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L’assurdo e il mistero

1) Enzo Bianchi è un saggista italiano, monaco laico, fondatore della Comunità monastica di Bose, a Magnano, della quale è stato anche priore dalla fondazione fino al gennaio 2017. Su “Repubblica” del 10 novembre scorso è uscito un articolo-intervista di Silvia Ronchey su Enzo Bianchi che si conclude con  due  importanti domande:

Che cos’è la religiosità?

«Oggi è molto cambiata e c’è il rischio di una religiosità che si confini in una specie di deismo spirituale e psichico teso al proprio benessere interiore, individualistico. E’ una nebulosa temibile perché scompaiono l’orizzonte sociale, la solidarietà, il destino comune. Resta soltanto l’idolo del benessere, del bien- être avec soi- même [benessere con se stessi, N.d.R.], e noi vogliamo contrastarlo».

E cos’è la laicità?

«È mutevole. Oggi siamo molto distanti dai tentativi di religione civile fatti alla fine del secolo scorso anche dalla chiesa italiana. Ma vorrei che questa laicità si arricchisse e non si spegnesse in quella forma di agnosticismo che tende al niente, alla nientità, al nichilismo. Quello che noi vogliamo dal dialogo coi laici è la costruzione della polis, di una polis in cui ci siano davvero fraternità, uguaglianza, giustizia».

Ronchey ha posto due importanti domande,  Bianchi ha dato due rilevanti risposte. Risposte che mettono in rilievo come ogni posizione (ogni idea o convinzione) comporti sempre un grosso rischio: lo sterile ripiegamento nel proprio io. Nell’articolo viene  poi evidenziato l’oggettivo paradosso di una “fase storica [l’attuale, N.d.R.] in cui la politica ha perso la sua capacità di coinvolgere le masse” in cui  “la sua ala progressista chiede sempre più spesso aiuto alla chiesa per grandi problemi come l’immigrazione.”

2) Il vescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, ha scritto: «Siamo tutti come bambini che non capiscono e continuiamo a porci (e non dobbiamo vergognarcene) davanti al mistero della vita le domande dell’inizio, a volte senza tante risposte in più, spesso con solo una maggiore amara consapevolezza. Quando ero parroco venne un ragazzo che stava per ricevere la Cresima e che mi disse con rabbia che non l’avrebbe più fatta, colpito dalla notizia del terremoto di Haiti: «Se Dio permette che tanti poveri muoiano per un terremoto o non è onnipotente e quindi non è Dio oppure è un Dio che rifiuto perché fa soffrire così uomini che non hanno colpa».  (…)

Il Cardinale Biffi diceva: “L’enigma del soffrire umano si comprende. Ma si comprende oggettivamente, in se stesso, sul piano dell’essere; io, soggettivamente, non lo comprendo, e, illuminato da una luce così alta, resto all’oscuro. E mi confermo nella convinzione che siamo chiamati a scegliere tra l’assurdo e il mistero; tra il non-senso e il suicidio della ragione, e la resa a una verità che penosamente ci oltrepassa e ci precede”. Il mio desiderio è che insieme, tutti, al di là della fede, cercassimo di stare dalla parte dell’umanità, di non fare morire mai la pietà e che questa non sia mai ridotta a buonismo, irrisa da sconsiderate semplificazioni o ridotta a scontro ideologico. Vorrei non dimenticassimo le lacrime di chiunque e che sono tutte uguali.»

3) A ottobre scorso era trascorso  un secolo esatto dall’uscita del primo volume del Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler.

«…Ma se volete godere della vertigine provocata dal sapere di essere sull’orlo di un collasso di civiltà, il mio consiglio è quello di tornare a leggere La montagna incantata di Thomas Mann, scritto più o meno nello stesso periodo del libro di Spengler: dopo la prima guerra mondiale. La buona letteratura spesso esprime in modo più lucido ciò che i filosofi o i teorici sociali intravedono più tardi. (…)  Che cosa potremmo recuperare da quella narrazione che ci sia utile per descrivere ciò che ora ci affligge? Nessuno ignora che stiamo provando quella stessa inquietudine per il venire meno di conquiste che un tempo consideravamo consolidate.

Forse è proprio qui, nella verifica della perdita della nostra identità comune, che sorge quest’ansia. Questa era anche la tesi di Mann: la convinzione che il processo di civilizzazione fosse entrato in collisione con gli ingredienti della cultura profonda, con il mondo in cui si forgia la nostra identità originaria, ma anche con quello della disciplina, della gerarchia, delle fonti dell’autorità e dell’io.

