politica dell’occidente contemporaneo. Come scrive Tom Nichols: «Il rapporto tra esperti e cittadini, al pari di quasi tutte le relazioni in una democrazia, si basa sulla fiducia. Quando questa crolla, esperti e profani entrano in guerra. E quando questo accade, la democrazia può avvitarsi in una spirale della morte che presenta un pericolo immediato: degenerare nel governo delle masse o in una tecnocrazie elitaria, due esiti autoritari che oggi come oggi minacciano gli Stati Uniti».

È forse superfluo aggiungere che gli stessi esiti minacciano anche l’Italia?

In testata: Maurits Cornelis Escher:  Vincolo d’unione, 1956 litografia cm 25,3 x 33,9 -Collezione Federico Giudiceandrea All M.C. Escher works

Al centro un fotogramma tratto da Ratatouille, film d’animazione del 2007 diretto da Brad Bird e Jan Pinkava

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)