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I difensori dello status quo

Poche settimane fa Clare Gannaway,  curatrice della collezione d’arte contemporanea della Manchester Art Gallery, ha rimosso dalle pareti della sala 11 (denominata “In pursuit of beauty” – All’inseguimento della bellezza) il dipinto «Hylas and the Nymphs» del 1896 (vedi sopra), di John William Waterhouse, artista britannico preraffaellita, lasciando al suo posto uno spazio vuoto (vedi sotto).  Secondo lei, infatti: “Le ninfe a mollo nell’acqua, che rapiscono Ila (il bellissimo giovane della mitologia greca, prediletto di Eracle) in epoca di #MeToo (la campagna contro le molestie sessuali diventata virale) possono anche essere viste come una fantasia erotica inadatta e offensiva per il pubblico moderno“. (Antonella De Gregorio, Corriere.it) Comprensibilmente basita la reazione del pubblico, che ha subito riempito la parete di Post-it di protesta contro quella che viene definita una auto-censura “talebana”.

Eccesso di zelo, o cos’altro? Dal canto suo, Clare Gannaway si è difesa spiegando che l’obiettivo della rimozione non era quello di censurare alcunché, ma solo di “provocare il dibattito“. Il dipinto è stato poi rimesso al proprio posto. Che si trattasse o meno di un’abile strategia di marketing, la mossa della Gannaway un’obiettivo lo ha comunque raggiunto: provocare il dibattito su di sé.

A pensarla diversamente da lei non è soltanto il pubblico. «Dissente l’artista Michael Browne: «È un preoccupante tentativo di cancellare il passato. E non mi piace che qualcuno stabilisca cosa è giusto vedere e cosa no». Cathy Feely, docente di storia dell’arte alla Derby University, definisce l’opera di Waterhouse «un gioiello» e porta i suoi studenti a vederla «proprio affinché capiscano l’attitudine vittoriana verso il sesso». E la polemica rimbalza, oltre che su tutti i giornali e sulla Bbc, anche sui social media: qualcuno posta su Facebook un quadro della stessa scena di ninfe nude e giovane uomo, ma dipinto da una donna, Henrietta Rae, come per dimostrare che il machismo non c’entra. » (Enrico Franceschini – la Repubblica, 3 febbraio 2018)

Sulla questione Ian Buruma scrive: «Se dovessimo eliminare da musei e gallerie le opere degli artisti di cui disapproviamo la condotta, finiremmo con il depauperare importanti collezioni. Rembrandt maltrattava l’amante in modo crudele. Picasso si comportava da bruto con le mogli. Caravaggio concupiva giovanotti ed era un assassino. Per non parlare della letteratura: Céline era un feroce antisemita. William Burroughs in preda all’alcol sparò alla moglie, uccidendola. E i registi? Erich von Stroheim girò per proprio piacere scene di orge e Charlie Chaplin aveva un debole per le giovanissime. C’è poi il caso di Woody Allen: accusato (ma mai condannato) di aver molestato la figlia adottiva di sette anni.»

Gli esempi di censura (tentata o riuscita) nella storia della cultura sono davvero innumerevoli: dall’Indice dei libri proibiti all’Arte degenerata nonché i cosiddetti Bücherverbrennungen (in italiano: “roghi di libri“) di hitleriana memoria; dalla Lolita di Nabokov all’Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (il film venne ritirato e i negativi addirittura distrutti con furore da inquisizione). Più di recente, lo scorso anno una petizione online ha chiesto al Metropolitan Museum di New York di rimuovere il famoso quadro di Balthus ( Thérèse Dreaming, 1938)  che ritrae un’adolescente seduta scompostamente su una sedia con gli slip in vista (vedi sotto). Vi è infatti chi scorge in quell’opera una sorta di istigazione alla pedofilia o una “oggettivazione dei bambini” — così come hanno fatto gli ottomila firmatari della petizione. E così via.

Oscar Wilde diceva che non esistono libri immorali, ma solo scritti bene o male. Nelle società democratiche, la stessa considerazione dovrebbe valere per tutte le manifestazioni artistiche. Ma non è affatto così. Ci domandiamo allora: per quale motivo questo NON succede quasi mai?

Stephen King ha scritto: «Leggere a tavola è considerato maleducato nella buona società, ma se volete aver successo come scrittore, l’educazione deve essere almeno al secondo posto nella vostra scala delle priorità. Al gradino più basso è bene che stia la buona società e ciò che si aspetta da voi. Se intendete scrivere in totale onestà, i vostri giorni come membro  della buona società sono comunque contati. (…)

Il fine della fiction è di trovare la verità dentro  la ragnatela di bugie della storia, non di macchiarsi di disonestà intellettuale andando a caccia di soldi. E poi, miei cari amici, non funziona. (…)

Il mondo è popolato da aspiranti censori e, sotto sotto, mirano tutti alla stessa cosa: vogliono che voi vediate il mondo come lo vedono loro… o che almeno teniate la bocca chiusa su quello che vedete voi e che se ne discosta. Sono tutti agenti dello status quo. Non necessariamente gentaglia, ma gente pericolosa, se per caso credete nella libertà intellettuale.» (da On Writing – Frassinelli, 2015)

E’ di questo che stiamo trattando qui. Ogni desiderio di censura manifesta in fondo lo stesso desiderio: la perenne, eterna volontà di controllo da parte di chi detiene (o ritiene di detenere) il potere sufficiente ad imporre le proprie idee sul comportamento, sui pensieri e sulla volontà altrui. Per di più: «il potere dà facilmente alla testa e induce a pensare di avere un controllo personale sugli eventi che va ben al di là del reale. Questa osservazione che molti hanno fatto in modo informale, trova ora il sostengono di una ricerca sperimentale condotta da psicologi della Stanford Graduate School of Business, della London Business School e della Northwestern University, che pubblicano i loro risultati sulla rivista “Psychological Science”, rivista della Association for Psychological Science.»  (le Scienze.it)

È difficile immaginare di poter apprezzare opere che legittimino l’abuso sui minori, l’odio razziale o la tortura. Ma così come non dovremmo condannare un’opera sulla base della condotta dell’artista, occorrerebbe essere cauti quando si applicano all’espressione artistica le norme della rispettabilità sociale. Alcune opere vengono create con l’obiettivo di provocare. Nelle creazioni frutto dell’immaginazione è lecito esprimere ciò che nella vita non si farebbe mai. Se accordassimo solo a soggetti rispettabili la facoltà di esprimersi artisticamente ci troveremmo circondati da un kitsch moralistico: esattamente il tipo di arte che i governanti degli Stati autoritari amano promuovere in pubblico mentre in privato si abbandonano ad azioni peggiori di quelle che la maggioranza degli artisti ama solo immaginare.

Scrive Roberta Scorranese su “la Lettura” dell’11 febbraio 2018: «Ora, nei Preraffaelliti la donna è quasi sempre fatale, un po’ ninfa e un po’ dimonia: che si fa, si chiedono i critici, li rimuoviamo tutti? E giacché ci siamo, ironizza il «Guardian», perché non censuriamo anche Picasso? Già fatto: tre anni fa la Fox mandò in onda una riproduzione di Les Femmes d’Alger oscurandone i seni. E potremmo arrivare fino a noi, in Italia, magari blindando le pitture erotiche di Pompei. O coprendo le statue delle dee nei Musei Capitolini di Roma… Alt, già fatto anche questo: due anni fa in occasione della visita del presidente iraniano Rouhani.»