Questo scontro tra due dimensioni fino ad allora immaginate come compatibili si riflette nei dialoghi tra i personaggi di Settembrini e Naphta. Il primo è il tipo ideale del razionalista illuminista, che crede nel progresso tecnologico: è cosmopolita, democratico, repubblicano, individualista; confida in uno Stato universale e laico e nel controllo della natura attraverso la scienza. Naphta, invece, è l’epitome dell’autoritarismo e dell’irrazionalismo politico; si oppone a tutto: al mercato, al capitalismo; è al tempo stesso il rappresentante della reazione e della rivoluzione proletaria, religioso e rivoluzionario marxista e, quindi, dogmatico a partita doppia. Aspira all’annullamento dell’individualità in nome di impulsi millenaristici. Ed è nazional-statalista. La storia mostra che, in questo gioco di antagonismi, i Naphta finiscono inizialmente col vincere. Come voleva il personaggio, alla fine si è imposta “la comunità mitica attraverso il terrore e la violenza”, tanto quella nazista che quella stalinista». (Fernando Vallespín – la Repubblica 25 settembre 2018)

4) «Cuore di tenebra (Heart of Darkness) è un racconto dello scrittore polacco-britannico Joseph Conrad sulla storia del viaggio per risalire il fiume Congo nel Libero Stato del Congo, al centro dell’Africa, da parte del narratore Charles Marlow. Egli racconta agli amici la sua avventura, a bordo della sua imbarcazione, la Nellie, ancorata in un’ansa del fiume Tamigi, a valle di Londra. Questa ambientazione fornisce la cornice narrativa per raccontare la realtà dei fatti sulla sua ossessione verso il commerciante di avorio Kurtz, che abilita Conrad a tracciare un parallelismo tra Londra e l’Africa come luoghi d’oscurità. Nell’opera dell’autore è centrale l’idea che ci sia poca differenza tra i popoli civilizzati e quelli cosiddetti selvaggi, avanzando questioni sull’imperialismo e il razzismo. »

«Heart of Darkness mostra che l’alterità del primitivo è precisamente la “nostra” alterità – dove quel “nostra” indica, con qualche esitazione, una comunità eurocentrica civilizzata. Come suggerisce il titolo, si tratta di una diretta inversione dell’universalismo illuministico, che assume che tutti gli esseri umani siano uguali nella misura siano guidati dalla luce della ragione e non oltre. La valorizzazione della ragione e della civiltà occidentale diventa per Conrad una scusa per rapacità, distruttività e, paradossalmente, il ritorno dell’irrazionalità, dato che permette agli uomini di pensarsi dèi (…) in ultimo, il testo presenta un luogo della società che è protetto dalle proprie verità: Marlow, che sa bene che l’illuminismo è una forma di barbarie, che l’altro dell’Occidente è l’Occidente stesso, proteggerà le donne occidentali da quella verità mentendo loro. “Che orrore, che orrore”, le ultime parole di Kurtz, non saranno infatti mai riferite alla sua fidanzata: essa continua a credere che sia morto col proprio nome sulle labbra. Ma qui c’è una sorpresa: i valori di lei, che esigono protezione dalla verità sono anch’essi l’orrore e fanno così della menzogna di Marlow una verità». (Francesco Binni)

Concludendo) Laici o religiosi, populisti o meno, la vera sfida consiste nel tentare di restare dalla parte dell’umanità. Fino a qualche tempo fa, sembrava anche troppo facile. Forse proprio per questo abbiamo fatto l’errore di abbassare troppo la guardia, di dare tutto per scontato. La realtà è invece  che proprio gli uomini che tendono a pensarsi déi – a non scegliere tra l’assurdo e il mistero – tendono invece senza riflettere al ritorno delle nostre origini selvagge e del relativo orrore: Ma «Che orrore! che orrore!»

Qui sopra: uno spezzone dall’inizio di Apocalypse Now – film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola, liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra

In testata: Henri Rousseau: Il sogno, (1910) Museum of Modern Art di New York

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

 

Preferirei di no

1) “In Velocità astratta+ rumoreBalla dipinge parti di cielo, frammenti di forme e segni incrociati che evocano il veloce passaggio dell’automobile. Il rumore è infatti rappresentato dall’infittirsi di segni e dal moltiplicarsi dei piani di rappresentazione. In alto poi si percepiscono frammenti di cielo nei quali sono collocati segni più scuri. Il paesaggio inoltre è rappresentato dalle due linee ondulate e dal verde. La parte in rosso infine rappresenta l’automobile in corsa che sfrecciando frantuma il paesaggio e si integra con esso. (da analisidellopera.it)

2) Nella nota introduttiva dell’autrice all’edizione 2012 del suo The Highly Sensitive Persons (Persone Altamente Sensibili. Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge – Mondadori, 2018), Elaine Aron scrive: «…ora esiste una semplice, ma completa descrizione di questo tratto, riassunta nell’acronimo DOES, che ne esprime bene i vari aspetti. D indica la profondità (depht) dell’elaborazione; infatti la nostra caratteristica fondamentale è che osserviamo e riflettiamo prima di agire ed elaboriamo maggiormente ogni elemento, in modo più o meno consapevole. O sta per la sovrastimolazione (overstimulation) in cui incorriamo facilmente: se prestate maggior attenzione a ogni cosa, vi stancate prima. E sta per l’enfasi (emphasis)delle nostre reazioni emotive e per la forte empatia (empathy) che, tra l’altro, ci aiuta a osservare e a capire. significa essere sensibili ai dettagli (subtleties)».

