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Il futuro rimosso

Ritorno al futuro (Back to the Future) è un film del 1985 diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Michael J. Fox e Christopher Lloyd. Primo episodio della trilogia omonima, è considerato un’icona del cinema degli anni ottanta e ha riscosso un enorme successo a livello internazionale. (da Wikipedia).

Comunque la si pensi politicamente su Matteo Renzi, non si può negare che l’ex Presidente del Consiglio e Sindaco di Firenze, non sia abile a far parlare davvero molto di sé. Per la nona edizione della Leopolda tenutasi nel capoluogo toscano soltanto qualche giorno fa nel fine settimana, visto che il tema era “Ritorno al Futuro”, sul palco dell’evento è stata installata una bellissima riproduzione della macchina del tempo DeLorean della serie cinematografica omonima. E subito su mass media e social, nel bene o nel male non si è parlato d’altro se non del veicolo usato da Emmett “Doc” Brown (Christopher Lloyd) e Marty McFly (Michael J. Fox) per viaggiare nel tempo nella mitica trilogia amata da milioni di fan prima al cinema e poi sul piccolo schermo.” (da nove.firenze.it)

Personalmente ritengo che Matteo Renzi e il suo “giglio magico” rappresentino un passato stracotto rivestito di una sottile patina di giovanilistica modernità fintamente progressista. Oggi però il punto sul futuro che ci interessa è un’altro. Lo spiega bene Aldo Cazzullo, che sul Corriere della Sera del 19 ottobre scorso, scrive:

«il riscaldamento del pianeta è tanto evidente che neppure Donald Trump lo nega più (si limita a dire che non è colpa dell’uomo e quindi non ci si può fare nulla). Però in due anni avrò ricevuto ventimila lettere sui migranti e neppure una sul cambiamento climatico, che è tra le cause delle migrazioni. Pubblico alcune reazioni raccolte sui social del Corriere al rapporto dell’unione Europea perché mi sembrano utili a una riflessione non tanto sul tema, ormai conclamato, quanto sull’indifferenza che lo circonda.

Ormai sappiamo con certezza scientifica che, se non ridurremo le emissioni di anidride carbonica, il clima peggiorerà ulteriormente. Il fenomeno è più rapido di quanto pensassimo, ed è sotto gli occhi di tutti. Alla prima nevicata si faranno ironie; ma è come negare la fame nel mondo solo perché si è appena mangiato un piatto di fettuccine. Non ce ne occupiamo perché il problema riguarda l’avvenire. E l’avvenire al tempo della rete non è contemplato. Ci sono tanti selfie da scattare, tanti attimi da fermare, tante interessanti polemiche su Chiara Ferragni o Cristiano Ronaldo da seguire. La futilità della discussione pubblica rende insostenibilmente pesanti argomenti che riguardano i nostri figli e nipoti, non i nostri discendenti dei prossimi millenni, se arriveranno. Meno ancora si parla dell’allarme rilanciato dal libro postumo di Stephen Hawking, sui pericoli dell’intelligenza artificiale e della manipolazione della vita. La rimozione del futuro continua.»

Ieri, 24 ottobre 2018, qui a Bologna il termometro ha rilevato una temperatura massima di 29 gradi. Dieci gradi in più rispetto alla temperatura media stagionale secondo meteo.it. Eppure esiste ancora chi nega l’evidenza:

La capacità del movimento negazionista di rallentare le politiche ambientali spinge Gore a studiare analiticamente cause e caratteristiche di quest’atteggiamento, il cui fondamento viene individuato nell’interesse economico delle grandi multinazionali del petrolio, del carbone e del gas, minacciato da ogni azione finalizzata alla riduzione delle emissioni nocive: «potenti corporation che hanno interesse a ritardare qualunque tipo di intervento hanno sperperato soldi in una campagna cinica e disonesta per distorcere l’opinione pubblica, seminando falsi dubbi sulla realtà della crisi climatica» (p. 429). Si tratta di una massiccia e sofisticata “campagna di inganni” che si avvale di esperti finanziati ad hoc, “bugiardi a noleggio” (p. 440) incaricati di diffondere ipotesi alternative prive di base scientifica (per cui, ad esempio, il riscaldamento globale sarebbe il risultato di un ciclo naturale, oppure sarebbe già stato fermato da diversi anni, ecc.). Questa campagna si propone anzitutto di manipolare la percezione pubblica del problema, anche attraverso l’accesso agli organi di informazione: i quali, versando in difficili condizioni economiche, ricevono finanziamenti da parte delle compagnie di combustibili fossili, accettando di veicolare messaggi negazionisti. In secondo luogo, le stesse compagnie incidono sui processi decisionali attraverso l’attività di lobbying e finanziando le campagne di candidati di ogni parte politica.” (da sviluppofelice.wordpress.com )

Manipolare la percezione pubblica dei problemi non significa solo disinformare i cittadini tramite false notizie, ma anche trascurare i temi davvero importanti (come le tematiche ambientali) ponendo al contrario in evidenza le sciocchezze più irrilevanti. Scrive Giuseppe Riva: «Che cos’è un fatto? (…) esistono due grandi categorie: i “fatti” (per esempio è un fatto che questa frase inizia con la preposizione “per”, perché sia io che voi possiamo verificarla osservando la frase) e i “fatti sociali” (gli eventi la cui verità non dipende dall’evidenza, ma dall’attività della rete sociale di cui facciamo parte; ad esempio, per essere “marito” ti devi sposare). Mentre i fatti sono eventi immediatamente evidenti, i fatti sociali sono invece eventi la cui evidenza dipende dall’attività di una rete sociale.