Proprio così, su questo tema tutto è già stato proposto e molto (sempre troppo) di quanto proposto  è stato anche messo in atto da sistemi di potere di ogni genere, i quali sono sempre interessati prima di tutto alla propria tutela. E su questo c’è davvero poco da scherzare:

«Ma se la presenza di donne sigillate da capo a piedi su un vialone di Teheran urtasse la mia, di suscettibilità? Non credo che, per rispetto nei miei confronti, gli ayatollah consentirebbero loro di mettersi la minigonna. Sarei curioso di sapere come funziona la sensibilità a corrente alternata del signor Rohani (le tette di marmo lo sconvolgono e i gay condannati a morte nel suo Paese no?) e di sentire cosa penserebbe mia nonna di questa ennesima arlecchinata italica: quando ero bambino mi insegnò che il primo modo di rispettare gli altri è non mancare di rispetto a se stessi.» (Massimo Gramellini – La Stampa, 27 gennaio 2016)

Il brano di Brunori Sas – “Secondo me”  è tratto dall’album “A casa tutto bene(2017)

 

Effetto Regina Rossa

 

In una recente convention (loro la chiamano così) nazionale di una nota multinazionale svoltasi a Torino, la giovane e bella General Manager (Direttrice Generale)  tra le altre cose ha annunciato lo slogan del 2018: “Fast Forward“. Che tradotto in italiano significa più o meno “Avanti veloci”  e suona vagamente come il motto “Sempre Avanti!” del ventennio mussoliniano… Dopodiché è comparso il testimonial:  nientedimeno che Massimiliano Allegri. Proprio lui, l’allenatore della Juventus. Ebbene, il senso della sua presenza era quello di raccontare “come si costruisce una squadra vincente“. E come si fa, allora, secondo il suo disinteressato contributo, a ottenere tale obiettivo? Il mister ha svelato in tale contesto assembleare la sua ricetta per diventare e rimanere vincenti nella vita: la consapevolezza che “una squadra si cambia quando si vince, non quando si perde!” (sic) 

Se avete letto Attraverso lo Specchio di Lewis Carroll avrete forse sentito parlare dell’Effetto Regina Rossa o dell’Ipotesi della Regina Rossa.

Nel secondo capitolo (The garden of live flowers – Il giardino dei fiori parlanti) di Attraverso lo Specchio Alice incontra la Regina Rossa [badate bene che non si tratta della Regina di Cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie]. Questa strana signora (…) le dice: «Qui, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio!».

Questo concetto, inventato da Carroll, è geniale e semplicemente vero in molti ambiti. Infatti esistono determinati ambienti in cui per rimanere nella propria posizione non si può sperare di rimanere fermi ma bisogna anzi muoversi più in fretta degli altri. Raddoppiando ovviamente gli sforzi se ci si vuole allontanare molto da loro. (da Carrollpedia.it)

L’antropologo Thomas Hylland Eriksen, nel libro “Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato” (Einaudi, 2016) parla di “Sindromi da tapis roulant“: «In un libro del 2012, il biologo Dag O. Hessen e io abbiamo esplorato questo aspetto della competizione in diverse aree, dall’evoluzione biologica al cambiamento tecnologico, dalla pubblicità allo sport, fino all’attività di pubblicazione in ambito accademico. Se i tuoi concorrenti migliorano o l’ambiente cambia, è necessario migliorare e adattarsi solo per mantenere il proprio posto nell’ecosistema, nel mercato o nella gerarchia accademica. Anche se nel nostro mondo vediamo un’intensificazione di questo tipo di competizione, a volte distruttiva sia in senso ambientale sia esistenziale, non la associamo al cambiamento globale surriscaldato o accelerato. In ogni caso, questo tipo di competizione è allo stesso tempo una premessa, una parte integrante e un risultato dei processi incontrollati che creano il mondo surriscaldato».

Poi, più specificamente sul tema dell’informazione: «…la comunicazione internazionale ad alta velocità si è sviluppata ad altissima velocità. Non esiste infatti altro ambito che, dai tardi anni Ottanta a oggi, abbia goduto di una crescita esponenziale tanto evidente e tangibile quanto quella che ha interessato la sfera dell’informazione (…) la quantità  di conoscenza potenziale è enormemente più vasta di quella realmente sfruttabile in maniera pertinente e utile (…) La quantità di informazioni disponibili, ma anche la velocità del loro ricambio, sono nemiche della profondità di pensiero e della produzione intellettuale di qualità (…) Le informazioni in eccesso possono essere considerate  una sorta di rifiuto, che non inquina solo la mente ma anche il tempo, riempiendo gli spazi e rendendo la lentezza una risorsa rara».

La giornalista francese Lorraine de Foucher scrive su Le Monde, in un articolo dal titolo “I pirati del cervello ”  (tradotto e pubblicato su Internazionale n. 1239), che «Tutto sembra portare  nella stessa direzione: l’attenzione si è trasformata in una risorsa naturale preziosa, al pari dell’acqua e del petrolio. Una risorsa inquinata, che diventa scarsa e quindi acquista valore. (…) L’idea di “economia dell’attenzione” è comparsa intorno al 1995 con lo sviluppo di internet, ma è sempre stata al centro della guerra del capitalismo. “Alla fine dell’ottocento bisognava controllare l’attenzione dell’operaio per fare in modo che fosse produttivo, poi creare il desiderio per il suo tempo libero, per spingerlo ad acquistare i beni che aveva prodotto”, spiega Yves Citton, professore di letteratura francese all’università di Grenoble e autore di Pour une ecologie de l’attention (Seuil, 2014)»

E Michele Ainis, in un testo pubblicato su Repubblica del 28 gennaio scorso (Dalle leggi ai “like”, è ora di decrescere), scrive:

«Troppi libri, per dirne una. Nel 2016 i circa 1500 editori italiani hanno pubblicato 61.188 titoli, stampandone 129 milioni di copie.Significa il 3,7% in più rispetto all’anno precedente, significa un incremento del 20% in un ventennio. Però i lettori calano, svaniscono come polvere nell’aria. Nel 2010 costituivano il 46,8% della popolazione; cinque anni più tardi erano scesi al 42%; nel 2016 sono precipitati al 40,5%. E la flessione colpisce soprattutto i giovani, i meno attrezzati a districarsi nella selva di pagine che tracima in libreria. Perché c’è un nesso, una relazione che suonerebbe evidente pure per un cieco, fra il troppo stampato e il poco letto. E perché a soffrirne sono specialmente i buoni libri, che rischiano d’essere sommersi, confusi, nascosti.

Troppi dischi, per fare un altro esempio. Nel nostro Paese vengono pubblicati ogni anno circa 1500 nuovi album d’artisti italiani (almeno il triplo contando gli album stranieri). Tutta questa musica rimbalza dalla radio, dal tablet, dallo smartphone, viene ascoltata in streaming (ciascuno di noi ha accesso a circa 35 milioni di brani), viaggia su supporti vecchi e nuovi (….)