3) Il giovane scrittore Giacomo Mazzariol ha appena pubblicato il suo secondo libro, Gli squali (Einaudi Stile Libero, 2018).  «Assomigliano agli squali; attenti, però: non sono crudeli. Nuotatori veloci, fulminei nel captare le correnti giuste, fluidi nel branco, pronti a mostrare i denti, abili nel mutare rotta. Hanno vent’anni e sono i ragazzi del nuovo millennio. Non possono stare fermi, altrimenti, come gli squali, muoiono. Perché in realtà sono vulnerabili e nell’oceano delle possibilità rischiano di perdersi, di finire spiaggiati tra incertezze adolescenziali e aspettative adulte. «Sono i miei amici, i miei coetanei», quelli del muretto, quelli dell’università, quelli dell’estate dopo la maturità, dice Giacomo Mazzariol, nato a Castelfranco Veneto, classe 1997, scrittore, sceneggiatore, esponente (fortunato) in tutto e per tutto di questi inediti post-Millennial. Ai quali dedica il suo nuovo romanzo (…)

…un ritratto dolceamaro della generazione dei ventenni. Una storia che racconta la fatica di diventare grandi» (…) «Siamo squali ma non predatori, squali così potenti da riuscire a navigare nel mare delle possibilità, una nuova specie che grazie alla tecnologia pensa di avere il mondo in mano. Puoi fare dieci cose ed essere in dieci posti nello stesso momento, è come avere addosso, sempre, un’energia pazzesca. Ma poi, in questa miriade di stimoli, non sai più qual è la superficie e quale la sostanza».

Con una velocità che toglie il fiato, mentre i suoi amici bruciano l’estate e se ne vanno in Spagna, Max inizia a lavorare e a guadagnare, diventa grande con la nostalgia nel cuore, tocca con mano la freddezza e il cinismo delle ricchissime factory dell’i-Tech. Per ritrovarsi, allora, Max torna indietro, a casa sua, a Magnano, nella lentezza salutare delle cose di sempre. «Volevo spiegare il lato oscuro delle multinazionali digitali, degli algoritmi di YouTube che stanno divorando il tempo degli adolescenti, pilotando i loro desideri. Ma anche la potenza dei ventenni di oggi, tutto il contrario degli sdraiati. Gli squali nuotano tra mille lavori, opportunità, delusioni. Ma nuotano. Non stanno fermi. E ogni tanto capita, come succede a Max, come è successo a me, di incrociare la cosa giusta. Almeno per un po’, perché nulla è definitivo per gli squali, che devono continuare a nuotare, altrimenti muoiono». (dall’articolo di Maria Novella De Luca – la Repubblica 6 novembre 2018)

4) Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street (titolo originale Bartleby the Scrivener: A Story of Wall Street) è un racconto di Herman Melville. Il narratore è il titolare di uno studio legale di Wall Street a New York. Egli svolge “un lavoro discreto fra i titoli, le obbligazioni, le ipoteche di uomini abbienti”, e si descrive come “una persona eminentemente cauta e fidata”. Infatti dice di sé:  «E per cominciare, io sono un uomo che, a partire dalla sua giovinezza, è sempre stato profondamente convinto  che nella vita la via più facile è la migliore.» (dall’edizione Einaudi, 1994)

Il narratore, pur notando [le loro] eccentricità, accetta di buon grado i suoi dipendenti e, con l’ampliarsi dell’attività, decide di assumere un terzo scrivano. Risponde all’annuncio Bartleby, che si presenta in ufficio come una figura “pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida!”. In principio Bartleby esegue diligentemente il lavoro di copista ma si rifiuta di svolgere altri compiti, sconcertando il suo principale con la risposta “preferirei di no” (nell’originale, “I would prefer not to”). Poi smette di lavorare del tutto, fornendo come unica spiegazione la medesima frase.” (da Wikipedia)

5) «Ho letto Guerra e pace in venti minuti. Parla della Russia». All’epoca della famosa battuta di Woody Allen, la fine degli anni Sessanta, l’America era attraversata dall’ossessione per il tempo. Il ricordo di Kennedy che ogni mattina leggeva il New York Times e il Washington Post in dieci minuti, aveva spinto migliaia di studenti e professionisti a iscriversi ai corsi di Evelyn Wood, un’insegnante dello Utah che cercando di migliorare la vita dei suoi allievi, aveva messo a punto una tecnica di lettura per divorare, così diceva, fino a 2700 parole al minuto. In tutti questi anni la febbre della velocità non si è mai spenta, anzi… Il contagio viaggia in Rete e dallo speed reading — 533 milioni di risultati su Google — si è passati allo speed watching. Perché dedicare nove ore e passa alla visione di una stagione del Trono di Spade quando si possono guardare gli episodi a velocità accelerata?