Sono più importanti i fatti o i fatti sociali nel guidare le decisioni dei soggetti? Gli psicologi sanno già da tempo la risposta: i fatti sociali. Non a caso questi fatti sono dotati di un potere di coercizione che nasce dall’importanza che per ciascuno di noi ha il sentirsi parte di un gruppo. Tale potere di coercizione è legato a quattro fattori: la rilevanza del gruppo per l’identità sociale del soggetto, l’importanza e la rilevanza dell’argomento per il soggetto, la numerosità del gruppo che supporta una scelta, la mancanza di conflitti al suo interno.

L’analisi del concetto di “fatto” ci suggerisce un primo elemento per la costruzione di fake news efficaci: trasformarle in fatti sociali, supportati dal numero più elevato possibile di soggetti della rete. Infatti se una fake news diventa un fatto sociale sono possibili tre conseguenze. Se il soggetto la interiorizza, diventerà lui stesso un sincero sostenitore della sua verità. Se non la interiorizza ma teme il giudizio sociale, eviterà di contraddirla per paura di effetti negativi. Mentre solo chi non teme il giudizio sociale, o si sente supportato nella critica, sarà pronto a intervenire per contestarne i contenuti.  (Massimo Riva – Fake News. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità – Il Mulino, 2018) Superfluo ipotizzare quale si configura come la conseguenza più probabile per gli italiani, “ sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori” (© Ennio Flaiano)

Una delle più drammatiche responsabilità delle classi dirigenti di questo paese (di ogni orientamento) negli ultimi decenni è di aver “dimenticato”, nella loro “narrazione”, di preoccuparsi per il futuro delle generazioni a venire, scaricando sulle loro spalle i costi interni ed esterni delle loro spesso sciagurate, miopi decisioni interessate e falsamente democratiche. Al centro del loro racconto continuano invece a porre fatti sociali su cui sia possibile speculare nel presente, ad esempio l’immaginaria invasione degli immigrati. Avete mai sentito Matteo Salvini o Matteo Renzi infervorarsi per la tutela dell’ambiente? La macchina del tempo per loro è pura scenografia.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Turisti e viaggiatori

 

(SAREBBE ANCHE UN POSTO CARINO SE SOLO NON CI FOSSERO TUTTI QUESTI SCHIFOSI TURISTI!)

Pensando al tema del “viaggio”, un autore che viene subito in mente, coi suoi racconti di terre sconfinate e lontane, è lo scrittore e viaggiatore britannico Bruce Chatwin (1940- 1989), secondo il quale «Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma» (da Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi, 1996)

Chatwin, «… temendo di ammalarsi agli occhi – ha rischiato addirittura la cecità -, ha presto deciso di staccarsi da una ricerca “privata” del bello, per dedicarsi a più vasti orizzonti. Ha avuto così inizio un vero e proprio “elogio al vagabondare” che, per il primo viaggio, lo ha portato in Sudan. In seguito si è recato in Marocco, Afghanistan, Patagonia, Himalaya e Australia.

Proprio grazie a questo suo continuo errare, Chatwin ha potuto dare libero sfogo ad un animo inquieto e al desiderio di scrivere a proposito del mondo. La seguente frase diventerà il suo mantra: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”». (da L’undici.it)

Un’altra grande viaggiatrice è stata Alexandra David-Néel, la quale ha scritto: «Non esiste, credo, fonte di giovinezza più efficace della combinazione di queste due cose: viaggio e attività intellettuale». Si potrebbe continuare a lungo con gli esempi di grandi viaggiatori e/o turisti e/o scrittori. Purtroppo o per fortuna, e comunque la si pensi, di fatto  il turismo è ormai divenuta la più importante industria di questo nuovo secolo.

Scrive infatti Marco d’Eramo, che «Tra il 1950 e il 1992 il turismo internazionale, misurato in numero di arrivi, crebbe a un ritmo annuo del 7,2%. Nel decennio 1980-1990 le entrate del turismo internazionale crebbero al ritmo annuo del 9,2%, ben oltre il tasso di crescita del commercio mondiale nel suo insieme.”32 “Nel 1951 la Grecia fu visitata solo da cinquantamila turisti; dieci anni dopo erano saliti a mezzo milione e nel 1981 a cinque milioni e mezzo”, 33 e nel 2015 – si potrebbe aggiungere – erano 23,1 milioni.