Capita lo stesso anche nel cinema (223 film italiani prodotti nel 2016, 38 in più rispetto all’anno precedente), per non dire della televisione, dove occupiamo il primo posto nell’Europa occidentale, quanto al tempo speso da ciascuno davanti alla tv: 4 ore e 40 minuti al giorno, secondo una ricerca di Ihs Technology. Già, ma come trascorriamo questo tempo? Facendo zapping fra un canale e l’altro: la sola Rai dispone di 13 canali nazionali, 5 interregionali e 3 regionali, da cui trasmette per 24 ore al giorno. (…)

E c’è infine il diritto, lo specchio infranto nel quale si riflette la nostra esistenza collettiva. Nel 2007 la commissione Pajno contò 21.691 leggi in vigore, ma la somma comprendeva unicamente quelle dello Stato; bisogna invece aggiungere altrettante leggi regionali, bisogna immergersi nel gran mare dei regolamenti (all’incirca 70 mila), bisogna incamminarsi nel terreno minato dei reati (35 mila). Perciò il cerchio si chiude: quando le leggi sono troppe s’elidono a vicenda, e ciascuno fa come gli pare. Dal pieno nasce il vuoto, l’eccesso di diritto genera una crisi della legalità.

Ecco, è da quest’ambiente saturo che scaturisce la nostra insofferenza. Troppe regole, troppe parole, troppe immagini, troppi like su Facebook.»

Come sempre, il problema è culturale. Paradossalmente, le rispose ai problemi dell’accelerazione cui non siamo preparati richiedono… tempo e pazienza. Cioè lentezza e profondità. Non è nemmeno una novità assoluta: infatti, appena dopo la Prima guerra mondiale, il sociologo William Ogburn propose il termine di cultural lag, scarto culturale, per descrivere una situazione in cui le idee e i concetti che riguardano il mondo rimangono indietro rispetto ai cambiamenti del mondo fisico.

Comunque sia – dice il saggio – ogni lungo viaggio inizia con un primo passo: e il primo passo, anche nel nostro caso, consiste nel prendere coscienza del problema. La domanda di fondo rimane sempre la stessa, se cioè il mercato e la tecnologia debbano continuare a essere al servizio dell’uomo, oppure il contrario. Se lo chiedeva già nel 1944 lo storico dell’economia Karl Polanyi, pubblicando La grande trasformazione: il fine dell’economia è quello di produrre crescita e profitto o invece, soprattutto, di soddisfare i bisogni umani? Per qualcuno la risposta non è così ovvia. Soluzioni in tasca non ne abbiamo. Tuttavia, come sempre, spirito e ironia aiutano ad affrontare le difficoltà e a rendere più serena la giornata. In questo, Groucho Marx rimane un maestro insuperabile.

Nel giugno 1947 Groucho scrisse un articolo per «Variety» e lo mandò al direttore Abel Green con il seguente biglietto:

7 giugno 1947

Caro Abel, credo che questo pezzo sia abbastanza illetterato, perfino per il tuo giornaletto. Saluti. Groucho

«Variety», che si definisce la Bibbia dello spettacolo (mentre in realtà ne è la Babele), ha recentemente pubblicato la notizia che Al Jolson avrebbe percepito un compenso di tre milioni e mezzo di dollari per il film Al Jolson, sebbene vi appaia soltanto per pochi minuti.

Io sono apparso in molti film nel corso degli anni (al momento mi si può vedere in tutta la mia pristina leggiadria in Copacabana), ma giuro su una tempia di Shirley Temple che non ho mai beccato niente di neppure lontanamente paragonabile a una simile cifra. Forse questo è il segnale che l’industria dello spettacolo attendeva da tempo: se un film su Jolson può fare dieci milioni di dollari lordi senza Jolson, quanti avrebbe potuto farne senza Evelyn Keys e William Demarest? Probabilmente gli studios hanno imboccato la strada sbagliata. Forse dovrebbero smetterla di riunire sette o otto star in un film come fanno ora, e anzi eliminare tutti gli attori famosi.

Mi sembra di vedere la locandina davanti al cinema del mio quartiere. Settimana prossima: Tutti baciarono la sposa, senza Olivia de Crawford e Clark Power. Successo assicurato. Sono sicuro che milioni di persone stanno alla larga dei loro Odeon perché detestano i divi che recitano nei film; se avessero la certezza che il taldeitali non mostrerà il suo brutto muso sullo schermo, secondo me sfonderebbero le porte per entrare.

Parlo per esperienza personale. Ai miei tempi ho incontrato centinaia di persone che mi dicevano: «Ehi, fesso, quand’è che lasci il cinema e ti trovi un lavoro?», e se questo vale per me, deve certamente valere per altre decine di attori dal talento perfino inferiore al mio.

Questo sistema potrebbe essere applicato anche in altri settori. Sono sicuro che molti candidati politici vengono battuti perchè al pubblico è stata data l’opportunità di vederli. La prossima grande vittoria politica sarà conseguita dal partito che avrà la furbizia di non presentare nessun capolista.

La mia teoria è che ci sono troppe persone e troppe cose. Poniamo che abbiate appena ricevuto dal vostro dentista il biglietto semestrale in cui vi si notifica l’imminente caduta di quasi tutte le vostre zanne, e l’invito a recarvi nel suo mattatoio se non volete trascorrere il resto della vita a biascicar biada. Non vi ci precipitereste forse con molta più solerzia se foste sicuri che quell’assassino in camice bianco non sarà là a ricevervi con lo scalpello in una mano e le pinze nell’altro? E se gli ippodromi non avessero cavalli, pensate quante migliaia di persone potrebbero andare tutti i giorni alle corse e risparmiare milioni di dollari.

Anni fa era in voga una teoria detta Tecnocrazia. Forse la mia si potrebbe chiamare la Teoria dell’Assenza. Togliamo gli attori dai film, togliamo la zucca e le rape dai menù dei ristoranti, togliamo Slaughter e Musial dai Cardinals e togliamo Gromyko dall’ONU.

Quanto al matrimonio, conosco centinaia di mariti che sarebbero lietissimi di tornare a casa se non ci fosse nessuna moglie ad aspettarli. Togliamo le mogli dai matrimoni e non ci saranno più divorzi. Ma allora, si chiederà qualcuno, come la mettiamo con la prossima generazione? Guardate, ho già dato un’occhiata alla prossima generazione, e forse è meglio se chiudiamo bottega subito. (da Le lettere di Groucho Marx – Adelphi, 1992)

E chiudiamola così: «Grazie alla fotografia di Jerzy Palacz, Deutsch ricrea l’universo visivo ed emotivo di Edward Hopper, valorizzando le sue intrinseche qualità cinematografiche e narrative, le atmosfere scarne e malinconiche, la solitudine. Interni di case, di uffici, di teatri e di locali. I colori brillanti non trasmettono vivacità, gli spazi sono reali ma tutto rimane immobile, sospeso, immerso nel silenzio.» (da Collater.al)

Shirley: Visions of Reality racconta la vita di una donna tra gli anni Trenta e gli Anni Sessanta, interpretata dalla ballerina e coreografa Stephanie Cummings.

