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Soffioni e orchidee

        “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.” (Leonard Cohen – Anthem)

TEORIA DELL’ORCHIDEA:  è il termine coniato dal giornalista scientifico David Dobbs qualche tempo fa ispirandosi al lavoro di Bruce Ellis e W. Thomas Boyce sulla “sensibilità biologica al contesto” o “teoria della suscettibilità differenziale”. Ellis e Boyce sono specialisti dello sviluppo umano; nel 1995 avevano suggerito «che alcuni bambini sono come i soffioni mentre altri sono come le orchidee. I soffioni, le erbacce innocue che crescono ovunque, riescono a sentirsi a casa in qualsiasi terreno e clima, dai marciapiedi alle discariche, dai pendii montuosi alle foreste bruciate. Le orchidee invece no. Se portate fuori dalle foreste pluviali, muoiono. Ma, se piantate nel giusto terreno e accudite in modo adeguato, regalano qualcosa di una bellezza indescrivibile. Nel corso dei secoli il loro richiamo è stato così irresistibile da alimentare quell’ossessione che i collezionisti chiamano orchidelirium, con persone che sono morte o hanno sperperato miliardi di dollari per le specie più rare.

Proprio come i soffioni, alcuni bambini crescono bene a prescindere dalle circostanze in cui si trovano. Nello studio di Bakermans-Kranenburg i bambini che non avevano una variante del gene DrD4 non erano toccati dalla qualità dell’educazione ricevuta. Cambiava poco se erano cresciuti da madri amorevoli o da madri anafettive: i geni favorevoli
sembravano proteggerli dagli aspetti negativi dell’ambiente. Potremmo definire questi bambini normali o ben inseriti. Ma, in base alla teoria dell’orchidea, non è del tutto corretto. I bambini soffione sono semplicemente più impermeabili, più insensibili e indifferenti all’ambiente di appartenenza, non solo ai suoi effetti negativi ma anche a quelli positivi.

I bambini orchidea, invece, sono sensibili a entrambi gli aspetti. rispondono con intensità ai contesti favorevoli e a quelli ostili, soffrendo di più gli ultimi ma anche sfruttando al meglio i primi. La loro, sostiene Dobbs, non è vulnerabilità all’esperienza negativa ma una forte sensibilità a esperienze di ogni tipo. Mentre i soffioni sono robusti, le orchidee sono
malleabili. Se i soffioni resistono all’influenza del mondo esterno, le orchidee cedono. I loro geni, in questo senso, non sono vulnerabili ma estremamente plastici perché rispondono all’ambiente amplificandone gli effetti “nel bene e nel male”, come piace dire a Belsky.

JAY BALSKY,  psicologo dello sviluppo alla University of California a Davis, scoprì un curioso
schema ricorrente (…) stava studiando l’interazione tra geni e ambiente quando si rese conto che, in molti casi, le persone che rischiavano di sviluppare un disturbo mentale andavano incontro sia agli esiti peggiori sia a quelli migliori. Altri ricercatori rilevarono la stessa peculiarità nei loro studi su genetica, psicologia della personalità e sviluppo del
bambino. Da allora si sono moltiplicate le prove dei vantaggi portati dai geni della vulnerabilità. Secondo i dati, i geni che ci espongono al rischio di una malattia mentale potrebbero essere gli stessi che ci rendono più sani, flessibili e di successo, sia come individui sia come specie. La ricerca, per quanto sia ancora a uno stadio iniziale, prospetta l’allettante possibilità che, tutto sommato, Leonard Cohen avesse ragione: a volte le crepe dentro di noi sono anche il punto da cui entra la luce.

Oltre a svelare il lato positivo della vulnerabilità, la teoria dell’orchidea mette in discussione la nostra idea di normalità, di salute mentale. Ecco un paradosso sui geni “difettosi” che la scienza fatica a spiegare: se queste mutazioni genetiche mettono a rischio gli individui, come hanno fatto a sopravvivere all’evoluzione? Perché, come si chiedono Belsky e il collega Michael Pluess in un recente articolo, “la selezione naturale dovrebbe plasmare un organismo per rispondere alle avversità con il disordine e la sregolatezza?”.

Riflettendo su questa domanda, Belsky è arrivato all’ipotesi che la nostra diversità genetica – la combinazione tra geni orchidea e geni soffione – non sia un ostacolo evolutivo ma un’ingegnosa strategia messa in atto dalla natura. Invece d’interferire con il normale sviluppo, spiega Belsky, i geni orchidea potrebbero aver svolto un ruolo chiave nell’evoluzione degli esseri umani e nel loro dominio sul regno animale. L’idea è che, poiché il mondo è imprevedibile, non è possibile sapere in anticipo quali tratti potranno favorire la sopravvivenza. La cosa migliore da fare per la natura è quindi tenere il piede in più scarpe. Come? rendendo alcuni di noi più reattivi al mondo esterno e altri meno, in sostanza diversificando il rischio.» (Elitsa Dermendzhiyska, Mindrise, Regno Unito – Internazionale n. 1291)

ELAINE ARON, nell’introduzione del 2012 al  suo “Persone altamente sensibili” (tradotto e pubblicato da Mondadori nel 2018) ha scritto:

«Penserete forse che essere sensibili sia sempre positivo: spesso invece non lo è. Inoltre la sensibilità è utile all’individuo solo se è una dote di pochi. Se tutti fossero sensibili, non ci sarebbe alcun vantaggio; in effetti, se tutti conoscessero una scorciatoia, e usassero quella informazione, nessuno sarebbe più avvantaggiato. In sostanza, l’ipersensibilità (o “responsività”, come l’hanno definita questi biologi) consiste nel prestare più attenzione degli altri ai dettagli e poi nell’utilizzare questa conoscenza per prevedere meglio il futuro. Talvolta tale comportamento dà buoni risultati, ma altre volte non comporta alcun vantaggio.

