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Conformismo e merito

1) DIRITTI. Il 26 agosto 1789, ventidue giorni dopo l’abolizione dei privilegi dell’aristocrazia in Francia, venne emanata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. L’articolo 6 della dichiarazione afferma che “Tutti i cittadini, essendo uguali agli occhi della legge, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici, secondo la loro capacità e senz’altra distinzione che quelle delle loro virtù e dei loro talenti. La “capacità”, le “virtù” e i “talenti” sono posti alla base di una nuova gerarchia sociale. La meritocrazia prende il posto di nascita, ricchezza o relazioni sociali nell’attribuzione del potere, che ora ha un legame diretto con il merito personale. Respingendo la vecchia società di classe, spostandoci verso l’ideale meritocratico, abbiamo creduto di eliminare ogni traccia delle gerarchie del passato.

2) MERITOCRAZIA. Michel Young, considerato uno dei più importanti sociologi del novecento, aveva capito che le cose nella realtà non vanno esattamente così. «Young sentiva che le gerarchie di classe avrebbero resistito alle riforme che voleva realizzare. Spiegò in che modo nel suo secondo best seller, L’avvento della meritocrazia, un’opera satirica pubblicata nel 1958. Come molti altri fenomeni, la meritocrazia deve il suo nome a un avversario. Il libro di Young si presentava come un testo scritto nel 2033, in cui uno storico analizzava la nuova società britannica sorta nei decenni precedenti. In quel lontano futuro soldi e autorità si guadagnavano, non si ereditavano. La nuova classe dirigente era determinata dalla formula “quoziente d’intelligenza (qi) + sforzo = merito“. La democrazia avrebbe ceduto il passo al governo dei più intelligenti, “non un’aristocrazia della nascita, non una plutocrazia della ricchezza, ma una vera meritocrazia del talento”. Era la prima volta che la parola “meritocrazia” si leggeva stampata su una pagina, e il libro vole va mostrare  come sarebbe stata una società costruita su questo principio. (…)

Uno dei primi intoppi del sistema è che “quasi tutti i genitori proveranno a favorire in modo sleale i figli”. E in una situazione di disparità dei redditi, è proprio una delle cose che i soldi permettono di fare. Se le condizioni economiche dei genitori contribuiscono a determinare i compensi dei figli, non siamo più in una società basata sulla formula “qi + sforzo = merito” Come sappiamo, i timori di Young erano fondati. (…) In poche parole, uno dei modi migliori per conquistare un posto tra chi ha più soldi, potere e privilegi è partire da lì. (…) Quelli che dovevano essere meccanismi di mobilità erano diventati fortezze di privilegi». (Kwame Anthony Appiah – “Contro la meritocrazia”, Internazionale n. 1286)

Per Michael Young, autore de L’avvento della meritocrazia, ripubblicato recentemente dalle Edizioni di Comunità (pp. 232, euro 15), la meritocrazia è un regime totalitario dove la posizione di un individuo viene determinata in base ai test di intelligenza somministrati dalla scuola elementare in poi e dove la ricchezza e il potere vengono distribuiti da una casta di «meritocrati» ancora più opprimente e arrogante delle oligarchie che oggi sfruttano privilegi nepotistici o espropriano la ricchezza comune con la corruzione e criminalità. (…)

Per Young la meritocrazia è sinonimo di un potere arbitrario in un sistema che tende ad autodistruggersi. Lo Stato moderno è incapace, almeno quanto lo è il mercato, di determinare un’equa redistribuzione delle competenze e dei meriti. Più che un sistema efficiente, la meritocrazia indica l’attitudine di una classe dominante che rende i suoi esponenti impermeabili ad ogni critica o a slanci verso una redistribuzione sociale che non sia quella imposta dall’interesse di classe. Una tesi sostenuta da Young in un articolo pubblicato sul Guardian nel 2001, intitolato «Abbasso la meritocrazia». Facendo i conti con Blair, Young sostenne che la meritocrazia non serve a migliorare le prestazioni di un sistema, ma semmai a peggiorarle in una burocrazia kafkiana. Essa afferma il senso di superiorità basato sul privilegio della proprietà, sulle rendite di posizione e sulla centralità acritica e indiscutibile dell’impresa.

La meritocrazia serve «ad alimentare un business che va di moda – scrive Young – Se i meritocrati credono che il loro avanzamento dipende da ciò che gli spetta, si convinceranno che meritano qualsiasi cosa possono avere». «I nuovi arrivati oggi possono davvero credere di avere la moralità dalla propria parte».” (da ilmanifesto.it)

3) QUOZIENTE D’INTELLIGENZA (QI). «Sin da quando sono stati elaborati, nel 1912, i test del QI sono molto controversi e sono numerosi gli studi che ne denunciano la mancanza di fondatezza. (…) Quando l’uomo vuole misurare l’intelligenza, infatti, di rado lo fa per scopi umanitari. Si cercò soprattutto di confermare dei pregiudizi razziali, di giustificare il dominio della classe borghese sul proletariato e di dimostrare l’ereditarietà dell’idiozia.

Questi test che pretendono di essere rigorosamente scientifici sono in realtà molto soggettivi. Il termine QI in origine indicava il quoziente tra l’età mentale e quella biologica moltiplicato per 100. (…) Per di più, i test del QI non prendono in considerazione il livello sociale né la cultura dell’individuo. Per esiste un’innegabile correlazione tra il punteggio ottenuto e il livello socio-professionale della persona. Ciò può essere spiegato dal fatto che questi test misurano solo la capacità di effettuare alcune attività intellettive più diffuse negli ambienti privilegiati che nelle classi popolari. Lo stesso vale per il lessico, che penalizza inevitabilmente il QI verbale dei proletari. Infine, il carattere scolastico del test si addice meglio a chi a chi proviene da famiglie elitarie, più allenato a questo tipo di prestazione.