Complessivamente, i viaggiatori internazionali erano 25,3 milioni nel 1950; 69,3 nel 1960; 158,7 milioni nel 1970; 204 milioni nel 1980; 425 milioni nel 1990; 753 milioni nel 2000; 946 milioni nel 2010; un miliardo 186 milioni nel 2015 (dati della World Tourism Organization). Come si vede, nei primi venti anni il numero di arrivi raddoppiava ogni decennio, mentre complessivamente negli ultimi 63 anni il numero dei viaggiatori si è moltiplicato per 50! (Nel decennio 2000-2010 la crescita è stata “solo” del 25% a causa di due eventi eccezionali: prima l’11 settembre 2001 e poi la grande crisi economica del 2007-2008.)”

“Con i voli low cost, il turismo si è globalizzato: mentre nel 1950 le prime 15 destinazioni assorbivano il 98% degli arrivi turistici internazionali, nel 1970 la proporzione era del 75%, per scendere al 57% nel 2007. E che il turismo sia ormai globale non c’è dubbio: un miliardo e 138 milioni di arrivi l’anno significa che un umano su sette compie viaggi internazionali: una marea mostruosa, un’orda di cui a ognuno di noi tocca far parte. Se si contassero poi i viaggi del turismo interno (di solito per valutare il numero di turisti domestici si moltiplica per 4 quello dei turisti internazionali), si avrebbe l’immagine di tutta un’umanità in perenne, inesausto viavai». (da “Il selfie del mondo: Indagine sull’età del turismo” di Marco d’Eramo – Feltrinelli, 2017)

Aggiunge però d’Eramo che «A Pevas, villaggio peruviano sul Rio delle Amazzoni a est di Iquitos, io stesso ho visto attivisti indios che si toglievano blue-jeans, magliette e occhiali e cominciavano a dipingersi la pelle; e quando ho chiesto loro perché, la loro risposta è stata fulminante: “Il mercoledì arriva il battello coi turisti”». Allora la domanda che ci si pone è la seguente: «ma cosa è che motiva il turista? che lo spinge a viaggiare, ad affrontare spese e fatiche? A estenuarsi durante l’unico breve periodo di riposo che gli è concesso? A che pro?» 

C’è chi pensa al turismo come desiderio di fuga dalla vita quotidiana, come impulso a liberarsi, per il breve periodo delle ferie, dai vincoli della società. E chi invece ritiene che
«L’utilità del viaggiare è di regolare l’immaginazione per mezzo della realtà, e invece di pensare come le cose possono essere, vederle come sono”. L’utilità del viaggiare sta nel confrontare (e quindi tarare, correggere, modificare) quel che si vede con ciò che si era immaginato in precedenza». Semplificando, la differenza tra turista e viaggiatore si potrebbe schematizzare in questo modo: il viaggiatore è un individuo attivo, mentre il turista è passivo e aspetta che cose interessanti gli succedano. Con l’ulteriore paradossale contraddizione determinata dal fatto (oggettivo) che proprio il desiderio di vedere “il mondo come realmente è” modifica irreversibilmente il mondo stesso e rischia di trasformarlo in un unico, sterminato e fasullo Disneyland.

«In fondo, quello del turismo è il problema della modernità: in ogni momento della nostra vita siamo alla ricerca di un’autenticità che la nostra stessa ricerca rende irraggiungibile, inautentica

Soluzioni non ne abbiamo; dubbi invece tantissimi. Nel suo “Ritratto di  Natalia Ginzburg (La corsara – Neri Pozza, 2018) Sandra Petrignani, commentando la Ginzburg che tratta il tema dell’incomunicabilità, scrive: «Natalia avverte l’epoca che la circonda come “Una faccenda di giorno in giorno più sudicia” abitata da un doppio silenzio, quello con se stessi e quello con gli altri. (…) Diviso fra panico e e senso di colpa, ciascuno reagisce a modo suo, chi viaggiando, chi ubriacandosi “per dimenticare i propri torbidi fantasmi”, chi facendosi psicanalizzare, senza risolvere nulla».

Forse una possibilità era stata proposta (inconsciamente?) dalla stessa Petrignani qualche anno addietro: «Un po’ pellegrinaggio e un po’ seduta spiritica, questo libro porta dalla Sardegna di Grazia Deledda all’America di Marguerite Yourcenar, dalla Francia di Colette all’Oriente di Alexandra David-Néel, dall’Africa alla Danimarca di Karen Blixen, all’Inghilterra di Virginia Woolf. Un lunghissimo viaggio in case-museo che, attraverso mobili e suppellettili, stanze e giardini raccontano la storia sentimentale delle più significative scrittrici del Novecento». (dalle note di copertina di  Sandra Petrignani: “La scrittrice abita qui – Neri Pozza, 2003). Forse il suo progetto  di visitare le case e i luoghi di Grazia DeleddaMarguerite YourcenarColette, Alexandra David-Néel, Karen Blixen,  Virginia Woolf presupponeva la condivisione del pensiero di Marcel Proust. cioè la convinzione che:

«Delle ali, e un altro apparato respiratorio, che ci permettessero di attraversare l’immensità degli spazi, ci sarebbero inutili, perché se salissimo su Marte o Venere conservando gli stessi sesnsi, questi rivestirebbero dello stesso aspetto  delle cose della Terra tutto quel che potremmo vedere. L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è». (Marcel ProustAlla ricerca del tempo perduto, vol. 5: La prigioniera – Einaudi, 1978)

Il viaggiatore è colui che ha il progetto utopistico di capire e di cambiare se stesso e il mondo (viaggio e attività intellettuale); il turista invece  è colui che vuol distrarsi e non cambierà mai ovunque si sposti nell’intero universo.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Le piccole virtù

Cominciamo con una citazione: “Quando incontra Alberto [Moravia, N.d.R.], la giovane vita della Maraini è già stata segnata da due episodi drammatici. Durante la seconda guerra mondiale, Dacia è in Giappone con la famiglia, al seguito del padre Fosco che sta compiendo degli studi sugli Hainu, una popolazione del nord. Ma nel 1943 il governo nipponico chiede a Fosco e a Topazia [la madre, N.d.R.] di aderire alla Repubblica di Salò. Al loro rifiuto i Maraini, con tre bambine piccole, vengono rinchiusi in un campo di concentramento e per mesi le loro razioni di cibo sono talmente scarse che rischiano tutti di morire di fame. «È stata un’esperienza traumatica – ricorda Dacia -, ogni sera mi stupivo di essere ancora viva e la fame era un’ossessione che non mi lasciava mai»

Disperato per le condizioni delle sue bambine, Fosco alla fine decide di seguire un antico rituale giapponese dei samurai: si taglia un dito e lo lancia contro i suoi carcerieri. Con questo estremo gesto di coraggio vuole costringerli a fare qualcosa per loro. Quella di Fosco sembra una pazzia, in realtà in questo modo cruento riesce a suscitare il rispetto delle guardie che dopo molte proteste portano al campo una capretta. E grazie al suo latte le tre sorelle Maraini sopravvivono.” (da Anna Folli – MoranteMoravia. Una storia d’amore. Neri Pozza, 2018)

Saggezza, coraggio, umanità, trascendenza, giustizia, moderazione. Sono queste le sei classi di virtù a loro volta composte di ventiquattro forze caratteriali, secondo un gruppo di psicologi ricercatori che hanno pubblicato un apposito  “manuale” su  positivepsychologyprogram.com. Nella religione cattolica invece le virtù cardinali, che sono denominate anche virtù umane principali,  sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. (da Wikipedia) Altri propongono una classificazione basata sulle classi secondo temperanza coraggio, liberalità, magnanimità, mansuetudine e giustizia. Ma questa volontà di classificazione non importa più di tanto.

Le piccole virtù” è un breve saggio di Natalia Ginzburg, che è contenuto nella omonima raccolta pubblicata per la prima volta nel 1962 da Einaudi. La Ginzburg vi tratta dell’educazione dei figli. Inizia così:

«Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere. Di solito invece facciamo il contrario: ci affrettiamo a insegnare il rispetto per le piccole virtù, fondando su di esse tutto il nostro sistema educativo. Scegliamo, in questo modo, la via più comoda: perché le piccole virtù non racchiudono alcun pericolo materiale, e anzi tengono al riparo dai colpi della fortuna.

Trascuriamo d’insegnare le grandi virtù, e tuttavia le amiamo, e vorremmo che i nostri
figli le avessero: ma nutriamo fiducia che scaturiscano spontaneamente nel loro animo, un
giorno avvenire, ritenendole di natura istintiva, mentre le altre, le piccole, ci sembrano il frutto d’una riflessione e di un calcolo e perciò noi pensiamo che debbano assolutamente essere insegnate. In realtà la differenza è solo apparente. Anche le piccole virtù provengono dal profondo del nostro istinto, da un istinto di difesa: ma in esse la ragione parla, sentenzia, disserta, brillante avvocato dell’incolumità personale. Le grandi virtù sgorgano da un istinto in cui la ragione non parla, un istinto a cui mi sarebbe difficile dare un nome. E il meglio di noi è in quel muto istinto: e non nel nostro istinto di difesa, che argomenta, sentenzia, disserta con la voce della ragione.

L’educazione non è che un certo rapporto che stabiliamo fra noi e i nostri figli, un certo clima in cui fioriscono i sentimenti, gli istinti, i pensieri. Ora io credo che un clima tutto ispirato al rispetto per le piccole virtù, maturi insensibilmente al cinismo, o alla paura di vivere. Le piccole virtù, in se stesse, non hanno nulla da fare col cinismo, o con la paura di vivere: ma tutte insieme, e senza le grandi, generano un’atmosfera che porta a quelle conseguenze. Non che le piccole virtù, in se stesse, siano spregevoli: ma il loro valore è di ordine complementare e non sostanziale; esse non possono stare da sole senza le altre, e sono, da sole senza le altre, per la natura umana un povero cibo.