Come sapete bene, la sensibilità ha il suo prezzo. Può essere uno spreco di energia se ci che sta accadendo ora non ha nulla a che fare con le esperienze passate . Inoltre, se un’esperienza passata era stata molto negativa, le HSP possono generalizzarla e cercare di evitarla o sentirsi ansiose in troppe situazioni, proprio perché le nuove esperienze assomigliano in parte a quelle vecchie. Ma il costo più elevato dell’essere  sensibili è la possibilità che il nostro sistema nervoso si sovraccarichi. Ognuno ha un limite nella quantità di informazioni o di stimoli che può ricevere prima di sentirsi oberato, sovreccitato, sfinito o sopraffatto! Noi HSP lo raggiungiamo semplicemente prima degli altri.» (Elaine Aron)

INTERNAZIONALE 1292 (1/7 febbraio 2019) ha pubblicato questa lettera, dal titolo “Vulnerabili e contenti“:
«Ho trovato molto interessante l’articolo sulla vulnerabilità (Internazionale 1291). Credo meriti particolare rilievo la conclusione rivolta alle vittime dell’inadeguatezza e del mancato riconoscimento sociale. Secondo l’autrice la “teoria dell’orchidea” offre a queste persone una speranza, perché mostra come la situazione di disagio non sia riconducibile a una forma di debolezza ma a una somma di caratteristiche positive: marcata attitudine ricettiva, sensibilità aumentata, predisposizione genetica a essere plasmati dal contesto. Non credo che un invito a tale consapevolezza offra una speranza a chi si riconosce in queste vere e proprie patologie sociali, anzi, vedo riproposta in altre vesti la richiesta di aderire a un modello che è irrealizzabile per le identità più fragili. In un sistema che predilige personalità capaci di adattarsi alle circostanze, flessibili, resilienti e permeabili alle fonti di stress, questa teoria fornisce però strumenti utili a riflettere sulla possibilità e sugli esiti patologici di queste caratteristiche.» (Simone Turconi)

Come si vede, molta confusione sotto il cielo e poche idee ma ben confuse. Però un punto  rimane fermo: la dittatura della maggioranza (dei soffioni) vorrebbe stabilire che  l’elevata sensibilità (delle orchidee) equivalga a patologia sociale. Se non è populismo questo… Tanti auguri a tutti.

In testata: Luminous Orchid, fotografia di Erin Hissong Carr –  Alberto Burri: Cretto bianco, 1975 (Fondazione Burri, Città di Castello) – Vincent Van Gogh: Autoritratto con l’orecchio bendato, 1889 (Courtauld Gallery, Londra) –  Il brano Anthem di Leonard Cohen  è contenuto nell’album “The Future” (1992) –  L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Il nazista sognatore

Nell’ottobre del 2013, Banksy ha comprato per 50 dollari a The Housing Works, un charity shop (ovvero un negozio che vende usato e che dà in beneficenza il ricavato della vendita), una tela ad olio raffigurante un paesaggio autunnale, con laghetto, alberi con le foglie ingiallite e arrossate e sullo sfondo montagne innevate, ha dipinto su una panca un ufficiale nazista che contempla il panorama (vedi immagine sopra) e poi ha restituito il quadro al negozio. Lo ha intitolato “La banalità della banalità del male.”

Poco dopo la restituzione, Banksy ha fatto telefonare da qualcuno del suo staff per comunicare che il quadro era un Banksy autentico, poi ha pubblicato sul suo sito l’immagine del quadro, e una foto del negozio nella 23esima strada. Improvvisamente, The Housing Works è stato sommerso di richieste e offerte.

Il quadro è finito all’asta su Bidding For Good. La cifra di partenza era di 74.000 dollari, ma al momento della chiusura dell’asta, l’offerta finale è di 615.000 dollari.

Il 30 gennaio 1939, in occasione dell’anniversario dell’assunzione del potere (30 gennaio 1933) Hitler pronunciò un solenne discorso di fronte al Reichstag.

Ecco il passaggio saliente dello “storico discorso”:

«Oggi voglio essere di nuovo un profeta: se l’ebraismo finanziario internazionale dentro e fuori l’Europa dovesse riuscire a precipitare ancora una volta i popoli in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e con ciò la vittoria dell’ebraismo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa (sondern die Vernichtung der jüdischen Rasse in Europa)»

«Secondo Longerich, Hitler non diede un ordine solo e precisamente individuabile per scatenare il genocidio, che invece fu lo sbocco di una escalation di atti e decisioni, culminanti, verso la primavera del 1942, in un programma radicale di sterminio. Momenti-chiave in questa evoluzione furono l’invasione  dell’Unione Sovietica nel giugno 1941, accompagnata, nella fase iniziale, dall’uccisione di migliaia di ebrei maschi da parte degli Einsatzgruppen (e loro sotto-unità) del Servizio di sicurezza; l’estensione delle esecuzioni di massa alle donne e ai bambini ebrei nell’estate del 1941; la deportazione degli ebrei tedeschi, austriaci e cechi nell’autunno dello stesso anno (…) Al genocidio si arrivò con un’escalation di fasi, ad ognuna delle quali la deriva sterminatrice acquisiva nuovo slancio sulla base di una combinazione tra direttive centrali e iniziative locali, sempre supportate, nei momenti cruciali, dall’espressa approvazione, autorizzazione e consapevolezza di Hitler, ma senza che questi avesse mai impartito un singolo ed esplicito ordine, anche soltanto verbale, per l’avvio della “soluzione finale”» (Ian KershawHitler e l’enigma del consenso – Laterza, 2006)

Guido Ottolenghi, presidente della Fondazione del Museo ebraico di via Valdonica a Bologna, invita a leggere gli eventi che celebrano il Giorno della Memoria nella giusta dimensione «senza voler appiattire la storia sull’oggi, che è un modo per banalizzare la Shoah, ma con la consapevolezza che l’affermazione dei diritti di pochi a scapito degli altri e il desiderio di uniformità sono sempre pericolosi».

Oggi si inaugura al Museo ebraico la mostra “1938 La storia”, sulle leggi razziali in Italia. Perché questa scelta?

«È una pagina di storia che fatichiamo ad accettare, continuando a coltivare un mito di bonarietà degli italiani, che non ha riscontro. Ci sono stati i “giusti”, ma la leggi razziali passarono nell’indifferenza dei più. La mostra ripercorre quei passaggi, prima culturali, poi legali, fino a quelli amministrativi, che hanno condotto al razzismo e alla persecuzione».

Secondo lei quali sono le iniziative più efficaci per ricordare di ricordare?

«Quelle che con semplicità rivelano uno studio approfondito, senza puntare sull’emotività, alla lunga dannosa» (la Repubblica Bologna, 26 gennaio 2019 – intervista di Emanuela Giampaoli)

Lo studio della storia e i documenti, per chi vuole sapere, stanno lì a dimostrarlo: l’ideologia e l’azione nazifascista prevede(vano)  che i nemici politici fossero non solo sconfitti ma anche eliminati con la violenza, e la società fosse  ricostruita sulla base della purezza razziale, “escludendo” quindi tutti i «diversi».

Sostenere, come qualcuno – per quanto incredibile sia – sostiene ancora oggi, che i nazifascisti consideravano “un avversario da eliminare [solo] chi si fosse posto apertamente in contrasto con lui” equivale a commuoversi davanti al quadro di Banksy. Offendendo in questo modo la memoria collettiva, mancando al tempo stesso di sagacia e onestà intellettuale. La banalità della  banalità  sulla verità del male.