Allora che cosa misurano? L’innegabile abilità delle classi socio-professionalmente privilegiate nelle svolgere alcuni compiti intellettivi mirati. Appare pertanto evidente che i risultati ottenuti sono del tutto artificiali. I test del QI sono concepiti in modo tale che i risultati si distribuiscano simmetrici attorno al numero 100, che è la media, in un grafico a forma di campana chiamato “curva di Gauss”.

Il 95,44% della popolazione ha un QI compreso tra 7 e 13. Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 13 e 145. Il 2,14% della popolazione ha un QI compreso tra 55 e 7. Quindi in una data popolazione ci sarebbe esattamente lo stesso numero di idioti e di geni. Che straordinario equilibrio! Se i risultati dei test del QI si inseriscono così armoniosamente nella curva di Gauss è perché sono studiati per farlo. (…) E poi che cosa vuol dire essere intelligenti? Significa essere portati per qualcosa in particolare? Per gli studi, la musica, gli affari? Come viene valutata l’intelligenza del cuore e il QE (quoziente emotivo)? Che cosa dovremmo pensare di un intellettuale brillante ma freddo ed egoista? E una madre di famiglia semplice ma istintiva e piena di buonsenso?

In questi ultimi anni la necessità di uscire dal concetto di QI e di chiarire meglio l’intelligenza ha prodotto nuove definizioni. Nel 198 Robert Sternberg ha proposto di distinguere tre aspetti dell’intelligenza: analitico, creativo e pratico; secondo lui, la conoscenza e la gestione delle proprie forze e debolezze in questi tre settori porterebbe all’intelligenza di successo. Nel 1983, Howard Gardner ha distinto otto manifestazioni d’intelligenza: linguistica, logico-matematica, musicale, corporeo-cinestetica, spaziale, interpersonale, intrapersonale e naturalistica. Ma a queste categorie potrebbero aggiungersene altre, tanto l’intelligenza è un concetto vasto e complesso». (Christel Petitcollin – Il potere nascosto degli ipersensibili,  Sperling & Kupfer – Pickwick, 2017)

4) CONFORMISMO. “Il conformista” è un romanzo di Alberto Moravia, pubblicato per la prima volta nel 1951. Nel 1970 ne è stato tratto un film omonimo diretto da Bernardo Bertolucci. (nel film sono state apportate importanti modifiche di trama; paradossalmente, l’immagine riportata nella copertina dell’edizione Bompiani 2018 non corrisponde al testo originale ma ad una variazione dell’adattamento cinematografico ). «Il romanzo, pubblicato nel 1951, è il ritratto di un personaggio e di un atteggiamento morale caratteristici del nostro tempo: il conformista e il conformismo. L’eroe contemporaneo, secondo Moravia, è l’uomo che vuole confondersi, essere uguale a tutti. Ma, in tutti i tempi, l’ingresso in società comporta un prezzo molto alto da pagare, soprattutto in termini di libertà individuale. Storia di un viaggio di nozze a Parigi e di un delitto di stato, biografia di un uomo e descrizione di un’epoca e di una società, l’opera è però più che altro la storia di un prezzo pagato da un conformista moderno per ottenere di entrare a far parte di una società inesistente, e nell’affrontare il grande tema del rapporto tra uomo e società si propone come uno dei lavori più coraggiosi e attuali dello scrittore romano.» (dalle note di copertina)

«… un desiderio di normalità; una volontà di adeguazione ad una regola riconosciuta e generale; una voglia di essere simile a tutti gli altri dal momento che essere diverso voleva dire essere colpevole. (…) Ancora una volta era la normalità che l’attraeva; e tanto più in quanto gli si rivelava non casuale né affidata alle preferenze e alle inclinazioni naturali dell’animo, bensì prestabilita, imparziale, indifferente ai gusti individuali, limitata e sorretta da regole indiscutibili e tutte rivolte a un fine unico. (…) «Come sei strano» dice Giulia, (la futura moglie di Marcello il protagonista del romanzo) «tutti vorrebbero essere diversi da tutti… e tu invece si direbbe che ci tieni ad essere come tutti.» (…) Era poi veramente buono? o non era piuttosto ciò che Giulia e sua madre chiamavano bontà, la sua anormalità, ossia quel suo distacco, quella sua assenza dalla vita comune? Gli uomini normali non erano buoni, pensò ancora, perché la normalità veniva sempre pagata, consapevolmente o no, a caro prezzo, con complicità varie ma tutte negative, di insensibilità, di stupidità di viltà quando non addirittura di criminalità». (Alberto Moravia – Il conformista, Bompiani 2018)

CONCLUSIONI. Di fatto, il valore del quoziente d’intelligenza (quello ufficialmente riconosciuto, il cosiddetto QI) cresce di parecchio grazie al conformismo sociale. Il merito personale cresce poi di conseguenza, secondo la scontata (e altrettanto riconosciuta) equazione: quoziente d’intelligenza+ sforzo = merito. Su che cosa poi significhi essere intelligenti, non è davvero il caso di ragionare troppo. Molto meglio allinearsi il più rapidamente possibile; i conseguenti vantaggi  non tarderanno a manifestarsi.

Oppure no?