Nell’immagine in testata: La Regina Rossa e Alice – illustrazione di sir John Tenniel

Per loro

Un «Moloch mostruoso che mette a rischio la conservazione del patrimonio architettonico». Questo il pacato giudizio di “Italia Nostra, associazione bolognese in difesa del patrimonio artistico”, che troviamo in una lettera aperta indirizzata a Comune e Belle Arti. Anche i comitati dei residenti, ovviamente, scrivono al sindaco Virginio Merola e al soprintendente minacciando ricorsi. “È bufera su Comune e soprintendenza per il “castello di container” in piazza Verdi (…) Una sollevazione collettiva che tuttavia non impressiona l’assessore Matteo Lepore: «I container resteranno lì da un minimo di due settimane a un massimo di un mese e mezzo, per accogliere anche eventi legati ad Artefiera. Sono provvisori» ha spiegato l’assessore ieri in question time. Contro di lui si scaglia però mezzo consiglio comunale, dalla Lega, al M5S, a Coalizione civica.” (Silvia Bignami su la Repubblica Bologna  del 13 gennaio scorso).

Visto l’argomento “dirompente” (qui a Bologna), scendono in campo i pezzi da novanta: “Philippe Daverio va controcorrente: «I container? Non li condannerei, li trovo interessanti e piazza Verdi non è certo lo spazio più importante della città». Un giudizio che deflagrerà come una molotov tra i bolognesi, i quali in massa hanno condannato gli “scatoloni” installati di fronte al Teatro Comunale. (…) Insomma, i container sono promossi? «Guardi, sono sicuro che se una cosa di questo tipo l’avessero realizzata a Berlino, tutti avrebbero detto: che gran trovata questi berlinesi! Noi, invece, non siamo per nulla attratti dall’innovazione. Anzi, il nuovo ci spaventa». (Intervista di Valerio Varesi, la Repubblica Bologna, 14 gennaio 2018).

Obbligatorio, a questo punto, sentire il parere di Eugenio Riccomini, il critico e divulgatore d’arte più famoso della provincia, notoriamente avverso a ogni genere di innovazione, ma dalla cui opinione – sempre qui da noi – pare non si possa prescindere. Infatti: «Una delle caratteristiche dell’età moderna cui nessuno pensa è proprio quella di difendere l’antico. Il nostro dovere, lo dico pensando prima di tutto a sindaco e soprintendente, è far sì che dentro le mura la città rimanga così com’è. Io lì non ci metterei proprio niente, al limite un mercatino di libri usati, che si smonta velocemente». Così il critico d’arte Eugenio Riccomini interviene sul tema molto dibattuto del Winter Village in piazza Verdi, rispondendo anche a Philippe Daverio che dalle pagine di Repubblica Bologna aveva mostrato apprezzamento per la struttura di container appena ultimata.” (Intervista di Eleonora Capelli su la Repubblica Bologna del 16 gennaio 2018)

La pietra dello scandalo, il “Moloch mostruoso” (per di più temporaneo) è questo:

Nel mio piccolo, comunque, condivido in pieno il punto di vista di Claudio Favelli, il quale scrive:“se un architetto mette, per qualche mese, una torre di ferro di un colore approvato dai controllori del contesto, nella città delle torri, e si grida allo scandalo, bisogna iniziare a chiedersi delle cose. Una storiella, non proprio da buttare e da raccontare ai nipotini, potrebbe essere che questi benedetti container che stanno negli interporti e nelle periferie (che sono brutte, mentre invece le piazze del centro sono belle) sono proprio il simbolo della globalizzazione e sono quelli che ci portano, come Babbo Natale, tutta la nostra cara merce che ogni giorno desideriamo che ci arrivi al pianerottolo di casa. È l’altra faccia della medaglia, insieme, ad esempio, alla condizione di quelli che ci lavorano o al contesto di enormi capannoni fatti per contenere tutti i desideri che arrivano col corriere. Se per una volta, per qualche mese, le cose che stanno nei posti brutti, vengono (riverniciate) nei posti belli, non sembrerebbe un gran scandalo, a meno che non si voglia mettere sempre la polvere sotto il tappeto.”

Ecco, appunto. Gridare allo scandalo ogni volta che si attua un intervento nel contesto storico consolidato, equivale a mettere sempre la polvere sotto il tappeto. Gli esempi si sprecano: le “barriere di protezione” del portico dei Servi in strada Maggiore vengono giudicate “maniglie di una valigia” (Riccomini); i fittoni collocati sotto le due torri per proteggere l’area pedonale invece uno “scempio”, una “selva fallica”  da parte di una trentina di singoli fra urbanisti, architetti e storici – fra loro anche Eugenio Riccomini e Pier Luigi Cervellati – e di tre associazioni: Italia Nostra, Comitato per Bologna storico artistica, Società di Santa Cecilia – Amici della Pinacoteca di Bologna.

Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi. Invece non si ricordano analoghe alzate di scudi rispetto recenti (quanto indecenti) mostruose realizzazioni effettuate nell’immediata periferia dai potentati politici, economici e progettuali locali; come (per fare un solo esempio) la famigerata “porta Europa” di via Stalingrado, orrenda accozzaglia di forme insensate, tra cui torri merlate, ponti e bottiglie: migliaia e migliaia di metri cubi ammassati uno sull’altro all’ingresso nord della città, vero e proprio “ecomostro” urbano voluto da Unipol e promosso grazie ai metodi e alla sollecitudine del sottogoverno e della burocrazia. Di modo che, per chi arriva in città da quella parte, sia già tutto chiaro.

Smettiamo allora una buona volta di mettere la polvere sotto il tappeto. Bisogna ricominciare a chiedersi (e a chiedere)  molte cose, ma per davvero. Come faceva (uscendo una buona volta dallo strapaese) Bruno Zevi (Roma, 22 gennaio 1918 – 9 gennaio 200), del quale il 22 gennaio scorso ricorreva il centenario della nascita. Architetto, urbanista, politico e accademico italiano, noto soprattutto come storico e critico d’architettura. Egli metteva l’arte alla base dell’antifascismo e condannava il degrado urbanistico e morale del Paese. Molto da fare, quindi, da queste parti. Ed egli  manifestava il suo impegno anche nella politica attiva.

“Questa occupa grande spazio nella sua vita fin da quando, fuggito dall’Italia per le leggi razziali, nel 1939, Zevi approda a Londra e poi negli Usa, dove si laurea – ad Harvard – e dove dirige i Quaderni italiani di Giustizia e Libertà insieme ad Aldo Garosci ed Enzo Tagliacozzo. Rientrato a Roma, partecipa alla Resistenza con il Partito d’Azione. Verranno poi il Psi e il Partito radicale, di cui sarà presidente fra l’88 e il ’91 e nelle cui liste verrà eletto in Parlamento nell’87. (Francesco Erbani – La Repubblica 22 gennaio 2018)

In “Il linguaggio moderno dell’architettura” (Piccola Biblioteca Einaudi, 1973) scriveva: Contro ogni teoria dell’ambientamento. Quando si affronta l’argomento dell’incontro fra architettura moderna e ambienti storici, s’intende che esso implichi esclusivamente la difesa dell’antico minacciato dall’invadenza del nuovo. Questo è, senza dubbio, un polo saliente della questione. Ne viene tuttavia trascurato un secondo di pari rilievo, che a molti sembra meno urgente: l’affermazione dei valori architettonici contemporanei, insidiati da un cumulo di prregiudizi accademici (…) tutte le teorie miranti ad un ambientamento del nuovo nell’antico – tutte: dalle più retrive a quelle in apparenza progressiste – conducono a reprimere o, peggio, a corrompere il nuovo senza perciò rispettare l’antico.