Il brano di Francesco De Gregori “Il cuoco di Salò” è contenuto nell’album “Amore nel pomeriggio” (2001) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Io non c’ero

Prendiamola alla larga: «Nel 2008, la regina Elisabetta in visita alla massima istituzione economica britannica, la London School of Economics, ha evitato sorrisi e chiacchiere formali, chiedendo ai professori riuniti: «Com’è possibile che nessuno si sia accorto dell’arrivo di questa crisi spaventosa?». Il padrone di casa, il professor Luis Garicano, direttore del dipartimento di management della Lse, ha risposto: «Vede, in ogni momento di questa fase qualcuno faceva affidamento su qualcun altro e tutti pensavano di fare la cosa giusta». Vengono naturali due domande: perché il fior fiore degli economisti non aveva previsto la crisi? E, considerando vera l’ipotesi della buona fede, cosa vuol dire che tutti pensavano di fare la cosa giusta?» (il fatto quotidiano.it)

Altro esempio “a caso”: qui a Bologna I carabinieri hanno appena smantellato due cartelli di imprese di pompe funebri che controllavano le camere mortuarie dei due principali ospedali cittadini, riuscendo in pratica ad avere il monopolio nell’aggiudicazione dei servizi funebri. 30 misure cautelari (9 in carcere, 18 arresti domiciliari e 3 divieti di esercizio dell’attività d’impresa) e 43 le perquisizioni eseguite da 300 militari che hanno sequestrato un patrimonio di 13 milioni di euro. «Funziona così da almeno trent’anni, se volevi lavorare non potevi sottrarti a quel meccanismo». «… le cose andavano in questo modo …sia i titolari e i dipendenti delle agenzie di pompe che il personale degli ospedali Maggiore e Sant’Orsola, hanno confermato l’esistenza di un diffuso sistema corruttivo per accaparrarsi i funerali».

Purtroppo nessuno tra i responsabili dirigenti tecnici e/o politici (o tra manager e operatori) aveva notato nulla: «A quanto si è saputo il traffico intorno all’accaparramento dei funerali andava avanti da un decennio. Un cartello che controllava tutto, come eravamo abituati a vedere solo in Gomorra, un fiume di denaro in nero che non si sa dove andasse a finire. E non stiamo parlando di qualche piccolo ospedale di periferia, ma dei due nosocomi d’eccellenza della città, il Maggiore e il Sant’Orsola. È curioso, a questo proposito, l’atteggiamento delle istituzioni, tutte pronte a chiamarsi fuori: io non c’entro, non è roba mia, siamo estranei a tutto. (…)  Quel che appare incredibile è che nessuno, per tanti anni, si sia accorto di quanto stava accadendo sotto i suoi occhi. Tra le tante dichiarazioni di scarico di responsabilità ascoltate in questi giorni è mancata quella che sarebbe sembrata la più adeguata: io non c’ero, e se c’ero dormivo.» (Aldo Balzanelli – la Repubblica Bologna)

E con gli esempi si potrebbe continuare a lungo.

Un saggio di  Alessandro Baricco pubblicato su Repubblica l’11 gennaio 2019 (E ora le élite si mettano in gioco) ha aperto un opportuno (forse un po’ tardivo) dibattito sul tema delle classi dirigenti. La tesi di Baricco si può sintetizzare così:  «È andato in pezzi un certo patto tra le élites e la gente, (…) le élites hanno fallito e se ne devono andare (…)  è saltato quel tacito patto (…) che descriverei così: la gente concede alle élites dei privilegi e perfino una sorta di sfumata impunità, e le élites si prendono la responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere. Tradotto in termini molto pratici descrive una comunità in cui le élites lavorano per un mondo migliore e la gente crede ai medici, rispetta gli insegnanti dei figli, si fida dei numeri dati dagli economisti, sta ad ascoltare i giornalisti e volendo crede ai preti. Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più.»

Il problema è che – oltre ad essere in ritardo di almeno vent’anni – i termini del dibattito sembrano davvero malposti. Un primo dubbio  è stato opportunamente sollevato da Michele Serra nella sua Amaca del 16 gennaio scorso: «Prima di prendere parte al dibattito “popolo versus élite”, sollevato dal denso intervento di Baricco su Repubblica, avrei bisogno di un chiarimento. Anzi, più che di un chiarimento si tratta di una pre-condizione. Senza la quale sono i termini di partenza del dibattito che mi sfuggono; figuratevi dunque le sue conclusioni». Che cosa si intende quando si parla di élites da una parte, di “gente” e di “popolo” dall’altra? Chi è che appartiene all’una e chi invece all’altra categoria? Sono domande strutturali, perché «Se la risposta dovesse essere, come io penso, che tanto la qualifica di “popolo” quanto quella di “élite” sono banalizzazioni (nella migliore delle ipotesi) o contraffazioni ideologiche (nella peggiore), questo dibattito andrebbe ripensato daccapo».

La realtà quotidiana dimostra che non esistono  rilevanti differenze, dal punto di vista etico e morale (onestà, correttezza, responsabilità, altruismo, ecc.), tra i comportamenti della cosiddetta “élite” e quelli della cosiddetta “gente”. Da questo punto di vista noi italiani siamo un “popolo” davvero compatto. «Il punto è, invece, come debbano avvenire la genesi e il ricambio dell’élite. Senza considerare la qualità della minoranza dominante e senza quell’unico ammissibile giudizio che può nascere solo dalla valutazione del rapporto tra processo di selezione sociale e capacità naturali, ogni discorso su massa ed élite è vano», scrive Silvia Ronchey. «Se guardiamo con occhio altrettanto distaccato alla democrazia attuale dell’Italia, vediamo che il disagio delle sue masse nasce da un incepparsi, ormai tanto durevole da potersi definire storico, del meccanismo di ricambio delle élite. Non è di oggi l’impossibilità di un reclutamento trasparente nei quadri delle docenze scolastiche e universitarie, che assicurano il primo filtro di selezione dell’élite.

Non è di oggi l’accesso a posizioni di potere suggerito, come nel mondo feudale, da privilegi di clan quando non di sangue. Impasse logiche e ideologiche, familismi, settarismi, lobbismi partitici e automatismi clientelari, quando non criminali, hanno sempre più, nel corso dei decenni, a partire almeno dalla Guerra Fredda, impedito l’accesso egualitario a quelle risorse il cui possesso definisce un’élite — di denari o di saperi, di funzioni o di onori o semplicemente di presenza e influenza». (Silvia Ronchey – la Repubblica 21 gennaio 2019)

Il problema  è che cambiare una élite corrotta con rappresentanti di un popolo altrettanto corrotto non porta di certo molto lontano. Si critica dall’esterno, ma il desiderio inespresso sembra essere quello di entrare finalmente a farne parte, piuttosto che migliorarla dall’interno.