Il brano “Il conformista” di Giorgio Gaber è contenuto nell’album “Un’idiozia conquistata a fatica” (1997/1998 – 1998/1999 – 1999/2000)

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Creatività o ripiegamento

UNO. Giuseppe Pontiggia scrive: «…la prospettiva oggi dominante, quella della “creatività”, la trovo un po’ fatua, un po’ futile. Sposta l’accento, insomma, dall’oggetto al soggetto, sposta l’attenzione dalla cosa a colui che la fa. (…) Io non penso che sia importante la creatività come capacità di inventare, escogitare trovate, soluzioni brillanti. […] L’importante non è la capacità un po’ fine a se stessa, narcisistica, di cui uno si può compiacere, perché effettivamente dà una sensazione di leggerezza, di levità, appunto, di inventività; di cui non nego in un certo senso il piacere, però l’importante è la cosa che si fa, è l’oggetto a cui si dà vita. Non spostare l’attenzione su chi crea, ma sull’oggetto che è il frutto del suo lavoro. Questo lavoro, tra l’altro, può essere pagato a prezzo durissimo. (…)

L’atteggiamento che suggerirei è quello di una concentrazione  fiduciosa su se stessi, nel senso di attingere a se stessi per arrivare a dire quello che solamente chi scrive può dire. Un’altra cosa, che si collega a questa, è che l’originalità non va cercata, secondo me, in modi artificiosi, forati, voluti. Dev’essere il frutto spontaneo di un lavoro serio. Quando uno lavora con continuità, con precisione, con accanimento, alla fine non potrà che esprimere una personalità individuale. Non deve porselo come obiettivo a tutti i costi;…» Giuseppe Pontiggia: Conversazioni sullo scrivere –  Belleville Editore, 2016

DUE. «Helen è una persona essenziale per il quartiere. Il motivo per cui è essenziale lo riassumerei così: “Dà alla gente quello che la gente non sa di di volere”. Una categoria importante. Ben diversa dal concetto reso popolare da Rupert Murdoch: “Dare alla gente quello che vuole”. Ormai la versione  murdochiana di ci che è bene per la società la conosciamo tutti: ci viene imposta da trent’anni. La versione di Helen è diversa, e viene necessariamente applicata su scala minore. Helen dà agli abitanti di Willesden quello che non sapevano di volere. Libri intelligenti, libri strani, libri sul paese da cui provengono, o su quello in cui si trovano. Libri per bambini con dentro bambini che assomigliano almeno un poco ai bambini che li stanno leggendo. Libri militanti. Libri classici. Libri strampalati. Helen legge tantissimo, sa dare consigli. Se siete fortunati, avete anche voi una Helen in una libreria dalle vostre parti e capite di cosa sto parlando. (…)

A mio parere, un vero “Creativo” non dovrebbe accontentarsi di soddisfare un domanda preesistente, ma dovrebbe modificare  la nostra idea di ciò che desideriamo. Un’opera d’arte forma il pubblico che le è necessario, crea un gusto per sé stessa. In questo senso, al cuore della creatività si trova un rifiuto. Perché un’opera veramente creativa evita sempre di vedere il mondo come lo vedono gli altri, come viene generalmente descritto. Rifiuta le opinioni convenzionali e generiche: “rinnova”.

(…) …c’è una cosa molto importante che l’era digitale può insegnare ai giovani Creativi: la mancanza di sentimentalismo. La passione per il nuovo. La tecnologia è fondamentalmente priva di nostalgia, e i giovani che vogliono essere creativi farebbero bene a a coltivare questo istinto. Nella mia esperienza di artista, lottare contro la nostalgia è un lavoro a tempo pieno.

(…) E se la cosa più creativa da fare in questo momento fosse rifiutare? Dimostrarci scontenti di introdurre le nostre energie nel meccanismo ben oliato dell’ordine attuale? Immaginare un mondo diverso appare oggi come un dovere creativo, e dovunque si guardi sembra prendere piede un principio di rifiuto». (Zadie Smith: Feel free –  Edizioni SUR, 2018)

TRE. «La democrazia si basa sul principio di Abramo Lincoln secondo cui “potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo”. Se un governo è corrotto e fallisce nel migliorare le vite dei cittadini, una quantità sufficiente di cittadini alla fine se ne renderà conto e lo farà cadere. Ma il controllo governativo dei media mette in crisi la logica di Lincoln, poiché impedisce ai cittadini di comprendere la verità. Grazie al suo monopolio sui media, l’oligarchia al potere può costantemente rimproverare gli altri di tutti i suoi fallimenti  deviare l’attenzione verso minacce esterne, reali o immaginarie che siano.

Quando vivete sotto un’oligarchia del genere, c’è sempre qualche crisi o altro evento che diventa prioritario rispetto a questioni noiose come l’assistenza sanitaria e l’inquinamento. Se la nazione sta affrontando un’invasione da parte dei nemici esterni o un diabolico tentativo di sovversione dall’interno, chi ha il tempo di preoccuparsi dell’affollamento delle strutture sanitarie e dei fiumi inquinati? Producendo un flusso continuo di crisi, un’oligarchia corrotta può prolungare il suo dominio all’infinito. (…)

La ricerca si concentra su sullo sviluppo delle nostre abilità in particolare alle esigenze immediate del sistema economico e politico, piuttosto che di quelle legate alle nostre esigenze di lungo termine come esseri consapevoli (…) In questo gli esseri umani sono simili a tanti animali domestici. Abbiamo allevato docili mucche che producono notevoli quantità di latte, ma per il resto sono di gran lunga inferiori alle loro antenate selvatiche. Sono meno agili, meno curiose e meno intraprendenti. Stiamo creando esseri umani mansueti, che producono enormi quantità di dati e funzionano come chip molto efficienti in una gigantesca rete di calcolo, ma queste mucche-da- dati non sono capaci di coltivare il loro potenziale umano. Infatti non abbiamo idea di quale sia il massimo potenziale del nostro cervello, perché sappiamo così poco della mente. (…)

Nel XXI secolo le nazioni si trovano nella stessa situazione delle antiche tribù: hanno cessato di essere la giusta struttura per gestire le sfide più impegnative di questa epoca. Abbiamo bisogno di una nuova identità globale, perché le istituzioni nazionali non sono in grado di affrontare e risolvere una serie di situazioni difficili mai verificatesi prima. Ora abbiamo un’ecologia globale, un’economia globale e una scienza globale – ma siamo ancora bloccati con le sole politiche nazionali. Questa disparità impedisce al sistema politico di contrastare con efficacia i nostri problemi principali. Per avere politiche adeguate dobbiamo o de-globalizzare l’ecologia, l’economia e il progresso della scienza – oppure dobbiamo globalizzare la politica». (Yuval Noah Harari: 21 lezioni per il XXI secolo – Bompiani, 2018)