Il modo di esercitare le piccole virtù, in misura temperata e quando sia del tutto indispensabile, l’uomo può trovarlo intorno a sé e berlo nell’aria: perché le piccole virtù sono di un ordine assai comune e diffuso tra gli uomini. Ma le grandi virtù, quelle non si respirano nell’aria: e debbono essere la prima sostanza del nostro rapporto coi nostri figli, il primo fondamento dell’educazione. Inoltre, il grande può anche contenere il piccolo: ma il piccolo, per legge di natura, non può in alcun modo contenere il grande.»

Fosco Maraini senza dubbio aveva come riferimento le grandi virtù, più che le piccole. Così come senza dubbio lo aveva anche Leone Ginzburg, primo marito di Natalia; fu arrestato dai fascisti il 20 novembre 1943, consegnato ai tedeschi come ebreo, incarcerato, quindi torturato e di conseguenza  ucciso tre mesi dopo. La sua ultima lettera a Natalia non porta la data: «Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza, che tu lavori e scriva e sia utile agli altri

Scriveva nel ’500 il filosofo francese Étienne de La Boétie, nel Discorso sulla servitù volontaria: “Vorrei capire come sia possibile che tanti uomini… talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finché sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anziché opporglisi… Sono i popoli stessi che si lasciano incatenare, perché se smettessero di servire, sarebbero liberi. È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo, che potendo scegliere tra servitù e libertà, rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo… Il padrone che vi domina ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di diverso dall’ultimo dei cittadini… salvo i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite… Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi”.

Dostoevskij scrisse una volta che l’uomo non teme nulla più della vera libertà. Forse è proprio questo il motivo per cui insegniamo e adottiamo soprattutto il rispetto per le piccole, di virtù. Perché quelle grandi potrebbero magari renderci davvero più liberi. E questo ci spaventa.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Un torbido passato

  

Si fa un gran discutere sul concetto di “populismo”; concetto in verità piuttosto confuso e ambiguo per i più. Nessun problema: ci pensa il nostro Ministro dell’Interno a chiarircene il significato. Nella sua peggiore accezione, è ovvio, ma in modo esplicito. Così: «”E’ alla fine della diretta Facebook che sfodera l’arma letale, pericolosissima per ogni tenuta democratica: “Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno“.

Raccontano che quando nel pomeriggio i carabinieri si sono presentati al ministero con la busta della procura di Palermo, Matteo Salvini non ha avuto dubbi. Già era furioso per gli attacchi di Magistratura Democratica (Salvini “eversivo”). La busta portata dai due gendarmi gli fa brillare gli occhi: sa che è l’avviso di garanzia per il caso Diciotti, lo prende come un regalo prezioso da scartare con cura di fronte ai fans in diretta Facebook. Insieme alla busta, Salvini apre consapevolmente una voragine di scontro con la magistratura che nemmeno ai tempi di Silvio Berlusconi. “Io sono stato eletto, loro no“: è lo Stato contro lo Stato, il popolo contro i pm. Letale». (da huffingtonpost.it)

Ma di cosa davvero ci stupiamo, ipocriti noi? Come scrive Tomaso Montanari, la Lega è un partito guidato da un leader che, parlando di migranti, ha dichiarato: “Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia… via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve”(febbraio 2017). Che pensa che “il fascismo ha fatto tante cose buone”( gennaio 2018). Che vuole “un cittadino su due armato” (febbraio 2018). Che si è fatto fotografare mentre dà la mano a un candidato della Lega con una croce celtica tatuata sul braccio: un candidato che poi tutta Italia conoscerà come il terrorista fascista di Macerata. Quindi, ripeto, di cosa mai ci possiamo stupire? L’abitudine di evitare il rendiconto con il proprio passato, con le proprie radici storiche potrà anche far comodo nell’immediato, ma prima o poi si paga. E l’Italia, i conti più scottanti con le sue radici e responsabilità  davvero non li ha mai fatti. Anzi, al contrario lo ha sempre accuratamente e strategicamente evitato e ha sempre messo troppa polvere sotto il tappeto. Di conseguenza ha poi dovuto, giocoforza isolare e/o eliminare coloro che osavano denunciare questa semplice, banale ma sporca e inconfessabile verità.

Pier Paolo Pasolini,  per esempio. Pasolini che già  sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 scriveva:

«Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.


Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.»