Esistono siti che tengono il conto delle ore spese in serie televisive (Tiiime) e nascono applicazioni che promettono di aiutarci, senza bisogno di manuali, corsi o seminari, a correre su un testo scritto così come facciamo nella vita reale. Il controllo della velocità diventa così il simbolo di un’era in cui la moltiplicazione dei contenuti rende impossibile per qualunque essere umano stare al passo con tutto ciò che viene prodotto: troppa roba, troppo poco tempo, a meno che non si ricorra a qualche trucco.” (di Stefania Parmeggiani – la Repubblica 6 novembre 2018)

Concludendo) Nessun dubbio in proposito, molto meglio Bartleby. Speed reading? Speed whatching? Preferirei di no! Il motivo è molto semplice. Perché  “investire trentadue ore della propria vita su Tolstoj vi permetterà di scoprire che Guerra e Pace parla sì della Russia, ma anche di molto altro.” E quasi sempre è proprio questo altro ad essere più importante di tutto il resto. L’ideale della nostra cultura consiste nell’essere forte come Terminator, stoici come Clint Eastwood o estroversi come Goldie Hawn? Dovrebbero piacerci le luci brillanti, il rumore, le comitive di allegri amici al bar? Pazienza. Per quanto mi riguarda, la risposta è sempre la stessa: preferirei di no!


In testata: Giacomo Balla, Velocità astratta + rumore, 1913–14, olio su tavola, 54,5 x 76,5 cm compresa la cornice dipinta dall’artista. Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Peggy Guggenheim

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il futuro rimosso

Ritorno al futuro (Back to the Future) è un film del 1985 diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Michael J. Fox e Christopher Lloyd. Primo episodio della trilogia omonima, è considerato un’icona del cinema degli anni ottanta e ha riscosso un enorme successo a livello internazionale. (da Wikipedia).

Comunque la si pensi politicamente su Matteo Renzi, non si può negare che l’ex Presidente del Consiglio e Sindaco di Firenze, non sia abile a far parlare davvero molto di sé. Per la nona edizione della Leopolda tenutasi nel capoluogo toscano soltanto qualche giorno fa nel fine settimana, visto che il tema era “Ritorno al Futuro”, sul palco dell’evento è stata installata una bellissima riproduzione della macchina del tempo DeLorean della serie cinematografica omonima. E subito su mass media e social, nel bene o nel male non si è parlato d’altro se non del veicolo usato da Emmett “Doc” Brown (Christopher Lloyd) e Marty McFly (Michael J. Fox) per viaggiare nel tempo nella mitica trilogia amata da milioni di fan prima al cinema e poi sul piccolo schermo.” (da nove.firenze.it)

Personalmente ritengo che Matteo Renzi e il suo “giglio magico” rappresentino un passato stracotto rivestito di una sottile patina di giovanilistica modernità fintamente progressista. Oggi però il punto sul futuro che ci interessa è un’altro. Lo spiega bene Aldo Cazzullo, che sul Corriere della Sera del 19 ottobre scorso, scrive:

«il riscaldamento del pianeta è tanto evidente che neppure Donald Trump lo nega più (si limita a dire che non è colpa dell’uomo e quindi non ci si può fare nulla). Però in due anni avrò ricevuto ventimila lettere sui migranti e neppure una sul cambiamento climatico, che è tra le cause delle migrazioni. Pubblico alcune reazioni raccolte sui social del Corriere al rapporto dell’unione Europea perché mi sembrano utili a una riflessione non tanto sul tema, ormai conclamato, quanto sull’indifferenza che lo circonda.

Ormai sappiamo con certezza scientifica che, se non ridurremo le emissioni di anidride carbonica, il clima peggiorerà ulteriormente. Il fenomeno è più rapido di quanto pensassimo, ed è sotto gli occhi di tutti. Alla prima nevicata si faranno ironie; ma è come negare la fame nel mondo solo perché si è appena mangiato un piatto di fettuccine. Non ce ne occupiamo perché il problema riguarda l’avvenire. E l’avvenire al tempo della rete non è contemplato. Ci sono tanti selfie da scattare, tanti attimi da fermare, tante interessanti polemiche su Chiara Ferragni o Cristiano Ronaldo da seguire. La futilità della discussione pubblica rende insostenibilmente pesanti argomenti che riguardano i nostri figli e nipoti, non i nostri discendenti dei prossimi millenni, se arriveranno. Meno ancora si parla dell’allarme rilanciato dal libro postumo di Stephen Hawking, sui pericoli dell’intelligenza artificiale e della manipolazione della vita. La rimozione del futuro continua.»