Concludendo. «Il potere economico-finanziario ha  da tempo preso il sopravvento su quello politico. Con il crollo del Muro di Berlino e la caduta del modello sovietico, all’economia di mercato si aprirono spazi enormi. Proprio l’esito incruento del conflitto Est-Ovest evidenziava il ruolo decisivo assunto dall’economia nelle società moderne e imponeva la priorità, il primato dei temi economici nelle scelte dei governi. Nell’89 le forze economiche acquistarono un’influenza decisiva. Ottennero, per così dire, un via libera nel determinare gli orientamenti delle amministrazioni, sostituendosi ai governi. Si verificò quasi una delega da parte dei governi ai manager delle maggiori corporationi. Il capitalismo, si è così trasformato in «turbocapitalismo» o «globalizzazione selvaggia». L’esito disastroso del capitalismo selvaggio si è manifestato con il collasso della Lehman Brothers nel 2008 e, a cascata, con la crisi che ne è derivata. Ne è stato investito tutto il mondo. Ma i Paesi occidentali ne hanno risentito più di altri. 

L’allarme si aggrava in ragione degli effetti corrosivi che la crisi ha prodotto nelle democrazie occidentali, con veri e propri sconvolgimenti che si stanno producendo nella società. Nel ventennio 1989-2008 è emersa non solo una mutazione genetica del modello economico, ma anche una concezione distorta dell’impresa, basata sulla ricerca esasperata dei profitti. Funzionale alla ricerca smodata dei profitti è stato il processo incontrollato di finanziarizzazione: nella sola area euro, le risorse finanziarie raccolte dal settore privato aumentarono dal 160% del Pil nel 1996 al 240% nel 2007. Nel frattempo si è bloccata la mobilità sociale e si sono radicalizzate le disuguaglianze. Di conseguenza oggi assistiamo alla rivolta delle popolazioni contro le élites a cui avevano affidato il compito di rappresentarle. Si stanno imponendo ideologie e governi di stampo sovranista che contrastano la globalizzazione in nome di un principio: privilegiare gli interessi nazionali o delle aree economiche e politiche a cui appartengono.

Ma fronteggiare da soli i problemi è puro velleitarismo. La globalizzazione, ci piaccia o meno,  è un fenomeno irreversibile, anche per effetto delle applicazioni tecnologiche. L’occidente ha perso la capacità di visione che dimostrarono gli Stati Uniti e i padri fondatori dell’Unione Europea alla fine della seconda guerra mondiale: cioè quell’intelligenza creativa, quella genialità di progettare il futuro, da cui sono nate le grandi realizzazioni della storia occidentale. Il male più insidioso che mina il tessuto sociale dei nostri Paesi è l’egoismo dell’hic et nunc; l’illusione del presente: ciò che conta è la velocità con cui si ottengono risultati e beni materiali. 

La sparizione di ideali e progetti collettivi, cioè politici e sociali, ha prodotto un ripiegamento nella sfera degli interessi individuali e privati. Se l’occidente non ritroverà lo spirito creativo di un tempo, verrà emarginato. Se invece ritroverà quello spirito tutto sarà ancora possibile». (Giovanni Bazoli – dalla Lectio Cathedrae Magistralis della facoltà di Scienze politiche e sociali dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, 4 dicembre 2018 – Corriere della Sera, 8 dicembre 2018)

Nella seconda immagine dall’alto: ritratto di Salvador Dalì (1904- 1989) – Nell’immagine qui sopra: il murales di BanksyDreams” –   L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

Auto-referenzialità

Il settimanale culturale della domenica di Repubblica, “Robinson“, il 25 novembre scorso ha pubblicata una “Intervista con Alessandro Baricco di Marco Bracconi” dal titolo Il mio manuale per i giovani Holden. L’intervista inizia così:

Le mie antologie quando andavo a scuola? Non mi piacevano per niente. I docenti erano bravi, ma i testi su cui ci facevano lavorare erano molto arretrati. Pensi che in primo liceo avevo un professore che aveva scritto una letteratura greca, ed era un insegnante fantastico; malgrado ciò il suo libro era illeggibile. Anche per questo, quando Zanichelli mi ha cercato, mi sono buttato in questa avventura».  La seconda luna, progetto di antologie e manuali letterari della Scuola Holden per il biennio delle superiori, è un’avventura che inizia sul palco bolognese di Repubblica delle idee nel 2016, quando Alessandro Baricco si lancia in un’intemerata contro i testi scolastici. Passa qualche giorno e dalla Zanichelli parte la telefonata: “Caro Alessandro, perché allora non ne fai una tu?” (…)

Tutto chiaro, e siamo d’accordo: le antologie scolastiche molto spesso sono scostanti, a volte addirittura  illeggibili; rischiano di intimorire i giovani studenti anziché affascinarli e avvicinarli alla letteratura. Perciò Baricco – viene da pensare – ci spiegherà ora nel modo più chiaro quali sono  i principi a cui si è attenuto nella redazione del suo nuovo manuale. Continuiamo fiduciosi a leggere:

Nemmeno due anni dopo ne escono Leggere 1 e 2, Scrivere e Narrare, quattro volumi dall’approccio innovativo « come dev’essere ai tempi del Game », spiega Baricco seduto alla scrivania di preside sulla quale, tra una traduzione di Seta in coreano e un album illustrato di Pinocchio, stanno appoggiate un paio di copie del suo ultimo libro dedicato al mondo di internet. « È pensando agli abitanti del Game che è nata la netta divisione tra parte antologica e teoria letteraria, ed è sempre pensando a loro che abbiamo strutturato esercizi ibridati con l’ambiente dei social network, deciso di inserire solo racconti che iniziano e finiscono e fatto scelte molto poco tradizionali, dove puoi trovare David Foster Wallace o Dave Eggers accanto a Maupassant e Umberto Saba». (…)

Ci domandiamo: “…i tempi del Game…!? …gli abitanti del Game…?!

