Come un romanzo

Orhan Pamuk ha scritto che «Anna Karenina è uno dei libri piú perfetti che siano mai stati concepiti.». Fëdor Dostoevskij ha scritto che «Come opera d’arte, Anna Karenina è la perfezione e nulla può esserle paragonato». Si potrebbe continuare con le citazioni, ma su questo meraviglioso romanzo è forse superfluo aggiungere altro. Di questi tempi, invece, credo non sia affatto inutile rispolverare alcune considerazioni  sul valore del “romanzo” come forma artistica in sé. Mi pare infatti che tali considerazioni, per quanto possano apparire scontate, siano sempre più trascurate nella realtà della vita sociale, politica e intellettuale contemporanea. Almeno dalle nostre parti.

Alberto Asor Rosa ha scritto recentemente un commento sulla nuova traduzione di Anna Karenina a cura di Claudia Zonghetti appena pubblicata da Einaudi; commento nel quale, anche al fine di dimostrare l’essenziale importanza del lavoro di traduzione stesso, mi pare finisca per tentare di ricordarci quale sia l’origine e l’importanza del nostro amore per i romanzi.  Il tutto partendo dal presupposto che:

“È molto più difficile capire, interpretare e spiegare un capolavoro che un libro mediocre.” Perchè “I grandissimi scrittori non decidono mai da che parte stare. Soltanto i mediocri scelgono, per questo sono così facilmente interpretabili. I russi in questo sono stati maestri. Un loro romanzo non è mai un solo romanzo: è sempre una molteplicità di romanzi.” (…) Tolstoj, di volta in volta, è Oblonskij, è Dolly, è Levin, è Kitty, è Anna, è Vronskij; e di ognuno di loro lui assume di volta in volta caratteristiche, pensieri e passioni. È come se, rinunciando a giudicare, stesse dentro ognuno dei personaggi rappresentati, trovando in quello in quel momento, e non in altri, il corrispettivo, per quanto temporaneo e discutibile, della propria visione del mondo.

Chi legge, o rilegge, e non perde la bussola cammin facendo, si trova o ritrova ogni volta di fronte al grande caleidoscopio del mondo, alla moltitudine dei personaggi. Insomma, forse il fine (o comunque uno dei fini più importanti) “è quello di suggerire un diverso modo di vivere e d’interpretare le cose”. Che non sembra affatto una cosa da poco, in tempi che mi sembrano sempre più segnati dal marchio di una montante intolleranza per “l’altro”.

Ragion per cui, nel mio piccolo, sottoscrivo in toto il sottostante Manifesto della comunicazione non ostile. .

In qualche modo, mi pare che anch’esso inviti a riflettere. Come ogni grande romanzo.

Immagine in testata: “Oltre il confine” il manifesto del Salone del libro 2017 firmato da Gipi.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.