Ieri, 24 ottobre 2018, qui a Bologna il termometro ha rilevato una temperatura massima di 29 gradi. Dieci gradi in più rispetto alla temperatura media stagionale secondo meteo.it. Eppure esiste ancora chi nega l’evidenza:

La capacità del movimento negazionista di rallentare le politiche ambientali spinge Gore a studiare analiticamente cause e caratteristiche di quest’atteggiamento, il cui fondamento viene individuato nell’interesse economico delle grandi multinazionali del petrolio, del carbone e del gas, minacciato da ogni azione finalizzata alla riduzione delle emissioni nocive: «potenti corporation che hanno interesse a ritardare qualunque tipo di intervento hanno sperperato soldi in una campagna cinica e disonesta per distorcere l’opinione pubblica, seminando falsi dubbi sulla realtà della crisi climatica» (p. 429). Si tratta di una massiccia e sofisticata “campagna di inganni” che si avvale di esperti finanziati ad hoc, “bugiardi a noleggio” (p. 440) incaricati di diffondere ipotesi alternative prive di base scientifica (per cui, ad esempio, il riscaldamento globale sarebbe il risultato di un ciclo naturale, oppure sarebbe già stato fermato da diversi anni, ecc.). Questa campagna si propone anzitutto di manipolare la percezione pubblica del problema, anche attraverso l’accesso agli organi di informazione: i quali, versando in difficili condizioni economiche, ricevono finanziamenti da parte delle compagnie di combustibili fossili, accettando di veicolare messaggi negazionisti. In secondo luogo, le stesse compagnie incidono sui processi decisionali attraverso l’attività di lobbying e finanziando le campagne di candidati di ogni parte politica.” (da sviluppofelice.wordpress.com )

Manipolare la percezione pubblica dei problemi non significa solo disinformare i cittadini tramite false notizie, ma anche trascurare i temi davvero importanti (come le tematiche ambientali) ponendo al contrario in evidenza le sciocchezze più irrilevanti. Scrive Giuseppe Riva: «Che cos’è un fatto? (…) esistono due grandi categorie: i “fatti” (per esempio è un fatto che questa frase inizia con la preposizione “per”, perché sia io che voi possiamo verificarla osservando la frase) e i “fatti sociali” (gli eventi la cui verità non dipende dall’evidenza, ma dall’attività della rete sociale di cui facciamo parte; ad esempio, per essere “marito” ti devi sposare). Mentre i fatti sono eventi immediatamente evidenti, i fatti sociali sono invece eventi la cui evidenza dipende dall’attività di una rete sociale.

Sono più importanti i fatti o i fatti sociali nel guidare le decisioni dei soggetti? Gli psicologi sanno già da tempo la risposta: i fatti sociali. Non a caso questi fatti sono dotati di un potere di coercizione che nasce dall’importanza che per ciascuno di noi ha il sentirsi parte di un gruppo. Tale potere di coercizione è legato a quattro fattori: la rilevanza del gruppo per l’identità sociale del soggetto, l’importanza e la rilevanza dell’argomento per il soggetto, la numerosità del gruppo che supporta una scelta, la mancanza di conflitti al suo interno.

L’analisi del concetto di “fatto” ci suggerisce un primo elemento per la costruzione di fake news efficaci: trasformarle in fatti sociali, supportati dal numero più elevato possibile di soggetti della rete. Infatti se una fake news diventa un fatto sociale sono possibili tre conseguenze. Se il soggetto la interiorizza, diventerà lui stesso un sincero sostenitore della sua verità. Se non la interiorizza ma teme il giudizio sociale, eviterà di contraddirla per paura di effetti negativi. Mentre solo chi non teme il giudizio sociale, o si sente supportato nella critica, sarà pronto a intervenire per contestarne i contenuti.  (Massimo Riva – Fake News. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità – Il Mulino, 2018) Superfluo ipotizzare quale si configura come la conseguenza più probabile per gli italiani, “ sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori” (© Ennio Flaiano)

Una delle più drammatiche responsabilità delle classi dirigenti di questo paese (di ogni orientamento) negli ultimi decenni è di aver “dimenticato”, nella loro “narrazione”, di preoccuparsi per il futuro delle generazioni a venire, scaricando sulle loro spalle i costi interni ed esterni delle loro spesso sciagurate, miopi decisioni interessate e falsamente democratiche. Al centro del loro racconto continuano invece a porre fatti sociali su cui sia possibile speculare nel presente, ad esempio l’immaginaria invasione degli immigrati. Avete mai sentito Matteo Salvini o Matteo Renzi infervorarsi per la tutela dell’ambiente? La macchina del tempo per loro è pura scenografia.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Turisti e viaggiatori

 

(SAREBBE ANCHE UN POSTO CARINO SE SOLO NON CI FOSSERO TUTTI QUESTI SCHIFOSI TURISTI!)