Di cosa ci stupiamo, lo sappiamo da sempre: «È nei limiti storici dell’antifascismo italiano, e nella profondità delle radici fasciste che bisogna ricercare le cause lontane che hanno permesso alla continuità dello Stato di resistere alla crisi determinata  dal crollo del fascismo e dall’avvento della repubblica, e di durare fino a oggi,malgrado le indicazioni rinnovatrici della Costituzione italiana». (Giovanni Amendola – La continuità dello Stato e i limiti storici dell’antifascismo – Editori Riuniti 1975)

Leggiamo nel libro di Davide Conti: «Le biografie pubbliche dei militari italiani rappresentate nel testo sono segnate e connesse tra loro da una comune provenienza ovvero tutti operarono, con funzioni di alto profilo, in seno all’esercito eo agli apparati di forza del fascismo nel quadro della disposizione della politica imperiale del regime, prima e durante la Seconda guerra mondiale.
La gran parte di loro, non tutti, vennero accusati dalla Jugoslavia, dalla Grecia, dall’Albania, dalla Francia e dagli angloamericani di crimini di guerra al termine del conflitto. Nessuno venne mai processato in Italia o effettivamente epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri della neonata Repubblica democratica (…) …analizzarne la dinamica e l’incidenza sul processo e sulle modalità di cesura intervenute nella transizione dall’assetto monarchico-fascista a quello repubblicano-democratico fornisce una chiave di lettura di rilievo per l’interpretazione dello sviluppo storico della democrazia in Italia e per l’individuazione dei punti di rottura e di quelli di persistenza tra le due fasi (…)
…il peso della Guerra fredda e la progressiva cristallizzazione degli equilibri geopolitici da essa definiti crearono i presupposti per una soluzione della questione dei crimini di guerra italiani che sul piano internazionale garantì l’immunità ai militari del regio esercito rispetto alle richieste degli Stati esteri, su quello interno determinò l’impunità per i crimini nazifascisti compiuti in Italia». (Davide Conti – Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana – Einaudi 2017)
E allora, insisto, di cosa ci stupiamo?
Scrive Piergiorgio Paterlini (Repubblica Bologna 7 settembre 218): «Fa bene il comune di Marzabotto a opporsi all’archiviazione del caso di Eugenio Maria Luppi, il calciatore che quasi un anno fa dopo un gol aveva esultato con il saluto romano. Per i giudici non c’è stata apologia di fascismo o pericolo all’ordinamento democratico. A me sembra vero il contrario, ma non è questo, la giustizia farà il suo corso, per continuare con le frasi d’obbligo. Mi preme però il senso generale della vicenda, il segnale che questa storia dà e darà. Come si può far cadere nel vuoto un saluto romano, con tanto di bandiera della Repubblica Sociale Italiana? A Marzabotto, oltretutto, teatro di una tragica strage nazifascista nel settembre-ottobre del 1944.
So che su questo non siamo tutti d’accordo, ma io sono fra coloro che pensano stiamo sottovalutando il pericolo. E non voglio essere fra quelli che se ne pentiranno troppo tardi.»

Norberto Bobbio diceva che dobbiamo essere “democratici sempre in allarme”. E davvero è il momento di suonare l’allarme. Ma di cosa ci stupiamo?

In testata: anti-nazi cartoon di Marian Kamensky

A seguire:

Un’immagine di Pier Paolo Pasolini

Il corpo di Pasolini all’idroscalo di Roma, 2 novembre 1975

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

Interazioni

COLORI

Corre l’anno 1824 quando il chimico Michel Eugène Chevreul (1786-1889) viene nominato direttore delle manifatture reali di Gobelins a Parigi, rinomate in tutto il mondo per la tessitura degli arazzi. Chevreul si propone di organizzare e razionalizzare la nomenclatura delle ventimila sfumature diverse che i tintori si vantano di saper distinguere. Subito però «si imbatte in un problema che fa dannare gli artigiani delle manifatture e cioè la beffa che il nero dei disegni ricamati sulle stoffe a tinta unita non sembri davvero nero ma cambi a seconda del contesto: appare verdastro su fondo rosso e giallastro su fondo blu».

Ispirato da Goethe, egli capisce che l’effetto non è dovuto alla tintura, ma all’occhio dell’osservatore: è cioè la costruzione di un complementare psicologico. Ne conclude che l’unico modo di risolvere il problema è barare. «Se un grigio messo sopra a un rosso risulta troppo verdastro, sarà sufficiente aggiungere al filato grigio un pizzico di di rosso per farlo apparire davvero neutro. Bisogna modificare le tinte per farle sembrare quello che vogliamo quando vengono accostate le une alle altre.