Baricco  ci spiegherà senz’altro… quindi continuiamo:

“Perché avete scelto di separare i testi letterari dalla teoria?

«Lo dirò in modo semplice: non si interrompe un’emozione. La prima cosa che vedi aprendo La seconda luna è che nelle pagine di antologia non ci sono note ai testi. Meglio non capire cosa significa una parola e andare avanti, perché siamo voluti partire dalla fascinazione e dalla necessità di mantenere teso il filo costruito dallo scrittore. A quel punto i ragazzi hanno una strada davanti a loro e, coerentemente con le regole del Game, questa strada li porta a ordinare il materiale nel modo più facile da usare. Noi gli diciamo con chiarezza: qui stai leggendo, qui stai assumendo informazioni, qui invece stiamo parlando di come si scrive. Altre antologie, peraltro splendide, mettono le tre cose una dentro l’altra, così che mentre leggi devi anche imparare a scrivere e intanto memorizzare le regole di narratologia. Ma questo oggetto ( prende lo smartphone in mano ), non è fatto mica così. Con questo clic!, e si parte. E allora con la nostra antologia abbiamo fatto sostanzialmente un iPhone ( ride, ndr)… poi dentro questi libri, come è giusto, ci sono contenuti alti e importanti».”

“…coerentemente con le regole del Game”…!?

Prima o poi lo spiegherà, per forza… Dunque procediamo:

“Così tra gli esercizi per i ragazzi c’è anche scrivere uno stato di Facebook o il messaggio WhatsApp perfetto.

«Certo. Così come c’è il classico riassunto o il test di comprensione. Ma il punto è che un esercizio deve essere veloce e non stupidamente oscuro. Sono i concetti alla base del Game.»” (…)

“I concetti alla base del Game”…

Ancora niente.

“Dice che è arduo immedesimarsi in Renzo e Lucia, eh?

« Beh, sì. Tranne quando incontri l’insegnante pazzesco, quello che riesce sempre e comunque a farti capire che ciò che leggi ti riguarda». All’inizio dei testi è indicato il tempo di lettura, nella teoria abbondano engagement e discorso diretto rivolto allo studente. «Abbiamo avuto l’ossessione di costruire un oggetto che potesse essere usato, che servisse davvero. Anche per questo ho affidato molto della realizzazione delle antologie a persone giovani. Sono loro gli abitanti veri del Game.»” (…)

“Gli abitanti veri del Game”…?

Verrà spiegato forse più avanti:

“Non ci sono brani, solo racconti che iniziano e finiscono.

«È stata una scelta dura, ma fondamentale. Proporre il “brano tratto da” è un modo di fare molto novecentesco, affligge il ragazzo con l’idea che la fatica faccia bene. Se per leggere tre pagine di Maupassant devo prima leggere tutta la storia che contestualizza il brano, e magari poi non so nemmeno come andrà a finire… quanto lavoro devo fare per poter accedere all’esperienza di quelle tre pagine? Se ne può fare a meno, come oggi facciamo a meno del filo del telefono. Meglio un altro tragitto, come nei device del Game: leggere cose che hanno un inizio, uno sviluppo e una fine. (…)

I “device del Game”…?

Ultime righe, ormai:

Su ” Robinson” di qualche settimana fa titolammo il suo dialogo con Ian McEwan “Intellettuali buttatevi nel Game”. E se titolassimo questa intervista “Professori buttatevi nel Game”?

«Direi che sarebbe un ottimo titolo, ne sarei contentissimo. In fondo questo è quello che volevamo fare, e abbiamo fatto».

A proposito, ma perché l’avete chiamata “La seconda luna”?

«Perché forse le storie che tutti leggiamo, scriviamo o raccontiamo non sono che una seconda luna, inventata da noi umani per sconfiggere il buio nelle notti di tempesta». 

Così finisce l’intervista, senza spiegare nulla sul “Game”.

Giuseppe Pontiggia, nel magistrale ciclo di venticinque Conversazioni sullo scrivere per il programma Dentro la sera di RAI-Radio (poi pubblicato nel 2016 col titolo Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere da Belleville Editore), nella conversazione 8 ha detto:

«… l’uso del linguaggio settoriale o specialistico, da un punto di vista espressivo, dovrebbe essere evitato, eluso tutte le volte che è possibile. (…) il linguaggio specialistico nasce, appunto, dall’accordo di un gruppo circoscritto di persone circa il significato di certe parole. Ma non è la strada maestra, è una scorciatoia del pensare. (…) Ricordo d’aver fatto una conferenza a Milano, anni fa, in cui parlavo delle forme del linguaggio autoritario e vedevo nell’uso del gergo per esempio medico o per esempio tecnico, scientifico in certi casi, una delle forme del linguaggio autoritario.»

Giulio Ferroni, nel suo saggio “Profondità di superficie” contenuto in “Sul banco dei cattivi – A proposito di Baricco e di altri scrittori alla moda (Donzelli, 2006) scrive: «Al suo lettore Baricco garantisce che è possibile trarre alla luce ciò che è difficile, complicato, insondabile, che l’intrico dei linguaggi della comunicazione può essere  catturato senza sofferenze, ma come giocando e conversando, come scambiandosi delle battute con il vicino di poltrona nell’intervallo dello spettacolo. (…) In questa sua funzione di rivelatore della profondità, di maieuta che mostra come ciò che è difficile possa in definitiva risultare facile, lo scrittore afferma tutto il proprio prestigio spettacolare, l’eccezionalità della propria posizione. (…)