Mentre in “Editoriali di Architettura” (Piccola Biblioteca Einaudi, 1979: una raccolta di provocazioni, volte a prospettare un diverso rapporto tra cultura e politica) aggiunge: “No all’ambientamento. Da tempo immemorabile, certo da quando l’Accademia di San Luca sferrò l’attacco contro il barocco, l’architettura italiana è ipotecata dalle teorie dell’ambientamento, formulate nelle più varie maniere e in nome delle finalità più diverse. (…) I discorsi sull’esigenza che l’architettura moderna «si ambienti» nel contesto in cui s’inserisce sembrano dettati dal buon senso; ma, come avviene quasi sempre, la via del buon senso conduce alla catastrofe (…) Le teorie dell’ambientamento dovrebbero servire a tutelare l’antico sacrificando le nuove espressioni. La storia dimostra che accade esattamente il contrario. (…) l’antico si tutela riconoscendo i diritti del moderno. Se manca questa integrazione culturale, si subisce una duplice sconfitta.” Ecco, appunto, proprio quello che sta succedendo. O forse è già successo.

«Odio l’accademia, il classicismo, la simmetria, i rapporti proporzionali», scrive Bruno Zevi in quel singolarissimo diario intellettuale che è Zevi su Zevi, pubblicato nel 1993 e che aveva come sottotitolo Architettura come profezia. Lo storico e critico dell’architettura, di cui ricorre oggi il centenario della nascita (che sarà celebrato con una mostra al Maxxi di Roma, con diversi convegni, compreso uno ad Harvard, e con la riedizione di molti suoi libri), così proseguiva elencando fra gli oggetti della sua avversione «le cadenze armoniche, gli effetti scenografici e monumentali, la retorica e lo spreco degli “ordini”, i vincoli prospettici». E concludeva con un «Per loro». “Loro” sono «i morti di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione, della Resistenza che si fondono con i sei milioni dei campi di sterminio». (Francesco Erbani – La Repubblica 22 gennaio 2018)

Zevi scriveva: «per loro». I progressisti fasulli, i conservatori autentici, i progettisti ipocriti del giorno d’oggi, invece, per conto di chi – esattamente – scrivono e lavorano? Oltre che per se stessi, intendo. Insisto: chiediamocela, una buona volta, questa cosa.

Nell’immagine in testata: Bruno Zevi.

Comandi nascosti, grilletti ipnotici

Ogni volta che vedo l’acronimo PNL stampato sulla copertina di un libro mi viene in mente il Prodotto Nazionale Lordo, cioè “il valore monetario di tutti i beni e servizi finali prodotti da fattori posseduti da cittadini di una determinata nazione in un determinato periodo di tempo.” (da Wikipedia) Invece no, di solito il libro tratta di tutta un’altra cosa: della cosiddetta “programmazione neuro linguistica” (in inglese Neurolinguistic programming, NLP). L’Oxford English Dictionary descrive la PNL come “un modello di comunicazione interpersonale che si occupa principalmente della relazione fra gli schemi di comportamento di successo e le esperienze soggettive (in particolare gli schemi di pensiero) che ne sono alla base” e “un sistema di terapia alternativa basato su questo che cerca di istruire le persone all’autoconsapevolezza e alla comunicazione efficace, e a cambiare i propri schemi di comportamento mentale ed emozionale“(ancora da Wikipedia).

Area 51 Publishing ha pubblicato vari testi su questo tema, alcuni dei quali sono firmati da un certo Robert James, ad esempio: “PNL. Comandi nascosti“. «Le strategie di comunicazione verbale, paraverbale e non verbale per migliorare la tua comunicazione persuasiva». L’e-book inizia così: «INTRODUZIONE AL METODO GUIDATO – I comandi nascosti fanno parte di quell’ampia area della PNL conosciuta come “ipnosi conversazionale”: l’utilizzo strategico del linguaggio conscio e inconscio per oltrepassare le difese consce e inconsce dell’ascoltatore per convincerlo, persuaderlo e guidarlo” (…) i comandi nascosti sono a tutti gli effetti una tecnica ipnotica, proprio perché saltano la parte conscia per arrivare alla comunicazione diretta con la parte subconscia. Sono una tecnica di ipnosi conversazionale perché utilizzano la conversazione, utilizzano le parole, il linguaggio conscio per arrivare al proprio obiettivo. »

Si tratta di ipnosi, quindi. Più avanti l’autore definisce due tipi di comandi: il comando diretto e il comando indiretto. «Un comando diretto che si esprime con frasi tipo “fai questo”, “concentrati su questo”, “svegliati”, “muoviti” è un approccio traumatico. La reazione dell’inconscio è la chiusura, la difesa o il contrattacco. Costruire in modo troppo diretto il discorso, costruire i comandi che sono orientati all’altra persona, dare istruzioni all’altro in modo troppo diretto è molto rischioso, rischia di ottenere l’effetto opposto rispetto a quello che vogliamo. Rischiamo di inimicarci chi vogliamo farci amico, rischiamo che la persona faccia il contrario di quello che vorremmo che facesse, rischiamo che l’ascoltatore si ponga contro di noi anziché con noi, rischiamo di ottenere un dissenso anziché un consenso. L’utilizzo del modo indiretto ci permette di ottenere i risultati che vogliamo senza doverlo dichiarare o affermare direttamente ma nascondendolo all’interno di un discorso che apparentemente, a livello conscio, non implica alcun tipo di indicazione, istruzione o comando diretto. Perciò, in generale, se vuoi ottenere risultati è meglio utilizzare la forma indiretta. Si tratta di una costruzione più articolata, ma a livello inconscio è la più potente, è quella che viene meglio recepita. (…) 

I comandi nascosti attivano un’azione che è guidata o sollecitata da parte chi parla e che l’interlocutore esegue pensando sia il frutto di una sua autonoma decisione. Questa è l’intenzione con cui apprendiamo e usiamo lo strumento dei comandi nascosti, il risultato dipende sempre dall’abilità che si acquisisce approfondendo, praticando, perseverando. Questa abilità può essere utilizzata sia come oratori, per dare comandi nascosti, sia come ascoltatori, per individuare quando ci vengono dati i comandi nascosti.» (…)

«Luso impersonale indiretto è la sintesi o l’essenza dell’uso indiretto nell’ipnosi conversazionale. Possiamo considerare questa strategia anche come una sintesi dei comandi nascosti nel loro insieme. Inoltre sfrutta il potente trigger (grilletto) ipnotico del nome, infatti l’uso impersonale indiretto segue questa costruzione: forma impersonale + nome della persona + infinito. La prima parte dell’espressione è dedicata all’utilizzo della forma impersonale. Poi, prima dell’azione suggerita, prima del comando nascosto che viene espresso con il verbo all’infinito, si aggiunge il nome. Il nome trasforma la forma impersonale e l’infinito, che denotano distanza, impersonalità, anonima oggettività, in un comando. Ti porto un esempio: “è molto semplice, Francesco, rilassarsi. Basta chiudere gli occhi e concentrarsi sul respiro. (…) Possiamo usare i comandi nascosti per qualunque obiettivo: per motivare, per vendere un prodotto o servizio.