A proposito dell “classi dirigenti”, scriveva invece Lev Tolstoj: «Giudicando in base a questi rapporti necessariamente inesatti, Napoleone impartiva le sue disposizioni che, o erano già state messe in atto prima che egli le impartisse o non potevano essere e non venivano eseguite. I marescialli e i generali, che si trovavano a più breve distanza dal campo di battaglia, ma che, come Napoleone, non partecipavano alla battaglia stessa e solo di tanto in tanto si inoltravano sotto il fuoco delle palle, senza consultare Napoleone, davano le loro disposizioni e impartivano i loro ordini, sia su dove e da dove sparare, sia dove dovesse galoppare la cavalleria e dove correre la fanteria. Ma anche le loro disposizioni, esattamente come quelle di Napoleone, venivano eseguite in minima parte e raramente. Per lo più accadeva il contrario di quanto essi avevano ordinato». Così, in Guerra e pace, Lev Tolstoj descrive la battaglia di Borodino.

Senza esserne consapevoli (nella migliore delle ipotesi) o forse sì (nella peggiore), le nostre classi dirigenti – le cosiddette elites – si sono comportate allo stesso modo, con la differenza che in questo caso non si è visto nessun Napoleone.  Di fronte alla «presa d’atto della crisi, percepita come irrimediabile, dei tre pilastri sui quali l’Occidente aveva realizzato la sua ricostruzione politica postbellica: a) la crisi religiosa del cristianesimo in progressiva ritirata di fronte all’offensiva della secolarizzazione; b) la crisi del Welfare State, cioè della redistribuzione del reddito nazionale pietra angolare della mediazione sociale praticata da parte di tutte le forze di governo a cominciare da quelle socialdemocratiche; c) la crisi dello Stato nazionale messo nell’angolo dal multiforme internazionalismo egemone sulla scena mondiale.

Di fronte a tale crisi, che in sostanza era la crisi dell’intero universo politico che le aveva viste protagoniste per oltre mezzo secolo, le élite occidentali abbracciano una nuova prospettiva: la globalizzazione. E con essa fanno propri i suoi presupposti ideologici: a) il liberismo e una piena fiducia nei meccanismi del mercato, b) un individualismo di fondo, c) la presunta insignificanza storico-culturale dei confini nazionali e la necessità del loro superamento. Ma naturalmente per mantenere il consenso su cui si reggono esse non possono sottrarsi dal promettere alle rispettive opinioni pubbliche che comunque la svolta alle porte non solo vedrà la continuazione dello sviluppo economico e dell’aumento dei redditi precedenti, ma significherà anche un’espansione mondiale della libertà e della democrazia (la disintegrazione del blocco comunista appena avvenuta, la prima guerra del Golfo, la rivolta di piazza Tien An Men a Pechino non stanno forse lì a dimostrarlo?).

 La storia degli ultimi dieci anni è la storia del fallimento di tali promesse». (Ernesto Galli della LoggiaCorriere della Sera, 9 gennaio 2019). La realtà è che queste indegne “classi dirigenti” non hanno affatto diretto gli eventi, al contrario li hanno subiti fingendo di dirigerli; al tempo stesso hanno fatto di tutto per accaparrarsi e difendere ogni privilegio connesso alle rendite di posizione nell’immediato, senza metter in campo un credibile progetto di futuro. Risultato: «Aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo. Nel 2018, da soli, 26 ultramiliardari possedevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. A dirlo è il nuovo rapporto Oxfam 2019 pubblicato alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos. Anche l’Italia è in linea con i dati globali: il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il rapporto evidenzia, inoltre, una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere». (sky tg24.it)

Qualcuno se n’era forse accorto? Nessuno, ovvio. La testa sotto la sabbia, come gli struzzi. E la risposta è sempre la stessa: “Io non c’ero, e se c’ero dormivo…“.

Il problema è culturale e ci riguarda tutti. È su questo livello che bisogna agire da subito per poi ottenere risultati apprezzabili nei tempi medio-lunghi. Proprio quelli che non interessano alle nostre “élite”. Per il momento non ci resta dunque che Johnny il Bassotto.

Sopra il video di Johnny il Bassotto: una vignetta di Makkox (Marco Dambrosio) – L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Conformismo e merito

1) DIRITTI. Il 26 agosto 1789, ventidue giorni dopo l’abolizione dei privilegi dell’aristocrazia in Francia, venne emanata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. L’articolo 6 della dichiarazione afferma che “Tutti i cittadini, essendo uguali agli occhi della legge, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici, secondo la loro capacità e senz’altra distinzione che quelle delle loro virtù e dei loro talenti. La “capacità”, le “virtù” e i “talenti” sono posti alla base di una nuova gerarchia sociale. La meritocrazia prende il posto di nascita, ricchezza o relazioni sociali nell’attribuzione del potere, che ora ha un legame diretto con il merito personale. Respingendo la vecchia società di classe, spostandoci verso l’ideale meritocratico, abbiamo creduto di eliminare ogni traccia delle gerarchie del passato.

2) MERITOCRAZIA. Michel Young, considerato uno dei più importanti sociologi del novecento, aveva capito che le cose nella realtà non vanno esattamente così. «Young sentiva che le gerarchie di classe avrebbero resistito alle riforme che voleva realizzare. Spiegò in che modo nel suo secondo best seller, L’avvento della meritocrazia, un’opera satirica pubblicata nel 1958. Come molti altri fenomeni, la meritocrazia deve il suo nome a un avversario. Il libro di Young si presentava come un testo scritto nel 2033, in cui uno storico analizzava la nuova società britannica sorta nei decenni precedenti. In quel lontano futuro soldi e autorità si guadagnavano, non si ereditavano. La nuova classe dirigente era determinata dalla formula “quoziente d’intelligenza (qi) + sforzo = merito“. La democrazia avrebbe ceduto il passo al governo dei più intelligenti, “non un’aristocrazia della nascita, non una plutocrazia della ricchezza, ma una vera meritocrazia del talento”. Era la prima volta che la parola “meritocrazia” si leggeva stampata su una pagina, e il libro vole va mostrare  come sarebbe stata una società costruita su questo principio. (…)

Uno dei primi intoppi del sistema è che “quasi tutti i genitori proveranno a favorire in modo sleale i figli”. E in una situazione di disparità dei redditi, è proprio una delle cose che i soldi permettono di fare. Se le condizioni economiche dei genitori contribuiscono a determinare i compensi dei figli, non siamo più in una società basata sulla formula “qi + sforzo = merito” Come sappiamo, i timori di Young erano fondati. (…) In poche parole, uno dei modi migliori per conquistare un posto tra chi ha più soldi, potere e privilegi è partire da lì. (…) Quelli che dovevano essere meccanismi di mobilità erano diventati fortezze di privilegi». (Kwame Anthony Appiah – “Contro la meritocrazia”, Internazionale n. 1286)

Per Michael Young, autore de L’avvento della meritocrazia, ripubblicato recentemente dalle Edizioni di Comunità (pp. 232, euro 15), la meritocrazia è un regime totalitario dove la posizione di un individuo viene determinata in base ai test di intelligenza somministrati dalla scuola elementare in poi e dove la ricchezza e il potere vengono distribuiti da una casta di «meritocrati» ancora più opprimente e arrogante delle oligarchie che oggi sfruttano privilegi nepotistici o espropriano la ricchezza comune con la corruzione e criminalità. (…)