Da questo momento in poi, il mondo degli artisti e dei designer prende atto che non basta creare le cose: bisogna progettare anche il modo in cui vengono guardate, cioè preoccuparsi della loro rappresentazione nella mente del pubblico». Il fenomeno viene denominato “contrasto simultaneo“. «…nella vita, d’altronde, raramente ci troviamo di fronte a colori isolati, quello che vediamo sono sempre vicinanze cromatiche. L’interpretazione del mondo attraverso tali confronti comporta così che le tinte non contino mai come cose in sé ma siano relative al contesto (…)

Il gioco di far apparire uno stesso colore come fossero due tinte diverse è stato un classico del metodo di insegnamento di Josef Albers (1888-1976), prima al Bauhaus, poi a Yale, durante un arco di insegnamento trentennale». Nella figura in testata vediamo la riproduzione di un suo esercizio ormai storico: «una striscia di carta ocra, poggiata su un fondo metà azzurro  e metà arancione (e coperte da due fascette, una gialla e una blu) risulta giallastra o marrone a seconda del contesto (…) Il lavoro di Albers è appunto incentrato su esercizi mirati ad allenare l’occhio. In questo modo, in anticipo sulle neuroscienze, arriva a sostenere che non esistano per la percezione tinte isolate ma soltanto interazioni tra colori.

Ovvero (…) il Pantone 456 si mostra di due colori diversi a seconda di quello che gli mettiamo intorno e quindi questa nomenclatura rimarrà sempre un po’ distaccata dall’esperienza reale (…) come accade nel cosiddetto effetto Munker-White [vedi sotto, N.d.R.] dove le righe blu ci paiono ora più scure ora più chiare a seconda del reticolo che le inframmezza». (da Ricccardo FalcinelliCromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo – Einaudi 2017)

BUROCRATI

Nella seconda metà dello scorso maggio, qui a Bologna la Soprintendenza diede parere negativo al concerto degli “Stato Sociale” in piazza Maggiore. La motivazione era che: «L’ente non ha riconosciuto “l’alto valore culturale” all’evento: “Mica sono Morandi, Dalla o Nek…”»

Lo rende noto il sindaco Virginio Merola, a margine del Consiglio comunale.  Il primo cittadino bolognese riferisce che la Soprintendenza abbia ritenuto “inadeguata piazza Maggiore al tipo di concerto“. Va anche detto che la piazza da sempre ospita abitualmente concerti.

Soprintendente Andrea Capelli, come mai avete detto no al concerto?

«Non abbiamo detto no, siamo in fase interlocutoria. Abbiamo detto solo che ci sono dei problemi».

Quali problemi? Il sindaco dice che voi non ritenete che lo Stato Sociale rispetti le caratteristiche della piazza.

«Guardi, esiste un protocollo delle Soprintendenze che dice che nelle piazze storiche si fanno iniziative istituzionali o di alto valore culturale. Chi sono questi dello Stato Sociale? Io non li ho mai sentiti. Non sono mica Gianni Morandi, o Lucio Dalla, o Vasco Rossi, o Nek. Arrivo fino a Nek, che è di Sassuolo… Abbiamo ritenuto che questo concerto non avesse i requisiti. Ma chi sono?».

Sono arrivati secondi a Sanremo. Ha presente “Una vita in vacanza?”

«No, no, non ho presente. In ogni caso queste sono cose complicate.» (Silvia Bignami – La Repubblica Bologna, 22 maggio 2018)

Per fortuna tutto si è poi concluso bene e il concerto si è tenuto. Tuttavia, come scrive Michele Smargiassi:  «Se il problema è la tutela di un bene, la piazza, be’, un palco per un concerto di “alto valore culturale” ha lo stesso impatto di uno di “basso valore”. Se vuole tutelare l’orecchio di qualche “spirito della piazza” offeso da musica “non di valore”, chi giudica quale musica ha valore? Non certo un soprintendente che, per sua stessa ammissione, non sapeva neppure cosa stava vietando, ma riteneva di vestire i panni, che nessuno gli ha cucito, del censore della musica che siamo autorizzati ad ascoltare. Bene, di autocratici soprintendenti ai gusti musicali dei cittadini francamente non sentiamo il bisogno».

Molto giusto. Il fatto è che certi burocrati sono specialisti nel sopracitato “contrasto simultaneo”. Sono cioè in grado di conoscere a priori la definizione precisa di tutte le tinte interagenti, di tutti colori in tutte le manifestazioni pubbliche (non solo quelle cromatiche…) in modo da ottenere quel risultato che ritengono l’unico adatto per comparire “con decoro” in un determinato ambiente. Questo però solo alla precisa condizione di aver avuto in precedenza idonee e soddisfacenti interazioni con il relativo contesto.

Altrimenti, caro risultato “difforme alla pubblica convenienza”, sei fuori. Ma proprio  fuori. Nell’interesse generale, s’intende.