Un altro esempio: “è molto eccitante, Francesca, indossare questo vestito e queste fantastiche scarpe”. La forma impersonale identifica l’inizio dell’azione che si vuole guidare o a comandare. L’espressione “è molto eccitante” identifica l’obiettivo di creare un senso di eccitazione, di piacere fisico, di frivolezza che viene rafforzato dal verbo infinito “indossare”. L’utilizzo del nome è il trigger ipnotico attiva la trasformazione dalla forma impersonale, apparentemente oggettiva e neutrale, in comando diretto. Il subconscio di Francesca automaticamente recepirà l’eccitazione dell’indossare il vestito.» (…)

«L’aneddoto ipnotico è un’ulteriore articolazione dell’uso impersonale indiretto, si intreccia a un altro strumento molto efficace che è il cosiddetto “storytelling ipnotico”, la costruzione di storie persuasive. Possiamo considerare l’aneddoto ipnotico come una delle strategie di storytelling ipnotico, la strategia che utilizza il racconto autobiografico, vero o inventato che sia. (…) Se, per esempio, il tuo obiettivo è di far vivere a Francesco una meravigliosa esperienza in quel bed&breakfast, l’utilizzo di queste strategie verbali è unicamente indirizzata al suo bene. Quindi apprendi e utilizzi strategie costruite perché sai che devi bypassare comunque il suo livello conscio e le sue resistenze consce. Si tratta di un percorso di evoluzione. Se invece il tuo obiettivo è “fregare” Francesco mandandolo in villeggiatura in un posto brutto, dove magari tu hai una provvigione, sono affari tuoi. La PNL è uno strumento, ha un valore neutro e la responsabilità del suo utilizzo è solo tua. Non diamo la colpa alla PNL se usiamo la PNL per obiettivi sbagliati o manipolatori. Diamo la colpa a chi usa questi strumenti per obiettivi sbagliati.» E ti pareva…. Ma vediamo qualche applicazione pratica, interpretata da un attore professionista:

 

Lo statunitense Anthony “Tony” Robbins è il più famoso formatore motivazionale ed esperto di PNL del mondo. Su Netflix è possibile vedere il documentario originale “I Am Not Your Guru” (regia di Joe Berlinger) E’ un documento davvero interessante (e anche commovente, siete avvisati!) «Il lungometraggio di 115 minuti è girato da Joe Berlinger (Metallica: Some Kind of Monster) che, dopo aver partecipato a un seminario di Robbins nel 2012, ha detto di voler raccontare un’esperienza che, appunto, gli «ha cambiato la vita».

Il regista è andato così dietro le quinte dell’annuale Appuntamento con il destino, il più famoso seminario del coach (quello filmato si è svolto nel 2014 a Boca Raton, in Florida), a cui partecipano più di 2000 persone, arrivate da tutto il mondo per voltare pagina al prezzo di quasi $5000.

È uno spettacolo, quello che mette in scena Robbins, sul palco davanti a una folla pronta a tutto per superare i propri limiti, liberarsi da traumi e dipendenze, ritrovare se stessi e raggiungere il successo. Come promette loro l’esperto. 

La terapia è d’urto: confessioni choc, pugni alzati, abbracci e pianti liberatori. C’è chi ha instinti suicidi, chi viene da un passato di abusi sessuali: Robbins fa parlare tutti, li esorta a liberarsi del peso che non permette loro di andare avanti. Sente il loro dolore, sembra quasi che ne tragga energia: «È come una droga per me», ha spiegato al New York Times. E il risultato sembra garantito» scrive Vanity Fair.it. E conclude così: «Se siete fra gli scettici, potreste ricredervi. Ha convinto perfino Donald Trump.» Questo potrebbe spiegare molte cose. Il documentario inizia con questa domanda che Robbins pone a un iscritto al seminario: “Perché volevi suicidarti?“. Termina poi con queste sue parole dal palco rivolte  ad un pubblico giubilante: “Fate della vostra vita un capolavoro, amici miei, Dio vi benedica!” Il personaggio è senza dubbio un grande comunicatore, magnetico e carismatico. Ognuno tragga liberamente le sue conclusioni. Questo comunque è il trailer del film:

 

Muri di gomma, topi neri e vipere di stato

Il pomeriggio del 27 giugno 1980 Vincenza Calderone lasciava l’ospedale Rizzoli di Bologna dove era ritornata per controlli e cure dopo che era stata sottoposta a intervento chirurgico, di cui riportava i postumi costituiti dalla parziale ingessatura della gamba sinistra (…) pur essendo stata imbarcata sul volo prenotato Bologna-Cagliari (da dove poi avrebbe poi dovuto proseguire con destinazione Palermo con altro volo) per evitarle questo disagio, in considerazione della sua infermità era stato deciso di farla salire sul volo diretto della compagnia Itavia IH 870 con tratta Bologna Palermo (…) Terminate le operazioni di imbarco, alle ore 20,00 il comandante Gatti a bordo del DC9 riceve l’autorizzazione ad accendere i motori. Dopo pochi minuti, alle ore 20,08, la signora Calderone inizierà il suo volo a bordo del DC9 verso Palermo (…) Sono le ore 20,59,45 locali e nel cielo che guarda l’isola di Ustica, il Dc9 invia il suo ultimo segnale di transponder e scompare per sempre, si inabissa nel punto più profondo del mar Tirreno, a 3600 metri di profondità.” (Erminio Amelio, Alessandro Benedetti – IH87 Il volo spezzato. Strage di Ustica: le storie i misteri, i depistaggi, il processo – Editori Riuniti 2005)

C’è a Bologna, in via Saliceto, in un ex magazzino dell’azienda dei trasporti, un museo della memoria che vale la pena di visitare e di far conoscere agli amici più cari. Non è lì da molto, è stato aperto il 27 giugno 2007.

L’aereo adesso è lì, e insieme a lui c’è tutto quello che dal mare venne ripescato, a parte i corpi naturalmente. In quel luogo c’è molto di più di una ricostruzione ma (per fortuna) non c’è niente di spettacolare.

È semplicemente sconvolgente e coinvolgente l’esperienza di avvicinarsi alle lamiere tra le voci dei Tigi. L’intero progetto del museo è frutto di grande sensibilità architettonica, tutto è collocato in modo sensato, ma c’è di più, c’è l’arte al servizio della memoria, Christian Boltanski lavorando a stretto contatto con l’Associazione dei familiari ha creato un museo della stessa qualità e temperatura del Museo dell’Olocausto di Berlino, solo lo ha fatto a Bologna su una storia che a molti italiani è ormai del tutto sconosciuta. Un museo della memoria di cui ci si può dimenticare presto, oppure mai. Dipende.

A me e a Daniele Del Giudice nel maggio del 2000 era stato concesso, insieme a una troupe Rai, di entrare nell’hangar di Pratica di Mare, dove il relitto ripescato con colpevole ritardo dal mare era stato ricostruito a disposizione dei periti e magistrati esattamente come lo si può vedere oggi a Bologna.