Per Young la meritocrazia è sinonimo di un potere arbitrario in un sistema che tende ad autodistruggersi. Lo Stato moderno è incapace, almeno quanto lo è il mercato, di determinare un’equa redistribuzione delle competenze e dei meriti. Più che un sistema efficiente, la meritocrazia indica l’attitudine di una classe dominante che rende i suoi esponenti impermeabili ad ogni critica o a slanci verso una redistribuzione sociale che non sia quella imposta dall’interesse di classe. Una tesi sostenuta da Young in un articolo pubblicato sul Guardian nel 2001, intitolato «Abbasso la meritocrazia». Facendo i conti con Blair, Young sostenne che la meritocrazia non serve a migliorare le prestazioni di un sistema, ma semmai a peggiorarle in una burocrazia kafkiana. Essa afferma il senso di superiorità basato sul privilegio della proprietà, sulle rendite di posizione e sulla centralità acritica e indiscutibile dell’impresa.

La meritocrazia serve «ad alimentare un business che va di moda – scrive Young – Se i meritocrati credono che il loro avanzamento dipende da ciò che gli spetta, si convinceranno che meritano qualsiasi cosa possono avere». «I nuovi arrivati oggi possono davvero credere di avere la moralità dalla propria parte».” (da ilmanifesto.it)

3) QUOZIENTE D’INTELLIGENZA (QI). «Sin da quando sono stati elaborati, nel 1912, i test del QI sono molto controversi e sono numerosi gli studi che ne denunciano la mancanza di fondatezza. (…) Quando l’uomo vuole misurare l’intelligenza, infatti, di rado lo fa per scopi umanitari. Si cercò soprattutto di confermare dei pregiudizi razziali, di giustificare il dominio della classe borghese sul proletariato e di dimostrare l’ereditarietà dell’idiozia.

Questi test che pretendono di essere rigorosamente scientifici sono in realtà molto soggettivi. Il termine QI in origine indicava il quoziente tra l’età mentale e quella biologica moltiplicato per 100. (…) Per di più, i test del QI non prendono in considerazione il livello sociale né la cultura dell’individuo. Per esiste un’innegabile correlazione tra il punteggio ottenuto e il livello socio-professionale della persona. Ciò può essere spiegato dal fatto che questi test misurano solo la capacità di effettuare alcune attività intellettive più diffuse negli ambienti privilegiati che nelle classi popolari. Lo stesso vale per il lessico, che penalizza inevitabilmente il QI verbale dei proletari. Infine, il carattere scolastico del test si addice meglio a chi a chi proviene da famiglie elitarie, più allenato a questo tipo di prestazione.

Allora che cosa misurano? L’innegabile abilità delle classi socio-professionalmente privilegiate nelle svolgere alcuni compiti intellettivi mirati. Appare pertanto evidente che i risultati ottenuti sono del tutto artificiali. I test del QI sono concepiti in modo tale che i risultati si distribuiscano simmetrici attorno al numero 100, che è la media, in un grafico a forma di campana chiamato “curva di Gauss”.

Il 95,44% della popolazione ha un QI compreso tra 7 e 13. Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 13 e 145. Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 55 e 7. Quindi in una data popolazione ci sarebbe esattamente lo stesso numero di idioti e di geni. Che straordinario equilibrio! Se i risultati dei test del QI si inseriscono così armoniosamente nella curva di Gauss è perché sono studiati per farlo. (…) E poi che cosa vuol dire essere intelligenti? Significa essere portati per qualcosa in particolare? Per gli studi, la musica, gli affari? Come viene valutata l’intelligenza del cuore e il QE (quoziente emotivo)? Che cosa dovremmo pensare di un intellettuale brillante ma freddo ed egoista? E una madre di famiglia semplice ma istintiva e piena di buonsenso?

In questi ultimi anni la necessità di uscire dal concetto di QI e di chiarire meglio l’intelligenza ha prodotto nuove definizioni. Nel 198 Robert Sternberg ha proposto di distinguere tre aspetti dell’intelligenza: analitico, creativo e pratico; secondo lui, la conoscenza e la gestione delle proprie forze e debolezze in questi tre settori porterebbe all’intelligenza di successo. Nel 1983, Howard Gardner ha distinto otto manifestazioni d’intelligenza: linguistica, logico-matematica, musicale, corporeo-cinestetica, spaziale, interpersonale, intrapersonale e naturalistica. Ma a queste categorie potrebbero aggiungersene altre, tanto l’intelligenza è un concetto vasto e complesso». (Christel Petitcollin – Il potere nascosto degli ipersensibili,  Sperling & Kupfer – Pickwick, 2017)

4) CONFORMISMO. “Il conformista” è un romanzo di Alberto Moravia, pubblicato per la prima volta nel 1951. Nel 1970 ne è stato tratto un film omonimo diretto da Bernardo Bertolucci. (nel film sono state apportate importanti modifiche di trama; paradossalmente, l’immagine riportata nella copertina dell’edizione Bompiani 2018 non corrisponde al testo originale ma ad una variazione dell’adattamento cinematografico ). «Il romanzo, pubblicato nel 1951, è il ritratto di un personaggio e di un atteggiamento morale caratteristici del nostro tempo: il conformista e il conformismo. L’eroe contemporaneo, secondo Moravia, è l’uomo che vuole confondersi, essere uguale a tutti. Ma, in tutti i tempi, l’ingresso in società comporta un prezzo molto alto da pagare, soprattutto in termini di libertà individuale. Storia di un viaggio di nozze a Parigi e di un delitto di stato, biografia di un uomo e descrizione di un’epoca e di una società, l’opera è però più che altro la storia di un prezzo pagato da un conformista moderno per ottenere di entrare a far parte di una società inesistente, e nell’affrontare il grande tema del rapporto tra uomo e società si propone come uno dei lavori più coraggiosi e attuali dello scrittore romano.» (dalle note di copertina)

«… un desiderio di normalità; una volontà di adeguazione ad una regola riconosciuta e generale; una voglia di essere simile a tutti gli altri dal momento che essere diverso voleva dire essere colpevole. (…) Ancora una volta era la normalità che l’attraeva; e tanto più in quanto gli si rivelava non casuale né affidata alle preferenze e alle inclinazioni naturali dell’animo, bensì prestabilita, imparziale, indifferente ai gusti individuali, limitata e sorretta da regole indiscutibili e tutte rivolte a un fine unico. (…) «Come sei strano» dice Giulia, (la futura moglie di Marcello il protagonista del romanzo) «tutti vorrebbero essere diversi da tutti… e tu invece si direbbe che ci tieni ad essere come tutti.» (…) Era poi veramente buono? o non era piuttosto ciò che Giulia e sua madre chiamavano bontà, la sua anormalità, ossia quel suo distacco, quella sua assenza dalla vita comune? Gli uomini normali non erano buoni, pensò ancora, perché la normalità veniva sempre pagata, consapevolmente o no, a caro prezzo, con complicità varie ma tutte negative, di insensibilità, di stupidità di viltà quando non addirittura di criminalità». (Alberto Moravia – Il conformista, Bompiani 2018)

CONCLUSIONI. Di fatto, il valore del quoziente d’intelligenza (quello ufficialmente riconosciuto, il cosiddetto QI) cresce di parecchio grazie al conformismo sociale. Il merito personale cresce poi di conseguenza, secondo la scontata (e altrettanto riconosciuta) equazione: quoziente d’intelligenza+ sforzo = merito. Su che cosa poi significhi essere intelligenti, non è davvero il caso di ragionare troppo. Molto meglio allinearsi il più rapidamente possibile; i conseguenti vantaggi  non tarderanno a manifestarsi.