Egli vi dice che che il banale è essenziale, che la mediocrità è distinzione, che il facile è difficile, e per converso che l’essenziale è banale, che la distinzione è mediocrità, che il difficile è facile: ma, nel modo in cui ve lo dice, nel percorso attraverso cui giunge a rivelarvelo, sancisce continuamente il proprio essere dalla parte di un’essenzialità, di una distinzione, di una difficoltà, di qualcosa che comunque resta inafferrabile e segreto, che dovete considerare di sua suprema competenza, dono esclusivo del suo essere artista (…)

Un singolare nichilismo buonista e mediatico, narcisistico e combinatorio, quello di Baricco, che ha tanto successo perché va incontro alla brama di illusione, di proiezione estetica facile e “dolce”, di spettacolo leggero ed evanescente, di progressismo senza distinzione e senza contraddizione, della buona coscienza culturale contemporanea. Abbiamo bisogno di tessuti diversi

A proposito di auto-referenzialità. Ci credereste? Alessandro Baricco ha appena pubblicato un libro dal titolo The Game – (Einaudi Stile Libero Big, 2018).  La prossima volta che vi imbattete in un’intervista con Alessandro Baricco, perciò, prima comprate il libro appena pubblicato, leggete prima il libro poi l’intervista. Come si vede, lui lo dà per scontato. L’arroganza intellettuale è la premessa necessaria (e forse sufficiente) del linguaggio narcisistico e autoritario.

In testata: M.C. Escher, Mani che disegnano – Litografia, 1948. L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

 

L’assurdo e il mistero

1) Enzo Bianchi è un saggista italiano, monaco laico, fondatore della Comunità monastica di Bose, a Magnano, della quale è stato anche priore dalla fondazione fino al gennaio 2017. Su “Repubblica” del 10 novembre scorso è uscito un articolo-intervista di Silvia Ronchey su Enzo Bianchi che si conclude con  due  importanti domande:

Che cos’è la religiosità?

«Oggi è molto cambiata e c’è il rischio di una religiosità che si confini in una specie di deismo spirituale e psichico teso al proprio benessere interiore, individualistico. E’ una nebulosa temibile perché scompaiono l’orizzonte sociale, la solidarietà, il destino comune. Resta soltanto l’idolo del benessere, del bien- être avec soi- même [benessere con se stessi, N.d.R.], e noi vogliamo contrastarlo».

E cos’è la laicità?

«È mutevole. Oggi siamo molto distanti dai tentativi di religione civile fatti alla fine del secolo scorso anche dalla chiesa italiana. Ma vorrei che questa laicità si arricchisse e non si spegnesse in quella forma di agnosticismo che tende al niente, alla nientità, al nichilismo. Quello che noi vogliamo dal dialogo coi laici è la costruzione della polis, di una polis in cui ci siano davvero fraternità, uguaglianza, giustizia».

Ronchey ha posto due importanti domande,  Bianchi ha dato due rilevanti risposte. Risposte che mettono in rilievo come ogni posizione (ogni idea o convinzione) comporti sempre un grosso rischio: lo sterile ripiegamento nel proprio io. Nell’articolo viene  poi evidenziato l’oggettivo paradosso di una “fase storica [l’attuale, N.d.R.] in cui la politica ha perso la sua capacità di coinvolgere le masse” in cui  “la sua ala progressista chiede sempre più spesso aiuto alla chiesa per grandi problemi come l’immigrazione.”

2) Il vescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, ha scritto: «Siamo tutti come bambini che non capiscono e continuiamo a porci (e non dobbiamo vergognarcene) davanti al mistero della vita le domande dell’inizio, a volte senza tante risposte in più, spesso con solo una maggiore amara consapevolezza. Quando ero parroco venne un ragazzo che stava per ricevere la Cresima e che mi disse con rabbia che non l’avrebbe più fatta, colpito dalla notizia del terremoto di Haiti: «Se Dio permette che tanti poveri muoiano per un terremoto o non è onnipotente e quindi non è Dio oppure è un Dio che rifiuto perché fa soffrire così uomini che non hanno colpa».  (…)

Il Cardinale Biffi diceva: “L’enigma del soffrire umano si comprende. Ma si comprende oggettivamente, in se stesso, sul piano dell’essere; io, soggettivamente, non lo comprendo, e, illuminato da una luce così alta, resto all’oscuro. E mi confermo nella convinzione che siamo chiamati a scegliere tra l’assurdo e il mistero; tra il non-senso e il suicidio della ragione, e la resa a una verità che penosamente ci oltrepassa e ci precede”. Il mio desiderio è che insieme, tutti, al di là della fede, cercassimo di stare dalla parte dell’umanità, di non fare morire mai la pietà e che questa non sia mai ridotta a buonismo, irrisa da sconsiderate semplificazioni o ridotta a scontro ideologico. Vorrei non dimenticassimo le lacrime di chiunque e che sono tutte uguali.»

3) A ottobre scorso era trascorso  un secolo esatto dall’uscita del primo volume del Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler.

«…Ma se volete godere della vertigine provocata dal sapere di essere sull’orlo di un collasso di civiltà, il mio consiglio è quello di tornare a leggere La montagna incantata di Thomas Mann, scritto più o meno nello stesso periodo del libro di Spengler: dopo la prima guerra mondiale. La buona letteratura spesso esprime in modo più lucido ciò che i filosofi o i teorici sociali intravedono più tardi. (…)  Che cosa potremmo recuperare da quella narrazione che ci sia utile per descrivere ciò che ora ci affligge? Nessuno ignora che stiamo provando quella stessa inquietudine per il venire meno di conquiste che un tempo consideravamo consolidate.

Forse è proprio qui, nella verifica della perdita della nostra identità comune, che sorge quest’ansia. Questa era anche la tesi di Mann: la convinzione che il processo di civilizzazione fosse entrato in collisione con gli ingredienti della cultura profonda, con il mondo in cui si forgia la nostra identità originaria, ma anche con quello della disciplina, della gerarchia, delle fonti dell’autorità e dell’io.