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)

L’asino di Buridano

Giorgio Gaber ha pubblicato l’album “La mia generazione ha perso” nel 2001, due anni prima della sua prematura scomparsa.  Parte del materiale dell’album appartiene alle memorabili stagioni teatrali degli anni ’70 e ’80: il “Signor G” aveva l’occhio lungo e molti degli anatemi di allora contro il pericolo di una graduale trasformazione degli uomini in pecore sono forse più attuali oggi di allora. “La razza in estinzione” contiene il verso che dà il titolo all’album ed è forse il momento di disperazione più nera: Gaber si sente davvero solo contro tutti, non trova nessun riferimento in un mondo che sperava “magari con un po’ di presunzione di cambiare”, e se lo ritrova sì cambiato, ma in senso opposto. Gaber vedeva «avanzare paurosamente figure grottesche, come “Il conformista“, ritratto molto italico di voltagabbana sempre pronto a “pensare per sentito dire” a seconda delle convenienze, e “L’obeso”, personaggio più universale, una mostruosa cloaca umana che ingurgita tonnellate di dati, notizie, informazioni, uno che sa sempre tutto senza capire mai nulla». (da Debaser.it)

Michele Serra concorda con Gaber: in quanto perfetto baby-boomer (è del ’54), appartiene a una generazione (troppo fortunata e troppo narcisa) che ha perso, e quindi ha pensato fosse ora di passare il testimone a quella dei quarantenni. «Ora, però, è la “loro” generazione che perde: non so se altrettanto fortunata, certo perfino più narcisa, indisposta a inchinarsi ad altro che al proprio arbitrio. Avessi la bacchetta magica affiderei l’incarico [di formare il nuovo governo, N.d.R.] a un ventenne, meglio ancora a una ventenne, visto che la scena è ingombra di maschi prepotenti che si mostrano le zanne l’uno con l’altro». In altre parole, anche i quarantenni non si distinguono granché dalla media. La loro generazione ha perso, ma almeno ci ha provato. E invece la mia generazione, essa, questa entità astratta, cosa ha fatto in tutto questo tempo? La mia generazione, a dirla tutta, a lottare non ci ha nemmeno pensato, non ci ha quindi neanche mai provato. Che poi è il modo peggiore e più sicuro di perdere sempre.

Precisiamo. Quella che considero “la mia generazione” è la categoria di persone nate nell’intervallo di tempo guarda caso intermedio a quelli considerati sopra, cioè i nati  poco prima o poco dopo il 1960. Una generazione non pervenuta, il cui emblema, più ancora di Narciso, dovrebbe essere l’asino di Buridano.

Per chi non lo sapesse, l’asino di Buridano (o “Paradosso dell’asino”) è un apologo tradizionalmente attribuito al filosofo Giovanni Buridano. « Un asino affamato e assetato è accovacciato esattamente tra due mucchi di fieno con, vicino a ognuno, un secchio d’acqua, ma non c’è niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall’altra. Perciò, resta fermo e muore».

Intendiamoci. Il cibo che non sappiamo scegliere non è certo quello culinario fisico-energetico (al contrario, a tavola ci distinguiamo), bensì quello etico, morale, filosofico, culturale, spirituale… quello relativo alla nostra coscienza più intima e profonda, nascosta dietro le chiacchiere e le apparenze. L’opportunismo e l’indifferenza: la mafia non è solo il boss con la coppola né solo il picciotto con la lupara, ma quella del “ Mondo di mezzo” dei Buzzi e dei Carminati, degli appalti gonfiati, ma anche quella dei falsi invalidi, degli assenteisti, dei costruttori che costruiscono con la sabbia e non col cemento. La mafia insomma siamo noi. Noi incapaci di scegliere, di denunciare, di nutrire il nostro spirito tra due diversi mucchi di fieno. E il nostro spirito di conseguenza è morto di fame.

Forse un giorno capiremo che per uscire da una crisi non dobbiamo cambiare l’Europa ma noi stessi, la nostra società, il nostro modo di pensare e di vivere. Farla finita con le sottintese complicità, la strizzatina d’occhio e le reciproche coperture, divenendo ricattabili ingranaggi del sistema. Come scrive Raffaele La Capria, bisogna rompere «la paternalistica unità psicologica che incanaglisce e amalgama le classi in una fluida massa (…) perché a qualsiasi partito appartenga il cavaliereavvocatocommendatore resta, e rimesta sempre nel solito impasto d’imposture – lo diceva pure Salvemini. E dunque il Circolo lo potevi definire: una comunione di ozi, frivolo tirocinio di grande ozio sociale cui cooperano fino alla morte tutti gli appartenenti alla cosiddetta classe dirigente. La loro alleanza: un viluppo di boria, di sconcezza, di borbonica ingerenza. La vera classe digerente meridionale». (Raffaele La Capria, Ferito a Morte – Mondadori, 2017)

La mia generazione no: ha preferito a priori accettare i principi dei “genitori”, integrarsi, adattarsi, fingere di non vedere, stare alla finestra, non contestare, salire sul carro del vincitore di turno. Aggirare i problemi e i conflitti. Quando impossibile, tra due opzioni scegliere non certo la più giusta, ma sempre la più facile.  Puntigliosi sui dettagli più microscopici della cornice, cinicamente indifferenti sul quadro macroscopico dipinto dalla realtà. In sostanza: complici. In fondo, essere complici senza ammetterlo è molto più rilassante per l’intelletto pigro e codardo.

Non era per nulla inevitabile; The Who, per fare un solo esempio, la pensavano diversamente:

L’illustrazione che segue è di Zerocalcare(2018)