Pensando al tema del “viaggio”, un autore che viene subito in mente, coi suoi racconti di terre sconfinate e lontane, è lo scrittore e viaggiatore britannico Bruce Chatwin (1940- 1989), secondo il quale «Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma» (da Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi, 1996)

Chatwin, «… temendo di ammalarsi agli occhi – ha rischiato addirittura la cecità -, ha presto deciso di staccarsi da una ricerca “privata” del bello, per dedicarsi a più vasti orizzonti. Ha avuto così inizio un vero e proprio “elogio al vagabondare” che, per il primo viaggio, lo ha portato in Sudan. In seguito si è recato in Marocco, Afghanistan, Patagonia, Himalaya e Australia.

Proprio grazie a questo suo continuo errare, Chatwin ha potuto dare libero sfogo ad un animo inquieto e al desiderio di scrivere a proposito del mondo. La seguente frase diventerà il suo mantra: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”». (da L’undici.it)

Un’altra grande viaggiatrice è stata Alexandra David-Néel, la quale ha scritto: «Non esiste, credo, fonte di giovinezza più efficace della combinazione di queste due cose: viaggio e attività intellettuale». Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi di grandi viaggiatori e/o turisti e/o scrittori. Purtroppo o per fortuna, e comunque la si pensi, di fatto  il turismo è ormai divenuta la più importante industria di questo nuovo secolo.

Scrive infatti Marco d’Eramo, che «Tra il 1950 e il 1992 il turismo internazionale, misurato in numero di arrivi, crebbe a un ritmo annuo del 7,2%. Nel decennio 1980-1990 le entrate del turismo internazionale crebbero al ritmo annuo del 9,2%, ben oltre il tasso di crescita del commercio mondiale nel suo insieme.”32 “Nel 1951 la Grecia fu visitata solo da cinquantamila turisti; dieci anni dopo erano saliti a mezzo milione e nel 1981 a cinque milioni e mezzo”, 33 e nel 2015 – si potrebbe aggiungere – erano 23,1 milioni.

Complessivamente, i viaggiatori internazionali erano 25,3 milioni nel 1950; 69,3 nel 1960; 158,7 milioni nel 1970; 204 milioni nel 1980; 425 milioni nel 1990; 753 milioni nel 2000; 946 milioni nel 2010; un miliardo 186 milioni nel 2015 (dati della World Tourism Organization). Come si vede, nei primi venti anni il numero di arrivi raddoppiava ogni decennio, mentre complessivamente negli ultimi 63 anni il numero dei viaggiatori si è moltiplicato per 50! (Nel decennio 2000-2010 la crescita è stata “solo” del 25% a causa di due eventi eccezionali: prima l’11 settembre 2001 e poi la grande crisi economica del 2007-2008.)”

“Con i voli low cost, il turismo si è globalizzato: mentre nel 1950 le prime 15 destinazioni assorbivano il 98% degli arrivi turistici internazionali, nel 1970 la proporzione era del 75%, per scendere al 57% nel 2007. E che il turismo sia ormai globale non c’è dubbio: un miliardo e 138 milioni di arrivi l’anno significa che un umano su sette compie viaggi internazionali: una marea mostruosa, un’orda di cui a ognuno di noi tocca far parte. Se si contassero poi i viaggi del turismo interno (di solito per valutare il numero di turisti domestici si moltiplica per 4 quello dei turisti internazionali), si avrebbe l’immagine di tutta un’umanità in perenne, inesausto viavai». (da “Il selfie del mondo: Indagine sull’età del turismo” di Marco d’Eramo – Feltrinelli, 2017)

Aggiunge però d’Eramo che «A Pevas, villaggio peruviano sul Rio delle Amazzoni a est di Iquitos, io stesso ho visto attivisti indios che si toglievano blue-jeans, magliette e occhiali e cominciavano a dipingersi la pelle; e quando ho chiesto loro perché, la loro risposta è stata fulminante: “Il mercoledì arriva il battello coi turisti”». Allora la domanda che ci si pone è la seguente: «ma cosa è che motiva il turista? che lo spinge a viaggiare, ad affrontare spese e fatiche? A estenuarsi durante l’unico breve periodo di riposo che gli è concesso? A che pro?» 