Questo scontro tra due dimensioni fino ad allora immaginate come compatibili si riflette nei dialoghi tra i personaggi di Settembrini e Naphta. Il primo è il tipo ideale del razionalista illuminista, che crede nel progresso tecnologico: è cosmopolita, democratico, repubblicano, individualista; confida in uno Stato universale e laico e nel controllo della natura attraverso la scienza. Naphta, invece, è l’epitome dell’autoritarismo e dell’irrazionalismo politico; si oppone a tutto: al mercato, al capitalismo; è al tempo stesso il rappresentante della reazione e della rivoluzione proletaria, religioso e rivoluzionario marxista e, quindi, dogmatico a partita doppia. Aspira all’annullamento dell’individualità in nome di impulsi millenaristici. Ed è nazional-statalista. La storia mostra che, in questo gioco di antagonismi, i Naphta finiscono inizialmente col vincere. Come voleva il personaggio, alla fine si è imposta “la comunità mitica attraverso il terrore e la violenza”, tanto quella nazista che quella stalinista». (Fernando Vallespín – la Repubblica 25 settembre 2018)

4) «Cuore di tenebra (Heart of Darkness) è un racconto dello scrittore polacco-britannico Joseph Conrad sulla storia del viaggio per risalire il fiume Congo nel Libero Stato del Congo, al centro dell’Africa, da parte del narratore Charles Marlow. Egli racconta agli amici la sua avventura, a bordo della sua imbarcazione, la Nellie, ancorata in un’ansa del fiume Tamigi, a valle di Londra. Questa ambientazione fornisce la cornice narrativa per raccontare la realtà dei fatti sulla sua ossessione verso il commerciante di avorio Kurtz, che abilita Conrad a tracciare un parallelismo tra Londra e l’Africa come luoghi d’oscurità. Nell’opera dell’autore è centrale l’idea che ci sia poca differenza tra i popoli civilizzati e quelli cosiddetti selvaggi, avanzando questioni sull’imperialismo e il razzismo. »

«Heart of Darkness mostra che l’alterità del primitivo è precisamente la “nostra” alterità – dove quel “nostra” indica, con qualche esitazione, una comunità eurocentrica civilizzata. Come suggerisce il titolo, si tratta di una diretta inversione dell’universalismo illuministico, che assume che tutti gli esseri umani siano uguali nella misura siano guidati dalla luce della ragione e non oltre. La valorizzazione della ragione e della civiltà occidentale diventa per Conrad una scusa per rapacità, distruttività e, paradossalmente, il ritorno dell’irrazionalità, dato che permette agli uomini di pensarsi dèi (…) in ultimo, il testo presenta un luogo della società che è protetto dalle proprie verità: Marlow, che sa bene che l’illuminismo è una forma di barbarie, che l’altro dell’Occidente è l’Occidente stesso, proteggerà le donne occidentali da quella verità mentendo loro. “Che orrore, che orrore”, le ultime parole di Kurtz, non saranno infatti mai riferite alla sua fidanzata: essa continua a credere che sia morto col proprio nome sulle labbra. Ma qui c’è una sorpresa: i valori di lei, che esigono protezione dalla verità sono anch’essi l’orrore e fanno così della menzogna di Marlow una verità». (Francesco Binni)

Concludendo) Laici o religiosi, populisti o meno, la vera sfida consiste nel tentare di restare dalla parte dell’umanità. Fino a qualche tempo fa, sembrava anche troppo facile. Forse proprio per questo abbiamo fatto l’errore di abbassare troppo la guardia, di dare tutto per scontato. La realtà è invece  che proprio gli uomini che tendono a pensarsi déi – a non scegliere tra l’assurdo e il mistero – tendono invece senza riflettere al ritorno delle nostre origini selvagge e del relativo orrore: Ma «Che orrore! che orrore!»

Qui sopra: uno spezzone dall’inizio di Apocalypse Now – film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola, liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra

In testata: Henri Rousseau: Il sogno, (1910) Museum of Modern Art di New York

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)

 

Preferirei di no

1) “In Velocità astratta+ rumoreBalla dipinge parti di cielo, frammenti di forme e segni incrociati che evocano il veloce passaggio dell’automobile. Il rumore è infatti rappresentato dall’infittirsi di segni e dal moltiplicarsi dei piani di rappresentazione. In alto poi si percepiscono frammenti di cielo nei quali sono collocati segni più scuri. Il paesaggio inoltre è rappresentato dalle due linee ondulate e dal verde. La parte in rosso infine rappresenta l’automobile in corsa che sfrecciando frantuma il paesaggio e si integra con esso. (da analisidellopera.it)

2) Nella nota introduttiva dell’autrice all’edizione 2012 del suo The Highly Sensitive Persons (Persone Altamente Sensibili. Come stare in equilibrio quando il mondo ti travolge – Mondadori, 2018), Elaine Aron scrive: «…ora esiste una semplice, ma completa descrizione di questo tratto, riassunta nell’acronimo DOES, che ne esprime bene i vari aspetti. D indica la profondità (depht) dell’elaborazione; infatti la nostra caratteristica fondamentale è che osserviamo e riflettiamo prima di agire ed elaboriamo maggiormente ogni elemento, in modo più o meno consapevole. O sta per la sovrastimolazione (overstimulation) in cui incorriamo facilmente: se prestate maggior attenzione a ogni cosa, vi stancate prima. E sta per l’enfasi (emphasis)delle nostre reazioni emotive e per la forte empatia (empathy) che, tra l’altro, ci aiuta a osservare e a capire. significa essere sensibili ai dettagli (subtleties)».