Giro sul fianco destro, quello più devastato dall’impatto con l’acqua, mi avvicino, allungo la mano. – «Non toccate nulla». Dice alle mie spalle il sottufficiale che ci ha accompagnato, mi giro, ho un’espressione eloquente, credo. (…) – «Non toccate niente, lo dico per il vostro bene». Non sembra minaccioso ma un po’ ironico. – «Perchè?» – «Attenti alle vipere» – e si ferma lì. – «In che senso, scusi?» È il suo collega a spiegare: – «Siccome l’aeroporto era pieno di topi, hanno portato le vipere. Adesso di topi ce ne sono meno, ma le vipere, siccome in quest’hangar ormai ci viene poca gente, hanno fatto i nidi, in mezzo ai rottami. Già è successo a un perito che da un pezzo che teneva in mano è uscita la vipera, quindi state attenti a dove toccate».

Le vipere custodi dei segreti di Stato.

(da Marco Paolini, Daniele Del Giudice – I-TIGI. Racconto per Ustica – Einaudi Stile Libero 2009)

Ora, “trentasette anni dopo, una nuova testimonianza riaccende la speranza di raggiungere la verità sull’esplosione in volo del Dc-9 che uccise 81 persone sui cieli di Ustica. Brian Sandlin, all’epoca marinaio sulla Saratoga destinata dagli Usa al pattugliamento del Mediterraneo, intervistato (Atlantide su La7) da Andrea Purgatori, autore della prima ricostruzione sulla vicenda, racconta i fatti di cui fu testimone. È la sera del 27 giugno 1980. Dalla plancia della nave che staziona a poche miglia dal golfo di Napoli, il giovane Sandlin assiste al rientro da una missione speciale di due Phantom disarmati, scarichi. Aerei che sarebbero serviti ad abbattere altrettanti Mig libici in volo proprio lungo la traiettoria aerea del Dc-9: «Quella sera — racconta l’ex marinaio — ci hanno detto che avevamo abbattuto due Mig libici. Era quella la ragione per cui siamo salpati: mettere alla prova la Libia». (…)

Ma il suo silenzio in tutti questi decenni? È terrorizzato. Nel 1993 la visione di una puntata di 60 minutes (leggendario programma d’inchiesta della Cbs raccontato anche nel film Insider di Michael Mann con Al Pacino) per un attimo addormenta la paura e restituisce memoria all’ex marinaio. Sandlin, però, non trova ancora il coraggio di mettere a disposizione di altri le proprie informazioni. Un sottoufficiale prossimo alla pensione, racconta, era stato ucciso in una rapina tanto misteriosa quanto anomala. Unico ad essere colpito benché in un gruppo di bersagli possibili. Sapeva qualcosa su Ustica? La paura, spiega Sandlin, scompare nel momento in cui cambiano gli scenari internazionali e lo strapotere della Cia è ridimensionato: «Oggi non credo — dice — che possa ancora mordere». E allora l’ex marinaio della Usa Navy parla, racconta e smentisce verità ufficiali. Ad esempio quella del Pentagono sul fatto che, quella notte, i radar della Saratoga sarebbero stati spenti per non disturbare le frequenze televisive italiane. Impossibile, dice l’uomo. Mai e poi mai una nave così avrebbe potuto spegnere i radar.” (Corriere.it – Strage di Ustica. La verità del militare USA: «Due Mig libici abbattuti dai nostri caccia la sera dell’esplosione». La nuova testimonianza ad «Atlantide», su La7. Torna l’ipotesi del volo colpito per errore – di Ilaria Sacchettoni)

Dopo 272 udienze e dopo aver ascoltato migliaia tra testimoni, consulenti e periti, il 30 aprile 2004, la corte assolve dall’imputazione di alto tradimento – per aver gli imputati turbato (e non impedito) le funzioni di governo – i generali Corrado Melillo e Zeno Tascio “per non aver commesso il fatto”. I generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri vengono invece ritenuti colpevoli ma, essendo ormai passati più di 15 anni, il reato è caduto in prescrizione.

Anche per molte imputazioni relative ad altri militari dell’Aeronautica (falsa testimonianza, favoreggiamento, ecc.) viene dichiarata la prescrizione. Il reato di abuso d’ufficio, invece, non sussiste più per modifiche successive alla legge.

Questa storia dimostra nei fatti come a volte la fedeltà e l’onore siano alibi per non avere coscienza, per coprirsi le spalle a vicenda. Del resto, come documenta Davide Conti, “Alla fine della Seconda guerra mondiale molti tra i più alti vertici militari delle Forze armate italiane avrebbero dovuto rispondere di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia e all’estero [qualcuno – sebbene fosse in teoria ricercato – ha vissuto per decenni sotto falso nome, alla luce del sole con documenti validi e regolare professione, frequentando tranquillamente i familiari, N.d.R.]. A salvarli furono gli equilibri della Guerra fredda e il decisivo appoggio degli alleati occidentali grazie a cui l’Italia eluse ogni forma di sanzione per i suoi militari. Diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti e ministri della Repubblica e coinvolti nei principali eventi del dopoguerra.

Scrive Michele Serra: “Dal 1967 al 1977 in Italia ci sono stati almeno otto tentativi di colpo di Stato, almeno venti attentati alle linee ferroviarie e a luoghi pubblici con l’obiettivo di creare paura e di instaurare una nuova forma di governo. Non hanno mai vinto, ma non hanno mai perso veramente… Un gruppo di orientamento nazista metteva bombe, raccoglieva finanziamenti, si assicurava coperture, tutto sotto l’efficiente organizzazione dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, i cui dirigenti peraltro erano agenti segreti con grande curriculum, e a suo tempo erano stati, anche loro, mussoliniani e hitleriani… Il questore di Milano in carica nel 1969 (l’anno di piazza Fontana, ndr) era stato l’aguzzino del carcere per antifascisti di Ventotene». Sono parole di Enrico Deaglio, dall’introduzione a Patria, un libro che entusiasma per la potenza del giornalismo e sconforta per l’inutilità del giornalismo.” (la Repubblica 20 dicembre 2017). Il quadro è  chiarissimo: sono queste le fragili fondamenta della Repubblica Italiana.

Giuditta e Oloferne (e Weinstein)

PRIMO FLASHBACK:

Anno 1610. Artemisia Gentileschi dipinge  Susanna e i vecchioni (1610, Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden – vedi sopra) all’età di diciassette anni. “Il soggetto di Susanna e i vecchioni è, tra gli episodi dell’Antico Testamento, uno dei più frequentemente rappresentati, specialmente nel XVI e XVII secolo. L’episodio al quale si riferisce l’opera è narrato nel Libro di Daniele: la casta Susanna, sorpresa al bagno da due anziani signori che frequentavano la casa del marito, è sottoposta a ricatto sessuale: o acconsentirà di sottostare ai loro appetiti o i due diranno al marito di averla sorpresa con un giovane amante. Susanna accetta l’umiliazione di una ingiusta accusa; sarà Daniele a smascherare la menzogna dei due laidi anziani. La rappresentazione di Susanna sorpresa ignuda dai vecchioni ha apparentemente intenti moralistici, ma è spesso un pretesto per soddisfare la “pruderie” di committenti che si compiacciono di soggetti di nudo femminile.” (da Wikipedia)