C’è chi pensa al turismo come desiderio di fuga dalla vita quotidiana, come impulso a liberarsi, per il breve periodo delle ferie, dai vincoli della società. E chi invece ritiene che
«L’utilità del viaggiare è di regolare l’immaginazione per mezzo della realtà, e invece di pensare come le cose possono essere, vederle come sono”. L’utilità del viaggiare sta nel confrontare (e quindi tarare, correggere, modificare) quel che si vede con ciò che si era immaginato in precedenza». Semplificando, la differenza tra turista e viaggiatore si potrebbe schematizzare in questo modo: il viaggiatore è un individuo attivo, mentre il turista è passivo e aspetta che cose interessanti gli succedano. Con l’ulteriore paradossale contraddizione determinata dal fatto (oggettivo) che proprio il desiderio di vedere “il mondo come realmente è” modifica irreversibilmente il mondo stesso e rischia di trasformarlo in un unico, sterminato e fasullo Disneyland.

«In fondo, quello del turismo è il problema della modernità: in ogni momento della nostra vita siamo alla ricerca di un’autenticità che la nostra stessa ricerca rende irraggiungibile, inautentica

Soluzioni non ne abbiamo; dubbi invece tantissimi. Nel suo “Ritratto di  Natalia Ginzburg (La corsara – Neri Pozza, 2018) Sandra Petrignani, commentando la Ginzburg che tratta il tema dell’incomunicabilità, scrive: «Natalia avverte l’epoca che la circonda come “Una faccenda di giorno in giorno più sudicia” abitata da un doppio silenzio, quello con se stessi e quello con gli altri. (…) Diviso fra panico e e senso di colpa, ciascuno reagisce a modo suo, chi viaggiando, chi ubriacandosi “per dimenticare i propri torbidi fantasmi”, chi facendosi psicanalizzare, senza risolvere nulla».

Forse una possibilità era stata proposta (inconsciamente?) dalla stessa Petrignani qualche anno addietro: «Un po’ pellegrinaggio e un po’ seduta spiritica, questo libro porta dalla Sardegna di Grazia Deledda all’America di Marguerite Yourcenar, dalla Francia di Colette all’Oriente di Alexandra David-Néel, dall’Africa alla Danimarca di Karen Blixen, all’Inghilterra di Virginia Woolf. Un lunghissimo viaggio in case-museo che, attraverso mobili e suppellettili, stanze e giardini raccontano la storia sentimentale delle più significative scrittrici del Novecento». (dalle note di copertina di  Sandra Petrignani: “La scrittrice abita qui – Neri Pozza, 2003). Forse il suo progetto  di visitare le case e i luoghi di Grazia DeleddaMarguerite YourcenarColette, Alexandra David-Néel, Karen Blixen,  Virginia Woolf presupponeva la condivisione del pensiero di Marcel Proust. cioè la convinzione che:

«Delle ali, e un altro apparato respiratorio, che ci permettessero di attraversare l’immensità degli spazi, ci sarebbero inutili, perché se salissimo su Marte o Venere conservando gli stessi sesnsi, questi rivestirebbero dello stesso aspetto  delle cose della Terra tutto quel che potremmo vedere. L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è». (Marcel ProustAlla ricerca del tempo perduto, vol. 5: La prigioniera – Einaudi, 1978)

Il viaggiatore è colui che ha il progetto utopistico di capire e di cambiare se stesso e il mondo (viaggio e attività intellettuale); il turista invece  è colui che vuol distrarsi e non cambierà mai ovunque si sposti nell’intero universo.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Le piccole virtù

Cominciamo con una citazione: “Quando incontra Alberto [Moravia, N.d.R.], la giovane vita della Maraini è già stata segnata da due episodi drammatici. Durante la seconda guerra mondiale, Dacia è in Giappone con la famiglia, al seguito del padre Fosco che sta compiendo degli studi sugli Hainu, una popolazione del nord. Ma nel 1943 il governo nipponico chiede a Fosco e a Topazia [la madre, N.d.R.] di aderire alla Repubblica di Salò. Al loro rifiuto i Maraini, con tre bambine piccole, vengono rinchiusi in un campo di concentramento e per mesi le loro razioni di cibo sono talmente scarse che rischiano tutti di morire di fame. «È stata un’esperienza traumatica – ricorda Dacia -, ogni sera mi stupivo di essere ancora viva e la fame era un’ossessione che non mi lasciava mai»

Disperato per le condizioni delle sue bambine, Fosco alla fine decide di seguire un antico rituale giapponese dei samurai: si taglia un dito e lo lancia contro i suoi carcerieri. Con questo estremo gesto di coraggio vuole costringerli a fare qualcosa per loro. Quella di Fosco sembra una pazzia, in realtà in questo modo cruento riesce a suscitare il rispetto delle guardie che dopo molte proteste portano al campo una capretta. E grazie al suo latte le tre sorelle Maraini sopravvivono.” (da Anna Folli – MoranteMoravia. Una storia d’amore. Neri Pozza, 2018)

Saggezza, coraggio, umanità, trascendenza, giustizia, moderazione. Sono queste le sei classi di virtù a loro volta composte di ventiquattro forze caratteriali, secondo un gruppo di psicologi ricercatori che hanno pubblicato un apposito  “manuale” su  positivepsychologyprogram.com. Nella religione cattolica invece le virtù cardinali, che sono denominate anche virtù umane principali,  sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. (da Wikipedia) Altri propongono una classificazione basata sulle classi secondo temperanza coraggio, liberalità, magnanimità, mansuetudine e giustizia. Ma questa volontà di classificazione non importa più di tanto.