Oppure no?

Il brano “Il conformista” di Giorgio Gaber è contenuto nell’album “Un’idiozia conquistata a fatica” (1997/1998 – 1998/1999 – 1999/2000)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Creatività o ripiegamento

UNO. Giuseppe Pontiggia scrive: «…la prospettiva oggi dominante, quella della “creatività”, la trovo un po’ fatua, un po’ futile. Sposta l’accento, insomma, dall’oggetto al soggetto, sposta l’attenzione dalla cosa a colui che la fa. (…) Io non penso che sia importante la creatività come capacità di inventare, escogitare trovate, soluzioni brillanti. […] L’importante non è la capacità un po’ fine a se stessa, narcisistica, di cui uno si può compiacere, perché effettivamente dà una sensazione di leggerezza, di levità, appunto, di inventività; di cui non nego in un certo senso il piacere, però l’importante è la cosa che si fa, è l’oggetto a cui si dà vita. Non spostare l’attenzione su chi crea, ma sull’oggetto che è il frutto del suo lavoro. Questo lavoro, tra l’altro, può essere pagato a prezzo durissimo. (…)

L’atteggiamento che suggerirei è quello di una concentrazione  fiduciosa su se stessi, nel senso di attingere a se stessi per arrivare a dire quello che solamente chi scrive può dire. Un’altra cosa, che si collega a questa, è che l’originalità non va cercata, secondo me, in modi artificiosi, forati, voluti. Dev’essere il frutto spontaneo di un lavoro serio. Quando uno lavora con continuità, con precisione, con accanimento, alla fine non potrà che esprimere una personalità individuale. Non deve porselo come obiettivo a tutti i costi;…» Giuseppe Pontiggia: Conversazioni sullo scrivere –  Belleville Editore, 2016

DUE. «Helen è una persona essenziale per il quartiere. Il motivo per cui è essenziale lo riassumerei così: “Dà alla gente quello che la gente non sa di di volere”. Una categoria importante. Ben diversa dal concetto reso popolare da Rupert Murdoch: “Dare alla gente quello che vuole”. Ormai la versione  murdochiana di ci che è bene per la società la conosciamo tutti: ci viene imposta da trent’anni. La versione di Helen è diversa, e viene necessariamente applicata su scala minore. Helen dà agli abitanti di Willesden quello che non sapevano di volere. Libri intelligenti, libri strani, libri sul paese da cui provengono, o su quello in cui si trovano. Libri per bambini con dentro bambini che assomigliano almeno un poco ai bambini che li stanno leggendo. Libri militanti. Libri classici. Libri strampalati. Helen legge tantissimo, sa dare consigli. Se siete fortunati, avete anche voi una Helen in una libreria dalle vostre parti e capite di cosa sto parlando. (…)

A mio parere, un vero “Creativo” non dovrebbe accontentarsi di soddisfare un domanda preesistente, ma dovrebbe modificare  la nostra idea di ciò che desideriamo. Un’opera d’arte forma il pubblico che le è necessario, crea un gusto per sé stessa. In questo senso, al cuore della creatività si trova un rifiuto. Perché un’opera veramente creativa evita sempre di vedere il mondo come lo vedono gli altri, come viene generalmente descritto. Rifiuta le opinioni convenzionali e generiche: “rinnova”.

(…) …c’è una cosa molto importante che l’era digitale può insegnare ai giovani Creativi: la mancanza di sentimentalismo. La passione per il nuovo. La tecnologia è fondamentalmente priva di nostalgia, e i giovani che vogliono essere creativi farebbero bene a a coltivare questo istinto. Nella mia esperienza di artista, lottare contro la nostalgia è un lavoro a tempo pieno.

(…) E se la cosa più creativa da fare in questo momento fosse rifiutare? Dimostrarci scontenti di introdurre le nostre energie nel meccanismo ben oliato dell’ordine attuale? Immaginare un mondo diverso appare oggi come un dovere creativo, e dovunque si guardi sembra prendere piede un principio di rifiuto». (Zadie Smith: Feel free –  Edizioni SUR, 2018)

TRE. «La democrazia si basa sul principio di Abramo Lincoln secondo cui “potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo”. Se un governo è corrotto e fallisce nel migliorare le vite dei cittadini, una quantità sufficiente di cittadini alla fine se ne renderà conto e lo farà cadere. Ma il controllo governativo dei media mette in crisi la logica di Lincoln, poiché impedisce ai cittadini di comprendere la verità. Grazie al suo monopolio sui media, l’oligarchia al potere può costantemente rimproverare gli altri di tutti i suoi fallimenti  deviare l’attenzione verso minacce esterne, reali o immaginarie che siano.

Quando vivete sotto un’oligarchia del genere, c’è sempre qualche crisi o altro evento che diventa prioritario rispetto a questioni noiose come l’assistenza sanitaria e l’inquinamento. Se la nazione sta affrontando un’invasione da parte dei nemici esterni o un diabolico tentativo di sovversione dall’interno, chi ha il tempo di preoccuparsi dell’affollamento delle strutture sanitarie e dei fiumi inquinati? Producendo un flusso continuo di crisi, un’oligarchia corrotta può prolungare il suo dominio all’infinito. (…)

La ricerca si concentra su sullo sviluppo delle nostre abilità in particolare alle esigenze immediate del sistema economico e politico, piuttosto che di quelle legate alle nostre esigenze di lungo termine come esseri consapevoli (…) In questo gli esseri umani sono simili a tanti animali domestici. Abbiamo allevato docili mucche che producono notevoli quantità di latte, ma per il resto sono di gran lunga inferiori alle loro antenate selvatiche. Sono meno agili, meno curiose e meno intraprendenti. Stiamo creando esseri umani mansueti, che producono enormi quantità di dati e funzionano come chip molto efficienti in una gigantesca rete di calcolo, ma queste mucche-da- dati non sono capaci di coltivare il loro potenziale umano. Infatti non abbiamo idea di quale sia il massimo potenziale del nostro cervello, perché sappiamo così poco della mente. (…)