3) Il giovane scrittore Giacomo Mazzariol ha appena pubblicato il suo secondo libro, Gli squali (Einaudi Stile Libero, 2018).  «Assomigliano agli squali; attenti, però: non sono crudeli. Nuotatori veloci, fulminei nel captare le correnti giuste, fluidi nel branco, pronti a mostrare i denti, abili nel mutare rotta. Hanno vent’anni e sono i ragazzi del nuovo millennio. Non possono stare fermi, altrimenti, come gli squali, muoiono. Perché in realtà sono vulnerabili e nell’oceano delle possibilità rischiano di perdersi, di finire spiaggiati tra incertezze adolescenziali e aspettative adulte. «Sono i miei amici, i miei coetanei», quelli del muretto, quelli dell’università, quelli dell’estate dopo la maturità, dice Giacomo Mazzariol, nato a Castelfranco Veneto, classe 1997, scrittore, sceneggiatore, esponente (fortunato) in tutto e per tutto di questi inediti post-Millennial. Ai quali dedica il suo nuovo romanzo (…)

…un ritratto dolceamaro della generazione dei ventenni. Una storia che racconta la fatica di diventare grandi» (…) «Siamo squali ma non predatori, squali così potenti da riuscire a navigare nel mare delle possibilità, una nuova specie che grazie alla tecnologia pensa di avere il mondo in mano. Puoi fare dieci cose ed essere in dieci posti nello stesso momento, è come avere addosso, sempre, un’energia pazzesca. Ma poi, in questa miriade di stimoli, non sai più qual è la superficie e quale la sostanza».

Con una velocità che toglie il fiato, mentre i suoi amici bruciano l’estate e se ne vanno in Spagna, Max inizia a lavorare e a guadagnare, diventa grande con la nostalgia nel cuore, tocca con mano la freddezza e il cinismo delle ricchissime factory dell’i-Tech. Per ritrovarsi, allora, Max torna indietro, a casa sua, a Magnano, nella lentezza salutare delle cose di sempre. «Volevo spiegare il lato oscuro delle multinazionali digitali, degli algoritmi di YouTube che stanno divorando il tempo degli adolescenti, pilotando i loro desideri. Ma anche la potenza dei ventenni di oggi, tutto il contrario degli sdraiati. Gli squali nuotano tra mille lavori, opportunità, delusioni. Ma nuotano. Non stanno fermi. E ogni tanto capita, come succede a Max, come è successo a me, di incrociare la cosa giusta. Almeno per un po’, perché nulla è definitivo per gli squali, che devono continuare a nuotare, altrimenti muoiono». (dall’articolo di Maria Novella De Luca – la Repubblica 6 novembre 2018)

4) Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street (titolo originale Bartleby the Scrivener: A Story of Wall Street) è un racconto di Herman Melville. Il narratore è il titolare di uno studio legale di Wall Street a New York. Egli svolge “un lavoro discreto fra i titoli, le obbligazioni, le ipoteche di uomini abbienti”, e si descrive come “una persona eminentemente cauta e fidata”. Infatti dice di sé:  «E per cominciare, io sono un uomo che, a partire dalla sua giovinezza, è sempre stato profondamente convinto  che nella vita la via più facile è la migliore.» (dall’edizione Einaudi, 1994)

Il narratore, pur notando [le loro] eccentricità, accetta di buon grado i suoi dipendenti e, con l’ampliarsi dell’attività, decide di assumere un terzo scrivano. Risponde all’annuncio Bartleby, che si presenta in ufficio come una figura “pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida!”. In principio Bartleby esegue diligentemente il lavoro di copista ma si rifiuta di svolgere altri compiti, sconcertando il suo principale con la risposta “preferirei di no” (nell’originale, “I would prefer not to”). Poi smette di lavorare del tutto, fornendo come unica spiegazione la medesima frase.” (da Wikipedia)

5) «Ho letto Guerra e pace in venti minuti. Parla della Russia». All’epoca della famosa battuta di Woody Allen, la fine degli anni Sessanta, l’America era attraversata dall’ossessione per il tempo. Il ricordo di Kennedy che ogni mattina leggeva il New York Times e il Washington Post in dieci minuti, aveva spinto migliaia di studenti e professionisti a iscriversi ai corsi di Evelyn Wood, un’insegnante dello Utah che cercando di migliorare la vita dei suoi allievi, aveva messo a punto una tecnica di lettura per divorare, così diceva, fino a 2700 parole al minuto. In tutti questi anni la febbre della velocità non si è mai spenta, anzi… Il contagio viaggia in Rete e dallo speed reading — 533 milioni di risultati su Google — si è passati allo speed watching. Perché dedicare nove ore e passa alla visione di una stagione del Trono di Spade quando si possono guardare gli episodi a velocità accelerata?

Esistono siti che tengono il conto delle ore spese in serie televisive (Tiiime) e nascono applicazioni che promettono di aiutarci, senza bisogno di manuali, corsi o seminari, a correre su un testo scritto così come facciamo nella vita reale. Il controllo della velocità diventa così il simbolo di un’era in cui la moltiplicazione dei contenuti rende impossibile per qualunque essere umano stare al passo con tutto ciò che viene prodotto: troppa roba, troppo poco tempo, a meno che non si ricorra a qualche trucco.” (di Stefania Parmeggiani – la Repubblica 6 novembre 2018)

Concludendo) Nessun dubbio in proposito, molto meglio Bartleby. Speed reading? Speed whatching? Preferirei di no! Il motivo è molto semplice. Perché  “investire trentadue ore della propria vita su Tolstoj vi permetterà di scoprire che Guerra e Pace parla sì della Russia, ma anche di molto altro.” E quasi sempre è proprio questo altro ad essere più importante di tutto il resto. L’ideale della nostra cultura consiste nell’essere forte come Terminator, stoici come Clint Eastwood o estroversi come Goldie Hawn? Dovrebbero piacerci le luci brillanti, il rumore, le comitive di allegri amici al bar? Pazienza. Per quanto mi riguarda, la risposta è sempre la stessa: preferirei di no!


In testata: Giacomo Balla, Velocità astratta + rumore, 1913–14, olio su tavola, 54,5 x 76,5 cm compresa la cornice dipinta dall’artista. Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Peggy Guggenheim

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare (2018)