Le piccole virtù” è un breve saggio di Natalia Ginzburg, che è contenuto nella omonima raccolta pubblicata per la prima volta nel 1962 da Einaudi. La Ginzburg vi tratta dell’educazione dei figli. Inizia così:

«Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere. Di solito invece facciamo il contrario: ci affrettiamo a insegnare il rispetto per le piccole virtù, fondando su di esse tutto il nostro sistema educativo. Scegliamo, in questo modo, la via più comoda: perché le piccole virtù non racchiudono alcun pericolo materiale, e anzi tengono al riparo dai colpi della fortuna.

Trascuriamo d’insegnare le grandi virtù, e tuttavia le amiamo, e vorremmo che i nostri
figli le avessero: ma nutriamo fiducia che scaturiscano spontaneamente nel loro animo, un
giorno avvenire, ritenendole di natura istintiva, mentre le altre, le piccole, ci sembrano il frutto d’una riflessione e di un calcolo e perciò noi pensiamo che debbano assolutamente essere insegnate. In realtà la differenza è solo apparente. Anche le piccole virtù provengono dal profondo del nostro istinto, da un istinto di difesa: ma in esse la ragione parla, sentenzia, disserta, brillante avvocato dell’incolumità personale. Le grandi virtù sgorgano da un istinto in cui la ragione non parla, un istinto a cui mi sarebbe difficile dare un nome. E il meglio di noi è in quel muto istinto: e non nel nostro istinto di difesa, che argomenta, sentenzia, disserta con la voce della ragione.

L’educazione non è che un certo rapporto che stabiliamo fra noi e i nostri figli, un certo clima in cui fioriscono i sentimenti, gli istinti, i pensieri. Ora io credo che un clima tutto ispirato al rispetto per le piccole virtù, maturi insensibilmente al cinismo, o alla paura di vivere. Le piccole virtù, in se stesse, non hanno nulla da fare col cinismo, o con la paura di vivere: ma tutte insieme, e senza le grandi, generano un’atmosfera che porta a quelle conseguenze. Non che le piccole virtù, in se stesse, siano spregevoli: ma il loro valore è di ordine complementare e non sostanziale; esse non possono stare da sole senza le altre, e sono, da sole senza le altre, per la natura umana un povero cibo.

Il modo di esercitare le piccole virtù, in misura temperata e quando sia del tutto indispensabile, l’uomo può trovarlo intorno a sé e berlo nell’aria: perché le piccole virtù sono di un ordine assai comune e diffuso tra gli uomini. Ma le grandi virtù, quelle non si respirano nell’aria: e debbono essere la prima sostanza del nostro rapporto coi nostri figli, il primo fondamento dell’educazione. Inoltre, il grande può anche contenere il piccolo: ma il piccolo, per legge di natura, non può in alcun modo contenere il grande.»

Fosco Maraini senza dubbio aveva come riferimento le grandi virtù, più che le piccole. Così come senza dubbio lo aveva anche Leone Ginzburg, primo marito di Natalia; fu arrestato dai fascisti il 20 novembre 1943, consegnato ai tedeschi come ebreo, incarcerato, quindi torturato e di conseguenza  ucciso tre mesi dopo. La sua ultima lettera a Natalia non porta la data: «Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza, che tu lavori e scriva e sia utile agli altri

Scriveva nel ’500 il filosofo francese Étienne de La Boétie, nel Discorso sulla servitù volontaria: “Vorrei capire come sia possibile che tanti uomini… talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finché sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anziché opporglisi… Sono i popoli stessi che si lasciano incatenare, perché se smettessero di servire, sarebbero liberi. È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo, che potendo scegliere tra servitù e libertà, rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo… Il padrone che vi domina ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di diverso dall’ultimo dei cittadini… salvo i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite… Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi”.

Dostoevskij scrisse una volta che l’uomo non teme nulla più della vera libertà. Forse è proprio questo il motivo per cui insegniamo e adottiamo soprattutto il rispetto per le piccole, di virtù. Perché quelle grandi potrebbero magari renderci davvero più liberi. E questo ci spaventa.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)