5 ottobre 2017 “Il New York Times mette nero su bianco quello che si vociferava da anni. Il produttore avrebbe molestato decine di donne: dipendenti, attrici, modelle. Le prime a parlare al quotidiano, che mette insieme molte interviste ad attuali ed ex dipendenti delle case di produzione di Weinstein, diversi documenti legali, ed email, sono Rose McGowan e Ashley JuddQuest’ultima rivela di una colazione di lavoro in hotel di Beverly Hills, trasformatasi in incubo. «Mi fece salire nella sua stanza, dove si presentò in accappatoio e mi chiese di guardarlo mentre faceva la doccia. A quel punto pensai: “Come posso uscire dalla stanza il più velocemente possibile senza indispettire Harvey Weinstein?” Mi sono sentita intrappolata. C’era molto in ballo». Quest’ultima frase accomuna tutte.” (da Vanityfair.it)

23 novembre 2017. “Felice Giorno del Ringraziamento a tutti! (Tranne che a te, Harvey, e a tutti i tuoi malvagi cospiratori – sono felice che la cosa stia andando per le lunghe – non meriti una pallottola).”  (Uma Thurman, post su Instagram sulla faccenda Harvey Weinstein)

SECONDO FLASHBACK:

Anno 1611, giorno imprecisato: « Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne » (Artemisia Gentileschi)

27 novembre 1612: “Mentre Suo Onore parlava, tenevo la schiena dritta e rigida. «Nella presente causa, intentata da Orazio Gentileschi, pittore [padre di Artemisia, N.d.R], contro Agostino Tassi, pittore, imprigionato in Corte Savella, non contestando la dichiarazione e la testimonianza della ragazza Artemisia Gentileschi, di essere stata ripetutamente stuprata dal signor Tassi, considerando che il dipinto mancante è stato restituito e considerando che il ricorrente è d’accordo e che l’accusato ha già scontato otto mesi di carcere nel corso del processo, dichiaro che al prigioniero viene concesso l’indulto. Il caso è chiuso». (Susan Vreeland – “La passione di Artemisia” – Neri Pozza, 2002)

Novembre 2017. “Il fatto che tante donne abbiano trovato il coraggio di di rendere pubbliche le accuse contro Weinstein, Bill Cosby, Roger Ailes e Bill O’Reilly rappresenta una svolta culturale. Un gruppo immenso di vittime ora si sente sollevato. Improvvisamente, si comincia a discutere di una serie di problemi: cosa s’intende per molestie sessuali? Che rapporto c’è tra violenza fisica e  violenza verbale? Gli uomini capiscono che le molestie possono danneggiare una donna?“. (David Remnick – Internazionale n. 1231)

Dicembre 2017. “Oggi sta esplodendo un terzo modo di contestare la forma tradizionale delle identità di genere: le donne che denunciano in massa la violenza sessuale maschile. E’ in corso un cambiamento epocale, un grande risveglio, un nuovo capitolo nella storia dell’uguaglianza. Il modo in cui le relazione tra i sessi sono state regolate e organizzate per migliaia di di anni viene messo in discussione e contestato- E ora la parte che protesta non è una minoranza lgbt+, ma una maggioranza, le donne. Ciò che sta venendo a galla non è niente di nuovo, è qualcosa che noi (almeno vagamente) abbiamo sempre saputo e che  semplicemente non eravamo capaci  (o disposti e pronti a) affrontare apertamente: centinaia di modi di sfruttare sessualmente le donne. Le donne oggi cominciano a far emergere il lato oscuro delle nostre affermazioni ufficiali di uguaglianza e rispetto reciproco, e ciò che stiamo riscoprendo è, tra l’altro, qunto fossero (e siano) ipocrite e unilaterali le nostre crtiche sull’oppressione delle donne nei paesi musulmani: dobbiamo fare i conti con la nostra realtà di abuso e sfruttamento“. (Slavoj Zizek– Internazionale n. 1232)

TERZO FLASHBACK:

È incredibile, ma ancora cinquant’anni fa — come documenta ampiamente Pier Maria Furlan in Sbatti il matto in prima pagina. I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia (Donzelli) — i manicomi erano affollati da donne «sane trattate come pazze solo per punizione». Donne rinchiuse perché avevano palesato un «temperamento ostinato e ribelle», compiendo «fughe frequenti e immotivate da casa», cercando la compagnia di «uomini di qualunque ceto e condizione». In alcuni casi erano accusate di essersi rese protagoniste di litigi «con la portiera e i vicini di casa». In altri di aver condotto «vita irregolare con spiccate tendenze erotiche e rifiuto di qualsiasi ordine o minima regola di vita». Talvolta di aver «tralasciato le preoccupazioni per la famiglia» e qualcuna di aver preferito spendere «sconsideratamente il denaro che il marito le affidava». Oppure di aver esibito, a detta dei parenti più stretti, un «comportamento inadeguato» e «abnorme in campo sessuale».

Qualcuna, anziché dedicarsi alle «faccende», aveva cominciato a «uscire molto spesso e a dimenticare l’ora del rientro a casa». Suo padre raccontava di aver fatto tutto il possibile «per frenarla, ma lei non voleva sentire niente, né consigli, né minacce». Per giunta aveva gettato l’ombra del disonore sulla famiglia «perché la si vedeva spesso coi giovanotti». Un’altra era stata considerata affetta da «disturbi sotto forma di intolleranza alla disciplina familiare» che la portavano a compiere «conquiste amorose, fughe da casa». Un’altra ancora era ripetutamente fuggita dalla famiglia e — a detta dei suoi parenti — aveva preso l’abitudine a «sperperare il proprio denaro regalandolo e facendo acquisti non necessari» (ma i medici avevano accertato che questa «alterazione psichica» si era manifestata dopo che era stata «ripetutamente percossa alla testa con un bastone dal proprio marito, riportando contusioni multiple al capo»).

In qualche caso, dopo che il medico di famiglia aveva diagnosticato «isterismo di alto grado», gli psichiatri, avendo tenuto la paziente in osservazione per oltre un mese, l’avevano considerata «rassegnata per la sua sorte tragica», ma «perfettamente orientata e cosciente» e l’avevano restituita alla famiglia (uno zio che la maltrattava), specificando che non riconoscevano in lei «alcuna malattia mentale».

Questo genere di medici più scrupolosi erano, però, un’eccezione. Quasi sempre la diagnosi di «comportamento quanto mai strano e dovuto senza dubbio a squilibrio mentale» (o cose del genere) era sufficiente per rinchiudere molte di queste povere persone in pubblici lager per malate di mente. Sul finire degli anni Sessanta alcune giovani erano state ricoverate a forza con l’accusa di essersi allontanate da casa e dal lavoro «per unirsi con i capelloni» o perché erano andate «nelle bettole a fare l’amore».

Qualcosa del genere si prolungò ancora per anni e anni. Praticamente fino al 13 maggio del 1978, quando fu approvata la cosiddetta legge Basaglia. Incredibile“. (Paolo Mieli, il Corriere sul della Sera 12 dicembre 2017 – Il pretesto della pazzia. Le donne ribelli o vittime di violenza erano spesso rinchiuse in manicomio)

Incredibile, ma vero. Com’è vero il fatto che ciò che sta venendo a galla non è niente di nuovo. Può capitare di vergognarsi anche solo di appartenere allo stesso genere degli squallidi, laidi individui che – appunto – non meritano nemmeno una pallottola. Le mie scuse.

QUARTO E ULTIMO FLASHBACK:

Giuditta che decapita Oloferne”,  di Artemisia Gentileschi, 1620 circa. Galleria degli Uffizi, Firenze.