Nel XXI secolo le nazioni si trovano nella stessa situazione delle antiche tribù: hanno cessato di essere la giusta struttura per gestire le sfide più impegnative di questa epoca. Abbiamo bisogno di una nuova identità globale, perché le istituzioni nazionali non sono in grado di affrontare e risolvere una serie di situazioni difficili mai verificatesi prima. Ora abbiamo un’ecologia globale, un’economia globale e una scienza globale – ma siamo ancora bloccati con le sole politiche nazionali. Questa disparità impedisce al sistema politico di contrastare con efficacia i nostri problemi principali. Per avere politiche adeguate dobbiamo o de-globalizzare l’ecologia, l’economia e il progresso della scienza – oppure dobbiamo globalizzare la politica». (Yuval Noah Harari: 21 lezioni per il XXI secolo – Bompiani, 2018)

Concludendo. «Il potere economico-finanziario ha  da tempo preso il sopravvento su quello politico. Con il crollo del Muro di Berlino e la caduta del modello sovietico, all’economia di mercato si aprirono spazi enormi. Proprio l’esito incruento del conflitto Est-Ovest evidenziava il ruolo decisivo assunto dall’economia nelle società moderne e imponeva la priorità, il primato dei temi economici nelle scelte dei governi. Nell’89 le forze economiche acquistarono un’influenza decisiva. Ottennero, per così dire, un via libera nel determinare gli orientamenti delle amministrazioni, sostituendosi ai governi. Si verificò quasi una delega da parte dei governi ai manager delle maggiori corporationi. Il capitalismo, si è così trasformato in «turbocapitalismo» o «globalizzazione selvaggia». L’esito disastroso del capitalismo selvaggio si è manifestato con il collasso della Lehman Brothers nel 2008 e, a cascata, con la crisi che ne è derivata. Ne è stato investito tutto il mondo. Ma i Paesi occidentali ne hanno risentito più di altri. 

L’allarme si aggrava in ragione degli effetti corrosivi che la crisi ha prodotto nelle democrazie occidentali, con veri e propri sconvolgimenti che si stanno producendo nella società. Nel ventennio 1989-2008 è emersa non solo una mutazione genetica del modello economico, ma anche una concezione distorta dell’impresa, basata sulla ricerca esasperata dei profitti. Funzionale alla ricerca smodata dei profitti è stato il processo incontrollato di finanziarizzazione: nella sola area euro, le risorse finanziarie raccolte dal settore privato aumentarono dal 160% del Pil nel 1996 al 240% nel 2007. Nel frattempo si è bloccata la mobilità sociale e si sono radicalizzate le disuguaglianze. Di conseguenza oggi assistiamo alla rivolta delle popolazioni contro le élites a cui avevano affidato il compito di rappresentarle. Si stanno imponendo ideologie e governi di stampo sovranista che contrastano la globalizzazione in nome di un principio: privilegiare gli interessi nazionali o delle aree economiche e politiche a cui appartengono.

Ma fronteggiare da soli i problemi è puro velleitarismo. La globalizzazione, ci piaccia o meno,  è un fenomeno irreversibile, anche per effetto delle applicazioni tecnologiche. L’occidente ha perso la capacità di visione che dimostrarono gli Stati Uniti e i padri fondatori dell’Unione Europea alla fine della seconda guerra mondiale: cioè quell’intelligenza creativa, quella genialità di progettare il futuro, da cui sono nate le grandi realizzazioni della storia occidentale. Il male più insidioso che mina il tessuto sociale dei nostri Paesi è l’egoismo dell’hic et nunc; l’illusione del presente: ciò che conta è la velocità con cui si ottengono risultati e beni materiali. 

La sparizione di ideali e progetti collettivi, cioè politici e sociali, ha prodotto un ripiegamento nella sfera degli interessi individuali e privati. Se l’occidente non ritroverà lo spirito creativo di un tempo, verrà emarginato. Se invece ritroverà quello spirito tutto sarà ancora possibile». (Giovanni Bazoli – dalla Lectio Cathedrae Magistralis della facoltà di Scienze politiche e sociali dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, 4 dicembre 2018 – Corriere della Sera, 8 dicembre 2018)

Nella seconda immagine dall’alto: ritratto di Salvador Dalì (1904- 1989) – Nell’immagine qui sopra: il murales di BanksyDreams” –   L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Auto-referenzialità

Il settimanale culturale della domenica di Repubblica, “Robinson“, il 25 novembre scorso ha pubblicata una “Intervista con Alessandro Baricco di Marco Bracconi” dal titolo Il mio manuale per i giovani Holden. L’intervista inizia così:

Le mie antologie quando andavo a scuola? Non mi piacevano per niente. I docenti erano bravi, ma i testi su cui ci facevano lavorare erano molto arretrati. Pensi che in primo liceo avevo un professore che aveva scritto una letteratura greca, ed era un insegnante fantastico; malgrado ciò il suo libro era illeggibile. Anche per questo, quando Zanichelli mi ha cercato, mi sono buttato in questa avventura».  La seconda luna, progetto di antologie e manuali letterari della Scuola Holden per il biennio delle superiori, è un’avventura che inizia sul palco bolognese di Repubblica delle idee nel 2016, quando Alessandro Baricco si lancia in un’intemerata contro i testi scolastici. Passa qualche giorno e dalla Zanichelli parte la telefonata: “Caro Alessandro, perché allora non ne fai una tu?” (…)

Tutto chiaro, e siamo d’accordo: le antologie scolastiche molto spesso sono scostanti, a volte addirittura  illeggibili; rischiano di intimorire i giovani studenti anziché affascinarli e avvicinarli alla letteratura. Perciò Baricco – viene da pensare – ci spiegherà ora nel modo più chiaro quali sono  i principi a cui si è attenuto nella redazione del suo nuovo manuale. Continuiamo fiduciosi a leggere:

Nemmeno due anni dopo ne escono Leggere 1 e 2, Scrivere e Narrare, quattro volumi dall’approccio innovativo « come dev’essere ai tempi del Game », spiega Baricco seduto alla scrivania di preside sulla quale, tra una traduzione di Seta in coreano e un album illustrato di Pinocchio, stanno appoggiate un paio di copie del suo ultimo libro dedicato al mondo di internet. « È pensando agli abitanti del Game che è nata la netta divisione tra parte antologica e teoria letteraria, ed è sempre pensando a loro che abbiamo strutturato esercizi ibridati con l’ambiente dei social network, deciso di inserire solo racconti che iniziano e finiscono e fatto scelte molto poco tradizionali, dove puoi trovare David Foster Wallace o Dave Eggers accanto a Maupassant e Umberto Saba». (…)

Ci domandiamo: “…i tempi del Game…!? …gli abitanti del Game…?!

Baricco  ci spiegherà senz’altro… quindi continuiamo:

“Perché avete scelto di separare i testi letterari dalla teoria?

«Lo dirò in modo semplice: non si interrompe un’emozione. La prima cosa che vedi aprendo La seconda luna è che nelle pagine di antologia non ci sono note ai testi. Meglio non capire cosa significa una parola e andare avanti, perché siamo voluti partire dalla fascinazione e dalla necessità di mantenere teso il filo costruito dallo scrittore. A quel punto i ragazzi hanno una strada davanti a loro e, coerentemente con le regole del Game, questa strada li porta a ordinare il materiale nel modo più facile da usare. Noi gli diciamo con chiarezza: qui stai leggendo, qui stai assumendo informazioni, qui invece stiamo parlando di come si scrive. Altre antologie, peraltro splendide, mettono le tre cose una dentro l’altra, così che mentre leggi devi anche imparare a scrivere e intanto memorizzare le regole di narratologia. Ma questo oggetto ( prende lo smartphone in mano ), non è fatto mica così. Con questo clic!, e si parte. E allora con la nostra antologia abbiamo fatto sostanzialmente un iPhone ( ride, ndr)… poi dentro questi libri, come è giusto, ci sono contenuti alti e importanti».”

“…coerentemente con le regole del Game”…!?

Prima o poi lo spiegherà, per forza… Dunque procediamo:

“Così tra gli esercizi per i ragazzi c’è anche scrivere uno stato di Facebook o il messaggio WhatsApp perfetto.

«Certo. Così come c’è il classico riassunto o il test di comprensione. Ma il punto è che un esercizio deve essere veloce e non stupidamente oscuro. Sono i concetti alla base del Game.»” (…)

“I concetti alla base del Game”…

Ancora niente.

“Dice che è arduo immedesimarsi in Renzo e Lucia, eh?

« Beh, sì. Tranne quando incontri l’insegnante pazzesco, quello che riesce sempre e comunque a farti capire che ciò che leggi ti riguarda». All’inizio dei testi è indicato il tempo di lettura, nella teoria abbondano engagement e discorso diretto rivolto allo studente. «Abbiamo avuto l’ossessione di costruire un oggetto che potesse essere usato, che servisse davvero. Anche per questo ho affidato molto della realizzazione delle antologie a persone giovani. Sono loro gli abitanti veri del Game.»” (…)

“Gli abitanti veri del Game”…?

Verrà spiegato forse più avanti:

“Non ci sono brani, solo racconti che iniziano e finiscono.

«È stata una scelta dura, ma fondamentale. Proporre il “brano tratto da” è un modo di fare molto novecentesco, affligge il ragazzo con l’idea che la fatica faccia bene. Se per leggere tre pagine di Maupassant devo prima leggere tutta la storia che contestualizza il brano, e magari poi non so nemmeno come andrà a finire… quanto lavoro devo fare per poter accedere all’esperienza di quelle tre pagine? Se ne può fare a meno, come oggi facciamo a meno del filo del telefono. Meglio un altro tragitto, come nei device del Game: leggere cose che hanno un inizio, uno sviluppo e una fine. (…)

I “device del Game”…?

Ultime righe, ormai:

Su ” Robinson” di qualche settimana fa titolammo il suo dialogo con Ian McEwan “Intellettuali buttatevi nel Game”. E se titolassimo questa intervista “Professori buttatevi nel Game”?

«Direi che sarebbe un ottimo titolo, ne sarei contentissimo. In fondo questo è quello che volevamo fare, e abbiamo fatto».

A proposito, ma perché l’avete chiamata “La seconda luna”?

«Perché forse le storie che tutti leggiamo, scriviamo o raccontiamo non sono che una seconda luna, inventata da noi umani per sconfiggere il buio nelle notti di tempesta». 

Così finisce l’intervista, senza spiegare nulla sul “Game”.

Giuseppe Pontiggia, nel magistrale ciclo di venticinque Conversazioni sullo scrivere per il programma Dentro la sera di RAI-Radio (poi pubblicato nel 2016 col titolo Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere da Belleville Editore), nella conversazione 8 ha detto:

«… l’uso del linguaggio settoriale o specialistico, da un punto di vista espressivo, dovrebbe essere evitato, eluso tutte le volte che è possibile. (…) il linguaggio specialistico nasce, appunto, dall’accordo di un gruppo circoscritto di persone circa il significato di certe parole. Ma non è la strada maestra, è una scorciatoia del pensare. (…) Ricordo d’aver fatto una conferenza a Milano, anni fa, in cui parlavo delle forme del linguaggio autoritario e vedevo nell’uso del gergo per esempio medico o per esempio tecnico, scientifico in certi casi, una delle forme del linguaggio autoritario.»

Giulio Ferroni, nel suo saggio “Profondità di superficie” contenuto in “Sul banco dei cattivi – A proposito di Baricco e di altri scrittori alla moda (Donzelli, 2006) scrive: «Al suo lettore Baricco garantisce che è possibile trarre alla luce ciò che è difficile, complicato, insondabile, che l’intrico dei linguaggi della comunicazione può essere  catturato senza sofferenze, ma come giocando e conversando, come scambiandosi delle battute con il vicino di poltrona nell’intervallo dello spettacolo. (…) In questa sua funzione di rivelatore della profondità, di maieuta che mostra come ciò che è difficile possa in definitiva risultare facile, lo scrittore afferma tutto il proprio prestigio spettacolare, l’eccezionalità della propria posizione. (…)

Egli vi dice che che il banale è essenziale, che la mediocrità è distinzione, che il facile è difficile, e per converso che l’essenziale è banale, che la distinzione è mediocrità, che il difficile è facile: ma, nel modo in cui ve lo dice, nel percorso attraverso cui giunge a rivelarvelo, sancisce continuamente il proprio essere dalla parte di un’essenzialità, di una distinzione, di una difficoltà, di qualcosa che comunque resta inafferrabile e segreto, che dovete considerare di sua suprema competenza, dono esclusivo del suo essere artista (…)

Un singolare nichilismo buonista e mediatico, narcisistico e combinatorio, quello di Baricco, che ha tanto successo perché va incontro alla brama di illusione, di proiezione estetica facile e “dolce”, di spettacolo leggero ed evanescente, di progressismo senza distinzione e senza contraddizione, della buona coscienza culturale contemporanea. Abbiamo bisogno di tessuti diversi

A proposito di auto-referenzialità. Ci credereste? Alessandro Baricco ha appena pubblicato un libro dal titolo The Game – (Einaudi Stile Libero Big, 2018).  La prossima volta che vi imbattete in un’intervista con Alessandro Baricco, perciò, prima comprate il libro appena pubblicato, leggete prima il libro poi l’intervista. Come si vede, lui lo dà per scontato. L’arroganza intellettuale è la premessa necessaria (e forse sufficiente) del linguaggio narcisistico e autoritario.

In testata: M.C. Escher, Mani che disegnano – Litografia, 1948. L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)